“La Carvunera”, alla scoperta di un mondo quasi perduto.

Nel giorno dell’Epifania il carbone è il protagonista di questa storia.
Oggi lo usiamo quando facciamo una grigliata all’aperto, per alimentare il fuoco, ma nel passato il carbone era sicuramente la fonte di energia principale, serviva per alimentare le cucine, per riscaldare le case, per mandare avanti le fabbriche, poteva considerarsi il motore dell’archeologia industriale, simbolo di fatica e riscatto.
Laddove non esistevano delle miniere di carbone, l’uomo ha pensato bene di costruire delle carbonaie, vere e proprie fabbriche all’aperto che trasformano il legno in carbone.
Oggi vi sono delle fabbriche che producono carbone a cielo aperto, nei cantieri, tuttavia questa è un’arte antichissima che nasce addirittura dai Fenici.
Tutto ci si aspetta di fare nei primi giorni del mese di agosto, meno quello di imbattersi in una carvunera!
Quello del carvunaro è un mestiere di quelli che non si sono persi nel tempo grazie ai bisnonni che hanno tramandato la tradizione ai nonni, poi agli zii, per arrivare ai nipoti, ai figli dei nipoti, fino a giungere alle nuove generazioni. Un salto di secoli, di mani, di impegno fisico e di dedizione. Un mestiere tramandato di generazione in generazione che richiede una maestria ed una fatica fuori dal comune.
A portarci dentro questa nuova esperienza è Enzo, un caro amico, un ragazzo dedito al lavoro della propria terra e soprattutto orgoglioso delle proprie tradizioni. Siamo a Guardavalle, un Comune in provincia di Catanzaro che si estende per oltre 60Km ed ha come caratteristica quella di passare da un’altitudine di 0m s.l.m., con la sua ampia e bellissima costa con due marine, ad una di 1100m, dove si trovano vaste superfici forestate a leccio, faggio, querce, abete e castagno; uno dei  patrimoni forestali più importanti del territorio calabrese, il Parco Naturale Regionale delle Serre, con diverse zone speciali protette per la conservazione dei boschi.

Veduta di Guardavalle tratta da https://www.guardavalle.net/pic-of-the-day-13-settembre-2018/

Precisamente ci troviamo nella località Cardellino, ed accompagnamo Enzo ad occuparsi de “la carvunera”, come la chiamano in dialetto, covoni di legna accatastata che permettono la completa disidratazione e la piena cottura del legno che porterà alla carbonizzazione; lui è un ragazzo di poco più di trent’anni e fa parte delle nuove generazioni a cui è stato tramandato il mestiere del carvunaro dal nonno Vincenzo e dai suoi figli, gli zii di Enzo, che lo fanno da oltre settant’anni, tanto da lasciare nella memoria di tutti i familiari ricordi “sin da quando si era piccoli”.
Ci avviciniamo e scorgiamo questa montagna fatta da pezzi di legna della stessa lunghezza, più grossi al centro e più sottili verso l’esterno.

La costruzione della carvunera comincia da sotto e prosegue fino a sopra, si mette la legna in modo da creare un primo strato, poi un secondo e così via. Ovviamente più è grande la struttura di partenza e più è grande la carvunera finale, che assume la forma geometrica dello “scarazzo”, una perfetta cupola a base circolare che può superare anche i sei metri di altezza.

© MjZ

Due o tre carvunari coprono la montagnola con terriccio composto da terra, acqua e paglia, per poi compattare il tutto con violenti colpi di pala, che continuano ogni tanto, durante la produzione del carbone, e come dice Enzo con un sorriso: “Ogni tanto va presa a botte perché si compatti bene”

Continua Enzo con il racconto:
“Una volta arrivati in cima si fa in modo tale che rimanga un buco che viene utilizzato per darle da mangiare: bisogna salire con una scala che viene appoggiata alla montagnola, scoperchiare il piccolo vulcano, chiuso in sommità da un pezzo di lamiera, ed inserire pezzettini di legna. Va poi bucata qua e là con un bastone appuntito come una spada in modo tale che i buchi creati servano per far cuocere meglio il carbone ed anche più velocemente.

La grandezza della carvunera determina i tempi di preparazione del carbone che vanno dai quattro giorni fino anche a più di una settimana, fino a dieci/quindici giorni addirittura”

Enzo ci spiega che quello che vediamo è considerata una carvunera medio-piccola e che il carbone necessita di sei/sette giorni per essere pronto.

“Bisogna accudirla come una figlia” – continua Enzo – “Il lavoro è molto lungo, i carvunari possono arrivare a lavorare dalle cinque del mattino fino alla notte inoltrata; si tratta di diversi giorni di lavoro in cui, i primi quattro ci si occupa di “darle da mangiare” ogni 3/4 ore, e poi ogni giorno si deve controllare la cottura, cioè, nello specifico, che non si formino dei buchi che facciano disperdere il calore che si forma all’interno, anche durante la notte, e per sincerarsi che non si siano generati dei fori dai quali possa prendere fuoco, che, a causa del vento, possono provocare  un principio di incendio poiché, se la legna si infiamma, va in fumo tutto il lavoro di mesi”.

La domanda che sorge su come ci si renda conto che il carbone sia pronto è presto chiarita da Enzo, il quale ci spiega che ci sono dei buchi fatti da chi “costruisce” la carvunera che danno la risposta una volta che il fumo ne esce attraverso.

“Una volta pronto il carbone, tutta la terra viene tolta piano piano con il rastrello e quello che è considerato “buono” si mette da una parte; invece la “marraccia” o “marruni”, cioè il carbone cotto a metà o non ancora del tutto pronto perché non si è bruciato correttamente, viene messo da un’altra parte perché non va bene per essere poi utilizzato ed, in questo caso, venduto. Da una carvunera di queste dimensione, circa 10m di circonferenza, possono uscire anche 10-15 quintali di carbone”

La carvunera ora ha le sembianze di un piccolo vulcano che erutta scintille e fumo azzurro dal cratere e dai fori delle pareti, anzi quello è vapore, che se lo respiri non ti fa male, come ci spiega Enzo, e solo quando diventa bianco vuol dire che il carbone è cotto al punto giusto e si può estrarre.

Prima che scompaiano del tutto i carvunari devono essere protetti, valorizzati per quello che fanno e che sono: il simbolo della Calabria che lavora con passione e che resiste.

“S’incontra una foresta folta e bruna
si fabbrica una cella per demorio
si fabbrica di legno terra e sassi
sembrava il ricovero dei tassi
la porta fan di rami e di altri assi
il letto ancor di ramo del più fino
polenda e cacio si doventa grassi
per risparmiar se ne mangia anco pochino
si dorme duro sotto quelle zolle
co’ i’ ccapo ‘n tera come le cipolle
(musicale)
il sangue nel mio cuore ancor mi bolle
star sette mesi e non mi spoglio mai
e tengo il foco acceso là in foresta
anda’ e veni’ che sembra un viavai”

(Tratto da Il Canto del Carbonaro , Collettivo Folcloristico Montano, citato anche nel Dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini).

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Campagna di Sensibilizzazione “Aids, Tubercolosi e Malaria: fatti e stereotipi”.

1 dicembre 2018

Osservatorio AiDS – Aids Diritti Salute, Friends of the Global Fund Europe, Aidos – Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo e Bluestocking

presentano il progetto

“Aids, Tubercolosi e Malaria: fatti e stereotipi”

L’Osservatorio AiDS – Aids Diritti Salute – rete nazionale di organizzazioni della società
civile che lavorano sulla salute globale – insieme a Friends of the Global Fund Europe, e in collaborazione con Aidos – Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo e Bluestocking,
presenta il progetto “Aids, Tubercolosi e Malaria: fatti e stereotipi”.

Tre spot per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tre grandi epidemie che ancora oggi
uccidono milioni di persone nel mondo. Tre brevi video costruiti attorno agli stereotipi più comuni diffusi sulle tre malattie e sul ruolo del Fondo Globale per sconfiggerle. Tre pillole pensate per essere diffuse e rilanciate in occasione delle giornate internazionali.

Il primo video viene lanciato il 1 dicembre, trentennale della giornata mondiale per sconfiggere l’Aids. Gli altri due nelle successive giornate internazionali (24 marzo Tbc, 25 aprile Malaria)

La diffusione è sostenuta dal circuito delle sale cinematografiche Anec e Fice, Amref Italia, Coopi, Medicus Mundi Italia, Progetto SmartSex di Anlaids Lombardia e Città metropolitana Milano, Adnkronos, Agenzia Dire – Dire giovani, Ansa, Aoi, Arci, Comune-info, Corriere della Sera,Diatomea.net, Gay.it, Giulia Giornaliste, Il fatto quotidiano, Ingenere, Internazionale, La Stampa, Lila, Linkiesta, il Manifesto, Micromega, Nps –Network Persone Sieropositive, Pasionaria, PoloInformativoHiv, Pressenza – International Press Agency, Radio Radicale, Redattore Sociale, Repubblica, Sbilanciamoci, Tpi – The Post Internazionale.

Le adesioni sono in aggiornamento continuo, per informazioni, scaricare e rilanciare i video scrivere a press@osservatorioaids.it

L’Italia, sebbene l’incidenza di Aids sia in lieve costante diminuzione negli ultimi tre anni, è il secondo paese per incidenza fra quelli dell’Europa occidentale. Aids, tubercolosi e malaria continuano a colpire milioni di persone nel mondo, stigma e discriminazione costituiscono barriere sociali che spesso ostacolano l’accesso alla prevenzione e alla cura ai più vulnerabili e alle donne, il cui diritto alla salute dunque non sempre è garantito, soprattutto nei paesi con scarse risorse. È qui che svolge un ruolo importante il Fondo Globale, partenariato fra governi, società civile, settore privato e persone colpite dalle tre epidemie. Dal 2002 sostiene programmi gestiti da esperti locali nei paesi e nelle comunità più bisognose, con un investimento di circa 4 miliardi di dollari all’anno per porre fine ad Aids, tubercolosi e malaria. L’Italia è tra i maggiori contribuenti del Fondo e nel mese di Ottobre 2019 sarà chiamata a pronunciare il proprio impegno finanziario per il triennio 2020-2022.

