Di questi tempi, quando fare uso dell’ascensore in compagnia dei condomini può creare imbarazzo, ti senti sollevato sapendo di avere a disposizione due impianti in servizio attivo.
Ieri pomeriggio, al ritorno da una passeggiata con Dharma, attendo l’arrivo dell’ascensore. Mi raggiunge una gentile abitante del mio palazzo e mi chiede se può salire con me o è meglio adoperi l’altra cabina.
Sorrido sotto alla sciarpa che copre naso e bocca e le faccio cenno di salire.
Nel lungo tragitto di ben tre piani, scambiamo qualche battuta sulle vicende estreme che affliggono la popolazione – il meteo è declassato ad argomento obsoleto – e io contribuisco raccontando che uno dei miei figli e la compagna lavorano da casa e sì, vi faccio contenti, praticano lo smart working (Dio benedica chi l’ha inventato), mentre figlio giovane, video maker ed editor per la televisione lavora in redazione senza grande distanziamento sociale.
La cortese condomina ribatte che lei e il marito trattano per lavoro con gli ospedali e non certo da casa.
Parte un ricordo d’infanzia. Dieci anni, in viaggio verso Bormio, Valtellina, per le vacanze estive.
Passando da Sondalo, lo zio mi indica un ampio comprensorio ospedaliero a ridosso della montagna, spiegandomi che si tratta di un sanatorio costruito per ospitare i malati di tubercolosi.
All’epoca dell’edificazione di questo complesso ospedaliero, avvenuta negli anni trenta, si credeva che l’aria di montagna e l’ambiente salubre favorissero la guarigione dei pazienti, prima dell’avvento dei moderni antibiotici.
E se Covid-19, virus, non batterio, fosse indebolito da una condotta di vita all’aria aperta? Cosa dice la scienza al riguardo? Gli scienziati che studiano il suo comportamento hanno pensato a questa possibilità?
Naturalmente il mio è un vagheggiare da persona comune che non ha a che fare con la ricerca sulle malattie infettive; però l’idea di tenere lontano il morbo – che ci considera animali al pari di un pipistrello – semplicemente prendendo qualche buona boccata d’aria fresca, mi solletica, e già immagino uno sciame di individui passeggiare in modo disciplinato nei boschi, rispettosi verso se stessi, gli altri e la natura amica, ciascuno alla distanza di un metro e mezzo, come prescritto dal decreto governativo.
Un sogno a occhi aperti che continua dopo essere entrata in casa, aperto il rubinetto dell’acqua e insaponato le mani. L’onda anomala del male invisibile si allontana in dissolvenza.
Rita Manganello è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale e si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi.
Rita Manganello was born in Milan and has been passionate about photography and cinema for as long as she can remember. After completing classical studies and attending Journalism School, she worked in leading multinational companies in the fields of communication and human resources. Over time, she developed a professional profile that allows her today to maintain a keen and contemporary outlook. Now at the end of her career, she has returned to the passions of her earlier years—photography, cinema, art, and literature. She alternates between photographic exploration and editorial work, and also engages in image analysis for fellow photographers.









































