S4:E2 “Cerimonie e rituali del tè nel mondo”

Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 

S3:E3 “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”

S3:E4 “I tè neri iconici, Darjeeling, Assam, Ceylon, Lapsang Souchong

S3:E5 “Gli Oolong di pregio, Tie Guan Yin, Da Hong Pao, Dong Ding”

S4:E1 “Come preparare il tè perfetto per ogni tipologia”


Il tè in molte culture rappresenta un linguaggio silenzioso, un ponte tra le persone. Dalle sale silenziose del Giappone ai salotti affollati del Marocco, ogni tradizione ha costruito intorno al tè un universo di gesti, significati e simboli che raccontano storie antiche e sempre nuove.

Il chanoyu giapponese: l’arte della semplicità
Nella penombra di una stanza spoglia, ogni movimento è misurato. Il maestro del tè piega le ginocchia sul tatami, dispone gli utensili con la precisione di un calligrafo, scalda l’acqua fino al punto esatto in cui canta nella teiera. Questa è la cerimonia del tè giapponese, il chanoyu, dove il matcha verde e spumoso diventa veicolo di una filosofia intera.

Chanoyu

Nata dall’incontro tra il buddhismo zen e l’estetica giapponese nel XV secolo, la cerimonia incarna quattro principi fondamentali: armonia, rispetto, purezza e tranquillità. Non si tratta di preparare semplicemente una tazza di tè, ma di creare uno spazio dove il tempo si dilata e ogni gesto acquista significato. Il rituale può durare diverse ore e coinvolge la contemplazione degli utensili, spesso opere d’arte tramandate per generazioni, la degustazione di dolci tradizionali per bilanciare l’amaro del matcha, e un’attenzione quasi meditativa a ogni dettaglio.
La sala da tè, o chashitsu, è progettata per favorire l’umiltà: l’ingresso è così basso che gli ospiti devono inchinarsi per entrare, lasciando fuori ranghi sociali e preoccupazioni mondane. All’interno regna una essenzialità assoluta, dove anche un singolo fiore nell’alcova acquista una presenza monumentale.

Il gongfu cha cinese: maestria e precisione
In Cina, culla storica del tè, la cerimonia del gongfu cha celebra l’arte dell’infusione perfetta. Qui non si cerca la meditazione zen, ma la padronanza tecnica e l’apprezzamento delle sfumature di sapore che un tè di qualità può offrire attraverso infusioni multiple.

Gongfu Cha

Il metodo richiede teiere minuscole in terracotta di Yixing, già nominate nell’articolo precedente, tazze alte per catturare l’aroma, e una sequenza precisa di gesti: il riscaldamento degli utensili, il risveglio delle foglie con una prima infusione rapidissima che viene scartata, poi una serie di infusioni sempre più lunghe che rivelano strati diversi di gusto. Un singolo tè può essere infuso cinque, dieci, persino quindici volte, e ogni infusione racconta una storia diversa.
La pratica del gongfu cha è particolarmente diffusa nelle province del Fujian e del Guangdong, dove i tè oolong e pu-erh invecchiati raggiungono livelli di complessità straordinari. Non è raro che una sessione di tè diventi un’occasione sociale prolungata, dove amici e conoscenti si riuniscono per ore, conversando tra un’infusione e l’altra, in un ritmo lento che contrasta con la frenesia della vita moderna.

L’atay marocchino: ospitalità e condivisione
Nel cuore del Maghreb, il tè alla menta è molto più di una bevanda rinfrescante. È un gesto di benvenuto, un sigillo di amicizia, un rituale che scandisce la giornata e celebra l’ospitalità come valore supremo.

Atay

La preparazione è uno spettacolo in sé: il tè verde cinese gunpowder viene mescolato con
generose quantità di menta fresca e zucchero, poi versato da grande altezza in piccoli
bicchieri decorati, creando una schiuma caratteristica in superficie. Questo gesto, chiamato
tirare il tè, non è solo esibizione, serve a ossigenare la bevanda e amalgamare i sapori.
La tradizione vuole che si servano tre bicchieri: il primo amaro come la vita, il secondo dolce
come l’amore, il terzo delicato come la morte, recita un proverbio berbero. Rifiutare il tè è
considerato scortese, mentre accettarlo crea un legame di reciproco rispetto. Nelle case, nei
mercati, persino nelle trattative commerciali, l’atay crea uno spazio di pausa e relazione, dove
il tempo si ferma per permettere l’incontro autentico.

Il tea time britannico: eleganza e tradizione sociale
Nel pomeriggio in molte case britanniche inizia un rituale che è diventato sinonimo di
raffinatezza: l’ afternoon tea. L’ora tradizionale è tra le 15:30 e le 17:00, più spesso indicata
come il “tè delle cinque”. Nato nell’Ottocento per iniziativa della duchessa di Bedford, che
cercava un modo per placare la fame tra il pranzo e la cena tardiva, questo momento si è
trasformato in un’istituzione culturale.

Afternoon tea

Il tè viene servito in tazze di porcellana finissima, accompagnato da una selezione di sandwich delicati senza crosta, scones appena sfornati con marmellata, clotted cream e pasticcini decorati. L’etichetta è precisa: si aggiunge prima il latte, o il tè? Secondo il galateo inglese dell’epoca vittoriana, per evitare di far rompere la porcellana delicata dal calore, si versava prima il latte nella tazza e poi il tè. Oggi, invece, la regola più comune è aggiungere prima il tè e poi il latte, per poter così valutare e controllare meglio il sapore e il colore del tè. Si mescola delicatamente, senza fare rumore. Si tiene la tazza per il manico, non per il corpo. Sono dettagli che per generazioni hanno definito appartenenza sociale e buone maniere.
Ma oltre all’aspetto formale, il tea time rappresenta una pausa strutturata nella giornata, un momento di conversazione e relazione che la modernità non è riuscita completamente a cancellare. Negli hotel di lusso come nelle case più semplici, prendere il tè rimane un gesto
che collega il presente a una tradizione secolare.

Il samovar russo: calore e convivialità
Nel freddo clima russo, il tè è arrivato attraverso le rotte carovaniere dall’Asia e si è radicato come bevanda nazionale, creando tradizioni uniche. Al centro di queste c’è il samovar, un’imponente teiera in metallo che mantiene l’acqua calda per ore grazie a un camino interno.

Samovar

La preparazione russa prevede un tè molto concentrato, il zavarka, che viene diluito con acqua calda dal samovar secondo i gusti di ciascuno. Il tè si beve in bicchieri con supporto metallico, spesso accompagnato da marmellata, miele o dolci. In alcune tradizioni si mette lo zucchero in bocca e si fa passare il tè attraverso, in altre si aggiunge una fetta di limone.
Il samovar diventa il cuore della casa, il punto di ritrovo dove la famiglia si riunisce per conversazioni lunghe e profonde. Non è insolito che una sessione di tè russo si protragga per ore, con il calore del samovar che riscalda non solo la bevanda, ma anche l’atmosfera di
intimità e condivisione.

Il matcha coreano: spiritualità e contemplazione
Anche la Corea ha sviluppato una propria cerimonia del tè, il darye, influenzata dal buddhismo, ma con caratteristiche distintive. Rispetto alla rigidità giapponese, la versione coreana enfatizza la spontaneità e l’espressione naturale, pur mantenendo profondo rispetto per la pratica.

Darye

La preparazione avviene con gesti fluidi e armoniosi, spesso accompagnati da musica tradizionale. Si utilizzano ciotole in ceramica celadon, il caratteristico verde giada che è simbolo dell’arte coreana. Il tè viene offerto come gesto di rispetto verso gli anziani, i maestri spirituali, e durante cerimonie commemorative per gli antenati.
La filosofia che sottende il darye è quella dell’armonia tra uomo e natura, del ritorno a una semplicità essenziale che permette di apprezzare la bellezza nelle piccole cose. È una pratica che mantiene viva la connessione con le radici culturali in un mondo sempre più globalizzato.

Il tè tibetano: nutrimento e resistenza
Sugli altopiani del Tibet, dove l’aria rarefatta rende ogni gesto faticoso e il freddo penetra nelle ossa, il tè diventa alimento fondamentale. Il po cha, o tè al burro, è una bevanda densa e nutriente preparata mescolando tè nero fermentato con burro di yak e sale, battuto vigorosamente fino a ottenere una consistenza cremosa.

Po cha

Questa bevanda, dal sapore che può sorprendere i palati occidentali, fornisce calorie, grassi e calore necessari per sopravvivere in condizioni estreme. Ma è anche al centro della vita sociale tibetana: ogni visita inizia con l’offerta del tè, ogni discussione importante avviene intorno alla teiera, ogni momento di pausa è un’occasione per condividere questa bevanda che unisce sostentamento fisico e rituale sociale.
La preparazione richiede tempo e dedizione, con il tè che viene fatto bollire per ore prima di essere mescolato con il burro. Il risultato è una bevanda che rappresenta l’adattamento dell’uomo a un ambiente ostile, trasformato in tradizione e identità culturale.

Il chai indiano: spezie e vitalità
Nelle strade affollate dell’India, il profumo del chai si mescola ai mille odori del subcontinente. Questa bevanda vivace, preparata facendo bollire tè nero con latte, zucchero e un mix di spezie aromatiche, è l’energia liquida che alimenta milioni di persone ogni giorno.

Chai

Ogni regione, ogni famiglia ha la propria ricetta: cardamomo, zenzero, cannella, chiodi di garofano, pepe nero si combinano in proporzioni sempre diverse. Il chai wallah, il venditore di tè di strada, è una figura onnipresente, che versa la bevanda fumante in piccoli bicchieri di terracotta usa e getta o in bicchieri di vetro che risuonano ritmicamente quando vengono lavati.
Il chai non è solo bevanda ma pausa necessaria, momento di socializzazione, carburante per iniziare la giornata o riprendersi dalla fatica. Nelle case viene offerto agli ospiti come primo gesto di benvenuto, negli uffici scandisce le pause lavorative, nelle stazioni dei treni accompagna i viaggi e le attese.
Il tè è un linguaggio universale

Attraverso continenti e secoli, il tè ha assunto forme diverse, ma ovunque conserva la stessa capacità di creare connessioni. Che sia nella solennità di un tempio zen, nel calore di una casa marocchina, o nel trambusto di una stazione indiana, preparare e condividere il tè è un atto che trascende la semplice necessità di bere.
Ogni cerimonia, con i suoi gesti codificati e i suoi significati stratificati, rappresenta un modo di rallentare, di prestare attenzione, di riconoscere l’importanza del momento presente e delle persone con cui lo condividiamo. Questi rituali millenari ci ricordano quei gesti ormai desueti che vale la pena compiere con cura, conversazioni che meritano tempo, incontri che richiedono presenza.
In fondo, il tè non è che acqua calda e foglie. Ma nelle mani dell’uomo diventa occasione di bellezza, veicolo di cultura, strumento di relazione. Le cerimonie che abbiamo incontrato, pur nella loro diversità, parlano tutte lo stesso linguaggio: quello dell’attenzione, del rispetto e della condivisione. Ci hanno insegnato che la grandezza si nasconde spesso nella semplicità, che il tempo dedicato a un gesto può trasformarlo in arte, e che in un mondo frenetico esistono ancora isole di calma dove fermarsi, ascoltare e assaporare.
Così si chiude questo viaggio attraverso il mondo del tè, una bevanda che si è rivelata molto più di un semplice infuso. Dalle piantagioni nebbiose dell’Asia alle tazze fumanti di ogni angolo del pianeta, abbiamo scoperto come foglie apparentemente insignificanti abbiano plasmato economie, ispirato filosofie, creato rituali e connesso culture lontanissime tra loro.
Che siate bevitori occasionali, o appassionati cultori, l’invito è lo stesso: la prossima volta che preparate una tazza di tè, prendetevi un momento. Osservate il colore che si diffonde nell’acqua, respirate il profumo che si alza dal vapore, gustate non solo il sapore ma anche l’istante. Perché, come ci hanno mostrato millenni di storia e tradizione, il tè non si beve soltanto: si vive.
Vi saluto con il “saluto con le dita” – (kòu zh? l?), come vuole un’antica tradizione cinese, con il gesto discreto di Battere due dita sul tavolo (medio e indice) si ringrazia per il tè ricevuto.Nacque durante il regno dell’imperatore Qianlong (1736-1795), il quarto imperatore della dinastia Qing. La leggenda narra che Qianlong abbandonasse segretamente la corte, si travestisse da cittadino comune e, sempre accompagnato dai suoi fedeli cortigiani, frequentasse spesso le case da tè, di cui amava scoprirne costantemente nuove varietà.Un giorno, mentre visitava una casa da tè, assaggiò un tè eccezionalmente pregiato, così buono che volle condividerlo con i cortigiani seduti di fronte a lui. Per mantenere l’anonimato, i cortigiani non potevano esprimere la loro gratitudine con il consueto inchino di corte; così usarono le mani per indicare un inchino e le nocche per indicare un inchino del capo a terra.Col tempo questo gesto è diventato più semplice: basta piegare la mano e toccare il tavolo con due dita, come se si bussasse a una porta, per esprimere “grazie”!
Quindi “Toc, toc” a voi, grazie per aver condiviso questo viaggio. Che ogni vostra tazza sia un momento di bellezza.


Nelle puntate precedenti…

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S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

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S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 

S3:E3 “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”

S3:E4 “I tè neri iconici, Darjeeling, Assam, Ceylon, Lapsang Souchong

S3:E5 “Gli Oolong di pregio, Tie Guan Yin, Da Hong Pao, Dong Ding”

S4:E1 “Come preparare il tè perfetto per ogni tipologia”


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




S3:E4 “I tè neri iconici, Darjeeling, Assam, Ceylon, Lapsang Souchong

Nelle puntate precedenti…

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S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

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S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 

S3:E3 “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”


Nel vasto panorama dei tè neri, alcuni nomi hanno attraversato i confini geografici per diventare veri e propri archetipi di sapore. Darjeeling, Assam, Ceylon e Lapsang Souchong non rappresentano soltanto eccellenze regionali intrecciate con la cultura e le tradizioni del territorio, sono diventati parametri di riferimento, linguaggi gustativi universali che ogni appassinato impara a riconoscere e decifrare. Quando un intenditore descrive un tè come “simile a un Darjeeling”, o “con note da Lapsang”, sta usando questi nomi come coordinate su una mappa sensoriale condivisa, dove ciascuno occupa una posizione precisa e insostituibile nel definire cosa può essere un tè nero.

