I. Madrid: dalle origini al presente
Madrid ha una geografia politica che si legge percorrendo la città a piedi, dal centro verso sud. Nei pressi di Puerta del Sol, in una traversa discreta a pochi isolati da Plaza Mayor, esiste dal 1978 la Librería Mujeres: una libreria femminista, nata come cooperativa di duecento donne, in un momento in cui riunirsi era ancora un atto che richiedeva coraggio, oggi collocata in Calle del Marqués Viudo de Pontejos con la sua casa editrice Horas y Horas annessa. Proseguendo verso sud lungo Calle del Duque de Alba si incontra Traficantes de Sueños, libreria e casa editrice politica fondata nel 1995 come spazio di incontro dei movimenti sociali. Più a sud ancora, su Calle Embajadores, batte il cuore della Eskalera Karakola. Sono tre nodi di una stessa rete, costruita in decenni diversi, che non ha mai cercato visibilità istituzionale, né ha voluto diventare destinazione turistica, a differenza dell’altra Madrid che i visitatori incontrano normalmente: quella di Chueca, il quartiere arcobaleno a nord della Gran Vía, che la transizione democratica ha trasformato in simbolo della Spagna liberale e il mercato ha poi ridotto a marca, a prodotto, a una certa idea di libertà consumabile.
Il transfemminismo è nato nell’altra Madrid, quella meridionale, da movimenti che del conflitto hanno fatto metodo e della marginalità terreno di pensiero.
Capire come sia potuto accadere richiede di tornare indietro, a prima che il nome esistesse, quando l’idea stava già prendendo forma nei corpi e nelle pratiche di chi la viveva senza ancora saperla nominare.
La Spagna esce dalla dittatura franchista nel 1975 con un’eredità di silenzi e di corpi repressi che i movimenti femministi cominciano immediatamente a nominare e a rivendicare. Le prime Jornadas por la Liberación de la Mujer si tengono a Madrid nei giorni 6, 7 e 8 dicembre di quell’anno, convocate nell’interstizio tra la morte del dittatore e la costruzione ancora incerta della democrazia, in un clima in cui tutto è urgente e tutto è simultaneo: il diritto all’aborto, la legalizzazione dei contraccettivi, il divorzio, la parità giuridica.¹ Il Colectivo Feminista de Madrid nasce nel settembre del 1976 in questo contesto di febbrile urgenza, radicale e di ispirazione marxista, convinto che le donne costituiscano una classe sociale distinta e che la militanza femminista non possa essere diluita nell’appartenenza ai partiti.² Sono posizioni scomode allora come oggi, e proprio per questo resistono.
All’interno di questo femminismo della Transizione si muovono tuttavia corpi che il femminismo stesso stenta a riconoscere. Le lesbiche esistono ai margini del margine: presenti nelle lotte, invisibili nei manifesti.
Nota: Il termine “lesbica” compare in queste pagine nella forma in cui i movimenti lo hanno storicamente usato: non come classificazione imposta dall’esterno, ma come identità assunta deliberatamente. Dalla seconda metà degli anni Settanta il femminismo lesbico spagnolo e italiano ha operato questo rovesciamento, trasformando un termine di stigma in strumento di visibilità politica. L’uso che se ne fa qui rispetta quella scelta, senza ignorare che il dibattito su chi possa usarlo e con quale significato rimane aperto: è precisamente uno dei nodi che i prossimi articoli di questa serie si troveranno ad affrontare.
Nel 1981 nasce il Colectivo de Feministas Lesbianas de Madrid, fondato tra le altre da Empar Pineda, che sceglie la visibilità come strategia politica in un momento in cui mostrarsi è già di per sé un atto sovversivo. Il collettivo porta in televisione facce e nomi, denuncia la misoginia che attraversa anche i movimenti di liberazione omosessuale, rivendica uno spazio autonomo che non sia né quello del femminismo istituzionale né quello del movimento gay maschile. Sono le prime a intuire che le categorie non bastano, che i movimenti si attraversano e si contraddicono, che la liberazione non si declina al singolare.
Il decennio successivo radicalizza ulteriormente questo pensiero attraverso due collettivi che emergono a Lavapiés nel solco dell’okupa, dell’antimilitarismo e della critica queer che giunge tradotta dall’anglosassone: La Radical Gai, nata nel 1991 come scissione di COGAM, e LSD, fondata nel 1993 come collettivo di persone lesbiche con un acronimo deliberatamente polisemico.³ ? Entrambi pubblicano fanzine, Non Grata le prime, De un Plumazo i secondi, come forma di pensiero che non aspetta le case editrici, non chiede permesso, si riproduce per fotocopiatura e circola di mano in mano. In quegli anni la teoria precede la pratica, o forse le cammina affiancata: i testi di Judith Butler vengono letti e discussi negli stessi spazi in cui si dibatte di AIDS, di sgomberi, di violenza poliziesca. Il pensiero queer non è ancora accademico; è uno strumento per comprendere perché i corpi che non corrispondono ad alcuna norma continuino a essere esposti alla violenza.
