Quando cucinare diventa patrimonio dell’umanità.

Lo scorso 10 dicembre 2025, a New Delhi, il Comitato intergovernativo dell’UNESCO ha deliberato all’unanimità l’iscrizione della cucina italiana nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Un lungo applauso ha accolto l’annuncio in sala. Ma cosa significa davvero questo riconoscimento? E perché la nostra cucina è la prima al mondo ad essere riconosciuta nella sua interezza?
Per l’UNESCO, la cucina italiana rappresenta una miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie, un modo di prendersi cura di sé e degli altri, di esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali. Non si tratta quindi di tutelare singoli piatti, o tecniche specifiche, come era accaduto in passato con la pizza napoletana e il tartufo. Questa volta l’intero sistema viene riconosciuto come patrimonio vivente.
È proprio questo il cuore pulsante del riconoscimento: la cucina italiana non è un insieme statico di ricette da conservare in un museo, ma un ecosistema dinamico fatto di pratiche quotidiane, ritualità familiari, saperi tramandati nelle cucine di casa e nelle piccole osterie di provincia. È il pranzo della domenica che riunisce generazioni diverse attorno allo stesso tavolo, è la nonna che insegna alla nipote come si chiude il tortellino, è quel modo tutto italiano di stare insieme dove il cibo diventa linguaggio d’amore.

Convivialità italiana

Quello che ha colpito il comitato UNESCO è stata anche la dimensione etica della nostra tradizione culinaria. La proposta presentata ha posto l’accento su principi fondamentali come la riduzione dello spreco alimentare, la sostenibilità delle risorse, il rispetto della biodiversità e l’inclusività culturale e territoriale.
Le ricette anti-spreco, quella capacità tutta italiana di trasformare gli avanzi in piatti memorabili, non sono solo astuzie di tempi difficili, ma rappresentano una filosofia di rispetto verso gli ingredienti e la terra che li produce. La panzanella, la ribollita, la pasta e ceci: piatti poveri che raccontano un’arte del recupero che oggi chiameremmo sostenibilità, ma che per noi è sempre stata semplicemente buon senso.

La classica bruschetta

C’è un aspetto del riconoscimento UNESCO che merita particolare attenzione: cucinare all’italiana favorisce l’inclusione sociale, promuove il benessere e offre un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami e incoraggiando la condivisione. In cucina i ruoli sono intercambiabili, l’esperienza si trasmette in modo naturale, senza gerarchie rigide. Nonne, madri, figli, padri: tutti possono contribuire, tutti possono imparare.
Questa democraticità del fare cucina contrasta con la rigidità di altre tradizioni gastronomiche più codificate. Da noi, la cucina non è solo appannaggio di chef stellati, ma patrimonio condiviso, esperienza collettiva che attraversa classi sociali e generazioni. Il gesto di preparare un pasto diventa momento educativo, terapeutico, identitario.

tradizioni tramandate

L’Italia raggiunge con questo riconoscimento il record mondiale di riconoscimenti UNESCO nel settore agroalimentare in proporzione al numero dei riconoscimenti complessivi ottenuti. Delle venti tradizioni culturali italiane iscritte nella lista UNESCO, ben nove sono riconducibili
all’agroalimentare: dalla dieta mediterranea alla transumanza, dai muretti a secco alla vite
ad alberello di Pantelleria.
Ma la forza della cucina italiana sta proprio nella sua diversità. Non esiste “la” ricetta del ragù, esistono decine di interpretazioni regionali, familiari, personali. Questa biodiversità culturale rispecchia la ricchezza dei territori, la varietà dei microclimi, la stratificazione storica
di influenze diverse. Il dossier di candidatura, curato dal giurista Pier Luigi Petrillo, ha saputo valorizzare questa complessità senza appiattirla, dimostrando come la pluralità sia ricchezza e non frammentazione.
E adesso?
Il riconoscimento UNESCO non è un trofeo da mettere in bacheca, è una responsabilità.
Significa proteggere le piccole produzioni artigianali dalla standardizzazione industriale, tutelare i saperi locali dall’omologazione globale, difendere l’autenticità dall’ “italian sounding”, quel fenomeno ingannevole in cui per i prodotti alimentari, soprattutto all’estero,
si usano nomi, immagini e simboli che evocano l’Italia per sembrare autentici, ma sono falsi che non hanno legami produttivi con il nostro paese.
Questo riconoscimento può diventare uno strumento in più per valorizzare la qualità contro le imitazioni, e per raccontare al mondo che dietro ogni piatto c’è una storia, un territorio, una comunità.
Ma soprattutto, questo riconoscimento ci invita a riscoprire il valore dei gesti quotidiani che compiamo nelle nostre cucine. Impastare, condividere, tramandare, raccontare: azioni semplici che costruiscono identità, che creano appartenenza, che superano le barriere
culturali. La cucina italiana diventa così simbolo di un modo di stare al mondo, di una civiltà dell’accoglienza e della convivialità che forse, in tempi di solitudine e individualismo, è il patrimonio più prezioso che possiamo trasmettere alle generazioni future.
Perché alla fine, come sappiamo bene noi italiani, non si mangia solo per nutrirsi.

Si mangia per stare insieme, per celebrare, per consolare, per ricordare. Si mangia per essere umani.

buon appetito

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S1:E6 “Il Bicighellone nel laboratorio dei veleni”

Pedalando lungo le sponde del Naviglio Grande, intersecando le vie traverse che lo costeggiano, il Bicighellone percorre il filo dei ricordi che forma una consistente matassa. Una matassa che si dipana nella mente trasformandosi in una traccia indelebile. Un altro racconto ellittico di Lorenzo De Francesco, alias il Bicighellone.

La tappa della memoria che costituisce il nucleo di questo racconto è il luogo di lavoro dei genitori di Lorenzo, l’officina di cui era titolare il padre, teatro di un’attività artigiana di indubbio fascino per un bambino che vi trascorreva i pomeriggi dopo la scuola.

Un racconto che richiama la temperie del boom economico italiano, sostenuto dalla miriade di piccole imprese che sono state l’ossatura industriale del nostro Paese, non meno importanti delle grandi industrie del Nord. Una piccola storia nella grande storia, l’icona di una morale del lavoro e della produttività, dell’importanza che ha avuto l’economia reale, l’unica considerata possibile, nelle convinzioni di chi ci ha preceduto.

Lorenzo De Francesco ci restituisce la sua testimonianza, con l’affetto di chi è cresciuto e si è formato in quel tempo fatto di semplici e solide certezze.

Rita Manganello


Tra gli  album illustrati che coloravo da bambino, ce n’era  uno raffigurante i mesi dell’anno, con le classiche   illustrazioni dedicate a ogni stagione.

Ricordo marzo: completavo il disegno con il cielo blu intenso, grasse nuvole bianche, lenzuola stese al vento, rondini  nel cielo, la chiesetta gialla e rossa con campanile d’ordinanza, prato verdissimo con margherite sproporzionate.

