Profili dalla quarantena – Giovanni

Giovanni è un operaio, uno di quelli fortunati però, lavora in un luogo dove gli operai sono ben pagati e tutelati.
 
Giovanni è un bell’uomo di origine messinese, un siciliano biondo con gli occhi grigi; uno di quelli che mi piacciono tanto, direi un bell’ombroso, nella sua vita ha molto amato, tre donne e sei figli.
 
Giovanni lavora in una stamperia, pochi contatti con l’esterno per il lavoro in sé, ma poi ognuno, terminato di lavorare torna alla sua vita, e la rete relazionale si estende creando ragnatele impensabili.
 
Del resto quante volte ci è capitato di stupirci perché coso conosceva cosa che tu conosci dai tempi dell’università, da questo punto di vista il mondo è una sputazzata diceva mia nonna, anche se adesso immaginare una sputazzata ci riporta subito a goccioline, saliva, inspiro virus, oddio il male invisibile!
 
20 giorni fa uno dei colleghi di Giovanni risulta malato ovvero positivo al covid19, ricoverato; è relativamente giovane, come Giovanni e come me è in quell’età limbo dove ancora ricordi bene l’energia degli anni precedenti e hai la netta percezione che il tempo passa con o senza di te, di alzarti ti riesce uguale, ma ogni volta ci vuole un cincinino di più; la testa però va a mille, forse a consolarti del fatto che nuove risorse arrivano e altre ti abbandonano.
 
Giovanni è solo, vive alla porta accanto, fuma sigarette infinite sul terrazzo, ha un’aria triste, non chiedo, capisco che è meglio lasciare stare; siamo vicini, ma tra i vicini non c’è più il contatto di prima spesso sono estranei, adesso più che altro dei vicini ci si lamenta, come se vivere in un condominio non richiedesse pazienza reciproca e comprensione, (questo mi riporta a un’altra storia, la storia di una che si diceva tanto amante degli essere umani purché non vivessero nel suo palazzo) poi una mattina mentre stracuravo le mie piante sbotta in uno sfogo come se ci conoscessimo da sempre: “Sono a casa da 11 giorni, adesso sono in preda a un’angoscia che non capisco, non mi manca nulla, Glovo ha risolto per me… – poi si adombra – no non è vero che non mi manca nulla, mi mancano i miei bambini e adesso ho anche paura di averli infettati, io in quarantena, la mamma in quarantena e loro che non capiscono cosa succede. Il più grande – otto anni – ha tanti problemi relazionali e ogni giorno aveva psicomotricità; adesso ci vediamo in video e non capisce perché non ci vado, la sua routine si è interrotta è molto agitato, stringe forte forte il fratello piccolo al punto da fargli male. Non ho più neanche voglia di annaffiare le piante… guarda che schifo!”
Gli sorrido: “Se vuoi alle tue piante ci penso io”
Giovanni sorride: “Ancora poco e finisce questa quarantena, non mi hanno fatto il test, dici che sarà sicuro andare a trovarli, ovviamente dopo la quarantena di Isabella? Che avendomi incontrato è in quarantena anche lei.”
 
E adesso cosa rispondo? “Giovanni cosa sia sicuro io non l’ho mai saputo prima, adesso men che meno, ma tu stai bene, non hai sintomi, ‘mbè credi a questo, non c’è molto altro da fare.”
 
Questo virus non sta solo mangiando avidamente i polmoni delle persone, sta mangiando gli affetti, ma ci sta anche riavvicinando, ci porta a raccontarci di nuovo con meno diffidenza; perché sì avremo anche tutti paura, ma questa paura ci sta unendo, ci fa sentire – paradossalmente tutti uguali – e anche se a volte i nostri nervi saltano e ci danno fastidio i comportamenti altrui, le relazioni vivono di una nuova confidenza, una confidenza che serve a scaldare il cuore.
 
Oggi Giovanni esce, Isabella anche ha concluso la quarantena, sono una coppia separata, ma finchè c’è questa situazione hanno deciso di vivere assieme, dicono per i bambini, ma penso che invece sia perché c’è bisogno di stare vicini, anche per i bambini; forse potrebbe rinascere la loro storia adesso, su nuove basi, sulla consapevolezza che questa separazione fisica ha fatto “male” a tutti.
 
Forse no, ma mi piace tanto pensarlo.
Buon.

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina: Renato Guttuso, Balcone a Velate, al tramonto, 1967. Olio su tela cm. 190×270 (due elementi di cm. 190×135 ognuno) 




Metamorfosi di una quarantena

Se per una volta le si presta fede, una speranza dura per lungo tempo
Spes tenet in tempus, semel est si credita, longum
Ovidio

Roma. Quarantena A.D. MMXX

Inizio questo scritto raccontando delle mie sensazioni, muovendomi in una città in sospensione, in un paese in sospensione. Così come mentre batto le dita su uno schermo, nella mia abitazione spira un vento da nord, che prende a schiaffi il lato più esposto, scivola attraverso i mattoni vivi del perimetro, muove le foglie di edera sul balcone completamente soleggiato e rientra dalla finestra a sud, facendo ondeggiare le tende. In un silenzio di periferia semi rurale…
Uso spesso i puntini di sospensione, a me tanto cari, perché mi danno l’impressione delle sfumature dei pensieri, come se fossero degli haiku collegati tra loro, senza metrica, ma solo per materializzare i grigi che stanno tra il primo pensiero al risveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Insieme a quelli notturni, che a volte schizzano fuori dai miei sonni spesso disturbati da paralisi ipnagogica, dove il peso dell’Uomo Nero si posa sulle mie spalle…

Reduce da un lutto, con cui ho iniziato a fare i conti molto prima che questo avvenisse, una calma apparente maschera ciò che l’inconscio accumula, elabora e manifesta. Tutto questo è parte di un avvenimento traumatico mondiale, che sembra come se il mal comune possa alleviare l’impegno, lo stress e la capacità di reagire, con una elaborazione ed analisi costante, che porta all’accettazione dello status quo di giorno in  giorno. Tra morti, bollettini della Protezione Civile e stupide polemiche politiche di idioti dallo scranno parassitario.

Le mie esperienze di “istituzionalizzazione forzata” quali scuola, caserma, carcere, struttura psichiatrica e presente ambiente lavorativo, mi hanno dato l’opportunità di riprendere e sviluppare l’origine del personale carattere che contraddistingue una certa propensione alla solitudine. Ricercando continuamente quell’auto-mutuo-aiuto che proviene da un percorso di pulizia dell’Anima, anche con la condivisione di spiritualità legata soprattutto alla connessione con il pianeta, che ospita il mio passaggio su di esso…

Cosa mi manca…

Prima di tutto mi manca il mio Paese. Che non è la totalità della sua “gens”, per usare un termine latino o più propriamente popolo, che racchiude tutte le diversità, che sono ricchezza, o motivo di separazione, e che sono particolare occasione di conoscere, incontrare e stabilire una connessione. Temporanea, stabile, effimera, distanziata, stabile o a termine.
Questo accade, quando nel proprio paese di nascita, si viaggia attraverso di esso, mossi dalla curiosità di un bambino che si perde con la fantasia in ogni angolo. Apprezzando le sensazioni, adoperandosi ad amplificare non solo ciò che è tattile, visivo, olfattivo, uditivo o gustativo, ma nell’insieme accendere quello stato mentale che porta ad una “cura catartica”.

