Fa molto freddo ad Aktau stamattina. Non va bene così, il freddo mi mal dispone, mi innervosisce. Il consueto, strisciante stato ansioso che mi tormenta sempre all’arrivo ed in partenza da un luogo sconosciuto, si amplifica. Sebbene circondato dai miei compagni di ventura, dai rappresentanti in Kazakistan dell’agenzia che ha organizzato il viaggio, dai due driver e dalla giovane guida kazaka dalla perfetta parlata inglese, mi sento solo in mezzo al nulla. Il meccanismo si deve mettere in moto, lo so. Troverò lentamente conforto nel concretizzarsi delle aspettative, nel rivelarsi di tutte le meraviglie, nel mantenimento delle promesse. Per ora, comunque, sto seduto sul sedile posteriore di questo enorme 4X4 a guardare, muto, una sconfinata distesa di tubi gialli e neri che traportano il gas e l’acqua. Nessun essere umano in vista. Cavalli e cammelli si aggirano tra piccoli agglomerati di edifici diroccati o in via di costruzione. Facile per me pensare ancora una volta a Bruce Chatwin quando si chiedeva: che ci faccio qui? Questo sarà un tour fotografico selvaggio, ricordo a me stesso. Campeggio estremo per cinque giorni direttamente nei luoghi di shooting. Solo così sarà possibile cogliere le meraviglie paesaggistiche dell’immensa distesa di roccia calcarea e sale che risponde al nome di Mangystau.

Il contatto diretto con la natura dunque, senza mediazioni, senza il confortante retropensiero che sia una cosa solo temporanea, che a breve, dopo lo shooting, si rientrerà a casa o in albergo e che si verrà riaccolti presto nel consesso umano. Stavolta non c’è tregua. Stavolta mi metto davvero alla prova.
In realtà è previsto un approccio graduale alla formula into the wild, attraverso una fermata di un giorno presso un campo di iurte, le grandi tende rivestite di tappeti di lana spessa, a forma di zuccotto (la mia passione per i dolci riaffiora in maniera incontenibile…), temporaneo rifugio stanziale nel moto perenne di molti popoli nomadi orientali. Dovrei sfruttare questo momento, penso, cogliendo al volo l’unica occasione che avremo di conoscere un po’ più a fondo queste genti, prima di immergerci nel meraviglioso nulla. È solo un pensiero fugace, però. Lo scarso tempo a disposizione, una barriera linguistica insormontabile e la mia abituale ritrosia nei confronti del contatto umano estemporaneo, mi impediranno di affrontare qualunque indagine sociologica, anche la più superficiale. D’altronde, quando si parte per un viaggio bisogna avere le idee chiare, sapere cosa si vuole vedere, quali esperienze si vogliono vivere, con chi o cosa ci si vuole confrontare, e io ho già deciso: il mio nume tutelare durante questi cinque giorni di avventura sarà Ansel Adams e non Claude Lévi-Strauss. Ora dunque, le mie priorità sono altre, una buona dormita, innanzitutto, prima dell’inizio dell’avventura al chiarore dell’alba di domani.
Ma in questo inizio di domani no c’è alcun chiarore. Il cielo resta buio a lungo perché carico di nuvole. Montiamo comunque in macchina ancora assonnati e scettici sulla possibilità di una buona riuscita dello shooting. Temiamo l’unico vero nemico del fotografo paesaggista: la pioggia. E la pioggia arriva, inesorabile, appena abbiamo raggiunto la posizione. Neanche il tempo di aprire il cavalletto e di montarvi sopra la fotocamera. È dunque tutto subito chiaro: l’immagine del primo landmark di questi luoghi, l’Airakty Valley (Valle dei Castelli), che evoca il profilo di torri, bastioni, mura di cinta e colonnati, rimarrà solo nel nostro sguardo e nella nostra mente, a gratificare certamente il turista, ma non il fotografo che è in noi.
Certo, sono deluso come lo sono gli altri, ma quel paesaggio, anche se avessi potuto ritrarlo al meglio, non sarebbe stato veramente mio. Tra tutte le mete che ci attendono, la mia è quella di domani. Lo so da quando ho ricevuto il depliant di Riccardo che illustrava il tour, anche senza vedere alcuna immagine sul web e senza ascoltarne alcuna descrizione da qualcuno che ci è già stato. Il semplice suono delle parole che lo descrivono è bastato per ammaliarmi ed attirarmi ad esso, come le Sirene per Ulisse: il Lago Salato di Tuzbair.

Tra quel luogo ed il fotografo che è in me ci sarà un rapporto intenso. Io lo lusingherò ritraendolo inginocchiato, accartocciato o sdraiato sulla sua superficie bianca e polverosa, come pure dalle alture circostanti con il potentissimo 800 ml catadriottico prestatomi dal mio amico Francesco, che autore fotografico lo è veramente; il lago mi ricompenserà regalandomi le fotografie che voglio fare, le mie fotografie, per le quali si potrà dire vedendole, brutte o belle che siano, queste foto le ha fatte Alberto. La riconoscibilità autoriale di una produzione del cuore e della mente. Il premio più ambito per la paziente fatica dell’artista, vero o presunto tale che sia. Quando, all’alba del mattino del secondo giorno di viaggio, mi ritrovo con i compagni di ventura sull’altura che domina il lago, sono emozionato e carico di aspettative. Con l’occhio nel mirino della fotocamera ammiro e ritraggo il multiforme spettacolo: il miraggio delle montagne blu all’orizzonte che si riflettono sulla superficie del lago resa iridescente da un sottile strato di acqua piovana residua;

il rincorrersi di onde di luce e lame di terra che intersecano le concrezioni saline;



l’andirivieni della spuma che adagia le frange di un tappeto di seta bianco sulla sabbia dorata.

