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Dicono che si debba ascoltare il cuore.

Ascoltarne attentamente le parole. E che il cuore trovi sempre un modo, per parlare.

Dicono che la sua voce si confonda spesso tra quelle della folla. La folla di dentro intendo, il miscuglio di raziocinio e paura e convenienza e compromesso col futuro.

E che per questo bisogna che si presti molto orecchio. Che si debba avere orecchio, insomma, prima di tutto per i discorsi del cuore.

Hanno detto di tutto, sul cuore.

Va dove ti porta il cuore.

Il cuore è un giocattolo.

Il cuore con le ali.

Segui il tuo cuore.

Il cuore è uno zingaro.

Lo hanno mutato in una guida turistica, una Barbie, un assorbente, un ladro da stanare.

Io dico che ciò che conta è badare al rumore del cuore quando si spezza. Non tanto a ciò che dice ma proprio a quel suono che racconta quando cede.

Un rumore secco, deciso, che non ammette sconti e fa strage di tutto: la voglia per alzarsi al mattino, il gioco, le attese del futuro, il desiderio. La convinzione di poter essere felici, specialmente.

Il cuore si rompe con una sola crepa per tutta la lunghezza, come la terra quando una faglia vince sopra un’altra. E resta esattamente così; con due parti coincidenti ma separate da un eterno dislivello. In quello spazio, che lo rende non più unito, non più uno, non più cuore, si piazza il ricordo.

S’insinua nell’antro della frattura come un residuo di nocciola nello spazio tra i denti, che la lingua non lo leva mica.

E ti frega.

Seminando batteri e infezioni e dolori.

Sarebbe molto meglio se il cuore si rompesse, come si legge nei romanzi d’amore, in mille pezzi, in piccole schegge, in tanti frammenti.

Cosicché si potrebbe decidere se passare il resto della vita a raccoglierli oppure a vivere senza un cuore. Due sole alternative senza mezze misure.

E invece no. Il cuore si rompe dal di dentro con diabolica precisione. Se ne resta al suo posto, diviso in due fazioni non più conciliabili, separate da un orrendo spazio in altezza, in cui precipita facendo danni su danni la memoria.

Lo fa in fretta e senza sussurri.

Non geme, non grida. Non si dispera.

A stento ti avvisa, prima di fare “crac”.


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