GENTE CHE LEGGE

Gente che Legge è il titolo di una mostra fotografica organizzata da Paolo Benini, fotografo, nel 2015, presso la Biblioteca C.E. Gadda di Melegnano e a Milano, presso la libreria universitaria Franco Angeli Bookshop. Trovo ancora interessante e attuale il portfolio fotografico collettivo che ne è derivato e lo propongo ai lettori di Diatomea e chiunque sia interessato a una riflessione sulle nostre abitudini correnti.

Il tema della lettura inquadrato con l’obiettivo della fotocamera.

L’idea è scattata nella mente dell’ideatore, Paolo Benini, per via dell’overdose di persone che vediamo quotidianamente sui mezzi di trasporto e non solo, letteralmente ipnotizzate dallo schermo del loro smartphone.

Evidentemente un’importante trasformazione è avvenuta da quando sul tram si sfogliava un quotidiano, o si leggeva un libro nelle lunghe percorrenze.

Gente che Legge è una bella rassegna fotografica alla quale hanno partecipato vari autori.

Una raccolta di immagini di gusto classico che illustra il nostro rapporto con la lettura, spaziando nei vari ambiti nei quali si può svolgere questa attività, e che ritrae un universo di individui colti in uno dei momenti fra i più personali, se vi facciamo caso, nell’ambito delle abitudini comuni. Sfogliare un libro, leggere un romanzo, un messaggio al cellulare o una e-mail; un immergersi in un mondo interiore abitato fondamentalmente da due soggetti: noi e il testo davanti ai nostri occhi.

Scattare queste foto ha significato cogliere quel preciso momento di intima comunicazione fra il lettore e il libro o dispositivo mobile fra le sue mani.

Infatti qui assistiamo a un cambiamento epocale: dal cartaceo all’elettronico, dal libro, rivista, o giornale quotidiano che ancora sopravvivono presso gli audaci sostenitori della tradizione, a qualcosa di nuovo offerto dall’evoluzione tecnologica: Pc, tablet, telefono mobile.

Una corposa presenza di e-books, testi e messaggi in formato digitale, ormai molto diffusi nella nostra realtà.

C’è forse differenza di fruizione fra il mezzo di comunicazione tradizionale e lo smartphone  che teniamo comodamente in tasca e compulsiamo avidamente durante i nostri viaggi sui mezzi di trasporto, quasi fosse così necessario da non poterne fare a meno ?

Qualche anno fa qualcuno organizzò un divertente guerrilla reading a bordo di un tram milanese: alcuni volontari all’improvviso e in sequenza hanno letto brani di libri, ad alta voce, per scuotere i presenti catturati dal loro cellulare.

Che ci si trovi in autobus o comodamente seduti sul sofà nella sala d’aspetto del nostro medico, come ingannare il tempo dell’attesa? Un quotidiano, un libro un messaggio di WhatsApp, ci intrattengono regalandoci un po’ di distensione, un momento di transizione tra un’attività e l’altra, quale che sia l’esperienza che ci attende, il semplice recarci in un luogo o sederci sulla poltrona del dentista.

Le foto presenti in questa raccolta sono una valida rappresentazione di questi siparietti di lettura a carattere multimediale e non, un buon esempio di fotografia d’attualità che compone un indovinato affresco del tema in oggetto.

Gli autori delle immagini hanno saputo cogliere qualche interessante momento topico tale da formare immagini dotate di contenuto espressivo, un giusto mix di stati di grazia dei lettori ignari protagonisti, una carrellata dinamica, piacevole.

Un modo simpatico per pilotarci nel presente tecnologico che coinvolge anche l’esperienza della lettura, senza annientare la tradizione che resta viva in noi.

Gli autori delle foto in mostra:

ANDREA ABBIATI

LUIGI ALLONI

ALESSANDRA ANTONINI

PAOLO BENINI

LOREDANA BONDIOLI

MAURO CORTESE

ROBERTO CREMASCO

FRANCO GALLIENI

ANTONIO GIANNOTTA

MARCO LAMBERTO

MAURO LAZZARI

CLAUDIO MANENTI

RITA MANGANELLO

GIUSEPPE MORELLO

ANTONIO NAPOLI

CARLO ORIANI

ANGELO PERACCHI

MARCO VICARDI

LEONARDA VIRETTI




IVANO BOLONDI. Il sogno, il viaggio, il colore

Le sue foto sono come sogni

Aung San Suu Kyi

Ivano Bolondi, fotografo non convenzionale scomparso di recente, merita un ricordo; allora vorrei raccontarvi brevemente la sua fotografia, anche attraverso le parole di Lorenzo De Francesco che lo ha conosciuto e ha realizzato una monografia a lui dedicata, un video-documento edito dalla FIAF, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Ivano Bolondi è nato a Montecchio dell’Emilia nel 1941. Iniziò la sua carriera lavorativa come apprendista meccanico per la riparazione delle macchine agricole, fino a diventare titolare di una importante azienda metalmeccanica produttrice di sofisticate apparecchiature per la pulizia dei serbatoi industriali. Inizia a dedicarsi alla fotografia negli anni Settanta.

Un uomo semplice, grande lavoratore e viaggiatore per passione e curiosità, ha coltivato  la fotografia da vero amatore, svincolato dai canoni e dai rimandi agli autori storici e a quel modo di fotografare ripetitivo e standardizzato tipico della contemporaneità; la sua visione è singolare e privilegia l’estetica come segno distintivo della sua opera, in particolar modo nella fotografia di viaggio, ma non solo, come vedremo.

Apparentemente spontaneo nel proporre foto di primo scatto, non elaborate in post-produzione, ci ha lasciato immagini che rivelano un talento innato.

Mi piace in particolar modo questa  foto icastica che colpisce per la capacità dell’autore di avere colto l’occasione propizia: una doccia reale, aperta in corrispondenza di un manifesto che raffigura una donna nell’atteggiamento di servirsi di quella stessa doccia: un saggio ben riuscito di fusione di due casualità, in un contesto in cui la grafica a due dimensioni è arricchita dalla tridimensionalità della doccia reale, dando spessore alla scena.

Nella sua specificità Bolondi dava forma alle emozioni senza banalizzare l’immagine o perdersi in futili formalismi; alcuni suoi scatti non hanno nulla da invidiare a quelli dei grandi autori della fotografia mondiale.

Per meglio comprendere l’opera di Ivano Bolondi, ne ho parlato con Lorenzo De Francesco che ha rilasciato a Diatomea questa intervista emozionale.

RM: Lorenzo, hai incontrato Ivano Bolondi in più occasioni; vuoi raccontare ai lettori di Diatomea cosa apprezzi dell’uomo e del fotografo?  Possiamo parlare di autore carismatico?

