La Tate Modern di Londra è uno dei miei luoghi del cuore, ho la fortuna di visitarla spesso e quest’anno come mia consuetudine, i primi giorni di febbraio, ho dedicato un pomeriggio alle mostre temporanee. La città ha sempre quella luce lattiginosa che conosce bene chi ha vissuto a Londra, e io mi dirigo verso Bankside con la solita eccitazione silenziosa di chi sa di essere sul punto di scoprire nuovamente qualcosa di stimolante.
La mostra si chiama Nigerian Modernism e già dal titolo capisco che quello che mi aspetta non è la solita narrazione dell’arte moderna che parte da Parigi, passa per New York e si dimentica del resto del mondo. Qui, Lagos, Zaria, Ibadan, Osogbo sono i centri pulsanti della creatività. Qui, l’Europa non è il punto di partenza, ma solo uno dei tanti ingredienti di una sintesi che è profondamente nigeriana.
La Tate si fa da parte per far parlare l’Africa.
Entro nelle sale espositive e il pannello iniziale mi accoglie con parole chiare: questa non è una mostra sull’influenza europea in Africa, ma sugli artisti nigeriani che hanno rivoluzionato l’arte moderna forgiando linguaggi visuali completamente nuovi, prima e dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1960.
Il modernismo nigeriano non fu un movimento unico, leggo, ma una varietà di risposte all’identità culturale e politica in trasformazione del paese. E già questa premessa mi fa sorridere: quante volte abbiamo sentito parlare di “modernismo” come se fosse un fenomeno monolitico nato nei caffè di Montparnasse?
Sala 1: Dare forma alla modernità
La prima sala, Figuring Modernity , mi accoglie con ritratti e sculture che raccontano una storia complessa. Dal 1914, la Nigeria era stata governata dagli inglesi attraverso un sistema di governo indiretto. Le scuole erano progettate per formare futuri funzionari civili, non artisti. L’educazione artistica formale non esisteva. Le scuole missionarie cristiane, nel frattempo, spingevano i convertiti nigeriani a distruggere gli oggetti religiosi tradizionali.

Ma nel 1923, l’artista nigeriano Aina Onabolu introdusse un nuovo curriculum artistico in diverse scuole secondarie di Lagos. Il programma era ispirato alle scuole d’arte che aveva frequentato a Londra e Parigi: prospettiva, teoria del colore, pittura da cavalletto. Onabolu vedeva la pittura accademica europea come uno strumento per i nigeriani per esprimere le proprie identità alle proprie condizioni.

Mentre osservo questi primi lavori, mi colpisce la consapevolezza: non si tratta di imitazione, ma di appropriazione critica. Gli artisti prendono gli strumenti dell’Europa e li usano per dire cose profondamente nigeriane.
Sala 2: Ben Enwonwu, fantasmi di tradizione.
Poi arrivo alla sala dedicata a Ben Enwonwu, e qui mi fermo. Enwonwu fu il primo modernista africano a ottenere riconoscimento internazionale. Nato nel 1917, fu ispirato artisticamente dal padre, uno scultore ben noto che creava arte per i santuari religiosi nella loro città natale di Onitsha. Le sue opere sono un dialogo continuo tra la scultura Igbo, le maschere tradizionali e le tradizioni artistiche europee. Nel 1946, Enwonwu incontrò il poeta e politico senegalese Léopold Sédar Senghor, che lo introdusse al concetto di Négritude, un movimento letterario anticoloniale che sosteneva l’importanza del patrimonio culturale nero e africano.


Davanti a una delle sue sculture in legno – The Dancer del 1962 – mi perdo nei movimenti fluidi, nella sintesi perfetta tra forma moderna e spirito ancestrale. Enwonwu diceva: “So che quando un paese è oppresso politicamente da un altro, le tradizioni native dell’arte dell’oppresso cominciano a morire… L’arte, in questa situazione, è condannata.” Eppure le sue opere sono tutto tranne che condannate: sono vive, pulsanti, orgogliose.

Sala 3: Ladi Kwali, di terra e pietra
La sala dedicata a Ladi Kwali è una rivelazione. Nata nel 1925 nella regione Gwari della Nigeria settentrionale, dove la ceramica era tradizionalmente prodotta dalle donne locali, Kwali trasformò la ceramica nigeriana tradizionale con l’uso di gres smaltato cotto ad alte temperature.