Ringraziamo per aver partecipato al progetto

Attori e attrici
Simone Barbera
Martina Cavazzana
Antonio De Stefano
Flaure B.B. Kaboré
Martina Montini
Giulia Paoletti
Sara Pinna
Armando Quaranta
Teresa Romagnoli
Gaetano Maria Solfrizzi
Giuseppe Spata
Davide Strava

Regia
Arianna Del Grosso

Sceneggiatura
Alessandro Di Marco, Lucilla Lupaioli, Claudio Renzetti

Con la collaborazione di Barbara Romagnoli e Marco Simonelli

Fotografia
Leonardo Mirabilia

Suono
Luca Cafarelli

Trucco
Monica Gaviglia

Montaggio
Ilaria Restivo

Mixage
Ivan Caso

Assistente Operatore
Matteo Rea

Aiuto Operatore
Lorenzo Scocco 

Elettricista
Diego de Musso

Assistente Elettricista
Sirio Lupaioli

Color correction
Leonardo Mirabilia 

Fotografa di scena
Alice Tinozzi

 

Dal 2005, Friends of the Global Fund Europe lavora per far conoscere e riconoscere gli obiettivi, le azioni e i risultati del Fondo Globale e contribuire all’incremento delle sue risorse.
www.afmeurope.org

 
Da oltre 25 anni Bluestocking lavora nel campo delle arti sceniche e della formazione attoriale, con particolare attenzione alla creazione di spettacoli ed eventi incentrati su tematiche sociali. Tra questi Primodicembre, performance di monologhi sull’Aids e Io che amo solo te, sul tema del bullismo omofobico.  
 
Dal 1981, Aidos – Associazione italiana donne per lo sviluppo lavora per i diritti, la dignità e la libertà di scelta di donne e ragazze nel mondo.
 
Osservatorio AiDS – Aids Diritti Salute è una rete di 11 organizzazioni della società civile impegnate nella lotta contro l’Aids e per il diritto alla salute globale.



RIACE: un mondo possibile.

©Anna Farina

In quei giorni di agosto facevo solo il conto alla rovescia per andare in ferie. Sembrava che nulla contasse più di quel distacco fisiologico dal lavoro che chi può permettersi aspetta come il capodanno del proprio tempo libero. Eppure iniziava a sentirsi tanto parlare di Riace, del suo Sindaco (Domenico Lucano), dello sciopero della fame che stavano portando avanti a staffetta.
Perché? Ah si, Riace, lo Sprar, l’accoglienza possibile. Ma perché stavano protestando? La domanda trovò una rapida risposta: Lucano e il suo Paese si battevano contro il blocco dei finanziamenti al progetto Sprar. Che durava da due anni e sembrava bloccare tutto. Da lì, da quel paesino sperduto, arrivava una chiamata e la necessità di saperne di più.

Da quel momento in poi io e il mio compagno poco abbiamo dovuto pensare, rivedendo il programma di ferie con una sosta a Riace. Dovevamo andare lì di persona, dovevamo toccare con mano e vedere con occhi, cuore e pancia cosa stava succedendo. Un’esigenza inderogabile.
Il viaggio è stato lungo. Quel lembo di Calabria appare subito abbandonato a se stesso. La potenza del paesaggio si alterna ad ecomostri prepotenti che deturpano i dintorni, e di cui tanto abbiamo sentito parlare. Dormivamo a 15 minuti di macchina dal paese.

Immagini ©Anna Farina

Il primo contatto con Riace è stato di sera, e sembrava stessimo andando ad un appuntamento importante che ci faceva vibrare il cuore. Parcheggiata la macchina ci siamo inoltrati alla scoperta del paesino e ne siamo rimasti incantati. Così normale era il mescolarsi dei murales e di mille colori, compresi quelli della pelle. Ragazzi giocavano a calcio nel campetto sottostante la piazza, bambini si rincorrevano nell’anfiteatro della piazza centrale.

Immagini  ©Anna Farina

Speravamo di incontrare il Sindaco, ma non pensavamo sarebbe stato così facile. Dopo aver percorso le stradine del paese siamo giunti in uno slargo, come un cortile. Ci si accede da una porta in cima alla quale c’è scritto Villaggio Globale. Abbiamo riconosciuto Domenico Lucano seduto sulle scale, circondato da bambini dai lineamenti esotici. Capannelli di altre persone erano tutti attorno. Italiani e stranieri senza nessuna distinzione. Ci siamo avvicinati in una punta di piedi. Volevamo solo stringergli la mano, dirgli che eravamo arrivati fin da Roma solo per portar loro la nostra solidarietà. Ma Lucano quella sera era rabbuiato. Credo sia stata la sua prima dimostrazione di umanità ai miei occhi. Non gli andava di chiacchierare con i passanti ma non negava sorrisi ai bambini, che conosceva tutti per nome.
Ci disse poche parole, era stanco, provato dal digiuno che durava ormai da quasi 20 giorni. Era un giovedì. Ci disse soltanto che se qualcosa non si fosse sbloccato il lunedì avrebbe chiuso tutto, trasferito i migranti. Bisogna tutelare i bambini ci diceva. Non gli abbiamo creduto. Ci era sembrato lo sfogo, a buon diritto, di un uomo che stava spendendo la vita per il suo progetto e che si ritrovava solo, o così poteva sembrare, e sfiduciato.

©Anna Farina

 

Il mattino dopo siamo ritornati di buon’ora. Questa volta nella piazza del Villaggio Globale c’erano davvero tante persone e Il Sindaco sempre lì sulle scale della casa sociale. Ci accolse con un sorriso. Eravamo in tanti (dal nord, dalla Francia, da Roma, da paesi vicini). Tutti arrivati lì con lo stesso scopo: portare solidarietà. Si sa in queste situazioni un po’ impacciate nessuno riesce bene a parlare ma in poco tempo, scambiando qualche battuta, realizzammo di avere tutti la stessa sensazione che portare solo la nostra solidarietà non poteva bastare.
I nostri valori erano stati chiamati in causa e tutti volevamo difendere Riace e il suo sindaco da un’istituzione cieca e violenta che provava e negare quel modello di accoglienza, come se non fosse mai esistito. Maria, Rina e tanti altri, da anni sostenitori di Riace, ci raccontarono tutta la storia dal principio.
Dallo sbarco della prima nave nel 1998, con persone di diverse nazionalità provenienti dal Kurdistan, agli anni dell’attuazione del progetto solo su base volontaria. Della creazione dei laboratori e delle botteghe, del recupero di vecchi mestieri, della festa di qualche giorno prima a cui avevano partecipato in tanti, da De Magistris, sindaco di Napoli, ad Ada Colau, sindaca di Barcellona. Del ripopolamento del paese, del principio di libertà di movimento su cui si basava il loro progetto.

©Anna Farina 

A turno arrivava qualche paesano del sindaco a dare supporto. Sembrava di non essere più in Calabria, perlopiù in uno di quei paesini dimenticati, dove ndrangheta e collusioni dello stato hanno fatto le loro ricchezze.
Un uomo grazie al suo “essere normale”, come lui si definisce, aveva creato qualcosa che nessun altro era riuscito a fare. Aveva risposto “all’invasione” senza averne paura ma mosso solo da un sincero e profondo spirito di rispetto dei diritti umani. Io non credo che lui all’inizio avesse già in mente quello che poi è diventato: un esempio di accoglienza per il mondo. (Nel 2016 è stato inserito dalla rivista americana Fortune tra i 50 uomini più influenti del mondo).

Ed è stato lì grazie a Lucano, ai suoi compagni, ai tanti passanti che come noi in un giorno caldo di agosto, invece di andare al mare, si erano riuniti intorno a lui, che abbiamo realizzato che eravamo tanti. Eravamo tanti a detestare le politiche di accoglienza portate avanti senza umanità, soprattutto negli ultimi anni, dal ministro Minniti prima e Salvini poi.
È li che abbiamo pensato di iniziare a contarci. Di rendere chiaro alla luce del sole il potenziale che avevamo. In Italia sono moltissime le realtà, soprattutto piccole, che si occupano di migranti e diritti umani. Tutte impegnate ogni giorno in crociate di inclusione contro un sistema che vorrebbe creare solo odio e razzismo. Costrette a riempire quei buchi istituzionali diventati delle voragini pericolosissime.

Al ritorno dalle vacanze parlando insieme ad altri amici, vicini alla causa, abbiamo deciso di provare a realizzarla quest’idea di raccogliere tutte le realtà indipendenti, le reti che negli anni si sono formate. Di creare una specie di censimento solidale. Una rete partigiana di altri tempi mi piace chiamarla. Il lavoro è appena iniziato (per maggiori info scrivere a facciamoreteora@gmail.com).

In questi giorni tantissime sono le manifestazioni a sostegno del Sindaco e di Riace, soprattutto dopo il suo arresto dello scorso 2 ottobre. L’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento non corretto del servizio di raccolta dei rifiuti (ad oggi il sindaco non è più agli arresti domiciliari, ma è in esilio da Riace, con una disposizione di divieto di dimora).
Cercavamo un manifesto per far capire a tutti il nostro intento. Ossia non quello di creare per l’ennesima volta un’altra rete a se stante ma di metterci tutti insieme per la lotta dei diritti umani e Lucano il 6 ottobre, dagli arresti domiciliari, ci ha regalato le parole che cercavamo, con il suo discorso che si concludeva così:
“Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali. Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza. Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie. Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne. Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci”. Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere. Hasta siempre”.