I vecchi non  dormono

Questo si dice di chi raggiunge un età avanzata, come se fosse un luogo comune da citare insieme a tanti altri.
I vecchi dormono eccome. Questo l’ho sempre pensato da quando osservavo mio Padre che spesso si adagiava. Sembra come se si abituino già alla Morte, quando il loro sonno diventa anche diurno, o come se volessero spegnersi anche per un dosaggio di “nulla” della Mente.
Questa ultima settimana mi sono recato al lavoro, necessità di spostarmi in un clima di quarantena consigliata, attenendomi a tutti i dettami declamati per la prevenzione. Azioni che dovrebbero essere la normalità di un popolo responsabile, che per molte delle sue azioni , decantando scenari dittatoriali e uomini unici dal pensiero unico, oltre a non avere un minimo senso civico, mettono in pericolo quella che è la collettività.

Mi vengono alla mente i  comportamenti che tengono i cittadini cresciuti nelle socialdemocrazie, spesso tacciati di tendenze suicide o eccessiva freddezza nei rapporti sociali. La prossemica varia da paese a paese, ed usi e costumi, anche nel nostro Bel Paese, sono differenti.

Un virus

La parificazione delle vite passa dall’eliminazione delle sovrastrutture, spesso involucro presentabile secondo i canoni di un modello ipercapitalistico. Per dirla alla Fromm (Erich) l’Homo Consumens ha dato e sta dando la massima spallata a questo pianeta. E questo reagisce con una difesa biologica, forse, anche diffondendo un virus, emanazione di un decadimento sociale e purtroppo naturale, che l’antropizzazione ha accelerato. A suo danno.

Da sempre sono esistiti individui convinti che per essere felici sarebbe bastato raggiungere il piacere, il potere, la fama e la ricchezza, e che l’unica cosa da imparare non fosse tanto l’arte di vivere quanto il modo per ottenere abbastanza successo da acquisire i mezzi per vivere bene. Eppure, se anche esistevano individui e gruppi che praticavano il principio di un edonismo radicale, tutte le culture avevano maestri di vita e maestri di pensiero. Questi proclamavano che vivere bene è un’arte che va imparata, che imparare quest’arte richiede fatica, dedizione, comprensione e pazienza, e tuttavia costituisce la cosa più importante da apprendere.
Una delle ragioni che spiegano questo sviluppo va ascritta al fatto che viviamo in una società dominata dalle macchine, nella quale il lavoro artigianale è stato sostituito da quello meccanico o informatico. Un tempo produrre una scarpa o un tavolo era un compito arduo, per imparare il quale occorrevano anni. Oggi chi produce scarpe o tavoli utilizzando delle macchine non compie più un’operazione complessa né ha bisogno di anni di apprendistato. Sempre meno professioni specializzate richiedono una formazione paragonabile a quella di un muratore.

Lo stesso sviluppo, la possibilità cioè di fare le cose con facilità, si può osservare nel settore dei consumi. Cucinare, guidare un’auto, usare un computer o telefono…ebbene quasi tutte le attività legate al consumo non richiedono più capacità, né sforzo o concentrazione: basta seguire le semplici istruzioni per l’uso. Perché sobbarcarsi la fatica di imparare quest’arte, quando invece ogni cosa può essere sbrigata facilmente, quando ogni bambino, schiacciando il pulsante di un televisore, può produrre per incantesimo un intero mondo?

Eppure, vivere non è facile…

L’uomo è dotato solo di alcune pulsioni istintive, che non può fare a meno di soddisfare per la sopravvivenza tanto del singolo quanto della specie. Sotto tale profilo non siamo diversi dagli animali. Ma, a differenza di questi, non possediamo un corredo istintivo innato che di volta in volta ci indichi come organizzare la nostra vita e che contenga un progetto per l’arte di vivere. Se noi uomini, nelle nostre azioni, fossimo determinati da queste necessità biologiche, agiremmo allora “razionalmente” e – per fare solo un esempio – non ci uccideremmo a vicenda per questioni di onore, di fama o di ricchezza, ma saremmo solidali tra noi con l’obiettivo della sopravvivenza. Se il nostro agire fosse determinato solo dalla ragione, non sorgerebbero problemi…

In confronto all’animale, l’uomo viene al mondo prematuramente e completa la propria nascita fisiologica solo molti mesi dopo la nascita vera e propria. Ciò vale per l’aspetto psichico più ancora che per quello fisico. Sotto il profilo psichico all’uomo occorre tutta la vita per portare a pieno compimento la propria nascita. Nel corso di questo processo può anche accadergli di perdersi; in ogni momento del suo sviluppo può cessare di crescere per finire con l’approdare, come un menomato psichico, nella “distruttività”, nella depressione, nell’incapacità di amare e nell’isolamento.

L’uomo è soggetto alla legge di ogni vita fisica e psichica: vivere significa crescere ed essere attivi; se la crescita si interrompe, subentrano il decadimento e la morte. Non è difficile riconoscere la morte fisiologica, mentre la morte psicologica è figlia del decadimento.

A.D. MMXVI. Qualche tempo fa….

Mutevolezza. Attraverso il mio paese. Le mie mancanze passano per delle strade, quelle dove il silenzio è la sola presenza, rotta dalla mia presenza.

Due alberi. Piccoli. Su un crinale.
La strada é quella che porta a Macereto.
Ci sono quei luoghi, che io chiamo “emozionali” dove ognuno trova il suo essere animale, primordiale.
Quando.
Il silenzio della mattina poco dopo l’alba è inteso nell’insieme delle luci, dei profumi del vento che entra dalle cuciture del giubbotto.

Le curve che scendono da Fiastra verso Sarnano.
Si snodano su 25 km e sette tornanti che rapidamente poggiano la quota di altitudine.
In tempi diversi, la terra ha tremato. Forte.

Nello scorrere del tempo su queste strade, la faglia sismica si è spostata, da sud verso nord. Come a dividere la terra e i suoi due mari Adriatico e Tirreno.
Poi, in solitudine, lontano dalla diffusione mediatica, solo così si può sentire come la Terra nella sua Vita, in un piccolo tremore, nella sua scala di intensità di movimento, cerca di comunicare con chi vi poggia i piedi sopra.
Le case, in cui l’Umano vive, poggiano come i suoi piedi, ma se queste hanno fragili radici, inevitabilmente crollano.
Così come le certezze, che solo dalle sovrastrutture, inutili, fanno di un tetto, un luogo non sicuro. Non collegato alla vera struttura, dell’insieme.
Solitamente, i viaggi, hanno bisogno di una preparazione, in base al luogo dove c’è intenzione di recarsi. Un carico di responsabilità spirituale, misto a razionalità organizzativa. Fosse anche spostarsi con l’autobus.
Ma quei due piccoli alberi….li ho immaginati quando la “botta grossa” li ha strapazzati.
Così come ero sdraiato nella mia tenda, solo, con la motocicletta accanto.
Il tintinnìo delle pentole e gli argini del lago di Fiastra che si sono riversati nell’acqua.
Un giorno dei tanti. Quelli vissuti attraverso. Come il Sacro volto di Manoppello.
Un altro evento di trauma.