LDF: Quando entrai nel suo mondo, l’Emilia intensa e produttiva – anche fotograficamente -, mi accorsi subito che il suo carisma lo precedeva. Chi lo conosceva ne parlava con deferenza e rispetto, ponendolo subito su di un piano di maggiore attenzione. Io muovevo i primi passi nel mondo degli audiovisivi fotografici su diapositiva: erano gli anni ’90; lo incontrai ai festival internazionali Crespi di Legnano organizzati dalla Famiglia Legnanese e rimasi stupito dalla sua modestia e umiltà, a differenza di altri personaggi del mondo fotografico la cui alterigia era spesso inversamente proporzionale al talento.

Entrammo subito in sintonia: Ivano era attirato dal mio modo narrativo di intendere l’audiovisivo, mentre lui faceva evolvere progressivamente il suo stile nel documentare i paesi che visitava spostandosi progressivamente su emozionanti livelli di astrazione e sintesi di segno e colore.

Mi volle introdurre nei circoli che frequentava, ricordo ancora i commenti severi ma costruttivi  del  GAD – Gruppo Amatori Diapositive, dove lui era soprannominato “il Papa dell’audiovisivo” e il piacere immenso di quando mi invitò a proiettare i miei lavori a Torri del Benaco, ove organizzava proiezioni internazionali, preludio di un’ intensa collaborazione che è  durata sino ai nostri giorni.

RM Parliamo ora dell’aspetto etnografico che possiamo osservare nella fotografia di viaggio;  qui ci troviamo di fronte a qualcosa di inconsueto: la rappresentazione dei luoghi – considerato il gran numero di paesi visitati – non corrisponde a ciò che tradizionalmente si intende per fotografia di viaggio; nessun conformismo bensì uno stile molto personale di intendere la materia. Cosa puoi dirci al riguardo?

LDF Lui rompeva lo schema del documentario impropriamente detto di “viaggio” al quale tutti eravamo abituati.  È prassi comune presso i fotoamatori considerare i viaggi esotici come trofei, esibendo le relative diapositive. Al ritorno da un viaggio si radunavano gli amici e si propinavano proiezioni di centinaia di immagini, che per l’autore erano dense delle emozioni delle esperienze vissute, ma che spesso dopo i primi minuti di interesse provocavano una generale sonnolenza.

Con l’avvento dell’audiovisivo ecco che queste serie di foto venivano organizzate, con l’intento di renderle più interessanti, raccolte in sezioni che raccontavano l’esperienza del viaggio: paesaggi, architetture, gente, bambini, chiese o edifici di culto, street, degrado, quasi sempre denotando una carenza di progettualità fotografica, ma lasciandosi incantare dall’esotico, dal diverso.

Ivano non intendeva documentare un paese in modo tradizionale;  non titolava le sue fotografie con il nome del luogo, ma dava un titolo di fantasia:  “Tracce nel nulla”, “La grotta delle meraviglie”, “L’idea del giorno”, “Viaggio nel tempo”, “La danza della vita”, “Da un’antica leggenda” etc., pur mantenendo un accenno ai luoghi visitati per consentire un appiglio, un riferimento spazio-temporale. Quindi si osservano sintesi di segni e colori, che portano l’osservatore su di un piano diverso dalla semplice documentazione fotografica.

Il suo sguardo assimilava progressivamente l’essenza dei posti visitati, linee e colori caratterizzanti comportamenti umani, architetture e paesaggi; li assimilava e li riproponeva  attraverso luci, riflessi, sfocati, mossi, contrasti, trasparenze che staccavano la mente dalla ricerca del particolare documentato per portarlo in un mondo tutto suo, tutto nostro, tra l’immaginario e l’onirico, ove ognuno poteva continuare il suo viaggio. È importante valutare le foto di Ivano nel contesto narrativo del viaggio e nello sviluppo dello stile dell’autore nel corso degli anni. La singola foto estrapolata può sembrare un segno gratuito, fine a se stesso, a volte indecifrabile. Fruita nell’ambito della sua narrazione fotografica, può estasiare. Può, perché è una fotografia che non incontra il consenso di tutti. Ivano realizza fotograficamente quello che avviene anche nella relazione umana: quando si incontrano individui appartenenti alla stessa classe di sensibilità, si entra irresistibilmente in risonanza.

RM: Lorenzo, a proposito di testimonianza e lascito a chi rimane, si diceva che Bolondi lascia un segno; il mio commento fu: per lasciare un segno bisogna che ci sia. Cosa ne pensi?

LDF Ivano lascia due segni che prolungano il suo essere nel nostro tempo: prima di tutto l’uomo, la sua sobrietà e modestia. Pur essendo benestante, affermato e riconosciuto nel nostro ambiente fotografico non l’ho mai sentito, nei trent’anni di conoscenza, parlare male di qualche collega né in pubblico né in privato o cercare di sgomitare per accaparrarsi qualche premio o riconoscimento o “posizione di potere”. Al contrario è stato un grande seminatore, mettendo i suoi talenti al servizio degli altri, organizzando eventi, con i suoi workshop, il dialogo e l’esempio. Ogni anno regalava a tutti gli amici uno splendido calendario con le sue migliori foto, stampato in grande formato e di grande qualità. Ha girato il Paese in lungo e in largo e ha lasciato ovunque un ricordo

indelebile, dalla Sicilia al Trentino.

Il secondo segno è la sua fotografia, fatta di significanti, siano linee, colori, forme, ombre, riflessi o inventandone di nuovi secondo l’ispirazione del momento, fatta di tracce umane fuse nel contesto.

Dovrei chiudere con una frase di circostanza, tipo “onorato di essere stato suo amico e aver lavorato con lui,  oppure “ sarà sempre con noi” etc. No, chiuderò invece con un’esortazione, che è anche una lezione per me e per tutti, una frase che mi venne subito alla mente quando seppi della sua morte: “”il Nulla è un infinito che ci avvolge:veniamo di là e là torneremo” (Anatole France).

No, Ivano. Ho ben presente questa frase di Anatole France che hai messo in chiusura del tuo audiovisivo “Tracce nel nulla” e sulla quale ci eravamo soffermati nel 2016 durante la preparazione della monografia.

No.

Mi rifiuto di pensare a una gigantesca discarica cosmica che raccoglierà silenziosa ed eterna il nostro essere, il nostro amare, il nostro patire, il nostro godere, una volta terminati.

Le tue immagini. Assimilandole, il mio spirito è come un aquilone, portato lentamente in alto, in un “Oltre” accarezzato dai riflessi, dai colori, dalle sfumature, che permettono di librarsi nell’aria ma sempre trattenuto delicatamente dal filo che lo porta, in un percorso dolce e luminoso e ricco di colori a cogliere i segni/essenza dell’umanità, nel suo lavorare, amare, sognare, in una parola il suo vivere.

La tua fotografia per me è uno degli esempi più alti di una forma di comunicazione universale, che non ha bisogno di parole, ma solo di una musica leggera, per far vibrare il cuore dell’umanità.

