S4:E2 “Cerimonie e rituali del tè nel mondo”

Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 

S3:E3 “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”

S3:E4 “I tè neri iconici, Darjeeling, Assam, Ceylon, Lapsang Souchong

S3:E5 “Gli Oolong di pregio, Tie Guan Yin, Da Hong Pao, Dong Ding”

S4:E1 “Come preparare il tè perfetto per ogni tipologia”


Il tè in molte culture rappresenta un linguaggio silenzioso, un ponte tra le persone. Dalle sale silenziose del Giappone ai salotti affollati del Marocco, ogni tradizione ha costruito intorno al tè un universo di gesti, significati e simboli che raccontano storie antiche e sempre nuove.

Il chanoyu giapponese: l’arte della semplicità
Nella penombra di una stanza spoglia, ogni movimento è misurato. Il maestro del tè piega le ginocchia sul tatami, dispone gli utensili con la precisione di un calligrafo, scalda l’acqua fino al punto esatto in cui canta nella teiera. Questa è la cerimonia del tè giapponese, il chanoyu, dove il matcha verde e spumoso diventa veicolo di una filosofia intera.

Chanoyu

Nata dall’incontro tra il buddhismo zen e l’estetica giapponese nel XV secolo, la cerimonia incarna quattro principi fondamentali: armonia, rispetto, purezza e tranquillità. Non si tratta di preparare semplicemente una tazza di tè, ma di creare uno spazio dove il tempo si dilata e ogni gesto acquista significato. Il rituale può durare diverse ore e coinvolge la contemplazione degli utensili, spesso opere d’arte tramandate per generazioni, la degustazione di dolci tradizionali per bilanciare l’amaro del matcha, e un’attenzione quasi meditativa a ogni dettaglio.
La sala da tè, o chashitsu, è progettata per favorire l’umiltà: l’ingresso è così basso che gli ospiti devono inchinarsi per entrare, lasciando fuori ranghi sociali e preoccupazioni mondane. All’interno regna una essenzialità assoluta, dove anche un singolo fiore nell’alcova acquista una presenza monumentale.

Il gongfu cha cinese: maestria e precisione
In Cina, culla storica del tè, la cerimonia del gongfu cha celebra l’arte dell’infusione perfetta. Qui non si cerca la meditazione zen, ma la padronanza tecnica e l’apprezzamento delle sfumature di sapore che un tè di qualità può offrire attraverso infusioni multiple.

Gongfu Cha

Il metodo richiede teiere minuscole in terracotta di Yixing, già nominate nell’articolo precedente, tazze alte per catturare l’aroma, e una sequenza precisa di gesti: il riscaldamento degli utensili, il risveglio delle foglie con una prima infusione rapidissima che viene scartata, poi una serie di infusioni sempre più lunghe che rivelano strati diversi di gusto. Un singolo tè può essere infuso cinque, dieci, persino quindici volte, e ogni infusione racconta una storia diversa.
La pratica del gongfu cha è particolarmente diffusa nelle province del Fujian e del Guangdong, dove i tè oolong e pu-erh invecchiati raggiungono livelli di complessità straordinari. Non è raro che una sessione di tè diventi un’occasione sociale prolungata, dove amici e conoscenti si riuniscono per ore, conversando tra un’infusione e l’altra, in un ritmo lento che contrasta con la frenesia della vita moderna.

L’atay marocchino: ospitalità e condivisione
Nel cuore del Maghreb, il tè alla menta è molto più di una bevanda rinfrescante. È un gesto di benvenuto, un sigillo di amicizia, un rituale che scandisce la giornata e celebra l’ospitalità come valore supremo.

Atay

La preparazione è uno spettacolo in sé: il tè verde cinese gunpowder viene mescolato con
generose quantità di menta fresca e zucchero, poi versato da grande altezza in piccoli
bicchieri decorati, creando una schiuma caratteristica in superficie. Questo gesto, chiamato
tirare il tè, non è solo esibizione, serve a ossigenare la bevanda e amalgamare i sapori.
La tradizione vuole che si servano tre bicchieri: il primo amaro come la vita, il secondo dolce
come l’amore, il terzo delicato come la morte, recita un proverbio berbero. Rifiutare il tè è
considerato scortese, mentre accettarlo crea un legame di reciproco rispetto. Nelle case, nei
mercati, persino nelle trattative commerciali, l’atay crea uno spazio di pausa e relazione, dove
il tempo si ferma per permettere l’incontro autentico.

Il tea time britannico: eleganza e tradizione sociale
Nel pomeriggio in molte case britanniche inizia un rituale che è diventato sinonimo di
raffinatezza: l’ afternoon tea. L’ora tradizionale è tra le 15:30 e le 17:00, più spesso indicata
come il “tè delle cinque”. Nato nell’Ottocento per iniziativa della duchessa di Bedford, che
cercava un modo per placare la fame tra il pranzo e la cena tardiva, questo momento si è
trasformato in un’istituzione culturale.

Afternoon tea

Il tè viene servito in tazze di porcellana finissima, accompagnato da una selezione di sandwich delicati senza crosta, scones appena sfornati con marmellata, clotted cream e pasticcini decorati. L’etichetta è precisa: si aggiunge prima il latte, o il tè? Secondo il galateo inglese dell’epoca vittoriana, per evitare di far rompere la porcellana delicata dal calore, si versava prima il latte nella tazza e poi il tè. Oggi, invece, la regola più comune è aggiungere prima il tè e poi il latte, per poter così valutare e controllare meglio il sapore e il colore del tè. Si mescola delicatamente, senza fare rumore. Si tiene la tazza per il manico, non per il corpo. Sono dettagli che per generazioni hanno definito appartenenza sociale e buone maniere.
Ma oltre all’aspetto formale, il tea time rappresenta una pausa strutturata nella giornata, un momento di conversazione e relazione che la modernità non è riuscita completamente a cancellare. Negli hotel di lusso come nelle case più semplici, prendere il tè rimane un gesto
che collega il presente a una tradizione secolare.

Il samovar russo: calore e convivialità
Nel freddo clima russo, il tè è arrivato attraverso le rotte carovaniere dall’Asia e si è radicato come bevanda nazionale, creando tradizioni uniche. Al centro di queste c’è il samovar, un’imponente teiera in metallo che mantiene l’acqua calda per ore grazie a un camino interno.

Samovar

La preparazione russa prevede un tè molto concentrato, il zavarka, che viene diluito con acqua calda dal samovar secondo i gusti di ciascuno. Il tè si beve in bicchieri con supporto metallico, spesso accompagnato da marmellata, miele o dolci. In alcune tradizioni si mette lo zucchero in bocca e si fa passare il tè attraverso, in altre si aggiunge una fetta di limone.
Il samovar diventa il cuore della casa, il punto di ritrovo dove la famiglia si riunisce per conversazioni lunghe e profonde. Non è insolito che una sessione di tè russo si protragga per ore, con il calore del samovar che riscalda non solo la bevanda, ma anche l’atmosfera di
intimità e condivisione.

Il matcha coreano: spiritualità e contemplazione
Anche la Corea ha sviluppato una propria cerimonia del tè, il darye, influenzata dal buddhismo, ma con caratteristiche distintive. Rispetto alla rigidità giapponese, la versione coreana enfatizza la spontaneità e l’espressione naturale, pur mantenendo profondo rispetto per la pratica.

Darye

La preparazione avviene con gesti fluidi e armoniosi, spesso accompagnati da musica tradizionale. Si utilizzano ciotole in ceramica celadon, il caratteristico verde giada che è simbolo dell’arte coreana. Il tè viene offerto come gesto di rispetto verso gli anziani, i maestri spirituali, e durante cerimonie commemorative per gli antenati.
La filosofia che sottende il darye è quella dell’armonia tra uomo e natura, del ritorno a una semplicità essenziale che permette di apprezzare la bellezza nelle piccole cose. È una pratica che mantiene viva la connessione con le radici culturali in un mondo sempre più globalizzato.

Il tè tibetano: nutrimento e resistenza
Sugli altopiani del Tibet, dove l’aria rarefatta rende ogni gesto faticoso e il freddo penetra nelle ossa, il tè diventa alimento fondamentale. Il po cha, o tè al burro, è una bevanda densa e nutriente preparata mescolando tè nero fermentato con burro di yak e sale, battuto vigorosamente fino a ottenere una consistenza cremosa.

Po cha

Questa bevanda, dal sapore che può sorprendere i palati occidentali, fornisce calorie, grassi e calore necessari per sopravvivere in condizioni estreme. Ma è anche al centro della vita sociale tibetana: ogni visita inizia con l’offerta del tè, ogni discussione importante avviene intorno alla teiera, ogni momento di pausa è un’occasione per condividere questa bevanda che unisce sostentamento fisico e rituale sociale.
La preparazione richiede tempo e dedizione, con il tè che viene fatto bollire per ore prima di essere mescolato con il burro. Il risultato è una bevanda che rappresenta l’adattamento dell’uomo a un ambiente ostile, trasformato in tradizione e identità culturale.

Il chai indiano: spezie e vitalità
Nelle strade affollate dell’India, il profumo del chai si mescola ai mille odori del subcontinente. Questa bevanda vivace, preparata facendo bollire tè nero con latte, zucchero e un mix di spezie aromatiche, è l’energia liquida che alimenta milioni di persone ogni giorno.

Chai

Ogni regione, ogni famiglia ha la propria ricetta: cardamomo, zenzero, cannella, chiodi di garofano, pepe nero si combinano in proporzioni sempre diverse. Il chai wallah, il venditore di tè di strada, è una figura onnipresente, che versa la bevanda fumante in piccoli bicchieri di terracotta usa e getta o in bicchieri di vetro che risuonano ritmicamente quando vengono lavati.
Il chai non è solo bevanda ma pausa necessaria, momento di socializzazione, carburante per iniziare la giornata o riprendersi dalla fatica. Nelle case viene offerto agli ospiti come primo gesto di benvenuto, negli uffici scandisce le pause lavorative, nelle stazioni dei treni accompagna i viaggi e le attese.
Il tè è un linguaggio universale

Attraverso continenti e secoli, il tè ha assunto forme diverse, ma ovunque conserva la stessa capacità di creare connessioni. Che sia nella solennità di un tempio zen, nel calore di una casa marocchina, o nel trambusto di una stazione indiana, preparare e condividere il tè è un atto che trascende la semplice necessità di bere.
Ogni cerimonia, con i suoi gesti codificati e i suoi significati stratificati, rappresenta un modo di rallentare, di prestare attenzione, di riconoscere l’importanza del momento presente e delle persone con cui lo condividiamo. Questi rituali millenari ci ricordano quei gesti ormai desueti che vale la pena compiere con cura, conversazioni che meritano tempo, incontri che richiedono presenza.
In fondo, il tè non è che acqua calda e foglie. Ma nelle mani dell’uomo diventa occasione di bellezza, veicolo di cultura, strumento di relazione. Le cerimonie che abbiamo incontrato, pur nella loro diversità, parlano tutte lo stesso linguaggio: quello dell’attenzione, del rispetto e della condivisione. Ci hanno insegnato che la grandezza si nasconde spesso nella semplicità, che il tempo dedicato a un gesto può trasformarlo in arte, e che in un mondo frenetico esistono ancora isole di calma dove fermarsi, ascoltare e assaporare.
Così si chiude questo viaggio attraverso il mondo del tè, una bevanda che si è rivelata molto più di un semplice infuso. Dalle piantagioni nebbiose dell’Asia alle tazze fumanti di ogni angolo del pianeta, abbiamo scoperto come foglie apparentemente insignificanti abbiano plasmato economie, ispirato filosofie, creato rituali e connesso culture lontanissime tra loro.
Che siate bevitori occasionali, o appassionati cultori, l’invito è lo stesso: la prossima volta che preparate una tazza di tè, prendetevi un momento. Osservate il colore che si diffonde nell’acqua, respirate il profumo che si alza dal vapore, gustate non solo il sapore ma anche l’istante. Perché, come ci hanno mostrato millenni di storia e tradizione, il tè non si beve soltanto: si vive.
Vi saluto con il “saluto con le dita” – (kòu zh? l?), come vuole un’antica tradizione cinese, con il gesto discreto di Battere due dita sul tavolo (medio e indice) si ringrazia per il tè ricevuto.Nacque durante il regno dell’imperatore Qianlong (1736-1795), il quarto imperatore della dinastia Qing. La leggenda narra che Qianlong abbandonasse segretamente la corte, si travestisse da cittadino comune e, sempre accompagnato dai suoi fedeli cortigiani, frequentasse spesso le case da tè, di cui amava scoprirne costantemente nuove varietà.Un giorno, mentre visitava una casa da tè, assaggiò un tè eccezionalmente pregiato, così buono che volle condividerlo con i cortigiani seduti di fronte a lui. Per mantenere l’anonimato, i cortigiani non potevano esprimere la loro gratitudine con il consueto inchino di corte; così usarono le mani per indicare un inchino e le nocche per indicare un inchino del capo a terra.Col tempo questo gesto è diventato più semplice: basta piegare la mano e toccare il tavolo con due dita, come se si bussasse a una porta, per esprimere “grazie”!
Quindi “Toc, toc” a voi, grazie per aver condiviso questo viaggio. Che ogni vostra tazza sia un momento di bellezza.


Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 

S3:E3 “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”

S3:E4 “I tè neri iconici, Darjeeling, Assam, Ceylon, Lapsang Souchong

S3:E5 “Gli Oolong di pregio, Tie Guan Yin, Da Hong Pao, Dong Ding”

S4:E1 “Come preparare il tè perfetto per ogni tipologia”


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S3:E3 “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”

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S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 


Tra la Cina del fuoco e il Giappone del vapore, esiste una terra dove questi due mondi si incontrano e danzano insieme: la Corea. Qui, sulle pendici delle montagne sacre e nelle valli accarezzate dalle brezze marine, nasce un tè che è ponte tra due filosofie, sintesi perfetta di due tradizioni millenarie. I tè verdi coreani sono figli di una storia travagliata, custodi di una cultura che ha saputo resistere alle tempeste del tempo, rinascere dalle ceneri e preservare la propria identità, pur accogliendo le influenze dei vicini.
Entriamo nel cuore della penisola coreana, dove tre tè scandiscono il ritmo delle stagioni come un calendario, il Woojeon, gemma della primavera ancora dormiente; il Sejak, canto della primavera risvegliata; e il Jeoncha, respiro della primavera che si fa estate ed eco coreana del Sencha giapponese. Questi non sono semplici infusi, sono espressioni di un’anima culturale che ha lottato per sopravvivere, che ha conosciuto l’oblio e la rinascita, che oggi si offre al mondo con umile fierezza.