È rimasta un’icona che  ritrovo oggi, inforcata la bici per un tuffo nel sole e nell’aria ancora fredda ma che vuole essere attraversata, sulla solita strada su per il Naviglio Grande, il campanile di San Cristoforo stagliato nel blu con i suoi mattoni scuri.

Passando per via Pestalozzi, compare sempre un gancio del tempo che, come l’iceberg del Titanic, si introduce nella mia testa di striscio ed ecco fiotti di ricordi che entrano tumultuosi e inarrestabili tra le paratie della mente. Era una strada di piccoli negozi e officine e così la ricordo, anche se oggi completamente cambiata. All’inizio della via “El Balzarot”, un omone sempre in tuta bisunta che riparava biciclette nel suo antro buio, burbero e scontroso, ove entravo titubante per far riparare le mie gomme bucate. O “i tri baséi”[1], l’osteria-caffè il cui odore di vinaccio sottovento anticipava l’alito e le urla degli ubriachi stanziali, propagandosi fino alla bottega dell’idraulico Brambilla, sempre grasso e sudato nella sua tutona blu con le bretelle. Poi quel che resta della vetrina del laboratorio-officina di  mio padre, che fu il luogo per anni deputato a ospitare i miei pomeriggi, nelle calure estive e nelle gelide nebbie invernali. Non i giochi con i coetanei, quelli erano concessi un’ora prima di cena, quando tornavo con mia madre a casa in via Biella.

Il pomeriggio, dalle 14 alle 18 lo passavo lì, dagli anni delle elementari fino alle medie, e ci lavoravo quasi a tempo pieno nei mesi estivi, fino alla maturità. Oggi a distanza di anni realizzo quale luogo di pericolo e tecnologia frequentavo allora senza le norme sulla sicurezza che sarebbero intervenute in seguito. L’importanza del contesto per giudicare i fatti.

Il laboratorio

Il laboratorio era stato avviato dal nonno paterno prima della guerra e sviluppato a fatica da mia nonna e mio padre dopo la morte precoce del nonno stroncato da un infarto a cinquant’anni, a seguito di una disavventura economica e poi dall’alcool. Come conseguenza mio padre dovette abbandonare gli studi in fretta trovarsi un lavoro di giorno e di sera per aiutare la famiglia.

Ripensando oggi a quel luogo, che riempiva monotono i miei giorni, comprendo quale tesoro di conoscenze e stimoli conteneva, che senza dubbio hanno in parte colmato la mancanza di giochi con i coetanei.

Lì si producevano, artigianalmente, apparecchi scientifici in vetro soffiato e insegne luminose al neon. Gli apparecchi scientifici tutti [2], e in particolare i sofisticati giunti a tenuta e  i rubinetti in vetro smerigliato, erano  la specialità della nonna, donna minuta ma dotata di piglio, energia e forza di volontà impressionanti. Una maestra instancabile nell’arte del vetro soffiato.

Babbo al vuoto insegne

Restavo incantato a vederla, più precisa di un tornio, ritmare regolarmente la rotazione della canna di vetro o pyrex[3] che veniva riscaldato al calor rosso sulla fiamma di gas/aria/ossigeno  e  allo stesso tempo soffiare dentro il tubo per evitare che si afflosciasse in modo irreparabile: operazione difficilissima a farsi senza una particolare manualità e sensibilità. Successivamente il vetro  incandescente veniva plasmato nella forma desiderata insufflandolo e modellandolo con pinze e spatole di ferro, ricoperte di amianto. Ancora oggi ho la sensazione del calore che irradiava il vetro e del dolore quando inavvertitamente si toccava una parte ancora rovente: subito si  bagnava con l’acqua fredda  la pelle  scottata.

Il vetro  veniva lasciato raffreddare naturalmente sui supporti  di amianto che ricoprivano  i banconi, perché altrimenti avrebbe incendiato qualsiasi altro supporto su cui lo appoggiavi. Quindi vivevamo a contatto tutti i giorni con l’amianto, che ricopriva i banchi di lavoro.

La parte tecnologicamente più affascinante, ripensandoci, era la costruzione delle insegne luminose al neon: all’inizio  non c’erano ancora le lampade fluorescenti industriali  impropriamente chiamate “neon”. In realtà il gas neon veniva usato solo per le insegne rosse, in tubo di vetro trasparente; gli altri colori erano realizzati introducendo il gas argon in canne di vetro apparentemente bianche, ma che una volta accese assumevano il colore della polvere interna, naturalmente tossica.

Ero incredulo nel notare che il tubo bianco, una volta percorso dalla corrente, assumeva colori diversi; lo stupore era veder comparire il rosso neon nel tubo trasparente.

Il processo di realizzazione delle insegne era complesso e affascinante: come per gli apparecchi scientifici, il vetro in canna veniva riscaldato e sagomato sul disegno da realizzare: alle estremità venivano saldati gli elettrodi, cilindri di vetro con all’interno un cilindro di metallo e connessione elettrica che serviva per trasmettere l’alta tensione al gas che, così ionizzato, si illuminava. Si predisponeva un beccuccio con ampolla, sempre in vetro, dove si depositava una goccia di mercurio prima di procedere con il vuoto pneumatico. Eh sì: affinché il gas si accenda, ionizzandosi con l’alta tensione, occorre che nel tubo non sia presente la benché minima particella d’aria  e si usa  il  mercurio come catalizzatore; quindi l’insegna viene fisicamente saldata alla pompa: si crea dapprima un vuoto iniziale con una pompa meccanica a pistone, indi il vuoto viene “spinto” con una pompa di Sprengel[4].. Durante il processo, l’insegna viene riscaldata applicando una tensione di parecchie migliaia di Volt agli elettrodi  facendoli diventare incandescenti; alla fine alla stessa viene immessa una quantità precisa di gas (argon o neon) e quindi staccata dalla pompa.

Ezio sagoma il vetro delle insegne

Al termine del procedimento descritto, si lavava il tubo di vetro con una soluzione estremamente tossica di acido fluoridrico, per rimuovere gli annerimenti dovuti al piombo. Ne ricordo ancora l’odore acre e fortissimo e le mille raccomandazioni dei genitori perché  mi tenessi alla larga.

Poteva accadere che il vetro si rompesse durante il lavaggio, allora i canti si trasformavano brutalmente in bestemmie; provavo inquietudine nel vedere gli operai così alterati, ma si riprendeva presto la routine lavorativa.

L’ambiente era di una rumorosità pazzesca, diverse fiamme accese sibilanti con gas e ossigeno, il compressore per l’aria, la taglierina del vetro, la pompa meccanica e noi che cantavamo e fischiavamo.

Tale era il rumore che Il telefono dell’officina non si sentiva, occorreva un lampeggiante ausiliario.

