S3:E3 “I Tè Verdi della Corea: Woojeon, Sejak, Jeoncha”

Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

S2:E2 “Il mondo affascinante del tè nero”

S2:E3 “Il Mondo Segreto dell’Oolong, ll Tè di Mezzo che Danza tra Cielo e Terra”

 S2:E4 “Il Tè Bianco: Sussurro di Primavera e Poesia dell’Essenziale”

S2:E5 “Il Tè Giallo, l’Elisir Dimenticato degli Imperatori”

S2:E6 “il Tè Pu-erh, il Vino del Mondo del Tè”

S3:E1 “”I Grandi Tè Verdi della Cina: Longjing, Biluochun, Huangshan Maofeng”

S3:E2 “”I Tè verdi del Giappone: Sencha, Gyokuro, Matcha” 


Tra la Cina del fuoco e il Giappone del vapore, esiste una terra dove questi due mondi si incontrano e danzano insieme: la Corea. Qui, sulle pendici delle montagne sacre e nelle valli accarezzate dalle brezze marine, nasce un tè che è ponte tra due filosofie, sintesi perfetta di due tradizioni millenarie. I tè verdi coreani sono figli di una storia travagliata, custodi di una cultura che ha saputo resistere alle tempeste del tempo, rinascere dalle ceneri e preservare la propria identità, pur accogliendo le influenze dei vicini.
Entriamo nel cuore della penisola coreana, dove tre tè scandiscono il ritmo delle stagioni come un calendario, il Woojeon, gemma della primavera ancora dormiente; il Sejak, canto della primavera risvegliata; e il Jeoncha, respiro della primavera che si fa estate ed eco coreana del Sencha giapponese. Questi non sono semplici infusi, sono espressioni di un’anima culturale che ha lottato per sopravvivere, che ha conosciuto l’oblio e la rinascita, che oggi si offre al mondo con umile fierezza.

“Darye”, cerimonia del tè coreana

In Corea, il tè è chiamato “cha” (?), e la cerimonia del tè è “darye” (??), letteralmente “l’étiquette del tè”. Ma dietro queste parole si nasconde un universo dove buddismo e confucianesimo si intrecciano, dove il rigore formale convive con la naturalezza spontanea, dove ogni tazza è un atto di armonia tra cielo, terra e umanità.
Prima di incontrare i tè, dobbiamo comprendere la terra che li ha generati. La storia del tè in Corea è una narrazione epica di ascese e cadute, di splendore e oblio, di morte e rinascita.
Si narra che nel 661 d.C., durante il regno di Silla, il tè venisse offerto in onore di Re Suro, fondatore del regno di Geumgwan Gaya. Ma è nel 828 d.C. che la storia diventa certezza: Re Heungdeok ricevette semi di Camellia sinensis dalla dinastia Tang cinese e li fece piantare sulle pendici del Monte Jirisan, nella regione di Hadong. Quel gesto segnò l’inizio della cultura del tè coreana. I monaci buddisti furono i primi custodi di questo dono prezioso. Nei templi nascosti tra le montagne, coltivavano le piante, preparavano il tè, lo utilizzavano nelle cerimonie religiose e durante le lunghe meditazioni. Il tè divenne inseparabile dalla pratica zen, compagno silenzioso dei monaci nella ricerca dell’illuminazione.
Durante la dinastia Goryeo (918-1392), il tè conobbe il suo periodo di massimo splendore. La corte reale adottò elaborate cerimonie del tè, i nobili gareggiavano nella raffinatezza delle loro preparazioni, il governo istituì il “Tabang”, un dipartimento dedicato esclusivamente ai rituali del tè. Era l’epoca in cui il tè coreano dialogava alla pari con quello cinese, sviluppando tecniche proprie e gusti distintivi.
Ma poi arrivò l’oscurità. Con l’avvento della dinastia Joseon (1392-1897) e l’adozione del neoconfucianesimo come ideologia di stato, il buddismo cadde in disgrazia. I templi furono chiusi, i monaci perseguitati, la cultura del tè quasi dimenticata. I contadini, oppressi da tasse insostenibili sul tè, bruciarono, o abbatterono le piante in segno di protesta. Per secoli, il tè sopravvisse solo in poche enclavi remote. Veniva coltivato segretamente da monaci ostinati e studiosi confuciani in esilio, gli unici che ancora riconoscevano al tè un valore superiore, al di là di ogni ideologia politica.
Il Novecento portò nuove sfide. L’occupazione giapponese (1910-1945) impose metodi di coltivazione industriale, introducendo cultivar giapponesi come la Yabukita e trasformando aree come Boseong in piantagioni commerciali. La Guerra di Corea (1950-1953) devastò ulteriormente ciò che rimaneva della tradizione.
Ma dalla fine degli anni ’60, qualcosa di miracoloso accadde: una rinascita. Studiosi come Choi Beom-sul, conosciuto come Venerabile Hyo-Dang, si dedicarono a recuperare le tecniche perdute, viaggiando nei monasteri superstiti, raccogliendo frammenti di memoria, ricostruendo la cerimonia del tè coreana. Nel 1973, Hyo-Dang pubblicò “The Korean Way of Tea”, un libro che divenne il manifesto di questa rinascita culturale.

hoi Beom sul – Hyo Dang The Korean Way of Tea

Oggi, il tè coreano vive una seconda primavera. Piccoli produttori artigianali, spesso a conduzione familiare, continuano le tradizioni centenarie. La cerimonia del tè, il darye, è stata riscoperta da una nuova generazione di coreani che cercano nell’antica pratica un antidoto alla frenesia moderna. La Corea non è un grande produttore di tè, appena 3.200 tonnellate all’anno, una frazione rispetto ai giganti asiatici. Ma ciò che manca in quantità è ampiamente compensato in qualità e unicità. Esistono quattro regioni principali dove il tè prospera, ciascuna con la propria personalità distintiva.
Hadong e Monte Jirisan: la culla sacra. Hadong, nella provincia di Gyeongsangnam-do, è il luogo dove tutto ebbe inizio. Qui, alle pendici del Monte Jirisan, la “montagna della saggezza e della benevolenza”, crescono ancora oggi piante di tè selvatiche, discendenti dirette di quei primi semi piantati nel 828 d.C. Alcune di queste piante hanno centinaia di anni, testimoni silenziose di dodici secoli di storia. Hadong è la patria del tè artigianale coreano, dove piccole aziende agricole familiari producono tè lavorato interamente a mano. Coltivano le varietà autoctone, quelle che i coreani chiamano semplicemente “varietà Hadong”, piante adattate al territorio attraverso secoli di selezione naturale. Il tè di Hadong è considerato il “tè del re”, il più prezioso e ricercato, caratterizzato da una distintiva dolcezza fruttata e una complessità zingy che lo rende inconfondibile. Il paesaggio è quello dei dipinti tradizionali coreani: montagne avvolte da nebbie mattutine, valli percorse da ruscelli cristallini, terrazzamenti verdi che si arrampicano lungo pendii impossibili. L’escursione termica tra giorno e notte è notevole, e questa caratteristica, unita all’umidità costante e ai terreni ben drenati, crea condizioni ideali per tè di qualità eccezionale.

