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Spesso mi trovo a camminare tra i saloni nel mio luogo di lavoro, la sala degli Eroi, la sala delle Nuvole, lo scalone d’onore, il dipinto di Giacomo Balla, i busti di Baracca…Guidoni…Douhet…Italo Balbo…

Entro nell’area del Capo di Stato Maggiore, nel corridoio i ritratti dei vari CSMA e dipinti di vecchie glorie dell’industria aeronautica quali Macchi 205 Velcro e Savoia Marchetti SM79 detto “Gobbo”…il Campini-Caproni primo aviogetto italiano…

Si può guardare ovunque, ammirare cimeli, aeromodelli in scala, vetrine, manoscritti, affreschi riportanti frasi come “chi vola vale, chi non vola non vale, chi vale e non vola è vile”, arredi degli anni ’30, sedie usate da dittatori, ambasciatori, capi, alti gradi…

Ma lui non c’è.

Il Generale Umberto Nobile non c’è. Forse si conserva qualcosa nell’ex palazzo della Scuola di guerra aerea, oggi archivio storico. Forse in un cassetto, o forse tutto distrutto come fosse una vergogna. Un Generale, un militare, poi entrato nel PCI nel 1961.

È l’estate del 1927 quando Umberto Nobile organizza la seconda spedizione polare, con il dirigibile Italia. Nella primavera del 1928, mentre si addensavano le nubi minacciose del destino, prese corpo anche la sua idea rivoluzionaria: non semplicemente una trasvolata. “La prima fu una trasvolata, questa volta ci fermeremo – aveva affermato Nobile, alla vigilia del volo – Ho sperimentato un sistema di ancoraggio e una speciale piattaforma che permetterà la discesa ai tre scienziati che fanno parte della spedizione”.

Il progetto era quello di esplorare la costa siberiana, la terra di Nicola II, la Groenlandia e di allestire un campo base di studio e di misurazione delle temperature, ma il sogno si rivelò troppo ambizioso e la discesa si trasformò in una caduta drammatica. Raggiungere lo “zero geografico assoluto” una sfida contro l’assoluto. Il dirigibile Italia da un rapporto stampa venne descritto come “una scintillante forma argentea, riflesso remoto sulle cuspidi di ghiaccio che dal suolo era difficile distinguere”. Il viaggio del 23 maggio 1928, verso nord, dell’Italia fu privo di insidie per le prime ore fino a quando la nebbia iniziò a lambire l’aeronave, mentre il vento artico si alzava da sud. Si apriva un ventaglio di possibilità per Nobile che scelse di rientrare nella Baia del Re. Il Polo Nord venne raggiunto ventiquattro minuti dopo la mezzanotte del radioso 24 maggio. Venne lanciato il tricolore che sventolava timidamente tra le crepe mobili dell’Artico. Con la bandiera, anche il gonfalone della città di Milano, che aveva finanziato la spedizione. La sacralità del rito prevedeva anche una grande croce con un nastro tricolore affidata a Nobile da Pio XI. Nello scenario ambiguo degli anni ’20 in Italia, prendeva quota il desiderio di gloria di molti italiani, fra cui Italo Balbo, mentre “Nobile era la quintessenza dell’uomo spaiato: uno studioso che aveva conquistato una posizione di preminenza unicamente in virtù del proprio intelletto e non come risultato di servilismo e di opportunismo”. Un uomo curioso e un perfezionista, ostinato e “capace di sincera autocritica”.

Una spedizione scientifica proprio come quella del 1928, con cui il comandante Umberto Nobile avrebbe voluto creare il primo laboratorio di ricerca volante della storia. E, invece, il dirigibile naufragò tra i ghiacci, lasciando cadere quasi tutti i suoi uomini nella fredda desolazione dei ghiacci artici. Per 48 giorni, i superstiti del dirigibile riuscirono a sopravvivere al riparo di una piccola tenda di seta che colorarono di rosso. L’epopea tragica del dirigibile Italia è legata indissolubilmente al nome e al destino controverso del suo comandante, l’ingegnere Umberto Nobile. Nel 1915, il ventinovenne Nobile, due occhi neri magnetici e un naso volitivo, per tre volte e uno strano scherzo del destino, era stato respinto alla visita di arruolamento nell’esercito. Poi, finalmente, assegnato allo Stabilimento Militare di Costruzioni Aereonautiche. Lo sguardo deciso, il carattere fermo, il volto vagamente somigliante a Peter Finch, l’attore che lo interpretò, nel celebre film La Tenda rossa, del 1969, straordinaria pellicola del regista Michail K. Kalatozov, dedicata al disastro polare. La passione di Nobile erano sempre state le grandi “aeronavi”, in grado di resistere in volo più degli aerei dell’epoca e di atterrare in piccoli aeroporti vicino alle città e agli scali marittimi. Ma la sua vocazione era pacifista e i suoi progetti dedicati al trasporto civile. “Mentre i poderosi zeppelin e altre aeronavi dell’epoca erano del tipo definito rigido, Nobile credeva fermamente nella struttura non rigida secondo la sua teoria, un’aeronave semirigida di lunghezza compresa tra i cento e i centotrenta metri era sufficientemente flessibile da piegarsi senza danno se sottoposta a vento forte”. Ma il pericolo poteva provenire dal gas d’idrogeno che gonfiava i dirigibili.

