PAOLO PELLEGRIN

(articolo già edito sulla pagina facebook Scriptphotography).

La Storia è un tempo fornito di senso. Se il significato dei giorni è cancellato, avremo un tempo sterilizzato dalle differenze, in cui l’esperienza umana riflette se stessa come davanti a uno specchio vuoto. Ne abbiamo coscienza. Abbiamo imparato ad averne consapevolezza in questi mesi che, nel tentativo di contenere il diffondersi di una pandemia, ci ha visto costretti a una clausura forzata tra le mura di casa, costringendoci, nel bene o nel male, a rimodulare la gestione del tempo, degli interessi, del lavoro e persino degli affetti: un mondo improvvisamente affollato, contrapposto alla desolata solitudine del mondo “là fuori”, si è affacciato suggerendoci una nuova lettura dei rapporti interpersonali.
Una importante fotografa italiana ha affermato che “questo tempo non è fotografabile” in quanto non succederebbe nulla. Con tutto il rispetto che nutro verso la fotografa, il suo parere non mi trova d’accordo. Accetto tuttavia lo stimolo, la provocazione; e un’affermazione che mi costringe a un ragionamento io la saluto come benvenuta. È vero, le città sono state deserte, spogliate forzatamente dai suoi protagonisti, dalle donne e dagli uomini che ogni giorno ne affollano le strade e le piazze e che grazie alla loro presenza le innervano di vita. Dove non ci sono donne e uomini non c’è storia, non ci sono attività, non c’è linfa, non c’è racconto. Ecco la questione, il racconto. Come ha raccontato la fotografia questi giorni “fatti di niente”, scivolati uno dopo l’altro come fumo di fumi?
A differenza di altri fotografi professionisti, che imbastivano la narrazione presentandoci città deserte, scheletriche, evaporate dalla presenza umana – riportando alla mente non già gli effetti del lockdown, quanto i ricordi della solitudine delle grandi città nei Ferragosto del passato – mentre i fotografi amatoriali – per meglio dire i medici e gli infermieri fotoamatori – impegnati nelle prime linee delle unità di terapia intensiva, si ritagliavano il ruolo di testimoniare da dentro gli ospedali gli effetti della tragedia, con immagini che ci sono giunte nel pieno della loro efficacia con buona pace sull’opinione della famosa fotografa.
Paolo Pellegrin dev’essersi chiesto come la fotografia può rifornire di senso un tempo che dal punto di vista fotografico, come si obbietta, ne sarebbe privo e ha puntato l’obiettivo della fotocamera girandolo dalla guerra alla sua famiglia. L’isolamento, l’impossibilità a muoversi assume il volto dell’opportunità. Ginevra non è lontana, eppure a questo luogo tra le verdissime montagne basta poco per presentarsi come privo d’orizzonte, come se l’inquietudine del momento, i timori potessero trovare risposte nel disorientante silenzio della solitudine. Eppure, anche se si può desumere dalle stesse fotografie, quello di Pellegrin è tutto tranne che un diario della quarantena, quanto, piuttosto, il tentativo riuscito di tornate ad essere proprietario di un tempo sottratto alla famiglia a causa degli impegni. Un tempo ritrovato che trasuda il desiderio di intimità, che ora si offre perché sia gustata in profondità. I ritratti delle figlie, della moglie, così connesse nel luogo prescelto, svelano la vocazione a scovare nelle piccole cose il senso più universale dell’appartenenza, di una “vicinanza” fisica che rende sterile qualunque parola d’amore pronunciata a distanza. Pellegrin qui è nelle vesti di padre. Dismesse quelle del fotoreporter, e deposto l’obiettivo che ha inquadrato innumerevoli rivolte ora assume il respiro di chi ha davanti a sé la più grandiosa delle esperienze: vivere lo stesso tempo della famiglia, sentire quanto più possibile le risa delle sue bambine, ascoltarne il respiro, vederle al gioco e lasciarsi conquistare dall’insaziabile voglia d’essere al centro dei suoi affetti, qui suggellato dal luminoso ritratto della moglie.
Non è raro, ma accade, che per raccontare una storia che raggiunga la sensibilità di molti è necessario narrare le piccole cose, così che nell’accenno della sincerità si trovi un’eco in cui riconoscersi, perché possiamo sentirci parte di un’umanità dai valori condivisi. Con questo lavoro, assai distante da quelli che conosciamo e ammiriamo, abbiamo la sensazione che Pellegrin abbia voluto ribaltare momentaneamente il suo ruolo professionale, una deroga che vede lui offrire la cronaca di se stesso dopo anni in cui ha offerto eventi riguardanti altra gente, altri paesi. Questa, dunque, è la storia di un ritorno; è la storia di un fotografo che ha voluto e saputo fermare il tempo e piegarlo alla sua volontà. Forse, come si è detto, non sarà un vero e proprio diario della quarantena ma è certo che è da lì che nasce, dal desiderio di fornire di senso un tempo che ricorderemo a lungo.


History is a time filled with meaning. If the meaning of the days is canceled, we will have a time sterilized by differences, in which human experience reflects itself as if in front of an empty mirror. We are aware of this. We’ve learned to be aware of these in recent months that, in an attempt to contain the spread of a pandemic, has seen us forced to a forced enclosure our own houses, forcing us, for better or for worse, to remodel the management of time, interests, work and even affections: a world that is suddenly crowded, opposed to the desolate solitude of the world “out there”, has approached us by suggesting a new reading of interpersonal relationships.
An important Italian photographer said that “this time it ain’t photographable” as nothing would happen. With all the respect I have for the photographer, her opinion does not agree. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. Where there are no women and men there is no history, there are no activities, there is no lymph, there is no story. Here’s the question, the story. How did photography say “days made of nothing”, slipped one after the other like smoke?
Unlike other professional photographers, who based the narrative by presenting us deserted, skeletal cities, evaporated by the human presence – bringing to mind not the effects of the lockdown, but the memories of the solitude of the big cities in some past August Bank Holyday – while the amateur photographers – to better say the doctors and photo amateurs nurses – engaged in the front lines of the intensive care units, carved out the role of witnessing the effects of the tragedy from within the hospitals, with images that reached us in full effect with all due respect on the famous photographer.
Paolo Pellegrin must have wondered how photography can make sense of a time that from a photographic point of view, as it is objected, would lack it and aimed the camera lens by shooting it from war to his family. Isolation, the inability to move takes on the face of opportunity. Geneva is not far away, yet in this place among the green mountains, it takes little to present itself as lacking in the horizon, as if the restlessness of the moment, fears could find answers in the disorienting silence of solitude. Yet, even if it can be deduced from the same photographs, Pellegrin’s is anything but a quarantine diary, but rather the successful attempt to return to being the owner of a time stolen from the family because of the commitments. A rediscovered time that exudes the desire for intimacy, which is now offered to be enjoyed in depth. The portraits of the daughters, of the wife, so connected in the chosen place, reveal the vocation to find the most universal sense of belonging in small things, of a physical “closeness” that renders any word of love pronounced remotely sterile. Pellegrin is here as a father. Decommissioned those of the photojournalist, and set the goal that has framed countless riots now takes the breath of those who have the greatest experience in front of them: live the same time as the family, hear the laughter of his girls as much as possible, listen to the breath, see them at play and let themselves be conquered by the insatiable desire to be at the center of his affections, here sealed by the bright portrait of his wife. It ain’t uncommon, but it happens, that to tell a story that reaches the sensitivity of many it is necessary to narrate the little things, so that in the hint of sincerity there is an echo in which to recognize ourselves, because we can feel part of a humanity from shared values. With this work, very distant from those we know and admire, we have the feeling that Pellegrin wanted to temporarily overturn his professional role, a derogation that sees him offering the chronicle of himself after years in which he has offered events concerning other people, others countries. So, this is the story of a return; it’s the story of a photographer who wanted and knew how to stop time and bend it to his will. Perhaps, as has been said, it will not be a real quarantine diary but it is certain that it is from there that it arises, from the desire to fill with sense a time that we will remember for a long time.