Abbiamo deciso di ripartire da qui. Da Lucano, da Riace e dal suo modello di accoglienza.
Perché un’accoglienza diversa è possibile.


Diritti al Cuore Onlus

Diritti al cuore è una Onlus indipendente e autofinanziata, a carattere apartìtico e laica. Nasce nel 2005 come progetto sanitario e nel 2009 è stata legalizzata come associazione non a scopo di lucro.

L’Associazione lavora per l’affermazione dei Diritti Umani, organizzando e promuovendo una serie di attività in Italia e in Senegal, attraverso una rete solidale di volontari. I progetti sono volti a migliorare le condizioni igienico sanitarie, sociali ed economiche nei paesi in via di sviluppo e in Italia sono volti soprattutto alla formazione e informazione su tematiche quali la nonviolenza, la non discriminazione, i diritti umani, le migrazioni, la libera informazione e la cooperazione. L’Associazione è formata da persone di diverse culture, religioni, lingue e credenze che si organizzano per dare impulso ad un grande cambiamento, attivando e sostenendo progetti volti a migliorare le condizioni igienico sanitarie, sociali ed economiche nei paesi in via di sviluppo, lavorando ogni giorno per l’affermazione dei Diritti Umani e creando una rete solidale di volontari per poter organizzare e promuovere attività in Italia e in Senegal. Auto-organizzazione e Reciprocitàsono alla base di ogni nostro progetto. L’Auto-organizzazione prevede che ogni progetto coinvolga la popolazione del luogo e che sia la comunità stessa ad organizzarsi per rispondere alle esigenze sentite da tutti, facendosi carico di ogni aspetto dell’iniziativa, pur essendo appoggiata dall’Italia con fondi e materiali. Per Reciprocità si intende invece che chi riceve aiuto si impegna a sua volta a darlo ad altri, in svariate forme, evitando l’assistenzialismo, per consentire alle popolazioni e alle comunità locali un’effettiva crescita, sviluppo ed indipendenza. L’obiettivo principale dell’Associazione è la creazione di una rete permanente di volontari che ha come scopo il miglioramento delle condizioni di vita, della sanità e della educazione nelle comunità in cui agisce. Questa rete parte da un volontario in Italia e finisce nei villaggi più lontani dei Paesi in cui operiamo. È permanente e in crescita perché ciò che un individuo riceve, lo dona ad 9altri in uno scambio reciproco. Tra i progetti che l’Associazione promuove in Senegal vi sono: il sostegno a distanza dei bambini di Camberene (Dakar) e il progetto Fatou studia, sostegno scolastico a studentesse di medicina ed infermieristica. In Italia portiamo avanti il progetto Salute migrante, per garantire assistenza sanitaria a persone disagiate a Roma, inclusi i migranti transitanti e stanziali che si ritrovano senza assistenza. Inoltre organizziamo seminari e conferenze sui temi dei diritti umani, cooperazione internazionale e libera informazione, corsi di preparazione al volontariato, campagne di sensibilizzazione, eventi culturali e di raccolta fondi.

Per Diatomea.net scrive nella sezione Speciale DOSSIER.


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IL SEGNO DEL TERREMOTO Due anni dopo …

 ©MjZ

Il progetto “IL SEGNO DEL TERREMOTO. Due anni dopo …” è nato dalla collaborazione tra le Associazioni Onlus Diatomea e Amate l’Architettura, in occasione della cerimonia di Consegna delle S.A.E. ai 40 nuclei familiari aventi diritto, avvenuta il 24 marzo 2018 nell’area di Piazzale Piccinini a Castelsantangelo sul Nera.
Lo scopo del progetto è quello di non smettere di raccontare la situazione a due anni dal sisma che ha colpito la Regione Marche, e di continuare a farlo attraverso le parole della Comunità che è tornata a vivere nei propri luoghi, dopo essere stata, per più di un anno, dislocata lungo la costa adriatica o costretta a vivere all’interno di roulottes.
Esemplare è il lavoro svolto da Mauro Falcucci, Sindaco di Castelsantangelo sul Nera, che non ha mai smesso di lottare per il proprio territorio e per la propria gente, così come lo è la dedizione, totale e costante, con cui l’architetta Anna Marzoli continua a sostenere e ad organizzare eventi per tenere viva la Comunità. A tal proposito, nel Quaderno si parla di due eventi ai quali le Associazioni hanno partecipato con grande spirito.
Il primo è la Mostra fotografica “Torno a Primavera: segni e tracce di Castelsantangelo sul Nera, comunità viva” a cura dell’arch. Anna Marzoli, organizzata all’interno dell’evento “Castel di Maggio” promosso dal Comune di Castelsantangelo sul Nera presso la Sala polivalente “Casa Amici del Trentino”, che è stata inaugurata lo stesso giorno della consegna delle S.A.E. e che è stata donata al Comune il 24 marzo 2018 dall’Associazione “Solidarietà Vigolana onlus” di Trento, dell’Amministazione Comunale di Altopiano della Vigolana, dall’Associazione “Pro loco” di Revò, dall’Amministazione Comunale di Revò e dalla Cavit Trento, come atto di solidarietà a seguito del terremoto che ha colpito la Comunità delle Marche il 24/08/2016.
Il secondo si è svolto in occasione della Giornata Nazionale del Camminare del 14 ottobre 2018 “Camminiamo per Castelsantangelo sul Nera. Camminiamo nel cratere” organizzata dall’architetta Anna Marzoli, che ha visto la partecipazione della FederTrek, per la quale ha presenziato ed è intervenuto Paolo Piacentini, Presidente Nazionale, e del Movimento Tellurico, per cui ha presenziato ed è intervenuto Enrico Sgarella, Presidente APS. Questo evento ha visto soprattutto la partecipazione di tutta la Comunità locale che, in linea con i principi per cui è nata la Giornata Nazionale del Camminare, ha contribuito a sostenere la diffusione della cultura del camminare attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini.

Le suggestioni personali e le interviste rilasciate tra le persone sono state raccolte nel Quaderno “COMUNITÀ di DESTINO. Castelsantangelo sul Nera”, di cui vi proponiamo la lettura digitale.

Quaderno Anno II n.2 ottobre 2018

Le Associazioni onlus Diatomea e Amate l’Architettura, da sempre impegnate nel sociale, sono e saranno presenti sul territorio per continuare a contribuire nella divulgazione della situazione post-terremoto nei Comuni e nelle frazioni delle Marche.

vai al Quaderno Anno I n.1 ottobre 2017 “MEMORIE SILENTI. Castelsantangelo sul Nera”

Ringraziamenti speciali.

Si ringrazia per la collaborazione e per il contributo documentario:
Mauro Falcucci, Sindaco di Castelsantangelo sul Nera; Ovidio Valentini, Vice sindaco; Anna Marzoli; Fabio Facciaroni; Maurizio Pittana; Renato Taschini; Rita Bozzi; Gregorio Ceccarelli; Stefano Vernuccio; Mirella Gattari; Paolo Piacentini; Enrico Sgarella; gli abitanti di Castelsantangelo sul Nera per la loro disponibilità e gentilezza.


 

Nel tempo il valore culturale dell’Architettura si è definitivamente dissolto nell’immaginario collettivo con la conseguente, inconsapevole, distruzione delle nostre città, dovuta alla scomparsa dell’Architettura dagli spazi in cui viviamo. Il ruolo dell’architetto nella società è divenuto marginale e il suo contributo non è più ritenuto fondamentale. Parte della responsabilità è proprio di noi architetti che abbiamo una forte individualità e una difficoltà nel condividere le identità in un percorso comune. Ne consegue una maggiore vulnerabilità a vantaggio delle altre categorie ed una minore competività sul mercato del lavoro. Per ribaltare questa realtà, crediamo che sia necessario unire le forze. E’ con questo spirito che abbiamo deciso di fondare un Movimento per la difesa dell’Architettura contemporanea.
Ci proponiamo: La divulgazione del valore dell’Architettura contemporanea nella società; la promozione di una legge per l’Architettura; la sensibilizzazione della politica, dei mass-media e dei costruttori al valore dell’Architettura e al rispetto del progetto; la valorizzazione del ruolo dell’Architetto nella società e la tutela del progetto come opera dell’ingegno; la ridefinizione delle competenze tra Architetti, Ingegneri, Geometri e periti tecnici; il ripensamento della formazione Universitaria dell’Architetto. Il Movimento non vuole essere un’ennesima Associazione di architetti che si perde nei dibattiti, nelle conferenze, nelle mostre, frequentate sempre e soltanto da noi architetti, ma vuole compiere azioni concrete che possano modificare l’attuale situazione in cui versa l’Architettura in Italia. Abbiamo svolto, fino ad oggi, numerose azioni, rivolgendoci agli Ordini professionali, alle Università, ai Costruttori, ai Giornali, alle Amministrazioni, ai Politici e alle Istituzioni, riteniamo inoltre fondamentale coinvolgere la popolazione per far tornare la gente ad “amare l’architettura”.

E’ attivo un  gruppo su facebook, amate l’architettura, se vuoi collaborare al movimento scrivendo articoli sul blog, partecipando, inviando proposte, suggerimenti, contattataci: info@amatelarchitettura.com

Abbiamo redatto un manifesto, sottoscritto da centinaia di persone, se condividi il nostro spirito e le nostre idee sottoscrivi il manifesto


Per il quaderno “COMUNITÀ di DESTINO. Castelsantangelo sul Nera”:

Tutti i testi e tutte le immagini sono coperte dal diritto d’autore.

© Per i testi e le interviste: Raffaella Matocci
© Per tutte le immagini: Monja Zoppi – ©MjZ
Durante la realizzazione del presente Quaderno ci si è premurati di chiedere l’autorizzazione ai diretti interessati per l’utilizzo delle interviste rilasciate.
Nessuna parte di questo Quaderno può essere riprodotta con alcun mezzo senza l’autorizzazione delle associazioni Diatomea ed Amate l’Architettura.