Hadong, provincia Sud Gyeongsang

Boseong: i campi verdi infiniti Se Hadong è la culla spirituale del tè coreano, Boseong, nella provincia di Jeollanam-do, ne è il volto più iconico. Chi ha visto fotografie di campi di tè coreani, probabilmente ha visto Boseong: file perfette di cespugli verde smeraldo che si snodano su colline ondulate, creando pattern geometrici ipnotici. Boseong produce il 40% del tè verde coreano. La sua storia moderna inizia durante l’occupazione giapponese, quando nel 1939 fu stabilita la prima piantagione commerciale. Dopo la guerra, Boseong conobbe alti e bassi, fino alla sua rivitalizzazione negli anni recenti grazie al supporto governativo e al turismo del tè.
Il clima di Boseong è caratterizzato da brezze marine umide che risalgono dalla costa meridionale, portando pioggia e umidità. Il terreno ricco di nutrienti e l’abbondante precipitazione creano un ambiente lussureggiante, Boseong è probabilmente il luogo più verde che si possa immaginare, soprattutto dopo la pioggia, quando ogni foglia brilla di vita. Qui la produzione è più industrializzata rispetto a Hadong, con uso di macchinari per la raccolta e la lavorazione, anche se i produttori più piccoli mantengono ancora metodi tradizionali. Il cultivar dominante è la Yabukita giapponese, che produce tè dal carattere più vicino al Sencha nipponico, con quell’inconfondibile nota di pino fresco nel finale.

Boseong

Jeju Island: l’isola vulcanica degli dei Jeju, l’isola vulcanica al largo della costa meridionale, è un mondo a parte. Chiamata “l’isola degli dei” dai locali, Jeju si formò circa due milioni di anni fa dall’eruzione di un vulcano sottomarino. Il risultato è un’isola subtropicale dominata dal Monte Hallasan, un vulcano di 1.950 metri che si impone sul paesaggio. Il suolo vulcanico è incredibilmente fertile, ricco di minerali. Il clima subtropicale, con inverni miti e venti costanti tutto l’anno, crea un ambiente unico. Jeju ospita oltre 2.000 specie vegetali, e questa biodiversità si riflette nel tè, che assorbe la complessità aromatica dell’ecosistema circostante.
La produzione di tè a Jeju è iniziata negli anni ’70 ed è la regione in più rapida espansione. Qui operano grandi conglomerati con base a Seoul, che hanno stabilito enormi operazioni meccanizzate basate su metodi giapponesi di vaporizzazione. Questo significa che il tè di Jeju è il più facilmente disponibile all’estero ed è spesso il primo incontro che gli occidentali hanno con il tè coreano. Tuttavia, anche qui esistono piccoli produttori artigianali, che producono tè eccezionali, dimostrando che anche su quest’isola la qualità può prevalere sulla quantità.

Isola di Jeju, O’sulloc Tea Fields Museum – complesso che offre una combinazione di campi di tè verdi, un museo sulla cultura del tè e una popolare casa da tè

Ciò che rende unico il tè verde coreano è la sua doppia natura processuale. A differenza della Cina, dove domina la tostatura nel wok, o del Giappone, dove regna la vaporizzazione, la Corea pratica entrambe le tecniche, creando un ponte sensoriale tra i due giganti del tè.
Deoukkumcha: l’arte del wok. Il metodo tradizionale coreano, quello che ancora oggi si pratica nelle piccole aziende familiari di Hadong, è chiamato “deoukkumcha”, letteralmente “tè tostato”. È la tecnica ereditata dalla Cina, ma raffinata attraverso secoli di pratica coreana. Dopo la raccolta, le foglie vengono inizialmente vaporizzate per circa 30 secondi, giusto il tempo di bloccare l’ossidazione senza cuocere completamente la foglia. Poi inizia la vera magia: le foglie vengono poste in grandi wok di ferro riscaldati e tostate a mano. Il maestro del tè le muove continuamente con movimenti fluidi e precisi, controllando la temperatura attraverso il tatto e l’esperienza. Questo processo viene ripetuto molte volte, anche fino a nove cicli di tostatura e asciugatura al sole. Ogni passaggio modella le foglie, concentra gli aromi, sviluppa quella caratteristica dolcezza nocciolata e quel tocco leggermente tostato che ricorda le castagne arrostite. Il risultato finale sono foglie arricciate, di un verde che va dal verde giada al verde oliva scuro, profumate intensamente anche da secche.
Jeungjecha: l’eco del Giappone. Il metodo più recente, introdotto durante l’occupazione giapponese e ora prevalente nelle grandi piantagioni di Boseong e Jeju, è chiamato “jeungjecha”, “tè vaporizzato”. È sostanzialmente il metodo Sencha giapponese, adattato al terroir coreano.
Le foglie vengono vaporizzate per circa 30-90 secondi a seconda del risultato desiderato, poi arrotolate e asciugate senza tostatura. Il risultato è un tè dai sentori più vegetali, umami pronunciato, con quelle note marine caratteristiche dei tè giapponesi, ma spesso con una distintiva nota di pino fresco che è tipicamente coreana. La scelta del metodo non è casuale: le piccole aziende familiari preferiscono il pan-firing, o tostatura, di cui abbiamo parlato negli articoli precedenti, perché richiede meno infrastrutture, poiché serve solo un wok e molta abilità. La produzione in stile Sencha richiede invece macchinari più complessi e quantità minime di foglie, almeno 50 kg per ciclo di lavorazione, rendendola più adatta alla produzione su larga scala.
Woojeon – Prima della Pioggia: l’essenza della primavera. Il nome stesso è poesia: Woojeon significa letteralmente “prima della pioggia”, riferendosi al periodo precedente alla prima pioggia primaverile, che cade intorno al 20 aprile secondo il calendario lunare coreano, durante il giorno chiamato “Gogu”, o “Gokwoo”.
Woojeon è il primo raccolto dell’anno, il più prezioso, il più atteso. I germogli vengono raccolti quando sono ancora chiusi, perfette gemme verdi appena emergenti dal sonno invernale, accompagnate al massimo da una o due foglioline tenerissime. La finestra temporale è brevissima, solo pochi giorni, a volte solo ore, quando le condizioni sono perfette. La raccolta avviene rigorosamente a mano nelle prime ore del mattino, quando la rugiada ancora impreziosisce le foglie. Servono circa 60.000-80.000 germogli per produrre solo un chilogrammo di Woojeon finito. Questo spiega il prezzo elevato, ma anche la rarità e la preziosità di questo tè. Le foglie raccolte sono incredibilmente piccole, delicate, quasi trasparenti. Tenerle in mano è come tenere petali di fiori, fragilissime eppure piene di promesse. Ogni gemma è un concentrato di energia accumulata durante l’inverno, pronta a esplodere in vita. La degustazione del Woojeon autentico è un’esperienza di pura dolcezza. Non la dolcezza dello zucchero, ma quella naturale, quasi lattea, che ricorda il latte di soia fresco, o la crema di mandorle. È il sapore della primavera stessa, quando la natura si risveglia e tutto è nuovo, tenero, pieno di speranza. In bocca, il Woojeon è vellutato, quasi cremoso, con una texture che avvolge la lingua dolcemente. L’umami è presente, ma gentile, mai aggressivo, bilanciato perfettamente dalla dolcezza. Note vegetali delicate di piselli novelli, asparagi bianchi, un accenno di fiori bianchi, magnolia forse, o gelsomino selvatico.