Darjeeling: lo champagne dei tè

Alle pendici dell’Himalaya, nella regione indiana del Bengala Occidentale, cresce quello che molti considerano il più raffinato tra i tè neri. Il Darjeeling deve la sua fama a un terroir unico: altitudine elevata tra i 600 e i 2000 metri, nebbie mattutine, terreni ricchi e temperature fresche creano condizioni perfette per una crescita lenta che concentra aromi complessi nelle foglie.
Ciò che pochi sanno è che il Darjeeling nasce da un “furto botanico” vittoriano: nel 1841, un botanico britannico di nome Robert Fortune introdusse clandestinamente dalla Cina semi e piante di tè, mascherandosi da mercante cinese per penetrare nelle zone di coltivazione proibite agli stranieri. Queste piante cinesi, adattandosi al clima himalaiano così diverso dal loro luogo d’origine, svilupparono caratteristiche uniche che oggi definiamo il profilo classico del Darjeeling.
Come già accennato in un altro articolo di questa serie, la peculiarità di questo tè risiede nella sua straordinaria variabilità stagionale. Il raccolto primaverile, o first flush, avviene tra marzo e aprile dopo il riposo invernale delle piante: le foglie giovani producono un infuso quasi verdastro, con astringenza vivace e note che ricordano l’erba fresca e i fiori bianchi. Il second flush di maggio-giugno rappresenta l’apice qualitativo, quando si sviluppa il famoso “muscatel”, quel carattere moscato e fruttato che alcuni paragonano all’uva passa o all’albicocca matura. Esiste poi un terzo raccolto autunnale, il monsoon flush, più robusto e meno pregiato, e infine un quarto raccolto che alcuni produttori chiamano “autumnal”, dal carattere più rotondo e morbido.
Una curiosità affascinante riguarda i “silver tips”: le gemme apicali argentate che, quando presenti in abbondanza in un Darjeeling, indicano un raccolto di altissima qualità. Questi germogli rappresentano le punte più giovani e tenere della pianta, ancora chiuse e ricoperte da una fine peluria bianco-argentea. Durante l’ossidazione del tè nero, questa peluria mantiene riflessi chiari, argentati o biancastri, a differenza delle foglie che si scuriscono completamente. I silver tips si distinguono dai “golden tips” (di cui scriverò poco più avanti) per il grado di ossidazione e maturità: mentre i silver tips provengono dai germogli appena formati, ancora chiusi, con peluria molto chiara, i golden tips sono germogli leggermente più maturi che durante l’ossidazione assumono tonalità dorate, ramate o color miele. I silver tips conferiscono all’infuso una dolcezza delicata, floreale e quasi cristallina, con minore astringenza; i golden tips invece apportano note più mielate, maltate e vellutate, con una dolcezza più rotonda e avvolgente.
Nei Darjeeling più pregiati, la presenza abbondante di silver tips crea un contrasto visivo straordinario tra le foglie scure e le gemme argentate, segnalando un raccolto selettivo fatto nelle prime ore del mattino, quando i germogli sono ancora chiusi dalla rugiada. Questi Darjeeling possono superare i 1000 euro al chilogrammo nelle aste internazionali, raggiungendo prezzi paragonabili ai vini più esclusivi.

Tè Darjeeling

Assam: la potenza dal cuore dell’India Nella pianura alluvionale del fiume Brahmaputra, nel nord-est dell’India, si estende la più grande regione produttrice di tè al mondo. L’Assam non è solo una zona geografica, ma rappresenta una scoperta botanica rivoluzionaria: nel 1823, un ufficiale scozzese di nome Robert Bruce trovò piante di tè selvatiche che crescevano spontaneamente nella giungla. Era la varietà Camellia sinensis var. assamica, geneticamente diversa dalla varietà cinese, con foglie più grandi e un vigore vegetativo eccezionale.
Questa scoperta cambiò la storia del tè: fino ad allora, la Cina deteneva il monopolio mondiale della produzione. L’Assam permise alla Gran Bretagna di costruire il proprio impero del tè, riducendo la dipendenza dalle importazioni cinesi. Le piante di Assam possono raggiungere i 15-18 metri di altezza se lasciate crescere liberamente, contro i 3-5 metri della varietà cinese, e le loro foglie contengono una concentrazione più alta di teina e polifenoli.
Il carattere maltato e robusto dell’Assam deriva non solo dalla genetica della pianta, ma anche dal particolare processo di lavorazione chiamato CTC (Crush, Tear, Curl), sviluppato negli anni ’30 proprio in questa regione. Diversamente dal metodo ortodosso che mantiene le foglie integre, il CTC sminuzza le foglie in granuli uniformi che rilasciano rapidamente colore e sostanze nell’acqua. Questo spiega perché l’Assam regge benissimo l’aggiunta di latte: la sua concentrazione di tannini e teina rimane percepibile anche quando diluita.
Una particolarità poco nota riguarda il “golden tips” dell’Assam, alcuni raccolti primaverili producono foglie con abbondanti germogli dorati che conferiscono note mielate, a volte leggermente maltate, o che ricordano il pane tostato, e una dolcezza che contrasta piacevolmente con l’astringenza di base e ammorbidisce il profilo complessivo del tè, rendendolo più vellutato, meno aggressivo al palato. Questi Assam speciali, lavorati con metodo ortodosso anziché CTC, rivelano una complessità inaspettata con sentori di cacao, nocciola tostata e persino spezie dolci come la cannella e i golden tips sono particolarmente evidenti, creando un contrasto visivo affascinante con le foglie scure. Anche in alcuni Yunnan Dian Hong (tè neri cinesi) i golden tips sono così abbondanti da dare al tè un aspetto quasi dorato, con un gusto ricco di note di cacao e miele.
Ho prima accennato ai “silver tips” nei Darjeeling più pregiati, qui merita un piccolo approfondimento il “golden tip”, costituito dai germogli apicali più giovani della pianta del tè che. Questi germogli sono ricoperti da una fine peluria naturale che protegge le gemme durante la crescita. Quando vengono ossidati, questa peluria non si scurisce completamente come il resto della foglia, ma mantiene riflessi dorati, bronzei o color miele. La presenza di golden tips in un tè nero è considerata un indicatore di qualità per diverse ragioni: provengono solo dalle parti più giovani e tenere della pianta, raccolte all’apice della loro dolcezza; contengono una concentrazione elevata di aminoacidi e oli essenziali, ma meno tannini rispetto alle foglie mature; conferiscono all’infuso una dolcezza naturale e morbida, bilanciando l’eventuale astringenza delle foglie più grandi; richiedono un raccolto selettivo e accurato, possibile solo in determinate stagioni.

Tè Assam

Ceylon: l’eredità dello Sri Lanka La storia del tè Ceylon inizia con una catastrofe: nel 1869, un fungo chiamato Hemileia vastatrix decimò le fiorenti piantagioni di caffè dello Sri Lanka. Un giovane scozzese di nome James Taylor, che già nel 1867 aveva piantato sperimentalmente alcuni ettari di tè a Loolecondera Estate, dimostrò che l’isola poteva diventare una potenza del tè. Nel giro di vent’anni, Ceylon si trasformò completamente, e oggi i suoi tè sono tra i più esportati al mondo. La storia del tè Ceylon inizia con una catastrofe economica che trasformò radicalmente l’agricoltura dell’isola. Per tutto l’Ottocento, lo Sri Lanka (allora Ceylon) era uno dei maggiori produttori mondiali di caffè, con migliaia di ettari di piantagioni che rappresentavano la principale fonte di ricchezza del paese. Nel 1869, però, un fungo parassita chiamato Hemileia vastatrix, noto come “ruggine del caffè” per le macchie color ruggine che lasciava sulle foglie, iniziò a diffondersi in modo inarrestabile attraverso le piantagioni. Nel giro di pochi anni l’intero settore caffeicolo crollò, lasciando migliaia di coltivatori rovinati e vaste aree agricole abbandonate.
Fu in questo contesto disperato che il tè emerse come alternativa salvifica. Un giovane scozzese di nome James Taylor, che già nel 1867 aveva piantato sperimentalmente alcuni ettari di tè a Loolecondera Estate, quando il caffè dominava ancora incontrastato, dimostrò che il clima e il terreno dell’isola erano perfetti per la coltivazione del tè. Mentre i piantatori di caffè vedevano le loro colture morire, Taylor perfezionava le tecniche di coltivazione e lavorazione del tè. Il suo successo convinse altri agricoltori a convertire le terre devastate dal fungo in piantagioni di tè. Nel giro di vent’anni, Ceylon si trasformò completamente da isola del caffè a potenza mondiale del tè, e oggi i suoi tè sono tra i più esportati al mondo.
Ciò che rende unico il Ceylon è la stratificazione altitudinale della produzione. I tè “low grown”, coltivati sotto i 600 metri, crescono rapidamente nel clima caldo e umido, producendo foglie grandi e infusi corposi, scuri, dal gusto intenso e leggermente terroso. Sono perfetti per i blend da colazione. Salendo tra i 600 e i 1200 metri troviamo i “medium grown”, che rappresentano un compromesso equilibrato tra corpo e complessità aromatica. Ma la vera magia avviene sopra i 1200 metri, nelle piantagioni “high grown” di regioni come Nuwara Eliya, soprannominata “la piccola Inghilterra” per il suo clima fresco e nebbioso. Qui i tè sviluppano una luminosità quasi agrumata, note floreali di gelsomino e rosa, e una vivacità in tazza che ricorda i Darjeeling, pur mantenendo una personalità distintiva. Il freddo notturno rallenta la crescita, permettendo alle foglie di concentrare oli essenziali e composti aromatici complessi.
Una caratteristica distintiva del Ceylon è la sua luminosità, quella qualità brillante, quasi elettrica, che si manifesta sia nel colore dell’infuso che nel gusto. I produttori attribuiscono questo tratto alla particolare composizione minerale del suolo vulcanico dell’isola e alle piogge monsoniche che lavano costantemente il terreno, mantenendolo vivo e ossigenato. I tè Ceylon di Uva, regione nell’altopiano centrale del paese che va da circa 900 a 1500-2000 metri sul livello del mare, raccolti durante la stagione secca tra luglio e settembre, sono particolarmente ricercati per questa caratteristica scintillante, con un profilo che alcuni descrivono dal sentore “mentolato”, o “eucliptato” per quella freschezza penetrante.

Tè Ceylon

Lapsang Souchong: il ribelle affumicato. Nel cuore delle montagne Wuyi, nella provincia del Fujian, nasce il tè più controverso e caratterizzante del panorama mondiale (personalmente lo amo con tutto il cuore, è perfetto anche mescolato al sale grosso per condire carni rosse in ricette a lunga cottura). Il Lapsang Souchong (zhèngsh?n xi?ozh?ng) porta nel nome stesso la sua identità: “zhengshan” significa “montagna corretta”, mentre “xiaozhong” si riferisce a una sotto-varietà locale di Camellia sinensis dalle foglie piccole e aromatiche.
La leggenda più accreditata sulla nascita dell’affumicatura risale alla dinastia Qing, quando soldati in transito occuparono una fabbrica di tè, ritardando la lavorazione delle foglie raccolte. Per accelerare l’essiccazione ed evitare che marcissero, i produttori le posero sopra fuochi di pino, scoprendo accidentalmente che l’affumicatura non solo preservava le foglie, ma creava un profilo aromatico del tutto nuovo. Tuttavia, documenti storici suggeriscono che tecniche di affumicatura fossero già note localmente, utilizzate per preservare alimenti in un clima umido e piovoso.Il processo autentico del Lapsang Souchong prevede tre fasi di affumicatura. Dopo l’ossidazione, le foglie vengono essiccate su graticci di bambù sospesi sopra fuochi di legno di pino rosso (Pinus massoniana), assorbendo il fumo denso per diverse ore. Segue una seconda affumicatura più leggera, e infine una terza fase in cui le foglie riposano in stanze dove bruciano lentamente corteccia di pino e radici resinose. Questo triplo passaggio stratifica aromi che vanno dal fumo intenso e legnoso, ai sentori resinosi di pino, fino a note sottili di catrame e cuoio.
In realtà, sebbene sia poco noto, esistono due stili di Lapsang Souchong. Il “Lapsang Souchong tradizionale”, che mantiene il carattere affumicato intenso, e il “Zheng Shan Xiao Zhong” originale, prodotto nell’area ristretta del villaggio di Tongmu, presenta un’ affumicatura più delicata e rivela sotto il fumo note sorprendenti di longan (frutto del drago), cacao e persino sentori floreali. Questi tè premium, quasi sconosciuti fuori dalla Cina fino a pochi anni fa, stanno guadagnando riconoscimento tra gli esperti.
Il Lapsang Souchong ha anche una storia geopolitica affascinante: fu uno dei primi tè cinesi a raggiungere l’Europa nel XVII secolo, diventando popolarissimo in Olanda, Gran Bretagna e Russia. Si dice che la zarina Caterina II di Russia ne fosse talmente devota da farne la bevanda ufficiale della corte imperiale. Ancora oggi, il Lapsang Souchong rappresenta uno degli ingredienti segreti del celebre Russian Caravan blend, un tè affumicato che rievoca i lunghi viaggi delle carovane che trasportavano tè dalla Cina a Mosca attraverso la Mongolia, durante i quali le casse di tè assorbivano l’aroma dei fuochi da campo notturni.
Quattro mondi, una famiglia. Darjeeling, Assam, Ceylon e Lapsang Souchong rappresentano quattro interpretazioni dello stesso tema: le foglie della Camellia sinensis ossidate e trasformate in tè nero. Eppure, come quattro musicisti che suonano strumenti diversi, ognuno porta una voce unica all’interno di questa sinfonia.
Il Darjeeling sussurra eleganza con la sua eredità himalayana e cinese, l’Assam dichiara potenza con le sue foglie giganti della giungla, il Ceylon offre equilibrio verticale tra pianure tropicali e vette nebbiose, il Lapsang Souchong grida carattere attraverso il fumo ancestrale delle montagne Wuyi. Conoscerli significa possedere un vocabolario completo per esplorare l’universo del tè nero, quattro punti cardinali che orientano qualsiasi viaggio sensoriale.
La prossima volta che vi troverete davanti a una tazza di tè nero, prendetevi un momento per riconoscere quale archetipo state incontrando. Potrebbe essere il furto botanico che divenne eccellenza himalayana, la scoperta nella giungla che spezzò un monopolio millenario, la rinascita di un’isola dopo una catastrofe agricola, o l’incidente fumoso che creò un’icona immortale. Ogni sorso è un dialogo con la storia, e questi quattro tè iconici sono le voci più eloquenti di quella conversazione.