Oltre i confini e al di là del mare.

Siamo Giorgio, Anna, Marta, Giusy e Tania e siamo volontari di Diritti Al Cuore, una Onlus di Romanata nel 2005 con progetti che riguardano salute, cooperazione e sviluppo in Senegal ed in Italia.
I progetti in Senegal sono molti: sostegno a distanza per bambini e ragazzi in età scolare, a cui garantiamo l’accesso a scuola e le cure durante le due missioni sanitarie l’anno che effettuiamo con medici, infermieri e volontari non sanitari italiani; progetto Fatou Studia, sostegno a distanza per studentesse di medicina e scienze infermieristiche senegalesi, a cui paghiamo parte degli studi e l’affitto di una casa a Dakar in cui vivere e studiare e che ci aiutano durante le nostre missioni sanitarie; Ambulatorio “Keur Marietou”, in cui collaborano un’infermiera, una ginecologa e una pediatra e in cui è presente uno sportello di ascolto e aiuto per le donne vittime di violenza; progetti di microcredito.

Salute Migrante è invece il nostro progetto in Italia, nato nel 2016 in risposta ai flussi di migranti diretti verso il Nord Europa che per logica geografica si trovavano a transitare a Roma. Il progetto consiste nell’offrire assistenza sanitaria di base a migranti, transitanti, richiedenti asilo, soggetti in difficoltà sociale ed economica, gruppi fragili e non inseriti all’interno della rete sanitaria canonica. L’acquisto di un camper allestito come unità sanitaria mobile ci ha permesso di migliorare la qualità delle nostre visite mediche che all’inizio erano effettuate all’aperto con tutti i disagi del caso, dalle condizioni climatiche avverse (freddo e pioggia in inverno, caldo afoso in estate), all’impossibilità di garantire ai pazienti privacy e un ambiente consono e dignitoso dove ricevere le cure.

Dall’1 al 3 ottobre siamo stati a Lampedusa per la Quinta Giornata della Memoria e dell’Accoglienzaorganizzata dal Comitato 3 Ottobre, di cui Tareke Brhane è il Presidente. Tareke è un eritreo fuggito dal proprio paese a 17 anni. Dopo essere stato respinto una prima volta nel suo tentativo di attraversare il Mediterraneo, ci è finalmente riuscito nel 2005.

L’obiettivo del Comitato 3 Ottobre si è costituito dopo il naufragio nel Mediterraneo del 3 ottobre 2013 in cui persero la vita, a poche miglia dalle coste di Lampedusa, 368 migranti e che, a tutt’oggi, è considerata la più grande e grave strage nelle acque del Mare Nostrum. L’obiettivo del Comitato è stato, all’inizio, quello di far riconoscere il 3 Ottobre come Giornata della Memoria e dell’Accoglienza anche a livello nazionale ed europeo. Oggi si batte per l’apertura di corridoi umanitari e per cercare di attivare sistemi di ingresso legali per i migranti che fuggono da condizioni disagiate e disumane, impegnandosi per far rispettare i diritti di migranti e transitanti. Svolge inoltre campagne di sensibilizzazione e informazioni nelle scuole in Italia e in Europa.

Proprio nell’ambito della sensibilizzazione ai giovani ci siamo inseriti noi di Diritti Al Cuore. Siamo stati infatti invitati a costruire un workshop per ragazzi tra i 16 e i 18 anni che avrebbero partecipato alle tre giornate di Lampedusa.

Abbiamo voluto coinvolgere i ragazzi attraverso un gioco di ruolo che ripercorresse il viaggio dei migranti in una delle rotte realmente battute: dall’Eritrea a Lampedusa. Noi ci troviamo al di qua del Mediterraneo, a Roma, li assistiamo dal punto di vista sanitario e li vediamo una volta arrivati qui, con il loro carico di storie, ferite, sintomi e paure. Sappiamo descrivere quello che riscontriamo, i nostri medici hanno ormai imparato a riconoscere segni di torture, sintomi del disturbo post-traumatico da stress, le ustioni da carburante. Ma cosa succede prima? Cosa causa tutto quello che vediamo ogni volta che usciamo con il nostro camper? Prima di tutto c’è il viaggio. E allora abbiamo ricostruito la mappa dell’Africa e tracciato il percorso che dall’Eritrea passa per il Sudan, poi per l’Egitto e, infine, per la Libia. Un percorso lungo, che spesso dura anni perché a ogni tappa è necessario trovare o guadagnare i soldi per quella successiva. Fare i conti con i poliziotti e i trafficanti, sottostare alle loro “regole” di violenza e sottomissione. In pochi salpano dalla Libia, in pochi arrivano a Lampedusa, se la barca non si rovescia, se il viaggio fila liscio. I ragazzi sono stati suddivisi in migranti e aggressori e sono stati invitati a rappresentare, attraverso un gioco di ruolo, il viaggio. I ragazzi si sono mostrati incuriositi e si sono lanciati nella rappresentazione, tra qualche risatina e un po’ di imbarazzo generale. Una volta iniziata l’attività, però, l’atmosfera è cambiata, e ci sono stati un paio di momenti davvero intensi in cui tutti erano concentrati e sembravano davvero essersi immedesimati.

Alla fine c’è stato un bellissimo momento di scambio con i ragazzi, un dibattito/confronto in cui abbiamo chiesto come avessero vissuto l’attività appena svolta e quali emozioni avessero provato. Ci sono stati diversi commenti positivi, soprattutto perché molti ci hanno confessato di non conoscere la situazione eritrea e il workshop ha permesso loro di apprendere cose nuove. È stato interessante notare come il tema migrazione venga percepito differentemente da i ragazzi di Lampedusa e i ragazzi del resto d’Italia. Alcuni molto aperti e favorevoli all’accoglienza, altri molto duri nei confronti degli sbarchi e dei migranti, secondo loro “irrispettosi, poco riconoscenti.”

Nel confrontarci con loro ci siamo trovati di fronte a tante domande a cui non sempre è stato facile rispondere, a tanti luoghi comuni e miti da sfatare, a giovani menti fertili che hanno partecipato attivamente e non in modo passivo e disinteressato. La discussione è stata accesa e mai banale, piena di spunti interessanti.

Alcuni dei commenti dei ragazzi, tratti dai questionari anonimi che abbiamo fatto loro compilare alla fine del laboratorio:

“Mi ha colpito poter comprendere situazioni realmente accadute lontano da quella che è la mia realtà.”

“Penso di aver appreso la sofferenza delle persone.”

“Ho capito cosa c’è dietro all’invasione.”

“Sono rimasto colpito dalla discussione finale perché tutti hanno espresso le proprie opinioni senza problemi.”

“Ciò che più mi ha colpito è di sicuro il livello di dialogo che si crea tra le persone, oltre a ciò che l’associazione fa per aiutare in certe situazioni, che è meraviglioso.”

Nel pomeriggio si è svolta la tavola rotonda dal titolo “Il naufragio del 3 Ottobre, cinque anni dopo”a cui hanno preso parte: Salvatore Martello, Sindaco di Lampedusa; Don Luca Camilleri, direttore dell’Uff. Ecumenismo e dialogo interreligioso dell’arcidiocesi di Agrigento; Carlotta Sami, UNHCR; Eugenio Alfano, Amnesty International; Giuseppe De Mola, Medici Senza Frontiere; Flavio Di Giacomo, OIM; Paolo Naso, Mediterranea Hope, Fcei; Daniela Pompei, Comunità Sant’Egidio; Tareke Bhrane, Comitato 3 Ottobre. Valore aggiunto, la testimonianza di Solomon, sopravvissuto al naufragio del 3 Ottobre 2013, e di Abdullahi Ahmed, splendido esempio di integrazione: lui ha 30 anni e 10 anni fa è fuggito dalla Somalia in guerra per raggiungere l’Italia dopo aver attraversato Sudan, Ciad, Egitto, Libia. Infine, l’arrivo a Lampedusa e poi a Settimo Torinese, dove ha ottenuto lo status di rifugiato e infine la cittadinanza italiana.

Ogni realtà ha esposto il suo punto di vista rispetto alla questione migranti e in particolare sono stati molto forti gli interventi dell’UNHCR e dell’OIM, realtà presenti in Libia, in cui le persone sono praticamente bloccate da mesi senza possibilità di uscire.

Alcuni estratti dagli interventi:

“Voi non avete idea di cosa significhi essere venduti ogni volta e non avere più nulla da dare” Carlotta Sami, UNHCR.

“Sono diminuiti gli sbarchi in Italia, vi siete mai chiesti che fine facciano queste persone?”
Carlotta Sami, UNHCR.

“A tutt’oggi muoiono 8 migranti al giorno nel Mediterraneo. 1 su 18 tra quelli che partono dalla Libia per raggiungere l’Italia muore prima di arrivare. E queste sono stime al ribasso.”
Giuseppe De Mola, Medici Senza Frontiere.

“Non ci sono centri di accoglienza in Libia, solo centri di detenzione per migranti.”
Eugenio Alfano, Amnesty International.

Toccante e profondo l’intervento di Solomon, il ragazzo sopravvissuto al naufragio, che ha ribadito come la Libia non sia un posto sicuro, come le prigioni libiche contengano centinaia di persone che non riescono a lasciare il Paese e rimangono prigionieri per mesi, anni, subendo torture di ogni tipo. Solomon ci mostra il suo cellulare, che fa il giro della sala: una foto, un volto sfigurato e ustionato da qualche sostanza non specificata; la foto arriva direttamente dalla Libia e passa di mano in mano, nel silenzio generale.