Immagine di copertina_Ivano Bolondi – Norvegia 2011

Tutte le immagini sono coperte da ©Ivano Bolondi




LA SPIGOLATRICE MALINTESA

Stereotipi del femminile: la pin-up anni Cinquanta, o la diva procace del cinema italiano dello stesso periodo, questi i rimandi suggeriti dall’infelice scultura dedicata alla Spigolatrice di Sapri che ha recentemente acceso ampie e non sempre centrate discussioni sui social network, in una variegata kermesse di opinioni contrastanti sull’opportunità, o meno, di rappresentare la giovane donna avvezza al duro lavoro nei campi, come una Jessica Rabbit anche meno avvenente.

Sono più che certa che qualcuno, in un punto qualsiasi del Web, mi darà della bacchettona.

Maschi in un lago di bava, perché un bel sedere da guardare, sottolineato dalla veste attillata e sapientemente drappeggiata sul tonico posteriore della fanciulla, non si nega a nessuno.

Una celebrazione del corpo sessuato icona di tutti i tempi del patriarcato dominante, non rende un buon servizio al femminile.

E qui vedo già il ditino puntato sul supposto bigottismo delle affermazioni di chi ha trovato quest’opera di cattivo gusto, opera che penalizza il decorum, [¹]stravolgendo il messaggio estetico e financo storico-politico della Spigolatrice.

Qualcuno obietterà che l’artista non è costretto a creare in base a una verosimiglianza storica, tuttavia la libertà di rappresentazione non dovrebbe scadere nella banalizzazione del soggetto.

Inadeguato, non provocatorio, l’intento dell’autore, secondo il mio e non solo mio, punto di vista, laddove l’essenza del femminile si riduce alla rappresentazione degli attributi ben torniti della donna resa merce.

Altra levata di scudi dei benpensanti al rovescio: perché mai l’erotismo – là dove frainteso nel buon senso comune – dovrebbe stupirci o indignarci? La mia risposta è semplice, se vogliamo davvero considerare l’erotismo per quello che è: un intimo segreto che merita ben altro palcoscenico.

Vorrei porre l’accento sull’uso standardizzato del corpo femminile, in base a un immaginario scadente che millanta quello che non ha: una soddisfacente concezione della sensualità e della seduzione, categorie per nulla disprezzabili, che meritano la giusta contestualizzazione.

Perché la donna, “istituzionalmente preda”deve subire il peso costante di una cultura che stenta a valorizzarne lo statuto di persona abile, intelligente e competente, al di là dei propri attributi fisici? Purtroppo non dico nulla di nuovo e mi dispiace doverlo sottolineare in questo tempo che vorrei più maturo. Il femminile non lo si eternizza nell’ordine simbolico del maschile.

Siamo certi che le donne si vedano e si vivano  sempre e solo in funzione delle loro forme ?

Un’ultima considerazione che sorge spontanea: il corpo è per sua natura corruttibile, vecchiaia e malattia ne segnano il declino inevitabile.

A questo riguardo voglio ricordare, per puro tributo alla sostanza del discorso, un mio articolo apparso su Diatomea il 21 giugno scorso, commento al portfolio fotografico di una giovane donna che ha subito una mastectomia: perdere un seno, o entrambi, a causa di una grave malattia è una ferita del corpo e dello spirito. In tal caso come la mettiamo con l’icona della donna sessuata ? Come potrà sentirsi l’autrice del portfolio che si vede, ogni giorno della sua vita, mutilata di una parte così artificiosamente carica di significati stereotipati, che la deprivano della sua prodigiosa naturalezza ?

Chiudo con questa riflessione, invitando, chiunque voglia, a connettersi con la parte più intima del proprio Sè e convenire che la donna è ben altro dal proprio reificato involucro corporeo.


[¹] Categoria rinascimentale, ma di origine antica, secondo cui una forma deve essere adatta alla funzione che deve svolgere e al soggetto raffigurato.


Immagine di copertina presa da laRepubblica Napoli – Opera dello scultore Emanuele Stifano




hUman sWitch

Esce dai cardini del realismo fotografico, hUman sWitch, lavoro fotografico collettivo ad opera di alcuni membri del Circolo Fotografico Milanese: Carlo Cirmi, Lorenzo De Francesco, Mauro Galvagno, Pio Grasso, Laura Pozzoni.

hUman sWitch è un progetto promosso da Raoul Iacometti, fotografo e tutor del gruppo, che ha indirizzato i partecipanti a descrivere un viaggio nell’interiorità e nell’inquietudine dell’ordinario quotidiano.

Il mezzo d’elezione per esprimere i moti dell’anima è, fra gli altri e ormai dalla sua origine, la macchina fotografica. Con questo strumento che di per sè è fatto per registrare le immagini che passano davanti ai nostri occhi, si può ottenere qualsivoglia risultato declinando stili, scelte narrative, modalità espressive, un flusso inestinguibile di possibilità date da quel linguaggio duttile che è la fotografia, come universo dei segni.

Ne parlo con uno dei membri del gruppo, Lorenzo De Francesco, noto ai lettori di Diatomea come autore, su questo blog, dei Racconti del Bicighellone, ora in veste di fotografo.

RM: Lorenzo, vuoi riassumere, per noi, la genesi di questo lavoro fotografico ?

LDF: Il progetto è nato nell’ambito del corso avanzato di fotografia organizzato dal Circolo Fotografico Milanese e tenuto da Raoul Iacometti. Raoul ha impostato dall’inizio il corso avanzato sulla progettualità, chiedendoci – prima di toccare la macchina fotografica-   di sviluppare una fase creativa e un confronto di idee a tavolino, per individuare insieme un progetto da sviluppare. Raoul ha diviso di sua iniziativa i partecipanti in gruppi, per cui ci siamo trovati a lavorare insieme con persone con le quali al di là dell’appartenenza al CFM, non avevamo alcuna esperienza di lavoro di gruppo. La genesi è stata faticosa, con momenti di dubbio e di stallo, con bozzetti e ripensamenti, ma alla fine è scattata la scintilla che ci ha consentito di realizzare questo  lavoro collettivo. L’idea è maturata progressivamente nel corso degli incontri, partendo da esperienze di vita personali. La sfida è stata trovare una forma adeguata di rappresentazione per un discorso abbastanza complesso. Alla base di tutto c’era il concetto dello “scambio”: un evento della vita che obbliga ad una scelta, pratica o mentale. Noi abbiamo analizzato l’aspetto mentale, cioè come  rappresentare lo scambio (Switch) che si fa mentalmente per adattarsi, volenti o nolenti, a un contesto ostile o alienante, o semplicemente difficile da elaborare con i paradigmi mentali lungamente impiegati. In questa rappresentazione abbiamo adottato, grazie all’esperienza di Raoul e ai consigli che ci siamo dati reciprocamente, tra  i più esperti e i meno esperti,  un approccio fotografico che impieghi tecniche adatte a rappresentare questi stati d’animo: esposizioni multiple, zooming, sfocato, mosso. La postproduzione poi ha sposato un bianco e nero intenso, contrastato, con neri profondi e bianchi emergenti per sottolineare il contrasto interiore.