Ph. Paolo Pellegrin https://www.magnumphotos.com/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright ©Paolo Pellegrin




CINQUANTA SFUMATURE DI QUARANTENA

Distopia in atto. La farmacia ha esaurito le mascherine. Rimedio con un travestimento stile L’ Uomo invisibile di H. G. Wells: sciarpa che copre naso e bocca, occhiali da sole, guanti; manca il cappello. In tasca l’autocertificazione con le seguenti motivazioni: passeggiata cane, rifornire il frigo. Al rientro lavo le mani come per entrare il sala operatoria. Andrà tutto bene.
Fine della trasmissione del 12 marzo 2020.

Stato di emergenza, quarantena, misure restrittive, isolamento, terapia intensiva, dispositivi di protezione, pandemia; segue un repertorio terminologico che non riporto per intero. Queste sono alcune delle voci del lessico della paura che ci accompagna nei giorni del corona virus.

Un vocabolario consultato senza risparmio, una fruizione immersiva alla quale non ci si può sottrarre, data l’eccezionalità dell’avvenimento: la pandemia.
La nostra conoscenza del mondo si era fermata alle epidemie geograficamente circoscritte,  ma la pandemia no, non ci eravamo ancora arrivati al giorno d’oggi e ci ha colti di sorpresa, attoniti, disturbati da un evento planetario che ha stravolto la nostra esistenza fatta di interconnessione ossessiva, accelerazione del tempo voluta dalla  consumazione rapida, frequente e incontrastata di ogni possibile godimento.
Tutto e subito, senza pause tra un’attività e la formulazione di un desiderio cui deve far seguito un febbrile appagamento.

Covid-19, bastardo micorganismo che ha infettato  l’organismo di migliaia di persone  e influenzato  la vita delle popolazioni, il tempo che gli serviva per evolversi nel passaggio dall’animale all’uomo, se lo è preso tutto.
Quanto tempo avrà impiegato per attuare il salto di specie? Di sicuro molto più di quello che impieghiamo noi per decidere se acquistare un oggetto online, guardare una serie TV in streaming, incontrare gli amici della movida serale o troncare una relazione via Whatsapp.
Tutto facile, tutto a portata di mano, in una proliferazione maniacale di atti ripetuti, là dove anche l’amore acerbo si piega alla ricerca di qualcuno alla stregua di qualcosa che annulli il tempo di una riflessione, l’accettazione dell’alterità, la mancata corrispondenza di un ideale impossibile; nessuna  pausa tra un innamoramento e l’altro, nessun tempo che dilati l’attesa di un prossimo incontro.

Il tempo sincopato che siamo abituati a vivere è sostituito dal tempo rallentato della vita in un interno, casa nostra se siamo fortunati, l’ospedale se disgraziatamente abbiamo bisogno di cure.

Nella città in pausa dove tutti respiriamo la stessa aria, abbiamo ri-scoperto la vita meditativa del ritiro obbligato, confortata da quello che siamo capaci di fare una volta sottratti alle tentazioni che si trovano all’esterno, dedicandoci a letture, bricolage, cucito, maglia e uncinetto, pulizie straordinarie della casa, riordino degli archivi, cura delle piante, film in TV, esperimenti culinari mai tentati prima. Ci siamo adattati alla situazione riscoprendo il gusto del fare domestico, per alleggerire il peso di una situazione anomala che avremmo preferito vedere in un B movie piuttosto che nella realtà. Il privato è politico si diceva un tempo; in questo frangente è divenuto centrale nel tenere insieme una società compromessa da un elemento erroneamente considerato alieno, di fatto fortemente destabilizzante.

Da buoni improvvisatori e capaci di ammirevole dedizione nell’emergenza, con patriottico richiamo ci siamo organizzati una vita nelle retrovie dello schieramento umano, molto più esposto, dei medici e del personale ospedaliero incaricati di affrontare un patogeno sconosciuto con gli strumenti della scienza, con risorse alterne secondo la regione di appartenenza e tanta abnegazione.

Noi dal balcone di casa abbiamo applaudito il loro sforzo tenace, inviato messaggi di incoraggiamento e ammirazione, fatto del nostro meglio per contribuire ad arginare il contagio restando a casa.

Nel quartiere milanese di Nolo, Federica P. ha cucito mascherine di ottima fattura per chi non le ha trovate in farmacia. Anche un piccolo gesto si è rivelato una risorsa preziosa. Un gesto  riconducibile al concetto di  mateship, sentirsi parte di un vissuto comune.

Alcuni hanno beneficiato del lavoro agile, ma non tutti hanno avuto la stessa possibilità non potendo interrompere la catena produttiva dei servizi essenziali; abbiamo seguito con apprensione la loro esposizione al rischio.

Uno scenario inesplorato quello della vita al tempo del corona virus; molti si sono domandati: “e dopo ?” Cambierà qualcosa nei nostri comportamenti? Vorranno i governi rendersi finalmente conto che sfidare la natura porta guai e che la stessa non si piega alla nostra volontà di umanità incosciente e capricciosa? Non vorrei eccedere nell’elencare altre angosciose domande.
Leggo in un documento dal titolo “Nessuno resti indietro, redatto da un gruppo di consulenti manageriali:

…Si tratterebbe di promuovere da parte del Governo un progetto/campagna per sensibilizzare e condividere la necessità/opportunità di un cambio di paradigma nei comportamenti individuali e collettivi promuovendo un salto culturale che porti a comportamenti attenti al bene comune anziché a “essere furbi”.

Forse abbiamo avuto l’occasione di capire chi siamo o chi vogliamo diventare, in un futuro post-pandemico di maggiore consapevolezza e rimozione della visione alterata di un mondo fatto di confini considerati stabili, ora  divenuti immateriali, e penso alla vanità del tutto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Chiara Beretta




2020 – APPUNTI SULLA PANDEMIA

Quanto segue è una raccolta di pensieri girovaghi, tra ricordi, immagini mentali e attività di un presente dominato da un evento che permea la nostra esistenza spezzando quel flusso di abitudini e comportamenti consolidati, prima della pandemia. Una trascrizione automatica di emozioni, domande, constatazioni che si sono affacciate alla mente  incaricata di elaborare l’accaduto.
Penso che più o meno ognuno di noi abbia rilevato un tracciato simile e involontario nella propria testa; qui vi presento il mio.

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Appelli alla popolazione, stili di vita in un interno borghese.
Ventilazione polmonare, voglia di un cappuccino da consumare alla pasticceria del quartiere. Cineteca online: restate a casa, sono le regole. Soufflé al formaggio, pietanza fallita già ai tempi della prima repubblica. Lavoro agile e rapide corsette dietro l’angolo di casa. L’isolamento degli abitanti di Vo’. Tampone nasale e faringeo. Polverosi album di foto di famiglia. Mascherine esaurite; animazione sospesa. Think global, act local. Pandemia, pandemia, pandemia.

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Sui balconi svetta il tricolore. Due supermercati hanno esaurito le scorte di alcol: puntuale disinfezione in luogo di una corretta igiene mentale. Messa in piega fai-da-te modello Covid-19 incornicia il viso acqua e sapone. Parrucchieri e barbieri hanno deposto le forbici. Aperitivo allo specchio, mise en abyme. Memorie di un viaggio in Bretagna confortati dal bozzolo familiare. Secondo principio della termodinamica: indietro non si torna.
Energia e informazione. Un pensiero transemisferico agli amici lontani.
A pranzo pasta ceci e broccoli con una spolverata di peperoncino.

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Nella mia vita fino a un mese fa, ogni mattina al risveglio la domanda era: – cosa si fa oggi ? Con ciò intendendo attività fuori casa: incombenze varie, scambi coi familiari, cinema, teatri, mostre d’arte, etc. Ora il dinamismo extradomestico è sostituito da: – cosa cucino oggi ? Segue attenta esplorazione del frigo puntando sulla combinazione degli alimenti a disposizione, un’attività che mette in moto la creatività, la golosità e una vaga attenzione alle tabelle dietetiche. Oggi seppioline in umido con piselli.

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La mia buona salute è la tua buona salute, vogliamo capirlo ? Pensiero circolare.

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Zigzagando per il quartiere. Nelle uscite forzate con Dharma quando incontro persone che marciano nella mia direzione cambio traiettoria, in un percorso ubriaco fatto di passaggi da marciapede a marciapiede. Siamo un’umanità reietta.