Durante la tavola rotonda apprendiamo che quest’anno, per la prima volta, molti studenti di tutta Italia non hanno avuto la possibilità di partecipare alla Giornata dell’Accoglienza e della Memoria. Il MIUR ha indetto un bando per le scuole, attraverso cui avrebbe finanziato la partecipazione delle classi, salvo poi bloccare tutto: non sono mai uscite le graduatorie delle scuole vincitrici e pertanto a Lampedusa sono venute solo quelle classi che hanno deciso di autofinanziarsi la trasferta. Gli scorsi anni arrivavano più di 500 studenti da tutta Italia, quest’anno molti meno. Si ostacolano così la memoria, il ricordo, ma anche la conoscenza, di quella che è stata una vera e propria tragedia. Ma si blocca anche il diritto di sapere cosa c’è a Lampedusa, di conoscere la realtà difficile e attuale della prima accoglienza, si impedisce agli studenti di comprendere il significato profondo della migrazione perché non si permette loro di accedervi.

La serata è proseguita con un concerto del musicista italo-francese Sandro Joyeux, accompagnato da Christopher, ragazzo nigeriano giunto in Italia dopo l’inferno della Libia: contaminazioni africane nei suoni e nelle ritmiche che ci hanno fatto cantare e ballare per tutta la sera e hanno animato Piazza Castello.

A pochi passi, il Museo di Lampedusa, che ospita al primo piano la sezione dedicata alla Fiducia e al Dialogo per il Mediterraneo. Si tratta di una raccolta di oggetti ritrovati sulle barche ormai affondate a poche miglia da Lampedusa: braccialetti, rosari, giocattoli. Si affiancano a altri ricordi, quelli degli italiani emigrati all’estero, e alle lettere degli internati nei Lager durante la Seconda Guerra Mondiale. Si legge sul poster esplicativo: “La storia degli emigranti italiani che si intreccia con le opere dei migranti e dei rifugiati di oggi che si auto-narrano riappropriandosi, attraverso l’arte, di quella voce che molte volte viene loro negata.”

Sul fondo, un muro con tanti fili intrecciati, a cui sono appese delle targhette in cui ogni visitatore può scrivere cosa significa per lui “accoglienza”. Anche noi appendiamo le nostre: “Non avere paura dell’altro”, “DAC”, “ascolto”, “condivisione”, “inclusione”.

L’ultima sala del Museo è buia, vi si accede attraversando una rete da pesca colorata; sul muro vi sono alcuni giubbotti salvagente raccolti dalle barche affondate e riportate a riva, sul fondo si proietta un video realizzato dal fotografo Michele Cirillo: si susseguono le immagini dei salvataggi in mare dei migranti che giungono nei pressi delle coste di Lampedusa, braccia e mani che afferrano e tirano su uomini, donne e bambini e offrono loro le prime cure. A seguire, le immagini girate sul fondo del mare in cui si intravedono resti di imbarcazioni e i corpi senza vita di chi non ce l’ha fatta. Un video crudo e vero, che lascia con poche parole e tante domande.

Le giornate trascorse a Lampedusa si sono concluse con una marcia in ricordo delle vittime del naufragio.

Aprivano il corteo alcuni tra i ragazzi sopravvissuti al naufragio: portavano uno striscione che recitava “proteggere le persone, non i confini” (che è anche lo “slogan” del Comitato 3 Ottobre) a dimostrazione del fatto che ciò che bisogna sostenere prima di tutto è l’essere umano in quanto tale. Camminando e ascoltando le preghiere dei sopravvissuti siamo arrivati alla Porta d’Europa, monumento di Mimmo Paladino simbolo di Lampedusa costruito in memoria di tutti i migranti che hanno perso la vita in mare. Qui abbiamo ascoltato alcune storie e testimonianze dei migranti e dei loro familiari.

La marcia si è conclusa con un momento toccante e di profonda riflessione, su alcuni pescherecci che ci hanno condotto nel punto esatto in cui si è svolto il tragico naufragio del 2013. Sono state lanciate delle corone di fiori accompagnate dai canti, dalle preghiere e dalle lacrime dei familiari delle vittime.

Siamo poi tornati sulla terra ferma, ma con l’anima ancora scossa da quanto appena vissuto.

Vogliamo concludere il nostro racconto con le parole di Giorgio, che a giugno era sceso a Lampedusa per aiutare Michele Cirillo ad allestire il Museo della Fiducia e del Dialogo:

“Se vai sulla costa meridionale ed osservi il mare, ti sembra di scorgere la Tunisia. È là, a due passi, ma non riesci a vederla perché 113 km sono troppi e lo sguardo si perde sulla linea di un orizzonte che divide solo acqua e cielo. Il paesaggio che mi circonda è pietroso e puntellato di cespugli. Il vento è incessante. Sono appena passate le otto di sera, Sole e Luna si danno il cambio, mentre sono già ben visibili Giove e Venere.
Accanto a me ci sono barche accatastate, segnate a vernice con un numero e una data. Sono barche utilizzate dai migranti per arrivare fin qui, poste sotto sequestro perché qualcuno che trasportavano non ce l’ha fatta. Dentro si trovano ancora abiti, attrezzi, taniche di carburante. Il posto ha qualcosa di magnetico.
Non lontano c’è una zona dove nidificano le tartarughe marine. È uno spettacolo vedere i piccoli appena nati correre verso il mare per semplice spirito di sopravvivenza, perché è solo il mare che potrà dare loro la possibilità di farcela. Avrò visto questa scena decine di volte nei documentari. Ma stavolta provo disagio ad immaginarla.
Improvvisamente mi torna in mente Aylan, tre anni, con la sua maglietta rossa e pantaloncini blu, faccia a terra su una spiaggia turca. Lui non guardava il mare e non giocava su quella spiaggia. Scappava da Kobane insieme alla sua famiglia. Anche lui lo ha fatto per semplice spirito di sopravvivenza. Il mare lo ha rifiutato e la sua corsa si è fermata là. La sua foto ha fatto il giro del mondo. Era il 2015.

Stamattina ho visto alcuni bambini rincorrersi lungo la riva. Per loro il mare è un compagno di giochi, come è giusto che sia. Vengono dal Nord. Probabilmente il loro più grande privilegio sarà quello di avere l’opportunità di decidere che adulti essere, di distinguersi o di rimanere persone qualsiasi.

Da queste parti non arriva solo il Sud del mondo, come credevo, con il suo carico di miseria umana, non arriva solo Aylan con la sua famiglia rifiutata da tutti. Arriva anche chi può scegliere.
Perché anche se sono a sud di Tunisi e Algeri, non sono in Africa ed è questo che fa la differenza. Il confine è invisibile, anzi inesistente, ma sono sul lato giusto e mi tranquillizzo. Nessuno potrà negare i miei diritti e la possibilità di scegliere che vita fare.

Restiamo umani.”


Note biografiche sugli autori.

Questo articolo è stato scritto da Tania Di Giovanni, dottoressa volontaria responsabile del progetto Salute migrante dell’associazione Diritti al cuore, impegnata da anni nel sociale. Ha contribuito all’articolo Giusy Santoro, assistente sociale e iscritta alla Laurea magistrale in Scienze dello sviluppo e cooperazione internazionale. Insieme a Giorgio Carrai, ingegnere ambientale, Marta Cherubini, studentessa di Medicina e Anna Farina, dottoressa specializzanda in Anestesia e Rianimazione. Hanno organizzato questo viaggio ed il laboratorio a Lampedusa.

Sono tutti volontari dell’associazione Diritti al cuore Onlus, associazione indipendente e autofinanziata che lavora per l’affermazione dei Diritti Umani, organizzando e promuovendo una serie di attività in Italia e in Senegal. I progetti sono volti a migliorare le condizioni igienico sanitarie, sociali ed economiche nei Paesi in via di sviluppo e in Italia sono volti soprattutto alla formazione e informazione su tematiche quali la nonviolenza, la non discriminazione, i diritti umani, le migrazioni, la libera informazione e la cooperazione.


Diritti al Cuore Onlus

Diritti al cuore è una Onlus indipendente e autofinanziata, a carattere apartìtico e laica. Nasce nel 2005 come progetto sanitario e nel 2009 è stata legalizzata come associazione non a scopo di lucro.

L’Associazione lavora per l’affermazione dei Diritti Umani, organizzando e promuovendo una serie di attività in Italia e in Senegal, attraverso una rete solidale di volontari. I progetti sono volti a migliorare le condizioni igienico sanitarie, sociali ed economiche nei paesi in via di sviluppo e in Italia sono volti soprattutto alla formazione e informazione su tematiche quali la nonviolenza, la non discriminazione, i diritti umani, le migrazioni, la libera informazione e la cooperazione. L’Associazione è formata da persone di diverse culture, religioni, lingue e credenze che si organizzano per dare impulso ad un grande cambiamento, attivando e sostenendo progetti volti a migliorare le condizioni igienico sanitarie, sociali ed economiche nei paesi in via di sviluppo, lavorando ogni giorno per l’affermazione dei Diritti Umani e creando una rete solidale di volontari per poter organizzare e promuovere attività in Italia e in Senegal. Auto-organizzazione e Reciprocitàsono alla base di ogni nostro progetto. L’Auto-organizzazione prevede che ogni progetto coinvolga la popolazione del luogo e che sia la comunità stessa ad organizzarsi per rispondere alle esigenze sentite da tutti, facendosi carico di ogni aspetto dell’iniziativa, pur essendo appoggiata dall’Italia con fondi e materiali. Per Reciprocità si intende invece che chi riceve aiuto si impegna a sua volta a darlo ad altri, in svariate forme, evitando l’assistenzialismo, per consentire alle popolazioni e alle comunità locali un’effettiva crescita, sviluppo ed indipendenza. L’obiettivo principale dell’Associazione è la creazione di una rete permanente di volontari che ha come scopo il miglioramento delle condizioni di vita, della sanità e della educazione nelle comunità in cui agisce. Questa rete parte da un volontario in Italia e finisce nei villaggi più lontani dei Paesi in cui operiamo. È permanente e in crescita perché ciò che un individuo riceve, lo dona ad altri in uno scambio reciproco. Tra i progetti che l’Associazione promuove in Senegal vi sono: il sostegno a distanza dei bambini di Camberene (Dakar) e il progetto Fatou studia, sostegno scolastico a studentesse di medicina ed infermieristica. In Italia portiamo avanti il progetto Salute migrante, per garantire assistenza sanitaria a persone disagiate a Roma, inclusi i migranti transitanti e stanziali che si ritrovano senza assistenza. Inoltre organizziamo seminari e conferenze sui temi dei diritti umani, cooperazione internazionale e libera informazione, corsi di preparazione al volontariato, campagne di sensibilizzazione, eventi culturali e di raccolta fondi.

