
«Nessuno l’avrebbe presa. Era nera, nessuno l’avrebbe amata. Sarebbe dovuta tornare e restare più che mai alla mercé della padrona». E non una padrona qualunque, ma una donna «altezzosa, turbolenta, lunatica e severa. In parole povere, una scorbutica in tutto e per tutto» che riversa sulla piccola Alfrado, detta Frado, e soprannominata Nig – diminutivo di nigger – una violenza inaudita e feroce per anni e anni, per niente smussata dalla finzione letteraria … la quale altro non è che la vicenda autobiografica di Harriet E. Wilson.
Nata nel 1825 in umili condizioni in una cittadina del New Hampshire da madre bianca e padre afroamericano, Harriet Wilson è considerata la prima scrittrice afroamericana ad aver pubblicato (nel 1859) un romanzo in Nordamerica: che viene finalmente tradotto in italiano da Mariacristina Cesa e Giuseppe Villella per Lebeg edizioni.
Prendere in mano il suo romanzo «La nostra Nig. Vita di una nera libera in una casa bianca del Nord, che dimostra fin dove si allunga l’ombra della schiavitù» significa mettere la mano su una ferita ancora aperta, dove insistono le quotidiane forme di razzismo vissute dagli afroamericani negli Stati Uniti: la testimonianza di come in uno stesso ambiente familiare possano coesistere sinceri antischiavisti e spietate razziste.
La storia di Nig restituisce «la pericolosa, perversa e sadica ossessione delle donne bianche nel maltrattare pesantemente le donne nere, da sempre al centro di stupri e commistioni di razze» scrive nell’introduzione Jaki Shelton Green, poeta statunitense, erede di una famiglia discendente da schiavi e curatrice dell’edizione americana. Ma racconta anche di uomini incapaci di intervenire accanto ad altri che cercano, a modo loro, di fare qualcosa. «La nostra Nig mostra più e più volte di essere senza tempo. La nostra Nig canta che nel momento in cui perisce con il vento, anche le farfalle, le pietre e persino gli uccelli senza canto diranno di aver smesso di credere in un Dio che tortura un passerotto dalle minuscole ossa. La nostra Nig ci permette di vederla in viaggio: moglie, vedova, madre, madre in lutto e costruttrice di una nuova vita» chiosa Green.
Le tappe della vita di Nig sono quelle dell’autrice: si ritrova schiava pur essendo nata libera in uno stato del Nord (che al tempo della vicenda a metà Ottocento si proclama abolizionista). Il breve romanzo fu scritto per la necessità di guadagnare cioè per la sopravvivenza sua e del figlio. Ma è anche il documento prezioso di quello che realmente accadeva in un momento importante della storia statunitense, svelato anche dal lessico usato. Infatti «era tipico delle famiglie agiate riferirsi ai propri servi afroamericani facendo precedere al loro nome l’aggettivo possessivo our, nostro o nostra. Pertanto, l’espressione our nig sottolinea come la servitù, nonostante al Nord fosse illegale, diventasse di fatto proprietà della famiglia venendo allo stesso tempo privata della propria identità» – spiegano i traduttori – «nig compare per la prima volta nel Dizionario Merriam-Webster di inglese nordamericano nel 1864. Il termine, il cui primo uso si fa risalire al 1574, viene indicato come un sinonimo di ‘negro’ ma con un’accezione derisoria o dispregiativa. Nel 1859 nig è quindi un termine denigratorio per indicare una persona afroamericana. La traduzione di questo termine con un altro in italiano ci è parsa impossibile. Si sarebbe potuto utilizzare ‘negretta’ e quindi ‘la nostra negretta’. Tuttavia questa espressione ci avrebbe restituito un significato nel suo senso generale, mentre dalla lettura del testo si evince come il termine nig si sovrapponga al nome proprio della protagonista Alfrado, quasi sempre diminuito in Frado. Il termine dispregiativo diventa, pertanto, un vezzeggiativo utilizzato anche da chi nella vicenda si dichiara antischiavista, ecco perché si è preferito lasciare Nig anche in italiano».