Tè Lapsang Souchong

Appuntamento alla prossima puntata, per continuare il nostro viaggio nel mondo del tè con: “Gli oolong di pregio, Tie Guan Yin, Da Hong Pao, Dong Ding.”.


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S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

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S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”


Nelle puntate precedenti abbiamo attraversato il mondo variegato del tè, dalla freschezza del verde alla intensità del nero, passando per l’ ‘equilibrio dell’Oolong fino a giungere qui, sulla soglia del più delicato tra tutti i tè. Oggi entriamo nel regno del tè bianco, dove ogni foglia è una carezza e ogni sorso un sussurro di primavera eterna.
Nel giardino silenzioso del tè, il tè bianco è la voce più sottile, quella che parla solo a chi sa ascoltare. Non è verde come l’erba bagnata dalla rugiada, né ambrato come i tramonti d’autunno. È qualcosa di più puro, di più essenziale: un velo di nebbia mattutina, un petalo che cade senza rumore, un respiro di luce che attraversa le foglie appena nate.
Il tè bianco è minimalismo reso liquido. È la foglia che non viene manipolata, che non conosce il wok rovente, né il vapore che trasforma. Viene semplicemente lasciata essere: raccolta nelle prime ore dell’alba, quando ancora la peluria argentata la avvolge come un manto di stelle, poi adagiata al sole, o all’ombra a riposare, a perdere lentamente la sua umidità per diventare se stessa nella forma più pura possibile.
Bere tè bianco significa entrare in contatto con l’essenza primordiale della Camellia sinensis, con ciò che la pianta è prima che l’uomo decida di trasformarla. È un atto di umiltà e di rispetto, un inchino verso la natura che ci ricorda che a volte la bellezza più grande sta nel non fare, nel lasciare che le cose accadano secondo il loro ritmo naturale.

White Tea

Se gli altri tè sono sculture elaborate, il tè bianco è un disegno a inchiostro: pochi tratti essenziali, nulla di superfluo. La sua lavorazione è talmente minimale da sembrare quasi assente, eppure proprio in questa apparente semplicità si nasconde una maestria raffinata, fatta di osservazione, pazienza e perfetto senso del tempo.
Tutto inizia con la raccolta, momento sacro che avviene solo in primavera, in una finestra temporale brevissima di poche settimane, a volte di soli pochi giorni. Si raccolgono esclusivamente i germogli più giovani e le prime due foglie apicali, quelle ancora chiuse o appena dischiuse, ricoperte da una fine peluria bianco-argentata che dà il nome a questo tè prezioso. Questa lanugine è un segno di giovinezza estrema, di foglie che non hanno ancora conosciuto il sole pieno, che portano ancora su di sé la memoria della notte.
Dopo la raccolta, le foglie vengono disposte su graticci di bambù, o stuoie, in ambienti freschi e ventilati, dove inizia il lento processo di appassimento. Non c’è fretta, non c’è forzatura: le foglie perdono la loro umidità gradualmente, nell’arco di ore, a volte persino giorni, seguendo il ritmo del loro stesso respiro. A volte l’appassimento avviene al sole, in quelle giornate di primavera dove la luce è ancora gentile; altre volte all’ombra, dove la temperatura resta costante e il processo ancora più delicato.
Non c’è ossidazione controllata come nell’Oolong, non c’è vapore come nel tè verde giapponese, non c’è tostatura come nel tè verde cinese. C’è solo tempo, aria e una minima essiccazione finale a bassissima temperatura, giusto per stabilizzare le foglie e permetterne
la conservazione. Il risultato è un tè che conserva intatta quasi tutta la sua composizione originale, un tè che è ancora foglia, ancora pianta, ancora natura allo stato quasi puro.
Nel mondo del tè bianco, in cui albergano alcune delle varietà di tè tra le più preziose, due nomi brillano come gemme nella corona imperiale: il Bai Hao Yin Zhen e il Bai Mu Dan, ognuno con la propria personalità, ognuno con la propria storia da raccontare.

Tè Bai Hao Yin Zhen: Gli Aghi d’Argento dell’Imperatore

Il Bai Hao Yin Zhen, conosciuto in Occidente come Silver Needle, è l’aristocratico supremo tra i tè bianchi, il più puro, il più raro, il più prezioso. Composto esclusivamente da gemme non ancora schiuse, ricoperte da quella peluria argentata che sembra catturare la luce stessa, questo tè è pura poesia visiva ancor prima di diventare infusione.
Proveniente dalla provincia del Fujian, in particolare dalle contee di Fuding e Zhenghe, il Silver Needle veniva un tempo riservato esclusivamente all’imperatore e alla corte celeste. La leggenda narra che le raccoglitrici dovessero vestire abiti candidi, indossare guanti bianchi di seta e utilizzare forbicine d’oro per tagliare delicatamente ogni singola gemma, che veniva poi adagiata su vassoi preziosi. Ancora oggi, in alcuni giardini dello Sri Lanka, questa tradizione viene mantenuta viva, segno che il sacro non conosce tempo.
Quando le gemme argentate incontrano l’acqua calda, si schiudono lentamente come fiori all’alba, liberando un liquore quasi trasparente, di un giallo pallido che ricorda il color miele di acacia. L’aroma è sottile, quasi evanescente: note di fiori bianchi, rosa appena sbocciata, timo selvatico, miele di tiglio. Il sapore è dolce, delicato, con una freschezza che ricorda la rugiada, una dolcezza che non è mai stucchevole, ma sempre raffinata, come una carezza sul palato.

Tè Bai Mu Dan: La Peonia Bianca dai Mille Volti

Il Bai Mu Dan, o White Peony, è il fratello più accessibile, ma non meno affascinante del Silver Needle. Composto dalle gemme e anche dalle prime due giovani foglie apicali, questo tè offre un profilo aromatico leggermente più complesso e un corpo più rotondo.
Le foglie, di dimensioni maggiori rispetto agli aghi d’argento, si presentano in una danza di colori: il bianco argentato delle gemme si mescola al verde tenero delle foglie giovani, creando un mosaico naturale che già preannuncia la ricchezza dell’infusione. Il liquido è più dorato, con riflessi ambrati, e il sapore spazia dalle note floreali a quelle leggermente fruttate, con accenni di melone bianco, pera matura, fiori di pesco.
La Peonia Bianca è meno costosa del Silver Needle, non per questo meno pregiata, offre semplicemente un’esperienza diversa, più strutturata, più adatta forse a chi cerca nel tè bianco anche un corpo maggiore senza perderne la delicatezza essenziale.
Esistono poi altre varietà di tè bianco, meno conosciute, ma ugualmente ricche di fascino. Lo Shou Mei e il Gong Mei sono prodotti con foglie più mature, quelle che non vengono selezionate per i tè più pregiati. Il loro sapore è più intenso, meno delicato, con note che possono ricordare il fieno asciutto, la frutta secca, talvolta accenni di legno dolce.

Questi tè rappresentano la democratizzazione del tè bianco: meno costosi, più robusti, adatti anche a chi si avvicina per la prima volta a questa famiglia. Non hanno la raffinatezza estrema del Silver Needle, ma portano in sé lo stesso spirito di autenticità e naturalezza.
Andiamo ora in pellegrinaggio nel Fujian, la Terra Santa del Tè Bianco. Se esiste un luogo sulla terra dove il tè bianco ha trovato la sua casa perfetta, quello è la provincia del Fujian, nel sud-est della Cina. Qui, tra montagne avvolte nella nebbia e valli dove i fiumi scorrono lenti, il clima e il terreno creano le condizioni ideali per la crescita delle piante di tè destinate a diventare tè bianco.

Piantagione di tè nella contea di Fuding

Le contee di Fuding e Zhenghe sono particolarmente famose: a Fuding crescono le piante dalla cultivar Da Bai, “Grande Bianco”, con gemme carnose e ricche di peluria; a Zhenghe dominano le Da Hao, “Grandi Germogli”, leggermente diverse, ma altrettanto pregiate. L’altitudine, l’umidità costante, le nebbie primaverili che proteggono i germogli dal sole troppo forte, tutto contribuisce a creare foglie di qualità suprema. Gli artigiani del Fujian custodiscono segreti tramandati da generazioni: sanno riconoscere il momento esatto in cui una gemma è pronta per essere raccolta, conoscono il giusto grado di umidità dell’aria per l’appassimento perfetto, sentono quando le foglie hanno raggiunto il punto ottimale di essiccazione. È una conoscenza che passa attraverso i sensi, che non si apprende sui libri ma solo attraverso anni di pratica e osservazione attenta.
Oggi il tè bianco viene prodotto anche in altre regioni della Cina, nello Yunnan, nel Guangxi, e persino in altri paesi come Sri Lanka, India, Nepal. Ma il cuore pulsante, la terra dove tutto è iniziato e dove ancora oggi si produce il tè bianco più pregiato, rimane il Fujian, terra di nebbie e tradizioni millenarie.
Il tè bianco non è solo un piacere per i sensi, ma anche un dono prezioso per il corpo e lo spirito. Proprio perché subisce la lavorazione più minimale tra tutti i tè, conserva intatta la maggior concentrazione di composti benefici naturalmente presenti nelle foglie fresche della Camellia sinensis. I polifenoli abbondano come in nessun altro tè, rendendo il tè bianco il più ricco di antiossidanti tra tutte le varietà: si parla di una concentrazione che può essere fino a tre volte superiore rispetto al tè verde. Questi guardiani molecolari proteggono le cellule dallo stress ossidativo, contrastano i radicali liberi, rallentano i processi di invecchiamento con una gentilezza che non conosce effetti collaterali. Le catechine, in particolare l’EGCG (epigallocatechina gallato), sono presenti in quantità straordinarie e agiscono come piccoli custodi della salute cardiovascolare, contribuendo a mantenere elastiche le pareti dei vasi sanguigni, a regolare la pressione arteriosa, a proteggere il cuore dalle patologie che lo minacciano. Il tè bianco è anche un alleato silenzioso della salute dentale: i suoi composti naturali inibiscono la crescita dei batteri responsabili della carie, rinforzano lo smalto, mantengono fresche le gengive. La caffeina è presente, ma in quantità minore rispetto agli altri tè: il tè bianco stimola senza agitare, risveglia la mente con dolcezza, accompagna verso uno stato di vigile serenità. Non è l’energia nervosa che conosce poi il crollo, ma un flusso costante che sostiene senza mai sopraffare.
Il tè bianco è anche amico della pelle: i suoi antiossidanti proteggono dall’interno contro i danni dei raggi UV, favoriscono l’elasticità dei tessuti, contribuiscono a mantenere la luminosità naturale del viso. Non a caso, molti cosmetici di alta gamma includono estratti di tè bianco nelle loro formulazioni, cercando di catturare in creme e sieri ciò che questo tè dona semplicemente bevendolo.
Come ogni tè che si rispetti, anche il tè bianco è avvolto nel velo dorato delle leggende. Si narra che durante la dinastia Song, un imperatore malato e ormai rassegnato alla morte ricevette in sogno la visita di una fenice bianca, che gli indicò una pianta sacra cresciuta sulle montagne del Fujian. Il volatile celeste gli disse che solo l’infusione dei germogli più giovani di quella pianta, raccolti all’alba e mai toccati dal sole pieno, avrebbero potuto salvarlo. Al risveglio, l’imperatore inviò i suoi migliori servi alla ricerca di questa pianta miracolosa. Dopo giorni di cammino, la trovarono: era una Camellia sinensis dalle gemme argentate, ricoperte di una peluria che brillava come seta alla luce dell’alba. I germogli furono raccolti con estrema cura, solo quelli ancora chiusi, e portati al palazzo. L’imperatore bevve l’infusione per quaranta giorni consecutivi, e a ogni sorso sentiva le forze tornare, la malattia retrocedere, la vita rifluire nelle membra. Quando fu completamente guarito, decretò che quel tè fosse riservato esclusivamente alla famiglia imperiale e chiamato “Tè dell’Immortalità”, proibendo la diffusione al di fuori delle mura del palazzo. Secoli dopo, un monaco coraggioso trafugò alcuni semi di quella pianta sacra e li piantò nei giardini del suo monastero, iniziando così la coltivazione del tè bianco che conosciamo oggi. La leggenda dice che ogni volta che si beve una tazza di Silver Needle, si beve un sorso di quell’elisir imperiale, un frammento di quella immortalità che l’imperatore aveva cercato e trovato.
Per secoli il tè bianco è rimasto un segreto custodito gelosamente dalla Cina, un tesoro riservato a pochi privilegiati. Solo verso la fine del XIX secolo ha iniziato a varcare i confini del Celeste Impero, conquistando prima l’Inghilterra vittoriana, poi il resto dell’Europa, infine il mondo intero. Oggi il tè bianco è apprezzato globalmente, eppure mantiene ancora un’aura di esclusività e raffinatezza. Non è il tè delle grandi produzioni industriali, non si trova facilmente. Rimaneun tè ricercato dagli intenditori, da chi sa apprezzare la sottigliezza, da chi preferisce un sussurro a un grido. La sua produzione resta limitata: le poche settimane di raccolta primaverile, la necessità di condizioni climatiche perfette, la lavorazione che non ammette errori, tutto contribuisce a mantenere il tè bianco relativamente raro e prezioso. Ma proprio questa rarità è parte del suo fascino: non è un tè per ogni giorno, è un tè per i momenti speciali, per quando si cerca non solo una bevanda, ma un’esperienza contemplativa. Alcuni paesi, come lo Sri Lanka e il Nepal, hanno iniziato a produrre i propri tè bianchi, interpretando la tradizione con accenti locali. I risultati sono interessanti, a volte sorprendenti, ma gli intenditori continuano a ricercare i tè bianchi del Fujian come il punto di riferimento assoluto, la misura con cui ogni altro tè bianco viene confrontato.