Per Diatomea.net scrive nella sezione Speciale DOSSIER.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati.




IL SEGNO DEL TERREMOTO I vuoti urbani del Cratere

©MjZ

Il progetto “IL SEGNO DEL TERREMOTO. I vuoti urbani del Cratere” è nato dalla collaborazione tra le Associazioni Onlus Diatomea e Amate l’Architettura, in occasione del Convegno “SISMA UN ANNO DOPO. Analisi, valutazioni e prospettive”, promosso dal Comune di Castelsantangelo sul Nera (MC), tenutosi presso la struttura polivalente, sede provvisoria del Comune, il giorno 11 novembre 2017.

Lo scopo del progetto è quello di raccontare la situazione ad un anno dal sisma che ha colpito il Centro Italia, ed, in particolare, di farlo attraverso le parole della Comunità che era presente al momento delle forti scosse, avvenute il 26 ed il 30 ottobre 2016, e delle persone che, come atto di solidarietà, hanno cercato, sin da subito, di prestare i primi soccorsi.
Le suggestioni personali e le interviste rilasciate tra le persone sono state raccolte nel Quaderno “MEMORIE SILENTI. Castelsantangelo sul Nera”, distribuito alla Comunità e a tutti coloro che hanno partecipato al convegno, gratuitamente, e di cui vi proponiamo la lettura digitale.

Quaderno Anno I n.1 ottobre 2017
vai al Quaderno Anno II n.2 ottobre 2018 “COMUNITÀ di DESTINO. Castelsantangelo sul Nera”
Grazie alla collaborazione dell’architetta Anna Marzoli abbiamo ottenuto i permessi per entrare nella “Zona Rossa” del Comune di Castelsantangelo sul Nera e delle sue frazioni e, attraverso lo sguardo della fotografa Monja Zoppi, abbiamo realizzato un reportage fotografico che è stato raccolto in un video, trasmesso durante il convegno, che descrive, attraverso i segni ed i vuoti generati, la devastazione lasciata dal sisma.
“La fragilità è, di per sé, 
attesa di speranza e 
capacità di comprendere 
i bisogni dell’altro.Per questo la cellula germinale
della comunità non può che risiedere 
nell’avvertire l’appartenenza 
ad una comunità di destino.” 

Video realizzato da Raffaella Matocci; photo di Monja Zoppi ©MjZ

Le Associazioni onlus Diatomea e Amate l’Architettura, da sempre impegnate nel sociale, sono e saranno presenti sul territorio per continuare a contribuire nella divulgazione della situazione post-terremoto nei Comuni e nelle frazioni delle Marche.


Ringraziamenti speciali.

Si ringrazia per la collaborazione e per il contributo documentario:
Mauro Falcucci, Sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Anna Marzoli, Fabio Facciaroni, Gianfranco Mancini, Enzo Capasso, Maurizio Pittana, Renato Taschini, Andrea Di Franco, Angelo Cristiani e tutti gli abitanti di Castelsantangelo sul Nera per la loro disponibilità e gentilezza.


Amate l’Architettura

Nel tempo il valore culturale dell’Architettura si è definitivamente dissolto nell’immaginario collettivo con la conseguente, inconsapevole, distruzione delle nostre città, dovuta alla scomparsa dell’Architettura dagli spazi in cui viviamo. Il ruolo dell’architetto nella società è divenuto marginale e il suo contributo non è più ritenuto fondamentale. Parte della responsabilità è proprio di noi architetti che abbiamo una forte individualità e una difficoltà nel condividere le identità in un percorso comune. Ne consegue una maggiore vulnerabilità a vantaggio delle altre categorie ed una minore competività sul mercato del lavoro. Per ribaltare questa realtà, crediamo che sia necessario unire le forze. E’ con questo spirito che abbiamo deciso di fondare un Movimento per la difesa dell’Architettura contemporanea.
Ci proponiamo: La divulgazione del valore dell’Architettura contemporanea nella società; la promozione di una legge per l’Architettura; la sensibilizzazione della politica, dei mass-media e dei costruttori al valore dell’Architettura e al rispetto del progetto; la valorizzazione del ruolo dell’Architetto nella società e la tutela del progetto come opera dell’ingegno; la ridefinizione delle competenze tra Architetti, Ingegneri, Geometri e periti tecnici; il ripensamento della formazione Universitaria dell’Architetto. Il Movimento non vuole essere un’ennesima Associazione di architetti che si perde nei dibattiti, nelle conferenze, nelle mostre, frequentate sempre e soltanto da noi architetti, ma vuole compiere azioni concrete che possano modificare l’attuale situazione in cui versa l’Architettura in Italia. Abbiamo svolto, fino ad oggi, numerose azioni, rivolgendoci agli Ordini professionali, alle Università, ai Costruttori, ai Giornali, alle Amministrazioni, ai Politici e alle Istituzioni, riteniamo inoltre fondamentale coinvolgere la popolazione per far tornare la gente ad “amare l’architettura”.

E’ attivo un  gruppo su facebook, amate l’architettura, se vuoi collaborare al movimento scrivendo articoli sul blog, partecipando, inviando proposte, suggerimenti, contattataci: info@amatelarchitettura.com

Abbiamo redatto un manifesto, sottoscritto da centinaia di persone, se condividi il nostro spirito e le nostre idee sottoscrivi il manifesto


Per il quaderno “MEMORIE SILENTI. Castelsantangelo sul Nera”:

Tutti i testi e tutte le immagini sono coperte dal diritto d’autore.

© Per i testi e le interviste: Raffaella Matocci
© Per tutte le immagini: Monja Zoppi – ©MjZ
Durante la realizzazione del presente Quaderno ci si è premurati di chiedere l’autorizzazione ai diretti interessati per l’utilizzo delle interviste rilasciate.
Nessuna parte di questo Quaderno può essere riprodotta con alcun mezzo senza l’autorizzazione delle associazioni Diatomea ed Amate l’Architettura.

Per il video “IL SEGNO DEL TERREMOTO”:
Tutte le immagini sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ




ApiDidattica VIII edizione “Tutte le strade portano all’ApiCultura”

ApiDidattica è il convegno/workshop annuale promosso da Ami su Apicultura e Didattica.

Ami è un’associazione culturale che ha come obiettivo quello di sostenere e diffondere la cultura apistica, del miele e degli altri prodotti dell’alveare.

L’associazione Ambasciatrici e Ambasciatori dei Mieli organizza ogni anno Apididattica, convegno nazionale per favorire la condivisione di esperienze, metodologie e buone pratiche nate dall’incontro fra apicultura e didattica.

Il convegno è aperto a insegnanti stuzzicati dall’idea che le api non producano solo miele, ma impollinino anche le menti; apicoltori e apicoltrici alla ricerca di modi e strumenti diversi per trasmettere la passione per il proprio lavoro; curiosi e curiose affascinati dall’alveare e dalle api.

Quest’anno saranno a Roma sabato 10 e domenica 11 novembre presso la Casa Internazionale delle Donne: interverranno ricercatrici di letteratura, matematici, entomologi, biologi e appassionati del mondo apistico. Perché avvicinarsi alle api  significa avvicinarsi a diversi campi del sapere, dalla fisica e biologia alla matematica, dall’ecologia alle letterature passando per le scienze sociali.

Due giorni per imparare che le api aprono nuove strade per interpretare il mondo che ci circonda, che non solo hanno un ruolo fondamentale per la vita sul nostro pianeta, ma sono loro stesse al centro di un meraviglioso mondo, ancora non del tutto conosciuto.

Possiamo imparare tutte e tutti da loro, da 0 a 100 anni.

E, proprio come succede in un alveare dove la collaborazione è fondamentale, ci rivolgiamo a voi per contribuire insieme alla realizzazione di Apididattica 2018: sostenete, diffondete e partecipate!
Qui tutte le info per il crowfunding, il programma completo e la schede di iscrizione!

“Tutte le strade portano all’ApiCultura”

incontro annuale APIDIDATTICA – VIII edizione

con il patrocinio di Sil – Società Italiana delle Letterate

10 – 11 novembre 2018

Casa internazionale delle donne – Roma, via della Lungara 19

PARTECIPA ANCHE TU AL CROWDFUNDING PER LA NOSTRA RACCOLTA FONDI!

Programma

Sabato 10 novembre

REGISTRAZIONE ACCOGLIENZA SALUTI

Simona Abis – Il senso d’onore delle api. Sylvia Plath regina perduta

Lucia Piana – (Quasi) quarant’anni di analisi sensoriale del miele in Italia: 1979 – 2019

Luigi Manias – Le api di carta. Un progetto culturale extra – vagante

Dibattito

PRANZO INCLUSO IN ISCRIZIONE

Federica Lops – Workshop: materiali apididattici, quando il gioco fa la differenza!