“Darye”, cerimonia del tè coreana

In Corea, il tè è chiamato “cha” (?), e la cerimonia del tè è “darye” (??), letteralmente “l’étiquette del tè”. Ma dietro queste parole si nasconde un universo dove buddismo e confucianesimo si intrecciano, dove il rigore formale convive con la naturalezza spontanea, dove ogni tazza è un atto di armonia tra cielo, terra e umanità.
Prima di incontrare i tè, dobbiamo comprendere la terra che li ha generati. La storia del tè in Corea è una narrazione epica di ascese e cadute, di splendore e oblio, di morte e rinascita.
Si narra che nel 661 d.C., durante il regno di Silla, il tè venisse offerto in onore di Re Suro, fondatore del regno di Geumgwan Gaya. Ma è nel 828 d.C. che la storia diventa certezza: Re Heungdeok ricevette semi di Camellia sinensis dalla dinastia Tang cinese e li fece piantare sulle pendici del Monte Jirisan, nella regione di Hadong. Quel gesto segnò l’inizio della cultura del tè coreana. I monaci buddisti furono i primi custodi di questo dono prezioso. Nei templi nascosti tra le montagne, coltivavano le piante, preparavano il tè, lo utilizzavano nelle cerimonie religiose e durante le lunghe meditazioni. Il tè divenne inseparabile dalla pratica zen, compagno silenzioso dei monaci nella ricerca dell’illuminazione.
Durante la dinastia Goryeo (918-1392), il tè conobbe il suo periodo di massimo splendore. La corte reale adottò elaborate cerimonie del tè, i nobili gareggiavano nella raffinatezza delle loro preparazioni, il governo istituì il “Tabang”, un dipartimento dedicato esclusivamente ai rituali del tè. Era l’epoca in cui il tè coreano dialogava alla pari con quello cinese, sviluppando tecniche proprie e gusti distintivi.
Ma poi arrivò l’oscurità. Con l’avvento della dinastia Joseon (1392-1897) e l’adozione del neoconfucianesimo come ideologia di stato, il buddismo cadde in disgrazia. I templi furono chiusi, i monaci perseguitati, la cultura del tè quasi dimenticata. I contadini, oppressi da tasse insostenibili sul tè, bruciarono, o abbatterono le piante in segno di protesta. Per secoli, il tè sopravvisse solo in poche enclavi remote. Veniva coltivato segretamente da monaci ostinati e studiosi confuciani in esilio, gli unici che ancora riconoscevano al tè un valore superiore, al di là di ogni ideologia politica.
Il Novecento portò nuove sfide. L’occupazione giapponese (1910-1945) impose metodi di coltivazione industriale, introducendo cultivar giapponesi come la Yabukita e trasformando aree come Boseong in piantagioni commerciali. La Guerra di Corea (1950-1953) devastò ulteriormente ciò che rimaneva della tradizione.
Ma dalla fine degli anni ’60, qualcosa di miracoloso accadde: una rinascita. Studiosi come Choi Beom-sul, conosciuto come Venerabile Hyo-Dang, si dedicarono a recuperare le tecniche perdute, viaggiando nei monasteri superstiti, raccogliendo frammenti di memoria, ricostruendo la cerimonia del tè coreana. Nel 1973, Hyo-Dang pubblicò “The Korean Way of Tea”, un libro che divenne il manifesto di questa rinascita culturale.

hoi Beom sul – Hyo Dang The Korean Way of Tea

Oggi, il tè coreano vive una seconda primavera. Piccoli produttori artigianali, spesso a conduzione familiare, continuano le tradizioni centenarie. La cerimonia del tè, il darye, è stata riscoperta da una nuova generazione di coreani che cercano nell’antica pratica un antidoto alla frenesia moderna. La Corea non è un grande produttore di tè, appena 3.200 tonnellate all’anno, una frazione rispetto ai giganti asiatici. Ma ciò che manca in quantità è ampiamente compensato in qualità e unicità. Esistono quattro regioni principali dove il tè prospera, ciascuna con la propria personalità distintiva.
Hadong e Monte Jirisan: la culla sacra. Hadong, nella provincia di Gyeongsangnam-do, è il luogo dove tutto ebbe inizio. Qui, alle pendici del Monte Jirisan, la “montagna della saggezza e della benevolenza”, crescono ancora oggi piante di tè selvatiche, discendenti dirette di quei primi semi piantati nel 828 d.C. Alcune di queste piante hanno centinaia di anni, testimoni silenziose di dodici secoli di storia. Hadong è la patria del tè artigianale coreano, dove piccole aziende agricole familiari producono tè lavorato interamente a mano. Coltivano le varietà autoctone, quelle che i coreani chiamano semplicemente “varietà Hadong”, piante adattate al territorio attraverso secoli di selezione naturale. Il tè di Hadong è considerato il “tè del re”, il più prezioso e ricercato, caratterizzato da una distintiva dolcezza fruttata e una complessità zingy che lo rende inconfondibile. Il paesaggio è quello dei dipinti tradizionali coreani: montagne avvolte da nebbie mattutine, valli percorse da ruscelli cristallini, terrazzamenti verdi che si arrampicano lungo pendii impossibili. L’escursione termica tra giorno e notte è notevole, e questa caratteristica, unita all’umidità costante e ai terreni ben drenati, crea condizioni ideali per tè di qualità eccezionale.

Hadong, provincia Sud Gyeongsang

Boseong: i campi verdi infiniti Se Hadong è la culla spirituale del tè coreano, Boseong, nella provincia di Jeollanam-do, ne è il volto più iconico. Chi ha visto fotografie di campi di tè coreani, probabilmente ha visto Boseong: file perfette di cespugli verde smeraldo che si snodano su colline ondulate, creando pattern geometrici ipnotici. Boseong produce il 40% del tè verde coreano. La sua storia moderna inizia durante l’occupazione giapponese, quando nel 1939 fu stabilita la prima piantagione commerciale. Dopo la guerra, Boseong conobbe alti e bassi, fino alla sua rivitalizzazione negli anni recenti grazie al supporto governativo e al turismo del tè.
Il clima di Boseong è caratterizzato da brezze marine umide che risalgono dalla costa meridionale, portando pioggia e umidità. Il terreno ricco di nutrienti e l’abbondante precipitazione creano un ambiente lussureggiante, Boseong è probabilmente il luogo più verde che si possa immaginare, soprattutto dopo la pioggia, quando ogni foglia brilla di vita. Qui la produzione è più industrializzata rispetto a Hadong, con uso di macchinari per la raccolta e la lavorazione, anche se i produttori più piccoli mantengono ancora metodi tradizionali. Il cultivar dominante è la Yabukita giapponese, che produce tè dal carattere più vicino al Sencha nipponico, con quell’inconfondibile nota di pino fresco nel finale.

Boseong

Jeju Island: l’isola vulcanica degli dei Jeju, l’isola vulcanica al largo della costa meridionale, è un mondo a parte. Chiamata “l’isola degli dei” dai locali, Jeju si formò circa due milioni di anni fa dall’eruzione di un vulcano sottomarino. Il risultato è un’isola subtropicale dominata dal Monte Hallasan, un vulcano di 1.950 metri che si impone sul paesaggio. Il suolo vulcanico è incredibilmente fertile, ricco di minerali. Il clima subtropicale, con inverni miti e venti costanti tutto l’anno, crea un ambiente unico. Jeju ospita oltre 2.000 specie vegetali, e questa biodiversità si riflette nel tè, che assorbe la complessità aromatica dell’ecosistema circostante.
La produzione di tè a Jeju è iniziata negli anni ’70 ed è la regione in più rapida espansione. Qui operano grandi conglomerati con base a Seoul, che hanno stabilito enormi operazioni meccanizzate basate su metodi giapponesi di vaporizzazione. Questo significa che il tè di Jeju è il più facilmente disponibile all’estero ed è spesso il primo incontro che gli occidentali hanno con il tè coreano. Tuttavia, anche qui esistono piccoli produttori artigianali, che producono tè eccezionali, dimostrando che anche su quest’isola la qualità può prevalere sulla quantità.

Isola di Jeju, O’sulloc Tea Fields Museum – complesso che offre una combinazione di campi di tè verdi, un museo sulla cultura del tè e una popolare casa da tè

Ciò che rende unico il tè verde coreano è la sua doppia natura processuale. A differenza della Cina, dove domina la tostatura nel wok, o del Giappone, dove regna la vaporizzazione, la Corea pratica entrambe le tecniche, creando un ponte sensoriale tra i due giganti del tè.
Deoukkumcha: l’arte del wok. Il metodo tradizionale coreano, quello che ancora oggi si pratica nelle piccole aziende familiari di Hadong, è chiamato “deoukkumcha”, letteralmente “tè tostato”. È la tecnica ereditata dalla Cina, ma raffinata attraverso secoli di pratica coreana. Dopo la raccolta, le foglie vengono inizialmente vaporizzate per circa 30 secondi, giusto il tempo di bloccare l’ossidazione senza cuocere completamente la foglia. Poi inizia la vera magia: le foglie vengono poste in grandi wok di ferro riscaldati e tostate a mano. Il maestro del tè le muove continuamente con movimenti fluidi e precisi, controllando la temperatura attraverso il tatto e l’esperienza. Questo processo viene ripetuto molte volte, anche fino a nove cicli di tostatura e asciugatura al sole. Ogni passaggio modella le foglie, concentra gli aromi, sviluppa quella caratteristica dolcezza nocciolata e quel tocco leggermente tostato che ricorda le castagne arrostite. Il risultato finale sono foglie arricciate, di un verde che va dal verde giada al verde oliva scuro, profumate intensamente anche da secche.
Jeungjecha: l’eco del Giappone. Il metodo più recente, introdotto durante l’occupazione giapponese e ora prevalente nelle grandi piantagioni di Boseong e Jeju, è chiamato “jeungjecha”, “tè vaporizzato”. È sostanzialmente il metodo Sencha giapponese, adattato al terroir coreano.
Le foglie vengono vaporizzate per circa 30-90 secondi a seconda del risultato desiderato, poi arrotolate e asciugate senza tostatura. Il risultato è un tè dai sentori più vegetali, umami pronunciato, con quelle note marine caratteristiche dei tè giapponesi, ma spesso con una distintiva nota di pino fresco che è tipicamente coreana. La scelta del metodo non è casuale: le piccole aziende familiari preferiscono il pan-firing, o tostatura, di cui abbiamo parlato negli articoli precedenti, perché richiede meno infrastrutture, poiché serve solo un wok e molta abilità. La produzione in stile Sencha richiede invece macchinari più complessi e quantità minime di foglie, almeno 50 kg per ciclo di lavorazione, rendendola più adatta alla produzione su larga scala.
Woojeon – Prima della Pioggia: l’essenza della primavera. Il nome stesso è poesia: Woojeon significa letteralmente “prima della pioggia”, riferendosi al periodo precedente alla prima pioggia primaverile, che cade intorno al 20 aprile secondo il calendario lunare coreano, durante il giorno chiamato “Gogu”, o “Gokwoo”.
Woojeon è il primo raccolto dell’anno, il più prezioso, il più atteso. I germogli vengono raccolti quando sono ancora chiusi, perfette gemme verdi appena emergenti dal sonno invernale, accompagnate al massimo da una o due foglioline tenerissime. La finestra temporale è brevissima, solo pochi giorni, a volte solo ore, quando le condizioni sono perfette. La raccolta avviene rigorosamente a mano nelle prime ore del mattino, quando la rugiada ancora impreziosisce le foglie. Servono circa 60.000-80.000 germogli per produrre solo un chilogrammo di Woojeon finito. Questo spiega il prezzo elevato, ma anche la rarità e la preziosità di questo tè. Le foglie raccolte sono incredibilmente piccole, delicate, quasi trasparenti. Tenerle in mano è come tenere petali di fiori, fragilissime eppure piene di promesse. Ogni gemma è un concentrato di energia accumulata durante l’inverno, pronta a esplodere in vita. La degustazione del Woojeon autentico è un’esperienza di pura dolcezza. Non la dolcezza dello zucchero, ma quella naturale, quasi lattea, che ricorda il latte di soia fresco, o la crema di mandorle. È il sapore della primavera stessa, quando la natura si risveglia e tutto è nuovo, tenero, pieno di speranza. In bocca, il Woojeon è vellutato, quasi cremoso, con una texture che avvolge la lingua dolcemente. L’umami è presente, ma gentile, mai aggressivo, bilanciato perfettamente dalla dolcezza. Note vegetali delicate di piselli novelli, asparagi bianchi, un accenno di fiori bianchi, magnolia forse, o gelsomino selvatico.

Te-Woojeon

Ciò che distingue il Woojeon coreano dai suoi cugini cinesi e giapponesi è una particolare dolcezza fruttata nel finale, quasi come miele di fiori primaverili, o frutta bianca matura. È quella “zingy fruity sweetness” che i conoscitori riconoscono come firma del tè coreano di Hadong, un carattere distintivo che non si trova altrove. Il colore del liquido è di un giallo-verde pallido, quasi dorato, trasparente come cristallo. Guardarlo alla luce è come osservare la luce del sole filtrata attraverso foglie giovani , luminoso, pieno di vita, quasi fosforescente. L’astringenza è praticamente assente. Il Woojeon non asciuga la bocca, la accarezza, lasciando una sensazione di freschezza pulita e una salivazione dolce che persiste per minuti. Ogni sorso invita al successivo non per sete, ma per desiderio di rivivere quella sensazione di purezza.
Il Woojeon è il tè più costoso della Corea. Un buon Woojeon artigianale di Hadong può costare quanto un Gyokuro giapponese premium. Ma per chi lo ha provato, il prezzo non è ostacolo: è un investimento in bellezza, in quella rara esperienza di bere primavera liquida.
I produttori di Woojeon sono spesso personaggi leggendari: maestri del tè che hanno dedicato la vita a perfezionare la loro arte. Mr. Cho di Hadong, produttore di terza generazione, produce solo 1.000 kg di tè all’anno, tutto lavorato a mano da lui personalmente. Durante la stagione del Woojeon, assume 32 raccoglitori e lavora giorno e notte per non perdere neanche un momento del raccolto perfetto.
Sejak – Lingua di Passero: l’equilibrio perfetto. Se il Woojeon è la promessa della primavera, il Sejak è il suo compimento. Il nome significa “lingua di passero sottile”, descrivendo perfettamente la forma delle foglie: piccole, sottili, appuntite come la lingua di un uccellino. Sejak viene raccolto nelle due settimane successive al Gogu, quindi tra fine aprile e inizio maggio, fino al giorno chiamato “Ipha”, l’ingresso nell’estate secondo il calendario lunare. Le foglie sono leggermente più mature rispetto al Woojeon, includendo una gemma e due foglie tenere.
Questa maggiore maturità non è una debolezza, ma una diversa espressione della pianta. Le foglie hanno avuto più tempo di svilupparsi, accumulando complessità aromatica. Hanno assorbito più sole, più pioggia, più vita. Il risultato è un tè più strutturato, più caratterizzato, più “presente”. La raccolta rimane prevalentemente manuale, soprattutto nelle piccole aziende familiari, anche se le grandi piantagioni di Jeju possono utilizzare macchine. La finestra temporale è più ampia rispetto al Woojeon, rendendo il Sejak più accessibile e meno costoso, pur mantenendo un’eccellente qualità.
Il Sejak è il tè dell’equilibrio. Il Woojeon è tutto dolcezza delicata, il Sejak introduce una maggiore complessità. C’è ancora quella dolcezza caratteristica coreana, quella nota fruttata “zingy”, ma ora è accompagnata da un corpo più pieno, da note più definite. Il sapore è più intenso, più verde. Note di verdure fresche, spinaci al vapore, fagiolini, erbe aromatiche, emergono con maggiore evidenza. L’umami è più pronunciato, ma mai eccessivo, creando quella sensazione saporita, quasi burrosa, che riempie la bocca.
Nel Sejak pan-fired, predominano le note tostate: castagne arrostite, nocciole tostate, un accenno di mais dolce. C’è una complessità che ricorda le frutta secca, i cereali tostati, con quel finale dolce-nocciolato che è così confortante.
Nel Sejak vaporizzato, specialmente quello di Boseong con cultivar Yabukita, emergono caratteri più vicini al Sencha giapponese: umami vegetale, note di alghe leggere, quella caratteristica freschezza di pino che è quasi mentolata. Ma anche qui, il finale mantiene quella distintiva dolcezza coreana.

Hadong Sejak

Il colore del liquido è più intenso rispetto al Woojeon: un verde dorato più deciso, a volte tendente al giallo ambrato, mai opaco, sempre luminoso. Ha più corpo, più presenza, riempie la bocca con una texture ricca, sebbene mai pesante. L’astringenza è più evidente ed elegante, quella che i coreani chiamano “pulita”, asciuga leggermente il, ma invita immediatamente a bere ancora. Il retrogusto è lungo, complesso, evolve da vegetale a dolce, con note di frutta secca che persistono delicatamente.
Il Sejak è considerato da molti il tè “perfetto” per l’uso quotidiano. Ha abbastanza complessità per interessare il palato, abbastanza dolcezza per essere confortante, abbastanza corpo per accompagnare il cibo, ma un prezzo più accessibile rispetto al Woojeon. Nelle case coreane, il Sejak è il tè che si offre agli ospiti rispettati, che si beve durante conversazioni importanti, che accompagna momenti di riflessione. Non è cerimoniale come il Woojeon, ma neanche ordinario – è speciale nella sua quotidianità.
Jeoncha – L’eco del Sencha: il ponte tra culture Jeoncha è il più recente arrivato nella famiglia dei tè verdi coreani, e anche il più particolare. Il nome è la pronuncia coreana degli stessi caratteri che in giapponese si leggono “Sencha”, rivelando immediatamente la sua origine e ispirazione.
Jeoncha nacque durante l’occupazione giapponese, quando i colonizzatori introdussero metodi di lavorazione giapponesi e cultivar come la Yabukita. Dopo la liberazione, questo stile di tè avrebbe potuto essere rifiutato come simbolo dell’oppressione, invece i coreani scelsero di adottarlo, adattarlo, renderlo proprio. Questa scelta dice molto sulla capacità coreana di trasformare le influenze esterne in qualcosa di unico. Il Jeoncha non è semplicemente Sencha prodotto in Corea, è un tè che prende il metodo giapponese e lo filtra attraverso la sensibilità coreana, creando qualcosa di nuovo.
A differenza del Woojeon e del Sejak, che possono essere sia pan-fired che steamed, il Jeoncha è esclusivamente vaporizzato. Nella seconda fase entra il metodo Sencha giapponese: vaporizzazione per bloccare l’ossidazione, arrotolamento per modellare le foglie, asciugatura senza tostatura. Il risultato sono foglie verde scuro, quasi blu-verde, arricciate in aghi sottili simili al Sencha, ma spesso leggermente più larghe e meno uniformi. Quando le si tocca, sono morbide, flessibili, profumate intensamente di verde fresco.
Il Jeoncha viene prodotto durante il primo e secondo raccolto, quindi può essere fatto con foglie di qualità Woojeon o Sejak, ma processate in stile giapponese. Questo crea una gamma interessante di Jeoncha, dai più delicati e costosi ai più accessibili e robusti.
Degustando un Jeoncha ascoltiamo una conversazione tra Giappone e Corea. Ci sono tutte le caratteristiche del Sencha giapponese: l’umami vegetale prominente, le note marine di alga nori, quella freschezza quasi erbacea, l’astringenza pulita. Ma poi emerge il carattere coreano, quella distintiva nota di pino fresco nel finale, che è unicamente dei tè coreani. Una dolcezza più morbida rispetto al Sencha giapponese standard. Una complessità fruttata sottile che ricorda la frutta bianca matura.
Il Jeoncha di Boseong, prodotto con cultivar Yabukita, è particolarmente vicino al Sencha giapponese, ma è generalmente più dolce, meno aggressivamente umami, con il finale di pino che lo rende inconfondibilmente coreano.

