Una risaia lontana dai mercati dell’arte

Documenta è il museo dei cento giorni, la rassegna d’arte contemporanea che ogni cinque anni, dalla città di Kassel nella Germania centro-occidentale, promuove movimenti artistici all’avanguardia. Arrivata quest’anno alla sua quindicesima edizione, dà letteralmente uno scossone all’idea di arte e di diffusione dell’arte, per diventare una mostra che vuole sovvertire le regole dell’arte e quelle della società. Si inizia con “un approccio curatoriale che mira a un diverso tipo di modello di utilizzo delle risorse orientato alla comunità – dal punto di vista economico, ma anche in termini di idee, conoscenze, programmi e innovazioni”. Il cambio è dato dalla nomina alla direzione artistica non a una sola persona, quasi sempre europea, ma ai nove membri di Ruangrupa, un collettivo indonesiano di artisti, architetti, ingegneri, sociologi, designer, musicisti e scrittori. “Cerchiamo di produrre una nuova estetica, un paradigma etico in cui lo spettatore è obsoleto”, afferma il gruppo nel manuale della mostra. “Il nostro lavoro non dovrebbe essere giudicato da un estraneo, ma in termini di benefici che porta alla comunità che lo crea”. Sovvertire le regole del circuito “altamente competitive, espansive a livello globale, avide e capitaliste” e fare di tutto per capovolgere l’istituzione di Documenta.

I Ruangrupa parlano di creazione attuale come di un ecosistema popolato da collettivi e professionisti non convenzionalmente associati all’arte contemporanea, ma piuttosto a “un’arte a misura d’uomo che opera nei servizi pubblici, nelle scuole, nelle banche, negli ospedali e nelle università, con un ibrido di prassi e forme”. Hanno scelto di organizzare la mostra secondo i principi del lumbung, termine indonesiano per indicare un granaio di riso dove la comunità del villaggio immagazzina il raccolto e lo gestisce collettivamente. Lumbung diventa il modello artistico ed economico interdisciplinare che risponde ai principi di collettività e equa condivisione delle risorse. La modalità con cui definire e organizzare la rassegna è l’altra piccola rivoluzione. Il risultato è un’opera corale firmata da 15 collettivi e 54 artisti per un totale di 1.500 creatori, la maggior parte proveniente dall’emisfero meridionale, praticamente sconosciuti o i cui nomi scompaiono sotto la sigla di un collettivo, divisi tra i cosiddetti membri lumbung e artisti lumbung, in riferimento al metodo di raccolta e gestione del riso. Chi visita Documenta 15 entra in una manifestazione “practice-based”, si trova in una mostra che è un racconto di pratiche ambientaliste, sociali, educative, economiche che appartengono al sud globale del mondo. Una rassegna che si dipana per 32 sedi, distribuita lungo quattro distretti, ciascuno contrassegnato da un colore e da un concetto: il giallo, al centro, corrisponde al cuore della città con i luoghi tradizionali di Documenta; il rosso a nord, nella zona universitaria, dedicato alle questioni sociali; a est, il circuito viola, nell’area di Bettenhausen, nei colossali spazi industriali della società Hübner, il riferimento è all’industria e alla produzione; e il percorso verde legato all’ecologia sulle rive del fiume Fulda. Per tutta l’esposizione l’idea dei Ruangrupa: “Dalla letteratura, alla sociologia, all’economia, alla musica elettronica o all’architettura, creiamo ambienti in cui le persone si relazionano o semplicemente si siedono per parlare di storia dimenticata, nuovi colonialismi e narrazioni migratorie. Non ci sarà molto lavoro, ma ci saranno molti processi”. Uno striscione di protesta è ben visibile sulla facciata Fridericianum: STOP THE KILLINGS. È realizzato dall’artista attivista Kiri Dalena, è un messaggio di RESBAK (Respond and Break the Silence Against the Killings) un collettivo di artisti fondato per organizzare la guerra alla droga nelle Filippine. All’interno dell’austero edificio neo-classico lo spazio espositivo è diventato Fridskul, una scuola utilizzata da artisti e collettivi per discutere e praticare diversi modelli di educazione orizzontale. È proprio questo il lumbung, luogo domestico e spazio sociale dove tutti possono riunirsi, trasformando il freddo spazio museale del Fridericianum in un luogo caldo e dinamico.

Il Wajukuu Art Project, un gruppo basato nello slum di Nairobi, ha realizzato un tunnel che conduce all’interno della Documenta Halle immergendo chi gira per la mostra nell’atmosfera Mukuru con metalli, giochi di luci e suoni che ricordano quelli della città d’origine. In Kenya il gruppo organizza corsi d’arte per i bambini abituati a lavorare nelle discariche. Il Baan Norg Collaborative Arts and Culture, viene dalla Thailandia e gestisce un progetto diviso in tre parti: una rampa per skateboard nella Halle, un teatro di ombre tipico tailandese, il Nang Yai, e un programma per aiutare lo scambio di latte e formaggio tra le fattorie di Nongpho e quelle di Kassel.

Britto Arts Trust è un collettivo del Bangladesh e si concentra sulle politiche nutrizionali e sulle comunità che subiscono gli effetti dell’industrializzazione. C’è anche chi lavora sul riconoscimento della diversità neurologica con artisti e creatori con complesse esigenze di supporto e chi ha organizzato una passeggiata nel parco lungo il fiume tra installazioni fatte da spazzatura per attirare l’attenzione sul trasporto di rifiuti elettronici e tessili verso i paesi del sud del mondo. Il collettivo The Black Archives con il proprio archivio storico composto da documenti e libri di scrittori e scienziati di origine surinamese o africana mostrano cosa possono diventare le pratiche archivistiche quando sono legate alle proteste di una comunità. Così come Les Archives des luttes des femmes en Algérie con più di 60 cartelloni di film, manifesti politici e fotografie relativi ai collettivi di femministe algerine dal 1962, anno di indipendenza del Paese, fino alle rivolte popolari del 2019. Sono esposte le opere di Ceija Stojka, artista rom, che ha raccontato l’olocausto del popolo gitano insieme a quelle di János Balázs, il primo artista rom-ungherese ad affermarsi come tale. Nell’Hallenbad Ost, la piscina costruita nel 1929 in stile Bauhaus , il collettivo indonesiano Taring Padi, che considera compiti primari l’organizzazione, l’educazione e il conflitto, presenta tutto il suo archivio su 600 metri quadri di esposizione. Striscioni di grande formato, poster xilografici e wayang kardus, le marionette di cartone a grandezza naturale, sono le opere d’arte che testimoniano le lotte operaie, contadine e sociali degli ultimi 22 anni. La chiesa di St. Kunigundis è stata trasformata da Atis Rezistans, collettivo di sculture haitiane, in un santuario voudou, pieno di assemblaggi di teschi e ossa umane, reperti di discarica e vecchie parti di automobili. Nella rotonda dell’Hessisches Landesmuseum vengono consegnati ai visitatori tablet e cuffie per attivare una scultura, che rende visibile con la realtà aumentata il sistema di credenze cosmologiche pan-pacifiche che ha ispirato i segni sulla facciata dell’opera d’arte. È uno dei tre contributi artistici di FAFSWAG, un collettivo di artisti lgbtq indigeni della Nuova Zelanda che protestano contro la “cancellazione delle persone e delle identità diverse di genere nelle culture del Pacifico”.

Nel grande piazzale della stazione ferroviaria, per terra, si trovano i disegni di Dan Perjovschi, è il suo Horizontal Newspaper su cui lavora in Romania dal 2010, i temi trattati sono appartenenza, comunità e futuro. Ovunque disseminate nei tanti luoghi di questa edizione di Documenta sono visibili le

insegne del pollo fritto Halal Fried Chicken di Hamja Ahsan, sono lì per mappare gli aspetti della storia islamica, fra sottoculture di fastfood urbane diasporiche e passato coloniale.

La città di Kassel fu il centro cruciale nella politica del Terzo Reich, snodo ferroviario e sede delle principali industrie di armamenti. Venne rasa al suolo dai bombardieri britannici nel 1943 e ricostruita in cemento armato compresso solo negli anni ’50. Per la poca distanza dal confine con la Deutsche Demokratische Republik divenne la “periferia del mondo libero”. Oggi questa risaia comune di arte fatta di archivi e pratiche dialogiche ed esperenziali più che visuali, racconta temi legati ai cambiamenti climatici, alle lotte contro le censure e le oppressioni politiche, contro le speculazioni che distruggono le economie locali, parla di antirazzismo e decolonizzazione, di riconoscimento di soggettività diverse, sposta lo sguardo occidentale verso la collettività nel suo significato più ampio. Con una guerra a un migliaio di chilometri di distanza a est non è solo un esercizio di stile.





S1:E5 “Il Bicighellone nel paese delle zie”

Il Bicighellone ormai familiare ai lettori di Diatomea, ci porta in questa sua avventura della memoria a pedalare con l’immaginazione nel paese delle zie, che fu per lui, da bambino, un’esperienza rituale appartenente alla sfera materna, tanto diversa dal suo vissuto nella casa patriarcale.

Un affetto per i luoghi come estensione del calore domestico percepito da bambino, a casa delle zie.

Lorenzo De Francesco tratteggia con sensibilità quel mondo non più rurale nei comportamenti e nell’ambiente, ma ancora sul crinale, e che cede gradualmente il testimone alle lusinghe della modernità. Una modernità di fatto mimetica, brutta copia dell’originale cittadino più evoluto e tipizzato.

L’autore sottolinea con precisione i segni della mutazione, trasferendo a noi lettori le sue percezioni e osservazioni velate di rimpianto, un rimpianto che deve lasciare il posto all’adattamento ineluttabile al nuovo mondo globalizzato e disidentificato.

Rita Manganello


Una giornata di febbraio fredda ma non tanto da impedirmi di inforcare la bici per smaltire un po’ di quotidianità e ritornare padrone di un pezzo di passato.

Una strada percorsa con i genitori migliaia di volte in auto, fino alla noia, oggi la ripercorro: un ghiribizzo da Bicighellone che coltivavo da tempo. Pedalare è come pompare ricordi dal pozzo della mente, che diventano linfa per il presente.

La mamma era di Rho, classe 1927, terza di quattro fratelli; raccontavano che sarebbero stati sette senza l’intervento della mortalità infantile.