Nel 1954, divenne la prima donna tirocinante presso il Pottery Training Centre di Abuja. Lì imparò a tornire i vasi e a lavorare con diverse smaltature. Continuò a realizzare vasi d’acqua arrotolati in stile Gwari, ma usando argilla di gres cotta ad alte temperature in un forno, invece che terracotta più adatta alla cottura a cielo aperto tradizionale.

Guardando i suoi vasi decorati con incisioni di scorpioni mitici, lucertole, pesci e serpenti, riempite di porcellana bianca che brilla sotto lo smalto spesso, capisco che sono di fronte a
un’ artista che non ha semplicemente “modernizzato” la tradizione, ma l’ha reinventata completamente.
Sala 4: La Zaria Art Society – arte nuova, nazione nuova
La sala della Zaria Art Society è quella che mi emoziona di più. Nel 1958, un gruppo di studenti d’arte si unì per ribellarsi al curriculum limitato ed eurocentrico del Nigerian College of Arts, Science and Technology di Zaria. Sostenevano l’agenda panafricanista di recuperare il patrimonio culturale africano in via di scomparsa come mezzo per plasmare l’arte futura della nazione.

Nell’ottobre 1960, la Nigeria ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Quel mese, l’artista Uche Okeke scrisse “Natural Synthesis”, un manifesto per la Zaria Art Society: “Giovani artisti in una nuova nazione, questo è ciò che siamo! Dobbiamo crescere con la nuova Nigeria e lavorare per soddisfare il suo amore tradizionale per l’arte o perire con il nostro passato coloniale… Questa è la nostra era rinascimentale!”

Queste parole, scritte su un pannello davanti a me, mi fanno venire i brividi. È un grido di libertà creativa che non chiede permesso a nessuno.
Sala 5: Eko – Lagos, la città archetipica
La sala dedicata a Lagos, conosciuta anche come Eko, il suo nome precoloniale, racconta la storia di una metropoli in trasformazione. L’anticipazione dell’indipendenza nigeriana nel 1960 portò a una rapida urbanizzazione. Le persone da tutto il paese viaggiavano a Lagos in cerca di nuove opportunità.
Il paesaggio architettonico di Lagos fu trasformato da architetti nigeriani e britannici che adattarono gli stili modernisti internazionali per rispondere al clima tropicale del paese e al patrimonio architettonico unico. L’highlife – un genere musicale che fonde stili musicali latini, europei e afrodiasporici – divenne estremamente popolare a Lagos negli anni ’50 e ’60.

Guardando le fotografie e i dipinti di questa Lagos vibrante, capisco perché sia diventata la città africana moderna archetipica: dinamismo economico, autostrade, grattacieli, e una fusione di religioni, etnie e culture.
Sala 6: Foresta di mille spiriti – Il movimento New Sacred Art
Arrivo alla sala più spirituale della mostra. I Boschi Sacri di Osun-Osogbo, consacrati oltre quattro secoli fa alla dea del fiume Osun, sono un luogo dove la spiritualità Yoruba si intreccia con la natura. Si trovano appena fuori dalla città di Osogbo, lungo il fiume Osun nella Nigeria sud-occidentale.
Alla fine degli anni ’50, il santuario principale di Osun era caduto in rovina. I sacerdoti locali invitarono Susanne Wenger, un’artista nata in Austria diventata alta sacerdotessa Yoruba, ad aiutare a restaurarlo. Riunì un gruppo di artisti locali per lavorare con lei a questo progetto, che si sviluppò nel movimento New Sacred Art.

I membri del movimento erano guidati dalla loro devozione agli orisa (divinità Yoruba) e da un profondo legame spirituale con la terra. Guardando le fotografie delle sculture monumentali e dei tessuti batik ispirati alla cosmologia Yoruba, sento che l’arte qui non è solo estetica, ma liturgia visibile.
Sala 7: Festival degli dei – La scuola di Osogbo
Negli anni ’60, Osogbo era una città fiorente con mercati animati che vendevano tessuti e perle Yoruba. Dal 1962, il drammaturgo Duro Ladipo ospitò diversi laboratori d’arte nel suo Popular Bar, guidati da artisti internazionali tra cui Georgina Beier.
I laboratori erano organizzati dal nuovo Mbari Mbayo Club, un avamposto del Mbari Club nella vicina città di Ibadan. A differenza dell’organizzazione di Ibadan, che si rivolgeva principalmente ai laureati universitari, il Mbari Mbayo Club mirava a diventare un movimento culturale per le persone locali senza educazione formale in arte visiva.

