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Carla viveva a Roma ormai da più di 25 anni, era partita dal suo paese per frequentare l’università, Roma rappresentava la libertà attesa dalle scuole medie, il mettersi alla prova, le piazze grandi e tanti cinema.
Carla non si era mai pentita di questa scelta, anzi le piaceva vivere nella Capitale.

Lo vede subito. Immobile con le mani in tasca, sembra anche spaventato, le 4 del mattino; si sta pentendo di essere andata via tanto tardi e pure da sola, ma una serata così piacevole, in terrazza a fine maggio, ballare e chiacchierare, era rimasta fino all’ultimo.

La vede anche lui. Qualche rapido passo e svanisce dietro l’angolo, a metà del sottopassaggio, ‘forse dovrei girare i tacchi e andarmene”, ma no Carla non ci riesce, sa che se lascia vincere la paura potrebbe anche smettere di uscire, dopo tanti anni di libertà non se la sente di rinunciare, poi dovrebbe rinunciare al cinema da sola, al ristorante, alla visita culturale, al chiaro di luna, a tutto quello che ha sempre fatto.

“Stai calma stai calma stai calma. Non è niente non è niente.” quasi a ritmare il passo e il battito del cuore.

Si gira, nessuno. Nessuno dietro, nessuno davanti, eppure accelera il passo, arriva all’angolo, pochi passi e sarà a casa al sicuro.

Un movimento rapido, rosa tra abiti scuri, tra le pareti dello stomaco. Un baluginare di carne che si agita nella mano: è come se stringesse il suo cuore e lo facesse sobbalzare su e giù. Continua a pensare ho 45 anni ed è come se ne avessi 5, non posso fare nulla.

Giovane, giovanissimo, diafano con la pelle butterata, continua a masturbarsi; Carla si vede dall’esterno ormai, quasi fosse la scena di un duello; è costretta, ma spera sia solo un esibizionista di quelli che lo fanno tanto per, certo è orribile, ricorda i discorsi di casa in cui si diceva che un esibizionista violenta la tua anima, ma non il tuo corpo, in certi momenti ci si accontenta davvero di niente.

Noi donne lo sappiamo benissimo cosa non dovremmo mai fare, ma prevale la voglia di esistere, certo che Carla lo sapeva che mai i sottopassaggi, mai da sola tanto tardi, eppure lo faceva uguale; avete mai provato la sensazione di dover limitare la vostra libertà solo perché potrebbe essere troppo pericolosa?

È inaccettabile, considerare “saggio” condizionare le proprie scelte non è possibile, però sin da bambina te lo chiedono, sempre preceduto da un “ma” avversativo, un “avresti anche ragione, ma”. Ma cosa?

Ma sei nata donna.

Il biondo slavato adesso si muove rapidamente, mi butta in ginocchio, sento qualcosa puntato alla tempia, non posso guardare, preme, fa male, mi abbassa la testa e me lo mette in bocca, ho paura vorrei vomitare, non riesco, non posso, se lo faccio magari mi ammazza.

Finisce, si rimette dentro il pezzo di carne, si calca il cappellino in testa e se ne va; Carla rimane stordita e nauseata, pensa “poteva andarmi peggio” e mentre lo pensa lo sa che è un pensiero sbagliato, ma anche inevitabile, lo stupro è una minaccia alla vita; l’ultima cosa che difendiamo.

Sale a casa, chiama un’amica, di corsa si recano in Questura; Carla racconta l’accaduto, continuando a sfregarsi la bocca con la manica, l’agente di turno la squadra, osserva la gonna, poi la guarda negli occhi e le dice: “In questo quartiere contiamo circa una ventina di aggressori sessuali, può sporgere denuncia contro ignoti, faremo del nostro meglio, ma sa come sono questi maniaci, difficile identificarli con sicurezza quando è notte, si ha paura… alla fine possiamo fare poco.”

Carla non sa più che fare, è arrivata già la paura successiva, quella di una malattia; certo non le va di andare a casa, la sua amica la prende sottobraccio e se la porta via, il giorno dopo andranno in ospedale per le analisi, nessuna delle due riesce a parlare, ma si intuisce un pensiero arcaico di vendetta, un qualcosa che ti fa venir voglia di segnarli tutti con una lettera scarlatta, di esibirli, di mostrarli, nelle piazze, che se essere donna è uno stigma allora provalo anche tu cosa significa, che ogni sottopassaggio, androne, vicolo venga illuminato, vorresti infliggergli il supplizio del sole, come a un vampiro, per strapparlo dalle pieghe della vergogna che provi, per far sì che il sole illumini la verità, io mi vergogno del silenzio che ogni giorno mette a tacere tutto questo, mi vergogno per me, mi vergogno di ritirare le analisi, mi vergogno e non posso smettere di vergognarmi anche se vorrei.