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Ieri – sabato – mi telefona  un tizio lavoratore appartenente a una rete di servizi al consumatore e mi informa che, a seguito di un mio presunto interesse verso le offerte di luce e gas, voleva sapere se ero intenzionata a sottoscrivere un dato pacchetto vantaggiosissimo. A seguito del mio palese disinteresse verso la sua conveniente offerta, esclama deluso: – ecco signora, lasciamo stare il mondo così com’è! Qualcosa di biblico nel sottotesto.
Al che mi scappa una battuta corrosiva sul mondo così com’è, data la ben nota situazione dei giorni nostri.
Chiudo la telefonata e scatta un monologo interiore sul mondo così com’è.

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Biohazard, stampe floreali adornano i boudoir, autobus vuoti, Milano non si ferma. Interruzione della normalità. Pasqua al mare coi bambini.
Uso fallace del linguaggio, sciatteria lessicale. Trekking per i sentieri del parco Adamello Brenta.
Fare di necessità virtù. La pandemia non è uno shock asimmetrico. Mateship per tutti spiegata ai bambini.

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Decostruire per ricostruire.

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Gli sguardi dall’India di Luciana M. Paesaggi vicini e lontani. Le piazze gremite del fermento politico sono sostituite dal distanziamento sociale: elogio dell’impermanenza. Mi giunge il cicalino dei messaggi Whatsapp dei vicini. Algoritmi della psicostoria.
Vivere e abitare Feng Shui. Dharma in un percorso radiale di modesta estensione; torneremo a giocare al parco. Non siamo bloccati a casa, siamo sicuri a casa.
Nascondere la torta di mele e darsi al fitness casalingo. Sembriamo quadri di Edward Hopper ritratti in spazi prospettici a beneficio di immaginari osservatori.

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Quando tutto finirà, noi come saremo?

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Rita Manganello




IL RUOLO DELL’ARCHITETTURA [Post Covid-19]

Da tempo il ruolo dell’architettura si è andato man mano
restringendo verso direzioni considerate poco credibili se non, addirittura,
superflue. Schiacciata dalla continua pressione economica, la categoria
professionale degli architetti sta soffrendo un depauperamento del proprio
ruolo in un contesto così ampio che va dal design di interni alla progettazione
urbana a grande scala.

Perché sia accaduto questo non è chiaro. Si potrebbe pensare
alla continua e silenziosa perdita di idee in chiave progettuale o anche
all’estrema velocità del tempo di trasmissione dei dati che fa sì che un
prodotto diventi obsoleto dopo soli due anni e che si vadano sempre ricercando
isolati fenomeni spettacolari a discapito di un’architettura intesa come
organizzazione umana, come capacità di fruizione da parte del cittadino, come
dialogo, come supporto alle condizioni di vita e di lavoro dei singoli.

Il tema dell’ultima Biennale di Architettura 2018 è stato Freespace e, dalla visita dei Padiglioni, è emerso chiaramente che la tendenza dell’architettura oggi sia quella di concentrare l’attenzione sulla qualità dello spazio generato da opere costruite o non costruite, materiali o immateriali, tutte, comunque, rivolte a riconsiderare l’Oggetto costruito non più come una scatola chiusa bensì come uno sfondo che regola ed agisce sulla dimensione urbana in cui si inserisce. Basti pensare a City Life a Milano in cui gli “Oggetti” vanno al di là del progetto stesso che li ha generati e fanno da sfondo alla partecipazione attiva della comunità promuovendo l’incontro e definendo la forma del luogo in cui sono inseriti. Penso alle parole dell’architetto Gio Ponti che, nel suo libro Amate l’Architettura, parla dei grattacieli di Mies van der Rohe a Chicaco (che lui chiama “blocchi”) come dei “meravigliosi cristalli ad elementi ripetuti che possono essere sublime ingegneria. L’architettura è nella loro composizione che determina una figura finita, immodificabile”

Sembra fuori contesto in questo momento storico parlare di Freespace, di luoghi di incontro, di invito alla socializzazione, di immodificabilità della forma, di promozione dell’interconnessione tra le persone. In una certa misura lo è, e lo è in quella in cui forse è arrivato il momento di capire che noi professionisti dobbiamo rientrare nell’Oggetto e dobbiamo rioccuparci dell’Architettura con un approccio che “aderisca alla legge del mutamento e privilegi gli spazi interni” come ci insegna Bruno Zevi, dove un approccio inorganico e classicista che parte da schemi e volumetrie prefissate, lasci il posto a una visione dell’Architettura che “rispettando e potenziando l’individuo, stimoli il pluralismo”.

Perché, se da una parte è insindacabile che l’architettura
si occupi di dare forma ai luoghi in cui viviamo, è altrettanto certo che sia
essa stessa uno strumento sociale, un mezzo che si interpone tra l’agire privato e le relative conseguenze pubbliche e lo fa a cominciare dall’Oggetto
stesso che, per primo, deve rispondere alle necessità del singolo e della
collettività.  

RITROVARE IL PROPRIO RUOLO

Gli architetti, ma non solo, tutti i professionisti che hanno a che fare con la progettazione sono chiamati in questo momento storico di emergenza pandemica a ritrovare il proprio ruolo e a riflettere su quello che sta accadendo. Se c’è un aspetto fondamentale, in questa situazione di emergenza e di isolamento in cui il mondo intero versa in questi mesi, è quello di saper cogliere quanto ci si debba mettere in discussione e quanto si possa fare per dare al progetto la capacità di affrontare in maniera seria i problemi logistici a cui ci siamo trovati di fronte. In questo senso il ruolo dell’architettura ha modo di riacquistare il valore che ha sempre avuto e cioè quello di delineare e regolare il complesso rapporto tra l’idea e l’etica, tra la bellezza e la funzionalità, tra la forma e lo spazio, tra la struttura e la funzione. Leggo molti articoli riguardanti il lavoro dell’architetto ai tempi della quarantena ma, al di là di tutto, ricordiamoci che siamo inseriti in un mondo in cui la digitalizzazione ha mosso i suoi passi ormai più di venti anni fa e nel quale ci siamo piegati prima, e adattati dopo, nello sfruttamento massimo dei sistemi di aggiornamento. Io direi di cominciare a parlare di quello che sarà il lavoro dell’architetto post Covid-19, di quanto cambieranno le abitudini delle persone e di quanto sarà necessario leggere, in prospettiva, le odierne attuazioni che non solo tarderanno a scomparire, ma regoleranno le future interconnessioni sociali.  

Quello di cui parlo è ripensare alle diverse forma di
socialità e di controllo della stessa, al rapporto che cambierà tra il pubblico
e il privato, alla scoperta, ri-scoperta e ri-adattabilità degli spazi. Le
dinamiche degli spazi comuni
cambiano quando il contatto tra le persone è negato e la realtà a cui siamo
sottoposti richiederà un ripensamento della rigenerazione dei luoghi sia sotto
il profilo urbano sia sotto quello di fruizione dell’Oggetto. Partendo dalla
condizione di isolamento, la prima casa,
il luogo che per molti di noi ha avuto un ruolo di appoggio quasi fugace dopo
intere giornate passate fuori al lavoro, in linea con questi anni di
accelerazione ed estrema mobilità, assumerà una nuova attenzione in termini di
vivibilità degli spazi che per molti diventeranno multiuso grazie allo sviluppo
dello smart working. I servizi
scolastici necessiteranno di nuovi investimenti per le infrastrutture digitali in modo da rendere possibile un adattamento
in accessibilità. Molte delle strutture monofunzionali dovranno essere
ripensate e riutilizzate in vista di un approccio alla funzione che sia mutevole e mutante. Le strutture ristorative, quali bar, ristoranti e tutte quelle di
aggregazione sociale, lì dove la “shut-in-economy” (ossia l’economia al chiuso)
non sarà sufficiente a garantire un volume di affari proporzionato ai costi di
gestione del locale e del personale, vedranno una riprogettazione dello spazio
pubblico pensato per un numero limitato di persone   e saranno regolate da norme
igienico-sanitarie più restrittive che dovranno tenere conto di zone filtro tra
quelle di servizio e quelle dei clienti. Il fermo della mobilità ci ha posto di fronte alla riappropriazione da parte della
natura di luoghi che le erano stati negati dall’uomo; di contro, sta
dimostrando che non è influente sul tasso
di inquinamento
che ancora si sta registrando nelle principali città, come
Roma e Milano, e che a fare la differenza sono le temperature ancora basse che
richiedono l’utilizzo degli impianti di riscaldamento. Non solo, consideriamo
che gli stessi edifici rappresentano
un potenziale elevatissimo nel raggiungimento degli obiettivi di contrasto al
cambiamento climatico, è bene che una volta per tutte sia chiaro che
l’architettura ha una grande responsabilità in merito e che è arrivato il
momento che gli investimenti siano rivolti all’utilizzo di materiali e
tecnologie adeguate al raggiungimento dell’abbattimento delle emissioni di CO2
.