Il tè che insegna l’arte del meno.

Il tè bianco è un maestro silenzioso che insegna una lezione preziosa: a volte il meno è davvero di più. In un mondo che tende all’eccesso, alla trasformazione continua, all’aggiunta costante di elementi, il tè bianco ci ricorda la bellezza dell’essenziale, la potenza di ciò che
non viene fatto. Ogni tazza ci invita a rallentare, a prestare attenzione ai dettagli più sottili, a trovare ricchezza nella semplicità. Non serve che un gusto sia potente per essere memorabile; non serve che un aroma sia pungente per lasciare il segno. Il tè bianco sussurra invece di gridare, accarezza invece di colpire, e proprio per questo la sua presenza rimane nella memoria più a lungo. Bere tè bianco è un atto di fiducia nella natura: si accetta che la foglia, lasciata quasi intatta, abbia già in sé tutto ciò che serve, che non necessiti di grandi trasformazioni per diventare eccellente. Così, sorso dopo sorso, il tè bianco diventa compagno di meditazione, specchio di purezza, ponte verso quella parte di noi che sa ancora stupirsi per le cose semplici: il colore della luce attraverso l’acqua, il profumo delicato che si alza dalla tazza, il silenzio che avvolge il momento presente. È il tè dell’essenziale e della poesia trattenuta. In fondo, il tè bianco ci sussurra all’orecchio una verità antica: a volte la perfezione consiste nel non aggiungere nulla, ma nel togliere il superfluo, fino a rimanere con l’essenza pura di ciò che è. E in quella purezza, in quel minimalismo naturale, si nasconde una ricchezza che nessuna elaborazione potrebbe mai eguagliare. Nella prossima puntata esploreremo il mondo del raffinato tè giallo, una pregiata specialità cinese meno conosciuta rispetto ad altri tè, caratterizzata da un processo di lavorazione che conferisce alle foglie un colore dorato e un sapore unico,con note che ricordano la nocciola e la frutta.


Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




S2:E2 “Il Mondo Affascinante del Tè Nero”

Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”


Nel mondo del tè, il tè nero occupa un posto speciale, distinto per la sua complessità e la varietà di sfumature che può assumere a seconda della provenienza e della tecnica di lavorazione. Derivato sempre dalla stessa, unica e meravigliosa pianta della Camellia sinensis, il tè nero è il risultato di una fermentazione completa delle foglie, processo che ne è l’essenza stessa, con un impatto estremamente significativo sul gusto e sull’aroma , contribuendo ad un carattere deciso e più robusto, che lo differenzia radicalmente dal tè verde, trattato in modo da mantenere un’alta freschezza e un profilo aromatico più delicato.

In questo articolo, esploreremo in dettaglio la tecnica di “ossidazione completa”, cuore del tè nero, il suo impatto sul gusto e le varietà più celebri di tè nero, come il Darjeeling, l’Assam e il Keemun.

Il processo di ossidazione completo inizia subito dopo la raccolta delle foglie di tè. Questo procedimento chimico, che avviene in presenza di ossigeno, è fondamentale per conferire al tè nero il suo colore scuro, il sapore pieno e il profilo aromatico complesso. Dopo la raccolta, le foglie di tè vengono lasciate appassire per qualche ora per ridurre il contenuto di umidità, vengono poi arrotolate per rompere le cellule e liberare gli enzimi. A questo punto le foglie vengono esposte all’aria, permettendo una completa ossidazione che modifica le sue strutture chimiche e biologiche. Il risultato è un tè dal colore intenso, che può variare dal rosso scuro al marrone, e con il robusto sapore che lo caratterizza.

Questa fase della lavorazione avviene naturalmente grazie all’interazione tra le foglie di tè e l’ossigeno nell’aria, è un processo che implica il rilascio di enzimi naturali, come la polifenolossidasi. Questi enzimi trasformano i composti chimici presenti nelle foglie fresche, principalmente i polifenoli, alterando la loro struttura e dando vita a nuovi composti aromatici. Durante l’ossidazione, i polifenoli, in particolare le catechine (che nei tè verdi sono responsabili del caratteristico sapore erbaceo e fresco), si trasformano in composti chiamati teaflavine e tearubigine. Le teaflavine sono le principali responsabili delle note dolci, fruttate e maltate, mentre le tearubigine danno al tè la sua profondità e il colore ricco e scuro.

L’ossidazione completa inoltre riduce la quantità di composti volatili freschi, ma aumenta la formazione di tannini e polifenoli ossidati, che contribuiscono alla struttura complessa e al retrogusto persistente del tè nero, dal profilo aromatico ricco e variegato.

A seconda della varietà di tè e della sua origine, l’ossidazione completa può enfatizzare una vasta gamma di sfumature sensoriali.

Nei tè come l’Assam, il processo di ossidazione completa esalta note dolci e maltate, simili a quelle del pane appena sfornato, o della caramellizzazione di zuccheri. Queste note sono il risultato della decomposizione degli zuccheri naturali delle foglie, che, ossidandosi, liberano composti dalla dolcezza simile al miele e al malto.

In alcuni tè, come il Darjeeling, le teaflavine generate dall’ossidazione danno vita a note fruttate, come quelle della pesca, delle albicocche, del frutto della passione, con una delicata sfumatura floreale che richiama i fiori di primavera. Questa qualità fruttata è una delle caratteristiche distintive dei tè di montagna, dove il clima fresco e la varietà del terreno favoriscono una maggiore espressione di note fresche e fragranti.

In altri tè neri, in particolare quelli provenienti dall’India, come il Nilgiri, le note speziate come la cannella, il pepe nero e lo zenzero sono accentuate dal processo di ossidazione. Questi aromi speziati, talvolta anche piccanti, sono generati dalla trasformazione dei composti fenolici in reazioni chimiche che rilasciano sfumature di calore e vivacità nel tè.

In alcuni tè neri, come il Lapsang Souchong cinese, l’ossidazione viene accompagnata da una leggera affumicatura delle foglie. Questo processo aggiunge una nota di legno bruciato o di fumo che, combinata con le altre note ossidate, conferisce al tè un gusto che ricorda quello del tè affumicato al fuoco di pino. Sebbene non presente in tutti i tè neri, questa caratteristica è molto apprezzata da chi cerca un tè dalle sfumature robuste e distintive.

Lapsang Souchong

Oltre alle sfumature aromatiche, l’ossidazione completa è responsabile della caratteristica astringenza del tè nero, che si avverte sulla lingua come una sensazione di secchezza o di pungenza. Questo effetto è dovuto ai tannini, composti chimici che legano le proteine presenti nella saliva e nella bocca, dando una sensazione di corpo e di struttura.

La presenza di tannini rende il tè nero decisamente più robusto rispetto ad altri tipi di tè, spesso i bevitori lo associano alla sensazione di pienezza che accompagna il sorso, per questo motivo spesso il tè nero viene scelto come base per miscele come il chai, dove la astringenza ben si bilancia con le spezie e il latte.

Nel mondo del tè nero, esistono diverse varietà che si distinguono per le tecniche di lavorazione, la provenienza geografica e le caratteristiche del terreno. La percezione di un tè corposo e ben strutturato come il tè nero può essere sia fresco e vivace, come nei tè freschi di Darjeeling o Nilgiri, o più profondo e intenso come nei tè Assam e Keemun.

L’India è uno dei più grandi produttori mondiali di tè nero, e le sue regioni di produzione sono famose per la qualità e la varietà dei tè che vi vengono coltivati.

Assam Black

Tè Assam. Situato nel nord-est dell’India, l’Assam è conosciuto per il suo tè molto forte. L’ossidazione delle foglie porta a questo tè un sapore maltato e terroso, con una leggera astringenza. L’Assam è spesso usato come base per il tè chai e come accompagnamento a colazioni abbondanti. La qualità e l’intensità del gusto possono variare notevolmente a seconda della stagione di raccolta, il clima e le condizioni ambientali influenzano profondamente lo sviluppo delle foglie, e la gamma di sapori che si ottiene dipende dalla crescita della pianta, dalle piogge e dalla temperatura, determinando così un tè dai gusti e
dalle caratteristiche diverse. Durante la prima raccolta (first flush), che avviene in primavera, le foglie sono più giovani e fresche, con un sapore più delicato e floreale, ma ancora ricco di intensità. Nella seconda raccolta (second flush), che avviene in estate, le foglie diventano più mature e sviluppano un gusto più forte.

Darjeeling Teas _ Darjeeling Tea

Tè Darjeeling. Il Darjeeling è comunemente noto come “lo champagne dei tè” per la sua delicatezza e le note fruttate e floreali. Situato alle pendici dell’Himalaya, il tè Darjeeling viene raccolto in tre periodi dell’anno: primavera-first flush, estate-second flush e autunno-autumn flush, ogni raccolto regala caratteristiche uniche.

First Flush è il raccolto di marzo e aprile, le foglie giovani producono un tè fresco, leggero e floreale, con note erbacee e una leggera astringenza. È il più pregiato, noto per la sua delicata freschezza.

Second Flush è il raccolto di maggio e giugno, il tè diventa più corposo e aromatico, con un gusto più intenso, fruttato e un caratteristico “muscatel”, che ricorda l’uva. Autumn Flush è raccolto di settembre e ottobre, il tè ha un sapore più maturo, con note più morbide e dolci, e una maggiore profondità rispetto al first flush, ma meno fruttato rispetto al second flush.

Nilgiri Blue Mountain

Il tè Nilgiri, proveniente dalla regione montuosa del sud dell’India conosciuta come i Monti Blu, è celebre per la sua qualità unica e la sua raffinata delicatezza. Questa zona, situata tra i 1.000 e i 2.500 metri di altitudine, beneficia di un clima ideale, con fresche brezze monsoniche e una combinazione di sole e nebbia che conferisce al tè una vivace aromaticità. Il tè Nilgiri è apprezzato per il suo profilo armonico e bilanciato, che abbina una freschezza vivace a una corposità morbida e vellutata. Le foglie sono lavorate con una leggera ossidazione, al fine di preservare la fragranza e ridurre l’intensità tannica, donando alla bevanda un gusto più dolce e rotondo, privo di quella nota astringente tipica di altre varietà di tè nero. Questo lo rende particolarmente adatto a chi ricerca un tè nero più delicato ma al contempo ricco di sfumature aromatiche, con un retrogusto leggermente floreale e agrumato che lo rende ideale sia per il consumo quotidiano che per occasioni speciali.

Keemun

La Cina, pur essendo più famosa per i suoi tè verdi e oolong, produce anche tè neri di altissima qualità, tra cui il Keemun, apprezzato per la sua complessità aromatica e la sua dolcezza sottile.

Tè Keemun: Originario della regione di Qimen, nella provincia di Anhui, il Keemun è uno dei tè neri più apprezzati e rinomati della Cina, celebre per il suo profilo elegante il suo aroma raffinato. Le foglie di Keemun sono sottoposte a un’ossidazione completa, che regala al tè una dolcezza naturale avvolgente, arricchita da un bouquet ampio che spazia dalle note fruttate, spesso di albicocca, prugna o ciliegia, a quelle legnose e terrose. In alcuni casi, si può percepire anche un delicato sentore affumicato che arricchisce ulteriormente l’esperienza sensoriale. Rispetto ad altri tè neri come l’Assam, il Keemun è più sottile e meno robusto, ma proprio per questa sua delicatezza è capace di offrire una gamma più ampia di nuance aromatiche. È un tè che si presta perfettamente alla degustazione pomeridiana, grazie alla sua capacità di stimolare senza sovraccaricare i sensi. Viene inoltre considerato un’ottima scelta per la meditazione, offrendo una bevanda che invita al relax e alla riflessione, con un retrogusto persistente che perdura piacevolmente al palato.

Come ogni grande tradizione, il tè nero è accompagnato da miti e leggende che ne esaltano il valore e la sacralità. La Leggenda del Tè Darjeeling: Si narra che i monaci buddhisti dell’Himalaya, secoli fa, abbiano piantato le prime piante di tè per le loro cerimonie spirituali. Da queste piante nacque il tè Darjeeling, che fu presto apprezzato dalle corti imperiali per la sua unicità e il suo delicato bouquet aromatico.

La storia del tè Darjeeling è avvolta in un’aura di mistero e fascino, intrecciata con le tradizioni spirituali e le leggende che si sono tramandate per secoli. Si racconta che, nei lontani tempi dell’antico regno tibetano, i monaci buddhisti dell’Himalaya, al fine di arricchire le loro pratiche meditative, piantassero le prime piante di tè sulle ripide colline che circondano la valle di Darjeeling. Questi monaci, che cercavano l’armonia tra corpo, mente e natura, credevano che il tè fosse una bevanda che potesse favorire la lucidità mentale e stimolare la spiritualità. Le piante, cresciute in un terreno fertile, baciato dal fresco abbraccio della montagna e dal mistico clima della regione, cominciarono a dare vita a foglie di una qualità straordinaria. Si dice che i monaci non solo coltivassero queste piante per uso rituale, ma che fossero anche consapevoli delle incredibili proprietà di queste foglie. Il loro tè, fin da allora, era noto per il suo sapore unico: delicato, floreale, con un accenno di muschio e frutta, che riusciva a risvegliare l’anima senza appesantirla. Nel corso dei secoli, i segreti di questa bevanda affascinante giunsero alle corti imperiali dell’India e, successivamente, all’élite britannica. Nel XVIII secolo, quando l’Impero Britannico si espandeva anche in India, i colonizzatori europei scoprirono questo tesoro nascosto tra le nebbie delle montagne e riconobbero immediatamente il valore di questa bevanda pregiata. Il tè Darjeeling divenne così simbolo di lusso e di raffinatezza, apprezzato dai palati più esigenti, e presto comparve nelle tavole delle corti imperiali e nei salotti aristocratici d’Europa. La sua fama crebbe ancora di più grazie alla sua peculiarità: un tè nero che combinava il carattere pieno di un tè tradizionale con la leggerezza e la freschezza dei tè verdi, un equilibrio perfetto che lo rendeva ideale per ogni momento della giornata.

