Comincio a dubitare che questo metodo della ripetizione alla fine porti un qualche giovamento.
Mi sembra che così non è stato almeno negli ultimi anni dove, addirittura, ho l’impressione che ci sia stato un peggioramento specialmente su alcuni atteggiamenti e comportamenti che sembrano sedimentati nel modo di vivere la nostra attività di architetti e progettisti.
Argomenti e fatti che avvengono e poi si ripetono e che noi accettiamo con la rassegnazione di chi pensa, appunto, che oramai non c’è più alcuna speranza.
Per esempio: il matematico Piergiorgio Odifreddi, nell’Agosto del 2009, intervistò per “la Repubblica”, una figura importante del panorama architettonico contemporaneo come Peter Eisenman, guru del decostruttivismo.
In quella intervista alla domanda: Come e cosa rispondere alle critiche che gli erano state rivolte da chi abitava nella House VI da lui progettata?

Eisenman rispose: L’idea era di mettere in dubbio il concetto che il piano orizzontale debba per forza essere il fondamento di una casa. In quel progetto l’elemento pervasivo è diagonale, il che rende la casa più topologica che euclidea: naturalmente, se si continua a guardarla con occhio euclideo, non sembra avere alcun senso. Mentre dal punto di vista topologico la casa è perfettamente simmetrica, solo che l’asse di simmetria non è né orizzontale e né verticale, ma obliquo.
Una risposta che, scusandomi per l’irriverente ironia, la si potrebbe paragonare alla Supercazzola di Tognazziana memoria.
Anche perché, alla successiva domanda di Odifreddi – Se lui vivrebbe mai in una casa simile?
Eisenman rispose: Io no! Non vivrei in nessuna delle case che progetto. Io posso parlare del progetto, ma non della reazione della gente: non realizzo le mie opere preoccupandomi di cosa ne dirà il pubblico, così come Joyce non scriveva Finnegans’ Wake preoccupandosi delle reazioni dei lettori.
Solo uno sprovveduto potrebbe immaginare che Eisenman non sapesse la differenza tra un’architettura ed un libro. Ma le sue risposte evidenziarono l’autoreferenzialità presente allora come oggi, a vari livelli, nella nostra professione in generale, ma in maniera preoccupante in molti di coloro che, a torto o a ragione, sono riconosciuti e si pongono come punto di riferimento nell’architettura contemporanea.
Con tutto il rispetto, credo che il compito dell’architetto rientri in una “dimensione” diversa. Aldo Rossi, che stranamente era uno degli architetti più stimati da Eisenman, “…distingueva sempre le raffinate esercitazioni sintattiche dal prodotto artisticamente finito…Se si fa dell’arte per l’arte si potrà anche dare forma a cose supreme, ma resteranno legate allo stretto ambito degli intenditori in una ingiusta implosione egoistica”.
Nello stesso periodo, siamo sempre tra il 2009 ed il 2010, in occasione dei primi 10 anni di vita della Tate Modern Gallery reinventata dagli architetti Herzog e de Meuron in una ex centrale elettrica sulle rive del Tamigi, Alain de Botton uno scrittore svizzero, sempre molto attento e consapevole dell’importanza del valore delle opere di architettura all’interno delle città, non solo dal punto di vista tecnico-artistico, ma anche, se non soprattutto, da quello sociale, in un articolo sul Daily Telegraph scriveva: La società britannica affronta ancora diversi problemi sociali, dal vandalismo al degrado dei mezzi d’informazione e del sistema politico, ma non per questo dobbiamo rinunciare a progettare edifici che propongono ideali alternativi. Al contrario questi problemi sottolineano il bisogno di un’architettura ispirata, proprio come la Tate Modern Gallery, che rappresenta uno strumento di difesa contro la corruzione e la scarsa immaginazione. Al di là della sua funzionalità, l’architettura contemporanea dovrebbe spingere i cittadini che si riconoscono nelle sue qualità a migliorare la realtà. L’edificio della Tate è un faro che indica doti dimenticate nella vita di tutti i giorni: la progettualità, la riflessione, la calma, la gentilezza e il coraggio. Si esce dal museo con la sensazione di aver ritrovato, anche se solo per poco tempo, qualità essenziali dell’essere umano.