Ripenso oggi alla percentuale di componenti inquinanti  presenti nell’aria, specialmente  in inverno quando il freddo ci costringeva a rimanere rigorosamente sigillati: polvere di vetro, amianto, polveri dei tubi, gas, piombo, mercurio, ozono e diverse bombole di ossigeno alte un paio di metri, come bombe minacciose pronte a esplodere.

Oggi, ad ogni passaggio davanti al laboratorio, ora banale atelier di tatuaggi, ripenso a quell’universo straordinario che rivivrei volentieri e che allora era faticosa normalità per i miei genitori che lì hanno consumato tutta la loro vita.

Passo oltre, corro lungo l’alzaia. I ricordi fuoriescono come scia dalla mente con l’odore della süccia[5] nel naso, misto di muschio, acqua stagnante e alghe in putrefazione. Con l’occhio sbircio il cumulo  di rifiuti e rottami abbandonati che emergono surreali dal fondale;  qualche pesce isolato si dibatte senza speranza.

La süccia

L’acqua come la vita, quando sparisce lascia sul fondo relitti un po’ romantici e un po’ squallidi, comunque tutti vissuti. Schegge di luce saltellano tra le pozze; corro verso un sole che scappa.


[1] Tre gradini

[2] Pipette, distillatori, serpentine, palloni di Kjeldahl, matracci, burette,provette

[3] Pyrex© (marchio registrato PYREX) è un marchio introdotto dalla Corning Incorporated nel 1915 per una linea di vetro borosilicato usato per vetreria da laboratorio e oggetti per cucina” rispetto al vetro normale ha caratteristiche di maggior resistenza, minore fragilità e dilatazione termica, resistenza alla fiamma. La sua lavorazione richiede più alte temperature, raggiunte iniettando ossigeno insieme al gas.

[4] Pompa a vapori di mercurio, cioè  un distillatore ove il mercurio che precipitando estrae anche la più piccola particella d’aria dal tubo.

[5] “Asciutta” Il periodo in cui i Navigli restano asciutti per circa un mese, a marzo e a settembre.




LA CASA DELLA ZIA

Non un racconto di finzione, La casa della zia, di Lorenzo De Francesco, ma una storia vera, un breve mémoire dell’autore che ha vissuto da bambino, e poi da adulto, questo rapporto familiare tenero e compassionevole con la protagonista della storia, una prozia, le cui vicende appaiono tormentate: si sposò infatti con un uomo che non seppe renderla particolarmente felice, nella nostra visione di osservatori, ma al quale lei era devota. La vicenda si chiude con la scomparsa della zia, alla fine degli anni Novanta.
Un racconto che sottolinea le criticità della cultura patriarcale responsabile della sottomissione della donna, da parte del marito tiranno, qui rappresentato impersonalmente come “lui”, emblema e stereotipo del maschio padrone e prevaricatore, con il contributo della parentela che agisce  in un coro di insensibilità ed egoismo, lontana da qualsiasi umana considerazione per una donna provata dalla solitudine e dalla malattia. Un’alleanza spietata, un racconto paradigmatico.
Una storia d’altri tempi si direbbe, ma ne siamo proprio sicuri ?
Monja Zoppi

 


Il lavandino era così da qualche anno, le vecchie pentole di sempre, ammucchiate e unte; ormai la zia aveva solo la  forza per respirare; il marito defunto da dieci anni le aveva lasciato unicamente la casa, fino alla morte, e a quella casa lei era visceralmente attaccata: non tollerava che nessuno ponesse mano al suo degrado, quasi dovesse accompagnarla con la sua fatiscenza nella tomba.

I parenti erano lontani, in un’altra città, altro da fare; di tanto in  tanto andavano a trovarla e una volta  dentro già cominciavano a guardare l’orologio e a dire che non si sarebbero potuti fermare tanto: la strada, la nebbia, la partita, e lei tornava sola.

Nella casa le tracce di qualche scampolo di felicità passata, qualche oggetto comprato nelle rare passeggiate col marito, una foto risalente agli anni Trenta, loro due con il gelato. La felicità agli inizi sembrava a portata di mano ma poi niente figli, sembra lui non li volesse. Lei veniva da una relazione tormentata, sgradita alla famiglia, terminata con un aborto riparatore; questo  intuii da discorsi frammentari di sua sorella, mia nonna.

La ritirata prematura in quella casetta ai bordi della campagna mantovana, torrida d’estate, gelida d’inverno, tra gente lontana dalla sua sensibilità e sempre affaccendata nei campi, negli allevamenti, in giro a curare i propri interessi.

Anni di trascuratezza e solitudine: lui si alzava al mattino verso le nove, faceva il bagno  seguito dalla colazione, l’abito stirato con cura da lei. Lui  usciva a fare quattro passi in centro a prendere il caffè e il giornale, lei in casa a preparare il pranzo; lui sedeva a tavola,  leggeva, un sonnellino fino alle quattro, si rivestiva e andava al circolo a giocare a bocce o a carte fino a sera; rientrava: cena, televisione fino alle undici e via.

Nessuna particolare attenzione per lei; d’altronde la donna era considerata poco, non decideva niente, nemmeno di potersi comprare i vestiti; le contava persino i soldi per fare la spesa.

Anche nel moderno Nord esistono storie di arretratezza. Mi raccontava mia madre che era andata col babbo a trovarli in occasione del  loro matrimonio –  breve viaggio di nozze a Desenzano –  e mia madre, che indossava i pantaloni, dovette cambiarsi perché nel paese degli zii,  le sussurrarono, le donne in pantaloni davano scandalo.

Eppure racconta il curato che lei fino all’ultimo risparmiava i soldi delle messe in suffragio per l’anima del marito, e che soffriva perché non era sicura che da morta sarebbe stata inumata accanto alla sua salma.
Centellinava il gas per cucinare, l’acqua per lavare, allo scopo di risparmiare dai soldi della misera pensione, quello che serviva per i lumini, i fiori e le messe in memoria del defunto.

Ora  è morta.  Se n’è andata in due mesi per un male inesorabile che covava da anni ma che  la sua condizione di vita solitaria ha  impedito fosse diagnosticato in tempo.

Dava anche un po’ fastidio ai parenti: occupava da sola la casa, unico bene che il marito le aveva lasciato in usufrutto. Una villetta che sarebbe servita ai parenti di lui, perché  dovevano metterci il figlio in procinto di sposarsi e che non aveva casa.

L’unico momento di panico tra i parenti si verificò quando la zia fu ricoverata in un ospedale che non la voleva, perché incurabile; telefonate concitate e cariche di aggressività per cercare di scaricarsi la responsabilità a vicenda; fortunatamente morta quasi subito, togliendo il disturbo.

Tutti concordi in questo caso nell’individuare l’intervento della Provvidenza, che per altre morti improvvise e meno desiderate, appare invece inspiegabile.