Infanzia subito segnata dalla morte precoce del padre; la madre costretta a lavorare duramente alla Citterio a insaccare salumi tra pentoloni fumanti, i figli lasciati tutto il giorno nella casa di ringhiera: era una tribù quel caseggiato, che si prendeva più o meno cura di loro, una scuola di vita. Grande affiatamento e complicità coi fratelli compagni di tante avventure e ristrettezze.

Licenza elementare poi subito al lavoro, a Milano in una fabbrica. Lì a vent’anni conobbe mio padre; lui la sposò e lei dovette iniziare la sua vita in un altro mondo: lui figlio unico conviveva con la madre vedova estremamente possessiva. Un mondo difficile. Unica concessione alla routine familiare era, la domenica, fare visita alle sorelle e al fratello.

Evadere e respirare l’aria della corte, della ringhiera, ripercorrere i tempi e aggiornarsi sulle vicende di amici e conoscenti. Io partecipavo obbediente a queste visite  rituali durate per anni, fino all’adolescenza. In realtà qualche volta la mamma riusciva anche durante la settimana a prendere il bus (autolinee Stie – Milano-Legnano) per raggiungere le sorelle e mi portava con sé: ho ancora ben presente il sentore della pelle bisunta dei sedili, delle cromature e  il rumore del diesel puzzolente.

Le due sorelle erano proprietarie di una drogheria in pieno centro a Rho; il fratello, grande e grosso, faceva il prestinaio, poi magazziniere all’Alfa di Arese. Oggi capisco il perché di quelle fughe di mia madre dalla suocera padrona. Osservando l’amore fraterno tra di loro, capivo il mio abisso di solitudine come figlio unico.

Oggi ripercorro la strada che porta a Rho da casa mia, come allora: niente tangenziale, voglio ritrovare le stesse sensazioni.

Sensazione di libertà e dominio del tempo, pedalo lungo la circonvallazione delle filovie 90/91, una delle linee simbolo di Milano. Al centro della strada scorreva l’Olona, ora coperto: ho ancora nel naso l’olezzo che proveniva dal fiume che, nato puro sotto il Sacro Monte di Varese, raccoglieva in quegli anni ogni genere di inquinanti, fino a gettarsi sfiancato  sotto gli scarichi della zona della raffineria Condor diventata Shell, poi Eni, attualmente trasformata in complesso fieristico e alberghiero. L’Olona arrivava a Milano già morto, lasciava scorrere il suo cadavere dall’odore acre che ti prendeva la gola e seccava le labbra, difficile da dimenticare. Le acque di un colore inguardabile, spesso spumeggianti di chimica assortita.

Di questi tempi il percorso è più sicuro, la filovia, una volta incubo del ciclista – quando accostava in fermata, non si curava molto di chi c’era tra sé e il marciapiede –   è  ora ingabbiata nella corsia preferenziale.

Pedalo fino a viale Monte Ceneri e lì imbocco via Gallarate, costeggiando la serie di sfavillanti concessionari d’auto, il cui accattivante richiamo è subito spento dalla severa e triste geometria del Cimitero di Musocco, immutata da allora, con quella serie di finestrelle rettangolari a mo’ di prigione che già ti tolgono il fiato, memento mori visivo e spaziale che incombe su questa fetta di città: tappa delle visite domenicali istituite per salutare i  defunti parenti milanesi.

Pedalo lungo una viabilità  francesizzata: molte rotonde, corsie separate: in passato c’era un’unica carreggiata con una corsia per senso di marcia per cui se ti beccavi il camion  lo dovevi seguire fino a Rho. Si esce da Milano e si arriva a Pero, paese spesso citato dai genitori perché era il loro luogo di ritrovo da fidanzati, a metà strada.

Attraverso il centro di questa frazione periferica della grande Milano e percorro la strada che costeggiava, un tempo, la maleodorante raffineria, ora paesaggio anonimo piantumato di fresco.

Da piccolo ero affascinato dai giganteschi serbatoi, e dal flusso delle autobotti a rimorchio con il marchio della conchiglia; quindi passavo sopra al terribile odore che emanava la zona, fissavo a lungo le torri sbuffanti di esalazioni.  la fiamma della torcia¹ e i suoi bagliori lividi di giorno, sinistri la sera.

Passata la raffineria, dopo un rettilineo entro in Rho, sotto il ponte della ferrovia. al quartiere Pasqué giro a sinistra in via Matteotti, dove abitavano le zie.

Attacco la bici a un palo. Mi guardo intorno stranito, turista del tempo.

Tutto più moderno, pulito, globalizzato, asettico. La drogheria sostituita da un anonimo caffè come tanti: cerco un appiglio. Scarsissime tracce del passato, quasi nulla.

Giungevo qui, da piccolo, calzando i mocassini in vernice, tipico accessorio dell’abbigliamento domenicale, duri e scomodi da indossare: se poi  volevo tirare due calci al pallone nel cortile con la pavimentazione di ciottoli, era un disastro.

Le case di ieri: molte rase al suolo, altre imbellettate di colori e stucchi improbabili come vecchie signore che lottano disperate contro il tempo, altre dignitose nel loro degrado. A volte tra il nuovo qualche scorcio ti fa intuire qualcosa, come quando sul viso invecchiato di una persona riappare un sorriso che evoca la bellezza passata. La tristezza mi assale: mi mancano gli odori di allora, le voci di un dialetto diverso dal milanese, più sguaiato, meno riservato, a volte gridato. Il fumo denso dei bar, gli aliti alcolici, gli occhi venati di sangue e i nasi rubizzi, le urla sulle carte giocate.

Oggi una prigione al contrario: in tutti i portoni grate di ferro e citofoni impediscono l’accesso, una volta lasciato libero. Si poteva entrare in qualsiasi cortile, correre e giocare. C’era la grande leva del pozzo a mano, che faticavo ad azionare, poi improvvisamente l’acqua sgorgava dal becco d’ottone consunto nel lavabo di pietra grezza. Quella leva presente nella foto d’epoca che ritrae insieme i miei genitori fidanzati.

C’era la nebbia che nascondeva  la casa in fondo al cortile.

Mi manca l’odore della drogheria delle zie dove passavo ore dietro al bancone a giocare con mia cugina, fingendo di servire una clientela invisibile ma esigente, tra i  grandi scaffali in legno che contenevano le merci sfuse: caffè, zucchero, farina, blocchi di cioccolato e vasi di marmellata. Le grandi uova di Pasqua luccicanti e le vetrine scintillanti di Natale: erano gli anni del boom, l’entusiasmo trainante del consumismo attecchiva facilmente.

Il cortile dove correvo per giocare un po’ anche al freddo; dentro le zie fumavano e io non respiravo.

Fuori sulla strada i giovani con le moto smarmittate e le auto rombanti celebravano la domenica del  paese, chiassosi, un po’ alticci, fieri dei motori lumando le ragazze con le prime minigonne ², altri  orecchiavano i risultati delle partite appiccicati alle radioline gracchianti, tutto il calcio minuto per minuto.

Le corti di oggi disinfettate, asettiche, innaturali, silenzi che urlano il vuoto.

Riaffiora nella memoria la semplicità povera di un tempo dove dominavano gli odori e non provavi schifo a rimettere in bocca il pezzo di pane caduto a terra, pulito sommariamente, piuttosto che buttarlo.  Quando bevevo a piene mani sporche dalla fontana del pozzo, sudato e affannato dopo le corse: un’acqua buonissima.

Gli zii per uno strano scherzo del destino (ma il destino ha il senso dell’umorismo?), la morte se li è presi in ordine inverso di come li aveva partoriti la vita: dal più giovane alla più anziana.

Rivedo tutta la storia come la sequenza delle tessere di un domino e lo sguardo si ferma all’ultima, quella dove nessuno si può più attaccare.

Riprendo la bici, sono già scese le ombre della sera, freddo fuori e freddo dentro: ripercorro la strada verso la grande Milano, quella stessa che mamma fece un giorno, forse col magone, lasciando il suo mondo paese.


 ¹ La torcia, indicata anche come fiaccola, è un sistema di combustione ad alta quota di gas indesiderati utilizzato negli impianti industriali quali raffinerie di petrolio, impianti chimici o petrolchimici.

² il riferimento al cliché “donne e motori”  è palese, leit motiv dell’epoca.


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S1:E4 “Il Bicighellone ai Giardini Pubblici”

Infaticabile Bicighellone pedala con rinnovato vigore percorrendo le tappe di un itinerario segreto che solo lui conosce.

Guidato dalla memoria e dalle percezioni sottili generate dal mormorio dell’anima, Lorenzo si muove agilmente tra gli elementi dell’ambiente che la vista individua e riconosce, restituendo a noi l’immagine speculare delle sue proiezioni interiori.

Frammenti di esperienze passate, umori del momento, la curiosità di ritrovare, nei dettagli del paesaggio, parti di sé che partecipano a una presa di coscienza nota solo a lui.

Le fotografie in bianco e nero esaltano l’interiorità senza cedere al dogma dell’astrazione – lo dico in senso buono – che è una delle caratteristiche principali della fotografia priva di colore.

Un’indagine retrospettiva che spazia dai ricordi d’infanzia al presente, in un’evoluzione costante che è tipica delle persone riflessive.

Penso che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé in queste immagini e nella storia dell’autore che aspira a inserirsi nell’ immaginario collettivo di cui tutti facciamo parte.

Rita Manganello


Cosa spinge il Bicighellone a inforcare la bici e avventurarsi senza meta nell’imbolsita domenica invernale milanese, in questi inverni non più inverni, ove nebbia e neve sono eccezione e non regola?

Dove istintivamente si aggira il bicighellone milanese? Dove appare, in questi mesi che verranno ricordati dai sopravissuti come quelli della pandemia, delle mascherine, della pioggia dei decreti matrioska ?

La molla che proietta il bicighellone fuori dal suo habitat è composita: un’inaspettata unghia di sole, una delusione, un’idea da rincorrere, un’illusione di libertà, una discussione, un pasto troppo ricco che ha reso le arterie cerebrali foderate di colesterolo da smaltire.