Te-Woojeon

Ciò che distingue il Woojeon coreano dai suoi cugini cinesi e giapponesi è una particolare dolcezza fruttata nel finale, quasi come miele di fiori primaverili, o frutta bianca matura. È quella “zingy fruity sweetness” che i conoscitori riconoscono come firma del tè coreano di Hadong, un carattere distintivo che non si trova altrove. Il colore del liquido è di un giallo-verde pallido, quasi dorato, trasparente come cristallo. Guardarlo alla luce è come osservare la luce del sole filtrata attraverso foglie giovani , luminoso, pieno di vita, quasi fosforescente. L’astringenza è praticamente assente. Il Woojeon non asciuga la bocca, la accarezza, lasciando una sensazione di freschezza pulita e una salivazione dolce che persiste per minuti. Ogni sorso invita al successivo non per sete, ma per desiderio di rivivere quella sensazione di purezza.
Il Woojeon è il tè più costoso della Corea. Un buon Woojeon artigianale di Hadong può costare quanto un Gyokuro giapponese premium. Ma per chi lo ha provato, il prezzo non è ostacolo: è un investimento in bellezza, in quella rara esperienza di bere primavera liquida.
I produttori di Woojeon sono spesso personaggi leggendari: maestri del tè che hanno dedicato la vita a perfezionare la loro arte. Mr. Cho di Hadong, produttore di terza generazione, produce solo 1.000 kg di tè all’anno, tutto lavorato a mano da lui personalmente. Durante la stagione del Woojeon, assume 32 raccoglitori e lavora giorno e notte per non perdere neanche un momento del raccolto perfetto.
Sejak – Lingua di Passero: l’equilibrio perfetto. Se il Woojeon è la promessa della primavera, il Sejak è il suo compimento. Il nome significa “lingua di passero sottile”, descrivendo perfettamente la forma delle foglie: piccole, sottili, appuntite come la lingua di un uccellino. Sejak viene raccolto nelle due settimane successive al Gogu, quindi tra fine aprile e inizio maggio, fino al giorno chiamato “Ipha”, l’ingresso nell’estate secondo il calendario lunare. Le foglie sono leggermente più mature rispetto al Woojeon, includendo una gemma e due foglie tenere.
Questa maggiore maturità non è una debolezza, ma una diversa espressione della pianta. Le foglie hanno avuto più tempo di svilupparsi, accumulando complessità aromatica. Hanno assorbito più sole, più pioggia, più vita. Il risultato è un tè più strutturato, più caratterizzato, più “presente”. La raccolta rimane prevalentemente manuale, soprattutto nelle piccole aziende familiari, anche se le grandi piantagioni di Jeju possono utilizzare macchine. La finestra temporale è più ampia rispetto al Woojeon, rendendo il Sejak più accessibile e meno costoso, pur mantenendo un’eccellente qualità.
Il Sejak è il tè dell’equilibrio. Il Woojeon è tutto dolcezza delicata, il Sejak introduce una maggiore complessità. C’è ancora quella dolcezza caratteristica coreana, quella nota fruttata “zingy”, ma ora è accompagnata da un corpo più pieno, da note più definite. Il sapore è più intenso, più verde. Note di verdure fresche, spinaci al vapore, fagiolini, erbe aromatiche, emergono con maggiore evidenza. L’umami è più pronunciato, ma mai eccessivo, creando quella sensazione saporita, quasi burrosa, che riempie la bocca.
Nel Sejak pan-fired, predominano le note tostate: castagne arrostite, nocciole tostate, un accenno di mais dolce. C’è una complessità che ricorda le frutta secca, i cereali tostati, con quel finale dolce-nocciolato che è così confortante.
Nel Sejak vaporizzato, specialmente quello di Boseong con cultivar Yabukita, emergono caratteri più vicini al Sencha giapponese: umami vegetale, note di alghe leggere, quella caratteristica freschezza di pino che è quasi mentolata. Ma anche qui, il finale mantiene quella distintiva dolcezza coreana.