Tè Jeoncha

Il Jeoncha di Jeju, beneficiando del suolo vulcanico e del clima subtropicale, ha spesso note più complesse: una mineralità marcata, sentori quasi salini delle brezze marine, una dolcezza che ricorda il miele locale di fiori selvatici.
Il liquido è di un verde più intenso rispetto al Woojeon o Sejak, a volte tendente al verde giada, leggermente opaco se le foglie sono state molto frammentate durante la lavorazione. Ha più corpo, più “peso” in bocca, una texture quasi sciropposa.
Il Jeoncha rappresenta la Corea moderna: capace di onorare la tradizione mentre abbraccia l’innovazione, di mantenere la propria identità pur dialogando con altre culture. È il tè più accessibile, quello che si trova più facilmente all’estero e introduce noi occidentali al mondo del tè coreano. Non è il più prestigioso né il più costoso, ma ha un suo importante ruolo: è il tè quotidiano, quello che si beve al lavoro, che si offre casualmente agli amici, che accompagna i pasti. È democratico, accessibile, eppure di qualità eccellente quando prodotto bene.
Ciò che rende speciale il tè coreano non è solo la qualità delle foglie, o la raffinatezza della lavorazione, ma la storia che porta con sé. Woojeon, Sejak e Jeoncha sono più di semplici tè, sono testimoni di una storia di resistenza, di una cultura che ha rifiutato di morire. È il sapore della dolcezza della rinascita, la forza quieta di chi ha dovuto ricominciare da zero e ha scelto di farlo con grazia e umiltà. Ogni tazza racconta secoli di lotta per preservare un’identità, di monaci che coltivavano in segreto, di maestri che tramandavano saperi a rischio della vita, di un popolo che ha scelto di non dimenticare. Il Woojeon ci insegna la pazienza: aspettare il momento perfetto, non forzare, accogliere la primavera quando arriva. Il Sejak ci mostra l’equilibrio: trovare il punto di incontro tra dolcezza e carattere, tra tradizione e presenza. Il Jeoncha ci ricorda che accogliere l’influenza esterna non significa perdere se stessi, ma arricchirsi attraverso il dialogo.

Come ogni grande tè, come accennato poco sopra, anche quelli coreani portano con sé storie che attraversano i secoli, leggende che si intrecciano con la fede e la spiritualità.
Si narra che quando Re Heungdeok ricevette i semi di tè dalla Cina nell’828 d.C., li affidò a un monaco di nome Kim Dae-Ryeom con l’incarico di piantarli nel luogo più sacro del regno. Il monaco viaggiò per mesi, meditando e pregando, fino a quando in sogno gli apparve il Bodhisattva della compassione che gli indicò il Monte Jirisan. “Lì”, disse la visione, “dove le nebbie accarezzano le valli e i ruscelli cantano eternamente, le piante di tè cresceranno forti e le loro foglie daranno saggezza a chi le beve.”
Un’altra leggenda racconta del monaco Won-Hyo, figura fondamentale del buddismo coreano del VII secolo. Durante un pellegrinaggio notturno, assetato e stanco, trovò una ciotola piena d’acqua fresca e la bevve avidamente, sentendosi rinfrancato. Al mattino scoprì che aveva bevuto da un teschio umano pieno di acqua piovana. La rivelazione gli causò un violento disgusto, ma poi l’illuminazione: “Tutto è mente. Non c’è differenza tra una ciotola preziosa e un teschio se la mente è pura.” Da quel momento, si dice che Won-Hyo bevesse il tè solo da ciotole semplici, di terracotta grezza, insegnando che la vera nobiltà non sta negli oggetti, ma nell’intenzione con cui li si usa.
Durante la dinastia Joseon, quando il tè era quasi scomparso, si racconta che alcuni monaci del tempio Daeheungsa, nascosto tra le montagne di Haenam, continuarono segretamente a coltivare e preparare il tè. Ogni primavera, all’alba del giorno del primo raccolto, compivano un rituale: offrivano la prima tazza di Woojeon alla montagna stessa, versandola alla base dell’albero più antico del giardino, ringraziando la terra per il suo dono e pregando che la tradizione del tè non morisse mai. Si dice che quell’albero viva ancora oggi, circondato da piante di tè che sono le più antiche della Corea.
I tè verdi coreani non sono ancora famosi come i loro cugini cinesi o giapponesi. Non li troverete facilmente nei supermercati occidentali, non hanno la fama internazionale del Longjing o del Matcha. E forse proprio in questa relativa oscurità risiede il loro fascino. Scoprire il tè coreano è come trovare un sentiero segreto in una foresta conosciuta. È l’emozione di assaggiare qualcosa che pochi conoscono, di entrare in contatto con una tradizione che si è preservata quasi miracolosamente. È un atto di scoperta, un piccolo viaggio in una cultura che merita di essere conosciuta, celebrata, rispettata. I tè coreani ci invitano a rallentare, a prestare attenzione alle sfumature, a riconoscere che la bellezza non sempre grida, ma spesso sussurra. Ci ricordano che la tradizione non è rigidità, è radice viva che continua a nutrire rami nuovi. I tè coreani sono maestri dell’integrazione. Hanno imparato da entrambi, hanno accolto influenze, hanno attraversato catastrofi, e da tutto questo hanno creato qualcosa di unico: un tè che è completamente, inconfondibilmente coreano. Questa capacità di sintesi, di dialogo tra opposti, di creare ponti tra mondi diversi, è forse la lezione più preziosa che il tè coreano ci offre. In un’epoca di polarizzazioni, di muri che si erigono, di identità che si chiudono, il tè coreano sussurra una verità diversa: si può essere profondamente se stessi pur accogliendo l’altro, si può preservare la propria identità pur rimanendo aperti al mondo.
Che questo articolo sia per voi un invito a esplorare i tè verdi della Corea. Cercateli nei negozi specializzati, nei siti di piccoli produttori artigianali, nei mercati del tè online. Quando li troverete, preparateli con cura, con presenza, con quella naturalezza rispettosa che è l’essenza del darye coreano.
Lasciate che il Woojeon vi insegni la dolcezza della pazienza. Permettete al Sejak di mostrarvi l’equilibrio perfetto tra forza e delicatezza. Fate che il Jeoncha vi ricordi che ogni cultura ha qualcosa di prezioso da offrire.
E quando berrete, ricordate le montagne nebbiose di Hadong, i campi infiniti di Boseong, le pendici vulcaniche di Jeju.
Che ogni sorso sia un ponte verso quella terra lontana. Che ogni infusione sia una celebrazione della tenacia dello spirito umano. Che ogni tazza sia un momento di pace in questo mondo che corre troppo veloce.
Appuntamento alla prossima settimana per continuare il nostro viaggio nel mondo del tè con “ I tè neri iconici (Darjeeling, Assam, Ceylon, Lapsang Souchong).”


Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 


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S3:E2 “Tè Verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha”

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S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

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S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”


Se i grandi tè verdi cinesi sono figli del fuoco e del wok, portatori di note tostate e dolcezza nocciolata, i tè verdi giapponesi nascono dal vapore e dall’ombra, custodi di una filosofia dove ogni gesto è preghiera, ogni sorso è meditazione. Il Giappone ha trasformato il tè verde in arte zen, in cerimonia del silenzio, in dialogo intimo tra uomo e natura.
Oggi entriamo nel cuore della tradizione giapponese, dove tre maestri silenziosi dominano la scena: il Sencha, luminoso e quotidiano come il sorgere del sole; il Gyokuro, prezioso e ombreggiato come la rugiada di giada; e il Matcha, polvere cerimoniale che racchiude l’essenza stessa della via del tè. Questi non sono semplici infusi, sono espressioni di un’estetica che cerca la perfezione nell’imperfezione, la bellezza nella semplicità, l’eternità nell’istante presente.
In Giappone, il tè verde è “wabi-sabi”, l’accettazione della transitorietà; è “ichi-go ichi-e”, l’unicità irripetibile di ogni incontro; è “ma”, lo spazio vuoto che dà significato al pieno. Ogni tazza diventa un universo dove il tempo si dilata, dove il gesto conta più della meta, dove il silenzio parla più forte delle parole.

Sencha – Il Tè della Luce

Nelle case giapponesi, dalla più umile alla più raffinata, il Sencha è presenza costante, compagno silenzioso delle giornate, testimone di conversazioni e solitudini. È il tè della quotidianità elevata a rituale, dove anche il gesto più semplice può diventare forma di meditazione. Il suo nome significa letteralmente “tè cotto”, ma questa definizione non rende giustizia alla sua essenza, il Sencha è luce liquida, freschezza vegetale, il sapore stesso della primavera giapponese.
La lavorazione del Sencha inizia con un gesto che ne definisce l’anima: la vaporizzazione. Appena raccolte, le foglie vengono attraversate da un soffio di vapore caldo e umido per circa 30-40 secondi. Questo passaggio, apparentemente breve, è cruciale: blocca immediatamente gli enzimi ossidanti, fissando il verde brillante della clorofilla e preservando intatti tutti i composti aromatici e nutrizionali della foglia fresca. Ma il vapore fa di più: penetra nelle cellule della foglia, rompendo delicatamente le membrane cellulari e permettendo agli aromi di liberarsi più facilmente durante l’infusione. È questo che dona al Sencha, e a tutti i tè giapponesi vaporizzati, quel caratteristico sentore vegetale intenso, quasi marino, che ricorda le alghe wakame, gli spinaci freschi, l’erba appena tagliata dopo la pioggia. Dopo la vaporizzazione, le foglie vengono raffreddate rapidamente e poi sottoposte a una serie di arrotolamenti e asciugature successive. Questo processo, che può durare diverse ore, modella le foglie nella loro forma caratteristica: aghi sottili, quasi cilindrici, di un verde intenso che va dal giada brillante al verde pino scuro. Ogni passaggio è calibrato con precisione millimetrica: troppo vapore e il tè diventa amaro, troppo poco e perde la sua intensità caratteristica.

té Sencha

Il Sencha è un’esplosione di freschezza vegetale. Il primo sorso colpisce il palato con una vivacità quasi elettrica, è il gusto dell’umami, quel quinto sapore che i giapponesi hanno identificato e celebrato prima di ogni altra cultura. L’umami nel Sencha proviene principalmente dalla teanina, un aminoacido prezioso che conferisce quella sensazione di sapidità piena, ricca, quasi burrosa, che avvolge la lingua e perdura anche dopo aver bevuto. Il profilo aromatico è complesso ma netto, note dominanti di verdure cotte al vapore, spinaci freschi, asparagi primaverili. C’è una dolcezza sottile che emerge gradualmente, simile al sapore dei piselli novelli. E poi quella caratteristica nota marina, quasi di alga wakame, che trasporta immediatamente in Giappone, sulle coste battute dal vento dove terra e mare si incontrano.
Il colore è uno spettacolo per gli occhi: un verde giallo brillante, traslucido, che cattura la luce come giada liquida. Guardare una tazza di Sencha è come osservare un paesaggio in miniatura, dove ogni riflesso racconta la storia delle colline verdi da cui proviene. C’è un’ astringenza presente, ma è pulita, rinfrescante, mai sgradevole. È quella sensazione che asciuga delicatamente il palato e invita immediatamente al sorso successivo. I giapponesi la chiamano shibumi, l’astringenza elegante che dona carattere senza dominare.
Non esiste un solo Sencha, ma un’intera famiglia di tè che condividono lo stesso metodo di lavorazione, differiscono per tempo di raccolta, cultivar della pianta e tecniche specifiche di produzione, che possiamo raccogliere così:
Il Shincha, letteralmente “tè nuovo”, è il primo raccolto primaverile, generalmente avviene tra aprile e maggio. È il Sencha più delicato e prezioso, caratterizzato da una dolcezza pronunciata e un’ astringenza minima. I giapponesi lo attendono con la stessa trepidazione con cui si attende il primo sakura in fiore: è il sapore della rinascita, la promessa dell’anno che viene.
Il Fukamushi Sencha è un Sencha sottoposto a una vaporizzazione più lunga, fino a 90 secondi. Questo processo spezza maggiormente le foglie, creando un liquido più torbido, più corposo, con un sapore più intenso e meno astringente. È il Sencha preferito da chi cerca una tazza più avvolgente e meno pungente.
Il Asamushi Sencha al contrario, è vaporizzato per tempi più brevi. Le foglie rimangono più integre, il liquido è più chiaro e trasparente, il sapore più delicato e raffinato. È il Sencha per i momenti contemplativi, quando si desidera cogliere ogni sfumatura sottile.

Gyokuro – La Rugiada di Giada

Se il Sencha è la luce del giorno, il Gyokuro è il mistero del crepuscolo. È il tè più prezioso e raffinato del Giappone, coltivato nell’ombra per sviluppare una dolcezza e una complessità
che non hanno eguali. Il suo nome, “Rugiada di Giada”, evoca perfettamente la sua essenza: perle liquide di un verde prezioso, dolci come rugiada raccolta all’alba da foglie di giada.

Tè Gyokuro

Ciò che rende il Gyokuro unico è il metodo di coltivazione: circa 20-30 giorni prima della raccolta, le piante vengono coperte con stuoie di paglia, o teli neri che filtrano fino all’80-90% della luce solare. Questa pratica, nata per caso quando i contadini coprivano le piante per proteggerle dal gelo, ha rivelato un segreto straordinario: l’ombra trasforma la pianta, modificando profondamente la chimica interna. Quando la pianta è privata della luce, aumenta drasticamente la produzione di clorofilla per compensare la minore capacità fotosintetica. Questo dona alle foglie quel colore verde scuro intenso, quasi nero, che le caratterizza. Ma soprattutto, l’ombra aumenta la concentrazione di teanina, quell’aminoacido prezioso responsabile del sapore umami e delle proprietà rilassanti del tè. Allo stesso tempo, diminuisce la produzione di catechine, i composti responsabili dell’astringenza. Il risultato è un tè incredibilmente dolce, quasi privo di amarezza, con un umami potente e avvolgente che alcuni descrivono come “brodo vegetale concentrato” o “essenza del mare”.
Le foglie per il Gyokuro vengono raccolte rigorosamente a mano, selezionando solo le gemme più tenere e le prime due foglie. Ogni foglia è un gioiello verde scuro, morbida al tatto, profumata intensamente anche da secca. Degustare un Gyokuro autentico è un’esperienza che va oltre il semplice bere tè, ci dona un viaggio sensoriale che inizia già al momento dell’apertura del contenitore, il profumo che si sprigiona è intenso, quasi stordente, un mix di verdure marine, alghe, con una nota dolce di nocciole e un accenno floreale di orchidea. Il liquido in tazza è denso, quasi oleoso, di un verde giada brillante. Il primo sorso è una rivelazione, l’umami esplode nel palato con una potenza quasi travolgente, avvolgente, saporito come un brodo concentrato. C’è una dolcezza cremosa, quasi lattea, che ricorda il latte di soia o la crema di mandorle. Note marine di alga kombu, sentori di verdure nobili come asparagi bianchi e carciofi crudi. Zero amarezza, zero astringenza: solo pura, concentrata essenza vegetale.
La sensazione in bocca è vellutata, ricca, persistente. Il retrogusto dura minuti, evolvendosi lentamente da umami a dolce, lasciando una salivazione costante e un senso di appagamento profondo. Non è un tè da bere di fretta, è un tè da contemplare, da meditare, sorso dopo sorso.
In Giappone, il Gyokuro viene servito in tazze minuscole, spesso non più grandi di un ditale. Questo non è solo per rispetto verso la sua preziosità e costo elevato, ma perché la sua intensità è tale che piccoli sorsi sono sufficienti a saziare completamente i sensi. Ogni sorso è un universo completo. La tradizione vuole che il Gyokuro si beva in silenzio, concentrandosi completamente sulle sensazioni che evoca. Non è il tè della conversazione, ma della contemplazione solitaria.
I monaci zen lo bevevano prima delle meditazioni più profonde, per calmare la mente mantenendola vigile e presente.Dopo aver terminato le infusioni, le foglie usate di Gyokuro non vengono gettate, possono essere condite con un filo di salsa di soia e consumate come contorno vegetale prezioso. Ogni parte della pianta viene onorata e utilizzata.