Dopo aver girovagato tra Naviglio Grande e bastioni deserti, mi dirigo con una pedalata gagliarda lungo la cerchia dei navigli, zona  popolata da sparuti accompagnatori di cani e invadenti cantieri della linea metropolitana 4 – ernie che strozzano la strada – e imbocco corso Venezia con la sua ambiziosa prospettiva.

Come un magnete gravitazionale, al quale nemmeno le astronavi più potenti riescono a sottrarsi e ne sono inesorabilmente attratte, penetro in quei Giardini pubblici milanesi discutibilmente intitolati a un controverso personaggio non milanese.

Li ci sono tre pilastri – milestone per gli snob – della memoria, personale e collettiva dei molti che hanno pascolato come un placido gregge  in questi luoghi, le domeniche della loro infanzia,   vestendo i panni della festa e accompagnati da uno o più genitori analogamente lindi e ben vestiti  e dotati di videocamera: miniature e modelli ben appaiati nella somiglianza.

Quando con la bici passo accanto a questi luoghi, nella mente si accende in automatico  lo schermo della memoria che mi fa entrare nel  flusso del tempo.

Lo zoo, meraviglia dell’incosciente e pura infanzia, orrore dell’adolescenza e oblio dell’oggi: gabbie vuote ove le fiere hanno lasciato il posto ai nostri desideri irrealizzati. Il brivido di paura quando la proboscide bavosa dell’elefante risucchiava le noccioline dalla manina; l’olezzo del pesce che restava sulla mano dopo averlo gettato alle golose foche, l’odore acre degli escrementi animali che attecchiva nelle narici a lungo permanendovi. Oggi prendiamo coscienza che gli ingabbiati siamo noi: consumismo e globalizzazione ci gettano le noccioline che aspiriamo bavosi.

Il museo di storia naturale, col suo enorme triceratopo che stupisce sempre per le sue dimensioni e la teoria di animali imbalsamati che resistono a ogni tentativo di rinnovamento espositivo, improbabili testimoni del mondo, ma tracce dell’incapacità a diventare un museo moderno. L’ho visitato da bambino, ci ho portato i figli e ora i nipoti e quei vitrei occhi sempre gli stessi, immutate sentinelle del tempo. Come uno strano rito iniziatico l’obbligato percorso tra quelle vetrine.

La nostalgia che aleggia nei luoghi è squarciata, come le nebbie marine dal sole, dalla sagoma tonda del Civico Planetario, stargate mio e penso di molti. Una costruzione discreta, quasi mostrasse ritrosia a farsi vedere di fianco al pomposo ottocentesco neogotico museo di storia naturale. Lì ho scoperto l’universo. Il padre lungimirante mi ci accompagnava regolarmente e io, inizialmente inquieto nell’osservare il mostruoso insetto ergersi al centro della sala, con le divertenti sedie girevoli, restavo senza respiro quando al calare delle luci l’immensa grandezza dell’universo era a portata di mano.

Gl occhi si perdevano e le orecchie assorbivano le appassionate lezioni degli astrofili, che iniettavano la voglia di scoprire. Da quello spazio-tempo fantastico nel quale ci si richiudeva per un’ora in un magico cinema cosmico, si usciva ricaricati, rigenerati, con una scala dimensionale impressa nell’occhio che ci dava la misura delle nostre cure rispetto all’universo. Da lì, il passo a comprarsi un telescopio e trascorrere intere notti al freddo a perdersi nelle stelle e nei pianeti, è stato breve.

Oltrepasso questi fari che irradiano onde di memoria, e mentalmente rinvigorito dal formarsi di nuove sinapsi, attraverso il giardino e raccolgo pensieri ed emozioni, evocate da oggetti insignificanti: si tratta di rifiuti che invece parlano, ancora vivi. Un fazzoletto sulla panchina, forse ancora umido di lacrime o di Covid; uno scontrino accartocciato a terra, gesto di un incivile o memoria di un evento, un riflesso in una pozzanghera destinato presto a sparire sotto le mie ruote, che in un attimo mi dice del mio rispecchiarmi nella dicotomia tra reale e immaginario, dove siamo, dove vorremmo essere, alberi vivi o rinsecchiti, dove non saremo mai se non nel desiderio o in una a lungo sognata sua materializzazione. Come il vasto riflesso del museo nella grande pozzanghera con la sua frontiera fangosa tra reale e immaginario.

Quei binari messi lì per il gioco dei bambini e che ci dicono di un percorso apparentemente spensierato tra il verde, percorso che è invece obbligato, dove l’inizio coincide con la fine simulando l’eterno ritorno. Quelle panchine, inalterate sotto ogni clima, più impregnate dei confessionali di storie, di incontri felici o di tristi addii, di ricordi, come nei film che definiremmo prevedibili, se non continuassero inspiegabilmente ad essere proiettati e partecipati. Mamme con i bimbi in carrozzina, signore con un libro, umarel con la Gazzetta dello sport arrotalata nella tasca del cappotto, donne sole con un cane, grappoli di ragazzi abbarbicati agli smartphone da cui attendono messaggi di salvezza o di perdizione, gruppi di fotoamatori con corredi da safari fotografico per immortalare dei piccioni. Alberi che mi dicono della loro storia, angoli di verde-illusione-di bosco in cui appartarsi, in realtà dei traforati violati dagli sguardi dei passanti. Alberi da abbracciare per captare l’energia verde di cui la città ha sete. Un fantastico affresco, sempre diverso e sempre uguale.

Immagini come quelle belle enciclopedie di una volta, acquistate a fascicoli, rilegate con cura, esposte con orgoglio nel salotto buono e ora cimeli ingombranti sparsi tra solai, cantine, seconde case, box: tanto amate e ora tradite con un annuncio di vendita a poco prezzo su Ebay.

Immagini che fanno sbocciare improvvisi i ricordi, come la pioggia sul  deserto di Atacama, tappeti  ancora vivi, colorati, odoranti, conservati nei vasi di vetro della drogheria della memoria, che ho accumulato nel tempo e che mi piace riaprire per riannusare, fin quando avrò le chiavi e saprò leggere le etichette.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




LA SCELTA

Mentre camminava per strada diede un calcio di piatto ad un pacchetto di sigarette per terra. La scatola spiccò il volo allontanandosi di parecchi metri; quel gesto, per un istante, la fece sentire onnipotente.

Stava andando in aeroporto a prendere il suo compagno, volo Parigi – Roma.
L’aria fredda sul viso mentre cercava di raggiungere l’automobile sembrava ridestarla da un torpore esistenziale. Si trovò improvvisamente ad immaginare un blocco dei trasporti aerei, provando un istintivo senso di euforia che censurò quasi subito.
Cosa le stava accadendo?

Quell’uomo era il motivo per il quale aveva intenzione di cambiare progetti di vita. La distanza era stata un peso troppo grande ed il distacco da lui innaturale: si tornava ad un punto di partenza preparandosi ad una nuova attesa, un ritorno, un nuovo ricordo, che si susseguivano incessantemente. Ma se prima questo ciclo sembrava portare nuova vita, ora era diverso.

A passi sempre più veloci raggiunse l’automobile, aprì lo sportello e si sedette rendendosi conto che quel silenzio intorno le apparteneva. 

“Cosa si sceglie veramente?” fu la domanda che le balenò in testa poco prima di mettere in moto. Il legame tra lei ed il suo compagno che dinamiche aveva avuto?
Un legame incuneatosi silenziosamente nelle loro vite di persone estranee, che aveva dato vita ad un film fatto di tanti luoghi comuni. Una frittata semplice, in un momento di particolare appetito, scambiata per una prelibatezza.

Inserì allora la chiave per l’accensione dell’auto, ma esitò nel girarla. Uno, due, tre secondi.
Troppi.
Lui stava sicuramente atterrando, non aveva senso arrivare in ritardo e farlo aspettare. Le venne allora in mente una parola poco familiare che le era mancata per tutto il tempo: ‘ tenerezza’.

Passarono altri istanti. Ad un certo punto riaprì di scatto la portiera, scese dall’auto, richiuse con forza e cominciò a camminare velocemente in direzione di casa. Così, all’improvviso, mentre il rumore dei suoi passi sembrava riprodurre il battito del cuore.
L’aereo, l’appuntamento, il telefono che di lì a poco avrebbe squillato. Tutto cancellato in un attimo.
Le falcate sempre più veloci, il fiato grosso e l’aria fredda che risvegliava altri pensieri.

Si stava allontanando da una vita in corso cercando di convincersi che non era giusto, che non c’era nulla di ragionevole in quella fuga, che avrebbe dovuto affrontare la situazione in maniera diversa. 
Ed invece continuò a camminare verso casa con la sensazione di aver cambiato maldestramente copione, cominciando a recitare una parte che le calzava a pennello.
Finalmente si sentì bene, quasi leggera, e per la seconda volta in quella sera, davvero onnipotente.





S1:E3 “Il Bicighellone. Frontiere urbane”

Il terzo episodio degli Appunti del Bicighellone vede il protagonista aggirarsi nelle aree di frontiera urbana caratterizzate dalla presenza di mutazioni che possiamo individuare nella street art considerata talvolta creatività marginale, opera di graffittari invadenti.
L’esplorazione cittadina compiuta dall’autore non si limita a registrare, all’occorrenza,  le disarmonie di un assetto casuale e caotico degli elementi architettonici e urbanistici, ma diventa occasione di riflessione sul proprio vissuto in un territorio lacerato dall’espansione incondizionata della città, regolata da criteri che poco hanno a che spartire con l’idea di coerenza funzionale ed estetica e rispetto del destinatario: noi.
In fondo il Bicighellone prende atto della difformità di talune progettazioni nel contesto urbano, con pacata rassegnazione. Il concetto di frontiera, di cui parla Lorenzo De Francesco, è sia nostalgia di un passato semplice ed essenziale, sia tentativo di mediazione con una realtà non modificabile.
Siamo noi quello sbaglio di natura capace delle peggiori trasformazioni ambientali, e dobbiamo rassegnarci al degrado che è ormai storia infelice di questo pianeta?

Rita Manganello


Lascio l’auto-utero, ovattata navicella  che per anni mi ha condotto nei tragitti ciclici casa-ufficio-cliente-ufficio-casa-scuola-supermercato-mare-montagna-casa-ufficio… Nel tentativo di alienarmi da quello che stavo attraversando, mi immergevo in un mondo di notizie ossessive, martellanti, di musica di evasione appositamente ricercata o di lunghe telefonate con altri disperati come me su altre navicelle vaganti nel territorio,  inseguendo affannosamente il business.