Hadong Sejak

Il colore del liquido è più intenso rispetto al Woojeon: un verde dorato più deciso, a volte tendente al giallo ambrato, mai opaco, sempre luminoso. Ha più corpo, più presenza, riempie la bocca con una texture ricca, sebbene mai pesante. L’astringenza è più evidente ed elegante, quella che i coreani chiamano “pulita”, asciuga leggermente il, ma invita immediatamente a bere ancora. Il retrogusto è lungo, complesso, evolve da vegetale a dolce, con note di frutta secca che persistono delicatamente.
Il Sejak è considerato da molti il tè “perfetto” per l’uso quotidiano. Ha abbastanza complessità per interessare il palato, abbastanza dolcezza per essere confortante, abbastanza corpo per accompagnare il cibo, ma un prezzo più accessibile rispetto al Woojeon. Nelle case coreane, il Sejak è il tè che si offre agli ospiti rispettati, che si beve durante conversazioni importanti, che accompagna momenti di riflessione. Non è cerimoniale come il Woojeon, ma neanche ordinario – è speciale nella sua quotidianità.
Jeoncha – L’eco del Sencha: il ponte tra culture Jeoncha è il più recente arrivato nella famiglia dei tè verdi coreani, e anche il più particolare. Il nome è la pronuncia coreana degli stessi caratteri che in giapponese si leggono “Sencha”, rivelando immediatamente la sua origine e ispirazione.
Jeoncha nacque durante l’occupazione giapponese, quando i colonizzatori introdussero metodi di lavorazione giapponesi e cultivar come la Yabukita. Dopo la liberazione, questo stile di tè avrebbe potuto essere rifiutato come simbolo dell’oppressione, invece i coreani scelsero di adottarlo, adattarlo, renderlo proprio. Questa scelta dice molto sulla capacità coreana di trasformare le influenze esterne in qualcosa di unico. Il Jeoncha non è semplicemente Sencha prodotto in Corea, è un tè che prende il metodo giapponese e lo filtra attraverso la sensibilità coreana, creando qualcosa di nuovo.
A differenza del Woojeon e del Sejak, che possono essere sia pan-fired che steamed, il Jeoncha è esclusivamente vaporizzato. Nella seconda fase entra il metodo Sencha giapponese: vaporizzazione per bloccare l’ossidazione, arrotolamento per modellare le foglie, asciugatura senza tostatura. Il risultato sono foglie verde scuro, quasi blu-verde, arricciate in aghi sottili simili al Sencha, ma spesso leggermente più larghe e meno uniformi. Quando le si tocca, sono morbide, flessibili, profumate intensamente di verde fresco.
Il Jeoncha viene prodotto durante il primo e secondo raccolto, quindi può essere fatto con foglie di qualità Woojeon o Sejak, ma processate in stile giapponese. Questo crea una gamma interessante di Jeoncha, dai più delicati e costosi ai più accessibili e robusti.
Degustando un Jeoncha ascoltiamo una conversazione tra Giappone e Corea. Ci sono tutte le caratteristiche del Sencha giapponese: l’umami vegetale prominente, le note marine di alga nori, quella freschezza quasi erbacea, l’astringenza pulita. Ma poi emerge il carattere coreano, quella distintiva nota di pino fresco nel finale, che è unicamente dei tè coreani. Una dolcezza più morbida rispetto al Sencha giapponese standard. Una complessità fruttata sottile che ricorda la frutta bianca matura.
Il Jeoncha di Boseong, prodotto con cultivar Yabukita, è particolarmente vicino al Sencha giapponese, ma è generalmente più dolce, meno aggressivamente umami, con il finale di pino che lo rende inconfondibilmente coreano.

Tè Jeoncha

Il Jeoncha di Jeju, beneficiando del suolo vulcanico e del clima subtropicale, ha spesso note più complesse: una mineralità marcata, sentori quasi salini delle brezze marine, una dolcezza che ricorda il miele locale di fiori selvatici.
Il liquido è di un verde più intenso rispetto al Woojeon o Sejak, a volte tendente al verde giada, leggermente opaco se le foglie sono state molto frammentate durante la lavorazione. Ha più corpo, più “peso” in bocca, una texture quasi sciropposa.
Il Jeoncha rappresenta la Corea moderna: capace di onorare la tradizione mentre abbraccia l’innovazione, di mantenere la propria identità pur dialogando con altre culture. È il tè più accessibile, quello che si trova più facilmente all’estero e introduce noi occidentali al mondo del tè coreano. Non è il più prestigioso né il più costoso, ma ha un suo importante ruolo: è il tè quotidiano, quello che si beve al lavoro, che si offre casualmente agli amici, che accompagna i pasti. È democratico, accessibile, eppure di qualità eccellente quando prodotto bene.
Ciò che rende speciale il tè coreano non è solo la qualità delle foglie, o la raffinatezza della lavorazione, ma la storia che porta con sé. Woojeon, Sejak e Jeoncha sono più di semplici tè, sono testimoni di una storia di resistenza, di una cultura che ha rifiutato di morire. È il sapore della dolcezza della rinascita, la forza quieta di chi ha dovuto ricominciare da zero e ha scelto di farlo con grazia e umiltà. Ogni tazza racconta secoli di lotta per preservare un’identità, di monaci che coltivavano in segreto, di maestri che tramandavano saperi a rischio della vita, di un popolo che ha scelto di non dimenticare. Il Woojeon ci insegna la pazienza: aspettare il momento perfetto, non forzare, accogliere la primavera quando arriva. Il Sejak ci mostra l’equilibrio: trovare il punto di incontro tra dolcezza e carattere, tra tradizione e presenza. Il Jeoncha ci ricorda che accogliere l’influenza esterna non significa perdere se stessi, ma arricchirsi attraverso il dialogo.