Anche in Italia ci sarebbe piaciuto leggere, almeno qualche volta, o che si parlasse sui mass media di architettura come ne ha parlato Alain de Botton. Tanto più che le occasioni non sono mancate per farlo. Solo a Roma negli ultimi 15/20 anni abbiamo inaugurato il MAXXI di Zaha Hadid, il MACRO di Odile Decq, l’AUDITORIUM di Renzo Piano, la contestatissima ARA PACIS di Meier e di recente il nuovo Centro Congressi LA NUVOLA di Fuksas. Probabilmente nessuna di queste opere forse meriterebbe delle considerazioni così profonde dal punto di vista ideale, architettonico e soprattutto da quello sociale, come quelle pronunciate da de Botton per l’edificio della Tate Gallery.
Questo per uno spostamento della percezione che si ha oggi e che si è diffusa, specialmente negli ultimi anni, sulle opere di architettura e che vede l’attenzione incentrata principalmente sull’aspetto esteriore, sui volumi e sui materiali usati. Rispetto a quello che i grandi maestri da Bruno Zevi a Wright per non parlare di Gropius e di Mies Van de Rohe, hanno sempre considerato il vero “cuore” dell’architettura e cioè gli spazi, sia quelli esterni con i quali misurarsi e dialogare, sia quelli interni, i vuoti e tutto quello che è vivibile e fruibile di una costruzione. Ma se fosse veramente così, allora noi architetti e progettisti in generale forse qualche domanda ce la dovremmo fare e qualche risposta dovremmo pure provare a darla, proprio come dice il “nottambulo” Marzullo nelle sue recensioni letterarie/cinematografiche: “si faccia una domanda e si dia una risposta”.
Penso veramente che sia arrivato il momento, per i progettisti in generale, ma per noi architetti in particolare, di cominciare a cambiare rotta, magari volando un po’ più in basso e vicino alla terra. Forse dovremmo finirla di parlarci addosso e, troppo spesso, solo tra di noi, attraverso riviste e libri che oramai non compra più nessuno, anche perché oggi si trova tutto on line. Oppure in Convegni e mostre dove il senso reale dell’architettura non si riesce a cogliere dietro una sequenza di sole immagini che ti lascia sconcertato.
Sembra che la fotografia, prodotto importantissimo dal punto di vista divulgativo, artistico e della conoscenza, sia diventata, purtroppo, l’unico mezzo capace di narrare e far comprendere un’opera di architettura. Ma non è così come testimoniato purtroppo dall’uso e dall’abuso di questo straordinario strumento che è la macchina fotografica, soprattutto sui social e non solo.
Come qualcuno con evidente e notevole lungimiranza aveva denunciato già un po’ di anni fa: “…Purtroppo, oggi, sia nelle riviste specializzate che nelle pubblicazioni riguardanti i grandi temi dell’architettura e dell’ambiente, i testi vengono di solito supportati e corredati da bellissime immagini fotografiche, raramente da disegni, tanto meno originali, attraverso i quali sia possibile effettuare una “lettura grafica” approfondita dell’organismo architettonico, per meglio comprendere il concetto di luogo, di funzione, di spazialità, di realizzabilità, in unica parola di architettura, intesa come costruzione fruibile dall’uomo, che rispetti i vincoli estetici, funzionali e costruttivi”. Il Disegno della Palazzina Romana, C.Mezzetti, Ed. Kappa, 2007.
Forse proprio noi architetti dovremmo provare ad uscire da questo recinto, in cui ci siamo rinchiusi, per comunicare alla gente comune, ma soprattutto alle nuove generazioni, quelli che sono i valori ed il significato dell’architettura. Valori che attengono anche, se non soprattutto, alla sfera delle istanze etiche e sociali ed a quella della responsabilità e non solo al raggiungimento di visioni estetiche, spesso effimere, che non bastano a migliorare la qualità della vita delle nostre città.
