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Il terzo episodio degli Appunti del Bicighellone vede il protagonista aggirarsi nelle aree di frontiera urbana caratterizzate dalla presenza di mutazioni che possiamo individuare nella street art considerata talvolta creatività marginale, opera di graffittari invadenti.
L’esplorazione cittadina compiuta dall’autore non si limita a registrare, all’occorrenza,  le disarmonie di un assetto casuale e caotico degli elementi architettonici e urbanistici, ma diventa occasione di riflessione sul proprio vissuto in un territorio lacerato dall’espansione incondizionata della città, regolata da criteri che poco hanno a che spartire con l’idea di coerenza funzionale ed estetica e rispetto del destinatario: noi.
In fondo il Bicighellone prende atto della difformità di talune progettazioni nel contesto urbano, con pacata rassegnazione. Il concetto di frontiera, di cui parla Lorenzo De Francesco, è sia nostalgia di un passato semplice ed essenziale, sia tentativo di mediazione con una realtà non modificabile.
Siamo noi quello sbaglio di natura capace delle peggiori trasformazioni ambientali, e dobbiamo rassegnarci al degrado che è ormai storia infelice di questo pianeta?

Rita Manganello


Lascio l’auto-utero, ovattata navicella  che per anni mi ha condotto nei tragitti ciclici casa-ufficio-cliente-ufficio-casa-scuola-supermercato-mare-montagna-casa-ufficio… Nel tentativo di alienarmi da quello che stavo attraversando, mi immergevo in un mondo di notizie ossessive, martellanti, di musica di evasione appositamente ricercata o di lunghe telefonate con altri disperati come me su altre navicelle vaganti nel territorio,  inseguendo affannosamente il business.

Inforco l’amata bici, mi sento nudo, non più difeso dal guscio uterino di vetrometalloplastica, schiaffeggiato dai rumori, dai gas, dalle asperità del manto stradale: rotaie, tombini, giunti, che emergono dal nulla e mi fanno sobbalzare ricordandomi come sono fatto dentro, eppure mi sento libero.

Torno dai giretti nella campagna circostante e attraverso la frontiera urbana che separa i campi dalle prime case.

Terre di mezzo la cui cifra distintiva sembra essere una costellazione di piccole discariche estemporanee e abusive, sparse casualmente, riempite per consuetudine e regolarmente svuotate, ma sempre piene: escrementi occasionali  che marcano il territorio, come una città organismo che non ha un cesso, ma che si libera, un po’ per affronto e un po’ per tracotante presenza, infilando i suoi squallidi tentacoli urbani nei campi.

Poi arriva lei, la città: asfalto, marciapiedi, cemento, pali, linee aeree e sento man mano che la terra nuda di prima è ora strato sottile e soffocato dall’alto in basso, wafer trapassato dai cunicoli fognari e infarcito di questi invadenti manufatti che pare crescano in modo disordinato. E così gli umani. Li vedo scorrere compressi, incanalati, pesci boccheggianti nelle navicelle ovattate, che a volte urlano e gesticolano testimoniando l’oppressione.

La città come una pentola a pressione che cuoce tutte le vite accorciando i tempi.

Lo sguardo e la mente si distendono e al solito indugiano bighellonando su luoghi che scopro di frontiera interna, dove il rivestimento di cemento e asfalto non ce la fa a contenere la pressione e qualcosa tracima irresistibile sputando linee e colori, forme assurde viste di primo acchito.

Zone ricche di interventi pittorici sul tessuto urbano, luoghi da un lato ambigui, equivoci, un po’ sinistri; dall’altro intuisco emergenze di pensiero, istanze represse di creatività intensa che trovano spazio e, a tratti, illuminano.

Cangianti, secondo le opportunità, gli spazi e gli umori degli artisti.

Il salto qualitativo dal “marcare il territorio” a “emergenza creativa” che a volte ben sintetizza sogni e/o incubi del nostro quotidiano.

Li sbirciavo distrattamente passando in auto, concentrato su altro, oggi posso percorrerli lentamente, fermarmi per contemplarli e fotografare i particolari.