Come ogni grande tè, come accennato poco sopra, anche quelli coreani portano con sé storie che attraversano i secoli, leggende che si intrecciano con la fede e la spiritualità.
Si narra che quando Re Heungdeok ricevette i semi di tè dalla Cina nell’828 d.C., li affidò a un monaco di nome Kim Dae-Ryeom con l’incarico di piantarli nel luogo più sacro del regno. Il monaco viaggiò per mesi, meditando e pregando, fino a quando in sogno gli apparve il Bodhisattva della compassione che gli indicò il Monte Jirisan. “Lì”, disse la visione, “dove le nebbie accarezzano le valli e i ruscelli cantano eternamente, le piante di tè cresceranno forti e le loro foglie daranno saggezza a chi le beve.”
Un’altra leggenda racconta del monaco Won-Hyo, figura fondamentale del buddismo coreano del VII secolo. Durante un pellegrinaggio notturno, assetato e stanco, trovò una ciotola piena d’acqua fresca e la bevve avidamente, sentendosi rinfrancato. Al mattino scoprì che aveva bevuto da un teschio umano pieno di acqua piovana. La rivelazione gli causò un violento disgusto, ma poi l’illuminazione: “Tutto è mente. Non c’è differenza tra una ciotola preziosa e un teschio se la mente è pura.” Da quel momento, si dice che Won-Hyo bevesse il tè solo da ciotole semplici, di terracotta grezza, insegnando che la vera nobiltà non sta negli oggetti, ma nell’intenzione con cui li si usa.
Durante la dinastia Joseon, quando il tè era quasi scomparso, si racconta che alcuni monaci del tempio Daeheungsa, nascosto tra le montagne di Haenam, continuarono segretamente a coltivare e preparare il tè. Ogni primavera, all’alba del giorno del primo raccolto, compivano un rituale: offrivano la prima tazza di Woojeon alla montagna stessa, versandola alla base dell’albero più antico del giardino, ringraziando la terra per il suo dono e pregando che la tradizione del tè non morisse mai. Si dice che quell’albero viva ancora oggi, circondato da piante di tè che sono le più antiche della Corea.
I tè verdi coreani non sono ancora famosi come i loro cugini cinesi o giapponesi. Non li troverete facilmente nei supermercati occidentali, non hanno la fama internazionale del Longjing o del Matcha. E forse proprio in questa relativa oscurità risiede il loro fascino. Scoprire il tè coreano è come trovare un sentiero segreto in una foresta conosciuta. È l’emozione di assaggiare qualcosa che pochi conoscono, di entrare in contatto con una tradizione che si è preservata quasi miracolosamente. È un atto di scoperta, un piccolo viaggio in una cultura che merita di essere conosciuta, celebrata, rispettata. I tè coreani ci invitano a rallentare, a prestare attenzione alle sfumature, a riconoscere che la bellezza non sempre grida, ma spesso sussurra. Ci ricordano che la tradizione non è rigidità, è radice viva che continua a nutrire rami nuovi. I tè coreani sono maestri dell’integrazione. Hanno imparato da entrambi, hanno accolto influenze, hanno attraversato catastrofi, e da tutto questo hanno creato qualcosa di unico: un tè che è completamente, inconfondibilmente coreano. Questa capacità di sintesi, di dialogo tra opposti, di creare ponti tra mondi diversi, è forse la lezione più preziosa che il tè coreano ci offre. In un’epoca di polarizzazioni, di muri che si erigono, di identità che si chiudono, il tè coreano sussurra una verità diversa: si può essere profondamente se stessi pur accogliendo l’altro, si può preservare la propria identità pur rimanendo aperti al mondo.
Che questo articolo sia per voi un invito a esplorare i tè verdi della Corea. Cercateli nei negozi specializzati, nei siti di piccoli produttori artigianali, nei mercati del tè online. Quando li troverete, preparateli con cura, con presenza, con quella naturalezza rispettosa che è l’essenza del darye coreano.
Lasciate che il Woojeon vi insegni la dolcezza della pazienza. Permettete al Sejak di mostrarvi l’equilibrio perfetto tra forza e delicatezza. Fate che il Jeoncha vi ricordi che ogni cultura ha qualcosa di prezioso da offrire.
E quando berrete, ricordate le montagne nebbiose di Hadong, i campi infiniti di Boseong, le pendici vulcaniche di Jeju.
Che ogni sorso sia un ponte verso quella terra lontana. Che ogni infusione sia una celebrazione della tenacia dello spirito umano. Che ogni tazza sia un momento di pace in questo mondo che corre troppo veloce.
Appuntamento alla prossima settimana per continuare il nostro viaggio nel mondo del tè con “ I tè neri iconici (Darjeeling, Assam, Ceylon, Lapsang Souchong).”


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Come abbiamo visto in precedenza con la Camellia sinensis, la pianta madre del tè, esistono diverse varietà e lavorazioni che danno vita a una gamma incredibile di tè, ognuno con le sue caratteristiche distintive, di cui scopriremo in dettaglio le diverse sfumature.
Iniziamo approfondendo il tè verde, che più di ogni altro conserva l’anima primitiva della foglia, fermata nel suo respiro vivo appena raccolta, poesia sospesa tra terra e vapore, tra la fermezza del fuoco e la delicatezza dell’acqua. Non è un caso che in Asia il tè verde sia considerato non solo una bevanda, ma anche un mezzo per connettersi profondamente con la natura.

foglia di camellia sinensis

Il tè verde non è solo infuso, ma gesto di memoria: è la foglia che non si lascia corrompere dal tempo, che conserva intatto il suo respiro originario. Bere tè verde significa entrare in un rituale sottile, dove ogni sorso custodisce il dialogo millenario tra uomo e pianta. È il tè della contemplazione: i monaci zen lo bevevano per sostenere le lunghe ore di meditazione, i poeti lo cantavano come simbolo di rinascita primaverile, i guerrieri lo sceglievano per la lucidità che dona.
Ogni tazza è un microcosmo: il colore limpido racconta la freschezza delle colline, l’aroma erbaceo ricorda i giardini dopo la pioggia, il sapore dolce-amaro è simile alla vita stessa, semplice e complessa insieme. In Cina lo si offre come segno di rispetto agli ospiti, in Giappone accompagna cerimonie di silenzio e gratitudine, in Corea è momento di armonia familiare.
Le due vie: il vapore e il fuoco
La magia del tè verde nasce da un gesto essenziale: bloccare l’ossidazione delle foglie subito dopo la raccolta. Questo può avvenire in due modi distinti, che definiscono le due grandi scuole di lavorazione.
Il Giappone è la patria dei tè vaporizzati: la foglia viene attraversata da un soffio caldo e umido che ne fissa il colore verde brillante. Il risultato è un tè dai sentori vegetali, quasi marini, con note di alghe, spinaci freschi e dolcezza minerale. Sencha, Gyokuro e Matcha appartengono a questa tradizione. Il Sencha, fresco e quotidiano, è il tè che più comunemente si trova sulle tavole giapponesi, con la sua luminosità vivace. Il Gyokuro, è un tè da cerimonia, coltivato all’ombra per sviluppare un gusto dolce e umami, quasi vellutato; il Matcha, polvere cerimoniale, è un sorso di ritualità zen.