Matcha – La Polvere Sacra: l’intero in una tazza

Se il Sencha e il Gyokuro sono infusi, dove la foglia viene separata dal liquido, il Matcha rappresenta un approccio completamente diverso: la foglia stessa, polverizzata finemente, viene consumata interamente. Non si beve solo l’essenza del tè, ma la sua totalità. È il tè nella sua forma più assoluta, più completa, più potente.
Il Matcha è il cuore pulsante della cerimonia del tè giapponese, il chanoyu, dove ogni gesto è codificato, ogni movimento ha significato, ogni silenzio è preghiera. È il tè dei samurai, che lo bevevano prima della battaglia per la concentrazione ferrea che dona. È il tè dei monaci zen, che lo utilizzavano per sostenere le lunghe ore di meditazione seduta. È filosofia verde, zen liquido, presenza pura.

Tè Matcha

Come il Gyokuro, il Matcha nasce da piante coltivate all’ombra. La tecnica è simile, ma ancora più rigorosa: le piante destinate al Matcha vengono ombreggiate per circa 20-30 giorni, sviluppando quelle stesse caratteristiche di dolcezza intensa e umami profondi. Dopo la raccolta, le foglie vengono vaporizzate per bloccare l’ossidazione. Ma qui inizia la differenza fondamentale: invece di essere arrotolate come per il Sencha, le foglie vengono distese e asciugate piatte. Una volta asciutte, vengono private dei gambi e delle nervature centrali, utilizzando solo la parte più tenera e pregiata della foglia. Questo materiale purificato si chiama “tencha”. Il tencha viene poi conservato al fresco, e viene macinato solo al momento dell’utilizzo, o poco prima della vendita. La macinazione avviene tradizionalmente con macine in pietra di granito che ruotano lentamente, producendo appena 30-40 grammi di polvere all’ora. Questo processo lentissimo è necessario per evitare che il calore della macinazione comprometta gli aromi delicati e i composti nutrizionali. Il risultato è una polvere finissima, impalpabile come talco, di un verde brillante che va dalla sfumatura di giada al verde muschio, a seconda della qualità.
Non tutto il Matcha è uguale. Esistono diversi gradi di qualità, ognuno con caratteristiche e usi specifici.
Il Matcha Cerimoniale (ceremonial grade) è il più pregiato, prodotto con le foglie più giovani e tenere del primo raccolto primaverile. Ha un colore verde brillante intenso, un sapore dolce con umami pronunciato e un’amarezza minima. È questo il Matcha utilizzato nella cerimonia del tè tradizionale, bevuto senza aggiunte di alcun tipo.
Il Matcha Premium è di qualità leggermente inferiore, con un colore verde meno brillante e un sapore più bilanciato tra dolce e amaro. È ottimo per l’uso quotidiano, per chi desidera bere Matcha regolarmente senza spendere una fortuna.
Il Matcha Culinario (culinary grade) è prodotto con foglie raccolte più tardi nella stagione, ha un colore verde più spento, un sapore più amaro e astringente. È perfetto per cucinare, per preparare latte matcha, smoothie o dolci, dove il suo sapore più deciso si bilancia con altri ingredienti.
Il primo sorso di Matcha cerimoniale è un’esperienza che segna: l’umami è potente, quasi travolgente, avvolgente come un’onda. C’è una cremosità naturale, data dalla sospensione della polvere, che ricorda il latte vegetale. La dolcezza è presente, ma bilanciata da una leggera amarezza che pulisce il palato. Note di verdure nobili, alghe marine, un accenno di nocciola tostata. La consistenza è densa, schiumosa, quasi come un cappuccino verde. La schiuma fine si attacca delicatamente alle labbra, lasciando una sensazione vellutata. Il retrogusto è lungo, complesso, inizia amaro e finisce dolce, con una salivazione costante che dura minuti.
Ma il Matcha non è solo gusto: è energia pura. La combinazione di caffeina e L-teanina crea quello che viene chiamato “stato di allerta calma”: la mente è sveglia, lucida, concentrata, ma senza l’agitazione nervosa del caffè. È la concentrazione dei samurai, la presenza dei monaci zen. Si dice che dopo una tazza di Matcha, si entra naturalmente in uno stato meditativo, dove i pensieri si calmano e la percezione si affina.
Delle cerimonie del tè parlerò in un articolo a parte, qui però è doveroso accennare alla cerimonia del tè giapponese, il chanoyu, dove il Matcha è il protagonista assoluto. Ogni gesto della cerimonia è stato codificato nei secoli: come entrare nella stanza del tè, come sedersi, come ricevere la tazza, come girarla prima di bere, come apprezzarla dopo aver bevuto. Non è ostentazione, è umiltà: riconoscere che ogni gesto può essere elevato a forma d’arte quando compiuto con presenza totale.
Il maestro del tè Sen no Riky?, nel XVI secolo, codificò i quattro principi fondamentali del chanoyu: wa (armonia), kei (rispetto), sei (purezza), jaku (tranquillità). Questi principi non riguardano solo il tè, ma la vita stessa. Il Matcha diventa così veicolo di trasformazione spirituale, non semplice bevanda.
I samurai adottarono il Matcha per una ragione pratica ma profonda: prima di entrare in battaglia, bevevano una tazza per calmare la mente mantenendola acutissima. Dovevano essere pronti a morire in ogni istante, e il Matcha li aiutava a raggiungere quello stato di presenza assoluta, dove paura e speranza scompaiono, lasciando solo il momento presente.

Matcha, il tè che alimenta secoli di concentrazione

Tre vie verso lo stesso cuore. Sencha, Gyokuro e Matcha sono tre espressioni della stessa essenza, tre vie che conducono allo stesso centro. Il Sencha è la via della quotidianità illuminata, dove anche il gesto più semplice può diventare sacro. Il Gyokuro è la via del raffinamento estremo, dove la pazienza e l’attenzione ai dettagli rivelano bellezze nascoste. Il Matcha è la via dell’assoluto, dove nulla viene separato, dove tutto viene consumato, integrato, assorbito completamente.
Ciò che unisce questi tre tè è la filosofia che li ha generati: il rispetto profondo per la natura, la ricerca della bellezza nella semplicità, l’accettazione della transitorietà. Ogni tazza è unica e irripetibile, come ogni istante della vita. Ichi-go ichi-e: un incontro, una volta sola.
I tè verdi giapponesi ci insegnano che la perfezione non sta nell’assenza di difetti, ma nell’accoglienza di ciò che è. Una foglia spezzata, una schiuma imperfetta, un colore non uniforme: tutto questo non toglie bellezza, la aggiunge. È il wabi-sabi, l’estetica dell’imperfezione, che vede nel transitorio e nell’incompiuto la vera essenza della bellezza.
Ogni grande tè porta con sé storie che attraversano i secoli, leggende che si intrecciano con la storia e con la spiritualità giapponese.
Si narra che il monaco My?an Eisai, nel XII secolo, introdusse per la prima volta i semi di tè dalla Cina in Giappone, piantandoli nelle montagne di Kyoto. Eisai scrisse il primo libro giapponese sul tè, il “Kissa Y?j?ki” (Bere tè per coltivare la vita), dove sosteneva che il tè verde fosse un elisir di lunga vita, capace di curare malattie e purificare mente e corpo. Da quel momento, il tè divenne inseparabile dalla pratica zen.

Kissa y?j?ki , libro del tè – (Bere il tè per coltivare la vita), di My?an Eisai (1141-1215), monaco buddista zen. La prima edizione risale al 1211, la versione presentata allo Sh?gun: 1214 (presentata a Minamoto no Sanetomo). Il Kennin-ji Temple a Kyoto, dove Eisai fu abate, contiene un monumento al tè in suo onore e preserva la sua memoria come primo autore giapponese di un trattato sul tè.

Una leggenda racconta che Bodhidharma, il fondatore dello zen, durante i suoi nove anni di meditazione di fronte a un muro, a un certo punto cedette al sonno. Furioso con se stesso per questa debolezza, si strappò le palpebre e le gettò a terra. Da quelle palpebre nacquero le prime piante di tè, destinate a mantenere svegli i meditatori per sempre. Questa leggenda, benché condivisa con la tradizione cinese, ha un significato particolare in Giappone, dove il tè e lo zen sono diventati inseparabili.
Il Gyokuro ha una storia più recente ma affascinante. Si dice che un contadino di Uji, durante un inverno particolarmente freddo, coprì le sue piante di tè con stuoie di paglia per proteggerle dal gelo. Quando in primavera raccolse quelle foglie, scoprì che avevano sviluppato un sapore straordinariamente dolce e delicato. Da quell’osservazione casuale nacque l’arte dell’ombreggiatura, che trasformò per sempre la cultura del tè giapponese.
Il Matcha è profondamente legato alla storia dei samurai. Si racconta che prima delle battaglie più importanti, i guerrieri si riunissero per condividere una ciotola di Matcha. Questo rituale, chiamato “farewell tea ceremony”, era un modo per affrontare la morte con serenità. Bevendo insieme il Matcha, i samurai riconoscevano la transitorietà della vita e si preparavano mentalmente ad abbandonare ogni attaccamento. Il tè diventava così non solo fonte di energia fisica, ma anche strumento di preparazione spirituale alla fine ultima.
I tè verdi giapponesi non sono bevande per chi cerca semplicemente caffeina o dissetamento. Sono inviti alla presenza, porte verso uno stato di coscienza più attento, più vigile, più quieto. Ogni preparazione è un micro-rituale che ci ancora al momento presente, che ci costringe a rallentare, a prestare attenzione, a onorare la bellezza del gesto semplice.
In un mondo che corre sempre più veloce, dove l’attenzione è frammentata e dispersa, fermarsi a preparare una tazza di Sencha, Gyokuro o Matcha è un atto rivoluzionario. È scegliere la qualità sulla quantità, la profondità sulla superficialità, l’essere sul fare.
Quando le foglie di Sencha danzano nell’acqua calda, quando l’umami del Gyokuro avvolge il palato, quando la schiuma del Matcha si forma sotto il chasen, qualcosa in noi si calma. Il respiro si fa più profondo, i pensieri si diradano, emerge una sensazione di pace e centratura che non ha bisogno di parole.
Questi tè sono ponti tra Oriente e Occidente, tra passato e presente, tra ordinario e sacro. Sono inviti a scoprire che ogni momento può essere speciale, ogni gesto può essere significativo, ogni tazza può essere una meditazione.
Che ogni sorso sia un ritorno a casa. Che ogni infusione sia un momento di gratitudine. Che ogni tazza sia una celebrazione della bellezza semplice e profonda della vita.

Appuntamento alla prossima settimana per continuare il nostro viaggio nel mondo del tè. Incontreremo “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”


Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”


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S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”


Come abbiamo visto in precedenza con la Camellia sinensis, la pianta madre del tè, esistono diverse varietà e lavorazioni che danno vita a una gamma incredibile di tè, ognuno con le sue caratteristiche distintive, di cui scopriremo in dettaglio le diverse sfumature.
Iniziamo approfondendo il tè verde, che più di ogni altro conserva l’anima primitiva della foglia, fermata nel suo respiro vivo appena raccolta, poesia sospesa tra terra e vapore, tra la fermezza del fuoco e la delicatezza dell’acqua. Non è un caso che in Asia il tè verde sia considerato non solo una bevanda, ma anche un mezzo per connettersi profondamente con la natura.

foglia di camellia sinensis

Il tè verde non è solo infuso, ma gesto di memoria: è la foglia che non si lascia corrompere dal tempo, che conserva intatto il suo respiro originario. Bere tè verde significa entrare in un rituale sottile, dove ogni sorso custodisce il dialogo millenario tra uomo e pianta. È il tè della contemplazione: i monaci zen lo bevevano per sostenere le lunghe ore di meditazione, i poeti lo cantavano come simbolo di rinascita primaverile, i guerrieri lo sceglievano per la lucidità che dona.
Ogni tazza è un microcosmo: il colore limpido racconta la freschezza delle colline, l’aroma erbaceo ricorda i giardini dopo la pioggia, il sapore dolce-amaro è simile alla vita stessa, semplice e complessa insieme. In Cina lo si offre come segno di rispetto agli ospiti, in Giappone accompagna cerimonie di silenzio e gratitudine, in Corea è momento di armonia familiare.
Le due vie: il vapore e il fuoco
La magia del tè verde nasce da un gesto essenziale: bloccare l’ossidazione delle foglie subito dopo la raccolta. Questo può avvenire in due modi distinti, che definiscono le due grandi scuole di lavorazione.
Il Giappone è la patria dei tè vaporizzati: la foglia viene attraversata da un soffio caldo e umido che ne fissa il colore verde brillante. Il risultato è un tè dai sentori vegetali, quasi marini, con note di alghe, spinaci freschi e dolcezza minerale. Sencha, Gyokuro e Matcha appartengono a questa tradizione. Il Sencha, fresco e quotidiano, è il tè che più comunemente si trova sulle tavole giapponesi, con la sua luminosità vivace. Il Gyokuro, è un tè da cerimonia, coltivato all’ombra per sviluppare un gusto dolce e umami, quasi vellutato; il Matcha, polvere cerimoniale, è un sorso di ritualità zen.

Tè Gyokuro

In Cina, terra dei tè tostati, si utilizza il fuoco: qui le foglie vengono poste in grandi wok, e tostate a mano, o con macchinari. Il calore asciuga, modella e talvolta arrotola le foglie, infondendo aromi più morbidi, nocciolati, floreali, in qualche caso leggermente affumicati.
Longjing (o Dragon Well), Bi Luo Chun e Gunpowder sono i figli di questa arte. Il Longjing dell’Hangzhou è particolarmente noto per il suo tocco di castagna e freschezza di primavera; il Bi Luo Chun, arrotolato in spirali fini, custodisce note fruttate e floreali; il Gunpowder, con le sue palline serrate, si apre in una bevanda dal carattere deciso e leggermente affumicato.

Tè Longjin, o Dragon Well

In Corea, la tecnica di lavorazione del tè verde più comune è il tostato, o pan-firing, simile a quella utilizzata in alcune zone della Cina, ma con alcune specificità locali. Le foglie di tè vengono raccolte e subito sottoposte a una tostatura rapida e ad alta temperatura in una recipiente di ferro per fermare l’ossidazione, preservando così il colore verde brillante e i composti aromatici freschi, ma con un lieve tocco di complessità in più rispetto ai tè giapponesi. Questa tecnica infatti dona al tè verde coreano una nota leggermente torrefatta, più morbida e meno pungente, con un profilo aromatico con note dolci e floreali, La lavorazione pan-firing è anche legata alla tradizione della manipolazione manuale, gli artigiani modellano la foglia con attenzione, garantendo una qualità superiore nel risultato finale. In Corea si producono tè verdi meno conosciuti, ma altamente raffinati, come il Jeoncha, il Woojeon, il Jukro, il Sejak e il Boseong, che nella loro diversità uniscono la dolcezza del Giappone al carattere tostato della Cina.

