Finito il turno di lavoro si rese conto che non aveva voglia di rientrare subito a casa.
Salì allora in auto ed imboccò ad un certo punto la tangenziale provando un leggero senso di euforia nel sapere di non avere una meta precisa.
Dopo pochi chilometri di strada si immise nella piazzola di un autogrill e si fermò davanti al distributore di benzina per fare rifornimento.
‘Quaranta grazie’ disse a voce alta porgendo le chiavi del serbatoio al benzinaio.
Rimase in attesa nell’abitacolo, fissando un punto indefinito davanti a sé, mentre le luci delle auto lungo le corsie stradali passavano veloci. Carlo non capiva ancora bene cosa stesse facendo là in quel momento, ma gli sembrava giusto così. I ritorni a casa, in fondo, hanno senso quando sai che qualcuno ti aspetta. Voleva un cambiamento nel suo flusso di vita quella sera, fosse stato anche solo per un’ora.
Nel frattempo, all’esterno del bar dell’autogrill una donna parlava al telefono in maniera agitata camminando avanti e indietro; una presenza vivace che stonava con quell’area di sosta semivuota.
Finito il rifornimento, Carlo pagò il benzinaio e ripartì piano. La donna in quel momento concluse la telefonata, mise nervosamente il cellulare in borsa e cominciò ad incamminarsi in direzione dell’auto di Carlo. Con un gesto della mano gli fece segno di fermarsi e lui la assecondò.
Arrivò trafelata all’altezza della portiera dell’auto, lui abbassò un po’ il finestrino e lei disse:
“Mi scusi, ho bisogno di un passaggio”.
Carlo rimase interdetto, la donna se ne accorse ed insistette: “La prego”.
“Dove deve andare?” le chiese.
“Lei dove è diretto?”
“Non ho una meta precisa al momento”.
Lei allora disse “Non importa, va bene lo stesso”.
Sorpreso dalla situazione, Carlo le fece segno di salire e reclinò il corpo verso lo sportello del passeggero per aprirlo. Lei entrò richiudendolo con forza, accompagnata da un profumo fruttato misto ad un leggero odore di canfora. Da seduta lo guardò di nuovo, quasi ad assicurarsi che fosse al sicuro, e così ripartirono.
“Senta” disse lui “in genere non faccio salire persone estranee in macchina, ma mi rendo conto che questo non è un bel posto per una donna sola”.
“Capisco” rispose lei ” Non porto guai, non si preoccupi”.
Carlo era nervoso. Non capiva cosa le fosse successo e da tempo non si trovava in compagnia di una donna. Non sapeva se avesse fatto bene a farla salire e non sapeva se intavolare un discorso o rimanere zitto in attesa che fosse lei a farlo. Prese poi coraggio e disse:
“Mi chiamo Carlo”.
Lei rispose “Io sono Eva”.
“Eva.” ripeté lui, poi continuò: “Sto per lasciare la tangenziale, da che parte deve andare?”
“Verso il centro” rispose lei, poi aggiunse “Sa, non chiedo mai passaggi in macchina, ma avevo bisogno di andare via di là”.
“Stia tranquilla” le rispose Carlo e non chiese spiegazioni sorprendendosi di se stesso.
Imboccarono così la strada verso il centro. Lui alzò il volume dell’autoradio, riconoscendo immediatamente la canzone che passava in quel momento:
“Say hello on a day like today / say it every time you move / the way that you look at me / makes me wish I was you”. Gli venne in mente una sera di tanti anni prima e si chiese se anche Eva ricordasse quella musica.
“Musica degli anni ’80” disse lui “anni spensierati quelli…”
Lei non disse nulla, come fosse altrove, poi all’improvviso gli chiese “come mai sei senza meta?”
Lui esitò un attimo “Mi succede ogni tanto, mi fa sentire libero”.
Lei ascoltò quella risposta continuando a divorare con gli occhi i frammenti di città che scorrevano lungo il finestrino laterale. Senza distogliere lo sguardo da fuori, ad un certo punto disse “Ho litigato al telefono con mio marito poco fa. Viene a prendermi la sera dopo il mio turno al bar dell’autogrill” poi fece una breve pausa e aggiunse “Mi ha tradita”.