Argini

I limiti sono volubili, spesso determinati da quei numeri che vanno a costruire i grafici che ogni sera vengono esposti nei telegiornali. Un terremoto, una popolazione, i decessi, i guariti…
E l’Anima che a stenti guarisce, sempre toccata da quei bollettini di guerra. Troppo spesso paragonati ad un conflitto dove il nemico lo puoi vedere in faccia, ma che le nostre facce vengono eguagliate da una mascherina. Dove il virus rende tutti uguali. Un dittatore molto democratico…

Quello che non c’è è ciò che mi manca di più. Senza darlo per scontato. Prendere la metro, camminare dritto sul pavimento della stazione, tra il desiderio mattutino di evadere nei silenzi, di quegli angoli del mio paese. Tra i colori e le sue tradizioni. L’essenza.

Niente sarà più come prima? Questo non lo sa nessuno. Almeno io ogni giorno non sono mai lo stesso.

E rimarrà Storia del secolo XXI…

(R)

Sopporta e persevera; cose molto più gravi sopportasti.
Perfer et obdura: multo graviora tulisti.
Ovidio


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Dopo il Virus – prima parte

vai alla seconda parte
vai alla terza parte

Era stato deciso tutto in poche ore.

Radunammo allo Spazioporto i componenti dell’Unità di Governo Mondiale, insieme a pochi altri rappresentanti di Etnie particolari, di quelle che avevano dimostrato migliore resistenza all’epidemia. I motori magnetici dell’astronave ronzarono brevemente, si sincronizzò la frequenza di trasporto sulla traslazione spaziotemporale, l’equipaggio prese posto nelle capsule di sospensione vitale, presi un ultimo respiro, poi anch’io mi affidai al neurocalcolatore, mi sarei risvegliato nella costellazione di Pegaso, agganciato alla torre di ancoraggio della città di Terra Futura, sul pianeta HR2550, dichiarato biocompatibile dopo le prime missioni traslazionali.

Lasciavamo la Terra, devastata dall’Epidemia, sperando di tornarci, un giorno. Lasciavo pezzi della mia vita, e mio padre – che non vedevo da mesi – cocciutamente chiuso nel suo laboratorio di genetica molecolare in una grotta a cinquecento metri sotto il livello del mare, dentro una miniera di salgemma nelle montagne della Cucotka.
Insieme a quella sparuta pattuglia di ricercatori che erano riusciti a superare o evitare il contagio, giovani mostruosamente determinati a combattere il Virus.

Era convinto di riuscire a sintetizzare un vaccino contro quel Virus che aveva ucciso 7 miliardi di persone in pochi mesi, e che aveva reso sterili la maggior parte degli animali.
Mio padre, mi aveva concepito con metodi tradizionali, prima che il Congresso Eugenetico decidesse di consentire agli uomini di riprodursi solo affidando oociti e spermatozoi alle fattorie umane.
Gli somigliavo, così diceva sempre, aggiungendo che da una testa di marmo non poteva nascere un figlio con una testa più morbida, non aveva torto.

Avevo avuto anche una madre, ma era morta mentre combatteva a testa bassa in un reparto di medicina d’urgenza, sopraffatta da uno dei Virus che avevano cominciato a flagellare l’umanità alla fine del XXI secolo.
Era stata una cosa improvvisa, la mattina era in Ospedale, la sera era morta, con i polmoni paralizzati, non ricordo le parole che ci eravamo scambiati durante la chiamata che le avevo fatto dal Cosmodromo, avevo pensieri che andavano troppo lontano nello spazio e nel tempo, semplicemente non avevo ascoltato cosa mi aveva detto quella mattina.

Nonostante la sospensione delle funzioni vitali, il flusso dei pensieri non si arrestò, continuai a ricordare quell’ultima volta nella quale ci eravamo salutati con la promessa reciproca di non arrenderci al virus, di non lasciare che la civiltà umana sul pianeta Terra diventasse solo polvere fossile.

Uno degli effetti collaterali del trasporto in sospensione vitale era che la coscienza profonda, liberata dal giogo dei sensi e delle convenzioni comportamentali, mandava in loop continuo tutti i ricordi più remoti, anche se la somministrazione di oligonucleotidi antisenso consentiva di bloccare quelli negativi e dolorosi: una scelta inevitabile dopo che una buona parte dei navigatori stellari avevano avuto turbe psichiche importanti al risveglio, causando il default di molte missioni e la perdita di vite.

Programmammo accuratamente gli androidi che avrebbero sorvegliato la nave spaziale durante la nostra assenza, inducendo in loro anche un certo livello di empatia per le nostre condizioni e istruendoli all’uso degli schermi di difesa da attacchi alieni, anche se non ci era mai accaduto durante le precedenti missioni di doverne fare uso. Gli androidi: per molti anni erano stati loro a costituire l’unico equipaggio delle navi spaziali in cerca di pianeti ospitali, la neuroprogrammazione eliminava dal boquet dei sentimenti che erano capaci di mimare dall’umano che dava loro un imprinting genetico, quindi non erano in grado di provare tristezza, nostalgia, rimorso, rimpianto. Forse.

Volontariamente avevo regolato la pompa di infusione del mix farmacologico necessario a mantenere lo stato di sospensione vitale sul minimo, volevo rileggere i miei pensieri nascosti.
Il sogno ricorrente della prima missione, quello di camminare nudo su una spiaggia e poi finire sugli scogli fino ad essere portato via dalle onde, era stato sostituito da quello che mi vedeva in giro per i garage della città della mia infanzia a cercare un certo numero di motociclette che dovevano essere in mio possesso ma che invece erano sparite.
Era un sogno piuttosto angosciante, anche perché non avevo mai posseduto una motocicletta, erano state abolite per ragioni di sicurezza da parecchi anni. Forse era un ricordo chiuso nel DNA, un ricordo che avevo ereditato, neanche gli psicologi del Servizio di Trasporto Spaziale erano riusciti a decrittarlo.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Antonio Musotto




Casa

Io qui potrei anche tornarci tra mille anni, trovare solo macerie o un grande supermercato; comunque girerei col naso in aria, come i cani, finché non avrei ritrovato il posto.

Comunque mi struscerei alle pareti come i gatti. Anche con una benda nera sugli occhi ci sarei potuta tornare.

Una di quelle cose su cui non credo potrei barare.

Non è una questione di strade, di indicazioni, di probabili smarrimenti.

E, in fin dei conti, non è nemmeno una questione di certezze o di solidi investimenti.

È casa.

Fatta di cose messe insieme e mescolate con una certa aria.

È casa, ci torno per forza e desiderio.

Giro la chiave e sento la continuità con il mio odore.

Trascino con me gli odori di fuori, spalanco le finestre per cambiare aria, ma non cambia davvero, per un attimo l’aria di fuori prende il sopravvento, poi ritorna esattamente quell’odore di vita tua.