È in questo contesto che nel novembre del 1996 un gruppo di femministe e persone lesbiche occupa una vecchia panetteria del XVII secolo abbandonata al civico 40 di Calle de Embajadores, nel cuore di Lavapiés.? La chiamano Eskalera Karakola: la scala a chiocciola che divide i piani dell’edificio diventa il nome di uno spazio senza precedenti nel paese, il primo centro sociale occupato in Spagna gestito esclusivamente da donne. Non è soltanto un luogo fisico, benché lo sia in modo molto concreto, con le travi ammalorate, il laboratorio del pane ancora visibile sotto gli strati di vita accumulata, il soppalco buio raggiungibile solo per quella scala stretta. È una forma di pensiero resa mattoni, una risposta alla constatazione che perfino negli spazi sedicenti liberati la violenza di genere e l’omofobia trovano ospitalità. Sgomberata nel 2005 e demolita nel 2010, l’Eskalera Karakola combatte per anni il reinsediamento fino a ottenere due piccoli locali al piano terra del civico 52 della stessa calle: uno spazio più ridotto, frutto di una lunga trattativa politica con il comune, ma fedele agli assi fondativi originari.?
Negli anni successivi alla prima occupazione quello spazio diventa un nodo di produzione intellettuale e politica che si irradia ben oltre Lavapiés. È da lì che molte delle partecipanti giungono alle Jornadas Feministas di Córdoba nel dicembre del 2000, dove per la prima volta il termine transfemminismo viene pronunciato pubblicamente: lo fa Kim Pérez nella relazione ¿Mujer o trans?, quasi un’interrogazione aperta più che una proposta compiuta.? Cosa accade quando i movimenti femministi e i movimenti trans smettono di guardarsi con diffidenza e cominciano a pensare insieme? Cosa rimane del soggetto politico femminista se lo si apre, se ci si rifiuta di definirlo per esclusione? Le risposte non arrivano immediatamente, ma la domanda è posta, e non è più possibile smettere di udirla.
Nel dicembre del 2009, a Granada, le Jornadas Feministas statali intitolate Granada, treinta años después: aquí y ahora diventano il momento in cui quella domanda riceve forma programmatica. Nello stesso mese la Red PutaBolloNegraTransFeminista pubblica il Manifiesto para la Insurrección Transfeminista: un testo che rifiuta esplicitamente la dimensione accademica e quella istituzionale, dichiarando guerra simbolica a tutti i sistemi che producono corpi normali e corpi scartati.? Il nome stesso del collettivo è già un programma: il rifiuto di qualsiasi gerarchia tra le oppressioni, la scelta dell’alleanza più ampia e più scomoda possibile.
Tutto questo avviene a Lavapiés e nel suo intorno, e non vi è in ciò nulla di casuale. Il quartiere è in quegli anni uno degli spazi più densamente intersezionali di Madrid: migranti, precari, artisti e attivisti condividono gli stessi edifici che la speculazione immobiliare ha ancora risparmiato, gli stessi mercati, le stesse scale. La rete di spazi politici costruita in questo triangolo meridionale della città, dalla Librería Mujeres vicino a Sol all’Eskalera Karakola su Embajadores, passando per Traficantes de Sueños su Duque de Alba e per le librerie e i collettivi che continuano a popolare Ercilla e Arganzuela, fino ai centri sociali di Carabanchel, non è una scelta estetica: è il precipitato geografico di un pensiero che nasce dall’incrocio concreto di oppressioni vissute in quei corpi, in quei barrios, in quelle strade. È la risposta silenziosa a un’altra Madrid, quella di Chueca a nord della Gran Vía, dove il capitalismo arcobaleno ha trasformato l’identità in merce, escludendo tutto ciò che non sia bianco, cisgender, dotato di reddito sufficiente a consumarsi.