Il Keemun e l’Imperatore: la storia del Keemun è avvolta da una leggenda affascinante che lo lega direttamente alla corte imperiale cinese. Secondo la tradizione, durante una cerimonia di corte, l’imperatore della dinastia Qing, noto per la sua raffinata sensibilità e il suo palato esperto, assaggiò per la prima volta una tazza di Keemun, un tè che proveniva dalle montagne dell’Anhui, nella regione sud-orientale della Cina. Al primo sorso, rimase talmente colpito dalla sua perfezione che si dice che per un attimo il tempo si fosse fermato. Il tè era unico nel suo genere: ricco, ma al contempo delicato; dolce, ma con un’intrigante profondità aromatica che sembrava evolversi con ogni sorso. L’equilibrio perfetto tra note fruttate, floreali e legnose, accompagnato da un leggero sentore affumicato, fece sì che l’imperatore percepisse il Keemun come il tè ideale per simboleggiare l’armonia e la raffinatezza del suo impero. Rimasto affascinato dalla qualità sublime di questo tè, l’imperatore emise un ordine imperiale che sanciva la produzione di Keemun in grandi quantità per tutto l’impero. Non solo il tè doveva essere distribuito alle corti imperiali, ma venne incoraggiato il commercio anche verso l’Occidente, rendendo il Keemun uno dei tè più apprezzati e ricercati del mondo. Il suo impatto sulla cultura del tè fu immediato, poiché divenne simbolo di lusso, eleganza e perfezione, caratteristiche che ne fecero il tè preferito da molte aristocrazie e case reali, non solo in Cina, ma anche in Europa.

Questa leggenda non è solo una testimonianza della qualità straordinaria del Keemun, ma anche un simbolo della cultura millenaria del tè cinese, che affonda le sue radici in un perfetto equilibrio tra natura, arte e spiritualità. Sebbene la veridicità della storia rimanga un mistero, il suo fascino e il suo messaggio continuano a sopravvivere, rendendo il Keemun un tè che, come ogni grande leggenda, trasmette emozioni e racconta una storia di eleganza senza tempo.

Il Keemun è uno dei miei tè preferiti, ma che si tratti di un robusto Assam, di un elegante Darjeeling, o di un raffinato Keemun, ogni tazza di tè nero è un piccolo viaggio sensoriale da assaporare in tutta la sua profondità.

Appuntamento alla prossima settimana con l’approfondimento sul “Tè di mezzo”, tra verde e nero: l’Oolong.


Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”


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S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

Nell’articolo precedente: “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo” ho parlato della Camellia sinensis come della pianta madre di ogni tè.
Tutti i tè che conosciamo e gustiamo derivano dalle foglie di questa singola pianta, da cui ha origine una straordinaria varietà di gusti, profumi e tradizioni, che si diversificano tra loro attraverso il processo di lavorazione; ciò che li rende unici è il modo in cui le foglie vengono
raccolte, trattate, ossidate e fermentate.
Della Camellia sinensis esistono due varietà principali: Camellia sinensis var. sinensis (tipica della Cina e dei paesi asiatici orientali) e Camellia sinensis var. assamica (più diffusa in India, in particolare nella regione di Assam).
Queste piante possono differire per le loro caratteristiche fisiche e la resa delle foglie, ma in entrambi i casi i tè prodotti sono fondamentalmente la stessa cosa: foglie trattate in modi diversi per ottenere caratteristiche distintive.
Come in un giardino in cui ogni fiore custodisce un aroma diverso, anche il tè sboccia in sei grandi varianti: verde, nero, oolong, bianco, giallo e puerh, nomi che nascondono mondi di antiche tradizioni.
Le prime civiltà a introdurre il consumo del tè , Cina, India e Giappone , svilupparono sistemi di classificazione articolati in sei categorie, trasmessi e consolidati attraverso le generazioni.
Queste sei tipologie furono distinte e identificate non tanto per ragioni botaniche, quanto per motivi storici, culturali e pratici, legati ai diversi metodi di lavorazione e alle tecniche utilizzate per produzione del tè nelle varie regioni del mondo.
La classificazione del tè non nasce dai freddi criteri scientifici strettamente naturali, ma scaturisce dall’eco millenaria delle tradizioni che avvolgono la preparazione e la cura delle foglie di Camellia sinensis. Racconta storie di mani sapienti, di gesti ripetuti per secoli, di riti
che trasformano la semplice foglia in un elisir di cultura e memoria, più che in un mero oggetto di studio naturale.

sei tipologie di tè

Nel corso dei secoli, questa classificazione si è consolidata, diventando un punto di riferimento stabile e riconoscibile per i consumatori, aiutando a standardizzare il linguaggio e la comprensione del tè, e si è anche adattata alle esigenze commerciali e al mercato globale. Le
diverse tipologie sono state create e promosse in base alle preferenze di consumo nelle varie regioni del mondo.
Pensiamo per esempio all’Inghilterra, dove il tè nero è diventato il più consumato, mentre in Giappone si preferisce il tè verde. Il tè pu’erh, invece, ha una tradizione strettamente legata a Tibet e alla Cina sud-occidentale.
Va detto che, all’interno di ciascuna di queste sei categorie principali, esistono molte sottocategorie che si riferiscono a varietà regionali, o cultivar particolari.
Vediamo in dettaglio le sei grandi categorie:
Tè verde

tè verde

Il tè verde è la versione più semplice e meno lavorata della Camellia sinensis. Fresco e limpido, è come un mattino leggero: le foglie non devono ossidarsi, il loro colore e sapore restano puri. Pensiamo a Sencha, Longjing, ricordi di primavera in ogni sorso.
Le foglie vengono raccolte e immediatamente sottoposte a un processo di essiccazione, o scottatura, per fermare l’ossidazione, mantenendo così il loro colore verde brillante e preservando il massimo delle proprietà antiossidanti.
Per questa fase in Cina si utilizza il calore diretto, mentre in Giappone si usa il vapore, in entrambi i casi il risultato è un tè dal sapore fresco, erbaceo e delicato, con un aroma che evoca le note naturali delle foglie stesse.
Il tè verde è la varietà più antica e tradizionale, e viene consumato in Cina e Giappone da migliaia di anni. Presenta numerosi benefici, non è solo una bevanda rinfrescante, ma anche una potente alleata per la salute. I suoi antiossidanti, le proprietà anti-infiammatorie e i benefici metabolici lo rendono un’aggiunta straordinaria alla dieta quotidiana. Che si tratti di migliorare la funzione cerebrale, supportare la perdita di peso o promuovere la salute del cuore, il tè verde ha numerosi vantaggi che lo rendono un vero e proprio elisir di benessere.
Come narrato nel primo articolo, la leggenda vuole che il tè verde sia stato scoperto per caso dall’imperatore cinese Shen Nong, che nel 2737 a.C. stava facendo bollire dell’acqua quando alcune foglie di Camellia sinensis caddero nel suo calderone. L’imperatore, curioso, assaggiò il liquido e si accorse che il suo sapore fresco e dissetante aveva effetti stimolanti e curativi.
Tè nero

tè nero

Il più intenso, lascia che l’ossidazione faccia parlare la foglia. Come l’Assam forte, come un ricordo al caffè del mattino, o il Darjeeling che sfuma in note floreali delicate.
Il tè nero subisce un processo di ossidazione completo, che cambia il colore delle foglie da verde a marrone scuro e sviluppa un sapore più corposo e ricco. Le foglie di Camellia sinensis vengono prima arrotolate, poi lasciate ossidare completamente (un processo che può richiedere diverse ore), e infine essiccate. Questo processo è diverso da quello del tè verde, che viene solo leggermente ossidato, o del tè bianco, che non viene quasi ossidato affatto. La completa ossidazione delle foglie consente la creazione di composti chimici che danno al tè
nero il suo caratteristico aroma e sapore. Il risultato è un tè dal sapore forte e robusto, che può includere note dolci, maltate o speziate,
a seconda della varietà e della regione di provenienza. Il tè nero è anche un potente alleato per la salute cardiovascolare, mentale e digestiva. La sua ricchezza in antiossidanti, flavonoidi e caffeina lo rende un rimedio naturale per migliorare la concentrazione, favorire la perdita di peso, ridurre il rischio di malattie croniche e migliorare la salute orale. Con i suoi molteplici benefici, il tè nero è davvero un elisir per il benessere generale.
Se si vuole ottenere una spinta energetica, il tè nero è la scelta ideale per il suo contenuto di caffeina relativamente alto. Sebbene contenga meno caffeina rispetto al caffè, il tè nero fornisce un’energia più graduale e meno nervosa. La quantità di caffeina varia a seconda del tipo di tè nero e del metodo di preparazione, ma di solito un’infusione contiene circa 40-70 mg di caffeina per tazza.
Si dice che il tè nero sia nato nel XIX secolo per soddisfare il gusto degli europei. Si dice che i commercianti britannici abbiano introdotto un processo di ossidazione completo delle foglie per creare un tè più robusto e longevo, in grado di sopportare meglio i lunghi viaggi marittimi
verso l’Inghilterra. Questa invenzione, inizialmente una necessità pratica, divenne presto una preferenza per il palato occidentale. Il tè Earl Grey, un tè nero aromatizzato con olio di bergamotto, è una delle varietà più famose, e si dice che il nome provenga da Charles Grey, il secondo conte di Grey, che ricevette in dono il tè aromatico da un diplomatico cinese.
Tè Oolong

tè oolong

A metà strada, tra fermentato e verde, l’oolong ci porta in meravigliosi mondi sfumati. È una danza lenta di ossidazione controllata, elegante e sfacciata insieme.
Rappresenta una via di mezzo tra il tè verde e il tè nero. La Camellia sinensis viene lasciata ossidare solo parzialmente: non completamente come nel tè nero, ma abbastanza da sviluppare una varietà di sapori complessi. Questo tè è particolarmente apprezzato per la sua versatilità e la sua capacità di evolversi durante la preparazione, Il grado di ossidazione può variare dal 10% al 80%, il che significa che i tè oolong possono spaziare da sapori freschi e floreali a quelli più tostati e intensi.
Il tè oolong è una bevanda ricca di benefici per la salute, che spaziano dal miglioramento della salute cardiovascolare e della funzione cognitiva, alla promozione della perdita di peso, digestione sana e protezione della pelle. Grazie alla sua combinazione unica di caffeina,
catechine e polifenoli, il tè oolong è un ottimo alleato per chi cerca di migliorare il proprio benessere generale e prevenire malattie croniche.
Una delle leggende più affascinanti sul tè oolong, racconta che il tè Tie Guan Yin, la più pregiata tra le varietà di Oolong e uno dei tè più rari e costosi della Cina, apprezzato per il suo profumo floreale e il suo sapore morbido, fu trovato da un contadino in una grotta, dove incontrò un vecchio monaco che gli chiese di pregare per un buon raccolto. Dopo aver pregato per il successo, il contadino trovò un sogno divino in cui una figura che rappresentava la Dea della Misericordia, Guanyin, gli apparve con una pianta di tè dalle foglie d’oro. In segno di gratitudine, il contadino coltivò quel tè e divenne ricco.
Tè bianco

tè bianco

Minimalista e schivo: solo boccioli giovani, lavorati senza sfarzo. Come il Bai Mu Dan, un sussurro di primavera che si fa tazza.
Il tè bianco è il più delicato dei tè. Le foglie di Camellia sinensis vengono manipolate poco e semplicemente lasciate appassire e seccare al sole, o in ambienti molto controllati. Non c’è quasi nessuna ossidazione o fermentazione, il che permette di preservare il sapore naturale
e delicato delle foglie.
Ha un profilo molto sottile e dolce, con aromi che spaziano dalle note floreali a quelle fruttate, e una leggera dolcezza che lo rende apprezzato per la sua raffinatezza.
Per queste sue caratteristiche è considerato il più pregiato e il più delicato. Viene prodotto principalmente in Cina, soprattutto nella regione di Fujian, viene raccolto principalmente in primavera, durante la stagione di crescita più breve. Questo periodo è cruciale, poiché vengono utilizzate solo le gemme più giovani e delicate, ricoperte da una fine peluria bianca (da cui prende il nome ed è un segno di alta qualità), che vengono raccolte a mano.
Il tè bianco è noto per il suo contenuto di caffeina relativamente basso e per il suo sapore dolce e floreale, che lo rende apprezzato anche dai neofiti del tè.
Una delle leggende più popolari sul tè bianco risale a un imperatore cinese che, colpito dalla sua rarità e bellezza, ordinò che solo la famiglia imperiale potesse bere questo tè, è infatti comunemente noto come: “Tè dell’Imperatore”.
Tè giallo