Il detersivo per i pavimenti, l’olezzo rimasto in cucina del tuo cibo – che ogni sugo ha la sua personalità – ai mille soprabiti appesi all’ingresso, le sigarette, i gatti, il dentifricio che non è mai il caso di chiudere… sì, sì anche lui ci mette del suo.

Tutto pronto per essere casa.

Siamo tre + due, due + due in verità, ma l’odore di Matteo è sempre là: una formula precisa di gesti e aliti che fanno odore, ognuno porta il suo, che diventa un po’ l’odore dell’altro.

Ci puoi mettere gli stessi odori e sapori e abitudini in un qualsiasi altrove, imitare il tutto nel migliore dei modi, con dovizia e meticolosa ricerca dei particolari.

Niente.

Quella cosa sarà sempre un clone.

Te ne rendi conto quando torni, non puoi accorgertene mentre ci sei, almeno se prima non sei mai andato via.

Te ne accorgi quando annusi altri posti che sono “casa”, ma non per te.

Te ne accorgi quando assaggi un’altra vita.

Ora potrei ricordare anche quanto sia importante ricordare che una casa non è fatta solo di mattoni, ricordare tutte le case che sono state casa e gli anni esatti che hanno impiegato a diventarlo; ma non riesco granché.

Casa in me assume un concetto unico, le mie case si sono sovrapposte le une alle altre, tutto il buono e tutto il marcio adesso sembrano ingredienti di un unico calderone.

Vivisezionare una casa è la cosa più stupida del mondo.

Una casa è come una vacanza presa in pacchetto full.

Ha i balconi, le finestre, le pietre, il lato al sole e, chi ha fortuna, un po’ di giardino. Di certo ha le pareti ed il tetto.

Tutto il resto è altamente variabile, ma si chiama casa.

Ed è tutto quello che voglio, non proponetemi mai alberghi, se possibile, li detesto e non ci dormo mai bene, figuriamoci sognare.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Laurent Chéhère




Catene

Usciti sulla terrazza del Centro Turistico, un edificio tra il minimalista postindustriale quasi elegante e un Brutalismo severo forse ispirato alla brutalità della storia che pervade quel luogo, la mole martoriata della prigione del penitenziario di Port Arthur si presenta in tutta la sua possenza nonostante la distanza.

I resti del penitenziario

Il tempo, l’incuria di chi, abbandonandola, aveva cercato di fare sparire memorie e vergogne troppo difficili da esorcizzare, gli incendi che regolarmente divorano intere regioni di questa piccola isola, e la superstizione, prodotto inconscio del senso di colpa di chi le sopravvisse, hanno fatto scempio di quella che era diventata una vera e propria comunità, il primo nucleo sociale di una colonia che diventerà poi la Tasmania, lasciando al loro posto rovine puntellate recentemente con tecniche molto sofisticate, spazi dove cunette ed avvallamenti suggeriscono i siti di costruzioni ormai sparite, strutture per la punizione, il contenimento e la salute dei galeotti e casette ormai disabitate che una volta avevano ospitato i personaggi su cui cadeva la responsabilità di gestire la popolazione dei galeotti e di chi se ne prendeva cura.

La mappa del territorio di Port Arthur

In alcune di queste si può anche entrare e vi si possono ammirare gli oggetti di tutti i giorni disposti come se stessero aspettando quelle mani, quei riti familiari, quelle voci nel dramma quotidiano di una lotta impari, ma tenace, per la sopravvivenza in un mondo alieno che non aveva nessuna somiglianza con quello che era stato lasciato dietro, e spalle a migliaia di miglia di distanza.
C’è sempre una notevole folla di visitatori, non solo turisti da ogni parte dell’Australia e del mondo, ma anche gente locale, spesso attratta dal filo che la lega personalmente e intimamente alla storia stessa del luogo e a quelle memorie grazie a un antenato galeotto o assoldato al servizio del sistema o perfino entrambi i casi.

Eppure non si sentono schiamazzi, non c’è aria di gita in campagna, come se fosse piuttosto una visita in un cimitero e tutti rispettassero il dolore e le tragedie che sembrano tuttora aleggiare in quel luogo come fantasmi.
Le guide sono preparatissime e tendono a ricreare non solo il contesto storico ma l’esperienza umana di chi si trovò a vivere lì per forza di cose, tutti ugualmente prigionieri, incatenati tra loro e a quella penisola lontana da ogni barlume di civiltà, sia perché alcuni non erano riusciti a scappare alla giustizia inglese e sia perché gli altri dovevano pur tenerli d’occhio e redimerli facendoli lavorare. E poi anche le loro mogli e i bimbi nati lì, e soprattutto morti lì di malattie, di fatica, di parto, di incidenti, di malinconia.
Eppure il tempo accomunava tutti intrinsecamente e simbioticamente, e marcarlo era diventato vitale per ogni individuo: i galeotti non lo vedevano che in funzione della sopravvivenza ai 7, 14 o 21 anni della loro condanna col miraggio del foglio di via che al suo termine avrebbe permesso loro di ricominciare una vita da liberi cittadini, mentre per gli altri, militari e civili, lo scandire del tempo grazie al ritmo regolare e inviolabile dei compiti da svolgere nei ruoli assegnati era l’unica cosa che desse senso a un’esistenza e che ammortizzasse i costi di un ambiente dove ogni certezza e ogni senso di sicurezza erano stati stravolti per sempre.


Foto copertina: Il principio operativo del penitenziario. 




La quarantena ai tempi del COVID–19: osservazioni e riflessioni su uno stile di vita

Uomini siamo Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene.
Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere.

 (G. Deledda, Elias Portolu, 1903)

Ho sempre trovato malinconica e veritiera la metafora delle canne al vento illustrata nei romanzi di Grazia Deledda. Negli anni la vita mi ha mostrato continuamente il mio stato di fragilità rispetto agli eventi ma ha anche mostrato una soluzione, nascosta forse perché invisa a molti, ma sempre attuabile: arrendersi al vento per piegarsi e adattarsi alla direzione in cui soffia.

Se Deledda ha voluto concentrarsi sulla fragilità del nostro stato io preferisco concentrarmi, nella vita e in questo scritto, sulla nostra capacità di adattarci agli eventi, caratteristica degli esseri umani e delle specie viventi.

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo ho pensato inizialmente di scrivere sulla paura (e l’assenza di essa) che in questo periodo attanaglia (giustamente) i nostri cuori e condiziona le nostre azioni; poi però ho visto che in rete si trova già abbastanza materiale senza necessariamente aggiungere il mio contributo. E così, senza neanche tanto sforzo da parte mia nel trovare qualcosa da osservare, il mio sguardo si è posato su un fenomeno che in questi ultimi giorni sta emergendo sempre più prepotentemente: le persone che non rispettano la quarantena.

Senza
entrare nel merito delle azioni di ognuno, il filo conduttore che ho visto
legare molti di questi casi è (le virgolette sono d’obbligo) “l’impossibilità”
di restare a casa oltre un certo periodo.

