
Questa è l’unica immagine che correda questo articolo. Ho fatto centinaia di foto durante il viaggio appena concluso, ma tra il vortice di colori, suoni ed emozioni che questo paese regala, c’è qualcosa che nessuna galleria fotografica può restituire: il calore dell’accoglienza
che ti avvolge dal primo momento. È di questo che voglio parlarvi.
Quest’immagine apparentemente semplice delle foglie di banano intrecciate e fiori sparsi sul marciapiede di Jimbaran, cattura in realtà un universo intero di significati. È la manifestazione visibile di qualcosa di più profondo: un paese che non si limita a mostrarsi al viaggiatore, ma lo trasforma silenziosamente, un’offerta alla volta, un sorriso dopo l’altro, senza che tu te ne accorga finché non sei già cambiato.
Le canang sari, queste piccole offerte votive che ogni mattina compaiono ovunque, davanti alle case, sui gradini dei negozi, agli angoli delle strade, rappresentano forse la più profonda lezione che Bali offre a chi arriva dall’Occidente. Non sono reliquie museali, o performance per turisti, sono gesti vivi ripetuti con devozione da milioni di mani ogni giorno, spesso all’alba, quando la luce è ancora incerta e l’aria profuma di incenso.
Quello che colpisce è l’umiltà di questi gesti. Nessuna grandiosità, nessun tempio monumentale richiesto. Il divino abita il marciapiede, convive con l’asfalto screpolato, con le erbacce che spuntano tra le mattonelle, con i segni bianchi del tempo sulla pietra. Il sacro non ha bisogno di essere separato dal profano, lo attraversa, lo permea, lo benedice.
Per noi occidentali, abituati a compartimentare la vita, il lavoro qui, la spiritualità là, il tempo libero altrove, questa fluidità è quasi sconcertante. Qui una persona può preparare un’offerta, sistemarla davanti al suo warung, servire un cliente, e in tutto questo non c’è
contraddizione ma armonia.
Le offerte nella foto sono già mezze rovinate. Qualcuno ci è passato sopra, la pioggia le ha bagnate, il vento ha disperso i petali. E domani non ci saranno più, sostituite da altre fresche, che subiranno la stessa sorte.
Questo è il senso profondo dell’anitya, l’impermanenza che domina la filosofia balinese-induista. La bellezza non ha bisogno di durare per avere valore. Anzi, è proprio perché svanisce che diventa preziosa. Ogni offerta è un piccolo mandala, creato con cura sapendo che sarà distrutto, e proprio in questa accettazione risiede la pace.
Noi occidentali costruiamo per l’eternità, fotografiamo per congelare il momento, ci angosciamo per ciò che passa. Bali ti insegna che c’è una grazia superiore nel lasciar andare, nel ricreare ogni giorno lo stesso gesto con la stessa dedizione, sapendo che domani dovrai rifarlo.
Se chiedi a qualsiasi viaggiatore cosa ricorda di più dell’Indonesia, quasi certamente risponderà: i sorrisi, ché restano impressi e invitano ad essere restituiti. Non sono sorrisi vuoti o di circostanza, sono sorrisi che nascono da una filosofia di vita chiamata Tri Hita Karana, l’armonia tra l’uomo, la natura e il divino.
Le persone che incontrate a Jimbaran, nei villaggi, tra le risaie, nei mercati, possiedono una serenità che non deriva dall’assenza di problemi, l’Indonesia è un paese con le sue sfide economiche e sociali, ma da un radicamento spirituale che noi abbiamo in gran parte perduto. Non è ingenuità, è saggezza.
C’è una generosità spontanea che permea la cultura indonesiana, un’apertura verso lo straniero che non calcola, non misura, non chiede contropartite. È un’ospitalità che affonda le radici nella filosofia del gotong royong, lo spirito di mutuo aiuto comunitario, che si manifesta nei gesti più semplici. Non è folklore turistico, o strategia commerciale, è un codice sociale profondamente radicato dove l’accoglienza dell’altro è considerata un dovere morale, quasi sacro. L’Indonesia non tratta il visitatore come un ospite temporaneo, ma come qualcuno che, per il solo fatto di essere lì, merita rispetto, cura e condivisione.
Bali, e l’Indonesia intera, viene spesso ridotta a immagini patinate: risaie a terrazza, tramonti infuocati, spiagge da sogno. Tutto vero, tutto bellissimo. Ma l’Indonesia ti sorprende nei momenti più inaspettati, perché la vera magia è nella semplicità e nell’onestà di questi luoghi. È nel suono dei gamelan che risuona improvvisamente da un cortile durante una cerimonia, nell’odore complesso del nasi campur misto a incenso e benzina nelle strade di Denpasar, nel modo in cui la luce del tramonto filtra attraverso le fronde degli alberi e si posa sul movimento infinito di motorini, persone, carretti che offrono cibo da strada, sul chiacchiericcio infinito dei mercati dove donne vestite di colori impossibili vendono merci di ogni tipo.