Nel 2010 il movimento assume una forma pubblica e festiva: l’assemblea Orgullo Crítico, che aveva già operato come blocco critico all’interno del Pride commerciale dal 2008, convoca per la prima volta una manifestazione autonoma a Vallecas, quartiere operaio con forte presenza migrante, deliberatamente lontano da Chueca.? Lo slogan è Trans-Migrantes-Precarias: por una lucha transfronteriza. L’anno seguente il 15M invade le piazze spagnole, portando alle manifestazioni dell’Orgullo Crítico una massa che non aveva ancora incontrato il vocabolario transfemminista, ma che lo riconosce immediatamente come proprio. Transmaribolleras en lucha diventa uno degli slogan che circolano in quel frangente, e la sua sostanziale intraducibilità è parte integrante del suo senso: è una lingua comprensibile solo a chi la abita dall’interno.
Oggi l’Eskalera Karakola esiste ancora ai civici 52A e 52B di Calle Embajadores, trasformata da spazio occupato in associazione pubblica, ma fedele ai suoi assi fondativi: autonomia, femminismo, autogestione. I collettivi che compongono il movimento transfemminista madrileño si sono moltiplicati e differenziati, attraversati dalle medesime tensioni che percorrono il femminismo europeo e internazionale: il dibattito sul soggetto politico, sull’inclusione delle donne trans, sul rapporto tra identità e struttura. Nessuna di queste tensioni è risolvibile in modo indolore, e il transfemminismo madrileño non ha mai preteso di sanarle; ha scelto invece di tenerle aperte, di farne il luogo del pensiero piuttosto che il problema da eliminare.
Vi è qualcosa in questa scelta che appartiene profondamente alla città in cui è nata, ai suoi quartieri-laboratorio, alla sua storia di corpi che si sono rifiutati di scomparire. Madrid non è la capitale ovvia del femminismo europeo: non ha la visibilità di Parigi né la tradizione teorica di Berlino. Possiede qualcosa di più difficile da nominare; una pratica del conflitto che non si è mai lasciata addomesticare, una capacità di tenere insieme il pensiero e la strada, la teoria e il corpo che la abita. La storia, però, non si chiude con le sue radici.
Nei prossimi articoli tornerò a Madrid per osservare il movimento nel suo stato attuale, nei collettivi che operano oggi, nelle tensioni che attraversano il presente; poi mi sposterò oltre i
Pirenei, per cercare dove e come questo linguaggio sia stato raccolto, tradotto e reinterpretato in altri luoghi d’Europa, e cosa sia andato perduto nella traduzione.
Itinerario: i luoghi del transfemminismo a Madrid
Un percorso documentale tra gli spazi attivi citati nell’articolo, dal centro verso sud:
- Librería Mujeres — C. del Marqués Viudo de Pontejos, 4 (fondata 1978, la prima libreria femminista di Spagna)
- Area di Calle San Cristóbal, 9 (zona della sede storica originale della Librería Mujeres)
- Traficantes de Sueños — C. del Duque de Alba, 13 (libreria e casa editrice dei movimenti sociali, 1995)
- Eskalera Karakola — C. de Embajadores, 52 A e B (sede attuale; occupazione originale al civico 40, 1996)
- Mujeres & Compañía — C. de Ercilla, 32 (libreria femminista, Arganzuela)
- Centro sociale transfemminista — C. de Anada, 15, Carabanchel
? Mappa interattiva del percorso
Note
¹ Le I Jornadas por la Liberación de la Mujer si tennero a Madrid il 6, 7 e 8 dicembre 1975, in occasione dell’Anno Internazionale della Donna proclamato dall’ONU. Cfr. Carmen Domingo, intervento commemorativo, Instituto Cervantes, 2025.
² Soraya Gahete Muñoz, Por un feminismo radical y marxista. El Colectivo Feminista de Madrid en el contexto de la Transición española (1976-1980), tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2017.
³ La Radical Gai nasce nel 1991 come scissione di COGAM (Colectivo de Lesbianas, Gays, Transexuales y Bisexuales de Madrid). LSD viene fondato nel 1993 come collettivo di lesbiche. Cfr. El Salto, “El arte que rompió el silencio sobre el sida”, 12 agosto 2024.
? L’acronimo LSD era deliberatamente polisemico: Lesbianas Sin Duda, Lesbianas Sangran Diluidamente, Lesbianas Sentenciando el Dominio, tra le versioni circolate. Cfr. Archivo Queer, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid.
? L’occupazione della panetteria seicentesca al civico 40 di Calle Embajadores avvenne nel novembre 1996. Cfr. Eskalera Karakola, “Nuestra historia”, eskalerakarakola.org.
? Lo sgombero avvenne il 10 maggio 2005 ad opera della Policía Nacional; l’edificio fu demolito nel 2010. I locali attuali al civico 52 furono ottenuti in affitto simbolico dalla Empresa Municipal de la Vivienda de Madrid dopo una lunga negoziazione politica.