Questo mi ricollega ad una frase che ho detto a una persona esattamente una settimana prima che cominciasse la quarantena: “devi imparare a tollerare la frustrazione del non poter uscire, perché se non ci pensi da sola potrebbe pensarci la vita al posto tuo e potrebbe non avere la clemenza che vorresti”. È inutile che vi dica che una settimana dopo, a quarantena cominciata, questa persona mi ha detto, con un risolino a metà tra il divertito e il preoccupato: “Giusti’ me l’hai tirata?”.

La
frustrazione, questa sconosciuta. O meglio: la frustrazione è una cosa brutta,
perciò va evitata.

In
realtà questa cosa brutta è il motore dell’essere umano, sia come singolo
individuo che come specie, e fa parte del processo di adattamento, quella cosa
strana per cui tutte le specie viventi continuano a esistere nel tempo mutando
continuamente (e non mi parlate di dinosauri perché è evidente che non si sono
adattati bene!).

Osservate le reazioni dei bambini quando viene loro impedito di ottenere l’oggetto a lungo bramato: alcuni si disperano, si buttano per terra, strillano, picchiano chiunque e qualsiasi cosa abbiano attorno (pure loro stessi), a volte anche per delle ore; alcuni invece, specie i più grandi, accettano più o meno di buon grado l’imposizione e trovano un modo alternativo di consolarsi e gratificarsi.

Quello che vedete in pratica non sono altro che prove tecniche di tolleranza alla frustrazione. In terapia un buon 60% di persone che arriva al mio studio ha necessità di lavorare sulla propria tolleranza alla frustrazione, e la prima cosa che tutti (o quasi) mi chiedono è: “ma scusa non si può levare?” Ebbene si, levare: perché purtroppo viviamo in un mondo che giorno dopo giorno ci insegna a centrarci sempre più su noi stessi e ci spinge, edonisticamente, a concentrarci su ciò che ci piace rifuggendo tutto ciò che ci provoca dispiacere.

Solo
che tutto questo non è reale. Questa non è vita. La vita è anche dolore, morte,
tristezza, paura, costrizione.

“Mamma mia Giusti’ come sei pessimista!!”. No, sono realista.

Questo
non significa che me li devo andare a cercare gratuitamente, sia chiaro (e
fortunatamente il nostro istinto di sopravvivenza ci viene incontro); ma non
abbiamo neanche bisogno di farlo perché tanto saranno loro a cercare noi prima
o poi.

“E quando arrivano che faccio Giusti’?” … “Stacce”.

Un
concetto così complesso e articolato ridotto ad una sola parola. Vedere gli
sguardi increduli delle persone a questa parola non ha prezzo. Siamo talmente
abituati a scansare ogni stimolo disturbante o negativo che ci si palesa
davanti da non saper affrontare quelli che non hanno intenzione di schiodare
quando lo diciamo noi. Ecco quindi che molte persone chiuse in casa possono
“uscire di testa” nel non poter fare quello che vogliono, quello che hanno
sempre fatto e che li fa stare bene. Perché l’unico modo che conoscono di
reagire è quello di aggirare l’ostacolo, creandosi e creando agli altri più
problemi di quelli avuti in partenza.

Tempo
fa vidi in rete un video bellissimo e molto commovente di un bambino che si
disperava per qualcosa e un adulto dietro di lui che, in silenzio, lo lasciava
fare, mantenendo attorno a lui uno spazio sicuro onde evitare che potesse farsi
male senza tuttavia impedire lo sfogo di queste emozioni. Con il passare del
tempo il bambino ha iniziato a calmarsi e a cercare conforto tra le braccia
dell’adulto, introiettando quella consolazione per poi imparare a consolarsi da
solo da adulto.

Imparare
a tollerare la frustrazione vuol dire imparare a consolarci per una perdita,
non fare finta che quella perdita non sia mai avvenuta, e non è una cosa
semplice. Ecco perché è una cosa che si dovrebbe imparare da bambini: è una
lezione di vita, un bagaglio per muoversi nel mondo. Non è una sconfitta, come
molti erroneamente pensano, per un motivo molto semplice: non puoi vincere
sulla vita. Puoi solo adattarti al suo soffio come fanno le canne al vento, per
ritrovare la tua strada, che nel frattempo si è modificata, per quanto tempo la
vita stessa te lo concederà.





Manca

Ho fatto il pieno di centri commerciali questo inverno.

Ogni venerdì scappavo da casa, chiudevo lo studio, montavo in macchina con la mia borsetta nera piccola, leggera, le scarpe da ginnastica e il pantalone comodo per camminare.

Guidavo con gli occhi chiusi lungo un pezzo del raccordo anulare, saltando buche, svincoli e scie di tir, sapendo cosa fare. Scivolavo sotto i parcheggi di Ikea, dritta, a destra e poi a sinistra, accanto al nastro trasportatore. Spegnevo il motore e lentamente mi riappropriavo del mio tempo condensato in un pomeriggio di inizio weekend.

Un respiro lungo e mi immergevo nella folla anonima e chiassosa.
Sì lo so. La maggior parte di voi cerca la cima di una montagna per liberarsi dalla fatica.
Anch’io quando i centri commerciali si svuotavano e il bisogno di ossigeno si trasformava in desiderio di azzurro e di fiori non di plastica. Ma prima, ho preferito immergermi nell’anonimato di una folla che mi nascondeva.

Vi ho toccato, sfiorato, sorriso.
Vi ho osservato seduta su una panchina, mentre ordinavo polpette vegetariane, mi collegavo al WiFi di Ikea e mi isolavo con gli auricolari alle orecchie.
Come facevi, mi chiedevate.
Era semplice: il rumore dell’umanità che mi scorreva accanto, era ciò che mi serviva per collocarmi nel mondo. Una sorta di misura di riferimento per quando mi disorientavo.

Annusavo il profumo dei banchi dei negozi che conoscevo, mi guardavo attraverso le vetrine e gli specchi degli ascensori, accorgendomi di quella ruga spuntata all’improvviso o del mio rossore sul viso.
Ho mantenuto il rito del venerdì pomeriggio per tutto questo inverno, spegnendo il cellulare, non rispondendo a nessuno, guardando l’orologio solo quando sentivo che mi facevano male i piedi e la piccola borsa nera cominciava a pesare. Allora mi rendevo conto di aver camminato per ore, tra negozi, nei bar, nei ristoranti, ferma a guardare l’ultimo modello di SUV esposto sotto la scala mobile interna con dentro una super modella in costume. Avevo bisogno del mio spazio, me lo prendevo così, respirando persone e immergendomi in voi che non sapevate chi ero.

Ho ridisegnato così le mie idee, delineando confini che nessuno vedeva, sfiorando mani che non avrei mai più sentito. Era un modo per sentirmi appartenente a questo modello di società che ci è stato imposto, senza il quale ora sono persa.

Ho pensato in questi giorni a tutte le volte che ho immaginato una guerra nucleare: le sensazioni immaginate erano identiche a quelle provate in questi giorni.
Ci è stato sottratto il tempo, il tempo di abituarci a tutto questo. Siamo andati a dormire e il  giorno dopo era tutto cambiato, come l’effetto di una bomba nucleare lanciata sul nord Italia, i cui effetti si stanno propagando ora, allargandosi sempre di più.