L’architettura dovrà far fronte a tutte queste necessità,
dovrà rivedere le priorità e ripensare alle soluzioni.

IL TEMA DELLA CITTÀ. UNA NUOVA GESTIONE DEI PROGETTI TERRITORIALI

Se da una parte è vero che viviamo in ambienti più ricchi di
“dati aperti”, i cosiddetti data urban,
frutto di una tendenza all’urbanizzazione sempre più diffusa nel mondo,
soprattutto nei paesi in via di sviluppo, come l’Africa e l’Asia, è altrettanto
vero che “la città che dopo mezzo secolo
di accuse e critiche era stata rivalutata come luogo primario della nostra
evoluzione, sembra non essere più il contenitore adatto per la gestione
strategica di progetti territoriali complessi
” – dice Giacomo Biraghi,
esperto internazionale di strategie urbane. La città andrà ripensata non solo
sulla base delle visualizzazioni interattive, che rivelano come le metropoli si
comportano e come le persone interagiscono con l’ambiente urbano in cui vivono,
o del concetto di “Smart City”, incentrato sull’efficienza e le prestazioni
ottimali legate ad essa, perché le azioni umane non sempre sono quantificabili
e prevedibili; senza alcuna demonizzazione in merito, ritengo che nessuna
tecnologia intelligente sia in grado di valutare gli effetti sociali della
cultura e della politica, né valutare l’importanza dell’impegno civico ed etico
delle persone, tantomeno in questo momento, in cui l’effetto sociale della
pandemia cambierà in maniera importante il modo del vivere comune. Quello che
si dovrà progettare nel potenziamento, invece, sono le aree esterne alle città,
di cui molte, ad oggi, non dispongono neanche di una connessione Wi-Fi stabile.

La gestione dei progetti territoriali dovrà interessare soprattutto la mobilità, il monitoraggio e il ripristino di tutte le infrastrutture a supporto della stessa, magari studiata per appoggiarsi maggiormente alle fonti rinnovabili”- dice Stefano Boeri.
Le statistiche degli ultimi giorni dicono che nell’immediato post coronavirus, quando la quarantena sarà finita, non ci sarà una repentina ripresa delle attività legate al tempo libero e, dal punto di vista economico, questo sarà un problema per le imprese. Solo il 3% degli intervistati ritiene plausibile l’idea di viaggiare all’Estero a breve termine, se non costretti dal lavoro, e questo in prospettiva potrà essere letto come una possibilità di potenziamento della rete di collegamento tra le varie Regioni d’Italia, delle loro strutture ricettive, degli interventi integrati per la crescita e l’interconnessione tra esse. Dedichiamoci a ricostruire i territori, ripartiamo da lì.

LA PROGETTAZIONE DEGLI EDIFICI

Gli edifici sono responsabili del 36% di tutte le emissioni, del 40% di energia, del 50% di estrazione di materie prime nelle Ue, del 21% del consumo di acqua”, dichiara la GBC Green Building Council Italia nel cui Manifesto pone in evidenza il peso che il settore delle costruzioni ha nelle emissioni di CO2 . Dal momento che l’Europa è impegnata concretamente a rendere l’impatto ambientale pari a zero, è bene che il New Green Deal, il nuovo patto verde, sia il punto di partenza per fare in modo che gli obiettivi energetico-ambientali si integrino con quelli economici-sociali. In Italia abbiamo bisogno di monitorare le prestazioni degli edifici e di adottare un protocollo energetico ambientale che detti delle regole e che sia assolutamente alla base delle nuove progettazioni e del riutilizzo delle esistenti. L’architettura ha bisogno di potenziare la cultura dell’efficienza, della sostenibilità, della gestione circolare dei materiali, dei componenti, del cambiamento e delle trasformazioni climatiche.
L’architettura ha un ruolo sociale e sociologico e quando l’architettura crea l’Oggetto, disegna il luogo, dà un contributo all’ambiente e fa contemporaneamente qualcosa per le persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Racconta
David Chipperfield, nuovo Guest Editor di Domus per l’anno
2020, dopo aver incontrato Renzo Piano nel suo studio a Parigi: “L’interesse per le prestazioni, la
tecnologia e la costruzione non è fine a se stesso. Piano ha sempre considerato
il ruolo sociale dell’architettura come sua ragione d’essere
”.

Fare architettura significa costruire
edifici che respirano, che non consumano troppa energia, anzi, che vivono in
simbiosi con l’ambiente. Siamo di fronte ad una nuova frontiera espressiva del
progetto. Fatta di leggerezza, trasparenza e sensibilità
” – dice lo stesso Renzo
Piano in un’intervista al Corriere della Sera.

RIENTRARE NELL’OGGETTO

Tanti sono gli edifici di cui si potrebbe parlare, ma visto il momento che stiamo vivendo, parto dal tema della sanità e nello specifico dal tema degli ospedali. In questi giorni sono state tante le persone a cui ho sentito dire che il problema più grande dell’emergenza sanitaria è costituita dagli enormi tagli alla sanità che il Governo ha fatto negli ultimi venti anni. È innegabile che sia così ma non credo che sia questo il problema del collasso delle strutture sanitarie. Nessuno poteva prevedere una pandemia del genere e nessun Paese sarà in grado di gestire dei numeri così alti con le sole forze che hanno regolato, fino ad oggi, le dinamiche quotidiane in fase di “normalità”. Quello che può cambiare, invece, in assenza di un numero elevato di terapie intensive, è la riorganizzazione interna dello spazio ospedaliero in cui le sale possano assurgere a diversi tipi di trattamento in base alle necessità.

Converto in idee progettuali un’interessante intervista che Mario Cucinella ha rilasciato al Sole 24ore: gli spazi delle sale operatorie devono rispondere al cambiamento di utilizzo così da essere agevolmente spostate, così come gli spazi delle sale delle degenze, in modo da potersi adattare facilmente alla necessità del cambiamento delle cure in fase di emergenza; la flessibilità nella riconversione dei reparti è fondamentale per la gestione da parte del personale sanitario e di conseguenza per la gestione ottimale del paziente; quando un Pronto Soccorso si sviluppa tutto su un piano, al piano terra, chi entra è accolto in base alla gravità della situazione e trova subito cura perché l’intero piano è dotato delle svariate specialità di emergenza, si rende il lavoro di gestione più fluido e si fa un dono del “tempo” al paziente, che a volte si traduce in secondi e non in minuti o ore; le entrate e le uscite devono avere percorsi separati in modo da non far entrare in contatto le persone malate con quelle sane, questo riduce di gran lunga le possibilità di contagio.

Questi sono solo alcuni degli aspetti che un progettista deve prendere in considerazione e forse rientrano anche in quelli più banali ma quello a cui voglio arrivare è che, ancora una volta, ci troviamo di fronte al concetto che quando l’architettura crea l’Oggetto o ne ridisegna il contenuto agendo  contemporaneamente anche sulla fruizione da parte delle persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Una buona progettazione può favorire la gestione delle grandi emergenze? La risposta è sì.
La flessibilità è una questione morale, non un solo un fatto tecnico”. R.P.


