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La luna fa sognare, ispira artisti, scienziati e filosofi e stimola l’immaginario collettivo da sempre.  C’è qualcosa di arcano, di ineffabile in quella sua luce diafana che a malapena riesce a sconfiggere il buio della notte e non c’è da meravigliarsi se ha sempre suscitato curiosità e meraviglia offrendo uno spunto inesauribile ai miti tramandati sulla sua origine in ogni angolo del mondo.

In uno di questi angoli, nella Terra di Arnhem, nell’Australia nordorientale, durante il Tempo dei Sogni* gli antenati sognavano, e dai loro sogni nasceva tutto quello che popola la terra. In questo tempo di portenti, ogni creazione aveva in sé il potere di trasformarsi poi in qualsiasi altra cosa e così una mimosa poteva cambiarsi in una ninfea d’acqua, l’emu poteva diventare un airone e un deserto poteva prendere la forma di un uomo o di una donna. E tutto era prodotto dai sogni.

Man mano che il mondo prendeva la sua forma, gli antenati si fusero con la terra, col cielo, con le nuvole e nelle creature infondendo in ciascuna creazione il seme della sua magia e del suo potere sacro così che il sogno che l’aveva creata potesse rimanervi custodito per tutta l’eternità.

Un giorno lontanissimo, due sorelle arrivarono a un fiume che non conoscevano e, prese dalla curiosità, si tuffarono dentro e nuotarono fino a raggiungere un’isoletta. Arrivate su una roccia della riva, si guardarono intorno e scoprirono di trovarsi in un bellissimo angolo erboso, ricco di alberi e in prossimità di un billabong** dove l’acqua tranquilla, appena increspata dalla brezza, rifletteva tutto lo splendore della giornata di sole e le conferiva riflessi di madreperla.

“Che bello qui!”, disse la prima sorella, “Magari potremmo  fermarci  qui per sempre”. “E come potremmo sopravvivere?” domandò la seconda sorella, più pratica e meno sognatrice.

“Ma guardati intorno: l’acqua è dolce e pulita, ci sono bacche, frutti e piante dalle radici gustose, nei ciuffi d’erba si nascondono iguani e conigli e poi nel billabong ci saranno ranocchi e pesci a volontà. E poi qui nessuno ci verrebbe a dire che cosa fare ogni cinque minuti. Dài, su, restiamo!”

Come finì di parlare, un improvviso guizzo nell’acqua fece voltare le due ragazze: la schiena di un grosso pesce si intravedeva chiaramente appena sotto la superficie, ma dopo qualche istante scivolò via inabissandosi e lasciando solo cerchi di ondine che si susseguivano allargandosi sempre più fino a sparire sfiorando la riva opposta.

Veloci, le ragazze prepararono una lancia appuntita con un ramo di eucalipto e con grande destrezza riuscirono a fiondare il pesce e a tirarlo in secco. Era grosso, ben pasciuto, con le scaglie di un colore che dal bianco del ventre diventavano sempre più argentee verso la pinna dorsale. La luce del tardo pomeriggio giocava su quella superficie ancora bagnata che ora pareva formata di schegge di opale.

Le sorelle si misero allora di buona lena ad allestire un fuoco di erba secca e di fuscelli aromatici per potervi arrostire la loro preda. Sarebbe stato un banchetto con tutto quel ben di dio. Ma non appena si voltarono per prendere il pesce e metterlo sulle braci ardenti, si accorsero che questo si era mosso e ora si trovava non solo a una buona distanza da loro ma si era già arrampicato oltre i primi rami di un grosso albero. Le sorelle cercarono di raggiungerlo, prima sbracciandosi e poi cercando di arrampicarsi anche loro, ma riiuscirono solo a graffiarsi e a sbucciarsi mani e ginocchia sulla corteccia ruvida.

Il pesce intanto continuava a salire, e mentre saliva si gonfiava diventando sempre più rotondo, sempre più argenteo. Non pareva neppure che toccasse più la superficie dell’albero da tanto che si muoveva come se stesse galleggiando, finché raggiunse la cima dell’albero che si perdeva nel cielo ormai nero come l’inchiostro. Ma il pesce non si fermò lì: continuò a salire, fluttuando lentamente verso le stelle che cominciavano ad ammiccare; la sua forma era ormai diventata perfettamente circolare e radiava una luminosità tutta sua, soffice e fredda.

Per ore le sorelle continuarono a guardarlo mentre la sua forma si muoveva lentamente attraverso la volta del cielo fino a sparire dietro l’orizzonte lontano ai primi bagliori dell’alba. La notte successiva non vedevano l’ora di scoprire se il pesce sarebbe tornato e, proprio quando il sole stava quasi per nascondersi dietro la collina lasciandosi dietro bagliori di fuoco, ecco che a oriente il pesce riapparve e cominciò a salire di nuovo verso il cielo. Ma non era rotondo come la notte prima: parte di lui sembrava più appiattita da un lato.

Notte dopo notte le sorelle scrutavano il cielo aspettando che il pesce si facesse vedere e ogni notte notavano che la sua forma diventava nel frattempo sempre più sottile, sempre più arcuata, quasi come l’estremità di un’unghia, fino a che alla fine sparì del tutto. E per alcune notti fu buio completo, eccetto per l’ammiccare delle stelle, ma poi, con loro somma sorpresa, ecco che il pesce apparve di nuovo, dapprima appena una fettina di luce e poi, nei giorni successivi, sempre più rotondo come la prima volta. E così si ripete da allora: il pesce-luna da quella volta compie il suo viaggio ogni notte, e ogni mese lascia il cielo vuoto di sé per qualche giorno.

Anche cinquant’anni fa, come nel Tempo dei Sogni, l’impresa dell’Apollo 11 si è evoluta da un sogno, il sogno di scienziati, uomini e donne, che non hanno rinunciato a credere che si potevano superare i confini terrestri per farci entrare, coi tre astronauti, in una dimensione finora mitica, irreale, regno della fantasia e delle leggende.  Chissà se in futuro altre imprese, altri eventi in cui il coraggio di credere farà compiere miracoli, risveglieranno la coscienza collettiva restituendole gli strumenti per creare, tutti insieme, un mondo migliore.

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one.

(“Imagine”, John Lennon)

*Il Tempo dei Sogni (Dreamtime) nella tradizione degli Aborigeni australiani è il tempo prima del tempo, la fonte di tutto il creato e dei suoi simboli

**’billabong’ è un termine aborigeno per indicare una pozza d’acqua o un’ansa isolata di un corso d’acqua avventizio formato dalle piogge stagionali e destinato a seccarsi pian piano

 

 


Foto copertina: Pittura rupestre della leggenda della luna – Australia