Inforco l’amata bici, mi sento nudo, non più difeso dal guscio uterino di vetrometalloplastica, schiaffeggiato dai rumori, dai gas, dalle asperità del manto stradale: rotaie, tombini, giunti, che emergono dal nulla e mi fanno sobbalzare ricordandomi come sono fatto dentro, eppure mi sento libero.

Torno dai giretti nella campagna circostante e attraverso la frontiera urbana che separa i campi dalle prime case.

Terre di mezzo la cui cifra distintiva sembra essere una costellazione di piccole discariche estemporanee e abusive, sparse casualmente, riempite per consuetudine e regolarmente svuotate, ma sempre piene: escrementi occasionali  che marcano il territorio, come una città organismo che non ha un cesso, ma che si libera, un po’ per affronto e un po’ per tracotante presenza, infilando i suoi squallidi tentacoli urbani nei campi.

Poi arriva lei, la città: asfalto, marciapiedi, cemento, pali, linee aeree e sento man mano che la terra nuda di prima è ora strato sottile e soffocato dall’alto in basso, wafer trapassato dai cunicoli fognari e infarcito di questi invadenti manufatti che pare crescano in modo disordinato. E così gli umani. Li vedo scorrere compressi, incanalati, pesci boccheggianti nelle navicelle ovattate, che a volte urlano e gesticolano testimoniando l’oppressione.

La città come una pentola a pressione che cuoce tutte le vite accorciando i tempi.

Lo sguardo e la mente si distendono e al solito indugiano bighellonando su luoghi che scopro di frontiera interna, dove il rivestimento di cemento e asfalto non ce la fa a contenere la pressione e qualcosa tracima irresistibile sputando linee e colori, forme assurde viste di primo acchito.

Zone ricche di interventi pittorici sul tessuto urbano, luoghi da un lato ambigui, equivoci, un po’ sinistri; dall’altro intuisco emergenze di pensiero, istanze represse di creatività intensa che trovano spazio e, a tratti, illuminano.

Cangianti, secondo le opportunità, gli spazi e gli umori degli artisti.

Il salto qualitativo dal “marcare il territorio” a “emergenza creativa” che a volte ben sintetizza sogni e/o incubi del nostro quotidiano.

Li sbirciavo distrattamente passando in auto, concentrato su altro, oggi posso percorrerli lentamente, fermarmi per contemplarli e fotografare i particolari.

Allora scopro la contaminazione creativa: come in un film di fantascienza si affacciano creature improbabili eppure fatte di parti singolarmente riconoscibili, come se l’artista si fosse divertito a smontare il mondo animale – uomo compreso – e a rimontarlo a piacere, per definire nuove funzionalità non necessarie alla produttività ma solo alla fantasia.

Un tracimare spumeggiante e incontenibile quasi a scostare con la sua forza il coperchio tombale dei muri, spesso proprio dove passano i treni, quasi a voler afferrare l’essenza di quelle vie di fuga, di transito o di arrivo, comunque di spinta verso qualcosa.

I sensi si collegano spontaneamente al repertorio iconografico memorizzato. L’artista si è lasciato, cosciente o no, contaminare, trasformando segni e forme in nuovi soggetti, il cui significato scaturisce  dalla fantasia del passante.

A volte mostri, a volte figure ammiccanti, personaggi di altri mondi vestiti di cromie suggestive, rovinate spesso dai vandali e dal tempo ma presto riproposte in nuove configurazioni immaginarie.

Inquietanti innesti uomo macchina come gli Alien di Giger o citazioni surrealiste e dadaiste, anti-arte che diventa arte, disgustando l’umarel mediocre dalle cartilagini mentali artrosiche.

Stargate per le menti aperte e ancora vive, verso mondi fantastici che raccontano l’irriducibilità dell’umano anche sotto secoli di cemento, l’urgente e necessaria voglia di comunicare che trasforma luoghi tetri e anonimi  in passaggi tra due mondi incompatibili.

Uno di questi luoghi lo conosco bene, sotto gli archi che emergono lentamente dall’asfalto per innalzare il treno sopra il Naviglio e proiettarlo verso la Lomellina, archi che nelle grigie serate si trasformano in antri bui e inquietanti, a volte mal frequentati.

Lì sotto sgorga misterioso il Lambro meridionale, un canale artificiale che nasce dalla confluenza dell’Olona con uno scaricatore del Naviglio Grande, con le sue acque turbinose.

Archi che sembrano invogliare i treni a saltare fuori dai tunnel della città per sfrecciare liberi nella campagna, per poi tornare alle loro case. Oppure sempre lì i treni sembrano rallentare per essere inghiottiti dalla città quando arrivano nelle nebbiose mattine dense di sonno e di rumore.

In uno di questi antri orcheschi si trovava un grosso e loquace gommista. Aveva l’officina incastonata sotto l’arco, saturando tutto lo spazio disponibile, con l’apertura principale su viale Cassala e la secondaria che dava sul retro, pochi metri prima della riva del canale. Uno che quando ci andavi per una foratura, con varie scuse cercava di farti cambiare tutto il treno di gomme.

Un luogo quasi bucolico, possibile meta di incontri amorosi,  se non fosse per la secolare puzza delle acque e per i rifiuti regolarmente abbandonati sotto l’arco o gettati nel canale, lasciando fetidi resti impigliati nella vegetazione caotica delle rive. Infatti fu chiamato per secoli Lambro merdario per lo scolo dei residui fognari di Milano.

Ricordo il fetore quando portavo l’auto sul ponte sollevatore, nell’ampia parte dell’officina situata tra il cavalcavia e il canale, come se l’antro si espandesse  istantaneamente in un altro mondo, spazioso, sconosciuto, che esercitava su di me un insolito e nauseabondo fascino di luogo accessibile a pochi selezionati avventori.

Ancora oggi lo attraverso furtivo in bici per tagliare il percorso costeggiando il canale e riprovo le stesse sensazioni, sento lo stesso odore.

Mi allietano queste creature che emergono da un universo represso per smuovere la mente e mi accompagnano gioiose per tutta via Malaga, fino a casa, invitandomi a fuggire con loro.

Proprio oggi, in bilico sulla riva del canale qualcuno ha lasciato una carrozzina per invalidi, quasi nuova, che guarda le acque dal bordo ripido. Suggestiva metafora di uno spettatore innamorato del luogo fino alla paralisi, dissoltosi nei mefitici vapori chissà quando.

Esito “profetico” per un Bicighellone ?


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




S1:E2 “Il Bicighellone. Vie di fuga”

Siamo al secondo racconto della serie  Appunti del Bicighellone.
Lorenzo De Francesco ci conduce, a cavallo del suo destriero cittadino, nei sentieri campestri alle porte del quartiere Barona, tra le vecchie cascine che costituivano il tessuto abitativo di quella parte della città, Milano, dove  l’urbanizzazione spinta è poi penetrata a dilapidare quel contesto umano e sociale divenuto obsoleto, come pretende lo sviluppo socioeconomico di qualsivoglia metropoli.
La mente adulta si perde nei bagliori della costellazione adolescenziale – la prima bicicletta ricevuta in dono dal padre – per poi liberarsi nel presente, per soddisfare il bisogno di qualche momento per sé mediante brevi fughe nella campagna, crinale tra il vecchio e il nuovo, come un navigatore in solitaria alla ricerca della propria unicità.

Rita Manganello


Lei mi aspetta silenziosa, anche per mesi, al buio; sa che prima o poi aprirò la porta, entrerò con lo sguardo basso. Non mi serba rancore, alla fine sa che quando ho bisogno vengo a cercarla.

Il suo occhio un po’ strabico e dalla palpebra ossidata si accende del riflesso della lampadina nel corridoio della cantina.

Aspetta che io le sciolga la catena, la abbracci per sollevarla e la porti alla luce, per darle una ripulita, gonfiarle le gomme e raddrizzare un po’ il manubrio condorino. [1]
Appena lo impugno mi torna alla mente il giorno, era giugno 1966,  quando mio padre me la fece trovare al mattino, con una scusa, davanti alla porta del box: la Legnano serie oro, luccicante e splendida;  le decalcomanie artistiche la impreziosivano, le cromature scintillavano al sole. Era il premio per la mia promozione col massimo dei voti all’esame di terza media, primo prodotto della famosa media unificata  [2], considerata un po’ di serie “B” da quelli che avevano fatto la vera scuola media. [3]
Per uno strano scherzo del destino, che ama riportarci coi piedi per terra,  la gioia di quel dono venne subito offuscata nel pomeriggio dalla morte della nonna materna: la dura legge della compensazione.

Con lei iniziai a esplorare solitario le strade della Barona che cambiava, e per me cambiare i rapporti era una sensazione nuova, unica, sentire lo scatto e il variare della forza da impiegare. Mi accompagnò nelle lunghe solitudini al lago, tra Desenzano e Solferino e sulle statali dell’assolata pianura, per diversi anni.

Con lei ancora oggi, come con un’amante furtiva, attraverso rapido le ultime case per gettarmi nei campi del parco agricolo. Emulo povero di un cavaliere nelle praterie, ricerca di solitudine, silenzio; sento il vento che fischia nelle orecchie e immagino di essere quel cavallo arabo del proverbio. [4]

Parco assediato dai barbari alle porte, centri commerciali e direzionali cresciuti nella mistificazione consumistica, frattali del progresso che trovano una tentata bellezza solo vestendosi abusivamente nelle rare giornate terse, con i raggi del sole morente.
Altrimenti restano tristi monoliti, il cui splendore luccicante da nuovi viene presto attaccato dagli spietati ossidi, uniformandosi al paesaggio.

Villaggi residenziali ricolmi di promesse di verde e di spazi, progressivamente affiancati da altri che erodono il verde,  impacchettati dai nastri di autostrada e tangenziale; le zanzare festeggiano l’arrivo dei nuovi ospiti.

Percorro quella che mi piace pensare come frontiera urbana: avanzano  i segni della colonizzazione, cartelli stradali arroganti, tralicci enormi incombenti, carichi di energia chissà da chi e per chi. 

Segni che inquinano il tracciato medioevale dei canali irrigui delle marcite, tecnica culturale millenaria  importata dai monaci cistercensi e che diede benessere e prosperità, ora in disuso per colture più profittevoli.