Allora scopro la contaminazione creativa: come in un film di fantascienza si affacciano creature improbabili eppure fatte di parti singolarmente riconoscibili, come se l’artista si fosse divertito a smontare il mondo animale – uomo compreso – e a rimontarlo a piacere, per definire nuove funzionalità non necessarie alla produttività ma solo alla fantasia.

Un tracimare spumeggiante e incontenibile quasi a scostare con la sua forza il coperchio tombale dei muri, spesso proprio dove passano i treni, quasi a voler afferrare l’essenza di quelle vie di fuga, di transito o di arrivo, comunque di spinta verso qualcosa.

I sensi si collegano spontaneamente al repertorio iconografico memorizzato. L’artista si è lasciato, cosciente o no, contaminare, trasformando segni e forme in nuovi soggetti, il cui significato scaturisce  dalla fantasia del passante.

A volte mostri, a volte figure ammiccanti, personaggi di altri mondi vestiti di cromie suggestive, rovinate spesso dai vandali e dal tempo ma presto riproposte in nuove configurazioni immaginarie.

Inquietanti innesti uomo macchina come gli Alien di Giger o citazioni surrealiste e dadaiste, anti-arte che diventa arte, disgustando l’umarel mediocre dalle cartilagini mentali artrosiche.

Stargate per le menti aperte e ancora vive, verso mondi fantastici che raccontano l’irriducibilità dell’umano anche sotto secoli di cemento, l’urgente e necessaria voglia di comunicare che trasforma luoghi tetri e anonimi  in passaggi tra due mondi incompatibili.

Uno di questi luoghi lo conosco bene, sotto gli archi che emergono lentamente dall’asfalto per innalzare il treno sopra il Naviglio e proiettarlo verso la Lomellina, archi che nelle grigie serate si trasformano in antri bui e inquietanti, a volte mal frequentati.

Lì sotto sgorga misterioso il Lambro meridionale, un canale artificiale che nasce dalla confluenza dell’Olona con uno scaricatore del Naviglio Grande, con le sue acque turbinose.

Archi che sembrano invogliare i treni a saltare fuori dai tunnel della città per sfrecciare liberi nella campagna, per poi tornare alle loro case. Oppure sempre lì i treni sembrano rallentare per essere inghiottiti dalla città quando arrivano nelle nebbiose mattine dense di sonno e di rumore.

In uno di questi antri orcheschi si trovava un grosso e loquace gommista. Aveva l’officina incastonata sotto l’arco, saturando tutto lo spazio disponibile, con l’apertura principale su viale Cassala e la secondaria che dava sul retro, pochi metri prima della riva del canale. Uno che quando ci andavi per una foratura, con varie scuse cercava di farti cambiare tutto il treno di gomme.

Un luogo quasi bucolico, possibile meta di incontri amorosi,  se non fosse per la secolare puzza delle acque e per i rifiuti regolarmente abbandonati sotto l’arco o gettati nel canale, lasciando fetidi resti impigliati nella vegetazione caotica delle rive. Infatti fu chiamato per secoli Lambro merdario per lo scolo dei residui fognari di Milano.

Ricordo il fetore quando portavo l’auto sul ponte sollevatore, nell’ampia parte dell’officina situata tra il cavalcavia e il canale, come se l’antro si espandesse  istantaneamente in un altro mondo, spazioso, sconosciuto, che esercitava su di me un insolito e nauseabondo fascino di luogo accessibile a pochi selezionati avventori.

Ancora oggi lo attraverso furtivo in bici per tagliare il percorso costeggiando il canale e riprovo le stesse sensazioni, sento lo stesso odore.

Mi allietano queste creature che emergono da un universo represso per smuovere la mente e mi accompagnano gioiose per tutta via Malaga, fino a casa, invitandomi a fuggire con loro.

Proprio oggi, in bilico sulla riva del canale qualcuno ha lasciato una carrozzina per invalidi, quasi nuova, che guarda le acque dal bordo ripido. Suggestiva metafora di uno spettatore innamorato del luogo fino alla paralisi, dissoltosi nei mefitici vapori chissà quando.

Esito “profetico” per un Bicighellone ?


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