Un uomo, quindi, per molti aspetti, assai diverso dal celebre esploratore Roald Amundsen, il primo ad attraversare il Passaggio a Nord – Ovest e il primo uomo a raggiungere il Polo Sud. L’esploratore di Oslo, “l’Aquila Bianca della Norvegia” con l’americano Lincoln Ellsworth e quattro membri dell’equipaggio, aveva già tentato di raggiungere il Polo Nord in aereo, ma, nella primavera del 1925, era rimasto senza carburante e, per trenta giorni, bloccato sul pack, tagliato fuori, senza alcun contatto radio. E già allora Amundsen venne dato per scomparso. Ma miracolosamente i sei uomini erano riusciti a decollare e a fare ritorno alle Spitzbergen. Quell’esperienza, sempre secondo Cross, aveva convinto il norvegese ad entrare in contatto con Umberto Nobile e acquistare una delle sue aeromobili. Lo N-1, di 19.000 metri cubi, ribattezzato Norge (Norvegia), finanziato per la maggior parte dal club Aeronautico Norvegese, raggiunse il Polo il 12 maggio 1926, dopo aver coperto 13400 kilometri in 161 ore di volo. Molte furono, in verità, le difficoltà per raggiungere l’Alaska e, soprattutto, una ancor più complicata convivenza italo-norvegese, a bordo. Si accesero le discordie, riportate anche dalla stampa dell’epoca. Incompatibilità di carattere? Pare che Amundsen si fosse lamentato delle splendide ma inadatte uniformi degli aviatori italiani e del fatto che Nobile si era portato dietro Titina, la sua fedele cagnolina, un piccolo fox-terrier, considerata un “peso” inutile.

Se con Amundsen c’era un po’ di ruggine, Nobile aveva tessuto un buon rapporto con il meteorologo della spedizione, Finn Malmgren, che volle con sé nel nuovo progetto di trasvolata artica. Nobile accarezzava il sogno di una nuova spedizione al Polo, mentre sceglieva attentamente l’equipaggio, chiedendo di avere con sé Alessandrini, Caratti, Cecioni e Pomella, i cinque meccanici che avevano già volato su Norge. E alla spedizione prese parte il fisico Aldo Pontremoli che mise a frutto la sua esperienza e passione nel volo, coltivata durante la grande guerra a bordo di palloni frenati per impiego militare. Pontremoli progettò, insieme a Luigi Palazzo, le attività di ricerca, costruì e testò opportune camere frigorifere, che riproducevano le condizioni termiche dell’Artide. È l’estate del 1927 quando Umberto Nobile organizza la seconda spedizione polare, con il dirigibile Italia. Nella primavera del 1928, mentre si addensavano le nubi minacciose del destino, prese corpo anche la sua idea rivoluzionaria: non semplicemente una trasvolata. “La prima fu una trasvolata, questa volta ci fermeremo – aveva affermato Nobile, alla vigilia del volo – Ho sperimentato un sistema di ancoraggio e una speciale piattaforma che permetterà la discesa ai tre scienziati che fanno parte della spedizione”. Un ancoraggio che avrebbe permesso la trivellazione del pack.

Dopo aver brindato con del liquore all’uovo, il dirigibile riprese il largo verso la sciagura. Il primo incidente fu l’incastro della barra del timone di altitudine. A questo si aggiungeva un forte vento e una possibile fuga di idrogeno. La mattina del 25 maggio, l’Italia si schiantò sulla banchisa dell’Oceano Artico a nord-est delle Spitzbergen, a circa 81°14’ di latitudine nord, l’aeronave era squarciata e l’involucro argenteo del dirigibile, come un palloncino ad elio sgusciato via dalle mani di un bambino, tornava a volare. A bordo sei uomini, tra cui Attilio Caratti, Calisto Ciocca, il giornalista Ugo Lago, Renato Alessandrini, e Aldo Pontremoli, gettavano il loro sguardo atterrito attraverso la ferita mortale dell’aeronave. Il capo-motorista Ettore Arduino, eroicamente, dalla creatura mutilata in volo, lanciò a terra la salvezza per i superstiti: combustibile, provviste ed equipaggiamento. Tra questi la “tenda rossa”. Nell’impatto con la banchisa, Giuseppe Biagi, sottufficiale di seconda classe, aveva tenuto le braccia avvolte intorno alla radio di emergenza. Una esile tenda bianca, di due metri e ottanta per due e ottanta, fu montata sopra una spessa crosta di ghiaccio. Le pareti all’interno di un blu tenue, riposante rispetto al bianco polare. Una tenda troppo piccola per ospitare nove uomini di cui due gravemente feriti, Nobile e Cecioni, e la cagnetta del comandante, Titina.  Biagi, con la piccola radio Ondina 33, si affannò a lanciare il messaggio SOS – captato da un giovane contadino sovietico Nicolaj Schmith nella città di Arcangelo – che permise ai soccorritori di raggiungerli. Nel film La Tenda Rossa si ricostruiscono fedelmente i passaggi della spedizione, con una licenza poetica: Umberto Nobile incontra i suoi fantasmi in un processo postumo. Nobile aveva preso malaugurata decisione di mettersi per primo in salvo con il pilota svedese Einar-Paul Lundborg.