Edifici che finiscono improvvisi nel vuoto orizzonte dei campi, presidiato dalle prime cascine – di frontiera, appunto – baluardi che offrono prodotti a chilometro zero e danno al cittadino l’illusione contadina compresa nel prezzo e piacevoli convivi domenicali.

I campi resistono, mi accolgono d’estate col sentore caldo dei mucchi di letame, col profumo del fieno tagliato, con nugoli di insetti che sferzano il viso in corsa; d’inverno con l’umida  nebbia che tutto sfuma, compresa la propria identità,  simile a quella dei solitari sconosciuti che vagano nei campi: figure umane e vegetali fuse in un unico limbo.

Una fuga dall’alienazione necessaria e sedativa del quotidiano, ricerca compulsiva di radici lontane, domande non risposte.

La strada scorre sotto le ruote, gli occhi osservano ipnotizzati e sospesi, la mente rivede rapida scelte di studio, di vita, di lavoro, incontri d’amore e di sofferenza:  annegati diorami in una boccia di vetro opacizzato dal tempo.

Strada apparentemente libera, ma rotaie invisibili guidano il percorso della vita. La mente nuota come in un’immensa piscina, mare ove i ricordi ti vengono incontro, a volte pesci colorati, a volte frammenti di polistirolo che galleggiano sulla linea dei giorni.

La città la senti: di giorno la sua ossessiva vibrazione di fondo, di sera la diffusa luminescenza che uccide le stelle più piccole, lasciandoci Sirio, qualche pianeta di passaggio o l’ineffabile Selene.

Mi allontano, ma l’elastico gravitazionale della città mi  trattiene, invisibile, mi dà l’illusione della fuga ma poi mi riprende quando sono esausto, mi fa ritornare, con nello zaino la borraccia vuota, piena d’aria di libertà.

Sudato, la abbraccio teneramente per riporla  in cantina, spengo la luce, dentro e fuori.

Alla prossima.


[1] il termine “condorino” ( piccolo condor) si riferisce alla forma a uccello del manubrio dritto e stretto. La bici condorino era costruita dalla maggior parte dei produttori italiani dalla metà degli anni ’50 fino alla metà degli anni ’80.

[2] La riforma scolastica della scuola media inferiore, detta scuola secondaria di  I grado (legge nr. 1859, 31.12.1962), grazie alla quale si istituiva in Italia l’obbligo scolastico della durata di otto anni, dando il via alla scolarizzazione di massa.

[3] Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione.

[4] “l’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




S1:E1 “Il Bicighellone”

Abituati a vederci e considerarci secondo il discutibile concetto di modernità, viviamo confusi e continuamente assoggettati a stereotipi che ci vogliono tenere ancorati alle ingannevoli offerte di un mondo artefatto negli stili di vita. Lo scopo perverso è l’invito nemmeno tanto nascosto a  comportarci da buoni consumatori.
Diversa e augurabile è l’attitudine del flâneur che, nel racconto di Lorenzo De Francesco, pedala  in bicicletta per la città, godendosi le buone cose ritrovate, anche se l’inevitabile cambiamento dovuto alle diverse opportunità e necessità di una città trasformata può averle modificate.
Lorenzo ironicamente si definisce Bicighellone, simpatico appellativo del bighellone perditempo, ma anche flâneur, per essere precisi, allo scopo di evidenziare l’aspetto qualificante dell’osservazione curiosa e riflessiva di colui che ritrova e rivive i luoghi della memoria, con l’affetto di chi è radicato nel proprio mondo, quindi non un vagare inconsapevole per le vie della città.
Il bicighellone prende mentalmente nota e confronta ma non valuta i fenomeni.
Questo è il primo racconto della serie Appunti del Bicighellone.

Rita Manganello


C’è una luce sottile, leggera che avvolge  monumenti e case stranamente puliti, in questo novembre che è ancora settembre. Le ruote della bici saltellano sui blocchi di selciato, sgusciano tra le rotaie, mentre gli occhi scrutano scorci interessanti da fermare, le orecchie indovinano l’avvicinarsi di motori minacciosi.

Che sensazione poter rivivere la città in questo modo vecchio eppure nuovo; centellinare luoghi percorsi nevroticamente migliaia di volte, di giorni, di urgenze.

Ho attraversato i Giardini: erano il mio povero premio, in alcune domeniche, venire qui allo Zoo, [1]  nutrire gli animali tristemente ingabbiati, farmi riprendere dalla 8mm Kodak del babbo, vestito a festa in pose fiere. Luoghi di emozione allora, insignificanti oggi; ma in dissolvenza quelle immagini scorrono ancora.

Mi fermo ad aspettare che il vecchio tram sbuchi dall’arco medievale di porta Nuova, mentre raggi di ultima luce fanno persino bello il  candido bassorilievo fascista del palazzo dell’Informazione. Più in là la conica cuspide di San Marco è affiancata in prospettiva dalla sagoma quasi mostruosa del Curvo di Citylife. [2]

Il Bicighellone, un bighellone in bici o più esoticamente un flâneur in velocipede, si compiace di vagare senza meta, rincorrendo la luce che scappa tra palazzi e vie più deserti del solito a causa di questa pandemia assassina che molti accolgono con indifferenza arrogante.

Un’umanità scarsa e mascherata percorre vie nitidamente vuote, file di taxi aspettano dei fantasmi.

La Scala tetramente chiusa, devitalizzata, sospesa a qualcosa, attende una nota ancora invisibile.

Le rotaie tracciano la strada, ma a volte macabri frammenti ciechi, annegati e troncati dall’asfalto mi ricordano linee estinte. Cicatrici di una guerra che annientò il trasporto pubblico elettrico, silenzioso ed ecologico per far spazio a fumosi autobus assordanti.

Corro ipnotizzato da queste rotaie, lucide di freddo riflesso, incurante dell’incessante martirio del selciato che trasforma la sella in una tortura sfiancante. Inevitabilmente l’atmosfera serale, la luce cadente e radente, l’aria più fresca, scatenano nella mia romantica mente musiche e ricordi, una sequela incessante che sempre si affaccia in queste occasioni, malinconico spartito che raccatta musiche amate che si accavallano per affacciarsi alla mente, un po’ tristi, un po’ gioiose, tutte legate a precisi momenti, a intense emozioni. Sotto gli occhi a volte passa uno scambio, con l’ago diritto o piegato, come nella vita il tuo simbolico tram prende una direzione o l’altra. A seconda del percorso il conducente fa scattare lo scambio, un rumore metallico inconfondibile, se sei vicino è stupore assordante improvviso.

Alla fine il vagare estingue il suo impulso, devi ritornare a casa, seguire la rotaia invisibile: la fantasia si spegne come quel riflesso di sole ormai stinto, il buio della sera avvolge i pensieri e i ricordi in un pacchetto quotidiano, accurato, sempre uguale. Quel tram allo scambio è andato da un’altra parte, ora il suo posteriore annega là in fondo, diventa invisibile, imprendibile, assorbito dalla prospettiva delle case in lontananza, mentre si avvicina al capolinea. Ogni fine è un nuovo inizio, fino all’ultima corsa verso il deposito.


[1] gli attuali giardini Montanelli in via Palestro a Milano.

[2] Il grattacielo  progetto Daniel Libeskind


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




LA CASA DELLA ZIA

Non un racconto di finzione, La casa della zia, di Lorenzo De Francesco, ma una storia vera, un breve mémoire dell’autore che ha vissuto da bambino, e poi da adulto, questo rapporto familiare tenero e compassionevole con la protagonista della storia, una prozia, le cui vicende appaiono tormentate: si sposò infatti con un uomo che non seppe renderla particolarmente felice, nella nostra visione di osservatori, ma al quale lei era devota. La vicenda si chiude con la scomparsa della zia, alla fine degli anni Novanta.
Un racconto che sottolinea le criticità della cultura patriarcale responsabile della sottomissione della donna, da parte del marito tiranno, qui rappresentato impersonalmente come “lui”, emblema e stereotipo del maschio padrone e prevaricatore, con il contributo della parentela che agisce  in un coro di insensibilità ed egoismo, lontana da qualsiasi umana considerazione per una donna provata dalla solitudine e dalla malattia. Un’alleanza spietata, un racconto paradigmatico.
Una storia d’altri tempi si direbbe, ma ne siamo proprio sicuri ?
Monja Zoppi

 


Il lavandino era così da qualche anno, le vecchie pentole di sempre, ammucchiate e unte; ormai la zia aveva solo la  forza per respirare; il marito defunto da dieci anni le aveva lasciato unicamente la casa, fino alla morte, e a quella casa lei era visceralmente attaccata: non tollerava che nessuno ponesse mano al suo degrado, quasi dovesse accompagnarla con la sua fatiscenza nella tomba.

I parenti erano lontani, in un’altra città, altro da fare; di tanto in  tanto andavano a trovarla e una volta  dentro già cominciavano a guardare l’orologio e a dire che non si sarebbero potuti fermare tanto: la strada, la nebbia, la partita, e lei tornava sola.

Nella casa le tracce di qualche scampolo di felicità passata, qualche oggetto comprato nelle rare passeggiate col marito, una foto risalente agli anni Trenta, loro due con il gelato. La felicità agli inizi sembrava a portata di mano ma poi niente figli, sembra lui non li volesse. Lei veniva da una relazione tormentata, sgradita alla famiglia, terminata con un aborto riparatore; questo  intuii da discorsi frammentari di sua sorella, mia nonna.

La ritirata prematura in quella casetta ai bordi della campagna mantovana, torrida d’estate, gelida d’inverno, tra gente lontana dalla sua sensibilità e sempre affaccendata nei campi, negli allevamenti, in giro a curare i propri interessi.

Anni di trascuratezza e solitudine: lui si alzava al mattino verso le nove, faceva il bagno  seguito dalla colazione, l’abito stirato con cura da lei. Lui  usciva a fare quattro passi in centro a prendere il caffè e il giornale, lei in casa a preparare il pranzo; lui sedeva a tavola,  leggeva, un sonnellino fino alle quattro, si rivestiva e andava al circolo a giocare a bocce o a carte fino a sera; rientrava: cena, televisione fino alle undici e via.