Sembra già passato un anno e invece solo un mese.
Non ho più i miei bagni di folla, né la possibilità di sedermi per terra in una piazza gremita. Ho il ricordo nitido di quel primo weekend con la dichiarazione di zona rossa per la Lombardia – il lancio della bomba – e noi a Bologna, tra i carri di carnevale e le sfilate creative di cui ho un video e che ora mi vergogno anche solo a pubblicare, e che riguardo per calmare l’attacco di panico che arriva subdolo di notte. L’ultima settimana di saldi, le cene nei locali affollati e un bicchiere di vino rosso in compagnia. La musica, il rumore, le urla dei bambini, sembrano ricordi lontani. Sono smarrita perché abituata a vivere di quello che mi veniva presentato come normale appendice dell’esistenza. Come i miei stupidi venerdì pomeriggio rubati per non pensare e per giocare ad essere altro, oltre le regole societarie che mi hanno costruito e fatto diventare quella che sembro.

Eppure ci sono stati giorni felici che sembrano così lontani da non meritarci un sorriso.





Casa lontana

Il signor Nakamura si svegliò di soprassalto; aveva sentito piovere. Era sicuro di aver sentito il rumore delle gocce d’acqua sulla tettoia di lamiera.

Scese dalla cuccetta e si avviò per il corridoio seguendo la pista luminosa sul pavimento.

Si fermò di colpo: “nello spazio non può piovere, non possono esserci nuvole”, si disse ad alta voce Nakamura, ascoltando il ronzio sommesso delle pompe.

Nella Stazione Orbitante Multinazionale, vanto della tecnologia europea (ed anche dei tangentisti che avevano spartito le mazzette), era un momento di sospensione delle attività scientifiche: gli ultimi specialisti erano stati rispediti a terra da un paio di settimane, ed i nuovi ricercatori stavano terminando il training, in attesa della navetta che li avrebbe condotti ai loro esperimenti in assenza di gravità.

Nakamura si occupava, in questi momenti di relativa tranquillità, di rimettere in ordine i materiali, di togliere le incrostazioni, di ripulire il disordine che i giovani esuberanti ricercatori delle migliori università erano soliti causare.

Ma l’operosa attività di Nakamura era, negli ultimi giorni, disturbata da problemi onirici che lo turbavano non poco.

La sensazione della pioggia era solo l’ultimo incubo che aveva dovuto subire, ed ora cominciava, leggermente, a preoccuparsi.

Undici anni di esperienza pressoché consecutivi sulle stazioni in orbita geostazionaria lo avevano reso insostituibile, infatti conosceva la funzione e l’utilità di ogni singolo componente, e sapeva risolvere i problemi diagnostici con capacità e competenza.

Mai avrebbe pensato di chiedere di essere sostituito per problemi medici, il minimo accenno a guasti psicologici lo avrebbe escluso definitivamente dalle missioni sulla stazione, che era la sua casa.

Un’altra notte cronologica, un altro turno di riposo, o almeno così sperava che fosse; per essere certo di dormire, Nakamura prese una compressa di un farmaco ipnoinducente a media durata d’azione, e si sistemò nella cuccetta.

Ma terminata la fase di sonno profondo, l’ingresso nella fase r.e.m. fu inaugurato dallo stormire di aceri giapponesi, nel pieno della foliazione, ed il rosso delle foglie era ben vivido negli occhi della mente: ciò che turbò Nakamura fu la sensazione, netta al risveglio, di avere sfiorato le foglie purpuree degli aceri e di averne sentito anche l’odore.

Sotto il cuscino antistatico, al mattino, Nakamura trovò un ciuffetto di foglioline rossastre, ancora fresche.

Stette ad osservare, sul tavolo del laboratorio di genetica, le foglie per alcune ore, dopodiché le introdusse nell’analizzatore molecolare.

Il responso fu una strisciata di valori illegibili, e la macchina concludeva l’analisi dichiarando di non aver trovato traccia di minerali conosciuti.

Nakamura tentò di chiamare il controllo a terra, ma una volta collegato si astenne dal segnalare il fatto: un pazzo in una stazione orbitale avrebbe passato il resto dei suoi giorni sotto le amichevoli cure degli psichiatri specializzati in smarrimenti spaziali, e questa prospettiva non lo attirava affatto.

Chiese l’invio con il prossimo cargo di una nuova fornitura per la farmacia di bordo, e dei materiali di routine che si erano consumati nel frattempo, e chiuse il collegamento con la base a terra.

Decise di restare sveglio, spostò due telecamere miniaturizzate sopra la cuccetta e si mise a riparare alcuni strumenti fuori uso da tempo, ma non per questo ancora inutilizzabili.

Restò sveglio per il corrispettivo di 48 ore terrestri, sempre tenendo d’occhio i monitor portatili collegati alle telecamere, ma non registrò alcuna attività al di fuori della norma.

Tutti gli strumenti indicavano ciò che era evidente, nessuna variazione nei parametri fisico-chimici misurabili.

Il sonno lo aggredì senza possibilità di resistenza, ed ebbe appena il tempo di arrivare fino alla cuccetta antigravitazionale, per sprofondare subito dopo nel torpore assoluto.

Dopo alcune ore di assenza di stimoli, si alzò per iniziare la routine dei controlli, passò al monitor di controllo, nessuna variazione apprezzabile negli standard di funzionamento della stazione orbitale, aprì il laboratorio con gli stabulari, ispezionando i topolini, i conigli, i ratti bianchi mutanti destinati ad ammalarsi di tumore per poi essere curati con i farmaci sintetizzati in orbita, le cavie intente a rosicchiare i mangimi sintetici.

Passò nell’altra camera, dove dietro una ampia vetrata si poteva osservare la stanza di Sheila, il suo computer, la sua amaca, l’albero secco.

Ma Sheila non c’era; Nakamura si avvicinò ai monitor, poi sbloccò la porta a vetri della stanza illuminata: pavimento pulito, luci diffuse, tavolo e posate in ordine, lettino al suo posto, ma dello scimpanzé nessuna traccia.

Poteva ispezionare tutti i cavi sotto il pavimento, controllare con microcamere tutti i passaggi dei liquidi e dei gas nel ventre della stazione spaziale, poteva fare un check completo di tutti i cablaggi elettronici, e farsi una bella stampa del risultato.

Però si era perso la scimmia. O meglio, la scimmia non era più dove avrebbe dovuto essere.

Pensò con raccapriccio alla segnalazione da fare al controllo a terra, gli avrebbero mandato dopo qualche ora un cargo con superefficenti bruschissimi operai galattici e magari lo avrebbero dimissionato su due piedi per inefficienza totale.

Spense il monitor di controllo della camera di Sheila, mise in tasca il tester che aveva usato per provare gli strumenti, la porta a vetri si richiuse con un rumore pneumatico e si spostò attraverso il corridoio, senza fatica, a gravità zero.

Sconfezionò il pasto liofilizzato, tentando di immaginare, come ogni volta, l’odore ed il colore del contenuto se lo avesse consumato in un ristorante, sulla terra; quella roba assolutamente asettica lo nutriva e lo faceva sopravvivere, fornendo i metaboliti e gli enzimi necessari alle sue funzioni vitali, e garantendogli l’apporto vitaminico bilanciato, e basta. Niente emozioni.