tè giallo

Raro come un verso perduto e considerato più raro e prezioso, il tè giallo richiede la celebre “sigillatura gialla”, un passaggio delicato che regala alle foglie una lieve fermentazione e ne cattura i profumi dimenticati.
Simile al tè verde, ne condivide la freschezza iniziale, ma vi aggiunge un rituale unico: subito dopo la raccolta, le foglie vengono adagiate a riposare in strati sottili, in un processo di maturazione chiamato “menhuang”, che favorisce una leggera ossidazione controllata, motivo
del suo colore dorato. Questa fase lenta e paziente, quasi un respiro della foglia stessa, ammorbidisce i tannini e arricchisce il sapore, conferendo al tè giallo un’ombra dolce, vellutata, con sfumature fruttate e talvolta accenni di spezie delicate.
La lavorazione più lunga e meticolosa dona a questa variante un sapore più complesso rispetto al tè verde, mantenendolo però più delicato rispetto al tè nero, e rende ogni foglia un piccolo tesoro, capace di trasformarsi in una bevanda profonda e armoniosa.
È considerato il tè imperiale per eccellenza, poiché la sua produzione, nei secoli antichi, era riservata esclusivamente alla corte imperiale cinese. Raro e prezioso, veniva custodito come un segreto di palazzo e offerto soltanto all’imperatore e ai dignitari più illustri. Secondo la
leggenda, la sua scoperta risalirebbe all’epoca di Qin Shi Huang, il Primo Imperatore, celebre per la sua sete di potere e per la ricerca ossessiva dell’immortalità. Si narra che, durante un viaggio, egli si imbatté in alcune piante di tè dalle foglie straordinariamente delicate, le cui infusioni gli donarono vigore e lucidità mai provati prima. Affascinato da quella forza misteriosa, Qin Shi Huang decretò che tale tè fosse coltivato soltanto nelle terre imperiali, custodito dai monaci e dai maestri del tè più esperti, divenendo così simbolo di potere, longevità e prestigio regale. Nel tempo, il tè giallo mantenne il suo alone di esclusività: raro come un tesoro, la sua stessa esistenza divenne un privilegio concesso a pochi eletti, un elisir che univa ritualità e leggenda.
Tra le nebbie della memoria e dei racconti ancestrali, si dice che questo tè fosse il più sacro fra i nettari imperiali, riservato alla corte dei cieli terrestri. Antico e prezioso, veniva custodito con un rituale segreto, offerto solo all’imperatore e ai suoi più devoti dignitari. È dalla leggenda
che prende vita: si narra che Qin Shi Huang, primo imperatore d’un impero in divenire, lo scoprisse durante una delle sue peregrinazioni, imbattendosi in foglie così sottili da apparire scolpite dalla luce stessa. Una tazza di quella infusione lo avvolse in un vigore luminoso e
una chiarezza d’animo mai conosciuti.
Così, mosso da quella forza sottile e misteriosa, decise che il suo nome dovesse restare custodito nel cuore della Cina imperiale: solo i monaci custodi e i maestri del tè più devoti ne avrebbero conosciuto il segreto. Così nacque il simbolo: potere, longevità, prestigio. Nei
secoli, quella foglia dorata è rimasta rara come un sogno condiviso, un privilegio concesso a pochi. Ancora oggi la sua esistenza suona come un’eco di rituale e leggenda, un elisir sospeso tra silenzio e sussurro.
Tè pu’erh

tè pu’erh

Il Pu’erh viene prodotto principalmente nella provincia di Yunnan, in Cina, è un tè che porta con sé il respiro del tempo. Diverso da ogni altro, nasce da un processo di fermentazione senza fretta, che si concede gli anni come fossero parte della sua stessa essenza. Le foglie
della Camellia sinensis, dopo essere state lasciate ossidare, vengono pressate in forme antiche, dischi, mattoni, o piccoli nidi, e da lì affidate alla lenta pazienza del fermentare. Mesi, talvolta decenni, diventano il suo orizzonte segreto.
Con il passare degli anni, il tè si trasforma, come un organismo vivo che respira e matura. Il suo profilo aromatico non è mai identico a sé stesso: può schiudersi in note morbide e dolci, oppure farsi intenso, terroso, quasi pungente. Ogni infusione è un incontro irripetibile, un
viaggio dentro la complessità delle stratificazioni che il tempo ha scolpito nelle foglie.
Non è solo gusto, ma esperienza sottile: il Pu’erh accompagna la digestione, riscalda e purifica, lasciando nel corpo una sensazione di equilibrio. Bere una sua tazza significa ascoltare la lentezza, toccare con il palato la memoria della terra, lasciarsi guidare da un elisir
che continua a crescere e a trasformarsi anche mentre lo si custodisce.
Bere Pu’erh è come ricevere un abbraccio silenzioso della natura, i cui benefici si svelano in cinque pieghe sottili: favorisce la digestione e la fluidità del corpo, accompagna la lentezza dei pasti; sostiene l’equilibrio del metabolismo, come un soffio che armonizza dall’interno;
purifica e risveglia, lasciando una freschezza delicata nello spirito; calma e radica, suggerendo quiete e presenza; infine, offre vigore sottile, una energia gentile che non turba, ma accompagna il ritmo del giorno.
La leggenda del puerh afferma che il tè fu scoperto da un monaco buddista che viaggiava verso le terre remote del sud della Cina. Durante il suo viaggio, il monaco si fermò in una piccola montagna e preparò un tè usando foglie di Camellia sinensis mature, che avevano sviluppato un carattere profondo e terroso. Il monaco bevve questo tè e si sentì rinvigorito, e da allora il puerh è stato associato alla longevità e alla salute.
Ogni tipologia di tè porta con sé storie affascinanti, leggende che riflettono la sua origine e la sua evoluzione nel corso dei secoli. Queste narrazioni non solo aggiungono un fascino romantico al tè, ma aiutano anche a comprendere come le varie tradizioni abbiano influenzato
le diverse modalità di preparazione e consumo. Le leggende e le curiosità arricchiscono l’esperienza di chi beve il tè, rendendolo un viaggio non solo nel gusto, ma anche nella cultura e nella storia.
Così si dispiega il mondo del tè: sei spirali di tempo, sapore, storia. E ciascuna, sorso dopo sorso, è un invito a partire.


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S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

Dal cuore delle montagne cinesi alle tavole europee, il tè ha viaggiato per secoli unendo popoli e culture. Scopriremo dove e come è nato e come ha conquistato il mondo.
Noi occidentali siamo più abituati alla praticità filtri da infusione, e la preparazione del tè è un’abitudine veloce, cui non prestare attenzione, ma c’è una notevole differenza tra il tè industriale e il tè in foglia. Il tè in bustina, poiché composto da polvere o frammenti, rilascia un sapore più amaro e astringente a causa dell’estrazione più rapida e meno controllata, con una maggiore presenza di miscele e tè di qualità inferiore, la quantità di sostanze benefiche rilasciate è inferiore e porta a un sapore meno complesso e più uniforme. Il tè in foglia è
generalmente di qualità superiore, conserva meglio gli oli essenziali, responsabili dell’aroma e del sapore, offrendo un’esperienza più autentica, le foglie intatte rilasciano più antiossidanti e altri composti benefici per la salute.
Il tè in foglia deriva da piante coltivate con cura, mani sapienti che racchiudono secoli di tradizione, e ci regala profumo, gusto e beneficio.
Quando apriamo il piccolo scrigno e osserviamo le foglie del tè, ne liberiamo e osserviamo il contenuto, possiamo scoprire che un mondo intero si risveglia.
La leggenda narra che intorno al 2737 a.C. l’Imperatore Shen Nong, venerato come “Agricoltore Divino” e padre della medicina cinese, stanco e privo di forze dopo aver sperimentato decine di erbe, si riposava sotto un albero. Una foglia di Camellia sinensis (c’è un motivo se ricorro al neretto, ricordiamo bene il nome di questa pianta), sospinta dal vento, cadde nella sua tazza di acqua bollente. Shennong, incuriosito dall’aroma sprigionatosi, lo assaggiò e subito ne apprezzò profumo e gusto, sentendosi subito rinvigorito. Fu quella la scintilla che trasformò il tè in medicina, e poi in rituale.
La leggenda non è storicamente provata, ma descrive il profondo legame tra il tè e la cultura cinese, e il ruolo di Shennong come scopritore di erbe e rimedi naturali. La storia di Shennong e del tè è spesso associata al concetto di “Divino Mietitore”, un appellativo che riflette il suo
contributo all’agricoltura e alla sua conoscenza delle piante.
Un’altra leggenda, più macabra e meno poetica, narra che Bodhidharma, monaco zen, si tolse le palpebre per non cadere addormentato durante la meditazione. Quelle caddero a terra e in quel luogo germogliarono le piante di tè: un simbolo di veglia, disciplina e rinascita.
Più attendibili delle narrazioni tradizionali, esistono documenti storici che attestano l’uso del tè come rimedio medicinale fin dal III secolo a.C.
Inizialmente consumato da nobili e dignitari, con il tempo si diffuse tra la popolazione, diventando una bevanda di uso quotidiano e parte integrante di rituali sociali e religiosi.
Il tè ci racconta storie antiche, nato tra colline cinesi, divenne messaggero di cultura, commercio e poesia e oggi accompagna i nostri gesti quotidiani con la sua quieta presenza.
Ma torniamo a quella fogliolina di Camellia sinensis cui poco sopra abbiamo dato enfasi: è lei la pianta madre di ogni tè.
La Camellia sinensis è una pianta sempreverde della famiglia delle Theaceae, originaria delle regioni montuose tra Cina, Myanmar e nord-est dell’India. Da questa singola specie derivano tutti i tipi di tè: verde, nero, bianco, oolong, differenziati unicamente dai metodi di lavorazione
e ossidazione delle foglie.

Attraverso le vie sul mare e la Via della Seta, il tè approdò in India, in Medio Oriente e infine in Europa. Arrivò prima come rarità da collezione, ammirato nei salotti dei nobili e celebrato nei diari di viaggiatori e missionari. Dal porto fluviale di Canton, il principale porto marittimo di Guangzhou, nella provincia del Guangdong in Cina, situato sul Fiume delle Perle e considerato porta d’accesso cruciale per il commercio nella Cina meridionale, arrivavano navi cariche di tè, spezie, sete, porcellane, insieme a cronache e narrazioni di varie culture. Si
creò un continuo intreccio di influenze e contaminazioni che arricchì le varietà e i metodi di preparazione del tè, e lo rese una lente attraverso cui osservare la storia del mondo: una foglia, un ponte tra popoli, una narrazione liquida che attraversa continenti, epoche e
leggende.
In ogni cultura, il tè possiede un ritmo tutto suo, una scansione lenta che accompagna la vita di tutti i giorni.
In Cina, il tè non è solo bevanda: è meditazione, gesto elegante e dialogo con la natura, un piccolo rito che trasforma un semplice sorso in momento di introspezione.
Nelle case giapponesi, la cerimonia del tè (chanoyu) insegna pazienza e armonia, ogni movimento è considerato come poesia.
Nel Nord Europa, il tè assume sfumature di conforto domestico: nelle case danesi, l’hygge si accompagna a tazze fumanti e dolcetti, dando calore e sicurezza.
In Inghilterra, l’English breakfast tea diventa un rito di comunità, la tazza condivisa con amici e colleghi segna l’inizio di una giornata.
In Marocco, il tè alla menta è simbolo di benvenuto e dialogo, preparato con gesti precisi e versato da altezze che trasformano la bevanda in spettacolo.
In India, il chai speziato accompagna il viaggiatore lungo le strade e nelle stazioni ferroviarie, regalando energia e un momento di conforto nel trambusto quotidiano.
Quando teniamo la tazza tra le mani, fermiamoci a pensare che stiamo portando con noi un piccolo universo: profumi che attraversano continenti, gesti antichi che arrivano dai mercati del passato, storie di viaggi e di culture che si incontrano. Ogni sorso racchiude un viaggio
inaspettato e intenso, un momento sospeso in cui il tempo rallenta e il quotidiano diventa rituale. Il tè, così, non è mai solo una bevanda: è memoria, poesia e legame tra persone e culture, un filo invisibile che attraversa epoche e geografie, avvolgendo chi lo beve in una carezza calda e profumata.


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Uno spettro asiatico sull’Italia 1835-37: cronaca della prima epidemia di colera

Per quattro secoli il terrore della peste aveva attanagliato
le popolazioni europee poi, alla metà del Settecento, improvvisamente e
misteriosamente, quel morbo che le aveva flagellate a ondate ricorrenti era
scomparso. Aveva ancora infuriato a sud-est, nell’Impero ottomano, appena al di
là dei confini del continente, ma non li aveva superati. All’inizio degli anni
trenta dell’Ottocento la minaccia sembrava svanita. Fu allora che il nuovo
spettro si affacciò dalla Russia e allungò un’ombra nera sull’Europa, iniziando
una marcia implacabile. La nuova peste era il colera, un’infezione acuta,
letale e molto contagiosa, dalla sintomatologia impressionante e disgustosa,
che dietro di sé lasciava devastazione e strage. I batteri si moltiplicavano
nelle acque inquinate da liquami e immondizia, contaminavano gli alimenti, si
trasmettevano anche per contatto con stracci, biancheria e indumenti infetti e
si rivelavano micidiali. Un decorso violento: diarrea e vomito, disidratazione
rapida, crampi e collasso, mentre la pelle si raggrinziva e assumeva un
colorito nero o bluastro. L’infezione uccideva in poche ore, al massimo in un
paio di giorni, tra atroci sofferenze, più del 50 per cento, fino al 60-70 per
cento, dei malati e il tasso di letalità diventava altissimo tra i più deboli:
bambini e vecchi. La grande paura, che la gente si era illusa di aver
dimenticato, riemerse dal profondo della memoria collettiva e tornò a
diffondersi a macchia d’olio. E si trattava solo della prima di una serie di
ondate epidemiche che avrebbero attraversato l’Europa nel corso del secolo.

Tutto era cominciato nel 1817, quando il morbo si era messo
in movimento dalla valle del Gange, dove era endemico da tempo immemorabile,
seguendo le imprese commerciali e militari degli inglesi. Era dilagato in tutta
l’India poi, lungo le antiche vie del commercio, le piste delle carovane e gli
itinerari degli eserciti, si era propagato lentamente verso l’estremo oriente
e, attraverso la Persia e l’Asia centrale, verso la Russia. E intanto, con le
navi, aveva raggiunto l’Arabia e la costa africana, era passato in Mesopotamia,
poi in Siria e in Anatolia. Nel 1830, varcati gli Urali, il «terribile flagello
indiano» raggiunse Mosca e iniziò la sua avanzata nell’Europa settentrionale,
un’avanzata micidiale e sempre più veloce. La gente ora si spostava più che nel
passato: lo consentivano i miglioramenti della rete stradale e dei mezzi di
trasporto. E ciò metteva in crisi e faceva cedere il dispositivo delle misure
anticontagio messo a punto nel corso dei secoli, quando il sistema delle
comunicazioni era ben più arretrato.

E poi c’erano gli spostamenti degli eserciti. Il colera era
entrato in Europa con le truppe zariste che tornavano da operazioni in Armenia
e in Persia. E furono i russi, impegnati nel 1831 nella repressione
dell’insurrezione polacca, a introdurlo a Varsavia. Da Varsavia l’epidemia
dilagò rapidamente, incontrando territori densamente popolati, mentre dal medio
oriente si avvicinava anche ai Balcani. Inesorabile: gli ostacoli con i quali i
governi tentavano disperatamente di frenarla si rivelarono fragili e vennero
superati uno dopo l’altro. Dopo aver fatto una strage in Austria e Ungheria,
tra il 1831 e il 1832 il «morbo devastatore» investì i paesi baltici e la
Germania, raggiunse la Gran Bretagna, l’Irlanda, il Belgio, l’Olanda e la
Francia. «Tutti fuggono da Parigi per il colera», scrisse Niccolò Paganini
nell’aprile 1832 dalla capitale francese, dove in sei mesi si contarono almeno
diciottomila morti: vennero scavate grandi fosse comuni e per il trasporto
delle salme, senza bare perché i falegnami erano insufficienti, furono
requisiti omnibus, fiacre, carri, carretti e carriole. Poi l’infezione superò
l’Atlantico, con gli emigranti irlandesi, e investì l’America
centro-settentrionale.