Partecipai al funerale: erano tutti sollevati. Nella bara il corpo sfigurato dal tempo e dal male. L’ho vista da ragazza in una foto nell’album di famiglia, era splendida.
Tempo qualche giorno, sarebbero iniziati i lavori di ristrutturazione della casa: i martelli e le spatole, nelle mani dei muratori, asporteranno i pochi ricordi rimasti.

Ho portato via qualcosa: qualche fotografia e una grande amarezza; una miniera di emozioni e di considerazioni rivedendo quella casa ove da bambino pranzavo sempre in occasione del 20 agosto, quando cadeva il compleanno di lui e la zia preparava un pranzo pantagruelico per i parenti.
Ora il tempo inesorabile ha chiuso la sua storia, altri ricominceranno in quella casa.

Mi resta una domanda nel cuore, una domanda triste e un rimorso: anch’io avrei potuto fare qualcosa di più per lei e non l’ho fatto, anch’io trascinato nel turbine della vita i tutti i giorni non mi sono fermato, non sono stato prossimo per lei.

A cosa servono il progresso, la tecnologia, le automobili e le autostrade che annullano le distanze? Non servono a migliorare l’uomo e il mondo se manca l’amore, se questo non scaturisce dal nostro cuore e non prende il sopravvento sull’effimero.
Senza l’amore, anche se sei vicinissimo a una persona, sei lontanissimo dal suo cuore e nessuna tecnologia potrà colmare questa distanza.

Non serve la nostra fede se resta una componente isolata, come tante altre della nostra vita e non permea tutte le azioni e non diventa la luce che ci fa scorgere il prossimo che soffre, che ha bisogno di noi. Il vuoto di amore che avremo lasciato, sarà per sempre.


Immagine di copertina: “La zia” foto di proprietà di Lorenzo De Francesco

 

 




Metamorfosi di una quarantena

Se per una volta le si presta fede, una speranza dura per lungo tempo
Spes tenet in tempus, semel est si credita, longum
Ovidio

Roma. Quarantena A.D. MMXX

Inizio questo scritto raccontando delle mie sensazioni, muovendomi in una città in sospensione, in un paese in sospensione. Così come mentre batto le dita su uno schermo, nella mia abitazione spira un vento da nord, che prende a schiaffi il lato più esposto, scivola attraverso i mattoni vivi del perimetro, muove le foglie di edera sul balcone completamente soleggiato e rientra dalla finestra a sud, facendo ondeggiare le tende. In un silenzio di periferia semi rurale…
Uso spesso i puntini di sospensione, a me tanto cari, perché mi danno l’impressione delle sfumature dei pensieri, come se fossero degli haiku collegati tra loro, senza metrica, ma solo per materializzare i grigi che stanno tra il primo pensiero al risveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Insieme a quelli notturni, che a volte schizzano fuori dai miei sonni spesso disturbati da paralisi ipnagogica, dove il peso dell’Uomo Nero si posa sulle mie spalle…

Reduce da un lutto, con cui ho iniziato a fare i conti molto prima che questo avvenisse, una calma apparente maschera ciò che l’inconscio accumula, elabora e manifesta. Tutto questo è parte di un avvenimento traumatico mondiale, che sembra come se il mal comune possa alleviare l’impegno, lo stress e la capacità di reagire, con una elaborazione ed analisi costante, che porta all’accettazione dello status quo di giorno in  giorno. Tra morti, bollettini della Protezione Civile e stupide polemiche politiche di idioti dallo scranno parassitario.

Le mie esperienze di “istituzionalizzazione forzata” quali scuola, caserma, carcere, struttura psichiatrica e presente ambiente lavorativo, mi hanno dato l’opportunità di riprendere e sviluppare l’origine del personale carattere che contraddistingue una certa propensione alla solitudine. Ricercando continuamente quell’auto-mutuo-aiuto che proviene da un percorso di pulizia dell’Anima, anche con la condivisione di spiritualità legata soprattutto alla connessione con il pianeta, che ospita il mio passaggio su di esso…

Cosa mi manca…

Prima di tutto mi manca il mio Paese. Che non è la totalità della sua “gens”, per usare un termine latino o più propriamente popolo, che racchiude tutte le diversità, che sono ricchezza, o motivo di separazione, e che sono particolare occasione di conoscere, incontrare e stabilire una connessione. Temporanea, stabile, effimera, distanziata, stabile o a termine.
Questo accade, quando nel proprio paese di nascita, si viaggia attraverso di esso, mossi dalla curiosità di un bambino che si perde con la fantasia in ogni angolo. Apprezzando le sensazioni, adoperandosi ad amplificare non solo ciò che è tattile, visivo, olfattivo, uditivo o gustativo, ma nell’insieme accendere quello stato mentale che porta ad una “cura catartica”.

I vecchi non  dormono

Questo si dice di chi raggiunge un età avanzata, come se fosse un luogo comune da citare insieme a tanti altri.
I vecchi dormono eccome. Questo l’ho sempre pensato da quando osservavo mio Padre che spesso si adagiava. Sembra come se si abituino già alla Morte, quando il loro sonno diventa anche diurno, o come se volessero spegnersi anche per un dosaggio di “nulla” della Mente.
Questa ultima settimana mi sono recato al lavoro, necessità di spostarmi in un clima di quarantena consigliata, attenendomi a tutti i dettami declamati per la prevenzione. Azioni che dovrebbero essere la normalità di un popolo responsabile, che per molte delle sue azioni , decantando scenari dittatoriali e uomini unici dal pensiero unico, oltre a non avere un minimo senso civico, mettono in pericolo quella che è la collettività.

Mi vengono alla mente i  comportamenti che tengono i cittadini cresciuti nelle socialdemocrazie, spesso tacciati di tendenze suicide o eccessiva freddezza nei rapporti sociali. La prossemica varia da paese a paese, ed usi e costumi, anche nel nostro Bel Paese, sono differenti.

Un virus

La parificazione delle vite passa dall’eliminazione delle sovrastrutture, spesso involucro presentabile secondo i canoni di un modello ipercapitalistico. Per dirla alla Fromm (Erich) l’Homo Consumens ha dato e sta dando la massima spallata a questo pianeta. E questo reagisce con una difesa biologica, forse, anche diffondendo un virus, emanazione di un decadimento sociale e purtroppo naturale, che l’antropizzazione ha accelerato. A suo danno.

Da sempre sono esistiti individui convinti che per essere felici sarebbe bastato raggiungere il piacere, il potere, la fama e la ricchezza, e che l’unica cosa da imparare non fosse tanto l’arte di vivere quanto il modo per ottenere abbastanza successo da acquisire i mezzi per vivere bene. Eppure, se anche esistevano individui e gruppi che praticavano il principio di un edonismo radicale, tutte le culture avevano maestri di vita e maestri di pensiero. Questi proclamavano che vivere bene è un’arte che va imparata, che imparare quest’arte richiede fatica, dedizione, comprensione e pazienza, e tuttavia costituisce la cosa più importante da apprendere.
Una delle ragioni che spiegano questo sviluppo va ascritta al fatto che viviamo in una società dominata dalle macchine, nella quale il lavoro artigianale è stato sostituito da quello meccanico o informatico. Un tempo produrre una scarpa o un tavolo era un compito arduo, per imparare il quale occorrevano anni. Oggi chi produce scarpe o tavoli utilizzando delle macchine non compie più un’operazione complessa né ha bisogno di anni di apprendistato. Sempre meno professioni specializzate richiedono una formazione paragonabile a quella di un muratore.