Tè Boseong

Filosofie di lavorazione dal temperamento distinto, ma depositari della stessa essenza: il rispetto per la foglia, custodita tra respiro, calore e tradizione, che ci porta a pensare ad ogni tè verde come ad un piccolo giardino ricco di profumi. Le foglie vaporizzate richiamano all’olfatto e al palato il sentore di alghe marine, verdure, umami avvolgente; le foglie tostate riportano il profumo di frutta secca, dei fiori primaverili e di dolcezza vellutata; le foglie coltivate in ambiente ombreggiato evocano aromi dolci e densi, quasi cremosi.
Il tè verde non è solo aroma e gusto, come abbiamo già detto, è anche considerato da secoli un elisir di lunga vita, non solo per la scienza moderna che ne ha confermato le proprietà, ma per l’esperienza millenaria di chi lo ha bevuto e celebrato come medicina naturale e compagno spirituale.
Il tè verde è ricco di una serie di antiossidanti, tra cui flavonoidi, che contribuiscono a ridurre l’infiammazione e proteggere le cellule dallo stress ossidativo. Contiene vitamina C e vitamina E, che supportano il sistema immunitario e migliorano la salute della pelle. Inoltre, il tè verde è noto per il suo contenuto di L-teanina, un aminoacido che promuove il rilassamento senza causare sonnolenza, favorendo una maggiore concentrazione e calma mentale. Contiene catechine, potenti antiossidanti che agiscono come piccoli guardiani del corpo, proteggendo le cellule dai danni dei radicali liberi, aiutano a rallentare l’invecchiamento, supportano la salute cardiovascolare e contribuiscono a ridurre il rischio di malattie croniche. La presenza di minerali come il magnesio e il potassio aiuta a mantenere l’equilibrio elettrolitico e supporta la funzionalità cardiovascolare. Infine, la caffeina contenuta nel tè verde stimola la mente e aumenta i livelli di energia, migliorando la performance fisica e mentale.
Ogni sorso diventa così un gesto che nutre dall’interno, che inoltre stimola il metabolismo senza gli eccessi nervosi della caffeina pura: accelera la digestione, favorisce la combustione dei grassi e regola l’energia in modo equilibrato. Non è un combustibile rapido, ma un flusso costante, come un fiume che scorre lento e continuo, mantenendo il corpo attivo senza sovraccaricarlo.
In Giappone, i monaci zen lo bevevano durante le lunghe ore di meditazione, trovando in esso una concentrazione vigile senza agitazione. La presenza di L-teanina permette alla mente di essere sveglia e lucida, ma allo stesso tempo serena, come se ogni pensiero fosse accompagnato da un respiro calmo. È il segreto per un’energia senza fretta, per una consapevolezza che non si lascia travolgere dal tempo.
Oltre agli effetti più noti, il tè verde possiede virtù sottili associate all’uso regolare: contribuisce all’ equilibrio emotivo riducendo lo stress e favorisce un senso di armonia interiore. Il rito di preparare e bere una tazza di tè verde è molto più di un semplice gesto quotidiano; rappresenta un momento di connessione con la natura e il flusso del tempo. Ogni fase, dalla scelta delle foglie alla loro infusione, invita alla riflessione e consapevolezza, un’opportunità per rallentare e vivere pienamente il presente. Un piccolo rituale che aiuta a sviluppare pazienza, poiché la preparazione richiede attenzione ai dettagli e rispetto per i tempi di infusione. Così emerge naturalmente un sentimento di gratitudine, ogni tazza diventa un atto di riconoscimento verso la natura che ha prodotto quelle foglie, il tè non è solo un piacere per i sensi, ma un modo per restituire un po’ di equilibrio alla nostra vita frenetica, ancorandoci ai ritmi della terra.
Secondo la tradizione cinese infatti, l’imperatore Shen Nong scoprì il tè verde per caso, ma la leggenda sottolinea un punto più profondo, la foglia non è solo nutrimento, è ponte tra uomo e natura, energia e quiete, vita attiva e contemplazione. In Giappone e in Corea, questa filosofia si è trasformata in cerimonie e abitudini, dove il tè verde non si beve semplicemente per dissetarsi, ma per coltivare mente e corpo, un piccolo rito di longevità, una meditazione liquida, sorso dopo sorso, rivela la sua vera virtù: armonizzare corpo, mente e spirito, senza fretta, senza forzature.
Concludo con un cenno ad alcune delle leggende che accompagnano il tè verde. Si narra che durante una siccità nella provincia di Zhejiang, un vecchio monaco pregò il drago del Longjing, guardiano di un pozzo, affinché portasse la pioggia. Il drago acconsentì, e da allora il tè coltivato attorno a quel luogo prese il nome di Dragon Well, il pozzo del drago.
Un’altra leggenda racconta che i contadini giapponesi iniziarono a coltivare il tè all’ombra per caso, coprendo le piante con paglia per proteggerle dal gelo. Scoprirono così che le foglie sviluppavano un gusto più dolce e profondo, e nacque uno dei tè più pregiati del mondo, dalle foglie più tenere, nei primi giorni di primavera, nasce questa varietà di tè pregiata e nobile, denominata “Gocce di Giada” o “Rugiada di Giada”, in lingua originale “Gyokuro”.
Infine il matcha, polvere finemente macinata di tè verde, è strettamente legato alla storia dei samurai giapponesi, che lo consideravano un alleato imprescindibile per le loro imprese. Durante il periodo feudale giapponese, i samurai, guerrieri disciplinati e devoti alla perfezione fisica e mentale, trovavano nel matcha, ricco di catechine e di L-teanina, una combinazione unica di energia sostenibile, lucidità mentale e calma interiore, diventando un elisir che integrava la filosofia zen, praticata per mantenere il controllo e l’autoconsapevolezza in ogni
circostanza. Nel contesto delle cerimonie del tè, il matcha veniva preparato con una cura rituale, un atto simbolico che legava la mente e il corpo in un unico flusso di concentrazione e presenza. Ogni samurai che consumava il matcha, dunque, non solo ottimizzava le proprie capacità fisiche e psicologiche, ma accettava anche un’antica tradizione che rinforzava il legame con l’arte della guerra e il concetto di onore.

Spero di aver stimolato il desiderio di bere regolarmente tè verde! Appuntamento alla prossima settimana con l’approfondimento sul tè nero.


Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”


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S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

Nell’articolo precedente: “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo” ho parlato della Camellia sinensis come della pianta madre di ogni tè.
Tutti i tè che conosciamo e gustiamo derivano dalle foglie di questa singola pianta, da cui ha origine una straordinaria varietà di gusti, profumi e tradizioni, che si diversificano tra loro attraverso il processo di lavorazione; ciò che li rende unici è il modo in cui le foglie vengono
raccolte, trattate, ossidate e fermentate.
Della Camellia sinensis esistono due varietà principali: Camellia sinensis var. sinensis (tipica della Cina e dei paesi asiatici orientali) e Camellia sinensis var. assamica (più diffusa in India, in particolare nella regione di Assam).
Queste piante possono differire per le loro caratteristiche fisiche e la resa delle foglie, ma in entrambi i casi i tè prodotti sono fondamentalmente la stessa cosa: foglie trattate in modi diversi per ottenere caratteristiche distintive.
Come in un giardino in cui ogni fiore custodisce un aroma diverso, anche il tè sboccia in sei grandi varianti: verde, nero, oolong, bianco, giallo e puerh, nomi che nascondono mondi di antiche tradizioni.
Le prime civiltà a introdurre il consumo del tè , Cina, India e Giappone , svilupparono sistemi di classificazione articolati in sei categorie, trasmessi e consolidati attraverso le generazioni.
Queste sei tipologie furono distinte e identificate non tanto per ragioni botaniche, quanto per motivi storici, culturali e pratici, legati ai diversi metodi di lavorazione e alle tecniche utilizzate per produzione del tè nelle varie regioni del mondo.
La classificazione del tè non nasce dai freddi criteri scientifici strettamente naturali, ma scaturisce dall’eco millenaria delle tradizioni che avvolgono la preparazione e la cura delle foglie di Camellia sinensis. Racconta storie di mani sapienti, di gesti ripetuti per secoli, di riti
che trasformano la semplice foglia in un elisir di cultura e memoria, più che in un mero oggetto di studio naturale.

sei tipologie di tè

Nel corso dei secoli, questa classificazione si è consolidata, diventando un punto di riferimento stabile e riconoscibile per i consumatori, aiutando a standardizzare il linguaggio e la comprensione del tè, e si è anche adattata alle esigenze commerciali e al mercato globale. Le
diverse tipologie sono state create e promosse in base alle preferenze di consumo nelle varie regioni del mondo.
Pensiamo per esempio all’Inghilterra, dove il tè nero è diventato il più consumato, mentre in Giappone si preferisce il tè verde. Il tè pu’erh, invece, ha una tradizione strettamente legata a Tibet e alla Cina sud-occidentale.
Va detto che, all’interno di ciascuna di queste sei categorie principali, esistono molte sottocategorie che si riferiscono a varietà regionali, o cultivar particolari.
Vediamo in dettaglio le sei grandi categorie:
Tè verde

tè verde

Il tè verde è la versione più semplice e meno lavorata della Camellia sinensis. Fresco e limpido, è come un mattino leggero: le foglie non devono ossidarsi, il loro colore e sapore restano puri. Pensiamo a Sencha, Longjing, ricordi di primavera in ogni sorso.
Le foglie vengono raccolte e immediatamente sottoposte a un processo di essiccazione, o scottatura, per fermare l’ossidazione, mantenendo così il loro colore verde brillante e preservando il massimo delle proprietà antiossidanti.
Per questa fase in Cina si utilizza il calore diretto, mentre in Giappone si usa il vapore, in entrambi i casi il risultato è un tè dal sapore fresco, erbaceo e delicato, con un aroma che evoca le note naturali delle foglie stesse.
Il tè verde è la varietà più antica e tradizionale, e viene consumato in Cina e Giappone da migliaia di anni. Presenta numerosi benefici, non è solo una bevanda rinfrescante, ma anche una potente alleata per la salute. I suoi antiossidanti, le proprietà anti-infiammatorie e i benefici metabolici lo rendono un’aggiunta straordinaria alla dieta quotidiana. Che si tratti di migliorare la funzione cerebrale, supportare la perdita di peso o promuovere la salute del cuore, il tè verde ha numerosi vantaggi che lo rendono un vero e proprio elisir di benessere.
Come narrato nel primo articolo, la leggenda vuole che il tè verde sia stato scoperto per caso dall’imperatore cinese Shen Nong, che nel 2737 a.C. stava facendo bollire dell’acqua quando alcune foglie di Camellia sinensis caddero nel suo calderone. L’imperatore, curioso, assaggiò il liquido e si accorse che il suo sapore fresco e dissetante aveva effetti stimolanti e curativi.
Tè nero

tè nero

Il più intenso, lascia che l’ossidazione faccia parlare la foglia. Come l’Assam forte, come un ricordo al caffè del mattino, o il Darjeeling che sfuma in note floreali delicate.
Il tè nero subisce un processo di ossidazione completo, che cambia il colore delle foglie da verde a marrone scuro e sviluppa un sapore più corposo e ricco. Le foglie di Camellia sinensis vengono prima arrotolate, poi lasciate ossidare completamente (un processo che può richiedere diverse ore), e infine essiccate. Questo processo è diverso da quello del tè verde, che viene solo leggermente ossidato, o del tè bianco, che non viene quasi ossidato affatto. La completa ossidazione delle foglie consente la creazione di composti chimici che danno al tè
nero il suo caratteristico aroma e sapore. Il risultato è un tè dal sapore forte e robusto, che può includere note dolci, maltate o speziate,
a seconda della varietà e della regione di provenienza. Il tè nero è anche un potente alleato per la salute cardiovascolare, mentale e digestiva. La sua ricchezza in antiossidanti, flavonoidi e caffeina lo rende un rimedio naturale per migliorare la concentrazione, favorire la perdita di peso, ridurre il rischio di malattie croniche e migliorare la salute orale. Con i suoi molteplici benefici, il tè nero è davvero un elisir per il benessere generale.
Se si vuole ottenere una spinta energetica, il tè nero è la scelta ideale per il suo contenuto di caffeina relativamente alto. Sebbene contenga meno caffeina rispetto al caffè, il tè nero fornisce un’energia più graduale e meno nervosa. La quantità di caffeina varia a seconda del tipo di tè nero e del metodo di preparazione, ma di solito un’infusione contiene circa 40-70 mg di caffeina per tazza.
Si dice che il tè nero sia nato nel XIX secolo per soddisfare il gusto degli europei. Si dice che i commercianti britannici abbiano introdotto un processo di ossidazione completo delle foglie per creare un tè più robusto e longevo, in grado di sopportare meglio i lunghi viaggi marittimi
verso l’Inghilterra. Questa invenzione, inizialmente una necessità pratica, divenne presto una preferenza per il palato occidentale. Il tè Earl Grey, un tè nero aromatizzato con olio di bergamotto, è una delle varietà più famose, e si dice che il nome provenga da Charles Grey, il secondo conte di Grey, che ricevette in dono il tè aromatico da un diplomatico cinese.
Tè Oolong

tè oolong

A metà strada, tra fermentato e verde, l’oolong ci porta in meravigliosi mondi sfumati. È una danza lenta di ossidazione controllata, elegante e sfacciata insieme.
Rappresenta una via di mezzo tra il tè verde e il tè nero. La Camellia sinensis viene lasciata ossidare solo parzialmente: non completamente come nel tè nero, ma abbastanza da sviluppare una varietà di sapori complessi. Questo tè è particolarmente apprezzato per la sua versatilità e la sua capacità di evolversi durante la preparazione, Il grado di ossidazione può variare dal 10% al 80%, il che significa che i tè oolong possono spaziare da sapori freschi e floreali a quelli più tostati e intensi.
Il tè oolong è una bevanda ricca di benefici per la salute, che spaziano dal miglioramento della salute cardiovascolare e della funzione cognitiva, alla promozione della perdita di peso, digestione sana e protezione della pelle. Grazie alla sua combinazione unica di caffeina,
catechine e polifenoli, il tè oolong è un ottimo alleato per chi cerca di migliorare il proprio benessere generale e prevenire malattie croniche.
Una delle leggende più affascinanti sul tè oolong, racconta che il tè Tie Guan Yin, la più pregiata tra le varietà di Oolong e uno dei tè più rari e costosi della Cina, apprezzato per il suo profumo floreale e il suo sapore morbido, fu trovato da un contadino in una grotta, dove incontrò un vecchio monaco che gli chiese di pregare per un buon raccolto. Dopo aver pregato per il successo, il contadino trovò un sogno divino in cui una figura che rappresentava la Dea della Misericordia, Guanyin, gli apparve con una pianta di tè dalle foglie d’oro. In segno di gratitudine, il contadino coltivò quel tè e divenne ricco.
Tè bianco

tè bianco

Minimalista e schivo: solo boccioli giovani, lavorati senza sfarzo. Come il Bai Mu Dan, un sussurro di primavera che si fa tazza.
Il tè bianco è il più delicato dei tè. Le foglie di Camellia sinensis vengono manipolate poco e semplicemente lasciate appassire e seccare al sole, o in ambienti molto controllati. Non c’è quasi nessuna ossidazione o fermentazione, il che permette di preservare il sapore naturale
e delicato delle foglie.
Ha un profilo molto sottile e dolce, con aromi che spaziano dalle note floreali a quelle fruttate, e una leggera dolcezza che lo rende apprezzato per la sua raffinatezza.
Per queste sue caratteristiche è considerato il più pregiato e il più delicato. Viene prodotto principalmente in Cina, soprattutto nella regione di Fujian, viene raccolto principalmente in primavera, durante la stagione di crescita più breve. Questo periodo è cruciale, poiché vengono utilizzate solo le gemme più giovani e delicate, ricoperte da una fine peluria bianca (da cui prende il nome ed è un segno di alta qualità), che vengono raccolte a mano.
Il tè bianco è noto per il suo contenuto di caffeina relativamente basso e per il suo sapore dolce e floreale, che lo rende apprezzato anche dai neofiti del tè.
Una delle leggende più popolari sul tè bianco risale a un imperatore cinese che, colpito dalla sua rarità e bellezza, ordinò che solo la famiglia imperiale potesse bere questo tè, è infatti comunemente noto come: “Tè dell’Imperatore”.
Tè giallo