Il punto di riferimento per i giovani che vogliono abbracciare la nostra disciplina non può essere l’architetto “artista” che declina ogni responsabilità perché “…il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le città” (Fuksas, 2008).
Oppure l’architetto “ideologico” e pieno di sé che afferma “io lo Zen di Palermo lo rifarei così com’è” (Purini, 2007).
In un bellissimo articolo sul «Giornale dell’Architettura» (Marzo 2009) Zvi Hecker scriveva: “…Ossessionata soltanto dalla massima visibilità, l’architettura si è affidata alla visione “dell’architetto artista”, tenuto a rendere conto solo delle proprie ispirazioni e desideri;…Senza più bisogno di seguire le regole della logica, la coerenza e la chiarezza dei piani, l’architetto architetto è presto diventato irrilevante sul vero cuore dell’architettura: soluzioni per housing, pianificazione urbana, integrazione degli emarginati sociali, temi che sono stati la base del Movimento Moderno”.
Certo che la Pianificazione del territorio spetti soprattutto alla politica, ma questa oramai con prassi consolidata decide tutto da sola con i grandi proprietari terrieri e con i grandi costruttori che, quasi sempre, sono la stessa persona.
La storia dello Stadio della Roma a Tor di Valle, che con alterne vicende anche giudiziarie, dura da circa 5 anni, è l’esempio forse più calzante che si possa citare. È stata emarginata ed in qualche caso esautorata la figura dell’urbanista che aveva il compito di ricercare la sintesi e l’equilibrio tra i due soggetti primari, senza dimenticare i problemi legati allo sviluppo della città e del territorio.
Il caso sempre di Roma e del suo PRG mi sembra emblematico. Il nuovo Piano Regolatore Generale, redatto nel 2000 dal Prof. Giuseppe Campos Venuti, ed approvato definitivamente dopo lunga gestazione nel 2009, nasce già vecchio.
Quelle che dovevano essere le Nuove centralità urbane, vengono trasformate in agglomerati urbani come “Bufalotta-Porta di Roma” e “Ponte di Nona-Roma-Est” e nascono, già in deroga all’appena nato PRG con i famosi Veltroniani Accordi di programma, intorno a dei grossi Centri commerciali (i cosidetti “non luoghi” come li ha definiti l’antropologo Marc Augé) che oramai dettano le nuove linee di sviluppo delle città. Spariscono tutte le altre attività e diventano “brani di territorio” di sole residenze che dovranno aspettare anni per essere chiamati Quartieri vista l’assenza totale o quasi di infrastrutture e servizi e dove la qualità della vita è pessima.
Ma noi (architetti, ingegneri, urbanisti) con queste trasformazioni che, naturalmente, non riguardano solo Roma, non abbiamo nulla a che fare? Non abbiamo alcuna responsabilità? È solo colpa della politica e dei grandi costruttori? Ma alla fine qualcuno li firmerà questi progetti? Nella patria del “tengo famiglia”, come bravi soldatini siamo uso ad obbedir tacendo?
Foto copertina tratta da https://www.moma.org/collection/works/82748
Giorgio Mirabelli, architetto, si laurea a Roma presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Collabora con P. Portoghesi e V. Gigliotti per il “Nuovo Aeroporto Internazionale di Khartoum (Sudan) e la “Moschea e Centro culturale islamico di Roma”. Nel 1986 diventa responsabile dei progetti della M.C.E. Consulting Engineers collaborando con l’Arch. G. Rebecchini. Partecipa a numerosi concorsi nazionali ed internazionali, e svolge attività di progettazione in Italia ed all’estero. Numerosi sono i progetti selezionati dall’O.A.R., Ordine degli architetti di Roma, per la partecipazione a Triennali di architettura ed International Roundtable. Autore di libri di architettura, ha raccolto la sua attività progettuale nel “La coerenza delle contraddizioni” a cura di Cesare De Sessa, Ed. Kappa.









