A sinistra: Il colera stringe la Francia in un abbraccio mortale (litografia, 1832);
a destra: Il colera a Parigi  (litografia, 1832)

Nel 1833 comparve in Portogallo e in Spagna, rifluita da oltre oceano su bastimenti infetti, o importata da una nave da guerra inglese, e questa volta toccò all’Europa meridionale, risparmiata dal primo passaggio, quando – nel 1832 – in una lettera da Firenze, Giacomo Leopardi aveva raccontato alla sorella di una commissione medica di ritorno da Parigi: «Ci promette la venuta del morbo in Italia: predizione di cui ridono i medici di qui». Alla fine del 1834 il colera era in Provenza. Nel luglio 1835 dilagò lungo la costa e arrivò al confine con l’Italia, superò il cordone sanitario e l’interruzione delle comunicazioni con la Francia, raggiunse Nizza e penetrò in Piemonte. In agosto investì Genova e, via mare, passò in Toscana. In autunno arrivò nel Veneto, portato sul Po da una barca carica di panni usati. Dalla primavera del 1836 serpeggiò in Lombardia, facendo strage soprattutto a Brescia, e in Emilia, smentendo l’illusione che il Po l’avrebbe fermato. Poi toccò alle Marche e sbarcò sulle coste della Puglia, con i contrabbandieri, che riuscivano a violare il severo cordone marittimo istituito dal governo borbonico. Con l’epidemia che avanzava dalla Puglia la sorte di Napoli era segnata. «E ci voleva pure il colera!», scrisse Francesco De Sanctis nelle memorie della sua giovinezza. «Questo ignoto e sinistro morbo, dopo di avere spaventato mezza Europa, piombò sopra Napoli come un flagello». Fra ottobre e dicembre falciò quasi seimila persone.

L’impatto era pesante soprattutto nelle città, dove il morbo
trovava un ambiente recettivo, che favoriva la rapidità della sua diffusione e
moltiplicava la gravità della strage: uno stato diffuso di sottoalimentazione e
una serie di pesanti carenze strutturali, dal disastroso degrado igienico e
sanitario dei centri urbani e delle abitazioni al dissesto degli impianti di
approvvigionamento idrico, dalle fognature fatiscenti agli scarichi a cielo
aperto di letame, liquami e immondizie, al sistema diffuso dei pozzi neri. La
malattia aggrediva i quartieri poveri e poi si estendeva ovunque. «Portò in
Ancona strage funesta tanto nella sudicia capanna del meschino marinaio e del
facchino cencioso, quanto nell’agiata casa del ricco mercatante e nel superbo
palagio del nobile profumato», scrisse un testimone, l’abate Francesco Borioni.

I medici erano disarmati e consapevoli della loro impotenza.
Il «morbo distruggitore» era giunto troppo in anticipo sulle conoscenze
scientifiche: la medicina ignorava quali fossero l’agente patogeno e i modi
della sua diffusione. Si discuteva se la malattia si trasmettesse per contagio,
da individuo a individuo, o dagli effluvi e miasmi che infettavano l’aria. E
intanto, mentre le due ipotesi si confrontavano vivacemente, tra rivalità e
gelosie, si moriva. «Fu la stessa cosa tra noi annunziar colera o morte»,
avrebbe riconosciuto un medico napoletano. «Il male veniva allora con tanto
impeto che brevissimo tempo lasciava in vita chiunque ne fosse preso».

L’abbigliamento di protezione e i preparati disponibili per bloccare l’attacco del colera (stampa satirica pubblicata a Norimberga)

«I medici sono costretti a fare tentativi diversi senza un risultato sicuro, poiché il male non si conosce», scrisse da Torino al figlio, nel settembre 1835, Costanza Alfieri di Sostegno, cognata di Massimo d’Azeglio. «Tutti i rimedi sembrano buoni e ne provano ora uno ora un altro con la speranza di riuscire. Il colera intanto ammazza». «I disgraziati continuano a morire rapidamente e quando sembrano migliorare subito si manifestano nuovi sintomi e soccombono». Identica la testimonianza di Borioni: «I metodi di cura erano dubbiosi, perché i medici givano a tentone, né sapevano a qual partito appigliarsi per raffrenare e reprimere un morbo, la cui natura ed indole non conoscevano. Quindi alcuni furono curati col caldo, altri col freddo; questi coi vomitivi, quelli colle sanguisughe». Si provavano rimedi stravaganti, infusi e decotti vari, talvolta nocivi. A Milano fu teorizzata una cura di stricnina e sambuco. A Brescia si giurò sull’efficacia di pillole a base di zinco. Si tentava la prevenzione con la «magnesia». Si praticavano clisteri di olio di lino, olio comune, decotto di malva e acqua di riso, massaggi di canfora o di trementina, stracci o mattoni caldi sui piedi, bagni in acqua tiepida. Si applicavano panni gelati al basso ventre, sanguisughe alle tempie e dietro le orecchie. Si somministravano purganti o si vietavano severamente. Si davano pezzetti di ghiaccio, neve, acqua a volontà, da bere a piccoli sorsi, pane tritato, tuorli d’uovo. L’antidoto «anticolera», spedito da Costanza al figlio, era stato preparato «mischiando malvasia di Sardegna, teriaca, rabarbaro ed assenzio»: la dose era un bicchierino ogni mattina a digiuno. «Attento all’aria cattiva», raccomandava Costanza, «attento ai cibi». E ancora: «Ti consiglio l’acqua di camomilla, che nel colera di Parigi fu distribuita a fiumi». A Napoli, d’ordine del ministro degli interni, si sperimentava vino con polveri di frutti di platano A Roma un medico insisteva su un preparato miracoloso per la prevenzione e la cura, a base di aglio macerato nell’aceto: doveva essere assunto per bocca e strofinato sulla pelle. Ma c’era anche chi riteneva pericoloso abitare in vie poco soleggiate, o vicino ai campanili, perché il suono delle campane era dannoso. E chi cercava nessi tra esplodere del contagio, dati astronomici o fenomeni atmosferici. Si disse che il passaggio della cometa di Halley, nell’aprile 1836, aveva provocato malefici influssi e lo sviluppo di germi ignoti. E ci fu chi pubblicò l’immagine (orribile e fantasiosa) di un minuscolo insetto, dalle «forme strane e singolari», catturato da un medico ad Ancona e studiato al microscopio, assicurando che si trattava del «drago cholerico». Insomma un clima favorevole ai ciarlatani, che spacciavano a caro prezzo intrugli e preparati miracolosi.

Il «drago cholerico» in un’immagine diffusa nell’autunno 1836

Per i resto i medici suggerivano regole di precauzione:
evitare cibi pesanti, mangiare e bere vino con moderazione, non prendere
freddo, non sudare, tenere il ventre «netto e obbediente», respirare aria pura,
evitare gli eccessi, specie quelli sessuali. «Vuolsi da i più contraria la
venere; i savii dicono non nocevole, se pochissima», informava un medico
pisano. «Gli impenitenti sono i primi a soccombere», confermava Costanza
d’Azeglio: «Un giovanotto era tornato a casa la sera e aveva trovato chiuso il
portone. Cominciò a bussare, impaziente, ma tardavano ad aprirgli. Il suo
portone sventuratamente era accanto a quello di una casa di piacere. “Tanto
meglio, se non si decidono ad aprirmi – disse allora il giovanotto – Dormirò
nella casa vicina, se non posso dormire nella mia”. E infilò subito l’altro
portone. Ma si era appena disteso sul letto, con due di quelle donne da
strapazzo, che rimase come fulminato. Il colera lo aveva abbattuto».

Ad Ancona, riferì Borioni, «fu affisso in tutti i canti della
città» un «regolamento per ben condur vita nel tempo del flagello», redatto su
incarico della commissione sanitaria. Il morbo era «terribile» e «menava
strage», ma «non doveva sgomentare gli animi di tutti, perché non era poi tanto
potente da ghermir quelli che si fossero guardati dal cadervi sotto». Queste le
regole, «da osservarsi da tutti coloro che amavano la loro salvezza» (e che
potevano permettersi di applicarle): «La nettezza scrupolosa delle case, la
politezza della persona, cibi leggeri e salubri, uso di carni salutifere e
specialmente di carne di pollo, il cioccolatte nella mattina, la bevanda di the
o camomilla nella sera, la buona giornaliera digestione, l’esatta e regolare
traspirazione della pelle, la fuga dalla soverchia fatica, il lavarsi
coll’acqua tiepida ed aceto, le fregagioni secche con panni di lana o collo
scoperto, il tenersi ben guardato con maglie di lana o di seta la carne, i
profumi dentro le case, e specialmente in sull’imbrunir della sera, e la
tranquillità dello spirito».

Qualcuno, invece di prescrivere banalità e rimedi fantasiosi,
si preoccupò di consigliare misure minime di igiene e prevenzione: «Ho creduto
opportuno dovere raccomandare», scriveva in un rapporto il medico provinciale
di Venezia, «che le materie emesse dagli ammalati anziché gettarle nei letamai
vengano tosto dalla camera dell’infermo asportate e sepolte, che le biancherie
usate dagli ammalati venghino espurgate e lavate con forte ranno; che sia
osservata la massima nettezza negli abitati, che venghino aspersi i pavimenti
con una soluzione di cloruro di calce per neutralizzare i perniciosi effluvii
degli ammalati».

Le autorità erano impreparate. Provavano a negare il
pericolo, minimizzavano. Poi, all’avvicinarsi del contagio, mettevano in atto
le misure di contenimento sperimentate ai tempi della peste: cordoni sanitari
armati, chiusura delle frontiere, interruzione delle comunicazioni, sospensione
di fiere e mercati, isolamento delle località infette, quarantene, lazzaretti,
emarginazione e espulsione di mendicanti, vagabondi e lavoratori stagionali. E
quelle misure, anziché dare sicurezza, diffondevano il panico, così come i falò
su cui si bruciava lo zolfo o si bolliva la pece, che avrebbero dovuto
allontanare i miasmi, e le salve di cannonate, che avrebbero dovuto disperdere
l’aria «crassa e pesante», o i tardivi (e poco rispettati) interventi di igiene
ambientale e di disinfestazione disposti dalle commissioni sanitarie nei
quartieri più degradati. Chi poteva fuggiva, abbandonando tutto. Ecco l’esodo
dei forestieri da Ancona, nel 1836, nel racconto di Borioni: «In un attimo
cocchi, carra e carrette in movimento; e un pregare strettamente d’essere
portati altrove ed in qualunque luogo, purché fuori dell’influenza di questo
cielo maligno; e un rifiutarsi villano del cocchiere avaro, che non si piegava
alle istanze se non di quelli che più oro gli davano». Ed ecco la Napoli che
vide De Sanctis: «I più agiati fuggivano alle loro ville; la plebe squallida e
sudicia faceva spavento; nessuno osava accostarsi; l’uno fuggiva l’altro. La
vita pubblica fu sospesa; le scuole, le botteghe erano deserte».

Ovunque si bloccavano i traffici commerciali e con l’epidemia
avanzava rapida anche l’ombra della miseria. E della fame, nella morsa tra
carenza di approvvigionamenti, accaparramenti e speculazione sui prezzi, che
gli interventi governativi di assistenza non riuscivano a spezzare. Chi non
poteva fuggire si affidava a Dio: voti, riti, incensi, suppliche, esposizioni
di reliquie e di immagini miracolose, processioni. A Genova, raccontò Costanza
d’Azeglio, «nel vento e la pioggia si è svolta una processione di penitenza che
invocava la fine del colera, invece ha moltiplicato il numero dei malati». E in
quella «straziata» città «le furie epidemiche […] abbattevano centinaia di
persone al giorno». Ad Ancona, scrisse Borioni, «tutta quanta la popolazione di
borgo Pio a piedi scalzi con un’accesa candela in mano si portava alla
cattedrale per implorare […] la cessazione del tremendo flagello […] Oltre un
migliaio di persone, e la più parte donne, si vedevano o coi loro bambini in
braccio o coi fanciulli condotti a mano […] Giunsero in chiesa, e appena
prostrati davanti l’altare di Nostra Signora ruppero tutti in un grido […] e
quinci un levar di mani, un pianger di donne, uno strider di fanciulli, un
singhiozzar d’uomini». E «quelli dell’altro borgo imitavano questi il giorno
appresso», mentre «i borgheggiani di porta della Farina non s’appagavano della
solenne gita alla cattedrale; ma due giorni dopo portavano in devota
processione per le loro contrade un’immagine di Nostra Signora».

