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Roma. Via Trionfale, ore 6:22 di un solito venerdì.
A quest’ora la timida luce candida e dorata del primo sole penetra dalle vetrate che circondano il mercato dei fiori di via Trionfale regalando uno spettacolo celestiale. Per quei pochi minuti che l’angolazione del sole permette alla luce di entrare il tempo sembra come fermarsi: gli sguardi affranti e stremati dalla nottata si distendono, le voci sembrano di colpo assumere un tono conventuale, i movimenti frenetici di soldi e fiori sembrano per un momento rallentare fino all’inverosimile.
Il mercato dei fiori è un posto magico. È talmente magico che sono convinto in fondo rappresenti la realtà.
I venditori di fiori, al sorgere del sole, hanno già finito una giornata di lavoro e sono quasi pronti per ripartire. La maggior parte di loro sono uomini. Alcuni di loro – quelli che attirano di più la mia attenzione –  hanno un aspetto mascolino, un po’ rude ai limiti a volte del selvaggio che contrasta però con un’intima delicatezza ed una spontanea gentilezza. Si riesce a scoprire questa genuina qualità solo oltrepassando il limite di quegli occhi duri e spesso dolcemente caparbi. Li caratterizza poi un’educazione non formalmente borghese quanto più profondamente primordiale, direi violenta, che non riesce a non vedere l’essere nell’uomo. Lì non esiste tolleranza.
Al mercato non ci si sente mai privi di un solare buongiorno e di uno speranzoso arrivederci.
Del mercato ti puoi fidare.
Mani – o meglio mano – rovinate ma robuste maneggiano graziosi fiori con la delicatezza di un neonato che pian piano scopre il prossimo e cerca un contatto timoroso e meravigliato – cito: “A signo’, so’ fiori mica so’ prosciutti!

Astromelie, lisianthus, lilium…sono alcuni nomi dei fiori più venduti. L’incessante scorrere di parole nel più stretto dialetto di una borgata romana o nel vorticoso accento di un rione napoletano intramezzate da nomi di fiori pronunciati con sì tanto scrupolo fa credere per qualche istante di essere o in un giardino botanico o in una sala accademica, contribuendo, ancora di più, ad alimentare quel tanto di metafisico che Le Marché aux fleurs di Prati incoscientemente possiede.
Tutto quel flusso di umana materialità – intrinsecamente di stampo marxista – verrà messo a servizio, per la maggior parte, delle basiliche romane, delle chiese di quartiere o di paese e dei camposanti. L’umano a servizio dell’ultraterreno, la morte che si fa vita.
Le decine di suore – immancabilmente chiamate sorelle – che frequentano il mercato alla ricerca del miglior modo di abbellire il convento, passivamente e senza pretese subiscono l’amorevole rispetto di una vecchia insegnante o di una dolce e saggia nonnina.
Di colpo mi giro e mi si mostra un quadro terreno e miracoloso – essendo io figlio del mio tempo –  allo stesso tempo. Una cliente con un vestito leggermente più corto del solito – di sicuro per quel posto –  esibisce, timida ma fiera, i resti di una gioventù evidentemente generosa, una vera e propria, seppur matura, Venere italica. Gambe affusolate che terminano in piedi ben curati ma visibilmente affaticati, un fondoschiena maturo ma con la tenera pretesa di mostrare ancora il suo lato più giovanile, schiena diritta e saggia, spronata ad essere gagliarda e leggermente scoperta dal lato sinistro, capelli biondi e sempre mossi. Dietro di lei decine di uomini diciamo incuriositi. La situazione che in ambienti più compromessi e avari, considerati più “alti”, avrebbe suscitato una scellerata ovazione in clima da stadio, al mercato dei fiori si trasforma in una timida e sentimentale reazione da branco liceale. Succede così che la donna, intenta a farsi osservare, gratifica il suo io, in fondo forse represso, senza sentirsi deturpata però della propria dignità. Nel pieno rispetto di carne e spirito viene apprezzata, desiderata, magari raggiunta ma mai vilmente comprata.
In quel posto che oserei definire un Purgatorio – non nel senso dantesco di stato di mezzo ma come realtà attuale dove regnano fragilità e speranza – trovo la mia religione. Passati quei pannelli di plastica, tra grida, sigarette, sorrisi, briscole, scurrilità sento la mia Chiesa. Una Chiesa intesa comunità fatta di uomini, come uomo era Cristo, animati da flatus humanitatis.

Nulla si sa, tutto si immagina recitava Fellini. Questa mia folle visione è la giusta piccola dose di sogno che mi sprona giornalmente ad essere migliore.
Come il Cosimo di Calvino trovo in quel posto il mio albero, il mio esistere e il mio resistere. Il mercato dei fiori è emblema di tutti quei luoghi che restano baluardi di umanità proprio come gli alberi del barone di Ombrosa. Forse tutto questo è fuori dal tempo e dallo spazio, forse il mercato dei fiori, così come l’ho descritto, è solo un posto remoto di una ingenua immaginazione. Ma non è la realtà il posto dove si annidano emozioni fantastiche e sensazioni irreali? Non è il presente quel luogo che, ereditando il passato, volge verso un futuro sempre incerto? Non è forse la realtà la più grande celebrazione della fantasia?