Tè Gyokuro

In Cina, terra dei tè tostati, si utilizza il fuoco: qui le foglie vengono poste in grandi wok, e tostate a mano, o con macchinari. Il calore asciuga, modella e talvolta arrotola le foglie, infondendo aromi più morbidi, nocciolati, floreali, in qualche caso leggermente affumicati.
Longjing (o Dragon Well), Bi Luo Chun e Gunpowder sono i figli di questa arte. Il Longjing dell’Hangzhou è particolarmente noto per il suo tocco di castagna e freschezza di primavera; il Bi Luo Chun, arrotolato in spirali fini, custodisce note fruttate e floreali; il Gunpowder, con le sue palline serrate, si apre in una bevanda dal carattere deciso e leggermente affumicato.

Tè Longjin, o Dragon Well

In Corea, la tecnica di lavorazione del tè verde più comune è il tostato, o pan-firing, simile a quella utilizzata in alcune zone della Cina, ma con alcune specificità locali. Le foglie di tè vengono raccolte e subito sottoposte a una tostatura rapida e ad alta temperatura in una recipiente di ferro per fermare l’ossidazione, preservando così il colore verde brillante e i composti aromatici freschi, ma con un lieve tocco di complessità in più rispetto ai tè giapponesi. Questa tecnica infatti dona al tè verde coreano una nota leggermente torrefatta, più morbida e meno pungente, con un profilo aromatico con note dolci e floreali, La lavorazione pan-firing è anche legata alla tradizione della manipolazione manuale, gli artigiani modellano la foglia con attenzione, garantendo una qualità superiore nel risultato finale. In Corea si producono tè verdi meno conosciuti, ma altamente raffinati, come il Jeoncha, il Woojeon, il Jukro, il Sejak e il Boseong, che nella loro diversità uniscono la dolcezza del Giappone al carattere tostato della Cina.

Tè Boseong

Filosofie di lavorazione dal temperamento distinto, ma depositari della stessa essenza: il rispetto per la foglia, custodita tra respiro, calore e tradizione, che ci porta a pensare ad ogni tè verde come ad un piccolo giardino ricco di profumi. Le foglie vaporizzate richiamano all’olfatto e al palato il sentore di alghe marine, verdure, umami avvolgente; le foglie tostate riportano il profumo di frutta secca, dei fiori primaverili e di dolcezza vellutata; le foglie coltivate in ambiente ombreggiato evocano aromi dolci e densi, quasi cremosi.
Il tè verde non è solo aroma e gusto, come abbiamo già detto, è anche considerato da secoli un elisir di lunga vita, non solo per la scienza moderna che ne ha confermato le proprietà, ma per l’esperienza millenaria di chi lo ha bevuto e celebrato come medicina naturale e compagno spirituale.
Il tè verde è ricco di una serie di antiossidanti, tra cui flavonoidi, che contribuiscono a ridurre l’infiammazione e proteggere le cellule dallo stress ossidativo. Contiene vitamina C e vitamina E, che supportano il sistema immunitario e migliorano la salute della pelle. Inoltre, il tè verde è noto per il suo contenuto di L-teanina, un aminoacido che promuove il rilassamento senza causare sonnolenza, favorendo una maggiore concentrazione e calma mentale. Contiene catechine, potenti antiossidanti che agiscono come piccoli guardiani del corpo, proteggendo le cellule dai danni dei radicali liberi, aiutano a rallentare l’invecchiamento, supportano la salute cardiovascolare e contribuiscono a ridurre il rischio di malattie croniche. La presenza di minerali come il magnesio e il potassio aiuta a mantenere l’equilibrio elettrolitico e supporta la funzionalità cardiovascolare. Infine, la caffeina contenuta nel tè verde stimola la mente e aumenta i livelli di energia, migliorando la performance fisica e mentale.
Ogni sorso diventa così un gesto che nutre dall’interno, che inoltre stimola il metabolismo senza gli eccessi nervosi della caffeina pura: accelera la digestione, favorisce la combustione dei grassi e regola l’energia in modo equilibrato. Non è un combustibile rapido, ma un flusso costante, come un fiume che scorre lento e continuo, mantenendo il corpo attivo senza sovraccaricarlo.
In Giappone, i monaci zen lo bevevano durante le lunghe ore di meditazione, trovando in esso una concentrazione vigile senza agitazione. La presenza di L-teanina permette alla mente di essere sveglia e lucida, ma allo stesso tempo serena, come se ogni pensiero fosse accompagnato da un respiro calmo. È il segreto per un’energia senza fretta, per una consapevolezza che non si lascia travolgere dal tempo.
Oltre agli effetti più noti, il tè verde possiede virtù sottili associate all’uso regolare: contribuisce all’ equilibrio emotivo riducendo lo stress e favorisce un senso di armonia interiore. Il rito di preparare e bere una tazza di tè verde è molto più di un semplice gesto quotidiano; rappresenta un momento di connessione con la natura e il flusso del tempo. Ogni fase, dalla scelta delle foglie alla loro infusione, invita alla riflessione e consapevolezza, un’opportunità per rallentare e vivere pienamente il presente. Un piccolo rituale che aiuta a sviluppare pazienza, poiché la preparazione richiede attenzione ai dettagli e rispetto per i tempi di infusione. Così emerge naturalmente un sentimento di gratitudine, ogni tazza diventa un atto di riconoscimento verso la natura che ha prodotto quelle foglie, il tè non è solo un piacere per i sensi, ma un modo per restituire un po’ di equilibrio alla nostra vita frenetica, ancorandoci ai ritmi della terra.
Secondo la tradizione cinese infatti, l’imperatore Shen Nong scoprì il tè verde per caso, ma la leggenda sottolinea un punto più profondo, la foglia non è solo nutrimento, è ponte tra uomo e natura, energia e quiete, vita attiva e contemplazione. In Giappone e in Corea, questa filosofia si è trasformata in cerimonie e abitudini, dove il tè verde non si beve semplicemente per dissetarsi, ma per coltivare mente e corpo, un piccolo rito di longevità, una meditazione liquida, sorso dopo sorso, rivela la sua vera virtù: armonizzare corpo, mente e spirito, senza fretta, senza forzature.
Concludo con un cenno ad alcune delle leggende che accompagnano il tè verde. Si narra che durante una siccità nella provincia di Zhejiang, un vecchio monaco pregò il drago del Longjing, guardiano di un pozzo, affinché portasse la pioggia. Il drago acconsentì, e da allora il tè coltivato attorno a quel luogo prese il nome di Dragon Well, il pozzo del drago.
Un’altra leggenda racconta che i contadini giapponesi iniziarono a coltivare il tè all’ombra per caso, coprendo le piante con paglia per proteggerle dal gelo. Scoprirono così che le foglie sviluppavano un gusto più dolce e profondo, e nacque uno dei tè più pregiati del mondo, dalle foglie più tenere, nei primi giorni di primavera, nasce questa varietà di tè pregiata e nobile, denominata “Gocce di Giada” o “Rugiada di Giada”, in lingua originale “Gyokuro”.
Infine il matcha, polvere finemente macinata di tè verde, è strettamente legato alla storia dei samurai giapponesi, che lo consideravano un alleato imprescindibile per le loro imprese. Durante il periodo feudale giapponese, i samurai, guerrieri disciplinati e devoti alla perfezione fisica e mentale, trovavano nel matcha, ricco di catechine e di L-teanina, una combinazione unica di energia sostenibile, lucidità mentale e calma interiore, diventando un elisir che integrava la filosofia zen, praticata per mantenere il controllo e l’autoconsapevolezza in ogni
circostanza. Nel contesto delle cerimonie del tè, il matcha veniva preparato con una cura rituale, un atto simbolico che legava la mente e il corpo in un unico flusso di concentrazione e presenza. Ogni samurai che consumava il matcha, dunque, non solo ottimizzava le proprie capacità fisiche e psicologiche, ma accettava anche un’antica tradizione che rinforzava il legame con l’arte della guerra e il concetto di onore.