Nessuna particolare attenzione per lei; d’altronde la donna era considerata poco, non decideva niente, nemmeno di potersi comprare i vestiti; le contava persino i soldi per fare la spesa.

Anche nel moderno Nord esistono storie di arretratezza. Mi raccontava mia madre che era andata col babbo a trovarli in occasione del  loro matrimonio –  breve viaggio di nozze a Desenzano –  e mia madre, che indossava i pantaloni, dovette cambiarsi perché nel paese degli zii,  le sussurrarono, le donne in pantaloni davano scandalo.

Eppure racconta il curato che lei fino all’ultimo risparmiava i soldi delle messe in suffragio per l’anima del marito, e che soffriva perché non era sicura che da morta sarebbe stata inumata accanto alla sua salma.
Centellinava il gas per cucinare, l’acqua per lavare, allo scopo di risparmiare dai soldi della misera pensione, quello che serviva per i lumini, i fiori e le messe in memoria del defunto.

Ora  è morta.  Se n’è andata in due mesi per un male inesorabile che covava da anni ma che  la sua condizione di vita solitaria ha  impedito fosse diagnosticato in tempo.

Dava anche un po’ fastidio ai parenti: occupava da sola la casa, unico bene che il marito le aveva lasciato in usufrutto. Una villetta che sarebbe servita ai parenti di lui, perché  dovevano metterci il figlio in procinto di sposarsi e che non aveva casa.

L’unico momento di panico tra i parenti si verificò quando la zia fu ricoverata in un ospedale che non la voleva, perché incurabile; telefonate concitate e cariche di aggressività per cercare di scaricarsi la responsabilità a vicenda; fortunatamente morta quasi subito, togliendo il disturbo.

Tutti concordi in questo caso nell’individuare l’intervento della Provvidenza, che per altre morti improvvise e meno desiderate, appare invece inspiegabile.

Partecipai al funerale: erano tutti sollevati. Nella bara il corpo sfigurato dal tempo e dal male. L’ho vista da ragazza in una foto nell’album di famiglia, era splendida.
Tempo qualche giorno, sarebbero iniziati i lavori di ristrutturazione della casa: i martelli e le spatole, nelle mani dei muratori, asporteranno i pochi ricordi rimasti.

Ho portato via qualcosa: qualche fotografia e una grande amarezza; una miniera di emozioni e di considerazioni rivedendo quella casa ove da bambino pranzavo sempre in occasione del 20 agosto, quando cadeva il compleanno di lui e la zia preparava un pranzo pantagruelico per i parenti.
Ora il tempo inesorabile ha chiuso la sua storia, altri ricominceranno in quella casa.

Mi resta una domanda nel cuore, una domanda triste e un rimorso: anch’io avrei potuto fare qualcosa di più per lei e non l’ho fatto, anch’io trascinato nel turbine della vita i tutti i giorni non mi sono fermato, non sono stato prossimo per lei.

A cosa servono il progresso, la tecnologia, le automobili e le autostrade che annullano le distanze? Non servono a migliorare l’uomo e il mondo se manca l’amore, se questo non scaturisce dal nostro cuore e non prende il sopravvento sull’effimero.
Senza l’amore, anche se sei vicinissimo a una persona, sei lontanissimo dal suo cuore e nessuna tecnologia potrà colmare questa distanza.

Non serve la nostra fede se resta una componente isolata, come tante altre della nostra vita e non permea tutte le azioni e non diventa la luce che ci fa scorgere il prossimo che soffre, che ha bisogno di noi. Il vuoto di amore che avremo lasciato, sarà per sempre.


Immagine di copertina: “La zia” foto di proprietà di Lorenzo De Francesco

 

 




Chiluzzo

per Mathilde

Era una biondina dal bel seno e dalla pelle bianchissima; senz’altro straniera.
     Aveva in affitto un appartamento, ricavato all’interno delle antiche mura della città, con un balconcino stretto e lungo a non più di un metro e mezzo al di sopra del banco di marmo su cui Chiluzzo tagliava ogni giorno tranci di pesce spada, svuotava calamari, apriva con un coltello acuminato ostriche e ricci da servire ai turisti del “molto, molto pittoresco” ristorante in cui lavorava.
     Era stata subito adottata dalla gente della piazza. Soltanto all’inizio, appena arrivata, due malacarne l’avevano seguita intenzionati a scipparla, ma era bastato il fremito della “panza” del “signò” Ciro a farli allontanare.
     Quando “l’inglisa”, come da subito avevano cominciato a chiamarla, indossando un cappello di paglia e un caffetano azzurro, traversava piazza Kalsa diretta al mare, a visitare un monumento o chissà dove, tutti la guardavano: i venditori ambulanti, gli sfasciacarrozze, gli sfaccendati seduti ad ascoltare alla radio canzoni neomelodiche, le donne dietro i banchetti delle sigarette di contrabbando e anche Chiluzzo s’imbambolava a osservarla e smetteva di impilare i cartoni di birra sul carrellino.
     Il movimento dell’orlo del caffetano gli ricordava quello delle onde del mare e lo calmava: perché in lui, da sempre, o almeno da quando era in grado di ricordare, covava una rabbia contro tutto e tutti: per il proprio aspetto, troppo basso e peloso; per il suo lavoro in nero, per quel continuo squamare pesci che altri avrebbero mangiato. Era come avere un gatto aggrappato allo stomaco. A volte era più feroce degli altri giorni e lui doveva sforzarsi per non aggredire qualcuno, così, senza motivo. Riusciva a calmarsi solo quando strappava il grumo sanguinolento delle interiora dai pesci sul banco e le gettava ai gatti in attesa o quando guardava “l’inglisa”.
     Una mattina gli era passata così vicina da essere riuscito ad avvertire il suo profumo. Più di una volta guardandola camminare, inebetito e stupito al tempo stesso, aveva rischiato di far cadere le cassette di birra dal carrellino. E Ninì, il principale, lo aveva richiamato.
     «Unnè cosa tua. Pensa a travagghiari1»
     Lui aveva continuato a sollevare le casse, indifferente, perché, si consolava, aveva un altro posto, solo suo, per guardarla indisturbato.
     La sera quando l’alogena era accesa sul bancone da lavoro la luce lambiva la strada da cui sarebbe tornata; bastava aspettare e alzare ogni tanto lo guardo verso il balconcino.
     Una volta era anche venuta a cena al ristorante, ma non era stato come lui aveva immaginato.
     Era arrivata in compagnia di un ragazzo dalla camicia firmata e le scarpe lucide. Chiluzzo lo aveva odiato con tutte le proprie forze e ancora di più. Aveva odiato anche se stesso, per quel suo lavoro da niente che gli impediva di uscire da dietro il bancone e saltare addosso a quel fighetto. Anche se i due erano molto vicini, non riusciva a distinguere il profumo di lei, coperto da quello della colonia dell’altro, costata, lo sapeva, almeno quanto il suo guadagno di una settimana di lavoro.
     Si era vendicato, però: quando il ragazzo aveva ordinato di gamberoni glieli aveva serviti senza togliere il tratto scuro dell’intestino. Mangiasse anche la cacca: lo meritava.
     L’inglisa invece gli aveva dato soddisfazione: alla fine della cena, dopo aver bevuto con calma il limoncello della casa si era alzata, aveva rivolto poche parole al suo accompagnatore, lo aveva salutato con un cenno rapido della mano ed era andata via.
     Chiluzzo l’aveva seguita con lo sguardo fino a quando l’aveva vista girare l’angolo, mentre, il ragazzo guardava “imparpagliato” la punta dei propri mocassini, pagava il conto. Lui, invece, aveva aspettato che la luce dell’appartamento sopra la sua testa si accendesse e solo allora si era concesso un sorriso.
     Non avrebbe saputo dire, ma forse quella sera era stato felice.