Greca N. Meloni – Abieris e Abis. Beyond a drop of Honey

PAUSA Caffè

Beatrice Monacelli – ApiPet didattica: un progetto dell’Associazione Italiana Apiterapia

Rossella Crescente – Mele e Miele: una vita da ape

Dibattito

Cena in convenzione

Domenica 11 novembre

Barbara B Romagnoli – Di insette, case delle femmine(iste) e altre amenità

Gemma Gallino – Le api conoscono la matematica?

Claudio Porrini – Le api e la formula della bellezza

PAUSA Caffè

Daniele Rizzelli – Le api altrove

Ellen Belardi & Daniele Cangioli – Roma, una città ronzante di vita?

CONCLUSIONI

Pranzo in convenzione

Ore 15 – Passeggiata archeo/artistica su api e dintorni

LEGGI LE BIOGRAFIE DI RELATRICI E RELATORI

Scarica il programma e la scheda di iscrizione


ApiDidattica

ApiDidattica è il convegno/workshop annuale promosso da Ami su Apicultura e Didattica

Ami è un’associazione culturale che ha come obiettivo quello di sostenere e diffondere la cultura apistica, del miele e degli altri prodotti dell’alveare.

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La vera storia di Valerie Solanas

Pubblicato su La27esima ora – Corriere della Sera

Per il grande pubblico Valerie Solanas – scrittrice e femminista statunitense morta in condizioni di indigenza– è anzitutto la psicopatica che ha sparato a Andy Warhol nel 1968, e, solo incidentalmente, l’autrice di Manifesto SCUM e degli altri testi, finora inediti in Italia. Finalmente son stati pubblicati grazie al lavoro congiunto di due editori, VandA/Morellini, e alla cura di Stefania Arcara, docente di Letteratura Inglese e Gender Studies all’Università di Catania, e Deborah Ardilli, traduttrice e collaboratrice con il “Laboratorio Anni Settanta” dell’Istituto Storico di Modena, entrambe studiose femministe.

«In una situazione di normalizzazione diffusa della violenza etero-patriarcale, di cui è parte integrante la cancellazione dell’attività intellettuale delle donne, la memoria del ‘grande pubblico’ opera in maniera selettiva e per questo mette in primo piano il gesto aggressivo di Solanas nei riguardi di un uomo, per di più ammantato di prestigio sociale e culturale. In tali condizioni, è fin troppo facile inquadrare Solanas come la quintessenza del non-pensiero, del collasso della ragione, e cercare nei suoi scritti nient’altro che una conferma», spiega Stefania Arcara.

Non è semplice, quindi, leggere la sua opera senza pregiudizi, perché «la violenza esercitata da una donna risulta sempre intollerabile e il giudizio negativo ricade sulla sua scrittura, mentre lo stesso criterio non viene applicato, per esempio, alle opere di Norman Mailer, che accoltellò la moglie, o di William Burroughs e del filosofo Louis Althusser, entrambi uxoricidi, perfettamente integrati nel canone» racconta Arcara. «Sebbene sia stata una protagonista della controcultura statunitense degli anni Sessanta, Solanas scrittrice è stata a lungo oggetto di una damnatio memoriae, compresa la rimozione dalla storia del femminismo: negli Stati Uniti ci sono voluti trentacinque anni, da quando fu composta, perché la sua commedia Up Your Ass fosse messa in scena per la prima volta, molti anni dopo la sua morte. C’è voluto mezzo secolo perché questo testo fosse tradotto in Italia (da Nicoleugenia Prezzavento) e pubblicato nel nostro volume insieme alla nuova traduzione del Manifesto SCUM e al racconto autobiografico del 1966, Prontuario per fanciulle, che narra la giornata di una giovane lesbica proletaria che vive di accattonaggio e prostituzione per le strade del Greenwich Village».

Solanas vendeva per strada il suo Manifesto, 25 cent per le donne e un dollaro per gli uomini, e la parola Scum è stata a lungo considerata come un acronimo di Society for Cutting Up Men (Società per l’eliminazione dell’uomo), ma la sigla in realtà non compare nel manifesto e l’autrice non era concorde con questa interpretazione perché, prosegue Arcara, «nei suoi testi la ‘teoria’, che ha un andamento contraddittorio, consiste in un’analisi – condotta con gli strumenti retorici dell’umorismo, del sarcasmo, del gergo di strada, dell’insulto – del rapporto sociale tra i sessi e della subordinazione delle donne nel sistema eteropatriarcale, arrivando ad una provocatoria soluzione politica: auspica l’abolizione del sistema binario e gerarchico dei generi, attraverso l’eliminazione di uno dei due, quello dominante che secondo lei è da considerarsi realmente “inferiore” proprio in quanto sente il bisogno di dominare».

Stefania Arcara e Deborah Ardilli«Trilogia SCUM di Valerie Solanas» VandA ePublishing e Morellini Editore

Tradurre è anche un po’ un tradire, quale è stata la vostra esperienza rispetto a una scrittura come quella di Solanas? Si è perso qualcosa nella versione italiana?

«Pensiamo alla nostra traduzione come a un modo per rendere finalmente giustizia alla scrittrice Solanas. La nostra è la prima traduzione italiana basata sul rarissimo testo integrale approvato dall’autrice, la quale per tutta la vita fu ossessionata dall’integrità artistica e dal controllo, che non ebbe mai, della propria opera. Fino a oggi le traduzioni italiane di SCUM Manifesto si erano basate sul testo pubblicato dall’Olympia Press senza il consenso dell’autrice subito dopo l’attentato a Warhol – un testo mutilato di alcune parti e alterato dall’editore Maurice Girodias. Edizione che, tra le altre cose, riporta il titolo come acronimo, “S.C.U.M.”, che rimanderebbe a “Society for Cutting Up Men”(un’operazione di marketing editoriale giudicata ‘tasteless’, ‘di cattivo gusto’, da Solanas e finora sempre riproposta nelle traduzioni italiane, con il sottotitolo “società per l’eliminazione del maschio”): invece, nell’Edizione corretta da Valerie Solanas che l’autrice riesce finalmente a pubblicare in proprio nel 1977, il titolo è SCUM, cioè “feccia”, in riferimento alla posizione subordinata delle donne in un mondo egemonizzato dagli uomini ma anche un’operazione di sovvertimento dell’insulto, poiché sarà proprio la scum a guidare la rivoluzione contro quel sistema di potere che l’ha prodotta. Nella sua scrittura Solanas mescola registri stilistici diversi e lessici eterogenei, dal linguaggio scurrile allo stile visionario, dall’umorismo situazionista all’invettiva e all’aforismo, e a volte ricorre al gergo della controcultura del suo tempo. Per noi è stata un’esperienza molto bella restituire a Valerie Solanas la sua voce di scrittrice, così come ha fatto l’altra traduttrice, Nicoleugenia Prezzavento, che è anche regista teatrale, con la commedia Up Your Ass (In culo a te) che presto verrà da lei messa in scena. In accordo con la casa editrice VandA, abbiamo perciò scelto una copertina che ritrae l’autrice con la penna in mano, per restituire finalmente legittimità a Solanas scrittrice».

 

Ardilli, nella vostra introduzione al volume scrivete “il nome di Valerie Solanas, ancora oggi, segna il limite di rispettabilità e ragionevolezza che il femminismo deve osservare per essere tollerato, e pertanto la lettura delle sue opere è tuttora un atto eversivo”. Qual è oggi il limite di rispettabilità e ragionevolezza che i femminismi devono rispettare per essere tollerati?
«Per qualsiasi gruppo subalterno i limiti da osservare per non incorrere in sanzioni sono quelli dettati, di volta in volta, dalla pressione ideologica e materiale esercitata dalla controparte dominante. Non possiamo stabilire in anticipo, una volta per tutte, quale sarà l’efficacia di quella pressione, in quale misura sarà interiorizzata, aggirata o sfidata. Tuttavia, considerando che i sessi sono gruppi sociali non naturali e avendo chiara la posizione delle donne nella scala gerarchica del genere, mi pare ci sia ancora una straordinaria riluttanza a riconoscere l’esistenza stessa di una controparte e, di conseguenza, a legittimare un’attitudine conflittuale nei confronti degli uomini. Alla “folle” Solanas non si perdona facilmente il fatto di avere individuato, nominato e aggredito frontalmente quella riluttanza. E le si perdona ancora meno il ricorso a repertori d’azione violenti».

 

Arcara, l’umorismo di Solanas secondo voi è ancora vincente? I femminismi di oggi sono capaci di far ridere?
«Quante volte, di fronte a una battuta “scherzosa” pesantemente sessista che – in quanto donne – non ci fa ridere, siamo state accusate di mancanza di senso dell’umorismo, magari con un paternalistico: “E fattela una risata…”? Per rispondere, parto da una mia osservazione basata sull’esperienza delle presentazioni di Trilogia SCUM che abbiamo tenuto in giro per l’Italia, in contesti molto diversi. Al momento della lettura, da parte nostra o di attrici, di qualche brano di Solanas, puntualmente nel pubblico di fronte a me ho notato uomini che restavano serissimi, uomini sorridenti, imbarazzati più che divertiti, pochi (quasi certamente non eterosessuali) che ridevano di gusto, e donne che immancabilmente scoppiavano a ridere. Anche l’umorismo è un “terreno di potere” e la sua efficacia dipende da quale posizione occupa chi fa una battuta scherzosa, a spese di quale gruppo sociale, e di fronte a quale pubblico. Solanas fa un’operazione inedita, e molto potente perché esclude qualsiasi atteggiamento vittimistico, nel momento in cui usa l’umorismo per denunciare i rapporti sociali di potere basati sul sesso. Questa operazione la compie da scrittrice isolata, senza avere alle spalle una tradizione di satira femminista che oggi invece esiste e, soprattutto fuori dall’Italia, ha acquistato una certa visibilità. Oggi esiste un pubblico di donne che finalmente può ridere di battute femministe, perché cinquant’anni di lotta ci hanno finalmente legittimate a farlo».