Spero di aver stimolato il desiderio di bere regolarmente tè verde! Appuntamento alla prossima settimana con l’approfondimento sul tè nero.


Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”


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Kim Ki-duk

11 dicembre 2020, pochi giorni prima del suo 60esimo compleanno, la tensione vitale di Kim Ki-duk si è spenta.
Kim Ki-duk è uno dei registi asiatici più conosciuti nel panorama cinematografico contemporaneo. Artista di rara complessità, dotato di sensibilità profonda e radicale, è un poeta che respira in modo estremo, sebbene persista in lui un’elegante raffinatezza percettiva.
Il suo è un cinema fondato dalla tensione tra delicate emozioni ed esplosioni di violenza, elementi separati che si attraggono reciprocamente, generando un flusso di energie instabili, ma che inspiegabilmente tendono a una situazione di equilibrio.
Nato nel 1960 a Bonghwa, una piccolo villaggio della Corea del Sud che dista 170 km dalla capitale, a nove anni si trasferisce con la famiglia a Seoul, dove in seguito frequenta un istituto professionale per l’agricoltura. A diciassette anni, per le condizioni di povertà in cui versa la sua famiglia, è costretto a lavorare in una fabbrica, che lascerà a vent’anni per
arruolarsi in marina, dove resta per i successive cinque.

È il periodo in cui si avvicina alla religione con l’intenzione di diventare predicatore, ma nel 1990 abbandona tutto e si trasferisce a Parigi per approfondire la passione per la pittura e riesce a mantenersi vendendo i suoi quadri.
“Arrivai in Europa perché volevo fuggire dalla società coreana, e da casa”, dice oggi. “Mio padre è un veterano della Guerra di Corea. Subì torture psicologiche e fisiche da parte della Corea del Nord. Riuscì a tornare a casa, con quattro pallottole in corpo, solo dopo uno scambio di prigionieri. Ma non fu più la stessa persona: era pervaso da un senso di sconfitta
e da una rabbia inaudita che scaricava quotidianamente su di me. Ero terrorizzato da mio padre, ma crescendo compresi che anche lui era soltanto un’altra vittima della società. I postumi di quella guerra si patiscono ancora oggi in Corea del Sud, nessuno però ne vuole
parlare. Per questo ho deciso di fare film che avessero al centro questi temi: la violenza, l’odio, i traumi, la solitudine, l’incapacità di comunicare. Situazioni che ho vissuto sulla mia pelle, ma che parlano di tutta la mia patria”.

Nel 1993 inizia ad avvicinarsi al cinema, scrive sceneggiature e vince il premio dell’Educational Institute of Screenwriting con la stesura di “A Painter and a Criminal Condemmed to Death”.
Cede del tutto al potente richiamo del cinema, nel 1996 esordisce con il film Crocodile, ambientato in Sud Corea, che già rivela in modo esplicito quali sono e saranno i temi centrali del suo lavoro: violenza, sesso e dolore.
Sono elementi chiave della sua narrazione, li ritroviamo intatti in Wild Animals, girato a Parigi (1997), e in Birdcage Inn (1998).
La componente distruttiva presente nella psiche umana, in contrapposizione alla vitalità sensuale dell’eros genera un brutale processo di tensione e di violenza, che spesso trova soluzione solo nella morte.