Il gruppo divenne noto internazionalmente come la Scuola di Oshogbo. Il loro lavoro celebrava le credenze Yoruba, il folklore e il realismo magico nella narrativa popolare di autori come Amos Tutuola.
Sala 8: Segni di vita – La scuola di Nsukka
L’ultima sala prima dell’uscita racconta la Nsukka School, nata nei primi anni ’70 all’università omonima, quando la Nigeria cercava di ricostruirsi dopo la devastante guerra civile del 1967-70. Dopo la fine della guerra, l’artista Igbo Uche Okeke fu nominato capo del dipartimento di belle arti di Nsukka. Espandendo la sua idea di “sintesi naturale”, incoraggiò gli studenti a rivendicare le culture indigene e creare arte che parlasse al loro ambiente locale. Attirò l’attenzione sull’ uli, una forma di comunicazione in via di sparizione praticata dalle donne Igbo per secoli. I disegni uli erano destinati a essere temporanei, dipinti su corpi e pareti. Comprendevano sia forme astratte che disegni simbolici che rappresentavano forme organiche, oggetti quotidiani e corpi celesti.

Guardando queste opere contemporanee che reinterpretano segni antichi, capisco che il cerchio si chiude: l’arte moderna nigeriana non ha mai smesso di dialogare con le proprie radici, non per nostalgia ma per necessità creativa.
Uzo Egonu: dipingere nell’oscurità, guardare da lontano
Prima di uscire, quasi nascosta in un angolo più intimo della mostra, trovo una sala a dir poco commovente. È dedicata a Uzo Egonu, e racconta una storia diversa da quelle che ho incontrato finora: quella di un artista nigeriano che visse la propria nigerianità a distanza, dall’esilio londinese.
Nato nel 1931 a Onitsha, nella Nigeria sud-orientale, Egonu si trasferì nel Regno Unito da adolescente e successivamente si iscrisse al Camberwell College of Arts and Crafts di Londra. Ma Londra non fu mai veramente casa. Rimase per tutta la vita un artista nigeriano che guardava il suo paese da lontano, con lo sguardo particolare di chi è abbastanza vicino per sentire il dolore, abbastanza lontano per non poterlo condividere fisicamente.
La devastante perdita di vite durante la guerra civile nigeriana (1967-70), quella guerra fratricida che portò alla morte di oltre un milione di persone, principalmente Igbo come lui, lasciò un’impressione profonda su Egonu. Benché tornasse in Nigeria solo brevemente nel 1977 per il festival culturale FESTAC, rimase profondamente investito nelle lotte della nazione indipendente emergente.