RM: come vi siete coordinati per ricavare, partendo da sentimenti e percezioni individuali, un’opera così coerente e carica di rimandi ?

LDF: Dopo aver focalizzato la parte teorica del progetto, ognuno ha iniziato a scattare, da solo o in gruppo, per cercare, secondo la propria sensibilità fotografica, di vestire con immagini il progetto. E’ seguita una fase di messa in comune dei singoli portfolio, di verifica dell’aderenza complessiva e dei singoli scatti al progetto originario. E qui  è avvenuto un “miracolo”, conoscendo l’io smisurato di ogni fotografo: insieme abbiamo deciso quali immagini erano più adatte alla rappresentazione dell’idea iniziale. Questo è avvenuto senza nessun conflitto o pretesa, e ha portato alla scelta finale.

Abbiamo predisposto un percorso grafico, fatto di cambi, parallelismi, ricongiunzioni, inversioni e lo abbiamo vestito con le immagini, su di un unico pannello ove tutta la narrazione fotografica si sviluppava e si poteva gustare la singola immagine nel contesto complessivo. Poi, come autore di audiovisivi, mi sono divertito a realizzarne uno  che sintetizzasse l’idea anche con il supporto di una colonna sonora adeguata;  devo dire che è frutto di un’immediatezza e ha riscosso notevole apprezzamento.

RM: Lorenzo, a tuo personale giudizio, è stato un lavoro foriero di riflessioni sugli stati d’animo, un particolare vissuto, o considerazioni più generali sull’immaginario collettivo che potrebbe essere  considerato come scoperta e inconsapevole condivisione di esperienze comuni ?

LDF: Inizialmente è stato come se ognuno di noi si mettesse in autoanalisi per capire bene i  propri “scambi”: individuarli analizzarli e trovare poi dei segni, delle immagini, che li rappresentassero. Nella quotidianità del reale e anche nell’immaginario, fili, ombre, sagome indefinite, riflessi, mosaici, prospettive. Come figure retoriche evocanti lo stato d’animo. Ognuno con la propria storia e soprattutto la propria sensibilità, che sappiamo avere diversi livelli di intensità. Questo in un certo senso ha giovato alla drammaturgia complessiva del racconto, che non può essere giocata tutta su toni alti e intensi, ma ha bisogno di ritmo, pause e picchi di emozioni, che avvolgano fluidamente lo spettatore. Siamo usciti da questo lavoro con una significativa presa di coscienza: il cercare di rappresentare i luoghi della mente aumenta l’autostima nella capacità di comprenderli e forse di dominarli. Il riscontro che si ha in sede di comunicazione al pubblico è una iniezione di consapevolezza.

RM: Quale ruolo ha avuto Raoul Iacometti in questa discesa nelle profondità delle coscienze individuali ?

LDF: Raoul non ha mai imposto la sua visione, è sempre stato discretamente presente per lanciare degli spunti, aiutarci a uscire dai momenti di stallo, dare efficacia alla comunicazione del messaggio.

Per certi versi intransigente quanto basta, mai accomodante. E’stato un po’ come essere degli aquiloni liberi di librarsi  nel vento della creatività ma saldamente collegati a terra, sentivamo la corda nelle mani di Raoul che si tirava per indirizzarci ma anche che si srotolava per lasciarci volare nella direzione giusta e in favore del vento.

Chiudo questa chiacchierata con Lorenzo De Francesco, riportando il testo di presentazione della mostra Immagini in corso che si è tenuta a Milano nel mese di maggio 2021:

presentazione di hUman sWitch :
“ hUman sWitch – scambi umani tra quotidianità e alienazione, tra razionale e irrazionale, tra realtà e sogno, a volte il passaggio ad un altro livello di coscienza è istantaneo, si coltiva nell’ansia latente, nell’insoddisfazione; sfocia nella ribellione o nell’ansia gestita, incapsulata, soffocata: ti accompagna insistente, pronto a riemergere.
A volte si snoda in parallelo alla vita normale, appare come bolle in superficie, si materializza in segni e forme, proiezioni che distorcono la visione, alterano le prospettive, ombre che pesano come rocce.
A volte genera un’inversione, il sogno diventa realtà, la mente ha già preso il volo, il corpo la seguirà.”

Presentazione della mostra

Si fa presto a dire progetto fotografico.
Se poi ci mettiamo che il progetto deve nascere da un gruppo di persone con teste, esperienze, caratteri e idee completamente diversi, allora il gioco si fa davvero duro.

Ma se al timone c’è Raoul, allora tutto cambia marcia.

Ogni gruppo si è fatto corpo unico, in una carambola di idee, altre idee, ancora idee. E poi come realizzarle, come mettere insieme il tutto.

Aggravato dalla difficoltà di Milano in zona rossa. Centinaia di collegamenti via zoom sono stati provvidenziali e non ci hanno certo impedito di diventare amici davvero.

Di ridere, di divertirci. Perché senza divertimento, niente ha scopo.




Della presenza. La fotografia di Maria Cristina Comparato

Un tema delicato, una vicenda segreta nell’animo, che l’autrice ha voluto condividere in fotografia, conferendo a se stessa l’incarico gravoso di rappresentare tutte le donne che hanno subito la mutilazione di un seno o di entrambi, alle prese con un male che lascia poco spazio alla serenità, per non dire all’ottimismo.

Una donna  – giovane – che osserva il suo corpo trasformarsi in un “Altro” meno familiare e rassicurante; l’autrice osserva il cambiamento attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, suoi scatti che testimoniano, silenziosamente, quello che il senso comune definirebbe un’esperienza lacerante.

Con questo portfolio di genere concettuale, Maria Cristina ha vinto la XVII edizione di Portfolio Italia – GRAN PREMIO fujifilm organizzato dalla fiaf – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Vorrei quindi riferire le mie impressioni su questo lavoro, in considerazione del tipo di rappresentazione che ne ha dato l’autrice, il registro adottato nel raccontare il suo vissuto, senza per ciò darne una valutazione di merito, perché non è questo lo scopo.

Il lessico è scabro, sono immagini fredde, anzi glaciali, una fotografia denotativa al limite del minimalismo, sterilizza l’emotività spogliando l’immagine di tutte le sfumature della pratica del dolore, privandoci delle icone confortanti della sofferenza.  L’autrice ha volutamente creato uno scarno catalogo di elementi, ossia gli oggetti della cura, corollario di un corpo ferito che si mostra in tutta la sua disarmante realtà:  una cicatrice esistenziale, difficile da dimenticare, una semiosi disturbante.