In Copertina Visiera protettiva ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners
Anche il mondo dell’architettura e del design si mobilita per fronteggiare la pandemia da coronavirus.
Numerosi studi di progettazione si sono infatti improvvisamente trasformati in centri di produzione per la realizzazione di visiere protettive e mascherine dimostrando che l’arma vincente in questa situazione di emergenza che non vede confini geografici, è il potere della collaborazione e della condivisione per cui talvolta il sapere e la tecnica di un singolo diventano strumento di ulteriore approfondimento per molti. È il caso di due big dell’architettura come lo studio BIG di Bjarke Ingelse lo studio Foster+Partners fondato da Sir. Norman Foster, che hanno studiato dei prototipi di visiere protettive per poi decidere di divulgare schemi e modelli sul web per chiunque, da ogni parte del mondo, avesse mezzi o creatività per reiterarli partecipando a questa grande realizzazione collettiva

Fonte: Archiportale articolo del 10/04/2020


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina: ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners




Metamorfosi di una quarantena

Se per una volta le si presta fede, una speranza dura per lungo tempo
Spes tenet in tempus, semel est si credita, longum
Ovidio

Roma. Quarantena A.D. MMXX

Inizio questo scritto raccontando delle mie sensazioni, muovendomi in una città in sospensione, in un paese in sospensione. Così come mentre batto le dita su uno schermo, nella mia abitazione spira un vento da nord, che prende a schiaffi il lato più esposto, scivola attraverso i mattoni vivi del perimetro, muove le foglie di edera sul balcone completamente soleggiato e rientra dalla finestra a sud, facendo ondeggiare le tende. In un silenzio di periferia semi rurale…
Uso spesso i puntini di sospensione, a me tanto cari, perché mi danno l’impressione delle sfumature dei pensieri, come se fossero degli haiku collegati tra loro, senza metrica, ma solo per materializzare i grigi che stanno tra il primo pensiero al risveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Insieme a quelli notturni, che a volte schizzano fuori dai miei sonni spesso disturbati da paralisi ipnagogica, dove il peso dell’Uomo Nero si posa sulle mie spalle…

Reduce da un lutto, con cui ho iniziato a fare i conti molto prima che questo avvenisse, una calma apparente maschera ciò che l’inconscio accumula, elabora e manifesta. Tutto questo è parte di un avvenimento traumatico mondiale, che sembra come se il mal comune possa alleviare l’impegno, lo stress e la capacità di reagire, con una elaborazione ed analisi costante, che porta all’accettazione dello status quo di giorno in  giorno. Tra morti, bollettini della Protezione Civile e stupide polemiche politiche di idioti dallo scranno parassitario.

Le mie esperienze di “istituzionalizzazione forzata” quali scuola, caserma, carcere, struttura psichiatrica e presente ambiente lavorativo, mi hanno dato l’opportunità di riprendere e sviluppare l’origine del personale carattere che contraddistingue una certa propensione alla solitudine. Ricercando continuamente quell’auto-mutuo-aiuto che proviene da un percorso di pulizia dell’Anima, anche con la condivisione di spiritualità legata soprattutto alla connessione con il pianeta, che ospita il mio passaggio su di esso…

Cosa mi manca…

Prima di tutto mi manca il mio Paese. Che non è la totalità della sua “gens”, per usare un termine latino o più propriamente popolo, che racchiude tutte le diversità, che sono ricchezza, o motivo di separazione, e che sono particolare occasione di conoscere, incontrare e stabilire una connessione. Temporanea, stabile, effimera, distanziata, stabile o a termine.
Questo accade, quando nel proprio paese di nascita, si viaggia attraverso di esso, mossi dalla curiosità di un bambino che si perde con la fantasia in ogni angolo. Apprezzando le sensazioni, adoperandosi ad amplificare non solo ciò che è tattile, visivo, olfattivo, uditivo o gustativo, ma nell’insieme accendere quello stato mentale che porta ad una “cura catartica”.

I vecchi non  dormono

Questo si dice di chi raggiunge un età avanzata, come se fosse un luogo comune da citare insieme a tanti altri.
I vecchi dormono eccome. Questo l’ho sempre pensato da quando osservavo mio Padre che spesso si adagiava. Sembra come se si abituino già alla Morte, quando il loro sonno diventa anche diurno, o come se volessero spegnersi anche per un dosaggio di “nulla” della Mente.
Questa ultima settimana mi sono recato al lavoro, necessità di spostarmi in un clima di quarantena consigliata, attenendomi a tutti i dettami declamati per la prevenzione. Azioni che dovrebbero essere la normalità di un popolo responsabile, che per molte delle sue azioni , decantando scenari dittatoriali e uomini unici dal pensiero unico, oltre a non avere un minimo senso civico, mettono in pericolo quella che è la collettività.

Mi vengono alla mente i  comportamenti che tengono i cittadini cresciuti nelle socialdemocrazie, spesso tacciati di tendenze suicide o eccessiva freddezza nei rapporti sociali. La prossemica varia da paese a paese, ed usi e costumi, anche nel nostro Bel Paese, sono differenti.

Un virus

La parificazione delle vite passa dall’eliminazione delle sovrastrutture, spesso involucro presentabile secondo i canoni di un modello ipercapitalistico. Per dirla alla Fromm (Erich) l’Homo Consumens ha dato e sta dando la massima spallata a questo pianeta. E questo reagisce con una difesa biologica, forse, anche diffondendo un virus, emanazione di un decadimento sociale e purtroppo naturale, che l’antropizzazione ha accelerato. A suo danno.

Da sempre sono esistiti individui convinti che per essere felici sarebbe bastato raggiungere il piacere, il potere, la fama e la ricchezza, e che l’unica cosa da imparare non fosse tanto l’arte di vivere quanto il modo per ottenere abbastanza successo da acquisire i mezzi per vivere bene. Eppure, se anche esistevano individui e gruppi che praticavano il principio di un edonismo radicale, tutte le culture avevano maestri di vita e maestri di pensiero. Questi proclamavano che vivere bene è un’arte che va imparata, che imparare quest’arte richiede fatica, dedizione, comprensione e pazienza, e tuttavia costituisce la cosa più importante da apprendere.
Una delle ragioni che spiegano questo sviluppo va ascritta al fatto che viviamo in una società dominata dalle macchine, nella quale il lavoro artigianale è stato sostituito da quello meccanico o informatico. Un tempo produrre una scarpa o un tavolo era un compito arduo, per imparare il quale occorrevano anni. Oggi chi produce scarpe o tavoli utilizzando delle macchine non compie più un’operazione complessa né ha bisogno di anni di apprendistato. Sempre meno professioni specializzate richiedono una formazione paragonabile a quella di un muratore.

Lo stesso sviluppo, la possibilità cioè di fare le cose con facilità, si può osservare nel settore dei consumi. Cucinare, guidare un’auto, usare un computer o telefono…ebbene quasi tutte le attività legate al consumo non richiedono più capacità, né sforzo o concentrazione: basta seguire le semplici istruzioni per l’uso. Perché sobbarcarsi la fatica di imparare quest’arte, quando invece ogni cosa può essere sbrigata facilmente, quando ogni bambino, schiacciando il pulsante di un televisore, può produrre per incantesimo un intero mondo?

Eppure, vivere non è facile…

L’uomo è dotato solo di alcune pulsioni istintive, che non può fare a meno di soddisfare per la sopravvivenza tanto del singolo quanto della specie. Sotto tale profilo non siamo diversi dagli animali. Ma, a differenza di questi, non possediamo un corredo istintivo innato che di volta in volta ci indichi come organizzare la nostra vita e che contenga un progetto per l’arte di vivere. Se noi uomini, nelle nostre azioni, fossimo determinati da queste necessità biologiche, agiremmo allora “razionalmente” e – per fare solo un esempio – non ci uccideremmo a vicenda per questioni di onore, di fama o di ricchezza, ma saremmo solidali tra noi con l’obiettivo della sopravvivenza. Se il nostro agire fosse determinato solo dalla ragione, non sorgerebbero problemi…

In confronto all’animale, l’uomo viene al mondo prematuramente e completa la propria nascita fisiologica solo molti mesi dopo la nascita vera e propria. Ciò vale per l’aspetto psichico più ancora che per quello fisico. Sotto il profilo psichico all’uomo occorre tutta la vita per portare a pieno compimento la propria nascita. Nel corso di questo processo può anche accadergli di perdersi; in ogni momento del suo sviluppo può cessare di crescere per finire con l’approdare, come un menomato psichico, nella “distruttività”, nella depressione, nell’incapacità di amare e nell’isolamento.

L’uomo è soggetto alla legge di ogni vita fisica e psichica: vivere significa crescere ed essere attivi; se la crescita si interrompe, subentrano il decadimento e la morte. Non è difficile riconoscere la morte fisiologica, mentre la morte psicologica è figlia del decadimento.

A.D. MMXVI. Qualche tempo fa….

