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La recente scomparsa di Robert Frank, grande autore della fotografia mondiale e retorica equivalente, riporta a galla uno dei temi non sempre sufficientemente compreso da chi fa fotografia per diletto proprio.

Leggo un ingenuo commento che definisce Robert Frank un grande della street photography; in un altro tempo, luogo e cultura avrei fatto seppuku, addossandomi il fallimento educativo associabile  a tale definizione.

L’equivoco più resistente che mai è proprio questo: quella denominazione alquanto generica che indica scatti eseguiti per strada, facendone un genere. Fotografare chi, cosa, perché? Ritrarre persone che camminano, edifici e arredo urbano, cogliere situazioni divertenti o interessanti, fare reportage di avvenimenti? Proviamo a fare chiarezza: la street photography, di fatto, non esiste.

È molto semplice: o siamo attratti dalle caratteristiche di un luogo, per l’architettura che lo definisce, l’armonia o disarmonia degli spazi, il pregio o sfregio urbanistico concertato da chi l’ha realizzato, insomma quell’insieme di elementi che cogliamo con lo sguardo e ci suggeriscono di portarne memoria per semplice gradimento, come creare una raccolta di immagini da conservare e riguardare a piacere. Perché ci ricordano momenti di vita, persone, relazioni umane, quello che contribuisce a creare una storia; la nostra storia personale o la storia della nostra città. Oppure siamo interessati a realizzare un portfolio, per dimostrare una tesi che può essere la valorizzazione di quel luogo oppure denunciarne l’abbandono.

Altro ancora è registrare visivamente testimonianze di fatti e accadimenti, o cogliere semplici godibili momenti di vita cittadina, tali da connotare un’epoca, un fare storia per immagini da regalare al mondo di oggi e quello di domani. Ho solo proposto qualche esempio.

Robert Frank, invece, ha sgomberato il campo dai paradigmi del momento decisivo e del punctum barthesiano; lo dico per compiacere il linguaggio comune. È preferibile entrare nel profondo di una fotografia dalla sintassi irrituale atta a rappresentare le contraddizioni della società americana, nel passaggio dall’icona della società del benessere al banale quotidiano ripreso nella sua disarmante prosaicità. Vedo insita nella sua opera la volontà di decostruire, demitizzare le scene riprese: non si distrugge un’icona per crearne un’altra. In “Les Americains” mi sembra evidente.

A titolo di suggerimento credo sia salutare mettere in discussione le nostre convinzioni radicate, in buona fede, nell’entusiasmo creativo che ci accompagna quando eseguiamo uno scatto: non basta un orizzonte inclinato per sentirci emuli di Robert Frank; occorre prima interrogarsi a fondo su ciò che si vuole comunicare; avere un’idea dei fondamenti del linguaggio fotografico e applicarli senza adeguata competenza non aiuterà.

Come esiste una pragmatica del linguaggio, materia multidisciplinare che studia congegni e ingranaggi della comunicazione, fra cui l’interazione tra parole e parlanti, allo stesso modo c’è una pragmatica della fotografia, che ricalca il medesimo sistema di relazioni, interazioni, cortocircuiti, bizzarrie e anomalie che se ben padroneggiato può dar luogo a risultati degni di nota.


Le immagini di questa galleria sono tratte da The Americans, © Robert Frank.

Foto copertina © Lee Friedlander