Giovanni è un operaio, uno di quelli fortunati però, lavora in un luogo dove gli operai sono ben pagati e tutelati.
Giovanni è un bell’uomo di origine messinese, un siciliano biondo con gli occhi grigi; uno di quelli che mi piacciono tanto, direi un bell’ombroso, nella sua vita ha molto amato, tre donne e sei figli.
Giovanni lavora in una stamperia, pochi contatti con l’esterno per il lavoro in sé, ma poi ognuno, terminato di lavorare torna alla sua vita, e la rete relazionale si estende creando ragnatele impensabili.
Del resto quante volte ci è capitato di stupirci perché coso conosceva cosa che tu conosci dai tempi dell’università, da questo punto di vista il mondo è una sputazzata diceva mia nonna, anche se adesso immaginare una sputazzata ci riporta subito a goccioline, saliva, inspiro virus, oddio il male invisibile!
20 giorni fa uno dei colleghi di Giovanni risulta malato ovvero positivo al covid19, ricoverato; è relativamente giovane, come Giovanni e come me è in quell’età limbo dove ancora ricordi bene l’energia degli anni precedenti e hai la netta percezione che il tempo passa con o senza di te, di alzarti ti riesce uguale, ma ogni volta ci vuole un cincinino di più; la testa però va a mille, forse a consolarti del fatto che nuove risorse arrivano e altre ti abbandonano.
Giovanni è solo, vive alla porta accanto, fuma sigarette infinite sul terrazzo, ha un’aria triste, non chiedo, capisco che è meglio lasciare stare; siamo vicini, ma tra i vicini non c’è più il contatto di prima spesso sono estranei, adesso più che altro dei vicini ci si lamenta, come se vivere in un condominio non richiedesse pazienza reciproca e comprensione, (questo mi riporta a un’altra storia, la storia di una che si diceva tanto amante degli essere umani purché non vivessero nel suo palazzo) poi una mattina mentre stracuravo le mie piante sbotta in uno sfogo come se ci conoscessimo da sempre: “Sono a casa da 11 giorni, adesso sono in preda a un’angoscia che non capisco, non mi manca nulla, Glovo ha risolto per me… – poi si adombra – no non è vero che non mi manca nulla, mi mancano i miei bambini e adesso ho anche paura di averli infettati, io in quarantena, la mamma in quarantena e loro che non capiscono cosa succede. Il più grande – otto anni – ha tanti problemi relazionali e ogni giorno aveva psicomotricità; adesso ci vediamo in video e non capisce perché non ci vado, la sua routine si è interrotta è molto agitato, stringe forte forte il fratello piccolo al punto da fargli male. Non ho più neanche voglia di annaffiare le piante… guarda che schifo!”
Gli sorrido: “Se vuoi alle tue piante ci penso io”
Giovanni sorride: “Ancora poco e finisce questa quarantena, non mi hanno fatto il test, dici che sarà sicuro andare a trovarli, ovviamente dopo la quarantena di Isabella? Che avendomi incontrato è in quarantena anche lei.”
E adesso cosa rispondo? “Giovanni cosa sia sicuro io non l’ho mai saputo prima, adesso men che meno, ma tu stai bene, non hai sintomi, ‘mbè credi a questo, non c’è molto altro da fare.”
Questo virus non sta solo mangiando avidamente i polmoni delle persone, sta mangiando gli affetti, ma ci sta anche riavvicinando, ci porta a raccontarci di nuovo con meno diffidenza; perché sì avremo anche tutti paura, ma questa paura ci sta unendo, ci fa sentire – paradossalmente tutti uguali – e anche se a volte i nostri nervi saltano e ci danno fastidio i comportamenti altrui, le relazioni vivono di una nuova confidenza, una confidenza che serve a scaldare il cuore.
Oggi Giovanni esce, Isabella anche ha concluso la quarantena, sono una coppia separata, ma finchè c’è questa situazione hanno deciso di vivere assieme, dicono per i bambini, ma penso che invece sia perché c’è bisogno di stare vicini, anche per i bambini; forse potrebbe rinascere la loro storia adesso, su nuove basi, sulla consapevolezza che questa separazione fisica ha fatto “male” a tutti.
Forse no, ma mi piace tanto pensarlo.
Buon.
Buon.
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina: Renato Guttuso, Balcone a Velate, al tramonto, 1967. Olio su tela cm. 190×270 (due elementi di cm. 190×135 ognuno)
Io sono nessuna e anche centomila. Ho lavorato con Merini, danzato con la figlia indiana di Rossellini, ho visto morire Giorgiana a sedici anni. Che ne so, mi accorgo che ho fatto miriadi di cose.
Mi hanno chiamata Silvia, io mi sono chiamata Cazzandra, per tanti motivi, ma quello più importante è che sono nata “popo cazzara” e ridere mi salva la vita tutte le volte, se rido con altri me la salva anche di più.









































