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Purtroppo non è una battuta, ma è la pura verità.

Perché è proprio quello che mi è accaduto dopo aver letto su D di Repubblica, di un po’ di tempo fa, la risposta data da Umberto Galimberti che da sempre ha uno spazio per rispondere ai lettori del giornale, ad una persona che gli poneva questo quesito:

“Troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano ad esprimersi oralmente”. Questa è una frase di un documento che 600 Docenti universitari, Accademici della Crusca, Storici, Filosofi, Sociologi ed Economisti, già nel 2017 hanno inviato al Governo ed al Parlamento per denunciare il problema.

“…..Che vergogna sentirsi dire che commettiamo errori appena tollerabili in terza elementare. Facciamo fatica ad esprimerci, non leggiamo, non sappiamo riassumere un testo, e in molti pensano che saper scrivere sia ormai inutile in un mondo in cui a contare non sono più le parole, ma le immagini. Anche se è il linguaggio verbale che ci distingue dagli animali, e ci rende idonei ad elaborare un pensiero complesso e ad esprimerlo a parole”.

Infatti Galimberti risponde che: “nel 1976 il linguista Tullio De Mauro aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale. Il risultato fu circa 1.600 parole.

Lo stesso sondaggio ripetuto 20 anni dopo nel 1996, disse che i ginnasiali ne conoscevano circa 600 / 700 di parole.  Se lo dovessimo ripetere oggi credo che non si andrebbe oltre le 300 parole. È un problema? Galimberti risponde che è un grosso problema.

“Perché come aveva evidenziato Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo. Perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare. Quindi la conclusione di Galimberti è che quello che sta avvenendo forse è dovuto al fatto che negli ultimi trent’anni siamo passati ad una fase dove le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle lette da qualche parte. Ma le abbiamo solo viste in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure sentite dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un amplificatore inserito nelle nostre orecchie e collegato ad un walkman.

Ma la cosa, a mio modesto parere, è ancora più grave se si pensa per esempio al mezzo più comunicativo che oggi si usa anche a livello istituzionale perché è diventato in assoluto quello più popolare, più immediato, ma soprattutto più veloce, cioè FACEBOOK.

Quindi è tutta la comunicazione in generale che ha subìto un ridimensionamento imposto dalla velocità con cui deve viaggiare, purtroppo, anche a livello professionale e delle Istituzioni. Un virus, per fortuna non letale come il Covid, ma che ha contagiato quasi tutta la sfera della comunicazione. Basta guardare e soprattutto sentire le conduttrici e/o i conduttori di programmi televisivi, alcuni anche di grande successo. Oramai parlano come fossero delle mitragliatrici e spesso ti accorgi in alcuni passaggi ed in alcuni atteggiamenti che sono molto più preoccupati del tempo impiegato per trattare alcuni argomenti, che del contenuto degli argomenti stessi. Un atteggiamento inaccettabile a mio parere, specialmente quando si tratta di argomenti importanti e/o delicati che non possono essere mortificati da una comunicazione frettolosa e poco comprensibile.

Ma tutto questo naturalmente ha come al solito al centro il denaro e basta. In un programma televisivo più inserti pubblicitari inserisci e più guadagni. Quindi i contenuti del programma devono subire dei ridimensionamenti o addirittura dei tagli, affinché vi siano degli adeguati spazi pubblicitari. E chi se ne frega se poi il programma diventa uno “SPEZZATINO”, per alcuni versi e soprattutto per molti spettatori, poco comprensibile.

Meditiamo gente, meditiamo…

 


Foto copertina: ©MjZ