Avrà voluto, Maria Cristina Comparato, esprimere una deliberata protesta nei confronti degli stereotipi della femminilità, che ancora invadono lo spazio della nostra visione della donna, effige perfetta di un’estetica imposta culturalmente ?

Lo sfondo bianco accentua la sensazione di vita sospesa e il disagio dell’osservatore che non trova alcun appiglio per sviare lo sguardo: lo schiaffo lo sento arrivare.

Qui nulla è sfumato, accennato, tutto è evidente, lo straniamento non è celato e il fragile ramoscello simboleggia una caducità che si vorrebbe ridimensionare a favore della speranza.

Quale operazione ha voluto compiere questa giovane donna, offrendosi ai nostri occhi con cruda determinazione ? La risposta potrebbe essere contenuta nella penultima fotografia dello sfondo vuoto. Ma anche l’ultima immagine potrebbe contenere un indizio; a noi la conclusione, liberi di sentirla sotto la pelle.


Copyright immagini: Maria Cristina Comparato




ARTE IN CASA

Se non puoi venire da me, vengo io da te

La casa in primo piano durante la pandemia. «Restate a casa!»

Questa l’esortazione del governo a partire dal primo lockdown, lo scorso anno, e in parte ancora oggi, la prudenza ci accompagna.

In particolar modo per quanto riguarda gli anziani, soprattutto coloro che si sono visti chiudere i centri diurni dove trascorrevano le giornate in un ambito relazionale e di accudimento, un sostegno alle famiglie che non sono in grado di garantire una presenza soddisfacente, impegnate nel lavoro e nella routine quotidiana non sempre dilazionabile.

Ma c’è chi non si è perso d’animo, come vedremo. Data l’importanza della socializzazione per le persone non più inserite nel sistema produttivo del Paese e già avanti negli anni, la Diaconia Valdese fiorentina ha promosso un’iniziativa lodevole, volta a sopperire la mancata frequentazione del centro diurno il Gignoro, da parte dei suoi assistiti.

Il Gignoro, per mano delle sue animatrici, si è quindi fatto carico di promuovere l’ideazione e intermediazione al progetto Arte in casa – percorsi artistici individuali per anziani a domicilio, finanziato dalla Cassa di Risparmio di Firenze e sviluppato in collaborazione con alcuni soggetti pubblici e privati quali: il Museo dell’Opera del Duomo, il Quartiere 2 del Comune di Firenze, il Quartiere 3 del Comune di Firenze, il Museo Casa Rodolfo Siviero, il Museo Horne, l’Associazione La Stanza dell’Attore, Silvia Logi Artworks, l’Associazione Culturale L’Immaginario.

Un percorso artistico ed educativo domiciliare al quale hanno partecipato piccoli gruppi di ultrasessantacinquenni, che hanno potuto usufruire gratuitamente di sette incontri tenutisi nella propria abitazione, gestiti da figure professionali specializzate nel lavoro assistenziale ed educativo, con l’obiettivo di esprimersi creativamente a contatto con l’arte, partecipando anche a visite virtuali nei musei che hanno aderito all’iniziativa.

«Ogni percorso artistico seguirà un programma codificato in fasi ed attività, che permetterà ai beneficiari di esplorare i diversi linguaggi artistico espressivi (fotografia, tecnica del collage, narrazione) e si concluderà con un momento di restituzione finale nel quale saranno presentati le produzioni artistiche dei partecipanti e un video collettivo che ripercorrerà l’andamento del progetto.»

Così raccontano le promotrici di questa bella iniziativa, consapevoli dell’importanza della socializzazione attiva dei senior che altrimenti finirebbero isolati nelle loro abitazioni: le bravissime Laura Biagioli – servizio di animazione Il Gignoro e referente progetto CoOpera-ività, Annalisa De Cecco – coordinamento centro diurno e domiciliare il Gignoro, Elisabetta Mantelli – ufficio comunicazione e sviluppo Diaconia Valdese fiorentina, Patrizia Minelli – assistente socio-assistenziale, Sara Pace – counselor e arteterapeuta.

Da una conversazione con Annalisa De Cecco, alla quale ho rivolto qualche domanda in merito all’attività ancora in corso: l’accoglienza del progetto da parte dei senior, le eventuali difficoltà incontrate, l’attenzione e partecipazione, i miglioramenti osservati e il successo dell’iniziativa, ho raccolto riscontri più che positivi in termini di entusiasmo dei partecipanti, anche quelli inizialmente un po’ diffidenti e loro pieno coinvolgimento nelle varie attività.

I miglioramenti a livello personale sono evidenti, a partire dal tono dell’umore, l’attenzione, la partecipazione, la minor diffidenza e l’ansia da prestazione. 

Dalle parole di Annalisa e colleghe:

«ci sentiamo davvero fortunate ad aver fatto un’esperienza così divertente e intensa. Per rompere il ghiaccio abbiamo iniziato con l’offrire questa opportunità agli anziani che frequentavano il nostro centro diurno, chiuso ormai da più di un anno, e in un certo senso abbiamo “giocato in casa” (per restare in tema!). Poi, dopo i primi tre cicli, abbiamo iniziato a inserire nel progetto persone anziane a noi perfettamente sconosciute: è stata una sfida, ma anche un grande privilegio essere “ammessi”, in questo tempo così complicato, nelle loro abitazioni.»

Penso sia meritevole di attenzione un esempio di lavoro eseguito durante gli incontri di Arte in casa; per rendere chiara la portata di questa iniziativa, vediamo nella pratica cosa ha realizzato Gianni P., assistito da Laura Biagioli, utlizzando del semplice materiale che aveva in casa.

Gianni si è ispirato alla tecnica del mosaico creativo dell’artista Silvia Logi. Partendo dalla fotografia del banchino di lavoro del padre orafo.

Racconta Laura Biagioli:

«osservando la foto, ci siamo lasciati suggestionare da un gioco di luci che si è venuto a creare in uno degli attrezzi, un cubo con le facce incavate che servivano a dare la forma curva alle lamine d’oro e d’argento: dava l’dea dello spazio con le stelle luminose. Così abbiamo immaginato una sonda spaziale, i pianeti e altri corpi celesti che abbiamo realizzato con materiali di recupero, molti dei quali messi a disposizione da Gianni stesso. Per me, di grande suggestione, è stato osservare il suo modo di procedere nella costruzione del mosaico: ha ripreso in mano le molle che usava in bottega e con maestria, cura e pazienza, per ogni pezzo cercava la giusta collocazione come se stesse incastonando pietre preziose.»

L’elaborazione del vissuto di Gianni si è resa palese nel contesto: dalla storia personale all’essere parte di un gruppo da lui definito affettuosamente aggregazione, toccando le tematiche ambientaliste fino a porsi le grandi domande sul senso della propria esistenza in rapporto all’universo.