Non so se questo è ciò che realmente ho di fronte a me, ma poco mi interessa. Questo è il mio paesaggio, come rimarrà impresso sul sensore della fotocamera dopo che l’immagine avrà compiuto il suo fulmineo viaggio dagli occhi al cuore, passando per il cervello. Il frutto di un processo di astrazione, che trasfigura in un attimo la realtà oggettiva per renderla invece, spero, più vera del reale. Al tramonto, vado via da questo luogo portandolo con me. Sgancio la fotocamera dal cavalletto, la metto nello zaino e mi avvolgo lo smisurato manto bianco scintillante intorno alle spalle. D’ora in poi sarà la mia coperta di Linus e nessuno potrà mai portarmela via.
Al ritorno al campo non faccio che aggirarmi con sempre maggiore curiosità e sconcerto intorno alla mia tenda igloo. Come si possa dormire in questi strani loculi di tela era, è e resterà per me un mistero. Un mistero doloroso. Si, dalle 23 alla 5 del mattino successivo ho recitato un silenzioso rosario di imprecazioni e maledizioni mentre mi avvoltolavo in un groviglio di materassini, cuscini gonfiabili, zaini, valige, sacchi a pelo, sacchi-lenzuolo vestiti sporchi, vestiti puliti, bottiglie d’acqua e oggetti vari, circondato dagli ululati di un vento impetuoso che mi sbatteva il telo della tenda contro il viso e cercando di ignorare le proteste della mia colonna vertebrale seviziata dalla micidiale accoppiata materassino-cuscino gonfiabile, che si rivelerà sempre più un perverso strumento di tortura. All’alba, esco a fatica dalla tenda in una nebulosa di incertezza, precarietà e dolore. L’imponente figura di Andrea si avvicina. Nella mano nasconde un piccolo, morbido cuscino imbottito, la soluzione per i miei dolori di schiena. Non l’ho sentito dire “òhi òhi” e la punta del suo indice non si è illuminata come una lampadina, ma improvvisamente e magicamente mi sento confortato, rasserenato e pronto a ricominciare l’avventura, come un bambino che ha conosciuto un nuovo amico.
Mentre ci dirigiamo verso la prossima meta, il Maestro Riccardo non sta più nella pelle. Ci stiamo avvicinando al paesaggio che ha suscitato la sua meraviglia quando è venuto qui la prima volta l’anno scorso. Quando ci arriviamo, il nostro autista Igor fa un ampio gesto con il braccio guardandosi intorno e dice compiaciuto: “Bozhira!”.

Condividiamo tutti lo stupore e la felicità di Riccardo nell’ammirare lo spettacolo che si apre davanti a noi. Lunghi silenzi intervallano le poche parole che ci scambiamo mentre ci muoviamo lentamente per individuare il nostro punto di ripresa ideale. Ognuno di noi è chiuso in una bolla di sottile inquietudine e vertigine inebriante, nella consapevolezza che fotografare questo luogo ci farà intraprendere un fulmineo viaggio dell’anima, dalla notte dei tempi al XXI secolo. Mentre inquadro il massiccio roccioso che domina la valle, il mio personale cortocircuito spazio-temporale mi proietta improvvisamente nella struttura d’acciaio di un hangar alla periferia di Milano. Sto contemplando I Sette Palazzi Celesti di Kiefer, la più potente rappresentazione artistica contemporanea dell’anelito dell’uomo al divino che abbia mai potuto ammirare.

Un battito di ciglia, e la macchina del tempo su cui sto viaggiando mi riporta a Bozhira, e attraverso il mio 300 mm rivedo le enormi ed ardite torri di cemento e piombo dell’artista tedesco: esistevano già, dunque, migliaia di anni prima che lui le concepisse e realizzasse; sono antiche, millenarie, fatte di calcare e sale e ora sono di fronte a me. Scorrono sullo schermo LCD della mia fotocamera le immagini con cui ho tentato di descrivere l’inizio e la fine del vertiginoso viaggio nel tempo. Quello che balza agli occhi non è tanto la solidità rocciosa di un passato che è diventato presente senza alcuna mutazione, ma l’assenza dell’uomo, inteso come figura umana e parte integrante del paesaggio.

Non è una novità, questa. Nelle mie foto le persone non ci sono mai, se non per caso o per distrazione, perché non so ritrarre emozioni e sentimenti attraverso l’immagine e l’espressione di un volto. Ma qui, a Bozhirà, sarebbe stato superfluo. Qui, solo apparentemente non c’è nessuno tranne noi sette. In realtà, è come se tutti gli esseri umani, passati, presenti e futuri, fossero seduti sul ciglio di quest’altura, mano nella mano, protagonisti e spettatori della storia del mondo. Far parte di questa enorme folla, di questa lunga storia, mi conforta: si, voglio più bene al mondo, dopo Bozhirà.
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright
Alberto Manno, è nato a Potenza e vive ormai da molti anni a Roma. Medico chirurgo, si occupa di medicina d’urgenza e pronto soccorso e lavora presso il DEA (Dipartimento Emergenza e Accettazione) di uno dei più grandi ospedali romani. Molte le passioni, i libri, l’arte e l’architettura contemporanea ma, soprattutto, la fotografia.









