Pochi secondi di silenzio poi Carlo fece sottovoce “Mi dispiace Eva…”
Si sentì a disagio in quel momento, quasi inadeguato. Era una situazione imprevista e troppo intima per due persone che si erano incontrate da poco. Continuò a fissare la strada capendo perfettamente come lei si sentisse. Certe confessioni sono parole lanciate nel vuoto e a volte non richiedono una risposta. Nei minuti che ne seguirono, solo la musica fece da sottofondo a quel pezzo di vita quotidiana.
Ad un certo punto si avvicinarono ad una fermata dell’autobus.
“Ecco, mi lasci pure là” fece lei indicando con la mano.
“Se vuole posso accompagnarla fino a dove deve andare”
“È gentile, ma meglio di no…” disse Eva “accosti pure”. Lui annuì ed accostò velocemente per farla scendere, mentre l’autobus si stava avvicinando. Lei lo salutò con un “Ciao” e poi disse “Grazie”. Lui rispose “Di nulla” e la seguì con lo sguardo mentre saliva sul bus.
La vide sedersi, uscendo definitivamente dal campo visivo, quasi inghiottita da quel tunnel di metallo.
Carlo ripartì e rimase accodato all’autobus per un breve tratto, poi con un sorpasso si congedò definitivamente dall’incontro con quella donna.
Mentre guidava pensò all’imprevedibilità di certi momenti ed alla sensazione del distacco, seppur da una persona estranea che per poco tempo era stata parte della sua giornata. Da dentro l’abitacolo era come se vedesse la strada animata da sogni che sembravano lambire l’auto durante la corsa e che ogni tanto si materializzavano davanti ai suoi occhi. Ad un certo punto ebbe come la certezza che durante quel breve viaggio avesse vissuto di sfuggita uno di quei sogni, fino a riconsegnarlo, intatto, tra le braccia della notte.
Sono nata a Roma nel 1970 e sono cresciuta nella periferia della città, Ostia Lido, in una casa vicina al mare. I miei ricordi d’infanzia sono soprattutto legati alle Estati trascorse in spiaggia con famiglia ed amici ed ai giochi in cortile con i ragazzini del vicinato. Altri tempi, altre avventure. Sin da piccola ero portata per lo studio, che detto così fa molto ‘nerd’, ma in realtà e’ una cosa legata alla mia curiosità. Ricordo che da bambina, durante i fine settimana, spesso mi alzavo presto e mentre tutti dormivano sfogliavo le pagine dell’enciclopedia per ragazzi. Era un momento tutto mio, di svago in silenzio. A rifletterci bene era una specie di Facebook dei tempi: si passava dalla storia alla geografia alle informazioni più frivole, tutto correlato da immagini. Ho avuto una grande famiglia che e’ stata fondamentale nella mia vita, vivevamo vicini anche se una parte era emigrata negli Stati Uniti, a Boston. Dopo una laurea in Scienze Politiche ed il sogno di una carriera diplomatica, la cose hanno preso una piega diversa e per un po’ di tempo ho lavorato nella pubblica amministrazione. Durante quel periodo ed in concomitanza con una lunga malattia di mia madre, ho cominciato a scrivere brevi storie. La scrittura era un modo per evadere ed alleggerire la realtà, una compagnia alla quale ho voluto veramente bene. Ad un certo punto, nel mezzo del cammin della mia vita e a causa di una certa insofferenza esistenziale, ho deciso di lasciare tutto: casa, lavoro, paese e città, trasferendomi a Londra. Non so se sia stata incoscienza o coraggio. Diversa da quella che avevo prospettato inizialmente, quella di Londra si e’ rivelata comunque una vita soddisfacente e vivace. Vivo in questa città ormai da quasi otto anni e qui ho incontrato persone tanto diverse che hanno lasciato tracce profonde in me. Il mare, la musica, la fotografia e gli animali, in particolare i gatti sono tra le cose che amo. Romeo, il gatto siamese con il quale ho vissuto 16 anni, è stato il mio grande amore a quattro zampe. Porto con me alcuni insegnamenti: la positività e la capacità di godere delle piccole cose, trasmessa dai miei genitori che sento sempre vicini, e la memoria di una frase che fu detta a Patti Smith ‘Costruisci un buon nome e tienilo pulito’. Per il resto, navigo a vista cercando di non prendermi troppo sul serio e mantenendo una buona dose di gratitudine nei confronti della vita.









