Le operatrici del Gignoro impegnate nel progetto sognano una prossima riedizione di questa avventura così significativa dal punto di vista umano e di valore, in un tempo nel quale a causa della pandemia e non solo, le fragilità di chiunque non sia considerato “utile” in una società competitiva e divisiva, diventano ulteriore motivo di emarginazione, laddove la passività prende il sopravvento riducendo la già scarsa autonomia di questa fascia di popolazione.

Giusto un cenno a una precedente bella iniziativa del Gignoro che ho raccontato nell’articolo Dinamiche fotografiche in un centro anziani, con l’intenzione di ricordare a chi legge quelle che sono le alternative nobilitanti per chi si occupa dell’accudimento e intrattenimento delle persone anziane che meritano, dalla vita, una seconda possibilità.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Patrizia Minelli, Annalisa De Cecco, Laura Biagioli, Sara Pace




ESSERE MONTAGNA di Davide Sapienza

Cari lettori di Diatomea, mi piace ricordare il senso profondo della geopoetica, ben rappresentata da Davide Sapienza, forse spinta da pressanti considerazioni sull’ambiente e i destini del pianeta, in particolar modo in un periodo così difficile per tutta l’umanità flagellata dalla pandemia.

Autore del bellissimo libro Il geopoeta – avventure nelle terre della percezione, Davide ripropone nel suo sito questa riflessione sulla montagna, la sua natura, la sua essenza vitale.

È necessario un richiamo al concetto di metabletica come trasformazione, spinta evolutiva che può produrre metamorfosi sul piano emotivo, cognitivo e relazionale per  innestarsi, di conseguenza, nel tessuto sociale. A questo riguardo è facilmente comprensibile quale può essere la nostra responsabilità di abitanti e co-creatori di un ambiente fisico e psichico che va oltre l’idea di territorio. In assenza di questo procedimento, si rimane in superficie, ancorati alle categorie di pensiero novecentesche e, parole come “orientare lo sguardo”, “promuovere il cambiamento” e altre locuzioni care alla politica rischiano di rimanere il solito cantiere di buone intenzioni che mai si realizzano.

È auspicabile per l’autore che la metabletica agisca da medium affinché lavori tra gli strati profondi della personalità, connettendo quelli latenti che il territorio rende vivi, chiedendoci il dolce sforzo di prestare attenzione a come siamo diventati.

Ciò significa essere montagna, promuovere la trasformazione, essere il cambiamento.

Profondo conoscitore della montagna, Davide Sapienza si impegna in un dialogo fitto e fecondo con se stesso e chi possiede la medesima sensibilità nell’indagare, tra cognitivo e sensoriale, il DNA della montagna e come ciò si riflette nell’immaginario umano.

Davide intende ribaltare i modelli culturali a cui siamo assuefatti: si sente spesso parlare di transizione ambientale senza che questo tema, con tutte le sue importanti implicazioni, sia considerato con l’attenzione che merita; sovente accade che grandi idee e ambiziosi progetti siano accolti distrattamente dall’opinione pubblica sfiancata da politiche fallimentari.

L’autore, infine, rivolge un invito alle giovani generazioni nate da una felice mutazione che le rende capaci di Essere Montagna, l’invito a riscrivere la storia futura partendo da questa consapevolezza.

Link al testo ESSERE MONTAGNA (reprise 2021)

INCONTRIAMOCI https://www.davidesapienza.net/2019/01/01/incontriamoci/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Immagine di copertina © Davide Sapienza




IL CORTEO DELL’ACQUA, DI YOSHIMURA AKIRA

Il Corteo dell’acqua  di Yoshimura Akira (1927 – 2006), edito da Atmosphere libri, è una serie di tre racconti, il primo dei quali dà il titolo al libro. Buona narrativa giapponese che si legge con piacere, agevolati dalla prosa fotografica che valorizza i dettagli e conduce il lettore nei luoghi delle vicende tratteggiate e nell’interiorità dei personaggi.
Narrazione di grande efficacia descrittiva che mette in luce l’essenzialità dello spirito giapponese, poco incline al ridondante, anche nei momenti di intensa drammaticità. Nelle storie affiora un’impronta poetica che non cede all’esasperazione dei toni lasciando spazio al naturalismo opportunamente dosato.

Lo scenario del primo racconto è uno sperduto villaggio montano scoperto a seguito della caduta di un bombardiere durante la guerra. Qui si insedia il cantiere di un’impresa dedita alla costruzione di una diga situata sul fondo valle. Il protagonista, precedentemente detenuto in carcere per l’assassinio della moglie, si presenta come lavoratore nel cantiere.
Nel flusso della narrazione egli non esita a fornire, con lucida freddezza, il resoconto dell’uccisione della moglie fedifraga, fatto che gli procura una condanna lieve; le radici del gesto efferato sono rintracciabili in un’infanzia sofferente e un’adolescenza solitaria. Un’acuta sofferenza alimenta la coscienza inquieta di un adulto che, con razionale distacco esibisce il suo macabro feticismo consistente nel conservare parte dei resti scheletrici della defunta moglie.

Credevo che avere sempre con me le sue ossa avrebbe affievolito la mia collera nei suoi confronti.

Il turbamento del protagonista si manifesta in un’amalgama rivelatore di un animo rassegnato al tormento accolto con doverosa forza d’animo.

Nel duro lavoro alla diga la morte è un accadimento che non desta alcuna sorpresa.

Nel computo dei costi di progettazione lavori pareva fosse contemplato anche il risarcimento alle vittime commisurato alla potenza massima in kilowatt.

Una natura battuta dalla pioggia e rigogliosa fa da cornice agli avvenimenti.
La storia è animata dal dialogo silenzioso del protagonista che osserva la reazione degli abitanti del villaggio provati dalla presenza del cantiere; l’uomo agisce per delega del lettore: noi conosciamo i fatti filtrati dalla sua coscienza e osservazione turbata, e non si può dire che gli accadimenti non contribuiscano ad accentuare il suo turbamento. Una coscienza a tratti autoaccusatoria ma distaccata.

Nel secondo racconto, La ferrovia sulla schiena, il protagonista, altro io narrante, insiste sistematicamente nella sua ossessione per le ossa. Durante un intervento chirurgico ai polmoni, il chirurgo estrae cinque costole che l’uomo pretende di riavere indietro e conservare, affascinato in parallelo dalle orate scarnificate, ridotte a semplici lische – dirà la moglie – presenti in fotografia sulla rivista Graph.  Le lische costituiscono l’evidenza che sollecita in lui il desiderio di osservarle da vicino. Parte per un breve viaggio esplorativo lasciando a casa la moglie incinta e il figlio di due anni.

Mentre osservavo la pioggia dalla finestra mi sono tornati in mente gli occhi luminosi delle orate che mi guardavano dal vaso e le lische in trasparenza. E spontaneamente ho rivisto il colore delle mie costole che rilucevano in un contenitore dopo l’operazione.