Lo stesso sviluppo, la possibilità cioè di fare le cose con facilità, si può osservare nel settore dei consumi. Cucinare, guidare un’auto, usare un computer o telefono…ebbene quasi tutte le attività legate al consumo non richiedono più capacità, né sforzo o concentrazione: basta seguire le semplici istruzioni per l’uso. Perché sobbarcarsi la fatica di imparare quest’arte, quando invece ogni cosa può essere sbrigata facilmente, quando ogni bambino, schiacciando il pulsante di un televisore, può produrre per incantesimo un intero mondo?

Eppure, vivere non è facile…

L’uomo è dotato solo di alcune pulsioni istintive, che non può fare a meno di soddisfare per la sopravvivenza tanto del singolo quanto della specie. Sotto tale profilo non siamo diversi dagli animali. Ma, a differenza di questi, non possediamo un corredo istintivo innato che di volta in volta ci indichi come organizzare la nostra vita e che contenga un progetto per l’arte di vivere. Se noi uomini, nelle nostre azioni, fossimo determinati da queste necessità biologiche, agiremmo allora “razionalmente” e – per fare solo un esempio – non ci uccideremmo a vicenda per questioni di onore, di fama o di ricchezza, ma saremmo solidali tra noi con l’obiettivo della sopravvivenza. Se il nostro agire fosse determinato solo dalla ragione, non sorgerebbero problemi…

In confronto all’animale, l’uomo viene al mondo prematuramente e completa la propria nascita fisiologica solo molti mesi dopo la nascita vera e propria. Ciò vale per l’aspetto psichico più ancora che per quello fisico. Sotto il profilo psichico all’uomo occorre tutta la vita per portare a pieno compimento la propria nascita. Nel corso di questo processo può anche accadergli di perdersi; in ogni momento del suo sviluppo può cessare di crescere per finire con l’approdare, come un menomato psichico, nella “distruttività”, nella depressione, nell’incapacità di amare e nell’isolamento.

L’uomo è soggetto alla legge di ogni vita fisica e psichica: vivere significa crescere ed essere attivi; se la crescita si interrompe, subentrano il decadimento e la morte. Non è difficile riconoscere la morte fisiologica, mentre la morte psicologica è figlia del decadimento.

A.D. MMXVI. Qualche tempo fa….

Mutevolezza. Attraverso il mio paese. Le mie mancanze passano per delle strade, quelle dove il silenzio è la sola presenza, rotta dalla mia presenza.

Due alberi. Piccoli. Su un crinale.
La strada é quella che porta a Macereto.
Ci sono quei luoghi, che io chiamo “emozionali” dove ognuno trova il suo essere animale, primordiale.
Quando.
Il silenzio della mattina poco dopo l’alba è inteso nell’insieme delle luci, dei profumi del vento che entra dalle cuciture del giubbotto.

Le curve che scendono da Fiastra verso Sarnano.
Si snodano su 25 km e sette tornanti che rapidamente poggiano la quota di altitudine.
In tempi diversi, la terra ha tremato. Forte.

Nello scorrere del tempo su queste strade, la faglia sismica si è spostata, da sud verso nord. Come a dividere la terra e i suoi due mari Adriatico e Tirreno.
Poi, in solitudine, lontano dalla diffusione mediatica, solo così si può sentire come la Terra nella sua Vita, in un piccolo tremore, nella sua scala di intensità di movimento, cerca di comunicare con chi vi poggia i piedi sopra.
Le case, in cui l’Umano vive, poggiano come i suoi piedi, ma se queste hanno fragili radici, inevitabilmente crollano.
Così come le certezze, che solo dalle sovrastrutture, inutili, fanno di un tetto, un luogo non sicuro. Non collegato alla vera struttura, dell’insieme.
Solitamente, i viaggi, hanno bisogno di una preparazione, in base al luogo dove c’è intenzione di recarsi. Un carico di responsabilità spirituale, misto a razionalità organizzativa. Fosse anche spostarsi con l’autobus.
Ma quei due piccoli alberi….li ho immaginati quando la “botta grossa” li ha strapazzati.
Così come ero sdraiato nella mia tenda, solo, con la motocicletta accanto.
Il tintinnìo delle pentole e gli argini del lago di Fiastra che si sono riversati nell’acqua.
Un giorno dei tanti. Quelli vissuti attraverso. Come il Sacro volto di Manoppello.
Un altro evento di trauma.

Argini

I limiti sono volubili, spesso determinati da quei numeri che vanno a costruire i grafici che ogni sera vengono esposti nei telegiornali. Un terremoto, una popolazione, i decessi, i guariti…
E l’Anima che a stenti guarisce, sempre toccata da quei bollettini di guerra. Troppo spesso paragonati ad un conflitto dove il nemico lo puoi vedere in faccia, ma che le nostre facce vengono eguagliate da una mascherina. Dove il virus rende tutti uguali. Un dittatore molto democratico…

Quello che non c’è è ciò che mi manca di più. Senza darlo per scontato. Prendere la metro, camminare dritto sul pavimento della stazione, tra il desiderio mattutino di evadere nei silenzi, di quegli angoli del mio paese. Tra i colori e le sue tradizioni. L’essenza.

Niente sarà più come prima? Questo non lo sa nessuno. Almeno io ogni giorno non sono mai lo stesso.

E rimarrà Storia del secolo XXI…

(R)

Sopporta e persevera; cose molto più gravi sopportasti.
Perfer et obdura: multo graviora tulisti.
Ovidio


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Dopo il Virus – prima parte

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Era stato deciso tutto in poche ore.

Radunammo allo Spazioporto i componenti dell’Unità di Governo Mondiale, insieme a pochi altri rappresentanti di Etnie particolari, di quelle che avevano dimostrato migliore resistenza all’epidemia. I motori magnetici dell’astronave ronzarono brevemente, si sincronizzò la frequenza di trasporto sulla traslazione spaziotemporale, l’equipaggio prese posto nelle capsule di sospensione vitale, presi un ultimo respiro, poi anch’io mi affidai al neurocalcolatore, mi sarei risvegliato nella costellazione di Pegaso, agganciato alla torre di ancoraggio della città di Terra Futura, sul pianeta HR2550, dichiarato biocompatibile dopo le prime missioni traslazionali.