Doveva essere un vanto dell’Italia fascista, ma dopo la morte di sei membri dell’equipaggio il comandante Nobile subì un durissimo processo. Avevano ucciso, a sangue freddo, un orso polare per sopravvivere, nel cuore dell’Artico, i “naufraghi” italiani della spedizione del dirigibile Italia, nella fredda primavera del 1928. Con il revolver Colt e tre proiettili, il meteorologo svedese Finn Malmgren, nel chiarore dell’aurora boreale, aveva abbattuto l’orso, una prelibatezza, dopo duri giorni di razionamento. Mentre il sangue dell’orso schizzava caldo sulla banchisa di ghiaccio, scricchiolante, il pensiero correva alla sua carne. E alla sua pelliccia. La vita sull’Artico era stata necessariamente crudele. Tra quegli stessi ghiacci inospitali e selvaggi, nei pressi della sperduta isola di Foyn vicino a dove avevano trovato rifugio, i superstiti del dirigibile.

Costretto ad abbandonare l’Italia si reca dal 1931 al 1936 in Unione Sovietica dove è invitato a lavorare e a proseguire le sue ricerche, quindi dal 1939 al 1944 sarà negli Stati Uniti.

Resta tuttavia colpito positivamente dalla prima e dalla “uguaglianza di opportunità”, così scrive, offerta da questa ai suoi cittadini.

Dell’Unione Sovietica aveva apprezzato: “… l’enorme rimescolìo di uomini e di idee che era stata la rivoluzione d’ottobre. Ero stato affascinato da quell’atmosfera vibrante di passione dove tutte le forze, tutti gli spiriti sembravano tesi verso la costruzione di una nuova società umana basata sugli ideali che mi avevano attirato da adolescente.” E ancora: “ … un sistema politico che fa appello all’unione dei lavoratori di tutto il mondo, che è, praticamente, quanto dire l’unione di tutti gli uomini … la spinta del profitto individuale è stata abolita e sostituita dal motivo del dovere da compiere verso la collettività e se stessi.
Ad un siffatto sistema, che costituisce un ordine sociale superiore, non può non volgersi con la simpatia più profonda lo sguardo di tutti gli uomini di buona volontà.“

Molte altre pagine del suo libro pubblicato nel 1945 e intitolato “Quello che ho visto nell’Unione Sovietica” smentivano luoghi comuni che la propaganda anticomunista iniziava a diffondere, a partire da quelli  dedicati ai temi religiosi. La libera frequentazione delle messe domenicali in piena Mosca urtava quanti volevano far credere che così non fosse. Nobile chiude le sue pagine di racconti sulla quotidianità sovietica con considerazioni più che lusinghiere, affermando: “… innanzi a me si svolgeva l’insieme di un quadro grandioso.”

Quando nel 1946 si preparano le liste per l’Assemblea Costituente la Democrazia Cristiana gli avanza un’offerta di candidatura poco convinta, ma forte del fatto che Nobile è membro dell’Accademia Pontificia delle scienze. Negli stessi giorni il generale viene contattato da Eduardo D’Onofrio, segretario della Federazione romana del PCI, che gli propone di essere presente, come indipendente, nelle liste comuniste. Dopo qualche titubanza e i duri attacchi di ambienti vaticani che lo costringono alle dimissioni dall’Accademia e lo accusano di sbagliare gravemente, accetta.

Attivo e presente nei due anni di attività parlamentare, dal 1946 al 1948, così commenterà questa sue esperienza: “Ai comunisti fui grato per aver mantenuto lealmente fede alla promessa fatta di lasciarmi libero di parlare ed agire in piena indipendenza. In fondo fu gradevole per me constatare che – a differenza di altri partiti – tra le loro file non vi erano intrighi personali. L’ interesse personale appariva sempre subordinato a quello collettivo, e questa disciplina mi piaceva.”


Frasi virgolettate fonte Rai Storia


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