     La serata era torrida.
     Le finestre delle case, anche di quella sul banco del pesce, erano spalancate.
     Chiluzzo raccolse con le dita della mano uno sbuffo d’acqua dalla bacinella accanto a lui, la spruzzò sui pesci del bancone, guardò verso l’alto. Senza nessuno sforzo, se non quello di alzarsi sulle punte delle scarpacce da lavoro, la vide passare e ripassare dietro le imposte aperte, sedere sul divano giallo, alzarsi, andare nell’altra stanza, tornare, con la stessa leggerezza di quando traversava la piazza.
     La spiò attento, gli occhi spalancati.  
     Poi l’inglisa chiuse le tende e a lui non rimase altro che osservare la sagoma di lei muoversi nella controluce.
     Alla fibrillazione si sostituì la delusione e Chiluzzo ricominciò, stizzito, a sventrare pesci e ad aprire frutti di mare, ma quella era una sera d’afa, scirocco e sorprese, perché, cinque minuti dopo, l’inglisa riaprì le tende e si affacciò, sporgendosi verso il filo di metallo usato per stendere la biancheria.
    Per Chiluzzo fu un’apparizione: se avesse alzato il braccio avrebbe potuto toccarle le mani. La guardò ancora e ancora: aveva i piedi scalzi e indossava qualcosa di bianco, lungo appena oltre il ginocchio. Sembrava, pensò, uno di quei dolci d’albume preparati da sua nonna quando lui era bambino. Più che un ricordo era una sensazione, come sentirsi dentro un silenzio simile a quello dei corridoi delle elementari quando, durante le ore di lezione, lo allontanavano dall’aula; un estraniarsi ovattato che però sparì quando un alito di vento caldo mosse le foglie degli alberi e un cameriere batté sul banco per sollecitare la spigola alla brace da servire. Lui tolse in automatico il grosso pesce dalla griglia, lo dispose sul piatto di portata, continuò a guardare verso il balconcino.
     L’inglisa scosse oltre la ringhiera qualcosa di azzurro che si distese nell’aria con uno schiocco. Chiluzzo riconobbe il caffetano: lo aveva lavato e lo stendeva ad asciugare. Lo aveva appena ripiegato sul filo di metallo, quando una raffica di scirocco lo agitò, lo gonfiò, lo fece volare prima che lei potesse fissarlo con le mollette.
     Chiluzzo lo vide fluttuare nell’aria, cadere e scivolare all’interno dello spazio tra il banco frigo e il muschio delle mura.
     L’inglisa arrivò subito dopo: girò l’angolo e andò, quasi di corsa, verso il banco. Cercò con lo sguardo in direzione del punto in cui sarebbe dovuto essere il caffetano, non lo trovò, si voltò confusa verso Chiluzzo. Sulla lunga maglietta bianca aveva stampato il volto colorato di Minnie, non era più scalza, ma indossava delle infradito di cuoio.
     A Chiluzzo sembrò una di quelle modella della pubblicità. Non ebbe esitazioni: afferrò il coltellaccio più lungo, si distese sul ripiano del banco frigo, ficcò la mano col coltello nella fessura, armeggiò nello scuro fino a quando arpionò il caffetano e lo tirò fuori. Con quel pezzo di stoffa pendente dal coltello si sentì un eroe. Saltò giù, tolse il caffetano dalla punta della lama, lo ripiegò al meglio, lo porse all’inglisa.
     «Grazie» lei gli disse.
     Fece per parlargli ancora, si bloccò a inseguire un pensiero, indicò se stessa.
     «Marianne» proseguì.
     Chiluzzo era confuso, incapace di pensare.
     «Michele. Micheluzzo» riuscì però a dirle.
     «Grazie allora Michele» lei continuò.
     Chiluzzo si confuse ancora di più; anche se all’esterno sembrava calmo dentro di lui tremava e tremava: mai fino ad allora l’altra gli aveva parlato e gli era stata così vicina.
     «Sei inglese?» trovò il coraggio di chiederle per prolungare quel momento.
     «Francese» lei rispose «di La Rochelle».
     Chiluzzo aveva una vaga idea di quanto fosse lontana la Francia da piazza Kalsa, figurarsi sapere dove fosse La Rochelle; ma, in quel momento, fu certo di sapere su Marianne qualcosa di sconosciuto agli altri del quartiere e seppe, anche, che avrebbe conservato nel proprio ricordo quel momento di confidenza, come un attimo di intimità condivisa.
    Nella sua percezione fu come vivere sospeso all’interno di un lungo momento sognante, ma, nella realtà, tutto durò pochissimo: il tempo che Marianne impiegò a posargli la mano sull’avambraccio, a ritirarla.
     «Grazie ancora Michele» disse poi, prima di andare via.
     Chiluzzo rimase imbambolato, il coltellaccio in mano. Strusciò piano la lama del coltello sul palmo, come ad affilarlo.
     «Pensa a travagghiari. Un t’annappiari. Un tinnipao infortunio2» Ninì gli urlò.
     Lui allora tornò al bancone, aprì il ventre di un grosso capone steso sul marmo, ne tirò fuori le viscere, le buttò in terra, lo decapitò con una mannaia e con colpi ripetuti e violenti lo ridusse a tranci.


  1. “Non è per te. Pensa a lavorare” 
  2. “Pensa a lavorare. Non ti pago se ti infortuni”

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina © Elio Carreca




Dopo il Virus – terza parte

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Uscendo dalla base, non incontrai nessuno, per alcuni chilometri solo mezzi di trasporto abbandonati, case deserte, branchi di cani che pattugliavano il territorio.
Il dubbio che avevo – cioè che sulla Terra il virus avesse completamente eliminato il genere umano – diventava sempre più realtà mano a mano che i chilometri scorrevano sotto al mio mezzo di trasporto: il computer di bordo al momento della partenza indicava una autonomia di 2200 km. 
Per raggiungere la mia meta sarebbe stata sufficiente, ma come avrei fatto per tornare indietro nel caso non avessi trovato una fonte di ricarica? Rimpiansi di non aver provato a usare un elicottero di quelli – apparentemente integri – rimasti alla base: ormai ero in viaggio, non avevo alternative che tornare indietro o proseguire per scoprire cosa fosse successo.

Avevo
deciso, bisognava viaggiare.

Lungo l’autostrada automatica non c’era traffico, mi si consolidò la certezza che l’unico mezzo di trasporto in movimento fosse il mio, e che il feedback del mezzo con l’autostrada fosse garantito dall’energia solare, che alimentava gli impianti in maniera indipendente dall’intervento umano.
Calava la sera, un tramonto incendiario invadeva la pianura con i suoi bagliori infuocati, i pannelli luminosi a bordo strada si erano accesi regolarmente, interrogai il computer di bordo sulla possibilità di passare la notte in un motel piuttosto che sul divanetto del van elettrico che mi stava trasportando, ebbi conferma che a un’ora di distanza avrei deviato su una pista laterale e sarei arrivato al motel.

Chiesi di effettuare la prenotazione di una camera e di una cena, cosa che mi venne confermata. Immaginai che il sistema aveva continuato a funzionare anche in assenza di umani che lo controllassero, ma la solitudine non mi faceva paura, viaggiare nello spazio mi aveva abituato a periodi lunghissimi di distacco dalla realtà.
Il mezzo di trasporto automatico si fermò davanti alla porta del box numero 14, e si andò a posizionare sulla piattaforma di ricarica: allora il sistema elettrico funziona – mi dissi – e immaginai che in qualche centrale alcuni uomini sopravvissuti al virus mantenessero in funzione la produzione e la distribuzione dell’energia.

Uomini
o androidi? Mi risposi che in quel momento non importava, ciò che contava era
di non perdermi durante questo viaggio in uno spazio vicino, talmente piccolo e
vicino da sembrarmi irreale, quasi pericoloso.

La camera da letto era perfettamente pulita, feci una doccia ionica, lasciai gli abiti a decontaminarsi, indossai il kimono di carta che era a disposizione degli ospiti.
All’orario previsto un robot semiandroide venne a portarmi la cena che avevo ordinato durante il viaggio, era un modello dotato di volto e braccia, ma si muoveva su cingoli.
Provai a interrogarlo sulla situazione locale, ma mi rispose che non era in grado di fornire notizie per assenza di connessioni ad ampio raggio, si limitò ad augurarmi buona cena e buona notte, confermandomi la colazione “senza frutta fresca purtroppo” per l’indomani mattina all’ora prevista.
Disattivai l’oscuramento delle finestre e del tetto della camera, intorno al motel solo le luci delle piste automatiche, il cielo era scuro, probabilmente avrebbe piovuto.
Disteso sul letto antigravitazionale, guardavo attraverso il soffitto trasparente, il cielo era di un grigio compatto, poco dopo iniziò a piovere: le gocce si frammentavano senza far rumore, creando frattali di particelle d’acqua.

Lo spettacolo ebbe effetto ipnotico, senza accorgermene scivolai in un sonno vischioso, popolato da sogni dei quali persi memoria, fino al momento in cui le luci del mattino che si avvicinava cominciarono a sciogliere il torpore: ebbi ad un certo punto l’impressione che dei bambini mi osservassero dal soffitto trasparente, era un sogno vivido – di quelli del dormiveglia – o li avevo visti veramente?

Mi
alzai di scatto dal letto, aprii la porta della camera, ma fuori non c’era
nulla, a parte quella pioggia sottile, quasi impalpabile.

Tutto intorno, il giardino ad irrigazione automatica, i box con i numeri luminosi, il parcheggio vuoto tranne il mio mezzo di trasporto, la pianura e l’autostrada deserte.
Mi convinsi che era stato un sogno, rientrai nella camera, volsi nuovamente lo sguardo al soffitto trasparente, ebbi l’impressione che piccole orme si scomponessero sotto la pioggia “sarà la pioggia che con la polvere ha formato queste figure” mi dissi ad alta voce.
Recuperai il mio bagaglio, il mezzo di trasporto era davanti alla porta, mi accomodai, riprese il viaggio, mentre guardavo nello specchietto il motel che si allontanava alle mie spalle vidi una coppia di coyote su una altura. Immobili.

l’autostrada automatica presenta poco traffico, arrivo previsto all’ultima stazione in sei ore. Non sono disponibili informazioni sul percorso successivo”.

Avevo interrogato l’assistente alla guida sul percorso, suggerendogli di procedere alla massima velocità possibile, e in effetti “poco traffico” aveva significato che l’unico mezzo in viaggio era quello che mi trasportava, e che stavamo procedendo a oltre 300 km/h, a questa andatura il panorama diventava una banda di strisce colorate, dove a prevalere era il grigio.
Accesi il monitor di bordo, provai a cercare un canale di notizie ma non ce n’erano disponibili, solo programmi registrati con film, avvenimenti sportivi del passato, arte, natura, ecologia: poi un programma che raccontava gli ultimi mesi della pandemia.

Un emaciato cronista spiegava alla camera che lo riprendeva di come la scommessa di chi era rimasto sul pianeta – sperando in una attenuazione dell’epidemia – era probabilmente perduta, e che ormai pochi abitanti popolavano il territorio nel quale lui riusciva ancora a muoversi, e tutti erano stati contagiati.
“So che morirò anch’io, prima o poi, lascio il mio reportage su questo canale di notizie affinché chi dovesse tornare un giorno sulla Terra possa avere informazioni. Dopo che i volontari sono stati portati su pianeti compatibili con la vita, qui il virus ha preso il sopravvento. Presto la Terra sarà popolata solo da animali e foreste, la Natura ha deciso di prendersi la rivincita sull’Homo Sapiens, l’Antropocene ne è stata la scena finale: avere accettato che gli umani potessero continuare a detenere animali domestici è stata la loro fine, il virus li ha usati come ponte per raggiungere anche coloro i quali si erano isolati, non è stato più sufficiente chiudersi in casa e azzerare gli incontri, sfortunatamente”.

Poi nient’altro, solo documentari naturalistici piuttosto datati.
Quindi, non era rimasto – secondo le supposizioni del cronista – nessuno in vita sul pianeta, il mio viaggio era probabilmente inutile.
Dovevo verificare, avevo avuto mandato di effettuare l’ultima ricerca possibile, quella del laboratorio clinico dove mio padre stava sviluppando la terapia antivirale, e mi sarei spinto fino alla ricerca della verità. O di una plausibile verità.

Durante il trasferimento automatico, continuai a pensare a come muovermi una volta arrivato all’ultima uscita dell’autostrada, e come tornare indietro in caso di insuccesso, arrivando alla conclusione che avrei preso una decisione nel momento in cui il mezzo di trasporto mi avrebbe depositato sulla banchina e con soffuso rumore pneumatico mi avrebbe salutato chiudendo il portellone scorrevole.
Nel frattempo, dialogavo con la rete neurale della nave spaziale che stava effettuando in automatico le operazioni di ricarica e rigenerazione, era l’unica certezza che avevo, quella di potere ripartire e abbandonare la Terra per sempre, in caso di insuccesso.

