Il paese si svuotava di esistenze con la fine dell’estate, mentre chi ci abitava poteva riprendere la propria, quella individuale che, sommata a quella dei tuoi compaesani determina la routine di un paese.
Il Corso – in genere Garibaldi – le piazze e le panchine e la scuola e il municipio e la chiesa e il circolo operaio e il rotary.
È tutto molto ordinato in un paese rispetto a una città.
Ovviamente anche per un luogo esiste la vita della vacanza e quella dell’operosità, se durante l’inverno le due fasi si alternano armoniosamente, in estate i luoghi di vacanze piombano nel caos, in un’assenza di riferimenti temporali che determina una netta frattura tra coloro che lavorano e chi gode del lavoro altrui.
Finalmente il primo temporale di settembre si era portato via dall’isola gli ultimi vacanzieri e le loro soverchie esigenze di vita, non avrebbe mai capito il senso di andare in un’isola lontana da tutti, per poi pretendere quello che trovi ovunque, ma tant’è; quando una comunità vive di quello, deve accettare anche di montare le luminarie cinesi per attirare profitto.
Aveva deciso che alla prossima estate non ci voleva arrivare, né aveva intenzione di delegare a altri il termine della sua esistenza, quello che aveva non le lasciava scampo, sì certo il testamento biologico…
ma davvero bisognava coinvolgere altri nella propria solitudine?
Come si fa a chiedere a chi ti vuole bene: “Fammi morire…” ci si sente egoisti e insensibili, come se non bastasse tutto il resto;
forse a 20 anni lo fai, ma a 70 non ti viene proprio, non sai se tuteli te dagli altri o gli altri da te.
Continuava a guardare il mare, aveva deciso che quella sarebbe stata la via, più che morire un riciclarsi consapevole, si potevano dire apertamente certe cose?
Se lo fai tutti ti guardano sgomenti e anche imbarazzati, quasi stessi svelando loro che alla fine della vita c’è la morte.
Non si sarebbe mai scordata di quel cugino che era venuto a trovarli per un lutto, lei era piccola, mentre sua madre raccontava della lunga malattia che si era portato via il nonno lui impercettibilmente si toccava i genitali, era là per obbligo, non certo per affetto.
Adriano si chiamava, come l’imperatore, di imperiale non aveva mai avuto nulla.
Certi nomi andrebbero riflettuti meglio.
Per quanto fosse lucida, la paura c’era, la morte è l’unica esperienza umana davvero individuale, nessuno può raccontarla e – assistervi – crea sgomento; una parvenza umana che respira sempre più piano, che non ti vede più, ti stringe la mano; per poi diventare altro dal tuo ricordo.
Eeeh la morte andrebbe insegnata meglio, così come la vita.
Invece da piccoli ce la nascondono, a proteggerci da che?
Non è che da bambini non vediamo, non sentiamo; rimaniamo là come tonti e senza spiegazioni, finché non ti costruisci una tua idea sull’argomento; ma ci penserai sempre con quel senso di tabù che ti hanno inoculato silenziosamente.
Da quel settembre il cosiddetto progetto riciclomi iniziò a essere quasi la sua unica occupazione, quale il punto migliore?
Dove la marea e le correnti avrebbero trascinato fuori il corpo?
Certo a riva non ci voleva tornare.
Ricordava il grosso cadavere di cavallo visto da bambina – affogato chissà come – arrivato a riva, va detto i cadaveri a lungo nell’acqua sono davvero impresentabili, il decoro e la dignità estetica le impedivano una tal fine.
Dopo tre mesi era tutto pianificato.
Si sarebbe ubriacata come non mai e poi via verso la nuova meta, a cavalcioni tra il sollievo e la paura.
Mancava un piccolo dettaglio, forse non così piccolo, qualcuno doveva assistervi, non di certo per salvarla, ma per condividere la sbronza, il suicidio con sbronza triste e solitaria non era proprio contemplato.
I fari agli estremi dell’isola colloquiavano con il nulla, decise che ciò che era pianificato da quel punto in poi poteva essere improvvisato, avrebbe atteso al Faro di Cala turca ogni sera, prima o poi qualcuno si sarebbe presentato.
Passavano i mesi, lei ogni sera puntualissima nella sua improvvisazione pianificata andava al Faro e aspettava fino alle 23, pioggia, freddo o caldo erano del tutto irrilevanti.
Finalmente – per lei – in una gelida sera di febbraio mentre attendeva con grappa e sigarette il suo involontario complice arrivò una macchina, si spensero i fari, qualcuno scese; la fiammella dell’accendino.
Lei pensò: “Sono davvero fortunata è qualcuno che fuma”
Ora che fare? Avvicinarsi o aspettare?
Si accese una sigaretta sperando che l’altra persona si accorgesse di ciò, contando sulla necessità umana di essere socievole quando non si è intenti nel darsi contro.
E così fu, capite?
Se a 70 anni sei in grado di prevedere gli accadimenti, è il tuo momento, sei tu che ti devi stupire con un atto finale strepitoso, perché dall’esterno sarà difficile che arrivi qualcosa.
Si avvicinò un’altra donna, più giovane di lei, incuriosita da quella figura rotonda e curva seduta vicino al faro.
“Vuoi un goccetto? Fa freddo stasera”
“Ma sì, anche se fra un po’ non mi servirà a niente…”
“In che senso?”
“Mbè ti dico il mio segreto, tanto sarai l’ultima persona con cui parlerò, sono qua per suicidarmi, è l’ultima cosa che mi resta da perdere”
Oh cazzo! E adesso come avrebbe potuto convincere l’altra a non suicidarsi quando, in linea di massima, la trovi una scelta abbastanza sensata?
Con quale sicurezza e arroganza elencare le magnifiche cose che la vita offre sapendo contemporaneamente che non contano nulla se non ti toccano, se non ti arrivano.
Come dire che il mondo era popolato di altruismo e bontà, o che ne valesse comunque la pena, già che ci fosse la parola pena di mezzo era una bella contraddizione.
Perché arriva il momento in cui per te non vale più la pena, è diverso per tutti, ma pare arrivi.
Continuarono a bere, la grappa scaldava e le lingue si scioglievano, le faceva tenerezza quella donna sulla quarantina così disincantata, le ricordava lei alla sua età, esattamente quando l’ultimo amore in cui aveva creduto si rivelò un inganno, lo raccontò con quella confidenza che l’estraneità a volte rende più semplice, via le inibizioni e le raccontò la sua storia.
La donna più giovane fumava, beveva e ascoltava e alla fine un unico commento: “Come vedi è una questione di scelta, so che non ti interessa che sia giusta o sbagliata; ma è sempre una questione di scelta, oggi hai scelto di parlare. E ora diamoci la mano e torniamo indietro, ci pensiamo domani sera”
“Qualcuno l’ha vista tornare tenendosi per mano.”
Io sono nessuna e anche centomila. Ho lavorato con Merini, danzato con la figlia indiana di Rossellini, ho visto morire Giorgiana a sedici anni. Che ne so, mi accorgo che ho fatto miriadi di cose.
Mi hanno chiamata Silvia, io mi sono chiamata Cazzandra, per tanti motivi, ma quello più importante è che sono nata “popo cazzara” e ridere mi salva la vita tutte le volte, se rido con altri me la salva anche di più.









