Lasciavamo la Terra, devastata dall’Epidemia, sperando di tornarci, un giorno. Lasciavo pezzi della mia vita, e mio padre – che non vedevo da mesi – cocciutamente chiuso nel suo laboratorio di genetica molecolare in una grotta a cinquecento metri sotto il livello del mare, dentro una miniera di salgemma nelle montagne della Cucotka.
Insieme a quella sparuta pattuglia di ricercatori che erano riusciti a superare o evitare il contagio, giovani mostruosamente determinati a combattere il Virus.

Era convinto di riuscire a sintetizzare un vaccino contro quel Virus che aveva ucciso 7 miliardi di persone in pochi mesi, e che aveva reso sterili la maggior parte degli animali.
Mio padre, mi aveva concepito con metodi tradizionali, prima che il Congresso Eugenetico decidesse di consentire agli uomini di riprodursi solo affidando oociti e spermatozoi alle fattorie umane.
Gli somigliavo, così diceva sempre, aggiungendo che da una testa di marmo non poteva nascere un figlio con una testa più morbida, non aveva torto.

Avevo avuto anche una madre, ma era morta mentre combatteva a testa bassa in un reparto di medicina d’urgenza, sopraffatta da uno dei Virus che avevano cominciato a flagellare l’umanità alla fine del XXI secolo.
Era stata una cosa improvvisa, la mattina era in Ospedale, la sera era morta, con i polmoni paralizzati, non ricordo le parole che ci eravamo scambiati durante la chiamata che le avevo fatto dal Cosmodromo, avevo pensieri che andavano troppo lontano nello spazio e nel tempo, semplicemente non avevo ascoltato cosa mi aveva detto quella mattina.

Nonostante la sospensione delle funzioni vitali, il flusso dei pensieri non si arrestò, continuai a ricordare quell’ultima volta nella quale ci eravamo salutati con la promessa reciproca di non arrenderci al virus, di non lasciare che la civiltà umana sul pianeta Terra diventasse solo polvere fossile.

Uno degli effetti collaterali del trasporto in sospensione vitale era che la coscienza profonda, liberata dal giogo dei sensi e delle convenzioni comportamentali, mandava in loop continuo tutti i ricordi più remoti, anche se la somministrazione di oligonucleotidi antisenso consentiva di bloccare quelli negativi e dolorosi: una scelta inevitabile dopo che una buona parte dei navigatori stellari avevano avuto turbe psichiche importanti al risveglio, causando il default di molte missioni e la perdita di vite.

Programmammo accuratamente gli androidi che avrebbero sorvegliato la nave spaziale durante la nostra assenza, inducendo in loro anche un certo livello di empatia per le nostre condizioni e istruendoli all’uso degli schermi di difesa da attacchi alieni, anche se non ci era mai accaduto durante le precedenti missioni di doverne fare uso. Gli androidi: per molti anni erano stati loro a costituire l’unico equipaggio delle navi spaziali in cerca di pianeti ospitali, la neuroprogrammazione eliminava dal boquet dei sentimenti che erano capaci di mimare dall’umano che dava loro un imprinting genetico, quindi non erano in grado di provare tristezza, nostalgia, rimorso, rimpianto. Forse.

Volontariamente avevo regolato la pompa di infusione del mix farmacologico necessario a mantenere lo stato di sospensione vitale sul minimo, volevo rileggere i miei pensieri nascosti.
Il sogno ricorrente della prima missione, quello di camminare nudo su una spiaggia e poi finire sugli scogli fino ad essere portato via dalle onde, era stato sostituito da quello che mi vedeva in giro per i garage della città della mia infanzia a cercare un certo numero di motociclette che dovevano essere in mio possesso ma che invece erano sparite.
Era un sogno piuttosto angosciante, anche perché non avevo mai posseduto una motocicletta, erano state abolite per ragioni di sicurezza da parecchi anni. Forse era un ricordo chiuso nel DNA, un ricordo che avevo ereditato, neanche gli psicologi del Servizio di Trasporto Spaziale erano riusciti a decrittarlo.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Antonio Musotto




Casa

Io qui potrei anche tornarci tra mille anni, trovare solo macerie o un grande supermercato; comunque girerei col naso in aria, come i cani, finché non avrei ritrovato il posto.

Comunque mi struscerei alle pareti come i gatti. Anche con una benda nera sugli occhi ci sarei potuta tornare.

Una di quelle cose su cui non credo potrei barare.

Non è una questione di strade, di indicazioni, di probabili smarrimenti.

E, in fin dei conti, non è nemmeno una questione di certezze o di solidi investimenti.

È casa.

Fatta di cose messe insieme e mescolate con una certa aria.

È casa, ci torno per forza e desiderio.

Giro la chiave e sento la continuità con il mio odore.

Trascino con me gli odori di fuori, spalanco le finestre per cambiare aria, ma non cambia davvero, per un attimo l’aria di fuori prende il sopravvento, poi ritorna esattamente quell’odore di vita tua.

Il detersivo per i pavimenti, l’olezzo rimasto in cucina del tuo cibo – che ogni sugo ha la sua personalità – ai mille soprabiti appesi all’ingresso, le sigarette, i gatti, il dentifricio che non è mai il caso di chiudere… sì, sì anche lui ci mette del suo.

Tutto pronto per essere casa.

Siamo tre + due, due + due in verità, ma l’odore di Matteo è sempre là: una formula precisa di gesti e aliti che fanno odore, ognuno porta il suo, che diventa un po’ l’odore dell’altro.

Ci puoi mettere gli stessi odori e sapori e abitudini in un qualsiasi altrove, imitare il tutto nel migliore dei modi, con dovizia e meticolosa ricerca dei particolari.

Niente.

Quella cosa sarà sempre un clone.

Te ne rendi conto quando torni, non puoi accorgertene mentre ci sei, almeno se prima non sei mai andato via.

Te ne accorgi quando annusi altri posti che sono “casa”, ma non per te.

Te ne accorgi quando assaggi un’altra vita.

Ora potrei ricordare anche quanto sia importante ricordare che una casa non è fatta solo di mattoni, ricordare tutte le case che sono state casa e gli anni esatti che hanno impiegato a diventarlo; ma non riesco granché.

Casa in me assume un concetto unico, le mie case si sono sovrapposte le une alle altre, tutto il buono e tutto il marcio adesso sembrano ingredienti di un unico calderone.

Vivisezionare una casa è la cosa più stupida del mondo.

Una casa è come una vacanza presa in pacchetto full.

Ha i balconi, le finestre, le pietre, il lato al sole e, chi ha fortuna, un po’ di giardino. Di certo ha le pareti ed il tetto.

Tutto il resto è altamente variabile, ma si chiama casa.