“Mi pongo sempre una domanda: cosa è umano? Cosa significa essere umano? Forse la gente considererà di nuovo brutali i miei nuovi film. Ma questa violenza è solo un riflesso di ciò che sono realmente, di ciò che è in ognuno di noi in una certa misura “.
Nel 2000 è presente al Festival di Venezia e al Sundance Film Festival con “L’isola”, che gli apre le porte della fama internazionale. Nello stesso anno Kim Ki-duk celebra la strenua ricerca di innovazione percettiva e di realizzazione con “Real Fiction”, girato 200 minuti con dieci cineprese e due videocamere digitali.
Il rapporto tra i personaggi e lo spazio vitale non consente loro di fuggire dai propri stati d’animo, così ne possiamo conoscere “desideri, ossessioni, paure che lì diventano quasi tangibili”.
L’indagine su questi contrasti di forze devastanti è presente anche ne: “Indirizzo sconosciuto” (2001), “Bad Guy” (2001) e “The Coast Guard” (2002).
“Spesso hanno criticato il fatto che nei miei film non si parla molto. Questo è perché racconto persone ferite, che hanno perso fiducia nell’altro. Così la violenza che è un’altra accusa che fanno ai miei film, non è un semplice gioco estetico. Per me è necessaria, è l’unica forma che esprime la crudeltà della vita, la sua tristezza e disperazione.”
Nel 2003 esce “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”, un film fortemente simbolico, che sorprende per l’inquietante senso di pace evocato dalla splendida fotografia, davanti alle immagini perfettamente poetiche, sfuma lievemente l’intensità della violenza.
Nel 2004 gli vengono assegnati l’Orso d’Argento alla regia al Festival di Berlino per “La samaritana” (2004), e il Leone d’Argento al Festival di Venezia per “Ferro 3 – La casa vuota”.

È presente nel 2005 al Festival di Cannes con “L’arco”, segue “Time” (2006), “Soffio” (2007).
L’anno successivo vede la luce “Dream”; durante le riprese l’attrice protagonista Lee Na-yeong è stata vittima di un incidente sul set, durante la scena nella quale simula il suicidio per impiccagione.
Kim Ki-duk resta traumatizzato da questo evento, si ritira in solitudine e vive un periodo di profonda depressione. Riuscirà a vincere il grave tormento soltanto tre anni dopo con una lunga confessione-documentario: “Arirang”, dove espone un’intensa riflessione sull’arte e sulla vita, che approfondirà con il successivo “Amen”.
Nel 2012 realizza “Pietà”, per il quale viene insignito del Leone d’Oro al Festival di Venezia, dove negli anni successivi presenta fuori concorso “Moebius” (2013) e “One on One” (2014) con cui apre la selezione delle Giornate degli Autori; seguiranno “Stop” (2015) e “Il prigioniero coreano” (2016), che apre sezione denominata Cinema nel Giardino.
Muore in Lettonia, per le complicazioni dovute al maledetto Covid-19.

 





PARASITE

Articolo già edito su www.chiaragp.com

Una folgorazione. Io sono letteralmente impazzita per questo film che ha fatto incetta di Oscar in quest’ultima edizione 2020.

Ben 4: Miglior Film, Miglior Regia, Migliore sceneggiatura originale e Miglior Film Internazionale, dopo essersi per altro aggiudicato la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2019. Un boom di premi. Un boom dentro di me.

Parasite di Bong Joon-ho racconta una storia lineare che ne racchiude una molto più complessa, politica e contemporanea. Protagoniste due famiglie. Una povera (tutti disoccupati) composta da padre, madre e due figli che vivono in un seminterrato pieno di scarafaggi dove riuscire a rubare la connessione Whatsapp ai vicini è già un segno di miglioramento sociale e non riuscirvi è la sintesi dell’esclusione più totale.

Delle creature del sottosuolo che per guadagnare qualcosa piegano e confezionano in casa le scatole della pizza mentre guardano con odio gli ubriaconi che gli pisciano sulle finestre o mentre lasciano le finestre aperte durante le disinfestazioni con la speranza che sterminino anche i loro scarafaggi.

Il sottosuolo dunque L’inferno? No.

La seconda famiglia invece è ricca, ubicata in una casa da sogno realizzata da un importante architetto (che a me ricorda Rem Koolhaas, ma sono una profana e potrei sbagliare), tutto liscio, ligneo, perfetto, direi levigato, igienizzato, pulito, ma non armonico. Lui e lei evidentemente non si amano. Nel film ho assistito inorridita a una delle scene di sesso più brutte della storia. Ma non brutta perché girata male ma proprio brutta perché nessuno di noi vorrebbe mai farlo così. Marito bello, manager, assente che evidentemente non ama la moglie (lo si evince ben due volte). Moglie bella, esaurita, in colpa. Figlia in tempesta ormonale e bimbo caratterizzato da iperattivismo e da un trauma d’infanzia.

La bellezza quindi Il paradiso? No.

Sono due mondi opposti che si incontrano nel geniale piano del primo nucleo che pian piano riesce a “trovare lavoro”, attraverso mille stratagemmi e sostituendo i precedenti lavoratori, nella casa dei ricchi come insegnante d’inglese, autista, arte terapeuta e governante.

Fin qui tutto ok, fantastico ai limiti della commedia e poi boom. Un’escalation di percorsi, sotterranei, di scale, di piogge quasi bibliche, che portano il film a toccare l’horror, il thriller, la tragedia senza mai cadere nello splatter ma tenendoci con il fiato sospeso fino alla fine.

Questo film è una forte denuncia sociale (dalla misura della povertà contemporanea quantificabile persino nella mancata connessione Internet) che ci butta in faccia la netta separazione tra superfluo ed essenziale e lo fa senza “bandiere” o stereotipi di lotta. Ma lo fa mostrando il disprezzo del ceto alto per i subalterni (mi ha colpito tantissimo il richiamo costante all’odore degli altri, dei poveri) e delle umiliazioni che questi sono costretti a subire (come il padre-autista costretto a vestirsi da indiano per la festa di compleanno del figlio). Una lotta di classe raccontata con gran classe (per giocare con le parole)

ma raccontata anche attraverso l’ingegno della classe “povera” e attraverso la sua filosofia di vita: “Che facciamo ora? Qual è il nostro piano?” chiede la figlia al padre. Il padre risponderà successivamente al figlio:”Sai qual è il piano che non fallisce mai? Non averne uno. Sai perché? Se ne escogiti uno, la vita non andrà mai a quel modo”. Quando ho sentito queste parole mi è venuta subito in mente una frase che avevo letto su Facebook trovandola geniale: “L’unica cosa che va secondo i piani è l’ascensore”.

Consigliatissimo da Chiara GP!!!!!!!!!!!! Da vedere al Cinema!!!!!!!!!!! Evviva il grande cinema!!!!!!!!!!!!

Ps: un’ultima chicca/curiosità: nella colonna sonora del film è presente – in un momento decisamente topico – “In ginocchio da te” di Gianni Morandi (che in Corea del Sud è molto amato e conosciuto).