I medici talvolta erano introvabili, fuggiti anche loro in
campagna. Quelli in circolazione si presentavano alle visite domiciliari
coperti da una cappa nera di tela cerata, cappuccio con fori per gli occhi,
stivali e guanti e spesso si fermavano sulla soglia della stanza del malato,
pretendendo di visitarlo a distanza. Negli ospedali il personale era
insufficiente. Per affrontare l’emergenza, in Piemonte, un vescovo propose di
reclutare le prostitute e la prova ebbe successo: «Le prostitute si sono dimostrate
le infermiere più attente e più devote». Ma la gente diffidava di medici,
lazzaretti e ospedali, molti rifiutavano l’assistenza, i più poveri venivano
ricoverati a forza. «Il lazzaretto continua a riscuotere una generale
ripugnanza, perché i malati non guariscono che rare volte e la colpa sembra del
lazzaretto: ormai sono tutti convinti che vi si entra per non uscirne più e non
c’è modo di dissuaderli», riferì Costanza d’Azeglio. Non solo: «La gente grida
che scortichiamo i malati, che li uccidiamo noi sulla graticola: quanto meno li
avveleniamo per spacciarli senza tanta fatica e più presto». Correvano voci
agghiaccianti, che le autorità non riuscivano a soffocare, nemmeno con severi
provvedimenti. Non c’erano dubbi: ricchi, nobili e governi pagavano per
ammazzare i poveri. Arsenico invece che medicine. Delle «scemenze» che si
dicevano a Torino scrisse Costanza: «Il marchese di Rorà avrebbe dato seimila
franchi per ottenere uno sterminio di poveri. Il marchese di Barolo pagherebbe
venti franchi ai medici per ogni malato che riescono a uccidere e il Re
duecento», mentre un prete aveva tentato di entrare con la forza nel lazzaretto
per vedere con i suoi occhi gli ammalati ammazzati con il veleno. «La cuoca di
casa Bandissé, non appena si è sentita il colera non ha più voluto vedere i
suoi padroni per la paura di essere uccisa con il veleno». E si diceva che ci
fosse chi lo spargeva quel veleno, inquinando l’acqua e gli alimenti.
Nell’agosto 1835 un proclama del comandante della piazza di Genova, equiparando
al reato di omicidio le aggressioni ai presunti avvelenatori e la propagazione
di notizie false, assicurava che il governo poteva «garantire che alcuna
malignità umana non concorre immediatamente, né per alcun mezzo» a diffondere
il colera. Ad Ancona, scrisse Borioni, «alcuni […] spacciavano essere i medici
la cagione vera della malattia» e «altri più furiosi dicevano essere la
malattia opera del governo, dei preti, e dei frati, i quali avvelenavano le
pubbliche acque».

Nelle regioni del sud non bastò un editto che minacciava
frusta e prigione a chi «ardisca dire che chi muore è stato avvelenato» (ma
anche a chi «avesse ardito gittare per terra oggetti sospetti di veleno») a
frenare la ventata di panico e di violenza irrazionale. Ne scrisse Luigi Settembrini:
«Il popolo, che vede in un subito morire e non sa come e perché, crede sempre
che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il
nostro popolo credette che fosse veleno e che il Governo lo facesse spargere,
mandandone le casse agl’Intendenti, e questi lo dividessero fra i loro cagnotti
i quali lo gittavano nelle acque». «E avvennero fatti terribili». Nessun
dubbio: il colera era veleno. Qua e là tornò la caccia agli untori. Si diceva
che agivano bande di avvelenatori prezzolati, le fontane pubbliche venivano
presidiate da sentinelle armate, si verificarono violenze e disordini,
contenuti a stento dalla gendarmeria, aggressioni, linciaggi, esecuzioni
sommarie. A Catanzaro, avrebbe raccontato Settembrini, «tutti i cittadini si
armarono, si messero a guardia delle porte della città, e a drappelli andavano
girando pel contado». «Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a
schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: amici miei, smettete
questa idea del veleno, ché nessun governo, per tristo che sia, ha mai
avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia […] c’è qualcosa in aria che
cagiona questo e l’aria non si può avvelenare […] Mi risposero inviperiti […]
Erano uomini di senno, e parlavano come matti […] credevano che era veleno e se
dicevi di no ti credevano avvelenatore». Era successo in tutta Europa. In
Polonia e in Russia erano stati distrutti ospedali e erano stati uccisi
infermieri e medici. A Parigi si erano verificati tumulti violenti. A Madrid la
folla aveva fatto irruzione in alcuni conventi, massacrando decine di frati,
accusati di nascondere veleni.

Nell’aprile 1837, dopo alcuni mesi di tregua, l’epidemia si
accese di nuovo, violentissima, a Napoli e in sette mesi uccise altre
quattordicimila persone. «Non mancavano le processioni, le esposizioni di Santi
e di Madonne, le invocazioni e le preghiere e le penitenze; ma la paura del
contagio raffreddava lo zelo religioso» (De Sanctis). I morti venivano sepolti
in silenzio, senza accompagnamento, di notte, per evitare l’ulteriore
diffondersi del terrore. Lasciando Napoli, De Sanctis attraversò quartieri
devastati: «Giunto in quei vicoli stretti e puzzolenti […] cominciò un via vai
di carri funebri, con preci sommesse […] che mi fece capire cos’era il colera
[…] L’infezione era un fetore acre, che veniva da cessi, da orinatoi, da
spazzature, da cenci, da uomini vivi e da uomini morti».

Una vittima del colera (litografia inglese, 1832)

Tra giugno e agosto la malattia passò in Calabria, si diffuse in Abruzzo e in Basilicata, entrò in Sicilia e fu una strage. Catania (quasi seimila morti) e Siracusa furono devastate. A Palermo, bloccata dai cordoni armati istituiti dai paesi circostanti, in quattro mesi il colera colpì un terzo della popolazione e fece ventisettemila morti. I pavimenti dei sei ospedali erano ingombri di pagliericci. «In un letto due o tre appestati», avrebbe raccontato il giornalista e scrittore Vincenzo Linares, «sotto al letto appestati giacevano uno vicino all’altro, uno sopra all’altro».Tutta l’isola fu sconvolta, si diffusero ovunque le voci sui complotti degli avvelenatori, su trame oscure ordite dal governo di Napoli, da agenti stranieri, da sette segrete, per infettare la Sicilia. A Palermo le raccolse Linares: «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettava nell’ostia consacrata». Ignorato il decreto reale che, per garantire l’ordine pubblico, assegnava alle commissioni militari la competenza sui reati di «spargimento di sostanze velenose, ovvero di vociferazioni che si sparga veleno». Si scatenarono disordini rabbiosi e selvagge esplosioni di ferocia. Certo non si giunse agli episodi raccapriccianti (atti di cannibalismo e bambini arrostiti allo spiedo) raccontati in una lettera ripresa in agosto dalla «Gazzetta privilegiata di Venezia», ma ci furono gravi tumulti, saccheggi e sommosse di bande armate, talvolta intrecciate a cospirazioni antiborboniche. E furono decine i presunti avvelenatori seviziati e massacrati. «La paura diventò furore», scrisse Settembrini. «In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa, dove il popolo, venuto in un pazzo furore, uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’Intendente che tentava di impedire quell’eccidio e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli. In Catania non fu versato sangue ma rovesciato il governo». Dalle città la rivolta dilagò nei piccoli centri delle campagne, stroncata da spietate rappresaglie e condanne a morte. Siracusa, sconvolta dalla violenza popolare per più di venti giorni, tra luglio e agosto, e rea di «atti ferini e selvaggi» fu privata della dignità di capoluogo.

Frontespizi di due pubblicazioni edite a Palermo alla vigilia dell’epidemia

Mancava Roma. Tutti sapevano che non c’era speranza e che la
malattia sarebbe arrivata. Solo qualcuno si diceva certo che la città santa
sarebbe stata risparmiata dalla speciale protezione divina. Ma intanto si era
provveduto ad accelerare l’apertura del nuovo cimitero suburbano del Verano e,
nel settembre 1836, era stata istituita «una commissione straordinaria di
pubblica incolumità per provvedere ai possibili bisogni all’occasione che vi si
manifestasse il cholera asiatico». In quello stesso mese «L’Album» aveva
tentato ancora di tranquillizzare i lettori: «Non avvi dubbio alcuno che la
temperanza ed un corrispondente metodo di vita siano i più sicuri ed efficaci
mezzi per prevenire i terribili effetti» della malattia «e di tutti i rimedi,
coi quali i pubblici fogli volevano che ci avessimo a premunire da questo
novello nemico giurato della umanità regalatoci dall’oriente […] se ne
raccomanda uno principalmente […] il coraggio, uno dei più efficaci medicinali,
del quale sta a noi il fare uso contro i patimenti». Ma la commissione
sanitaria evidentemente non aveva ritenuto sufficiente l’invito alla temperanza
e al coraggio e, dopo aver impartito le prime disposizioni organizzative e di
prevenzione per fronteggiare la minaccia, aveva imposto al confine meridionale
un cordone sanitario rigoroso. Nel gennaio 1837 un editto aveva limitato le
feste del carnevale.

La protezione divina non ci fu. In luglio l’infezione entrò
nel Lazio, forse introdotta dai lavoratori stagionali. In agosto dilagò nella
capitale. E fu un disastro. Anche qui le disposizioni sull’isolamento e la cura
dei malati ebbero scarso effetto. In compenso si tennero messe solenni e
processioni imponenti, poi sospese con una notificazione del cardinale vicario,
«poiché giudicansi perniciose le riunioni e gli affollamenti in tempo di
malattia contagiosa sviluppata», e sostituite dall’esposizione alla pubblica
venerazione, nelle chiese più importanti della città, di una miriade di
reliquie – dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo al braccio di san Rocco –
che assicuravano l’indulgenza plenaria. E intanto – nonostante un editto contro
le «inique menzogne dei veleni» – vicino al Campidoglio veniva massacrato uno
straniero, indicato come avvelenatore, e si accendeva un tumulto, con episodi
di saccheggio, contro il ghetto ebraico.

Lungo i cordoni sanitari dello Stato pontificio erano in funzione forni per la disinfezione della posta. Le lettere venivano afferrate con le pinze, deposte nella gabbia e esposte a vapori di zolfo. Il timbro riprodotto a destra attestava la disinfezione esterna. Per la disinfezione completa (timbro: «Netta fuori e dentro») venivano praticati sulle lettere alcuni tagli prima di esporle al trattamento (Museo storico della comunicazione, Roma)

Uno scrittore oggi dimenticato, Bonaventura Fidanza, attribuì
al protagonista di un volumetto pubblicato nel 1838 il racconto di una scena
atroce alla quale una sera aveva assistito: «Un sordo fragorio che veniva dalla
tacita via mi scuote […] era il carro funereo, che guidato da due becchini con
in mano una squallida face, ed un crocefisso velato a bruno recava al
campo-santo i corpi ammonticchiati di estinti, caduti nel giorno sotto i colpi
del morbo dominatore». Seguendo a distanza il convoglio, giunto al cimitero,
«dove per lungo solco si divide il terreno, veggo starsi il carro scoperchiato
[…] Piovevano in quella vasta fossa umani cadaveri scagliativi dai becchini
alla rinfusa e sconciamente. Rispetto non aveasi né al pudore delle vergini, né
alla canizie veneranda dei vecchi, né al decoro delle matrone».

«Un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana
società», scrisse in una lettera, in settembre, Giuseppe Gioachino Belli. «Qui
tutto crolla, e quel che non crolla trema […] Una solitudine, una mestizia, uno
squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce». Negli anni
precedenti il poeta aveva dedicato una serie di sonetti alla malattia in
arrivo, raccolti sotto il titolo Er còllera mòribbus, che deformava in
romanesco il nome scientifico – cholera morbus – che le era stato
attribuito. E in un verso aveva spiegato «che mmòribbus siggnifica se
more
».

L’epidemia cominciò a declinare in settembre e si spense in
ottobre. I morti furono migliaia, qualcuno ipotizza diecimila, su
centocinquantamila abitanti. Si celebrarono solenni Te Deum di
ringraziamento, ma per chiudere la tragedia si aspettò qualche mese.
Nell’aprile 1838 ebbe grande successo una lotteria per raccogliere fondi da
destinare agli orfani del colera: grande partecipazione di popolo
all’estrazione dei numeri vincenti, a Villa Borghese, notevole la cifra
raccolta.

La contabilità complessiva dei due anni e mezzo in cui il
morbo aveva percorso la penisola fu catastrofica: quasi centocinquantamila le
vittime.





REPORTAGE DALL’INDIA. La fotografia di Luciana Milani

“L’India ha molte magie, una di queste è il rispetto che questo popolo meraviglioso ha per le persone anziane”.

Ma non solo anziane, come vedremo.

Così commenta Luciana Milani presentando i ritratti eseguiti durante un recente viaggio in India.

Ritratti di un’umanità così distante dal cliché della posa plastica tutta estetica e niente cuore.

Un’umanità bellissima tra volti maschili scavati, rugosi e provati da una vita difficile e donne avvolte in modesti sari, gli appartenenti a una società un tempo gerarchizzata in caste, abolite da decenni ma ancora capaci di favorire divisioni fra la popolazione. 

Il contrasto è offerto dalla freschezza dei bambini che si affacciano all’obiettivo di Luciana con tutta la loro tenera vitalità espressa dagli occhi scuri e profondi e un abbozzo di sguardo civettuolo.  Per loro è un gioco, la fotografia, un modo per dire mi voglio bene, vi voglio bene.

Luciana Milani fotografa umanista e autrice di due racconti pubblicati su Diatomea.net: Scoop e Piladina, la sofferenza l’ha incontrata molte volte, lavorando come psichiatra in strutture dedicate, a contatto con la malattia mentale, quella che divora l’anima e destituisce l’individuo di tutta la sua dignità di essere umano meritevole di accoglienza e accettazione sociale. Un universo di abbandono.

Qui si recupera, in queste immagini dove la sensibilità della fotografa agisce in luogo di una post-produzione non necessaria e futile nelle mani di chi non sa cogliere il necessario di una fotografia.

Luciana ci racconta frammenti dell’India delle donne e degli uomini, allo scopo di farci assaporare quella magia che l’ha contagiata e che ci restituisce nella sua opera nuda e veritiera.


Luciana Milani è nata Massa Carrara il 29 maggio del 1951 da una famiglia modesta ma curiosa e aperta alle prospettive e alle novità che facevano capolino tra le macerie del recente conflitto mondiale. Dopo gli studi classici e una soddisfacente attività agonistica – mens sana in corpore sano – si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pisa. Luciana è approdata alla Psichiatria dopo varie esperienze in Dermatologia, medicina Interna, Pediatria e Radiologia. Specializzata in Neuropsichiatria Infantile ha lavorato in Psichiatria fino alla pensione toccando varie realtà, dal Reparto, al Territorio passando per la riabilitazione e la psicoterapia. Non ha mai avviato pratica privata  perché ha sempre preferito privilegiare il tempo libero al denaro. Amante del teatro ha fatto parte di una compagnia diretta da Emiliano Iovine col quale ha poi contribuito a formare un laboratorio teatrale con i pazienti della psichiatria di Massa, che sta sortendo ottimi risultati. Molti gli interessi e poche le passioni: la fotografia e i viaggi sono al primo posto, seguiti dal piacere di leggere e scrivere. Alle soglie dei 70 anni dichiara di essere una donna felice.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright ©Luciana Milani