Un forte sibilo seguito da un tonfo a ridosso del villaggio di Akay, Siberia meridionale.
Gli abitanti del luogo si precipitarono a vedere cosa fosse successo, mentre l’odore di bruciato cominciava a diffondersi nell’aria. Davanti ai loro occhi l’immagine di un missile fumante piantato a terra, come un enorme fiore di metallo cresciuto in mezzo all’erba. Uno dei tanti razzi vettori spaziali usati nella vicina base di Baikonur per mettere in orbita i satelliti, caduto dal cielo dopo aver portato a termine la sua missione.
Tra la folla, increduli di fronte a quello spettacolo apocalittico, Dimitri e Liev si guardarono scambiandosi un cenno d’intesa e capirono cosa sarebbe accaduto di lì a qualche giorno; avrebbero aspettato che quel pezzo di metallo si raffreddasse e sarebbe poi partita l’esplorazione del mezzo alieno. La caduta del razzo, potenzialmente letale, si stava rivelando una benedizione estiva per quei due ragazzini, in un posto dimenticato dal mondo dove non accadeva mai niente di nuovo.
Una mattina decisero che fosse giunto il momento di mettere in atto il loro piano. Si diressero così verso il razzo, che primeggiava con la sua mole in mezzo alla campagna. La prima cosa visibile era la scritta ‘Cosmos’ su una parte della fiancata, rimasta stranamente intatta, mentre il resto era solo un cilindro di lamiera contorta. Dimitri e Liev si resero conto che non sarebbe stato difficile arrampicarsi; bastava mettere i piedi in alcune ammaccatture profonde e far forza con le braccia. Dimitri cominciò a salire per primo, mentre Liev lo seguì subito dopo imitandone i gesti. Giunti in cima, Dimitri si accucciò tra le lamiere e disse a Liev:
“Oggi sarai il mio secondo pilota. Siediti e prepariamoci al lancio”
Liev, serio e visibilmente emozionato, fece un cenno di assenso con la testa. Si accucciò anche lui, guardando in basso davanti a sé ed immaginando che ci fosse un pannello di controllo pronto per il lancio.
“Liev, accendiamo i motori e spingiamoli al massimo!! viaaaaaaaaaaaa!!”
E tutti e due alzarono quasi all’unisono le braccia verso il cielo, ridendo a crepapelle.
“Bummmmmm!!! Oddio!!! siamo esplosi!!!” fece Dimitri all’improvviso mentre Liev lo guardò dubbioso.
“Immagina come sarebbe se fosse vero” continuò Dimitri “di noi rimarrebbe solo un po’ di carne arrostita e basta”
“Smettila!” urlò Liev con una smorfia di disgusto.
“Magari al nostro funerale avremmo avuto anche gli onori militari” aggiunse Dimitri sorridendo sadicamente.
“E che me ne faccio degli onori militari una volta morto?” sbottò Liev.
Poi, facendosi più serio e pensieroso disse “Dimitri, ma tu cosa vuoi essere da grande?”
“mmm… da grande… credo il pilota di auto. Correre, correre veloce, avere tante belle donne e vodka a fiumi “
“Invece a me piacerebbe davvero essere astronauta” fece Liev “potrei spiare il mondo dall’alto, andare in galassie lontane. Mi vedrebbero tutti in televisione, ci pensi?”
“E le donne? guarda che nello spazio non te la puoi spassare con le donne. Deve essere dura mentre sei sospeso in aria”
“Cretino…” sorrise Liev “le donne mi aspetterebbero adoranti a terra, me la spasserei al ritorno”
Ad un tratto smisero di parlare, quasi assopiti in quei pensieri di futuro. Intorno, solo dolci colline che somigliavano a mammelle verdi e tanto silenzio, interrotto dal suono del vento tra gli alberi.
“Sono sicuro che diventerai astronauta…” disse all’improvviso Dimitri
“Ed io sono sicuro che tu farai il pilota” gli rispose Liev
Con uno scatto di reni Dimitri si alzò velocemente, facendo cenno a Liev di seguirlo. Era ora di andare.
Una volta scesi, Dimitri si fermò e con tono baritonale disse:
“Oggi, caro Liev, siamo esplosi. Ma domani si torna. Dobbiamo perfezionare a tutti i costi questa benedetta partenza per lo spazio”
Liev si mise sull’attenti “Agli ordini! Ce la faremo prima o poi ne sono sicuro, dovessimo esplodere altre cento volte”
Un’ultima occhiata al razzo prima di andare via e poi, saltellando soddisfatti in mezzo al verde, si diressero verso casa.
Il fiore di metallo rimase improvvisamente solo, aspettando di rivederli per sbocciare nella loro sfrenata fantasia. Nella meravigliosa illusione di animarsi ancora di vita vera.
Foto copertina ©Jonas Bendiksen
Sono nata a Roma nel 1970 e sono cresciuta nella periferia della città, Ostia Lido, in una casa vicina al mare. I miei ricordi d’infanzia sono soprattutto legati alle Estati trascorse in spiaggia con famiglia ed amici ed ai giochi in cortile con i ragazzini del vicinato. Altri tempi, altre avventure. Sin da piccola ero portata per lo studio, che detto così fa molto ‘nerd’, ma in realtà e’ una cosa legata alla mia curiosità. Ricordo che da bambina, durante i fine settimana, spesso mi alzavo presto e mentre tutti dormivano sfogliavo le pagine dell’enciclopedia per ragazzi. Era un momento tutto mio, di svago in silenzio. A rifletterci bene era una specie di Facebook dei tempi: si passava dalla storia alla geografia alle informazioni più frivole, tutto correlato da immagini. Ho avuto una grande famiglia che e’ stata fondamentale nella mia vita, vivevamo vicini anche se una parte era emigrata negli Stati Uniti, a Boston. Dopo una laurea in Scienze Politiche ed il sogno di una carriera diplomatica, la cose hanno preso una piega diversa e per un po’ di tempo ho lavorato nella pubblica amministrazione. Durante quel periodo ed in concomitanza con una lunga malattia di mia madre, ho cominciato a scrivere brevi storie. La scrittura era un modo per evadere ed alleggerire la realtà, una compagnia alla quale ho voluto veramente bene. Ad un certo punto, nel mezzo del cammin della mia vita e a causa di una certa insofferenza esistenziale, ho deciso di lasciare tutto: casa, lavoro, paese e città, trasferendomi a Londra. Non so se sia stata incoscienza o coraggio. Diversa da quella che avevo prospettato inizialmente, quella di Londra si e’ rivelata comunque una vita soddisfacente e vivace. Vivo in questa città ormai da quasi otto anni e qui ho incontrato persone tanto diverse che hanno lasciato tracce profonde in me. Il mare, la musica, la fotografia e gli animali, in particolare i gatti sono tra le cose che amo. Romeo, il gatto siamese con il quale ho vissuto 16 anni, è stato il mio grande amore a quattro zampe. Porto con me alcuni insegnamenti: la positività e la capacità di godere delle piccole cose, trasmessa dai miei genitori che sento sempre vicini, e la memoria di una frase che fu detta a Patti Smith ‘Costruisci un buon nome e tienilo pulito’. Per il resto, navigo a vista cercando di non prendermi troppo sul serio e mantenendo una buona dose di gratitudine nei confronti della vita.








