tè giallo

Raro come un verso perduto e considerato più raro e prezioso, il tè giallo richiede la celebre “sigillatura gialla”, un passaggio delicato che regala alle foglie una lieve fermentazione e ne cattura i profumi dimenticati.
Simile al tè verde, ne condivide la freschezza iniziale, ma vi aggiunge un rituale unico: subito dopo la raccolta, le foglie vengono adagiate a riposare in strati sottili, in un processo di maturazione chiamato “menhuang”, che favorisce una leggera ossidazione controllata, motivo
del suo colore dorato. Questa fase lenta e paziente, quasi un respiro della foglia stessa, ammorbidisce i tannini e arricchisce il sapore, conferendo al tè giallo un’ombra dolce, vellutata, con sfumature fruttate e talvolta accenni di spezie delicate.
La lavorazione più lunga e meticolosa dona a questa variante un sapore più complesso rispetto al tè verde, mantenendolo però più delicato rispetto al tè nero, e rende ogni foglia un piccolo tesoro, capace di trasformarsi in una bevanda profonda e armoniosa.
È considerato il tè imperiale per eccellenza, poiché la sua produzione, nei secoli antichi, era riservata esclusivamente alla corte imperiale cinese. Raro e prezioso, veniva custodito come un segreto di palazzo e offerto soltanto all’imperatore e ai dignitari più illustri. Secondo la
leggenda, la sua scoperta risalirebbe all’epoca di Qin Shi Huang, il Primo Imperatore, celebre per la sua sete di potere e per la ricerca ossessiva dell’immortalità. Si narra che, durante un viaggio, egli si imbatté in alcune piante di tè dalle foglie straordinariamente delicate, le cui infusioni gli donarono vigore e lucidità mai provati prima. Affascinato da quella forza misteriosa, Qin Shi Huang decretò che tale tè fosse coltivato soltanto nelle terre imperiali, custodito dai monaci e dai maestri del tè più esperti, divenendo così simbolo di potere, longevità e prestigio regale. Nel tempo, il tè giallo mantenne il suo alone di esclusività: raro come un tesoro, la sua stessa esistenza divenne un privilegio concesso a pochi eletti, un elisir che univa ritualità e leggenda.
Tra le nebbie della memoria e dei racconti ancestrali, si dice che questo tè fosse il più sacro fra i nettari imperiali, riservato alla corte dei cieli terrestri. Antico e prezioso, veniva custodito con un rituale segreto, offerto solo all’imperatore e ai suoi più devoti dignitari. È dalla leggenda
che prende vita: si narra che Qin Shi Huang, primo imperatore d’un impero in divenire, lo scoprisse durante una delle sue peregrinazioni, imbattendosi in foglie così sottili da apparire scolpite dalla luce stessa. Una tazza di quella infusione lo avvolse in un vigore luminoso e
una chiarezza d’animo mai conosciuti.
Così, mosso da quella forza sottile e misteriosa, decise che il suo nome dovesse restare custodito nel cuore della Cina imperiale: solo i monaci custodi e i maestri del tè più devoti ne avrebbero conosciuto il segreto. Così nacque il simbolo: potere, longevità, prestigio. Nei
secoli, quella foglia dorata è rimasta rara come un sogno condiviso, un privilegio concesso a pochi. Ancora oggi la sua esistenza suona come un’eco di rituale e leggenda, un elisir sospeso tra silenzio e sussurro.
Tè pu’erh

tè pu’erh

Il Pu’erh viene prodotto principalmente nella provincia di Yunnan, in Cina, è un tè che porta con sé il respiro del tempo. Diverso da ogni altro, nasce da un processo di fermentazione senza fretta, che si concede gli anni come fossero parte della sua stessa essenza. Le foglie
della Camellia sinensis, dopo essere state lasciate ossidare, vengono pressate in forme antiche, dischi, mattoni, o piccoli nidi, e da lì affidate alla lenta pazienza del fermentare. Mesi, talvolta decenni, diventano il suo orizzonte segreto.
Con il passare degli anni, il tè si trasforma, come un organismo vivo che respira e matura. Il suo profilo aromatico non è mai identico a sé stesso: può schiudersi in note morbide e dolci, oppure farsi intenso, terroso, quasi pungente. Ogni infusione è un incontro irripetibile, un
viaggio dentro la complessità delle stratificazioni che il tempo ha scolpito nelle foglie.
Non è solo gusto, ma esperienza sottile: il Pu’erh accompagna la digestione, riscalda e purifica, lasciando nel corpo una sensazione di equilibrio. Bere una sua tazza significa ascoltare la lentezza, toccare con il palato la memoria della terra, lasciarsi guidare da un elisir
che continua a crescere e a trasformarsi anche mentre lo si custodisce.
Bere Pu’erh è come ricevere un abbraccio silenzioso della natura, i cui benefici si svelano in cinque pieghe sottili: favorisce la digestione e la fluidità del corpo, accompagna la lentezza dei pasti; sostiene l’equilibrio del metabolismo, come un soffio che armonizza dall’interno;
purifica e risveglia, lasciando una freschezza delicata nello spirito; calma e radica, suggerendo quiete e presenza; infine, offre vigore sottile, una energia gentile che non turba, ma accompagna il ritmo del giorno.
La leggenda del puerh afferma che il tè fu scoperto da un monaco buddista che viaggiava verso le terre remote del sud della Cina. Durante il suo viaggio, il monaco si fermò in una piccola montagna e preparò un tè usando foglie di Camellia sinensis mature, che avevano sviluppato un carattere profondo e terroso. Il monaco bevve questo tè e si sentì rinvigorito, e da allora il puerh è stato associato alla longevità e alla salute.
Ogni tipologia di tè porta con sé storie affascinanti, leggende che riflettono la sua origine e la sua evoluzione nel corso dei secoli. Queste narrazioni non solo aggiungono un fascino romantico al tè, ma aiutano anche a comprendere come le varie tradizioni abbiano influenzato
le diverse modalità di preparazione e consumo. Le leggende e le curiosità arricchiscono l’esperienza di chi beve il tè, rendendolo un viaggio non solo nel gusto, ma anche nella cultura e nella storia.
Così si dispiega il mondo del tè: sei spirali di tempo, sapore, storia. E ciascuna, sorso dopo sorso, è un invito a partire.


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Perfect days di Wim Wenders

L’ultimo film di Wim Wenders è molto diverso dalla maggioranza delle opere in circolazione ed ha colpito tutti per il suo carattere insolito. Il titolo Perfect Days allude a una celebre canzone di Lou Reed che evoca la felicità provata in un giorno fuori dal comune, ma racconta in realtà una serie di giornate molto comuni, uguali l’una all’altra: le “giornate perfette” di Hirayama, (Koji Yakuso) un sessantenne giapponese che vive in una casa modesta e pulisce i bagni pubblici di Tokyo con grande cura e attenzione. Queste toilettes, in mezzo a splendidi parchi o ai margini delle strade nel quartiere elegante di Shibuya, sembrano incontaminate: costruite da architetti famosi sono molto raffinate e a volte avveniristiche, come quella tutta trasparente, le cui pareti di vetro però diventano riflettenti nel momento in cui si chiude la porta e tornano trasparenti quando poi la si riapre per uscire. Ogni giorno Hirayama compie gli stessi gesti: in una Tokyo in cui il sole sorge presto e con vigore (non a caso siamo nel Paese del Sol Levante) accompagnato dalla canzone più adatta alla circostanza (The House of the Rising Sun) Hirayama si sveglia, fa una scrupolosa pulizia personale, prende un caffè freddo da un distributore automatico, monta in macchina e si dedica alla pulizia delle toilettes di tutti; pausa pranzo con un panino al parco o un piatto caldo a un fast food; breve turno pomeridiano fino all’arrivo di chi deve subentrare al suo posto; ritorno a casa nel traffico pomeridiano, dopo un bagno purificatore nei bagni pubblici; cura di un piccolo giardino bonsai fatto di talee di piante salvate dalla incuria di tutti; lettura appassionata di romanzi (tra i suoi autori preferiti William Faulkner o Patricia Highsmith, ma anche la “sottovalutata” e struggente Aya Koda). È appassionato di fotografia e scatta spesso istantanee dell’ombra sulle foglie degli alberi. È un uomo di poche parole, che ha certamente amato la moglie scomparsa, ma che ora si è rifatto una vita. Vede pochissime persone: Takashi, il ragazzo che lo sostituisce nel turno pomeridiano sfaticato, sanguisuga e lamentoso, con cui scambia due parole; una ragazza timida al parco o un senzatetto folle e originale con cui non parla mai, ma che rispetta e ama sia pure in silenzio: una donna che gestisce un ristorante tradizionale che lo tratta con affetto. Va al lavoro e torna a casa su un vecchio camioncino, ascoltando Lou Reed, Patti Smith, The Animals, Van Morrison, Otis Redding, Nina Simone: musica di un passato prossimo che sta per divenire sempre più passato remoto. Tutto in lui sembra rimasto ancorato a questo passato: le musicassette che ascolta o la macchina fotografica analogica i cui rullini devono essere sviluppati. Del resto tutta la vita di Hirayama sembra essere destinata alla conservazione e le fotografie che vengono collezionate e archiviate in scatole numerate sembrano il simbolo, l’emblema dei giorni che passano per essere archiviati e custoditi nella memoria. Ma nella memoria di Hirayama ci sono anche delle ombre che non conosciamo: compaiono misteriose come quelle che ci sono sulle foglie degli alberi, quando meno lo aspettiamo. Una nipote, fuggita da casa,va a trovarlo e chiede di essere ospitata: l’incontro fa emergere qualche piccolo segreto sul passato del protagonista. I segreti aumentano a poco a poco: quando la madre della nipote, la sorella di Hirayama, viene a prenderla arriva con una macchina lussuosa, con un autista. La donna non sa quasi nulla di lui; accenna a un padre che non sta bene, molto autoritario, che Hirayama non va a trovare da molto tempo. Non può credere che il fratello faccia davvero il lavoro che fa e ci fa intuire che prima faceva ben altro e che con il padre deve essere successo qualcosa. Quando va via, Hirayama si lascia andare ad un pianto dirotto. In ogni caso egli ha scelto la sua vita umile consapevolmente: è sereno e riesce a realizzare le sue piccole passioni ogni giorno. E a dare a ogni giorno il valore di giorno unico. Come ha scritto efficacemente Roberto Chiesi: «Wenders segue il flusso quotidiano dell’esistenza di Hirayama e rivela che…nessun istante è mai uguale all’altro perché nessun aspetto della realtà è mai banale se lo si guarda con attenzione e partecipazione.» (“Menteinfuga”, 27 gennaio 2024)

C’è comunque un’ultima cosa da considerare. Hirayama è sicuramente affascinato dalla proprietaria del ristorante che lo tratta così bene. Ma non ha il coraggio di dirle niente. Un giorno vede la donna insieme all’ex marito e si allontana subito, sgomento. L’uomo lo segue e lo trova davanti al grande fiume che scorre a Tokyo. Lo rassicura: non vuole tornare insieme alla moglie. È venuto solo per dirle che sta per morire di cancro. Tra i due scatta un sentimento di complicità affettuosa. Come ragazzi si mettono a giocare con le parole e con le loro ombre. E Hirayama dimostra al suo nuovo amico che sta per morire che un’ombra, aggiunta ad un’altra ombra, forma un’ ombra più scura. Come potrebbe essere altrimenti? Se si aggiunge qualcosa a qualcos’altro, ciò che è stato aggiunto deve restare in una qualche forma. Come nella vita di ciascuno. L’ombra di ognuno di noi, sommata all’ombra che esiste, farà aumentare il colore dell’ombra. Di poco. Ma abbastanza perché si possa intravedere se riusciamo a catturarne l’immagine. È questo il senso profondo di ciò che vediamo e di ciò che il film ci fa vedere, racchiuso in una parola giapponese intraducibile che Wenders colloca al centro dello schermo nell’ultima immagine che vediamo dopo i titoli di coda: la parola è “komorebi” e indica l’attimo fuggente in cui a luce appare e scompare tra le foglie, il bagliore istantaneo che filtra dove sembra che ci sia solo il buio. Quello che il poeta insegue per tutta la vita desiderando che finisca solo quando può dire all’attimo “Fermati! Sei così bello!”. Verweile doch! Du bist so schön! Ed ecco che alla fine di questa Tokyo story, così giapponese, fa capolino Goethe. Sì perché Hirayama, si chiama proprio come il protagonista di Il gusto del sakè, l’ultimo film di Ozu, il regista a cui Wenders ha dedicato Tokyo Ga. Ma il richiamo all’attimo fuggente, anche se è suggerito da una parola giapponese, fa pensare all’anelito di eternità del Faust.

Perfect days di Wim Wenders è stato molto apprezzato dai critici e dal pubblico. Ho l’impressione, tuttavia, che non tutto il suo fascino sia stato valorizzato. Mi permetto di conseguenza di sottolineare qualche aspetto che mi ha colpito, nella speranza di fornire spunti di riflessione, senza nessuna pretesa di offrire l’interpretazione definitiva di un’opera complessa e piena di ambivalenze. La prima cosa che mi viene in mente è che Wenders attualmente ha 78 anni, un’età rispettabile in cui non è strano fare uno o più bilanci del proprio passato, in qualunque forma. Wenders lo fa a modo suo, da regista. Ma lo fa, e come. Non possiamo ignorarlo. Nel film ci sono molti rimandi e molte allusioni ad altre opere dell’autore e soprattutto molti rimandi e molte allusioni alle sue illusioni, alle sue ossessioni. Non ha senso, dunque, soffermarci sul carattere ripetitivo dell’esistenza del protagonista come hanno fatto praticamente tutti coloro che hanno recensito il film, alcuni stupiti, altri affascinati o addirittura inorriditi. Dire che il protagonista del film conduce un’esistenza quasi “autistica” (sic!) o comunque “ossessiva”, una “routine” “monotona” e “sempre uguale”, significa non capire nulla e restare fermi all’apparenza. È ovvio che il personaggio principale ripeta sempre gli stessi gesti e faccia sempre le stesse cose: infatti è l’alter ego di un regista che ripete per l’ennesima volta ciò che ha già detto e ridetto in altri film. E lo fa a ragion veduta, perché rimugina sulla sua esistenza artistica e psicologica, ritornando di continuo su temi e problemi che lo hanno avviluppato e forse imprigionato sin dalla giovinezza. Quando si arriva all’età dei bilanci, confrontarsi col proprio passato è necessario, anche se visto dal di fuori può sembrare un esercizio monotono e ripetitivo. Se mettiamo da parte l’affascinante involucro che riveste la facciata del palazzo, l’intonaco istoriato da grandi pittori di edifici rinascimentali come il Palazzo Massimo a Roma, affiorano immediatamente la pietre con cui sono costruite tante costruzioni visive di Wenders.

Innanzi tutto l’identità di cinefilo del regista, che ritorna di continuo, non solo per i riferimenti ad autori fondamentali nella storia del cinema come Ozu (a cui abbiamo accennato) o il Nick Ray di Lampi sull’acqua, che parla della sua morte per tumore come l’ex marito della proprietaria del ristorante, ma per il fatto stesso di avere scelto che il suo film venisse fotografato nel formato a 4:3, “a francobollo”, tipico del cinema classico, che permette di inserire la figura umana in spazi quadrati, valorizzandola più di ogni altra cosa circostante o di inquadrare lo spazio senza perdersi in fughe a destra e a sinistra, facendo risaltare ogni oggetto con la forza di un bassorilievo.

Un altro carattere ricorrente della personalità di Wenders è l’amore e l’ossessione per la fotografia che isola un istante sottraendolo al “corso del tempo”, nel cui flusso vaghiamo perduti come il mendicante che appare e scompare nei parchi e nella strada davanti agli occhi complici e indulgenti di Hirayama. Questo atteggiamento che potremmo definire “passività operosa” ci fa tornare all’inizio dell’esistenza, quando tutto quello che si fa è seguire con gli occhi incantati il mondo, trasformandoci in un puro occhio assorbito dalla visione della vita, seguaci istintivi dell’invito dello Zen ad abbandonarsi al grande mare dell’essere. Da ciò nasce una naturale simpatia per l’atteggiamento di accettazione totale dell’universo da parte del mondo orientale ed in particolare per lo stile di vita giapponese. Come ha detto lo stesso Wenders: «Ho amato Tokyo la prima volta che ci ho camminato e mi sono perso. Era già la fine degli anni Settanta. Era un momento di pura meraviglia. Ho camminato per ore, senza sapere dove fossi in questa immensa città, poi ho preso una linea qualsiasi della metro e ho trovato il mio albergo. Ogni giorno andavo in un altro quartiere. Sono rimasto stupito dalla struttura apparentemente caotica della città, dove trovavi vecchi isolati con vecchie case di legno accanto a grattacieli e incroci trafficati, dove passavi sotto queste autostrade, e svettavano fantascientifici edifici a due o tre piani e dove c’erano i quartieri più tranquilli, quartieri residenziali e labirinti di stradine proprio accanto ad essi. Ero affascinato da tutto il futuro che vedevo prendere forma. Avevo sempre considerato gli Stati Uniti come il luogo dove si poteva incontrare il futuro. Qui in Giappone, ho trovato un’altra versione di futuro, che mi si adattava».