Nakamura pensò con disagio ad una scimmia in fuga, a tutti i danni che potevano succedere in un laboratorio orbitale, al rischio di dover smontare paratie e portelli per poterne recuperare il cadavere; si appoggiò alla cuccetta, ebbe la sensazione di infilare la testa in un sacco di tela scuro, fu catturato dai fantasmi del sonno.

Una strada ampia di un quartiere popolare, riquadri di cemento perfettamente disegnati sui marciapiedi, alberi di ailanto piantati da poco in fori regolari, con alti tutori per tenerli dritti, ed in quella strada, Nakamura ne è certo anche se non vi è mai passato, abita la sua prima maestra, una maestra che ha amato esageratamente, tanto da rifiutarne le coccole per vergogna. Si avvicina al portoncino bianco con piccole vetrate colorate, il giardino è spoglio e trascurato, si aspetterebbe di trovare aperto, invece deve bussare ed aspetta che qualcuno venga ad aprire. Ma invece della ragazza alta e bruna con lunghi capelli nerissimi apre la porta una anziana stanca; è vestita di nero e Nakamura cerca di parlare. La vecchia gli mette una mano sulla bocca e comincia a piangere; probabilmente la maestra è morta e lui ha fatto una passeggiata inutile, e vorrebbe gridare ma la voce non gli esce, e sente nel petto esplodergli tutte le parole che non ha mai saputo dire alla sua giovane maestrina, poi si mette a correre a casaccio, inciampa e cade.

Si risveglia sudato e sbatte, nello scatto che fa per rialzarsi, la testa nella volta della cuccetta. Nel monitor che copre la sala controlli vede del trambusto: è Sheila che si è arrampicata su un alto baobab e tira oggetti a due leoni che tentano di arrampicarsi sull’albero. Nakamura adesso è sveglio, ma crede di continuare a sognare, afferra a casaccio una torcia ed un martello e si dirige rapidamente verso la sala controlli, ed intanto nel corridoio tende l’orecchio, e li sente, i leoni che ruggiscono ferocemente.

Si ferma, e non sapendo perché, dal telecomando multifunzione smorza le luci dei corridoi; adesso sono illuminate solo le lucette gialle d’emergenza, che tracciano una pista interrotta sul pavimento.

È arrivato alla sala controlli, e crede di sentire un odore che non conosce, che non può conoscere, perché non è mai stato in Africa; l’odore acre della savana, e la puzza forte dell’urina dei grossi carnivori, ed il fetore delle carcasse in decomposizione.

Apre la porta blindata della sala controlli: la luce è accesa, e dentro è tutto in perfetto ordine, niente baobab, niente leoni, niente savana.

Acciambellata sulla poltrona girevole Sheila giocherella con un joystick, muovendo i carrelli dell’archivio degli esperimenti.

Nakamura si avvicina calmo allo scimpanzé, che lo abbraccia e gli sale in braccio, e quindi la riporta nella sua luminosa gabbia.

Mentre resetta tutti i computer e lancia la routine della  trasmissione automatica dei dati a terra cerca di non chiedersi il perché della sparizione e ricomparsa del quadrumane, e spera che i sensori non ne abbiano segnalato il muoversi lungo le paratie della stazione orbitale.

Non vuole darsi spiegazioni e soprattutto non saprebbe dare spiegazioni plausibili agli ingegneri di missione, e magari lo invierebbero ad un periodo di riposo e controllo per finire poi inchiodato al suolo. A terra non vuole ancora scendere.

Non vuole tornare alla casa di Kyoto, vuota dopo che la moglie lo ha piantato per fuggire con un lottatore di kendo, non vuole affrontare il dolore dei ricordi tra quelle pareti mobili, non vuole più nutrire i carassi giganti nella vasca del giardinetto.

La casa è lontana, pensa, ma la mia vera casa è qui, lontano dalla confusione e dal disordine, lontana da metropolitane sovraffollate e da bande di motociclisti rissosi, lontana da terroristi al gas nervino e da estremisti di destra con megafoni e catene, lontana dalla corruzione e dal consumismo indispensabile, lontana da quel genere umano cui appartiene solo per colpa del D.N.A.

Nakamura sintonizza il ricevitore digitale su una stazione in broadcasting dall’Australia; il segnale riflesso dal satellite diffonde nella sala riparazioni grandi pezzi musica varia, in prevalenza rock’n’roll e surf, e mentre lavora intorno ad un pannello solare guasto, batte con il piede il ritmo, seguendo il rullante del batterista.

Alcune ore dopo è di nuovo in trance onirica, ed addormentandosi ha avuto la sensazione di vedere altri uomini in giro per la stazione, ma è impossibile, cerca di dirsi, senza il rispetto dei protocolli di aggancio guidati dalla sala controlli nessuna nave spaziale può attraccare al pontile flessibile della stazione orbitale.

Stavolta, per sicurezza, ha ingerito dopo il pasto una compressa di benzodiazepina a lunga durata d’azione, poiché teme di dovere affrontare ancora uno degli strani sogni che lo hanno assillato, ultimamente.

Nakamura è fuori della stazione orbitale, sta rimettendo a posto una fila di pannelli solari sul fianco destro, ed il cordone ombelicale che lo tiene collegato pulsa di ossigeno ed acqua: Nakamura perde il primo cacciavite, continua il lavoro con quello che si è portato di scorta, perde anche questo, e nel movimento scomposto senza gravità si allontana troppo dal portellone aperto, ed il cavo che lo collega alla stazione orbitale striscia sui supporti delle parabole, si sfrangia la copertura, si taglia e dopo un secondo si accorge di essere perduto nello spazio.

Alla deriva mentre l’aria sfugge veloce attraverso il tubo tranciato, il fantoccio in tuta spaziale gira come un disco finito di suonare sul piatto giradischi, e poi si perde confuso nel nero uniforme del buio spaziale.

Alla deriva guarda la stazione spaziale illuminata dai fari di servizio, pensa che adesso la sua casa è veramente lontana, poi scompare perso nello spazio.

Alcuni giorni dopo, i tecnici arrivati sulla stazione dopo la scomparsa inspiegabile di Nakamura osservarono i filmati delle telecamere di servizio, e videro che si alzava, come addormentato, sonnambulo, dalla cuccetta, la scimmia lo aiutava ad indossare la tuta spaziale, mentre le diceva di voler raggiungere un luogo sulla terra, (parole non chiare, microfono difettoso), poi raggiungeva in fretta il portellone per il corridoio esterno, lo apriva e si lanciava nel vuoto senza agganciarsi al cordone di sicurezza ed al tubo dei rifornimenti di aria e acqua.

La scimmia teneva tra le mani una foto di una casa di Kyoto con giardinetto e vasca per i pesci rossi, e sopra era scritto, con pennarello rosso: casa lontana.

 

 


Foto copertina © Antonio Musotto




SIBERIA

Un forte sibilo seguito da un tonfo a ridosso del villaggio di Akay, Siberia meridionale.