La lingua, usata correttamente, non lascia scampo e restituisce sempre quello che esiste, anche in tutta la sua durezza. Ma non riesce sempre a spiegare. A leggere questa storia, torna fortemente l’interrogativo «Perché? Perché questo odio verso l’altra/o?» da cui nasce la scrittura di Toni Morrison – ed è la domanda posta in apertura di un bellissimo documentario online sulla vita di Morrison – non trova mai piena risposta, ma possibili e personali vie di uscite sì. Perché Nig trova la forza anche per brevi ribellioni e si appoggia dove può, segue chi le suggerisce la fede in Dio anche se dubita che vi sia un paradiso per i neri.
A 18 anni, di nuovo libera, trova la forza per ricominciare da capo e altrove, fino ad arrivare a chiedere, essendole stato rifiutato per una vita, solo un po’ di meritato, meritatissimo affetto a voi «gentili lettori».
Barbara Bonomi Romagnoli, [http://www.barbararomagnoli.info/] è nata a Roma nel 1974, giornalista professionista dal 2004, apicoltrice [www.bioro.it] ed esperta di analisi sensoriale del miele; in attesa che l’Italia adegui la normativa sul cognome materno, ha deciso di usarli entrambi per la pubblicazione del suo primo libro “Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio” (andato esaurito, si trova con stampa su richiesta o versione eBook) e di continuare a farlo ogni volta che è possibile, convinta che l’imposizione del solo cognome paterno sia un’altro modo di declinare il maschilismo delle nostre società. Nel frattempo ha scritto anche “Bee Happy. Storie di alveari, mieli e apiculture” [Derive Approdi, 2016].
Dal 2008 collabora con Iowa State University – College of Design, Rome Program e da maggio 2015 collabora con l’Osservatorio AiDS – Aids Diritti Salute, rete di 11 Ong italiane e internazionali impegnate nei temi della salute globale e nella lotta contro l’Aids e contro la povertà.
È laureata in filosofia con una tesi su “Louise du Neant: esperienza mistica e linguaggio del corpo”, da allora si interessa di studi di genere e femminismi, ha partecipato a seminari, incontri, workshop e convegni sulla storia e i movimenti politici delle donne in Italia e all’estero; fra le occasioni più recenti, è intervenuta al convegno internazionale “BASTA! Patterns of Protest in Modern Italy: History, Agents and Representation” promosso da Asmi – Association for the Study of Modern Italy presso University of London. Dal 2009 al 2012 ha collaborato con Editori Laterza. Dal 1999 al 2004 ha lavorato presso la rivista Carta; ha collaborato come freelance con varie testate [fra cui F, LetterateMagazine, Glamour, Giulia.Globalist.it, Marea e in passato con BCC Magazine, Liberazione, Peacereporter, Amisnet, Carta, Aprile, Nigrizia, Left, La nuova ecologia, Confronti, Cem mondialità, Noi donne, La27esima ora/Corriere della Sera ]; fra il 2002 e il 2005 è stata coordinatrice del progetto Radio Carta [magazine radiofonico settimanale distribuito a circa 25 radio su territorio nazionale] ed è stata docente per corsi di formazione, fra cui “Indipendent Radio and Media” presso Novi Sad (Serbia) nell’ambito del progetto Radio Radionica, promosso da Cie e Radio Popolare Network.
Ha lavorato come ufficio stampa per convegni ed eventi culturali (fra cui Eurovisioni 2007 e 2008, Parole per cambiare, parole per piacere – Fiera della piccola editoria, 2005) e presso Dipartimento Diritti e Pari Opportunità, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (2007-2008).
Ha vissuto due anni in Olanda a Leiden, dove ha imparato a convivere con il vento.
Ha fatto parte per diversi anni del collettivo A/matrix con cui ha condiviso la passione per la politica, il femminismo e la buona tavola. È socia Sil – Società delle letterate, ha fatto parte del Direttivo 2016/2017, e partecipa alle attività di Giulia – Rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome.









