? Kim Pérez, ¿Mujer o trans?, relazione alle Jornadas Feministas Estatales “Feminismo es… y será”, Córdoba, 6-9 dicembre 2000. Citata in: Coordinadora Feminista, “Movimientos feministas y trans* en la encrucijada”, feministas.org.
? Red PutaBolloNegraTransFeminista, Manifiesto para la Insurrección Transfeminista, dicembre 2009. Testo integrale disponibile su: ideadestroyingmuros.blogspot.com.
? Il nome “Orgullo Crítico” viene adottato formalmente nel 2010 per la prima manifestazione autonoma a Vallecas, con lo slogan Trans-Migrantes-Precarias. Precursori come blocco critico interno al Pride commerciale esistevano dal 2008. Cfr. Orgullo Crítico Madrid, “Historia”, orgullocritico.wordpress.com.
Riferimenti bibliografici
Coordinadora Feminista del Estado Español, Jornadas Feministas Estatales. Granada, treinta años después: aquí y ahora, Madrid, Traficantes de Sueños, 2010.
Eskalera Karakola, Nuestra historia, eskalerakarakola.org (consultato maggio 2026).
Gahete Muñoz, Soraya, Por un feminismo radical y marxista. El Colectivo Feminista de Madrid en el contexto de la Transición española (1976-1980), tesi di dottorato, Universidad Complutense de Madrid, 2017.
Llamas, Ricardo, Teoría torcida. Prejuicios y discursos en torno a «la homosexualidad», Madrid, Siglo XXI, 1998.
Orgullo Crítico Madrid, Historia, orgullocritico.wordpress.com (consultato maggio 2026).
Pérez, Kim, ¿Mujer o trans?, relazione alle Jornadas Feministas Estatales, Córdoba, dicembre 2000. Citata in: Coordinadora Feminista, “Movimientos feministas y trans* en la encrucijada”, feministas.org.
Preciado, Paul B., Manifesto controsessuale, Milano, il Saggiatore, 2019 [ed. orig.:
Manifiesto contrasexual, Madrid, Opera Prima, 2002].
Red PutaBolloNegraTransFeminista, Manifiesto para la Insurrección Transfeminista, dicembre 2009. Disponibile su: ideadestroyingmuros.blogspot.com.
Torres, Diana J., Pornoterrorismo, Tafalla, Txalaparta, 2011.
Trujillo, Gracia, Deseo y resistencia. Treinta años de movilización lesbiana en el Estado español (1977-2007), Madrid, Egales, 2008.
Vila, Fefa, LSD: entrevista, video, regia di Marcelo Expósito, 2004. Disponibile su: marceloexposito.net.
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright
Sono nata nella bassa padana nel 1963, ho vissuto e vivo ancora oggi a Roma, ma mi divido tra Madrid e il mondo con la scusa di seguire i tre figli emigrati. Mi trovo nell’ottavo ciclo settennale della mia esistenza, nelle vita precedente ho percorso una strada professionale tecnica, lavorando nel campo informatico e gestionale, senza però trascurare mai la grandissima passione per l’arte e la mia natura di artista.
Sono una lettrice compulsiva e viaggiatrice indefessa, amo la varietà delle culture del mondo, con un debole particolare per l’Asia.
Mi sono avvicinata con discrezione alla antica pittura monocromatica cinese “sumi-e”, i cui principi basilari di sobrietà, spontaneità e semplicità, ne fanno un luogo psichico dove si può vivere la propria essenza, dove e arte e vita si incontrano portando all’espressione pura e naturale del disegno.
L’esecuzione di ogni disegno parte dall’immagine mentale, passa per la osservazione della carta e si realizza nell’immediatezza del tratto secondo un ritmo cardiaco e respiratorio in equilibrio con il movimento: “il cuore, la mano e il respiro sono in perfetta armonia ”.
Un semplice, ma completo momento meditativo che permette l’espressione degli stati d’animo, l’affinamento della sensibilità finalizzati alla condivisione del mio lavoro artistico con la percezione altrui, meglio se insieme ad un bicchiere di vino rosso.
Oltre diversi progetti grafici realizzati negli anni, ho collaborato con la band Claudia McDowell & Revox, illustrando i brani del loro ultimo progetto musicale “Going Nowhere”, ho lavorato con la cantautrice Valentina Valeri e la sua Valentina Valeri & Band, realizzando le foto per la copertina dell’ultimo lavoro “Here I am”, e il progetto visuale di foto e disegno che segue nei live del gruppo. Curo come editor chief il sito di arte The Passenger Times e il progetto Music & Visions.









































