Quando si decide di scrivere di opere monumentali come Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij ci si sente un po’ in imbarazzo, perché certi nomi sono difficili da scomodare. Ma se un romanzo riesce ad essere così lungimirante e a continuare a parlarci dopo più di 150 anni, un motivo deve esserci. Infatti il protagonista di quest’opera, Raskolnikov, sembra contenere in sé vere e proprie profezie su ciò che il «giovane adulto medio»[1] contemporaneo sarebbe diventato fino ai giorni nostri.
La maestria letteraria di Dostoevskij nel presentare il suo protagonista accompagna perfettamente la narrazione: sin dalle prime righe del romanzo, in Raskolnikov si riscontrano le principali caratteristiche che lo contraddistingueranno per tutta l’opera – fino alla risoluzione finale. È un ragazzo povero, ormai un ex studente, abita in un buco talmente piccolo da sembrare una bara, non ha più obiettivi nella vita, vive in una società che non ha più nulla da offrirgli.
Non ha obiettivi ad eccezione di uno solo: uccidere una vecchia usuraia. Infatti per Raskolnikov l’umanità può essere divisa in due grandi categorie: i pidocchi e gli uomini che meritano di vivere («i grandi fondatori dell’umanità, a partire dai più antichi, sino a vari Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e così via»[2]). Il giovane si rifugia in questa sua teoria, vi si aggrappa cercando in essa l’espediente per continuare a vivere. Dunque, per Raskolnikov la conclusione è logica: uccidere la vecchia usuraia per dimostrare a sé stesso di essere un Napoleone, e non un pidocchio. Se Napoleone ha dovuto versare tutto il sangue necessario per affermare al mondo intero la sua grandezza, perché un giovane studente non potrebbe uccidere un’inutile vecchia usuraia, liberando anche la società da un parassita, per convincersi di appartenere alla stirpe dei grandi uomini? Sembra quindi anticipare l’idea di “oltreuomo” proposta successivamente da Nietzsche. Raskolnikov segue questa convinzione per prevenire i sensi di colpa, per giustificarsi in anticipo e per alleviare il suo futuro “castigo”.
Nonostante la sua misera condizione sociale e la sua estrema povertà, Raskolnikov è convinto di appartenere all’élite degli uomini. Cresce con una madre che lo considera il dono migliore che potesse capitare alla famiglia, conosce un amico come Razumichin disposto ad aiutarlo in ogni modo possibile (economicamente e “psicologicamente”), risponde a chi gli chiede della sua occupazione che ormai il suo lavoro è pensare[3], e, nei mesi in cui pensa, elabora e si convince della sua teoria omicida.
Con un personaggio così delineato, emergono numerose analogie con la condizione del «giovane adulto medio». La continua e perenne necessità di tracciare la propria identità è presente sia in Raskolnikov che nel «giovane adulto medio» della nostra contemporaneità, ed entrambi percepiscono una strutturale mancanza di valori a cui aggrapparsi. Il distacco dal passato che caratterizza le giovani generazioni emerge quindi totalmente: si ha l’impressione di appartenere ad un mondo senza futuro, completamente alieno alle necessità, in cui ogni rapporto con l’altro appare come uno sforzo inutile. Se Raskolnikov sperimenta una fase di passaggio della società russa di metà Ottocento che si apre alle idee più occidentali (anticipando un forte nichilismo ed esistenzialismo), il «giovane adulto medio» ha ormai davanti agli occhi la dissoluzione e la distruzione di quelle stesse idee, delle ideologie, dei punti di riferimento, una crisi delle certezze, un senso di precarietà permanente ed alienante, ormai diventato condizione cronica. Quella di Raskolnikov è la generazione che ha iniziato a distruggere i vecchi valori religiosi e morali, la nostra è la generazione che ha ormai somatizzato ed interiorizzato il cambiamento, ma non ha ancora trovato una via per andare avanti. Dostoevskij coglie un aspetto essenziale nella formazione del futuro «giovane adulto medio»: il ruolo della stanza. Con una genialità creativa, Dostoevskij cala da subito Raskolnikov in una stanza minuscola, che costantemente lo soffoca. Il buco-stanza diventa metafora della società: entrambe sono opprimenti, e in quell’ambiente così angusto l’isolato Raskolnikov continua a rimuginare. La società che gradualmente perde le sue certezze opprime l’uomo, che angustiato e stretto inizia a pensare, cercando una via di fuga. Il «giovane adulto medio», invece, vive nella sua stanza la sua quotidianità. Spesso questo luogo diventa l’ambiente sicuro in cui rifugiarsi dalle dinamiche domestiche, il luogo in cui vive la sua parasocialità attraverso i social, il luogo dove studia, si dedica alle sue passioni, lavora, mangia. La stanza diventa un microcosmo che plasma, e a sua volta è plasmata, dal «giovane adulto medio». Dostoevskij riesce a comprendere questa dinamica e ad esaltarla alla massima potenza: nella sua stanza Raskolnikov elabora il piano per uccidere la vecchia, è colpito dalla febbre causata dalla paura di essere scoperto; in questo spazio la trama riesce a proseguire (celebre è l’incontro tra Raskolnikov, sua madre, sua sorella e Luzin che avviene proprio in questo luogo). Così come per il «giovane adulto medio», anche per Raskolnikov la stanza è il fulcro del mondo, il nucleo da cui si irradia tutta la sua esistenza.
Nel rapporto con la madre e la sorella, Raskolnikov dimostra di provare un costante senso di inadeguatezza e quasi di imbarazzo: da giovane intelligente quale è, comprende di star deludendo le pesanti aspettative che la sua famiglia aveva riposto su di lui, continuando a gravare sulle disponibilità economiche della madre e convinto di essere per questo la causa del matrimonio della sorella con il ricco avvocato Luzin. Nonostante questo, è quasi disgustato dall’affetto immenso che la madre e la sorella provano per lui, sorpreso da come si possa ricevere tanto amore da esseri umani in miseria tanto quanto lui. Il «giovane adulto medio» sembra rivivere le stesse dinamiche: le costanti pressioni delle figure genitoriali comportano la maggior parte delle sue ansie e dei suoi malesseri, arrivando appunto ad estraniarsi da un certo tipo di rapporto con esse.
Dunque, da queste considerazioni emerge come la figura di Raskolnikov incarni problematiche e caratteristiche di un uomo già contemporaneo, che ha di fronte un senso di fallimento costante. Ma se il protagonista di un romanzo ottocentesco ha la possibilità di espiare il suo castigoriscoprendo la fede religiosa e trovando in essa quei valori e quelle risposte tanto ricercate, il «giovane adulto medio» della nostra società sempre più laica ed atea fa fatica ad aggrapparsi alle rassicurazioni della religione, e deve trovare i suoi appigli morali e valoriali altrove. Ma in un mondo sempre più dipendente dall’uso massiccio dei social, in cui il senso di comunità sembra essersi gradualmente smantellato, dove il «giovane adulto medio» può trovare le sue certezze? Forse, ancora una volta, nell’arte.
[1] Con la seguente espressione, ci si riferisce ad un individuo di età compresa tra i 18 e i 35 anni le cui scelte di consumo, stili di vita e obiettivi riflettono le tendenze maggioritarie e la media sociologica della popolazione.
[2] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, Feltrinelli, p. 292
[3] Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo, Feltrinelli, p. 54
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