Il Concertone si, perché di concertone in Italia ce n’è o ce ne era uno solo: il concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma.
Il concerto dei concerti. Il concerto delle emozioni. Il concerto dei lavoratori. Il concerto della speranza.
L’altra sera mentre la televisione trasmetteva il concerto ho provato, come tutti gli anni del resto, un intimo brivido. Beatrice mi ha chiesto di raccontarlo.
Iniziai a frequentare il concertone nei primi anni del liceo insieme ad una bella combriccola di amici.
Se chiudo gli occhi e torno a quei giorni mi viene la pelle d’oca e a stento riesco a trattenere le emozioni. Emozioni ancora di ragazzo, di un ragazzo che in quel concerto vedeva uno dei rari momenti di totale libertà ma soprattutto che vedeva in quel pomeriggio di ruggente musica e sana follia la sua Woodstock.
Ci si radunava alla stazione del treno. Dopo circa un’ora si arrivava alla stazione di scalo per noi della provincia. Si correva sotto nella metro A. Già li si cominciava a respirare un clima di giovanile e sacra rivolta. Fermata San Giovanni. Correndo verso scale con le quali si emergeva sulla strada si cominciava a sentire la ressa, la musica, la vita. Di corsa verso gli archi delle Mura Aureliane (ora so come si chiamano, all’epoca pensavo solo al rock e alla rivoluzione). Passata la Porta di San Giovanni eccolo li: il Concertone.
Il programma ogni anno era il paradiso degli artisti che ci rappresentavano: Elio e le storie tese (personalmente non li ho mai amati, ma Dio santo che razza di talenti), Bandabardò, Modena City Ramblers con la loro immancabile versione di Bella Ciao, Enzo Avitabile, Afterhours, Sud Sound System, Piero Pelù e tantissimi altri.
Un ricordo che non riesco davvero a cancellare dal cuore: ero adolescente e mi ricordo una piazza notturna e un Caparezza che, esaltato e stravagante, stava facendo ballare tutta la piazza. Quell’anno eravamo migliaia e migliaia (sono andato a ricontrollare e la stampa disse 500.000). Tocca alla famosissima Vengo dalla Luna e la piazza comincia a saltare all’unisono tutta in uno spirito vitale, quasi demoniaco, sicuramente metafisico. Tutti con le braccia verso il cielo come a cercare di afferrare la Luna tra le mani. Faccio una pausa di qualche secondo da quella danza sfrenata (la mia pigrizia mi ha sempre caratterizzato e contraddistinto). La terra si muoveva, tutto sotto i piedi tremava. Ricordo ancora il clima tiepido e gentile di quella notte e ricordo quella sensazione di dolce e pauroso stupore. Il Concertone per tutti noi era come uno zio. Un uomo gentile che ti accoglieva nel suo giardino. Li noi adolescenti eravamo liberi di bere qualche birra, di fumare quelle sigarette che ti facevano sentire grande (un simpatico cartello che ogni anno in qualche modo spuntava fuori recitava: “QUI FUMO”, con una freccia verso il basso) e di conoscere ragazze; spesso i più audaci si lanciavano in tanto rapide quanto vorticose effusioni d’amore con ragazze perse prima ancora d’averle conosciute. Tutti al sicuro sotto lo sguardo quasi paterno del Concertone.
Pian piano questo amore ha perso forza ed attraversare quella gigante porta biancastra non ha avuto più quella funzione magica di stargate. È qualche anno che ho smesso di frequentare il Concertone. Ricordo benissimo la sensazione di tristezza e rammarico di quando ho cominciato a percepire che il tanto atteso concerto del primo maggio stava cambiando volto e stava perdendo quel fascino corsaro.
Sono anni che quel palco sembra ospitare non più un messaggio, non più un emozione, non più il Concertone ma soltanto un concerto.
All’Italia bastava già il Festival di Sanremo per capire le tendenze musicali delle etichette e del mercato discografico. Non serviva trasformare il Concertone in una versione sinistroide e radical chic del Festival che vede, esibizione dopo esibizione, solo un fluire di ardenti scalatori di successo. Oltretutto spesso mostrando la faccia più brutta della musica: una musica fatta di arrivo e non di viaggio, di voci rauche e che, strillando, annoiano senza neanche riuscire a dare un senso alle parole. Stonature “con vista panoramica” che fanno riflettere. Si riflettere. Sapete quanto è duro il percorso di formazione e di selezione di un musicista professionista che tenta tutti i giorni di tirare avanti guadagnando i suoi buoni cinquanta euro nel club? Sapete quanti sbagli vengono perdonati a un ragazzo che dopo magari mesi di studio si presenta ad un provino? Nessuno.
Poi per fortuna poi ci sono sempre i grandi artisti come Tosca, Britti, Zucchero e altri che continuano ad alimentare il sogno.
L’edizione di questo anno per ovvi motivi è stata “giocata a porte chiuse”. Credo che la perdita più grande non sia stato il pubblico ma il popolo. Proprio così. I migliaia di piedi che calpestavano l’erba di Piazza San Giovanni erano i piedi del popolo, magma ormonale costituito di tante “micro etnie”: dal “tipo di Prati” col casco in mano ed il maglioncino sulle spalle al “pischello de borgata” che magari poteva approfittare solo di quell’occasione per fruire di un concerto durante tutto l’anno. Il Concertone non ha pubblico.
Il Concertone è popolo.
Al concertone sventolavano fiere bandiere rosse e arcobaleno, spesso nel più totale stato poetico dell’incoscienza, ma talune volte già sorrette con braccia formate dai sinceri ideali di fraternità e comunismo (come comunione) ispirati da Karl Marx e Gesù Cristo. Il Concertone non era così odiosamente moderato e politically correct. Giovani e meno giovani si sentivano per un pomeriggio in spirito comunione. Qualcuno comunista. Non di sinistra. Quel senso di adolescenziale totalitarismo sentimentale e politico univa una piazza eterogenea. Lì trovai il senso più alto della democrazia.
Personalmente ho ed avrò bisogno di credere, anche quando non potrò più neanche pensare di frequentare la piazza, che il Concertone sia ancora lì. Che sia nel cuore dei romani e dei ragazzi di provincia che a affrontando il caldo, la pioggia, non di rado le forze dell’ordine e spesso le famiglie forse troppo apprensive si radunavano in quella piazza tra sacro e profano, vecchio e nuovo.
Di concerti ne è pieno il mondo. Ridateci il Concertone.

Eugenio Renzetti, classe 1992, musicista per lavoro, lettore per necessità e scrittore (timoroso) per passione. Quando suono cerco di “mettermi” nella musica e quando scrivo cerco di “mettermi” nel testo. Il resto della mia storia non è importante, ma per chi vuole cercarla può leggerla tra le righe, le mie.









