Delle costole asportate ne otterrà una, conservata con cura per una decina d’anni, sottratta poi dal fratello minore dell’uomo, infastidito da questo comportamento morboso.

La cicatrice sulla schiena è occasione di gioco per il figlio piccolo del protagonista.

Mi sono immerso nel futon e ho chiuso gli occhi. Nitida come non mai ho percepito la cicatrice sulla mia schiena. Curve rotaie di ferro. Immaginavo un trenino con su il mio bambino avanzare mezzo storto su di loro, cigolando sulle piccole ruote, lungo la mia schiena.

Qui la finzione si mescola alla realtà, infatti Yoshimura Akira fu sottoposto a intervento chirugico ai polmoni a ventuno anni; lo veniamo a sapere  dalla postfazione a cura della traduttrice Maria Cristina Gasperini. L’intervento chirurgico  fu elemento cruciale nella scelta definitiva della carriera letteraria dell’autore.  Ashimura non mancò di incontrare Yukio Mishima [1] durante gli studi universitari, come riportato nell’autobiografia Watashi no bungaku hyoryu.

Inseguire le proprie ossessioni è un tratto distintivo osservabile in questa serie di racconti di fattura accurata, unitamente a elementi fattuali tratti da svariate materie fra cui la storia, con un’attenzione particolare alla storia della guerra, la medicina, la geografia, l’ingegneria e la zoologia. Puntare sulla ricerca meticolosa in questi campi, funzionale alla stesura delle trame, è la cifra stilistica dello scrittore, apprezzato nel mondo della moderna letteratura giapponese.
Da alcuni suoi lavori anche risalenti agli anni dello studio universitario sono stati tratti radiodrammi, sceneggiati e film trasmessi da radio e televisioni giapponesi a partire dagli anni Settanta.

Anche se metto al centro i fatti, io scrivo romanzi. Tolto il superfluo, scrivo la storia che ho in mente: noto come lo scrittore che fa ricerca, Yoshimura Akira è considerato un innovatore della kirokubungaku, la letteratura di genere documentario basata sulla raccolta dei dati e l’aderenza al fatto (dalla postfazione di Maria Cristina Gasperini).

Nel terzo racconto, La Fila, la morte torna ad affacciarsi persecutoria nelle ansie del protagonista. Durante viaggi di lavoro anche brevi telefona a casa per ricevere rassicurazioni sullo stato in vita dei parenti afflitti da una salute precaria. Infausti ricordi d’infanzia tempestano la sua memoria rendendolo incline a tali preoccupazioni.

Neppure con il matrimonio ero riuscito a liberarmi dall’angoscia che accadesse qualcosa in mia assenza. In effetti mia figlia da piccola si era procurata una grande ustione dalla guancia all’orecchio mentre ero fuori una notte, e mia moglie era stata investita da un’auto, aveva perso conoscenza ed era stata ricoverata in ospedale sempre una volta che ero via per lavoro.

Successivamente l’attenzione si concentra sul giovane nipote Shunsuke, la cui “stranezza” è conseguenza della visita di commiato alla defunta nonna. Stranezza aggravatasi a seguito della sua partecipazione a due funerali. Shunsuke assimila l’idea della morte come evento ineluttabile.
A seguito del peggioramento del bambino, lo zio gli fa visita ascoltando il suo ragionamento al limite della presa di coscienza circa la fila:

Al secondo episodio di stranezza, mio nipote aveva pronunciato la parola “fila”. «Gli uomini muoiono tutti?» mi aveva chiesto con gli occhi impauriti» (…) «Allora stiamo tutti in fila verso il giorno in cui moriremo…» «È vero, è una fila. Dici una cosa molto appropriata. Una fila, è proprio una fila» convenni, e per la prima volta sul suo viso era affiorato un sorriso.

La conversazione fra zio e nipote è il sigillo che chiude il racconto lasciando al lettore le considerazioni sulla naturalezza di un rapporto costruito sull’ascolto del bambino da parte dell’adulto, rispettandone la delicata percezione della sorte non negoziabile che ci accomuna tutti.

[1] Di Yukio Mishima non possiamo non ricordare il suicidio rituale e l’estetica della morte, ossessione che ricorre frequentemente nei racconti de Il Corteo dell’acqua.


Yoshimura Akira (1927-2006) è un pluripremiato scrittore giapponese. Ha scritto, tra gli altri, Hagoku, 1983 (da cui è stato tratto il soggetto del film Unagi, L’anguilla, Palma d’Oro al festival di Cannes nel 1997), Mizu no soretsu (Il Corteo dell’acqua 1967), Hasen, 1982.

Dopo il catastrofico tsunami dell’11 marzo 2011, il suo Sanriku kaigan otsunami (Il grande tsunami della costa del Sanriku, 1970) fu ristampato in 150.000 copie. Sposato alla scrittrice Tsumura Setsuko, è stato presidente della Nihon bungeika kyokai (Japan Writer’s Association) e membro del PEN Club.





GREGORY CREWDSON

What I am interested in is that moment of transcendence, where one
is transported into another place, into a perfect, still world.

I’m monomaniacal about almost everything

Gregory Crewdson

Gregory Crewdson

Esponente di spicco della Staged Photography, [1] Gregory Crewdson nasce a Brooklyn nel 1962 da madre insegnante e padre psichiatra.

La professione del padre pare abbia favorito il suo interesse per la psicoanalisi, disciplina che ha avuto un’influenza nella sua attività di fotografo immaginifico.

Si narra che, a dieci anni, il padre lo portò a visitare una mostra della fotografa Diane Arbus: esperienza fondativa in vista delle scelte future.

Dopo un esordio musicale come chitarrista in una rock band, The Speedies, lo studente Gregory Crewdson frequenta la Scuola d’Arte Purchase Collage dal 1981 al 1985; durante questo periodo suo padre acquista una vasta porzione di terreno in una zona lacustre nel Massachussetts occidentale, nei pressi della città di Lee.  In un luogo isolato ai margini della proprietà, il giovane artista costruisce una capanna di legno, eletta a rifugio personale per elaborare i suoi ambiziosi progetti fotografici.

Nel 1988 il nostro si laurea all’università di Yale con una tesi avente per tema le case degli abitanti di Lee, da lui ritratte, primo indizio di quella che diventerà la sua arte, nello stile della Staged Photography.

Il mondo campestre e selvatico della provincia americana, per nulla rassicurante ma oscuro e inquietante, è lontano dall’icona del sogno americano che non riesce  a mascherare l’evidente nevrosi dei suoi abitanti. Crewdson ci presenta un mondo privo di riferimenti paesistici che siano di conforto per l’osservatore colto di sorpresa di fronte alle ossessioni dei personaggi raffigurati.