Nel suo lavoro, fondeva il figurativo e l’astratto, mescolando l’estetica del modernismo europeo, quello che respirava ogni giorno nelle strade di Londra, con la scultura tradizionale Igbo e l’arte murale uli che aveva conosciuto da bambino. Era una sintesi nata dalla distanza, dal bisogno di tenere insieme due mondi che la geografia aveva separato.
Egonu si interessò all’incisione, esplorando quella che descrisse come “la poesia delle linee”. Tuttavia, questo processo lo espose a fumi tossici e nel 1979 aveva perso gran parte della vista. Durante questo periodo, che descrisse come “dipingere nell’oscurità”, creò alcuni dei suoi dipinti più vibranti ed espressivi – la serie Stateless People (Persone senza stato). Davanti a questi dipinti del 1979, mi fermo a lungo. C’è qualcosa di profondamente simbolico in un artista esiliato che, perdendo progressivamente la vista, dipinge nell’oscurità opere intitolate ‘Persone senza stato’. È come se cecità ed esilio fossero due forme della stessa lontananza. È come se l’oscurità degli occhi e quella dell’esilio si fossero fuse in una visione interiore ancora più potente, ancora più necessaria.
Il critico d’arte Obiora Udechukwu, della Nsukka School, lo descrisse come “forse il miglior pittore africano”. Eppure Egonu, fino alla fine della sua vita, rifiutò ogni categorizzazione. Sebbene il suo lavoro fosse abbracciato dal British Black Art Movement più tardi nella sua carriera, continuò a rivendicare una posizione radicalmente indipendente: era un artista nigeriano che lavorava nella diaspora globale, non un “artista nero britannico”, non un “artista africano in Europa”. Era semplicemente se stesso, irriducibile a qualsiasi etichetta.
Uscendo dalla mostra, con gli occhi ancora pieni di colori, forme e storie, mi rendo conto che Nigerian Modernism non è solo una mostra d’arte. È una riscrittura della storia dell’arte moderna, un’affermazione che il modernismo non appartiene solo all’Europa ma è nato simultaneamente in molti luoghi del mondo, ciascuno con la propria voce.
Gli artisti nigeriani che ho incontrato oggi non stavano cercando di essere “moderni come gli europei”. Stavano cercando di essere pienamente se stessi in un mondo in trasformazione, di rivendicare il diritto di definire la propria identità culturale attraverso l’arte. E questa, forse, è la lezione più importante che porto a casa: il modernismo non è uno stile, è un atteggiamento.
È la capacità di guardare alle proprie radici e al proprio presente con occhi nuovi, di sintetizzare tradizione e innovazione senza paura, di creare linguaggi visuali che parlino della propria esperienza del mondo. Ben Enwonwu, Ladi Kwali, Uche Okeke, a Uzo Egonu hanno combattuto per affermare la propria voce, la loro creatività incrollabile, il loro rifiuto di essere definiti solo in opposizione all’arte europea.
E mi chiedo: quante altre storie del modernismo restano ancora da raccontare? Quanti altri centri creativi sono stati relegati ai margini della narrazione ufficiale?
Nigerian Modernism mi ha dato una risposta: tanti. Ma finalmente, qualcuno sta cominciando ad ascoltare.
Info pratiche per la visita
Nigerian Modernism
Tate Modern, Bankside, London SE1 9TG
Date: 8 ottobre 2025 – 10 maggio 2026
Orari:
? Lunedì-venerdì: 10:00-18:00
? Sabato-domenica: 10:00-21:00 (verificare sempre sul sito ufficiale eventuali variazioni)
Biglietti: Ingresso a pagamento con orario prestabilito. È consigliabile prenotare in anticipo. Riduzioni disponibili.
Come arrivare:
? Metro: Southwark (Northern Line) o Blackfriars (Circle e District Line)
? Autobus: numerose linee fermano nelle vicinanze
? Tutti gli ingressi della Tate Modern sono privi di barriere architettoniche
Accessibilità: La Tate Modern offre orari rilassati per visitatori con esigenze sensoriali, sale silenziose al livello 4, e paraorecchie disponibili ai banchi biglietti.
? Il ristorante al sesto piano, che durante la mostra offre un menu speciale ispirato alla cucina nigeriana creato dallo chef Aji Akokomi
Per maggiori informazioni: www.tate.org.uk
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Sono nata nella bassa padana nel 1963, ho vissuto e vivo ancora oggi a Roma, ma mi divido tra Madrid e il mondo con la scusa di seguire i tre figli emigrati. Mi trovo nell’ottavo ciclo settennale della mia esistenza, nelle vita precedente ho percorso una strada professionale tecnica, lavorando nel campo informatico e gestionale, senza però trascurare mai la grandissima passione per l’arte e la mia natura di artista.
Sono una lettrice compulsiva e viaggiatrice indefessa, amo la varietà delle culture del mondo, con un debole particolare per l’Asia.
Mi sono avvicinata con discrezione alla antica pittura monocromatica cinese “sumi-e”, i cui principi basilari di sobrietà, spontaneità e semplicità, ne fanno un luogo psichico dove si può vivere la propria essenza, dove e arte e vita si incontrano portando all’espressione pura e naturale del disegno.
L’esecuzione di ogni disegno parte dall’immagine mentale, passa per la osservazione della carta e si realizza nell’immediatezza del tratto secondo un ritmo cardiaco e respiratorio in equilibrio con il movimento: “il cuore, la mano e il respiro sono in perfetta armonia ”.
Un semplice, ma completo momento meditativo che permette l’espressione degli stati d’animo, l’affinamento della sensibilità finalizzati alla condivisione del mio lavoro artistico con la percezione altrui, meglio se insieme ad un bicchiere di vino rosso.
Oltre diversi progetti grafici realizzati negli anni, ho collaborato con la band Claudia McDowell & Revox, illustrando i brani del loro ultimo progetto musicale “Going Nowhere”, ho lavorato con la cantautrice Valentina Valeri e la sua Valentina Valeri & Band, realizzando le foto per la copertina dell’ultimo lavoro “Here I am”, e il progetto visuale di foto e disegno che segue nei live del gruppo. Curo come editor chief il sito di arte The Passenger Times e il progetto Music & Visions.









