Mutevolezza. Attraverso il mio paese. Le mie mancanze passano per delle strade, quelle dove il silenzio è la sola presenza, rotta dalla mia presenza.

Due alberi. Piccoli. Su un crinale.
La strada é quella che porta a Macereto.
Ci sono quei luoghi, che io chiamo “emozionali” dove ognuno trova il suo essere animale, primordiale.
Quando.
Il silenzio della mattina poco dopo l’alba è inteso nell’insieme delle luci, dei profumi del vento che entra dalle cuciture del giubbotto.

Le curve che scendono da Fiastra verso Sarnano.
Si snodano su 25 km e sette tornanti che rapidamente poggiano la quota di altitudine.
In tempi diversi, la terra ha tremato. Forte.

Nello scorrere del tempo su queste strade, la faglia sismica si è spostata, da sud verso nord. Come a dividere la terra e i suoi due mari Adriatico e Tirreno.
Poi, in solitudine, lontano dalla diffusione mediatica, solo così si può sentire come la Terra nella sua Vita, in un piccolo tremore, nella sua scala di intensità di movimento, cerca di comunicare con chi vi poggia i piedi sopra.
Le case, in cui l’Umano vive, poggiano come i suoi piedi, ma se queste hanno fragili radici, inevitabilmente crollano.
Così come le certezze, che solo dalle sovrastrutture, inutili, fanno di un tetto, un luogo non sicuro. Non collegato alla vera struttura, dell’insieme.
Solitamente, i viaggi, hanno bisogno di una preparazione, in base al luogo dove c’è intenzione di recarsi. Un carico di responsabilità spirituale, misto a razionalità organizzativa. Fosse anche spostarsi con l’autobus.
Ma quei due piccoli alberi….li ho immaginati quando la “botta grossa” li ha strapazzati.
Così come ero sdraiato nella mia tenda, solo, con la motocicletta accanto.
Il tintinnìo delle pentole e gli argini del lago di Fiastra che si sono riversati nell’acqua.
Un giorno dei tanti. Quelli vissuti attraverso. Come il Sacro volto di Manoppello.
Un altro evento di trauma.

Argini

I limiti sono volubili, spesso determinati da quei numeri che vanno a costruire i grafici che ogni sera vengono esposti nei telegiornali. Un terremoto, una popolazione, i decessi, i guariti…
E l’Anima che a stenti guarisce, sempre toccata da quei bollettini di guerra. Troppo spesso paragonati ad un conflitto dove il nemico lo puoi vedere in faccia, ma che le nostre facce vengono eguagliate da una mascherina. Dove il virus rende tutti uguali. Un dittatore molto democratico…

Quello che non c’è è ciò che mi manca di più. Senza darlo per scontato. Prendere la metro, camminare dritto sul pavimento della stazione, tra il desiderio mattutino di evadere nei silenzi, di quegli angoli del mio paese. Tra i colori e le sue tradizioni. L’essenza.

Niente sarà più come prima? Questo non lo sa nessuno. Almeno io ogni giorno non sono mai lo stesso.

E rimarrà Storia del secolo XXI…

(R)

Sopporta e persevera; cose molto più gravi sopportasti.
Perfer et obdura: multo graviora tulisti.
Ovidio


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Dopo il Virus – prima parte

vai alla seconda parte
vai alla terza parte

Era stato deciso tutto in poche ore.

Radunammo allo Spazioporto i componenti dell’Unità di Governo Mondiale, insieme a pochi altri rappresentanti di Etnie particolari, di quelle che avevano dimostrato migliore resistenza all’epidemia. I motori magnetici dell’astronave ronzarono brevemente, si sincronizzò la frequenza di trasporto sulla traslazione spaziotemporale, l’equipaggio prese posto nelle capsule di sospensione vitale, presi un ultimo respiro, poi anch’io mi affidai al neurocalcolatore, mi sarei risvegliato nella costellazione di Pegaso, agganciato alla torre di ancoraggio della città di Terra Futura, sul pianeta HR2550, dichiarato biocompatibile dopo le prime missioni traslazionali.

Lasciavamo la Terra, devastata dall’Epidemia, sperando di tornarci, un giorno. Lasciavo pezzi della mia vita, e mio padre – che non vedevo da mesi – cocciutamente chiuso nel suo laboratorio di genetica molecolare in una grotta a cinquecento metri sotto il livello del mare, dentro una miniera di salgemma nelle montagne della Cucotka.
Insieme a quella sparuta pattuglia di ricercatori che erano riusciti a superare o evitare il contagio, giovani mostruosamente determinati a combattere il Virus.

Era convinto di riuscire a sintetizzare un vaccino contro quel Virus che aveva ucciso 7 miliardi di persone in pochi mesi, e che aveva reso sterili la maggior parte degli animali.
Mio padre, mi aveva concepito con metodi tradizionali, prima che il Congresso Eugenetico decidesse di consentire agli uomini di riprodursi solo affidando oociti e spermatozoi alle fattorie umane.
Gli somigliavo, così diceva sempre, aggiungendo che da una testa di marmo non poteva nascere un figlio con una testa più morbida, non aveva torto.

Avevo avuto anche una madre, ma era morta mentre combatteva a testa bassa in un reparto di medicina d’urgenza, sopraffatta da uno dei Virus che avevano cominciato a flagellare l’umanità alla fine del XXI secolo.
Era stata una cosa improvvisa, la mattina era in Ospedale, la sera era morta, con i polmoni paralizzati, non ricordo le parole che ci eravamo scambiati durante la chiamata che le avevo fatto dal Cosmodromo, avevo pensieri che andavano troppo lontano nello spazio e nel tempo, semplicemente non avevo ascoltato cosa mi aveva detto quella mattina.

Nonostante la sospensione delle funzioni vitali, il flusso dei pensieri non si arrestò, continuai a ricordare quell’ultima volta nella quale ci eravamo salutati con la promessa reciproca di non arrenderci al virus, di non lasciare che la civiltà umana sul pianeta Terra diventasse solo polvere fossile.

Uno degli effetti collaterali del trasporto in sospensione vitale era che la coscienza profonda, liberata dal giogo dei sensi e delle convenzioni comportamentali, mandava in loop continuo tutti i ricordi più remoti, anche se la somministrazione di oligonucleotidi antisenso consentiva di bloccare quelli negativi e dolorosi: una scelta inevitabile dopo che una buona parte dei navigatori stellari avevano avuto turbe psichiche importanti al risveglio, causando il default di molte missioni e la perdita di vite.

Programmammo accuratamente gli androidi che avrebbero sorvegliato la nave spaziale durante la nostra assenza, inducendo in loro anche un certo livello di empatia per le nostre condizioni e istruendoli all’uso degli schermi di difesa da attacchi alieni, anche se non ci era mai accaduto durante le precedenti missioni di doverne fare uso. Gli androidi: per molti anni erano stati loro a costituire l’unico equipaggio delle navi spaziali in cerca di pianeti ospitali, la neuroprogrammazione eliminava dal boquet dei sentimenti che erano capaci di mimare dall’umano che dava loro un imprinting genetico, quindi non erano in grado di provare tristezza, nostalgia, rimorso, rimpianto. Forse.

Volontariamente avevo regolato la pompa di infusione del mix farmacologico necessario a mantenere lo stato di sospensione vitale sul minimo, volevo rileggere i miei pensieri nascosti.
Il sogno ricorrente della prima missione, quello di camminare nudo su una spiaggia e poi finire sugli scogli fino ad essere portato via dalle onde, era stato sostituito da quello che mi vedeva in giro per i garage della città della mia infanzia a cercare un certo numero di motociclette che dovevano essere in mio possesso ma che invece erano sparite.
Era un sogno piuttosto angosciante, anche perché non avevo mai posseduto una motocicletta, erano state abolite per ragioni di sicurezza da parecchi anni. Forse era un ricordo chiuso nel DNA, un ricordo che avevo ereditato, neanche gli psicologi del Servizio di Trasporto Spaziale erano riusciti a decrittarlo.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Antonio Musotto




La violenza al tempo del virus

Lei esce sul balcone e si mette a suonare il flauto, quello che si usa alle scuole medie per iniziare ad avvicinarsi alla musica, lui inizia a urlarle contro da dentro casa, poi le si avvicina violento e inizia a strattonarla. Non sappiamo se lui sia il marito, il compagno, un anziano di casa. La sostanza non cambia.