Un altro aspetto caratteristico del regista è il suo amore per la musica che caratterizza situazioni o sentimenti che vengono rappresentati. La canzone del titolo di Lou Reed, è quella che da un senso a quello che accade, ma Hirayama cerca anche altre ispirazioni perché ascolta ogni giorno un diverso brano musicale della sua collezione che anticipa o accompagna i suoi gesti. Questo ruolo centrale della colonna sonora è tipico di Wenders a partire dal primo cortometraggio 3 LP americani (1969), o dai primi lungometraggi come Estate in città (1970) o Alice nelle città (1973) nei quali la musica pop americana, scaturita da un juke box, scandiva road movies che si svolgevano di qua e di là dell’Atlantico, In Perfect Days la stessa musica ritorna con il suono d’epoca delle audiocassette su nastro.

Molti altri elementi ci riportano all’universo del regista tedesco a cominciare dall’amore per Patricia Highsmith che ha ispirato l’Amico americano o da quello per personaggi stravaganti, solitari, poetici, marginali, a disagio nelle grandi metropoli caotiche e nel mondo moderno. Senza avere la pretesa di elencare ogni analogia, ogni simmetria, ogni corrispondenza, ci sembra opportuno sottolineare che questo complesso gioco di rimandi interni, questa polifonia fatta di echi, di rime, di vibrazioni parallele nasce dal fatto che Wenders è un vero autore, che svolge sempre lo stesso discorso attraverso le variazioni sul tema rappresentate dalle sue diverse creazioni, che possono essere opere di finzione o documentari. Il fascino di Perfect days sta proprio in questo: nell’essere la manifestazione di un autore che ci ha parlato varie volte nel corso del tempo con una voce che riconosciamo subito tra tutte e che ci auguriamo di poter ascoltare di nuovo molte altre volte.




IL CORTEO DELL’ACQUA, DI YOSHIMURA AKIRA

Il Corteo dell’acqua  di Yoshimura Akira (1927 – 2006), edito da Atmosphere libri, è una serie di tre racconti, il primo dei quali dà il titolo al libro. Buona narrativa giapponese che si legge con piacere, agevolati dalla prosa fotografica che valorizza i dettagli e conduce il lettore nei luoghi delle vicende tratteggiate e nell’interiorità dei personaggi.
Narrazione di grande efficacia descrittiva che mette in luce l’essenzialità dello spirito giapponese, poco incline al ridondante, anche nei momenti di intensa drammaticità. Nelle storie affiora un’impronta poetica che non cede all’esasperazione dei toni lasciando spazio al naturalismo opportunamente dosato.

Lo scenario del primo racconto è uno sperduto villaggio montano scoperto a seguito della caduta di un bombardiere durante la guerra. Qui si insedia il cantiere di un’impresa dedita alla costruzione di una diga situata sul fondo valle. Il protagonista, precedentemente detenuto in carcere per l’assassinio della moglie, si presenta come lavoratore nel cantiere.
Nel flusso della narrazione egli non esita a fornire, con lucida freddezza, il resoconto dell’uccisione della moglie fedifraga, fatto che gli procura una condanna lieve; le radici del gesto efferato sono rintracciabili in un’infanzia sofferente e un’adolescenza solitaria. Un’acuta sofferenza alimenta la coscienza inquieta di un adulto che, con razionale distacco esibisce il suo macabro feticismo consistente nel conservare parte dei resti scheletrici della defunta moglie.

Credevo che avere sempre con me le sue ossa avrebbe affievolito la mia collera nei suoi confronti.

Il turbamento del protagonista si manifesta in un’amalgama rivelatore di un animo rassegnato al tormento accolto con doverosa forza d’animo.

Nel duro lavoro alla diga la morte è un accadimento che non desta alcuna sorpresa.

Nel computo dei costi di progettazione lavori pareva fosse contemplato anche il risarcimento alle vittime commisurato alla potenza massima in kilowatt.

Una natura battuta dalla pioggia e rigogliosa fa da cornice agli avvenimenti.
La storia è animata dal dialogo silenzioso del protagonista che osserva la reazione degli abitanti del villaggio provati dalla presenza del cantiere; l’uomo agisce per delega del lettore: noi conosciamo i fatti filtrati dalla sua coscienza e osservazione turbata, e non si può dire che gli accadimenti non contribuiscano ad accentuare il suo turbamento. Una coscienza a tratti autoaccusatoria ma distaccata.

Nel secondo racconto, La ferrovia sulla schiena, il protagonista, altro io narrante, insiste sistematicamente nella sua ossessione per le ossa. Durante un intervento chirurgico ai polmoni, il chirurgo estrae cinque costole che l’uomo pretende di riavere indietro e conservare, affascinato in parallelo dalle orate scarnificate, ridotte a semplici lische – dirà la moglie – presenti in fotografia sulla rivista Graph.  Le lische costituiscono l’evidenza che sollecita in lui il desiderio di osservarle da vicino. Parte per un breve viaggio esplorativo lasciando a casa la moglie incinta e il figlio di due anni.

Mentre osservavo la pioggia dalla finestra mi sono tornati in mente gli occhi luminosi delle orate che mi guardavano dal vaso e le lische in trasparenza. E spontaneamente ho rivisto il colore delle mie costole che rilucevano in un contenitore dopo l’operazione.

Delle costole asportate ne otterrà una, conservata con cura per una decina d’anni, sottratta poi dal fratello minore dell’uomo, infastidito da questo comportamento morboso.

La cicatrice sulla schiena è occasione di gioco per il figlio piccolo del protagonista.

Mi sono immerso nel futon e ho chiuso gli occhi. Nitida come non mai ho percepito la cicatrice sulla mia schiena. Curve rotaie di ferro. Immaginavo un trenino con su il mio bambino avanzare mezzo storto su di loro, cigolando sulle piccole ruote, lungo la mia schiena.

Qui la finzione si mescola alla realtà, infatti Yoshimura Akira fu sottoposto a intervento chirugico ai polmoni a ventuno anni; lo veniamo a sapere  dalla postfazione a cura della traduttrice Maria Cristina Gasperini. L’intervento chirurgico  fu elemento cruciale nella scelta definitiva della carriera letteraria dell’autore.  Ashimura non mancò di incontrare Yukio Mishima [1] durante gli studi universitari, come riportato nell’autobiografia Watashi no bungaku hyoryu.

Inseguire le proprie ossessioni è un tratto distintivo osservabile in questa serie di racconti di fattura accurata, unitamente a elementi fattuali tratti da svariate materie fra cui la storia, con un’attenzione particolare alla storia della guerra, la medicina, la geografia, l’ingegneria e la zoologia. Puntare sulla ricerca meticolosa in questi campi, funzionale alla stesura delle trame, è la cifra stilistica dello scrittore, apprezzato nel mondo della moderna letteratura giapponese.
Da alcuni suoi lavori anche risalenti agli anni dello studio universitario sono stati tratti radiodrammi, sceneggiati e film trasmessi da radio e televisioni giapponesi a partire dagli anni Settanta.

Anche se metto al centro i fatti, io scrivo romanzi. Tolto il superfluo, scrivo la storia che ho in mente: noto come lo scrittore che fa ricerca, Yoshimura Akira è considerato un innovatore della kirokubungaku, la letteratura di genere documentario basata sulla raccolta dei dati e l’aderenza al fatto (dalla postfazione di Maria Cristina Gasperini).

Nel terzo racconto, La Fila, la morte torna ad affacciarsi persecutoria nelle ansie del protagonista. Durante viaggi di lavoro anche brevi telefona a casa per ricevere rassicurazioni sullo stato in vita dei parenti afflitti da una salute precaria. Infausti ricordi d’infanzia tempestano la sua memoria rendendolo incline a tali preoccupazioni.

Neppure con il matrimonio ero riuscito a liberarmi dall’angoscia che accadesse qualcosa in mia assenza. In effetti mia figlia da piccola si era procurata una grande ustione dalla guancia all’orecchio mentre ero fuori una notte, e mia moglie era stata investita da un’auto, aveva perso conoscenza ed era stata ricoverata in ospedale sempre una volta che ero via per lavoro.

Successivamente l’attenzione si concentra sul giovane nipote Shunsuke, la cui “stranezza” è conseguenza della visita di commiato alla defunta nonna. Stranezza aggravatasi a seguito della sua partecipazione a due funerali. Shunsuke assimila l’idea della morte come evento ineluttabile.
A seguito del peggioramento del bambino, lo zio gli fa visita ascoltando il suo ragionamento al limite della presa di coscienza circa la fila:

Al secondo episodio di stranezza, mio nipote aveva pronunciato la parola “fila”. «Gli uomini muoiono tutti?» mi aveva chiesto con gli occhi impauriti» (…) «Allora stiamo tutti in fila verso il giorno in cui moriremo…» «È vero, è una fila. Dici una cosa molto appropriata. Una fila, è proprio una fila» convenni, e per la prima volta sul suo viso era affiorato un sorriso.

La conversazione fra zio e nipote è il sigillo che chiude il racconto lasciando al lettore le considerazioni sulla naturalezza di un rapporto costruito sull’ascolto del bambino da parte dell’adulto, rispettandone la delicata percezione della sorte non negoziabile che ci accomuna tutti.

[1] Di Yukio Mishima non possiamo non ricordare il suicidio rituale e l’estetica della morte, ossessione che ricorre frequentemente nei racconti de Il Corteo dell’acqua.


Yoshimura Akira (1927-2006) è un pluripremiato scrittore giapponese. Ha scritto, tra gli altri, Hagoku, 1983 (da cui è stato tratto il soggetto del film Unagi, L’anguilla, Palma d’Oro al festival di Cannes nel 1997), Mizu no soretsu (Il Corteo dell’acqua 1967), Hasen, 1982.

Dopo il catastrofico tsunami dell’11 marzo 2011, il suo Sanriku kaigan otsunami (Il grande tsunami della costa del Sanriku, 1970) fu ristampato in 150.000 copie. Sposato alla scrittrice Tsumura Setsuko, è stato presidente della Nihon bungeika kyokai (Japan Writer’s Association) e membro del PEN Club.





Yokai, Oni, Yurei: suggestione, superstizione o religione?

Immagine tratta da dirittodotme.files.wordpress.com

Spesso, guardando al paese del Sol Levante, non possiamo fare a meno di riconoscere quanta originalità (e a volte stravaganza) ci sia in molte sfaccettature della cultura nipponica.

Manga, letteratura, riferimenti cinematografici più o meno
palesi e facilmente individuabili, citazioni di divinità che ai nostri occhi
paiono assurde ed anacronistiche.

Già, perché dovete sapere che il Giappone viene definito come “il Paese con otto milioni di divinità”, divinità che risiedono un po’ ovunque e che agli occhi di noi Occidentali appaiono ben poco divine.

Centinaia sono gli esempi che potrei fare per dimostrarvi quanto spesso, davanti ai miei occhi di appassionato (e vi garantisco che ora che ve ne parlerò vi accorgerete di quanto spesso sono passati anche davanti a voi!) , ho visto passare rimandi e citazioni a questa che è un’ altra particolarità della cultura nipponica, che spesso mi ha “costretto” ad andare a ricercare la genesi di questa o quella citazione.

Immagine tratta da medias.spotern.com

Non dimenticherò mai quando, durante la visione de “La principessa Mononoke”, del Maestro Hayao Miyazaki, vidi per la prima volta sullo schermo i divertentissimi kodama, rappresentazione degli spiriti della foresta. Ne rimasi così affascinato che, una volta tornato a casa, corsi a sfogliare un bellissimo libro illustrato, “L’enciclopedia dei mostri giapponesi” di Shigeru Mizuki, per saperne di più!! Da quel giorno, ogni volta che mi capita di cogliere quello che credo essere un rimando a qualche spirito o divinità, in qualche film o fumetto, corro a cercare conferme, e spesso le trovo con facilità!!

Vi ricordate Samara, l’inquietante bambina di “The ring”? E se vi dicessi che il suo aspetto è stato deciso citando i tratti distintivi degli “yurei” giapponesi? Non mi credete?!

Ok, andiamo con ordine, magari vi farò cambiare idea… 

La parola giapponese che viene usata, sopratutto nello shintoismo per indicare qualsiasi entità dotata di una particolare forza è kami. Ad esempio in quasi tutti i templi shintoisti si possono trovare un albero maestoso o una roccia dalle forme inusuali adornati con gli shimegawa, corde che delimitano la zona sacra in cui abita il kami. Possiamo ben dire che in Giappone, ogni cosa è un kami, viva e dotata di energia spirituale; gli uomini non sono i padroni incontrastati della Terra: la dividono con altre entità, con cui è necessario che mantengano rapporti di equilibrata convivenza.

In un Paese come il Giappone, tormentato da terremoti e dagli incendi, gli uomini hanno imparato a celebrare riti per chiedere scusa alla Terra, e a pacificare gli spiriti della stessa prima di gettare le fondamenta di una nuova costruzione. L’universo delle entità e delle creature mistiche (mutuate dalle filosofie buddista e shintoista) che popola l’immaginario collettivo nipponico è assai popolato e variopinto. Queste entità possono essere suddivise principalmente in quattro categorie: yokai, bakemono, oni e yurei.

Immagine tratta da kotodamaandteatime.files.wordpress.com

Sono definite yokai tutte quelle creature che vanno al di là della comprensione umana; creature inquietanti, apparizioni, che però non sono necessariamente malevole anzi, esistono yokai pacifici che scelgono di non interagire con la sfera umana.

Gli yokai sono mostri dotati di poteri straordinari, divini, generalmente con una fisionomia umanoide, anche se non è raro individuare yokai con fattezze di animali, o di oggetti, o addirittura dotati di forme astratte indescrivibili; spesso possiedono la dote di mutare il proprio aspetto a loro piacimento: in questo caso gli yokai prendono il nome di bakemono (obake, una forma più rispettosa per definire la stessa entità).

Il bakemono è qualcosa che ha cambiato il proprio stato, la propria natura; per i giapponesi è fondamentale mantenere l’ordine prestabilito delle cose e così vedono come una calamità ogni anomalia rispetto alla consuetudine. Credenza diffusa è quella secondo cui ogni animale che raggiunga una innaturale anzianità acquisti poteri magici sovrannaturali: quello di mutare la propria forma, appunto, e quello di ingannare gli uomini con visioni. Gli obake presentano alcuni tratti distintivi: un particolare colore della pelliccia, la dimensione eccezionale, e la presenza di più code (spesso nei gatti e nelle volpi).

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Esistono numerosissimi tipi di yokai; tra i più conosciuti troviamo i kappa, considerati divinità acquatiche minori, simili a tartarughe semi umane fornite di becco, nati anticamente per spaventare i bambini così che non si avvicinassero a luoghi vicini ad acque profonde, narrando che i kappa fossero in grado di trascinare chiunque a fondo verso morte certa.

Vengono chiamati tengu le creature umanoidi con il naso lungo, il volto cremisi e le ali da uccello; si narra che fossero oppositori sovrannaturali del buddismo, e che uccidessero i monaci afferrandoli con le zampe artigliate e lasciandoli cadere nel vuoto. Oggi possono essere considerati sia amici che nemici dell’uomo; nel primo caso sono protettori dei monti e delle foreste, mentre quelli malvagi si dice che siano il prodotto della reincarnazione delle anime di chi ha vissuto la propria vita con arroganza.

Tra gli yokai che hanno forma animale, troviamo i kitsune, bakemono dall’aspetto di volpe in grado di assumere l’aspetto di donne dalla bellezza stupefacente. In passato erano ritenute creature ingannatrici, mentre oggi sono ritenute creature sagge e formidabili guardiani.

Così come per ogni essere umano, le credenze shintoiste attribuiscono un’identità a tutti gli oggetti. Quando questi oggetti raggiungono il centesimo anno di età, si crede che questi oggetti acquisiscano un’anima, diventando vivi e coscienti; questi oggetti prendono il nome di tsukumogami, e il loro nome vuol dire proprio oggetto divino.