È la magia di un tempio antico nascosto nella giungla, perfettamente curato e ancora pulsante di vita spirituale. Ho incontrato gruppi di interi villaggi giunti fin lì per portare offerte propiziatorie, composizioni elaborate di fiori, frutta, riso e incenso, vere opere d’arte che a prima vista sembrano semplice decorazione. Ma presto si comprende che non sono folklore per turisti, sono fede autentica, gesti quotidiani di devozione che si ripetono identici da secoli, con la stessa cura meticolosa, la stessa serietà rituale. Quelle canang sari deposte ovunque, dall’altare del tempio al marciapiede del warung, sono preghiere tridimensionali, dialoghi continui con il divino che attraversano ogni momento della giornata balinese.
Viaggiare in Indonesia, e specialmente a Bali, diventa inevitabilmente uno specchio. Ti mostra cosa hai perso nella corsa della modernità occidentale: il senso di comunità, il radicamento spirituale, il ritmo naturale delle cose, la capacità di stupirsi, la generosità gratuita.
Ma non bisogna dimenticare che l’Indonesia è un paese reale, con contraddizioni, ingiustizie, problemi ambientali crescenti, tensioni tra tradizione e modernizzazione, ma questo rende ancora più preziosi quei gesti autentici, quelle offerte che ogni mattina appaiono sui marciapiedi, nonostante tutto. Sono un atto di resistenza gentile, un’affermazione che non tutto deve essere veloce, efficiente. Che c’è spazio per la bellezza gratuita, per il dono senza ritorno, per il sacro nel quotidiano.
A casa ho riportato pochi souvenir, invece ho con me quella sottile trasformazione che avviene dentro, quasi senza accorgersene. Si torna a casa e per qualche tempo porti con te un po’ di quella pace. Sorridi più facilmente. Ti fermi ad osservare un fiore. Sei meno precipitoso, meno ansioso.
Poi, inevitabilmente, la vita occidentale ti riassorbe. Ma qualcosa resta, una piccola crepa nella corazza dell’efficienza, un dubbio salutare che forse il nostro modo non sia l’unico possibile, forse nemmeno il migliore.
Guardo questa foto e ricordo il mattino in cui l’ho scattata. Mi piace pensare che una donna anziana, con il sarong tradizionale, ha sistemato queste offerte con gesti lenti, precisi, carichi di significato, assorta nella sua devozione. La immagino allontanarsi dopo pochi minuti e la vita normale è ripresa: motorini, venditori, turisti, cani randagi.
Ma per un momento, in quel marciapiede anonimo di Jimbaran, si era aperta una finestra sull’infinito.
L’Indonesia non offre risposte facili, offre domande profonde, sussurrate tra il profumo dell’incenso e il rumore del mare. E se sei disposto ad ascoltare, ti lascia cambiato. Non necessariamente più felice, ma certamente più consapevole che esistono altri modi di abitare il mondo, altre forme di saggezza, altre vie verso ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Queste piccole offerte sul marciapiede sono, alla fine, un invito: a rallentare, a guardare, a riconoscere il sacro nascosto nel quotidiano. Un invito che, nel caos della nostra esistenza frenetica, potremmo fare bene ad accettare.
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Sono nata nella bassa padana nel 1963, ho vissuto e vivo ancora oggi a Roma, ma mi divido tra Madrid e il mondo con la scusa di seguire i tre figli emigrati. Mi trovo nell’ottavo ciclo settennale della mia esistenza, nelle vita precedente ho percorso una strada professionale tecnica, lavorando nel campo informatico e gestionale, senza però trascurare mai la grandissima passione per l’arte e la mia natura di artista.
Sono una lettrice compulsiva e viaggiatrice indefessa, amo la varietà delle culture del mondo, con un debole particolare per l’Asia.
Mi sono avvicinata con discrezione alla antica pittura monocromatica cinese “sumi-e”, i cui principi basilari di sobrietà, spontaneità e semplicità, ne fanno un luogo psichico dove si può vivere la propria essenza, dove e arte e vita si incontrano portando all’espressione pura e naturale del disegno.
L’esecuzione di ogni disegno parte dall’immagine mentale, passa per la osservazione della carta e si realizza nell’immediatezza del tratto secondo un ritmo cardiaco e respiratorio in equilibrio con il movimento: “il cuore, la mano e il respiro sono in perfetta armonia ”.
Un semplice, ma completo momento meditativo che permette l’espressione degli stati d’animo, l’affinamento della sensibilità finalizzati alla condivisione del mio lavoro artistico con la percezione altrui, meglio se insieme ad un bicchiere di vino rosso.
Oltre diversi progetti grafici realizzati negli anni, ho collaborato con la band Claudia McDowell & Revox, illustrando i brani del loro ultimo progetto musicale “Going Nowhere”, ho lavorato con la cantautrice Valentina Valeri e la sua Valentina Valeri & Band, realizzando le foto per la copertina dell’ultimo lavoro “Here I am”, e il progetto visuale di foto e disegno che segue nei live del gruppo. Curo come editor chief il sito di arte The Passenger Times e il progetto Music & Visions.









