Ed è tutto quello che voglio, non proponetemi mai alberghi, se possibile, li detesto e non ci dormo mai bene, figuriamoci sognare.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Laurent Chéhère




S1: E1 “Rozeta”

Rozeta, anzi la dottoressa Rozeta, oggi vive ad Asti e quando indossa il suo camice bianco e si cinge il collo con lo stetoscopio, come fosse una collana preziosa, sorride felice. Visita i suoi pazienti nell’ambulatorio, dipinto di bianco e verde acqua, in corso Casale, perché finalmente è anche lei una medica di famiglia. Proprio come quando a 24 anni, appena laureata, lavorava come medica di base per quattro diversi paesini intorno a Shkoder, nel nord dell’Albania ai confini con il Montenegro, in un piccolo centro sanitario con solo sei posti letto riservati ai casi più urgenti. È proprio qui che si è specializzata in microbiologia, lei che fin da piccola si divertiva a guardare una goccia di saliva o l’ala di un insetto con il microscopio giocattolo, regalo di compleanno. Rozeta la medica che poi ha sposato Leonard il bravo violoncellista biondo e ha iniziato, come tante, come tutte, a dividersi tra il lavoro fuori di casa con i pazienti e quello in casa, con lui spesso in giro a fare concerti e lei a badare ai due bambini, a crescerli. Niente che la turbasse e le facesse pensare di mollare tutto per andare via. Poi, correva l’anno 1997, è iniziato il “periodo dell’anarchia albanese”, come scrive anche Wikipedia. Una vera guerra civile, con le persone armate per le strade, la crisi economica che aveva portato il paese alla rovina e spinto tanti albanesi, disperati e terrorizzati, a scappare. Anche per Rozeta e Leonard, e il violoncello e i figli, l’idea è stata quella di andare via, appena possibile, abbandonare tutto per raggiungere quella parte della famiglia che da dieci anni viveva ad Asti e ricominciare. Ovviamente saper suonare uno strumento è qualcosa di riconosciuto, e apprezzato, in tutto il mondo, anche in Italia, e iniziare a dare lezioni di musica o suonare per la banda cittadina per Leonard non è difficile, la musica è una lingua universale, anche quando l’italiano è stentato. Rozeta già sa che una laurea in medicina presa in un altro paese, anche se europeo, in Italia non ha alcun valore legale. Per ottenere il permesso di soggiorno si fa prima se si inizia a fare la sarta o la badante in una residenza per anziani, anzichè  aspettare  tempi e peripezie burocratiche per il riconoscimento del titolo di studio. Senza scoraggiarsi, cercando di cavarsela, studiando una nuova lingua, provando a capire e ad abituarsi a un modo di vivere diverso, sfidando la diffidenza degli sguardi e i pregiudizi. Solo quattro anni per avere una risposta dal ministero della salute: “per quanto riguarda la domanda della sig.ra Rozeta …, di nazionalità albanese, in possesso di Laurea in Medicina e Chirurgia, la Commissione Didattica, esaminata la documentazione allegata, invita la Facoltà ad ammettere la richiedente, senza obbligo di frequenza, direttamente al VI Anno del Corso di Laurea Specialistica a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia, con obbligo di sostenere i seguenti esami di profitto: Emergenze Medico-Chirurgiche, Clinica Medica, Clinica Chirurgica, Pediatria Generale e Specialistica, Ginecologia e Ostetricia, Medicina Legale, Sanità Pubblica e Medicina del Lavoro.”.  Ovviamente la facoltà è quella  dell’università Sapienza di Roma, facilmente raggiungibile da Asti, capoluogo della provincia omonima, in Piemonte. Rozeta studia, ci mette due anni, spostamenti compresi, a superare brillantemente gli esami richiesti e poi, quando la legge lo ha permesso, si è iscritta al corso triennale per diventare una medica di famiglia e oggi è la prima, e per ora unica, straniera medica di famiglia in Italia.

Secondo i dati dell’Associazione Medici Stranieri in Italia, a fine 2019, in Italia ci sono 80mila professionisti della sanità di origine straniera, di cui 19mila medici: il 65% non ha la cittadinanza italiana, o è in attesa di riconoscimento titoli conseguiti all’estero, e per questo l’85% lavora nel privato non potendo accedere ai concorsi pubblici.





Desidero esistere

Carla viveva a Roma ormai da più di 25 anni, era partita dal suo paese per frequentare l’università, Roma rappresentava la libertà attesa dalle scuole medie, il mettersi alla prova, le piazze grandi e tanti cinema.
Carla non si era mai pentita di questa scelta, anzi le piaceva vivere nella Capitale.

Lo vede subito. Immobile con le mani in tasca, sembra anche spaventato, le 4 del mattino; si sta pentendo di essere andata via tanto tardi e pure da sola, ma una serata così piacevole, in terrazza a fine maggio, ballare e chiacchierare, era rimasta fino all’ultimo.

La vede anche lui. Qualche rapido passo e svanisce dietro l’angolo, a metà del sottopassaggio, ‘forse dovrei girare i tacchi e andarmene”, ma no Carla non ci riesce, sa che se lascia vincere la paura potrebbe anche smettere di uscire, dopo tanti anni di libertà non se la sente di rinunciare, poi dovrebbe rinunciare al cinema da sola, al ristorante, alla visita culturale, al chiaro di luna, a tutto quello che ha sempre fatto.

“Stai calma stai calma stai calma. Non è niente non è niente.” quasi a ritmare il passo e il battito del cuore.

Si gira, nessuno. Nessuno dietro, nessuno davanti, eppure accelera il passo, arriva all’angolo, pochi passi e sarà a casa al sicuro.

Un movimento rapido, rosa tra abiti scuri, tra le pareti dello stomaco. Un baluginare di carne che si agita nella mano: è come se stringesse il suo cuore e lo facesse sobbalzare su e giù. Continua a pensare ho 45 anni ed è come se ne avessi 5, non posso fare nulla.

Giovane, giovanissimo, diafano con la pelle butterata, continua a masturbarsi; Carla si vede dall’esterno ormai, quasi fosse la scena di un duello; è costretta, ma spera sia solo un esibizionista di quelli che lo fanno tanto per, certo è orribile, ricorda i discorsi di casa in cui si diceva che un esibizionista violenta la tua anima, ma non il tuo corpo, in certi momenti ci si accontenta davvero di niente.

Noi donne lo sappiamo benissimo cosa non dovremmo mai fare, ma prevale la voglia di esistere, certo che Carla lo sapeva che mai i sottopassaggi, mai da sola tanto tardi, eppure lo faceva uguale; avete mai provato la sensazione di dover limitare la vostra libertà solo perché potrebbe essere troppo pericolosa?

È inaccettabile, considerare “saggio” condizionare le proprie scelte non è possibile, però sin da bambina te lo chiedono, sempre preceduto da un “ma” avversativo, un “avresti anche ragione, ma”. Ma cosa?

Ma sei nata donna.

Il biondo slavato adesso si muove rapidamente, mi butta in ginocchio, sento qualcosa puntato alla tempia, non posso guardare, preme, fa male, mi abbassa la testa e me lo mette in bocca, ho paura vorrei vomitare, non riesco, non posso, se lo faccio magari mi ammazza.