Riconobbi lo skyline della città ultima destinazione, ci avevo vissuto un certo numero di anni quando avevamo aiutato nostro padre a sviluppare il laboratorio, poi le cose erano andate come erano andate.

Mi
ritrovai solo sulla banchina della piazzola di carico e scarico dell’ultima
fermata, il mezzo automatico si allontanò per posizionarsi su una piattaforma
di ricarica: sembrava funzionare, pensai che avevo sempre la possibilità di
essere ricondotto indietro, misi la sacca a tracolla, mi allontanai a piedi,
diretto verso il viale principale, dove una volta c’era una specie di garage
museo nel quale un appassionato esponeva e noleggiava automobili, motociclette
e altri mezzi con propulsione a scoppio, che erano stati completamente
soppiantati dall’avvento delle microcelle fotovoltaiche ad alta efficienza.

Le strade della cittadina erano deserte, finestre e balconi dei palazzi chiusi, nessuna traccia di vita recente, a parte la rete nevrotica delle rondini che sfrecciavano sopra i viali e tra gli edifici, lanciando le loro grida isteriche.
Ad un incrocio, una coppia di daini mi fissarono, poi si allontanarono al piccolo trotto, non li avevo turbati più di tanto, mi dissi che dovevo comunque stare attento poiché avrei potuto anche incontrare dei predatori, e nonostante l’abbigliamento in tecnopolimeri, potevo risultare ugualmente appetibile.

Arrivai al Joe’s Garage: la reception era devastata, ma il garage era apparentemente intatto. Decine di auto e moto mi scrutavano con i loro fanali spenti, come a chiedermi di essere rimesse in vita e ricominciare a emettere i loro gas tossici, motivo per il quale erano state bandite dall’uso comune.

Le moto erano ancora collegate ai rispettivi mantenitori di carica della batteria, le chiavi nel cruscotto, i serbatoi pieni.
Era una ottima notizia, recuperai da una jeep male in arnese una tanica di metallo e travasai benzina per fare una piccola scorta, fissando poi la tanica al portapacchi di una grossa moto da enduro che si era avviata a primo colpo, dopo chissà quanti anni di torpore.
Il carburante mi sarebbe bastato per andare e tornare, e ancora ne sarebbe avanzato, secondo un conteggio di consumo ipotetico. Ero ancora in grado di governare una motocicletta, è una di quelle cose che non si dimenticano mai, pensai, spinsi la moto fino al marciapiede, ci montai in sella, innestai la marcia e partii.
Guardavo spesso negli specchietti retrovisori, avendo la sensazione di essere seguito, anche se era abbastanza lampante che in quella landa non ci fossero esseri umani in vita, solo coyote e cani randagi che mi scrutavano da bordo strada, apparentemente senza allarmarsi troppo.

La strada era sgombra, lungo i bordi le erbacce erano cresciute invadendo anche parte del piano asfaltato, ero preoccupato di finire in qualche buca, essere disarcionato, ferirmi o rompermi qualche osso, cosa che avrebbe significato la conclusione della mia ricerca, perciò cercai di adottare uno stile di guida prudente nonostante l’urgenza immotivata che sentivo nel raggiungere la fattoria dalla quale si scendeva nelle grotte dove era stato edificato il laboratorio di genetica, tanti anni prima.

La
luce dorata del pomeriggio spandeva ombre lunghe sul terreno, che ora era
diventato una pista sterrata, l’asfalto che l’aveva ricoperta si era usurato e
nessuno lo avrebbe mai più potuto ricollocare, tuttavia alcuni cartelli
stradali indicavano la direzione del villaggio, seguiti da altri che
decantavano gli studi che erano stati intrapresi nelle minere di sale: mi stavo
avvicinando, sarei sicuramente arrivato alla fattoria prima che facesse buio.

Dopo avrei dovuto decidere se cercare il modo di passare la notte in superfice o provare a scendere immediatamente: anche in questo caso mi dissi che avrei preso una decisione sul momento, anche in funzione della valutazione della sicurezza di quel luogo.
La pista seguiva il fianco di una collina, con una moderata salita, arrivato in cima avrei potuto vedere la vallata, gli edifici della miniera, la fattoria di mio padre, la torre dell’ascensore.
Feci l’ultima curva con troppo entusiasmo, la moto derapò, poi per fortuna riprese la direzione e svoltai sulla sinistra, attraversando il cancello di quella che tanti anni prima era stata una miniera di sale; dopo pochi metri parcheggiai davanti al muretto della fattoria, la porta di ingresso era chiusa ma girando il chiavistello si aprì.

Dentro, tutto era in quell’ordine apparente che si lascia quando si deve abbandonare un luogo con urgenza, esplorai le stanze: a parte la polvere e l’odore di chiuso non sembrava che ci fossero stati altri visitatori, di recente.
Sul tavolo della cucina, alcuni volumi di narrativa impilati uno sull’altro, come se qualcuno li avesse scelti e poi avesse deciso di non portarli via con sé.
Di mio padre, nessuna traccia, né un appunto né un capo d’abbigliamento, doveva aver portato via proprio tutto, o qualcun altro si era occupato di cancellare tutti i segni della sua presenza.

Uscii
dalla porta di servizio, a qualche metro di distanza una automobile con gli
sportelli aperti, mi avvicinai finchè non vidi che sui sedili c’erano degli
scheletri mummificati, di diverse dimensioni: probabilmente una delle famiglie
dei collaboratori di mio padre, che non avevano fatto in tempo a intraprendere
un ultimo viaggio. Erano rimasti seduti con le cinture di sicurezza allacciate:
qualunque cosa avesse provocato la propria morte, doveva essere stato fulmineo.

Un
brivido scese lungo la mia schiena, non mi sentivo del tutto sicuro in quel
luogo, tornai dentro, attraversai la casa e uscito dal lato principale mi
preoccupai di mettere al riparo la motocicletta, era il mio unico biglietto di
ritorno. La spinsi dentro ad un capanno degli attrezzi, accostai le porte e mi
avviai verso la torre dell’ascensore.

Il sole era ormai scivolato dietro le colline, le rondini continuavano a sfrecciare isteriche nel cielo, incrociandosi senza mai scontrarsi – un software mirabile governava i loro voli – si accesero sul campo le luci notturne, alimentate dalla centrale solare installata sul tetto degli uffici della miniera.

La
cabina dalla quale si accedeva al vano dell’ascensore aveva una porta con
accesso controllato da lettore di iride, mi posizionai davanti allo scanner
oculare, mentre un microago prelevava un campione di pelle dalla mano.

Accesso consentito.

Dunque, qualcuno aveva inserito i miei dati genetici nel sistema di sicurezza che proteggeva l’accesso ai laboratori sotterranei, immagino che chi aveva effettuato la programmazione aveva supposto che prima o poi una parte di se si sarebbe ripresentata.
Premetti il pulsante di chiamata dell’ascensore, il pannello luminoso sulla porta si accese, un ronzio acuto segnalò il fatto che il meccanismo si stava allineando al piano per permettermi di accedere. Avrei iniziato un altro viaggio, senza la certezza di tornare indietro e senza sapere cosa avrei trovato laggiù.

La
porta scorrevole si aprì, un bambino vestito da marinaretto mi guardò fisso
negli occhi, mi sentii completamente spiazzato.

Non sono quel che vedi, non vedi quel che sono”. La voce era quella di mio padre, ma aveva parlato il marinaretto, che mettendosi il dito indice sul naso a intimarmi silenzio mi disse ancora “conosci le tre leggi della Robotica”, e la sua voce non aveva accento, non era una domanda, era l’accettazione dello stato di fatto.

La porta scorrevole si chiuse alle mie spalle con rumore pneumatico, il bambino – se era veramente un bambino – premette il pulsante di discesa.

Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Ripetei
mentalmente le tre leggi della robotica, e poi cercai di interpretare la frase
del mio accompagnatore, non riuscendo a trovare una logica in ciò che diceva.

Epilogo.

Ho predisposto la sospensione vitale per il viaggio di ritorno, deve lasciare attiva quella parte di coscienza che mi permetta di raccontare quanto ho visto e sentito nella Miniera. Il Comitato che ha deciso il mio viaggio dovrà essere informato dettagliatamente dallo sbobinamento della mia psiche, le parole potrebbero non essere sufficienti.
Arrivato al livello operativo della miniera, altri bambini mi circondarono e mi portarono verso il lago sotterraneo, illuminato da una luce opalescente: senza che potessi opporre resistenza venni spinto dentro, mentre dicevano in coro “purificati”.

Affondai
nel perossido d’idrogeno, poi venni tirato fuori e portato in una sala di
rivestizione.

I bambini erano androidi modificati: mi raccontarono che altri androidi avevano deciso di applicare le Leggi della Robotica per tentare di salvare l’Umanità dalla scomparsa, e che per sicurezza avevano estratto materiale genetico dal corpo di mio padre, prima che morisse per cause naturali, per creare reti neurali umanizzate, ed erano anche riusciti a creare linee di produzione fetale.
In pratica, sarebbero stati reimmessi nell’ambiente dei semiandroidi in grado di ricolonizzare la Terra, e la popolazione sarebbe stata incrementata dalle linee di produzione. Praticamente ognuno di quei bambini era mio padre “non sono quel che vedi, non vedi quel che sono”.

I
motori magnetici dell’astronave ronzarono brevemente, si sincronizzò la
frequenza di trasporto sulla traslazione spaziotemporale, l’equipaggio prese
posto nelle capsule di sospensione vitale, presi un ultimo respiro, poi anch’io
mi affidai al neurocalcolatore, mi sarei risvegliato nella costellazione di
Pegaso, agganciato alla torre di ancoraggio della città di Terra Futura, sul
pianeta HR2550, dichiarato biocompatibile dopo le prime missioni traslazionali.

Lasciavo la Terra, non aveva più bisogno di me.
Sognai bambini elettrici con occhi azzurri bionici.

Nda: Le tre leggi della robotica sono prese in prestito dalla fantasia di Isaac Asimov, mentre per gli androidi basta saccheggiare la letteratura di fantascienza e i film del genere.


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