Il video ha girato per giorni – con un titolo che pressappoco recitava “lei suona e lui la corca” – ed è rimbalzato ovunque, in questo impeto social che tutti ci ha travolti con il Covid-19. Arrivano di continuo: foto, remake di canzoni famose, cartoline, video satirici ma anche di pessimo gusto, spie di qualcosa d’altro che non c’entra nulla con l’epidemia in corso. Quel video, ad esempio, ci dice molto sulla continua e reiterata violenza maschile sulle donne, ma anche dell’irrilevanza che il fenomeno ha su gran parte della società perché nei commenti a quel video si ride, così come si ride degli striscioni messi sui balconi da mariti che dicono che prima o poi faranno qualcosa alle mogli che devono ‘sopportare’ nella quarantena. Battute che sono prese ancora troppo alla leggera, solleticano i peggiori umori, quelli che una cultura maschilista persistente ancora alimenta ed educa. La stessa cultura che, detto per inciso, non ha molta cura della salute pubblica, che per anni ha privatizzato i servizi e che non prende in seria considerazione i nessi fra salute ambientale e umana.

A peggiorare la situazione è comparso il Covid-19, perché per molte, troppe donne restare a casa è più pericoloso del possibile contagio.

A dirlo subito, appena scattate le restrizioni, sono state le femministe della rete Non Una Di Meno che hanno rilanciato sui social un messaggio chiaro: “Per molte persone, soprattutto molte donne #stareacasa non è un invito rassicurante. Il numero nazionale dei centri antiviolenza 1522 è attivo”.

E suona bizzarro, e ipocrita, che a rilanciare la campagna sia stata la stessa sindaca Raggi, il cui governo non fa nulla per proteggere luoghi importanti per le donne a Roma, da Lucha Y Siesta alla Casa internazionale delle donne.

Le operatrici di Trama di Terre ad Imola scrivono “La nostra piccola campagna territoriale #icentriantiviolenzasonoaperti nasce perché sappiamo come agisce la violenza familiare maschile all’interno delle mura domestiche. Le donne, in emergenza Covid-19, vivono segregate con uomini maltrattanti che hanno in questa situazione il pieno controllo sui movimenti e sulle azioni delle donne e dei figli/e. Diventa dunque difficile per una donna cercare aiuto e sostegno in questa situazione. Non solo, in un regime di isolamento dettato dall’emergenza sanitaria, le madri faticano doppiamente a chieder aiuto. Infatti, è probabile che ritengano giustamente pericoloso esporrei/le figli/e se stesse al rischio di contagio scappando dalla propria abitazione, non avendo la certezza di sapere con chi andranno a vivere e dove”.

Non solo, “per ridurre al minimo l’esposizione al pericolo delle donne vittime di violenza che trovano il coraggio di denunciare il maltrattante – aggiungono da Trama – sollecitiamo un accordo tra le varie istituzioni e le forze dell’ordine affinché siano gli uomini ad essere allontanati (come l’applicazione della legge sul femminicidio consente nella parte in cui attribuisce alle forze dell’ordine il potere di procedere con il fermo, l’arresto o l’allontanamento urgente dall’abitazione familiare tutte le volte che si renda necessario). In questo modo sono le donne e i/le loro figli/e a rimanere nelle loro abitazioni al sicuro. Dopo questa emergenza, ci auguriamo che le istituzioni si rendano finalmente conto che in questo sistema di protezione sono le donne a pagare il prezzo maggiore della violenza, prima e dopo una denuncia per violenze. Di fatto allontanare una donna, unitamente ai suoi figli, dalla propria casa vuole dire punirla per aver chiesto aiuto”.

Il 7 marzo scorso, il giorno prima della giornata internazionale delle donne, alla vigilia del decreto che ha iniziato a fermare tutto il paese, proprio a Imola una donna è morta in circostanze ancora poco chiare. Se, come dicono molti esperti quella con il Covid-19 è “una guerra con nemico invisibile”, in questo caso conosciamo perfettamente il nostro nemico e come ripetono da tempo le femministe, l’assassino ha le chiavi di casa e in questa emergenza Covid-19 potrebbe chiudere ben stretta la serratura.





La quarantena ai tempi del COVID–19: osservazioni e riflessioni su uno stile di vita

Uomini siamo Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene.
Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.

 (G. Deledda, Elias Portolu, 1903)

Ho sempre trovato malinconica e veritiera la metafora delle canne al vento illustrata nei romanzi di Grazia Deledda. Negli anni la vita mi ha mostrato continuamente il mio stato di fragilità rispetto agli eventi ma ha anche mostrato una soluzione, nascosta forse perché invisa a molti, ma sempre attuabile: arrendersi al vento per piegarsi e adattarsi alla direzione in cui soffia.

Se Deledda ha voluto concentrarsi sulla fragilità del nostro stato io preferisco concentrarmi, nella vita e in questo scritto, sulla nostra capacità di adattarci agli eventi, caratteristica degli esseri umani e delle specie viventi.

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo ho pensato inizialmente di scrivere sulla paura (e l’assenza di essa) che in questo periodo attanaglia (giustamente) i nostri cuori e condiziona le nostre azioni; poi però ho visto che in rete si trova già abbastanza materiale senza necessariamente aggiungere il mio contributo. E così, senza neanche tanto sforzo da parte mia nel trovare qualcosa da osservare, il mio sguardo si è posato su un fenomeno che in questi ultimi giorni sta emergendo sempre più prepotentemente: le persone che non rispettano la quarantena.

Senza
entrare nel merito delle azioni di ognuno, il filo conduttore che ho visto
legare molti di questi casi è (le virgolette sono d’obbligo) “l’impossibilità”
di restare a casa oltre un certo periodo.

Questo mi ricollega ad una frase che ho detto a una persona esattamente una settimana prima che cominciasse la quarantena: “devi imparare a tollerare la frustrazione del non poter uscire, perché se non ci pensi da sola potrebbe pensarci la vita al posto tuo e potrebbe non avere la clemenza che vorresti”. È inutile che vi dica che una settimana dopo, a quarantena cominciata, questa persona mi ha detto, con un risolino a metà tra il divertito e il preoccupato: “Giusti’ me l’hai tirata?”.

La
frustrazione, questa sconosciuta. O meglio: la frustrazione è una cosa brutta,
perciò va evitata.

In
realtà questa cosa brutta è il motore dell’essere umano, sia come singolo
individuo che come specie, e fa parte del processo di adattamento, quella cosa
strana per cui tutte le specie viventi continuano a esistere nel tempo mutando
continuamente (e non mi parlate di dinosauri perché è evidente che non si sono
adattati bene!).

Osservate le reazioni dei bambini quando viene loro impedito di ottenere l’oggetto a lungo bramato: alcuni si disperano, si buttano per terra, strillano, picchiano chiunque e qualsiasi cosa abbiano attorno (pure loro stessi), a volte anche per delle ore; alcuni invece, specie i più grandi, accettano più o meno di buon grado l’imposizione e trovano un modo alternativo di consolarsi e gratificarsi.

Quello che vedete in pratica non sono altro che prove tecniche di tolleranza alla frustrazione. In terapia un buon 60% di persone che arriva al mio studio ha necessità di lavorare sulla propria tolleranza alla frustrazione, e la prima cosa che tutti (o quasi) mi chiedono è: “ma scusa non si può levare?” Ebbene si, levare: perché purtroppo viviamo in un mondo che giorno dopo giorno ci insegna a centrarci sempre più su noi stessi e ci spinge, edonisticamente, a concentrarci su ciò che ci piace rifuggendo tutto ciò che ci provoca dispiacere.

Solo
che tutto questo non è reale. Questa non è vita. La vita è anche dolore, morte,
tristezza, paura, costrizione.

Mamma mia Giusti’ come sei pessimista!!”. No, sono realista.

Questo
non significa che me li devo andare a cercare gratuitamente, sia chiaro (e
fortunatamente il nostro istinto di sopravvivenza ci viene incontro); ma non
abbiamo neanche bisogno di farlo perché tanto saranno loro a cercare noi prima
o poi.

E quando arrivano che faccio Giusti’?” … “Stacce”.