L’artista costruisce scenari nei quali si percepisce nettamente il perturbante, ispirandosi al saggio freudiano Das Unheimlilche, ciò che percepiamo come alieno e familiare allo stesso tempo e che non è insolito incontrare nell’ordinario quotidiano: un tipico esempio sono gli  oggetti inanimati che ci confondono per la loro ambigua apparenza: il classico automa con sembianze umane troppo definite, bambole dotate di lineamenti corporei estremamente precisi, ecc.; il perturbante qui è il non vivente troppo simile a ciò che è vivo.

Il perturbante in Crewdson è riscontrabile nell’iconografia dell’any town, sopraffatta dall’inautenticità insita nella superfetazione dell’arredo urbano e degli interni.

La luce, lungamente studiata,  è elemento chiave della fotografia di questo autore e contribuisce a conferire quel carattere di sogno lucido alle sue composizioni, volutamente stranianti; un buon contributo è dato anche dall’evidenziare nel dettaglio tutti gli elementi della scena allestita con cura maniacale: se ne ricava un opprimente senso di iperrealtà che definirei angosciante.

Nel mettere in scena l’America tormentata della piccola borghesia soffocata da idoli e stereotipi e pallida imitazione dell’inarrivabile upper class, Crewdson si avvale di un folto gruppo di collaboratori e un budget cospicuo, coinvolgendo come interpreti dei suoi lavori anche star del cinema, fra cui il compianto Philip Seymour Hoffman, Tilda Swinton, Gwyneth Paltrow, Cate Blanchett, protagonisti delle scene ritratte.

Una vera e propria macchina teatrale messa in moto per dare corpo a progetti fotografici di grande effetto e significato.

Twilight, Dream house, Cathedral of pines, Beneath the roses e il più recente An eclipse of Moths,  sono i più noti progetti di questo artista che scava nell’insolito, talvolta celato  ai nostri occhi, rintracciabile nell’ordinario paesaggio suburbano, mostrandone l’aspetto livido, ansiogeno e misterioso.

TWILIGHT

Untitled, 2001

DREAM HOUSE

CATHEDRAL OF THE PINES

The Haircut, 2014

BENEATH THE ROSES

AN ECLIPSE OF MOTH

The taxi Depot, 2018-2019

I’m trying to explore what, on the surface at least, seems to be everyday life, and trying to find within that some unexpected anxiety, or fear¸ or wonder¸even.

Gregory Crewdson

Preferisco astenermi dal citare romanzieri e registi del cinema ai quali Crewdson può essersi ispirato; lascio questo piacere al lettore invitato a eseguire una sua ricerca, incuriosito dal fascino di queste opere da scoprire e gustare nella loro apparente eccentricità.


[1] Non mi convince il termine tableau vivant  impiegato da altri commentatori, perché lo  considero inappropriato in questo caso.

Fonte: https://gagosian.com/artists/gregory-crewdson/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo e sono soggette a copyright © Gregory Crewdson




FRANCESCA WOODMAN

Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche e significative della fotografia del Novecento, nonostante il suo breve ma promettente percorso creativo e fotografico che lei stessa decide di interrompere prematuramente togliendosi la vita.

Francesca Woodman era solita fotografarsi, quasi in maniera ossessiva e ne spiegava così il motivo a un’amica, con ironia mista a una buona dose di pragmatismo:

È una questione di convenienza: io sono sempre disponibile.

Francesca Woodman (1958-1981) giovane fotografa americana morta suicida a 23 anni, forse a causa di quel mal di vivere che sovente affligge le persone intelligenti e inquiete.

Quando il disagio travolge gli argini, il gesto estremo può erompere tragicamente. Un’artista di talento e grande sensibilità che ha vissuto la fotografia come mezzo espressivo asservito alla sua visione del corpo. Un corpo che l’autrice voleva fondere con l’ambiente circostante per farne parte, o un tentativo di annichilimento della sua identità? Di sicuro una personalità complessa e profonda dal punto di vista creativo.

Figlia di un pittore e di una ceramista, inizia la sua carriera di fotografa a 13 anni (Self portrait at thirteen); tra il 1975 e il 1979 frequenta la Rhode Island School of Design (RISD) dove si appassiona alle opere di Man Ray, Duane Michals e Arthur Fellig Wegee. Si reca anche nel nostro paese per seguire i corsi europei della medesima scuola, a Roma. Qui dimostra interesse per le opere di Max Klinger.

A Roma conosce, fra l’altro, Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi e Suzanne Santoro. Frequenta anche l’ambiente artistico della Transavanguardia italiana.

Nel gennaio 1981 pubblica la sua rassegna fotografica dal titolo Some Disordered Interior Geometries e nel corso dello stesso mese si suicida gettandosi da un palazzo di New York.

Francesca Woodman pone un’attenzione maniacale alla costruzione formale delle sue fotografie. La sua opera sembra essere un’equazione da risolvere. Nel libro Some Disordered Interior Geometries compone infatti una serie di fotografie che interpretano i principi di geometria scritti in un vecchio libro della nonna.

These things arrived from my grandmother’s they make me think about where I fit in this odd geometry of time. This mirror is a sort of rectangle although they say mirrors are just water specified.

Un’artista provocatoria e irrituale, sulle cui opere ci si sofferma con quell’interesse curioso volto alla ricerca degli indizi anticipatori del suo tragico gesto.

Nelle sue creazioni osserviamo la rappresentazione di uno schema corporeo sapientemente trasfuso in quelle disordered interior geometries per mezzo di lunghe esposizioni e doppie esposizioni meticolosamente studiate, per rendere quell’effetto di assorbimento nello spazio che lei prediligeva.

Uno spirito tormentato volto all’arte, un’autrice affascinante che ha lasciato il segno. Dei suoi lavori c’è chi ne ha ricavato una lettura femminista. Non concordo con questa tesi perché la sua arte non era formulata sugli aspetti di rivalsa di un corpo negato, questione lungamente indagata all’interno dei gruppi femministi, almeno qui in Italia. Per quanto interessata alle tematiche del secondo sesso (cit.), non sono propensa a generalizzare in chiave femminista tutti i fenomeni che coinvolgono le donne, nè incline all’astrazione semplicistica.

In effetti la Woodman, più che promuovere il corpo femminile come soggetto politico, era  impegnata in una sua personalissima ricerca dell’interiorità racchiusa in un corpo come  estensione del suo ego, in relazione con lo spazio circostante; quindi nessuna dimensione sociopolitica nei suoi lavori. In realtà è il surrealismo ciò che influenza la sua produzione artistica, col quale viene in contatto durante il periodo romano.

Il corpo si protende e si confonde entro scenari disadorni, nitidi ma naturalmente essenziali, dove la figura umana (lei stessa è sovente il soggetto delle sue immagini), non tradisce la staticità tipica della posa, quando non è il mosso l’aspetto prevalente.

 Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Francesca Woodman