Finisce, si rimette dentro il pezzo di carne, si calca il cappellino in testa e se ne va; Carla rimane stordita e nauseata, pensa “poteva andarmi peggio” e mentre lo pensa lo sa che è un pensiero sbagliato, ma anche inevitabile, lo stupro è una minaccia alla vita; l’ultima cosa che difendiamo.

Sale a casa, chiama un’amica, di corsa si recano in Questura; Carla racconta l’accaduto, continuando a sfregarsi la bocca con la manica, l’agente di turno la squadra, osserva la gonna, poi la guarda negli occhi e le dice: “In questo quartiere contiamo circa una ventina di aggressori sessuali, può sporgere denuncia contro ignoti, faremo del nostro meglio, ma sa come sono questi maniaci, difficile identificarli con sicurezza quando è notte, si ha paura… alla fine possiamo fare poco.”

Carla non sa più che fare, è arrivata già la paura successiva, quella di una malattia; certo non le va di andare a casa, la sua amica la prende sottobraccio e se la porta via, il giorno dopo andranno in ospedale per le analisi, nessuna delle due riesce a parlare, ma si intuisce un pensiero arcaico di vendetta, un qualcosa che ti fa venir voglia di segnarli tutti con una lettera scarlatta, di esibirli, di mostrarli, nelle piazze, che se essere donna è uno stigma allora provalo anche tu cosa significa, che ogni sottopassaggio, androne, vicolo venga illuminato, vorresti infliggergli il supplizio del sole, come a un vampiro, per strapparlo dalle pieghe della vergogna che provi, per far sì che il sole illumini la verità, io mi vergogno del silenzio che ogni giorno mette a tacere tutto questo, mi vergogno per me, mi vergogno di ritirare le analisi, mi vergogno e non posso smettere di vergognarmi anche se vorrei.





#1

Beatrice coi suoi 30 anni aveva già quell’aria da zitella ringalluzzita che avrebbe dovuto acquisire con il passar del tempo.
Potevi immaginarla, a 45-50 anni, come madre di successo, anche senza figli; con una bella pelle idratata e i capelli lunghissimi, un culo da urlo e una grande competenza in ritocchini.
Cosa la rendesse tale penso fosse quel sottostrato di conformismo e di bisogno di piacere a tutti, insicura fino al parossismo; non rispondeva mai in modo spontaneo, vedevi che si fermava, per carità non è detto che riflettere sia sbagliato, anzi; ma se ti chiedo la vuoi la pasta? mi aspetto risposte semplici, non contorte elaborazioni intellettuali per arrivare a proferire – comunque – un sì o un no.

Nature come quella di Vincenzo erano al tempo stesso attratte e repulse da donne così, ma indubbiamente anche lui era uno di quelli che a retropensiero ci andava pesante, e lei era bella, molto.
Si erano incontrati a una noiosissima “cenetta” tra amici, la noia fu galeotta, essendo gli unici muti della combriccola, inevitabilmente iniziarono a conversare fra di loro.

Partirono parlando dei comuni amici per arrivare a scoprire di aver frequentato la stessa scuola elementare; ecco quando scopri un passato in comune con qualcuno ti rilassi, come se quel passato fosse una garanzia, una sicurezza, qualcosa che non può che averti reso buono e affidabile, almeno quanto me.

Beatrice si fidò di Vincenzo, iniziarono a frequentarsi, si piacevano davvero? Mah, secondo i comuni amici non c’era niente di più distante da Vincenzo di Beatrice e viceversa, eppure avevano la scuola elementare che li univa e questo – loro – non potevano capirlo.
Finché all’improvviso, un déjà vu; quel ragazzino stronzo che la pigliava in giro, più grande di lei, che ripeteva la quinta elementare da due anni; assomigliava moltissimo a Vincenzo, gli anni non corrispondevano, però.
Beatrice iniziò a osservarlo di sguincio, a sospettare, non avevano ancora fatto l’amore, a quel punto un’angoscia incontenibile la assalì e se si fosse ritrovata a letto con lui e scoperto che aveva IL neo a forma di ananas all’interno caviglia? quel neo che ricordava quando lui la buttava a terra nella polvere del cortile, gridandole “cicciona quattr’occhi, tuo padre vende i fiori al cimitero per farti essere così deforme?”

Fu allora che per Beatrice riuscire a vedergli la caviglia divenne un’ossessione, più del culo, dei ritocchini, di tutto; e riprese a mangiare, mangiare, come se la bambina fosse riapparsa dalle nebbie del passato; ma lui pareva non accorgersene, finché un pomeriggio sonnacchioso in cui lui era andato a trovarla – sperando che si arrivasse a concludere qualcosa – lei lo stordì con un caffè ‘corretto’ e, alla prima occasione, gli sollevò il pantalone, il neo era lì; la donna non si scompose e con un coltello asportò il neo in un colpo solo, mentre lui urlava di dolore e lei sussurrava: “Ora sì che siamo tutti e due diversi da quei bambini; io non sono più una cicciona quattr’occhi e tu non sei quello cattivo con il neo a forma di ananas”





Roma città Eterna?

È una bella giornata di inverno solare a Roma, è raro che sia così limpido
da vedere i castelli dal mio balconcino, torno da una felice e pensierosa
passeggiata al parco della Caffarella.
Mi piacciono le ville di periferia, sono pezzi di natura che casualmente la
città non ha inghiottito. In mezzo ai palazzoni dell’Appio un tocco di
poesia che commuove ancora di più per il contrasto.
Le ville di periferia non sono eleganti e istruite come le altezzose ville
del centro, gonfie di visitatori che non sanno che non stanno vedendo Roma, ma quello che tutti sanno di questa città.
Non sanno delle panchine occupate sempre dagli stessi occhi, degli uomini
soli che cercano rifugio in donne culturalmente sconosciute, ma una carezza non ha nazione – non trovi? -, non sanno dei bambini sudati e dei genitori che ripetono il vecchio ritornello: “còprite che sei sudato e poi te piji er rafreddddore…”, non sanno dei giovani che sballano in tanti modi, delle coppiette un po’ coatte che ciancicano gomma e si sbaciucchiano e si dicono: “A ci’, t’amo da mori’!”. Non sanno, ma soprattutto non vogliono saperlo perché ce l’hanno anche a casa loro, allora ogni giorno questa città si sveglia e cerca di mantenere intatti i sogni su se stessa.
Nessuno viene qua per vedere la realtà, per essere eterna questa città si
deve inventare uno spazio al di fuori del tempo: i busti severi di villa
Borghese ci fissano e si indignano per le inevitabili mutilazioni, il
Colosseo che essendo un circo non riesce proprio a credere di essere così
interessante, e tante tante chiese che mi chiedo sempre perché sono chiuse
proprio la notte quando l’uomo è più solo e ha freddo, perché sono chiuse
quando ce ne è più bisogno? È la notte che si ha bisogno di Dio.