Gli oni sono ciò che più si avvicina alla concezione occidentale dei demoni: antropomorfi, grandi, muscolosi e dotati di corna. Le loro mani spesso hanno solo tre dita, artigliate, e hanno una bocca smisuratamente ampia e dotata di denti aguzzi; alcuni risiedono nell’Inferno buddista e tormentano i dannati nei modi più atroci. Le origini degli oni sono state a lungo dibattute da antropologi e studiosi delle religioni, da cui sono scaturite teorie differenti: sia che abbiano radici nella dottrina dello yin e dello yang, sia che si possano riconoscere nelle semidivinità infernali shintoiste, agli oni sono ascrivibili caratteristiche ben precise: antropofagia, potere di trasformarsi, la capacità di emettere luce e, nonostante sembri in completa antitesi con quanto detto fin ora, la capacità di portare fortuna.

Immagine tratta da oubliettemagazine.com

Anche se spesso vengono associati agli obake, si parla invece di  yurei quando si vogliono indicare gli spettri dei defunti incapaci, per qualche ragione, di raggiungere l’aldilà.

La classica rappresentazione degli  yurei giapponesi si presenta con lunghi capelli neri,scompigliati, una veste bianca da cui non spuntano gambe, un triangolo di carta sulla fronte, e in perenne compagnia di due fuochi fatui (hitodama).

La genesi degli  yurei è riconoscita dallo shintoismo nel reikon: ogni essere umano, nella cultura giapponese, possiede uno spirito, un anima (chiamata reikon, appunto).

Al momento della morte, il reikon lascia il corpo e
resta in attesa del funerale prima di potersi riunire ai propri antenati
nell’aldilà.

Se le cerimonie vengono svolte nel modo appropriato, il reikon del defunto diviene protettore della famiglia, e torna a farle visita durante la festa obon,ogni anno ad agosto, quando i vivi porgono ai defunti i propri ringraziamenti.

In caso invece di morti improvvise, o violente, o in caso di riti funebri non celebrati nel modo corretto (o anche in caso di spiriti trattenuti nel modo dei vivi da emozioni troppo forti), il reikon diviene uno yurei e riesce ad entrare in contatto con il mondo fisico.

Lo yurei può in alcuni casi infestare un oggetto, un luogo, una persona, e l’unico modo per scacciarlo e rimandarlo nel luogo che gli è consono è celebrare i riti funebri o risolvere i conflitti emotivi che lo tengono legato al mondo fisico, anche se esistono forme di esorcismo in grado di ottemperare a tale compito.

Immagine tratta da i.ebayimg.com

Approfondire fin nel dettaglio questo mondo ancestrale, che spesso viene preso in prestito da manga, cinema, letteratura, videogiochi (possiamo citare i famosi Pokemon, piuttosto che le creature create ad arte dal maestro Hayao Miyazaki, il gigantesco Godzilla, o i giganti antropofagi di Attack on Titans, ad esempio) è compito arduo, se non addirittura impossibile. Se però quanto fin qui esposto ha catturato la vostra attenzione, consiglio vivissimo è quello di tentare la lettura di un testo, “La paura in Giappone” di Marta Berzieri, che ha studiato il fenomeno dei mostri nella loro terra d’origine, tramite interviste e ricerche. Un viaggio condotto in modo magistrale e degno di nota, attraverso le creature e le entità che costellano le credenze religiose nipponiche, il teatro kabuki, cercando di svelare retroscena di una cultura secolare che nasconde ben più di semplici mostri inventati per spaventare i bambini. 




Karate: storia di una disciplina in continua evoluzione. Prima Parte

“Non bisogna dimenticare che il karate comincia con il saluto,
e termina con il saluto”

Okaerinasai, amici miei!

Dopo aver fatto, nei precedenti articoli, un giro panoramico di quelle che possono essere alcune delle note di colore maggiormente interessanti riguardo la cultura nipponica, quest’oggi mi trovo ad iniziare con voi il viaggio in quello che è stato, ormai 27 anni fa, il punto d’origine della mia passione per il Giappone e la sua cultura: il karate!

Mi avvicinai a questa disciplina quando, a solo 6 anni, ero un bambino timido e introverso, e non avevo idea di come quell’incontro avrebbe cambiato irrimediabilmente la vita per tutti gli anni a venire, portandomi a scoprire un mondo così vasto che ancora oggi non finisce di stupirmi! Anni fatti di sacrifici, di sudore, di infortuni, di delusioni, di lezioni più o meno difficili da imparare … anni di grandi scoperte, su me stesso, su quanto la disciplina e l’autodeterminazione possano essere fonte inesauribile di forza, impegno, costanza.

Per questo motivo, la ragione che mi spinge a scrivere questo pezzo va anche oltre: nell’ultimo periodo troppo spesso sedicenti “maestri” di questa nobile arte sono finiti al centro di terribili fatti di cronaca; il mio proposito è accendere una luce mediatica diversa sul karate. Come merita. Per rendere però questo articolo il più interessante possibile per voi che lo state leggendo, mi limiterò ad illustrarvi quelli che sono i punti salienti della storia centenaria di questa disciplina, che, come avremo modo di vedere insieme, passo dopo passo, nasconde in sé molto più di quanto si possa immaginare. Ci soffermeremo poi sui personaggi di maggior influenza nella storia del karate, scoprendo come abbiano portato fino a noi secoli di studio e apprendimento, seppur con motivazioni personali diverse.

Ma andiamo con ordine…

Come molto spesso accade, quando si approfondisce la cultura giapponese, non abbiamo a nostra disposizione fonti certe che ci possano aiutare a ricostruire con precisione assoluta la storia del karate fin dalla sua nascita.

Le origini del karate sono antichissime e la sua nascita viene localizzata ad Okinawa, la più grande delle isole Ryukyu, all’incirca nel XV secolo.

L’isola, a sud-est del Giappone, si trovava sotto la dominazione cinese; il governo dell’epoca, per prevenire eventuali rivolte popolari, impose alla gente comune il divieto di possedere armi.

Gli abitanti di Okinawa, di conseguenza, iniziarono a perfezionare antiche tecniche di combattimento a mani nude (“tode” , letteralmente “mano cinese”), arricchendole con elementi provenienti da arti marziali cinesi. Si narra infatti, che le radici del karate siano da ricercare nell’arte da combattimento chao-lin, originaria dell’omonimo tempio, e legata, come molte altre scuole, a pratiche religiose buddiste o taoiste: racconti, di cui però non si hanno riprove certe, parlano infatti di monaci buddisti abituati a un duro allenamento fisico, che avesse però anche finalità marziali, dato che erano soliti subire aggressioni da parte di briganti.

Fu proprio dalla Cina, quindi, che partì l’influenza dell’arte da combattimento verso Okinawa, dove la pratica della lotta a mani nude continuò anche nel XVII secolo, quando l’isola venne conquistata da un signore feudale giapponese che mantenne in vigore il divieto dell’uso delle armi, estendendolo anche agli utensili di uso comune, come i falcetti, che vennero requisiti alla popolazione e stipati all’interno delle mura del castello.

Tuttavia, il karate non era ancora praticato da tutti, ma era invece retaggio della nobiltà che si allenava segretamente e che arrivò a fare del karate una manifestazione simbolica del proprio rango. Nonostante la mobilità sociale intervenuta tra il XVII e il XVIII secolo, e la conseguente penetrazione dell’arte dei nobili in altre fasce sociali, fino a prima del XIX secolo il karate rimase sconosciuto alla maggioranza della popolazione e molti segreti rimasero tali. Per avere la prima riprova pubblica dei benefici della pratica del karate, bisognerà attendere la dinastia Meiji (1868-1912), quando, con l’inaugurazione del sistema d’istruzione ufficiale e della coscrizione militare, i medici, addetti alle prove di idoneità fisica, notarono e segnalarono la prestanza dei praticanti di Karate.

Il primo ad iniziare la divulgazione della disciplina del karate fu Anko Itosu (1830-1915) che iniziò a insegnarlo per la prima volta nel 1901 in una scuola elementare e, successivamente, nel 1902 la sua pratica fu introdotta nelle ore scolastiche di educazione fisica.

Dopo di lui, nel 1906 Gichin Funakoshi (fondatore dello stile Shotokan), allievo di Itosu, ebbe il merito di fare, con altri maestri, la prima esibizione pubblica a Okinawa, ma solo molto più tardi, nel 1922, anche a Tokyo, anno in cui pubblicò anche il suo primo libro sul Karate: “Karate-do Kyohan”.
Grandissimo merito del Maestro fu la sua grande attività divulgativa, soprattutto nelle università.

Tuttavia fu difficile insegnare Karate secondo il vecchio modello di Okinawa, per via dei meccanismi che si stavano iniziando ad innescare intorno al karate. In Giappone si era sul punto di allontanare le arti marziali dalla tradizione, per entrare in una visione più consumistica della loro fruizione, sperando in una maggiore diffusione e quindi in vantaggi economici derivanti dal maggior numero di praticanti che si sarebbe raggiunto. Il Karate come Via poteva difficilmente sopravvivere, perché c’era bisogno dell’aspetto sportivo, della competizione e di stimoli esterni. Funakoshi era contrario a questa mentalità, perché prevedeva che il Karate, come sport agonistico, avrebbe perso i propri valori di contenuto e cercò quindi di controllare gli inevitabili cambiamenti per dirigerli verso una direzione positiva, in linea con il suo storico assunto per cui il Karate è Via di sincerità. Perciò non acconsentì all’agonismo, ma cercò un sistema d’insegnamento che permettesse un accesso al Karate possibile anche in futuro, ma che fosse limitato, in modo che la sua pratica non degenerasse in mero sforzo stilistico.

Ciononostante dal 1957, sotto l’abile regia del Maestro Masatoshi Nakayama (1913-1987) il Karate divenne una disciplina sportiva e agonistica diffusa in tutto il mondo.
Negli anni ‘60 approdò anche in Italia grazie al Maestro Hiroshi Shirai che, con la propria Federazione (FIKTA), resta ancora oggi il massimo divulgatore del Karate Tradizionale di stile Shotokan.

Negli anni successivi, lo sviluppo della componente agonistica del karate subì una accelerazione notevole, conclusasi nel 2016 con la votazione che consentirà al karate di entrare a far parte, per la prima volta, delle discipline olimpiche nei giochi olimpici di Tokyo 2020.

E qui la voglia di illustrarvi cosa potreste trovarvi ad ammirare con i vostri occhi (ammesso che non conosciate già questa disciplina) divampa in modo quasi incontrollabile:  kata, bunkai, kumite, sentendo parlare di yuko, geri, ippon…quante cose avrei da dirvi ancora!

Però finirei con il dilungarmi eccessivamente e allora…preferisco rimandare tutto alla prossima puntata, in cui ci soffermeremo su quelle che saranno le specialità a disposizione degli atleti che si affronteranno a Tokyo nel 2020, e parleremo in modo approfondito di cosa sia oggi il karate agonistico.

Per ora, ma solo per ora, konnichiwa!


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Sushi, non chiamatelo solo un piatto!

Quanti di noi, quando sentono la parola sushi, pensano al piatto tipico della cultura giapponese? Ebbene, quanto sto per “rivelarvi” sarà di certo una sorpresa!

Il sushi non è nato in Giappone, per quanto una volta giunto lì gli eventi storici abbiano generato modifiche importanti a questo “piatto”, adeguandolo sempre di più ai gusti di chi lo consumava e portandolo ad essere come oggi lo conosciamo.

Altro mito da sfatare è quello che riguarda il suo nome: sushi, in realtà, non significa affatto pesce crudo, come molti credono in modo erroneo (quello è il “sashimi”), bensì “dal sapore acido”! Il motivo risiede nelle origini di quello che, nel IV secolo, venne importato in Giappone dalla Cina e dalla Corea come metodo di conservazione: il pesce, eviscerato e salato, veniva posto nel riso cotto e pressato. La fermentazione del riso creava così un ambiente acido (da cui appunto deriva il nome sushi) in cui il pesce poteva essere conservato per mesi, stoccato e trasportato con facilità; al momento della consumazione del pesce, il riso veniva originariamente eliminato; fu proprio relativa al riso la prima modifica apportata dai giapponesi alla tecnica originale giunta da Cina e Corea: i giapponesi preferivano consumare il pesce con il riso, e, così, nel periodo Muromachi (1336-1573) si giunse al namanare. Ebbe così inizio un processo di mutamento di quello che era nato come un semplice metodo di conservazione del pesce ma che stava invece diventando un piatto sempre più apprezzato nel paese del Sol Levante. Il sapore acidulo del riso, consumato assieme al pesce, divenne sempre più gradito, tanto che i giapponesi iniziarono ad abbreviare i tempi di attesa sostituendo la fermentazione del riso con l’aggiunta di aceto dopo la bollitura.

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Nacque così nel periodo Edo (1603-1867) l’haya-zushi (non si tratta di un refuso: quando viene usato come sostantivo, la parola sushi diventa zushi) , letteralmente “sushi veloce” nel quale al riso e al pesce venivano aggiunte verdure e uova.

Per giungere a quello che è paragonabile al sushi moderno bisognerà attendere il 1800, quando il sushi iniziò ad essere venduto sulle bancarelle di Tokyo, con l’aggiunta del celeberrimo wasabi (altra nota di colore: il wasabi veniva generalmente usato non come condimento, ma per coprire il sapore non proprio piacevole del pesce poco fresco!). In assenza dei moderni metodi di promozione dei ristoranti, unico indice di qualità e bontà del sushi servito sui banchi era, udite udite, il grado di pulizia della tenda bianca della bancarella stessa; il motivo? Una tenda più “sporca” indicava il passaggio di un maggior numero di avventori, e quindi un prodotto di migliore qualità!

Immagine tratta da https://us.jnto.go.jp/blog/wp-content/uploads/2012/10/news04.jpg

Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che il sushi iniziò a lasciare le bancarelle divenendo dapprima un piatto di lusso, per poi tornare, grazie all’invenzione del kaiten-zushi da parte di Shiraishi (sistema “rubato” da lui stesso durante una visita al birrificio Asahi) ad essere un piatto accessibile a tutti: si tratta del famoso nastro girevole intorno al quale siedono gli avventori, liberi di prendere le proprie consumazioni da soli; in questo modo vennero ridotti i costi per gli addetti al servizio, e, di conseguenza, i prezzi del sushi stesso per i consumatori!

È poi negli anni ’80, con il boom economico e l’inizio della diffusione della cultura giapponese in Occidente, che il sushi viene conosciuto a livello mondiale, grazie ai sushi bar e ai ristoranti negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo.

Quella del sushi è una vera e propria arte in cui ogni dettaglio è studiato per esaltare sapori, ingredienti, combinazioni, al massimo delle possibilità. È un’arte studiata per essere gustata prima con gli occhi, e poi con il gusto, e, come tale, porta con sé delle regole. Anzi, un vero e proprio galateo per gustare il sushi. Ad esempio il galateo del sushi prevede che vengano utilizzate le bacchette per prendere il boccone intero, senza dividerlo o infilzarlo; in caso di difficoltà nell’uso delle bacchette è ampiamente concesso l’uso delle mani per mangiare.

Immagine tratta da https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/09/ba/d6/94/85-fazio.jpg

Mettendo un po’ di voglia a chi sta leggendo di assaggiare (o provare per la prima volta) un po’ di sushi, illustriamo qualche tipo di preparazione: una di queste è il nigiri-zushi, cioè la preparazione fatta con il riso pressato, il wasabi e una fettina di pesce crudo, che può prevedere tonno (maguro), gamberi (ebi), capasanta (motategai) ed altri tipi di pesce; altra preparazione è quella chiamata maki-zushi o nori maki-zushi in cui il rotolo di riso è avvolto in un pezzo di alga con l’aggiunta di uno (hosomaki) o più ingredienti (futomaki). L’alga può essere inserita all’interno del rotolo (uromaki), lasciando il riso all’esterno; inoltre l’alga può contenere, al suo interno, riso ed altri ingredienti formando un cono da mangiare a morsi (temaki).

Immagine tratta da http://www.passionegourmet.it/wp-content/uploads/2013/10/JIR32ROB.jpg

Esempio vivente di come l’arte millenaria del sushi sia molto più che una semplice preparazione gastronomica, è rappresentata da Jiro Ono, anziano shokunin giapponese specializzato nel sushi. Ha ricevuto nel 2008 3 stelle Michelin, divenendo il cuoco più anziano insignito di tale onorificenza.

Se questo articolo ha catturato la vostra attenzione il mio invito più grande è quello di andare ad approfondire la storia di Jiro e del suo Sukiyabashi nel tentativo di comprendere quello che è da sempre il suo personalissimo mantra, che lo ha portato, e potrebbe verosimilmente farlo con ognuno di noi, a vette e traguardi altissimi:

“Dovete innamorarvi del vostro lavoro”.

Al prossimo articolo!

Konnichiwa!!


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