Gli abitanti del luogo si precipitarono a vedere cosa fosse successo, mentre l’odore di bruciato cominciava a diffondersi nell’aria. Davanti ai loro occhi l’immagine di un missile fumante piantato a terra, come un enorme fiore di metallo cresciuto in mezzo all’erba. Uno dei tanti razzi vettori spaziali usati nella vicina base di Baikonur per mettere in orbita i satelliti, caduto dal cielo dopo aver portato a termine la sua missione.

Tra la folla, increduli di fronte a quello spettacolo apocalittico, Dimitri e Liev si guardarono scambiandosi un cenno d’intesa e capirono cosa sarebbe accaduto di lì a qualche giorno; avrebbero aspettato che quel pezzo di metallo si raffreddasse e sarebbe poi partita l’esplorazione del mezzo alieno. La caduta del razzo, potenzialmente letale, si stava rivelando una benedizione estiva per quei due ragazzini, in un posto dimenticato dal mondo dove non accadeva mai niente di nuovo.

Una mattina decisero che fosse giunto il momento di mettere in atto il loro piano. Si diressero così verso il razzo, che primeggiava con la sua mole in  mezzo alla campagna. La prima cosa visibile era la scritta ‘Cosmos’ su una parte della fiancata, rimasta stranamente intatta, mentre il resto era solo un cilindro di lamiera contorta. Dimitri e Liev si resero conto che non sarebbe stato difficile arrampicarsi; bastava mettere i piedi in  alcune ammaccatture profonde e far forza con le braccia. Dimitri cominciò a salire per primo, mentre Liev lo seguì subito dopo imitandone i gesti. Giunti in cima, Dimitri si accucciò tra le lamiere e disse a Liev:

“Oggi sarai il mio secondo pilota. Siediti e prepariamoci al lancio”

Liev, serio e visibilmente emozionato, fece un cenno di assenso con la testa. Si accucciò anche lui, guardando in basso davanti a sé ed immaginando che ci fosse un pannello di controllo pronto per il lancio.

“Liev, accendiamo i motori e spingiamoli al massimo!! viaaaaaaaaaaaa!!”

E tutti e due alzarono quasi all’unisono le braccia verso il cielo, ridendo a crepapelle.

“Bummmmmm!!! Oddio!!! siamo esplosi!!!”  fece Dimitri all’improvviso mentre Liev lo guardò dubbioso.
“Immagina come sarebbe se fosse vero” continuò Dimitri  “di noi rimarrebbe solo un po’ di carne arrostita e basta”

“Smettila!” urlò Liev con una smorfia di disgusto.

“Magari al nostro funerale avremmo avuto anche gli onori militari” aggiunse Dimitri sorridendo sadicamente.

“E che me ne faccio degli onori militari una volta morto?”  sbottò Liev.

Poi, facendosi più serio e pensieroso disse “Dimitri, ma tu cosa vuoi essere da grande?”

“mmm… da grande… credo il pilota di auto. Correre, correre veloce, avere tante belle donne e vodka a fiumi “

“Invece a me piacerebbe davvero essere astronauta” fece Liev “potrei spiare il mondo dall’alto, andare in galassie lontane. Mi vedrebbero tutti in televisione, ci pensi?”

“E le donne? guarda che nello spazio non te la puoi spassare con le donne. Deve essere dura mentre sei sospeso in aria”

“Cretino…” sorrise Liev “le donne mi aspetterebbero adoranti a terra, me la spasserei al ritorno”

Ad un tratto smisero di parlare, quasi assopiti in quei pensieri di futuro. Intorno, solo dolci colline che somigliavano a mammelle verdi e tanto silenzio, interrotto dal suono del vento tra gli alberi.

“Sono sicuro che diventerai astronauta…” disse all’improvviso Dimitri

“Ed io sono sicuro che tu farai il pilota” gli rispose Liev

Con uno scatto di reni Dimitri si alzò velocemente, facendo cenno a Liev di seguirlo. Era ora di andare.
Una volta scesi, Dimitri si fermò e con tono baritonale disse:

“Oggi, caro Liev, siamo esplosi. Ma domani si torna. Dobbiamo perfezionare a tutti i costi questa benedetta partenza per lo spazio”

Liev si mise sull’attenti “Agli ordini! Ce la faremo prima o poi ne sono sicuro, dovessimo esplodere altre cento volte”

Un’ultima occhiata al razzo prima di andare via e poi, saltellando soddisfatti in mezzo al verde, si diressero verso casa.
Il fiore di metallo rimase improvvisamente solo, aspettando di rivederli per sbocciare nella loro sfrenata fantasia. Nella meravigliosa illusione di animarsi ancora di vita vera.


Foto copertina ©Jonas Bendiksen




ASCENSORI SEPARATI

Di questi tempi, quando fare uso dell’ascensore in compagnia dei condomini può creare imbarazzo, ti senti sollevato sapendo di avere a disposizione due impianti in servizio attivo.

Ieri pomeriggio, al ritorno da una passeggiata con Dharma, attendo l’arrivo dell’ascensore. Mi raggiunge una gentile abitante del mio palazzo e mi chiede se può salire con me o è meglio adoperi l’altra cabina.

Sorrido sotto alla sciarpa che copre naso e bocca e le faccio cenno di salire.

Nel lungo tragitto di ben tre piani, scambiamo qualche battuta sulle vicende estreme che affliggono la popolazione –  il meteo è declassato ad argomento obsoleto – e io contribuisco raccontando che uno dei miei figli e la compagna lavorano da casa e sì, vi faccio contenti, praticano lo smart working (Dio benedica chi l’ha inventato), mentre figlio giovane, video maker ed editor per la televisione lavora in redazione senza grande distanziamento sociale.

La cortese condomina ribatte che lei e il marito trattano per lavoro con gli ospedali e non certo da casa.

Parte un ricordo d’infanzia. Dieci anni, in viaggio verso Bormio, Valtellina, per le vacanze estive.

Passando da Sondalo, lo zio mi indica un ampio comprensorio ospedaliero a ridosso della montagna, spiegandomi che si tratta di un sanatorio costruito per ospitare i malati di tubercolosi.

All’epoca dell’edificazione di questo complesso ospedaliero, avvenuta negli anni trenta,  si credeva che l’aria di montagna e l’ambiente salubre favorissero la guarigione dei pazienti, prima dell’avvento dei moderni antibiotici.

E se Covid-19, virus, non batterio, fosse indebolito da una condotta di vita all’aria aperta? Cosa dice la scienza al riguardo? Gli scienziati che studiano il suo comportamento hanno pensato a questa possibilità?

Naturalmente il mio è un vagheggiare da persona comune che non ha a che fare con la ricerca sulle malattie infettive; però l’idea di tenere lontano il morbo – che ci considera animali al pari di un pipistrello – semplicemente prendendo qualche buona boccata d’aria fresca, mi solletica, e già immagino uno sciame di individui passeggiare in modo disciplinato nei boschi, rispettosi verso se stessi, gli altri e la natura amica, ciascuno alla distanza di un metro e mezzo, come prescritto dal decreto governativo.

Un sogno a occhi aperti che continua dopo essere entrata in casa, aperto il rubinetto dell’acqua e insaponato le mani. L’onda anomala del male invisibile si allontana in dissolvenza.