Uomini siamo Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene.
Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.
(G. Deledda, Elias Portolu, 1903)
Ho sempre trovato malinconica e veritiera la metafora delle canne al vento illustrata nei romanzi di Grazia Deledda. Negli anni la vita mi ha mostrato continuamente il mio stato di fragilità rispetto agli eventi ma ha anche mostrato una soluzione, nascosta forse perché invisa a molti, ma sempre attuabile: arrendersi al vento per piegarsi e adattarsi alla direzione in cui soffia.
Se Deledda ha voluto concentrarsi sulla fragilità del nostro stato io preferisco concentrarmi, nella vita e in questo scritto, sulla nostra capacità di adattarci agli eventi, caratteristica degli esseri umani e delle specie viventi.
Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo ho pensato inizialmente di scrivere sulla paura (e l’assenza di essa) che in questo periodo attanaglia (giustamente) i nostri cuori e condiziona le nostre azioni; poi però ho visto che in rete si trova già abbastanza materiale senza necessariamente aggiungere il mio contributo. E così, senza neanche tanto sforzo da parte mia nel trovare qualcosa da osservare, il mio sguardo si è posato su un fenomeno che in questi ultimi giorni sta emergendo sempre più prepotentemente: le persone che non rispettano la quarantena.
Senza entrare nel merito delle azioni di ognuno, il filo conduttore che ho visto legare molti di questi casi è (le virgolette sono d’obbligo) “l’impossibilità” di restare a casa oltre un certo periodo.
Questo mi ricollega ad una frase che ho detto a una persona esattamente una settimana prima che cominciasse la quarantena: “devi imparare a tollerare la frustrazione del non poter uscire, perché se non ci pensi da sola potrebbe pensarci la vita al posto tuo e potrebbe non avere la clemenza che vorresti”. È inutile che vi dica che una settimana dopo, a quarantena cominciata, questa persona mi ha detto, con un risolino a metà tra il divertito e il preoccupato: “Giusti’ me l’hai tirata?”.
La frustrazione, questa sconosciuta. O meglio: la frustrazione è una cosa brutta, perciò va evitata.
In realtà questa cosa brutta è il motore dell’essere umano, sia come singolo individuo che come specie, e fa parte del processo di adattamento, quella cosa strana per cui tutte le specie viventi continuano a esistere nel tempo mutando continuamente (e non mi parlate di dinosauri perché è evidente che non si sono adattati bene!).
Osservate le reazioni dei bambini quando viene loro impedito di ottenere l’oggetto a lungo bramato: alcuni si disperano, si buttano per terra, strillano, picchiano chiunque e qualsiasi cosa abbiano attorno (pure loro stessi), a volte anche per delle ore; alcuni invece, specie i più grandi, accettano più o meno di buon grado l’imposizione e trovano un modo alternativo di consolarsi e gratificarsi.
Quello che vedete in pratica non sono altro che prove tecniche di tolleranza alla frustrazione. In terapia un buon 60% di persone che arriva al mio studio ha necessità di lavorare sulla propria tolleranza alla frustrazione, e la prima cosa che tutti (o quasi) mi chiedono è: “ma scusa non si può levare?” Ebbene si, levare: perché purtroppo viviamo in un mondo che giorno dopo giorno ci insegna a centrarci sempre più su noi stessi e ci spinge, edonisticamente, a concentrarci su ciò che ci piace rifuggendo tutto ciò che ci provoca dispiacere.
Solo che tutto questo non è reale. Questa non è vita. La vita è anche dolore, morte, tristezza, paura, costrizione.
“Mamma mia Giusti’ come sei pessimista!!”. No, sono realista.
Questo non significa che me li devo andare a cercare gratuitamente, sia chiaro (e fortunatamente il nostro istinto di sopravvivenza ci viene incontro); ma non abbiamo neanche bisogno di farlo perché tanto saranno loro a cercare noi prima o poi.
“E quando arrivano che faccio Giusti’?” … “Stacce”.
Un concetto così complesso e articolato ridotto ad una sola parola. Vedere gli sguardi increduli delle persone a questa parola non ha prezzo. Siamo talmente abituati a scansare ogni stimolo disturbante o negativo che ci si palesa davanti da non saper affrontare quelli che non hanno intenzione di schiodare quando lo diciamo noi. Ecco quindi che molte persone chiuse in casa possono “uscire di testa” nel non poter fare quello che vogliono, quello che hanno sempre fatto e che li fa stare bene. Perché l’unico modo che conoscono di reagire è quello di aggirare l’ostacolo, creandosi e creando agli altri più problemi di quelli avuti in partenza.
Tempo fa vidi in rete un video bellissimo e molto commovente di un bambino che si disperava per qualcosa e un adulto dietro di lui che, in silenzio, lo lasciava fare, mantenendo attorno a lui uno spazio sicuro onde evitare che potesse farsi male senza tuttavia impedire lo sfogo di queste emozioni. Con il passare del tempo il bambino ha iniziato a calmarsi e a cercare conforto tra le braccia dell’adulto, introiettando quella consolazione per poi imparare a consolarsi da solo da adulto.
Imparare a tollerare la frustrazione vuol dire imparare a consolarci per una perdita, non fare finta che quella perdita non sia mai avvenuta, e non è una cosa semplice. Ecco perché è una cosa che si dovrebbe imparare da bambini: è una lezione di vita, un bagaglio per muoversi nel mondo. Non è una sconfitta, come molti erroneamente pensano, per un motivo molto semplice: non puoi vincere sulla vita. Puoi solo adattarti al suo soffio come fanno le canne al vento, per ritrovare la tua strada, che nel frattempo si è modificata, per quanto tempo la vita stessa te lo concederà.
Sono una psicologa e psicoterapeuta analista transazionale, nonché nerd di prima generazione.
Vivo le mie giornate in lotta con mostriciattoli fantasy nei videogiochi e mostriciattoli nella vita reale del tipo “mah sai, anche io sono un po’ psicologo”.
Per questo motivo ho adottato come crociata personale la diffusione delle ideologie fantasy e delle metodologie e tecniche psicologiche, per liberare il mondo dagli orchi cattivi e da coloro che si reputano psicologi.
In più, probabilmente per un’eco personale, mi è sempre piaciuto vedere svilupparsi davanti ai miei occhi il potenziale degli esseri umani.
La sera, stanca della difficoltà della mia crociata, mi prendo cura dei miei bonsai per ricaricarmi in attesa di una nuova giornata di guerriglia urbana.









