Un
concetto così complesso e articolato ridotto ad una sola parola. Vedere gli
sguardi increduli delle persone a questa parola non ha prezzo. Siamo talmente
abituati a scansare ogni stimolo disturbante o negativo che ci si palesa
davanti da non saper affrontare quelli che non hanno intenzione di schiodare
quando lo diciamo noi. Ecco quindi che molte persone chiuse in casa possono
“uscire di testa” nel non poter fare quello che vogliono, quello che hanno
sempre fatto e che li fa stare bene. Perché l’unico modo che conoscono di
reagire è quello di aggirare l’ostacolo, creandosi e creando agli altri più
problemi di quelli avuti in partenza.

Tempo
fa vidi in rete un video bellissimo e molto commovente di un bambino che si
disperava per qualcosa e un adulto dietro di lui che, in silenzio, lo lasciava
fare, mantenendo attorno a lui uno spazio sicuro onde evitare che potesse farsi
male senza tuttavia impedire lo sfogo di queste emozioni. Con il passare del
tempo il bambino ha iniziato a calmarsi e a cercare conforto tra le braccia
dell’adulto, introiettando quella consolazione per poi imparare a consolarsi da
solo da adulto.

Imparare
a tollerare la frustrazione vuol dire imparare a consolarci per una perdita,
non fare finta che quella perdita non sia mai avvenuta, e non è una cosa
semplice. Ecco perché è una cosa che si dovrebbe imparare da bambini: è una
lezione di vita, un bagaglio per muoversi nel mondo. Non è una sconfitta, come
molti erroneamente pensano, per un motivo molto semplice: non puoi vincere
sulla vita. Puoi solo adattarti al suo soffio come fanno le canne al vento, per
ritrovare la tua strada, che nel frattempo si è modificata, per quanto tempo la
vita stessa te lo concederà.





Manca

Ho fatto il pieno di centri commerciali questo inverno.

Ogni venerdì scappavo da casa, chiudevo lo studio, montavo in macchina con la mia borsetta nera piccola, leggera, le scarpe da ginnastica e il pantalone comodo per camminare.

Guidavo con gli occhi chiusi lungo un pezzo del raccordo anulare, saltando buche, svincoli e scie di tir, sapendo cosa fare. Scivolavo sotto i parcheggi di Ikea, dritta, a destra e poi a sinistra, accanto al nastro trasportatore. Spegnevo il motore e lentamente mi riappropriavo del mio tempo condensato in un pomeriggio di inizio weekend.

Un respiro lungo e mi immergevo nella folla anonima e chiassosa.
Sì lo so. La maggior parte di voi cerca la cima di una montagna per liberarsi dalla fatica.
Anch’io quando i centri commerciali si svuotavano e il bisogno di ossigeno si trasformava in desiderio di azzurro e di fiori non di plastica. Ma prima, ho preferito immergermi nell’anonimato di una folla che mi nascondeva.

Vi ho toccato, sfiorato, sorriso.
Vi ho osservato seduta su una panchina, mentre ordinavo polpette vegetariane, mi collegavo al WiFi di Ikea e mi isolavo con gli auricolari alle orecchie.
Come facevi, mi chiedevate.
Era semplice: il rumore dell’umanità che mi scorreva accanto, era ciò che mi serviva per collocarmi nel mondo. Una sorta di misura di riferimento per quando mi disorientavo.

Annusavo il profumo dei banchi dei negozi che conoscevo, mi guardavo attraverso le vetrine e gli specchi degli ascensori, accorgendomi di quella ruga spuntata all’improvviso o del mio rossore sul viso.
Ho mantenuto il rito del venerdì pomeriggio per tutto questo inverno, spegnendo il cellulare, non rispondendo a nessuno, guardando l’orologio solo quando sentivo che mi facevano male i piedi e la piccola borsa nera cominciava a pesare. Allora mi rendevo conto di aver camminato per ore, tra negozi, nei bar, nei ristoranti, ferma a guardare l’ultimo modello di SUV esposto sotto la scala mobile interna con dentro una super modella in costume. Avevo bisogno del mio spazio, me lo prendevo così, respirando persone e immergendomi in voi che non sapevate chi ero.

Ho ridisegnato così le mie idee, delineando confini che nessuno vedeva, sfiorando mani che non avrei mai più sentito. Era un modo per sentirmi appartenente a questo modello di società che ci è stato imposto, senza il quale ora sono persa.

Ho pensato in questi giorni a tutte le volte che ho immaginato una guerra nucleare: le sensazioni immaginate erano identiche a quelle provate in questi giorni.
Ci è stato sottratto il tempo, il tempo di abituarci a tutto questo. Siamo andati a dormire e il  giorno dopo era tutto cambiato, come l’effetto di una bomba nucleare lanciata sul nord Italia, i cui effetti si stanno propagando ora, allargandosi sempre di più.

Sembra già passato un anno e invece solo un mese.
Non ho più i miei bagni di folla, né la possibilità di sedermi per terra in una piazza gremita. Ho il ricordo nitido di quel primo weekend con la dichiarazione di zona rossa per la Lombardia – il lancio della bomba – e noi a Bologna, tra i carri di carnevale e le sfilate creative di cui ho un video e che ora mi vergogno anche solo a pubblicare, e che riguardo per calmare l’attacco di panico che arriva subdolo di notte. L’ultima settimana di saldi, le cene nei locali affollati e un bicchiere di vino rosso in compagnia. La musica, il rumore, le urla dei bambini, sembrano ricordi lontani. Sono smarrita perché abituata a vivere di quello che mi veniva presentato come normale appendice dell’esistenza. Come i miei stupidi venerdì pomeriggio rubati per non pensare e per giocare ad essere altro, oltre le regole societarie che mi hanno costruito e fatto diventare quella che sembro.

Eppure ci sono stati giorni felici che sembrano così lontani da non meritarci un sorriso.





ASCENSORI SEPARATI

Di questi tempi, quando fare uso dell’ascensore in compagnia dei condomini può creare imbarazzo, ti senti sollevato sapendo di avere a disposizione due impianti in servizio attivo.

Ieri pomeriggio, al ritorno da una passeggiata con Dharma, attendo l’arrivo dell’ascensore. Mi raggiunge una gentile abitante del mio palazzo e mi chiede se può salire con me o è meglio adoperi l’altra cabina.

Sorrido sotto alla sciarpa che copre naso e bocca e le faccio cenno di salire.

Nel lungo tragitto di ben tre piani, scambiamo qualche battuta sulle vicende estreme che affliggono la popolazione –  il meteo è declassato ad argomento obsoleto – e io contribuisco raccontando che uno dei miei figli e la compagna lavorano da casa e sì, vi faccio contenti, praticano lo smart working (Dio benedica chi l’ha inventato), mentre figlio giovane, video maker ed editor per la televisione lavora in redazione senza grande distanziamento sociale.

La cortese condomina ribatte che lei e il marito trattano per lavoro con gli ospedali e non certo da casa.

Parte un ricordo d’infanzia. Dieci anni, in viaggio verso Bormio, Valtellina, per le vacanze estive.

Passando da Sondalo, lo zio mi indica un ampio comprensorio ospedaliero a ridosso della montagna, spiegandomi che si tratta di un sanatorio costruito per ospitare i malati di tubercolosi.

All’epoca dell’edificazione di questo complesso ospedaliero, avvenuta negli anni trenta,  si credeva che l’aria di montagna e l’ambiente salubre favorissero la guarigione dei pazienti, prima dell’avvento dei moderni antibiotici.

E se Covid-19, virus, non batterio, fosse indebolito da una condotta di vita all’aria aperta? Cosa dice la scienza al riguardo? Gli scienziati che studiano il suo comportamento hanno pensato a questa possibilità?

Naturalmente il mio è un vagheggiare da persona comune che non ha a che fare con la ricerca sulle malattie infettive; però l’idea di tenere lontano il morbo – che ci considera animali al pari di un pipistrello – semplicemente prendendo qualche buona boccata d’aria fresca, mi solletica, e già immagino uno sciame di individui passeggiare in modo disciplinato nei boschi, rispettosi verso se stessi, gli altri e la natura amica, ciascuno alla distanza di un metro e mezzo, come prescritto dal decreto governativo.

Un sogno a occhi aperti che continua dopo essere entrata in casa, aperto il rubinetto dell’acqua e insaponato le mani. L’onda anomala del male invisibile si allontana in dissolvenza.