 

Ardilli, qual è il ruolo della marginalità nella vita di Solanas rispetto alla sua scrittura?
«Marginalità e scrittura sono dimensioni inscindibili in Solanas. La sua biografia, firmata da Breanne Fahs, è apparsa soltanto nel 2014 e chiarisce aspetti importanti di questo nesso. Quella di Solanas è stata una vita segnata da abusi precoci in famiglia, due gravidanze in età adolescenziale, da violenza economica, da reiterati rifiuti ogniqualvolta ha tentato di proporsi come scrittrice; ma è anche una vita caratterizzata da una coscienza lucida dell’oppressione vissuta e da uno slancio molto forte, da un desiderio lancinante di vita buona che brucia ogni mediazione».

Pubblicato su La27esima ora – Corriere della Sera


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Mi ritorni in mente – Buon compleanno MAXXI

Per caso, come succede qualche volta in uno studio, nel cercare alcuni documenti, sono affiorati da un cassetto alcuni cartoncini bianchi della dimensione di biglietti da visita con disegni a fil di ferro e frasi ermetiche.

Gli schizzi erano forse un po’ infantili, disegnati con mano incerta, ma avrebbero potuto benissimo somigliare ad ideogrammi abbozzati da architetti di altri tempi, quando si disegnava solo a mano, per fissare le idee o le impressioni di un luogo o di un progetto. Ma le frasi, prese così da sole senza contesto, Verdone avrebbe detto avulse, erano incomprensibili! Girato il cartoncino scoperto l’arcano: “Progetto: Se navigando uso la bussola…a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA”.

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Come d’incanto, la mia memoria è andata a quando, con i colleghi di Amate l’Architettura, eravamo entrati a visitare il MAXXI a Roma, prima che fosse allestito il museo e prima ancora della sua inaugurazione. Il ricordo sembrava recente ma invece risaliva ad almeno otto o nove anni fa quando con la dott.ssa Stefania Vannini, responsabile del Dipartimento Educazione del museo per il MIBAC, un piccolo gruppo, uno dei tanti scoprimmo in seguito, eravamo entrati in avanscoperta dentro questo strano oggetto che era piombato come un’astronave sul Flaminio. Un’altra perla sullo stesso asse dell’Auditorium di Renzo Piano, in aggiunta al Palazzetto dello Sport e allo Stadio Flaminio di Nervi e, come ultimo arrivato, il Ponte della Musica, mentre a poca distanza, sulla perpendicolare al di là del fiume, si distende imponente l’area sportiva del Foro Italico.

Il MAXXI è stato inaugurato il 28 maggio del 2010 ed è il primo museo nazionale di architettura in Italia e quest’anno ha compiuto otto anni dalla sua inaugurazione.

Il MAXXI è stato il risultato di un concorso in due fasi indetto dal Ministero dei Beni Culturali dopo aver acquisito le aree delle ex caserme Montello dal Ministero della Difesa per la creazione di un polo museale nazionale. Scelto tra 15 progetti selezionati su 273 partecipanti sará vincitore quello di Zaha Hadid “per la sua capacità di integrarsi nel tessuto urbano e per la soluzione architettonica innovativa di interpretare le potenzialità della nuova istituzione e di dotarla di una straordinaria sequenza di spazi pubblici”.

Chiunque abbia visto il MAXXI, architetto o no, non potrà negare di aver avuto, per un edificio del genere a Roma e nel quartiere Flaminio, l’impressione di vedere un UFO, un corpo estraneo atterrato in una zona a caso di Roma. Ma Zaha Hadid o si ama o si odia, anche se come detto prima l’area accoglieva già prestigiose architetture non sempre purtroppo conservate all’altezza del loro valore. Perché noi eravamo finiti lì?

Non perché fossimo per la maggior parte architetti, ma perché il MIBAC all’epoca sotto la guida dell’arch. Pio Baldi della DARC, Direzione Generale per l’Arte e l’Architettura contemporanea, aveva sviluppato un grandissimo lavoro di preparazione del quartiere per l’avvento del nuovo museo.

Una sorta di progetto partecipativo alla rovescia.

Attualmente in applicazione della Delibera 57 del 2 marzo 2006 del Comune di Roma, l’ente pubblico ha l’obbligo di promuovere Il processo partecipativo per i progetti di trasformazione urbana al fine, non ultimo, di favorire la qualità, la trasparenza e la coesione sociale. Per esperienza diretta, queste pratiche a volte sono delle pure formalità e non influenzano minimamente le decisioni spesso assunte in anticipo e all’insaputa degli ignari cittadini che vi partecipano. Senza che il materiale prodotto da questa partecipazione sia realmente utilizzato per lo scopo per cui era stato elaborato. Questo modo di intendere ed attuare il processo partecipativo genera soltanto un maggiore scollamento con la popolazione e, di conseguenza una grande sfiducia nelle istituzioni.

Per ritornare al MAXXI, Stefania Vannini è stata per tutto il periodo della sua costruzione, una delle artefici di questo scambio con il quartiere, le associazioni, le persone disabili e chiunque fosse interessato a interfacciarsi con la nuova realtà che si andava concretizzando.

Noi architetti lo sappiamo, ma a volte non vogliamo porci il problema, che una nuova costruzione modifica sempre la realtà in cui questa viene inserita, crea nuove relazioni e sta lì e ci rimarrà per molto tempo indipendentemente dal suo valore estetico. Una volta realizzata lì rimane, nel bene o nel male!

Ma quello che stava sviluppando Stefania Vannini andava oltre i limiti dei suoi compiti istituzionali. Aveva elaborato un articolato programma di relazioni complesse tra il museo e le persone di tutti i generi con una particolare attenzione a quelle che avrebbero potuto avere più difficoltà a relazionarcisi o che non avrebbero potuto entrarci con la consapevolezza delle persone cosiddette normali.

Il progetto era stato avviato in collaborazione con il Centro di Salute mentale di via Palestro, oggi ASL Roma 1, e coinvolgeva un gruppo di pazienti insieme a un gruppo di persone in pensione del quartiere Flaminio che avevano risposto alla proposta del museo di fare, in occasioni speciali, da mediatori culturali sulle opere della collezione permanente (selezionati grazie alla collaborazione con la parrocchia di Santa Croce al Flaminio e la Biblioteca Flaminia di via Fracassini).

Quando ci ha accolto, nella sala con le colonne in ghisa una parte dell’edificio della vecchia caserma integrato nel nuovo progetto con l’ingresso direttamente su via Guido Reni dal quale noi eravamo entrati, attualmente occupata dalla caffetteria e bookshop, ci ha raccontato perché anche noi eravamo lì e che cosa fossero quei cartoncini bianchi che erano a disposizione di noi visitatori privilegiati.

Era il risultato del progetto di familiarizzazione con la costruzione che stava portando avanti con le persone che frequentavano il CIM di via Palestro ai quali era stato chiesto, dopo aver visitato il museo, di fissare le loro sensazioni scrivendo e disegnando appunto su quei cartoncini.

Frasi scritte per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA 

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Al contrario di quello che poi mi è successo in seguito nel visitare altre mostre, in quel momento, all’interno senza barriere e vincoli di percorsi preorganizzati, non si perdeva affatto l’orientamento, bastava andare e ci si orientava facilmente, anche se in parte eravamo stati guidati, ma tutto scorreva. Forse come nel pensiero progettuale di Zaha Hadid. 

Disegno realizzato per il progetto “Se navigando uso la bussola”… a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI e del Dipartimento di Salute Mentale ASL RMA

Prima del MAXXI l’unico edificio che avevo visitato di Zaha Hadid era la Stazione dei Vigili del Fuoco al Vitra Museum, opera del 1993, a Weil am Rheim, in Germania, che come struttura dedicata a tale funzione mi era sembrata improponibile se la si guardava con l’occhio del funzionalismo, ma nel parco di Weil am Rheim l’utilità degli edifici è un elemento trascurabile e Zaha Hadid non ha mai fatto mistero del fatto che non è il funzionalismo il suo primo pensiero nel progettare.

Ma un museo dovrebbe avere altre caratteristiche, la funzionalità in questo caso dipende molto dal fatto che si possa o meno utilizzare per lo scopo per cui è nato, è sicuramente un polo che attrae, anche il suo spazio esterno pur essendo utilizzato solo nelle ore di apertura, purtroppo, è uno spazio che i cittadini del quartiere sentono come proprio e lo vivono anche con bambini ed è frequentato a tutte le ore del giorno.

Di contro il museo è sicuramento un oggetto costoso dal punto di vista della manutenzione e questo forse è dovuto anche al tipo di materiali usati nella costruzione sia interna che esterna, ma qualche volta si può anche mettere in conto che con la cultura non sempre i conti tornano!


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“SCIOPERO ALLA ROVESCIA”

Murale in via Bonelli © MjZ

“Sciopero alla rovescia”. Se si guarda il significato di questa locuzione ci si imbatte nella spiegazione: “forma di protesta sindacale attuata svolgendo un lavoro non richiesto o vietato dall’imprenditore”. Una spinta, forse, diversa quella che si sviluppa negli anni ’50 nel nostro paese, dove c’è, sì, una forma di protesta alla base dell’azione, ma è tesa ad una finalità differente da quella descritta nel dizionario. Mi piace di più tradurre il concetto descrivendo che alla base dello sciopero alla rovescia ci sia l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando.

Impossibile non riportare l’Art. 4 della Costituzione della Repubblica italiana:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.”

Ben diverso dal dire di “svolgere un lavoro non richiesto o vietato dall’imprenditore”. Negli anni cinquanta era diffusa in Italia questa forma di protesta alla Rovescia. Operai e contadini, per far valere i propri diritti, anziché astenersi dal lavoro, come in un normale sciopero, lavoravano di più. Si trovano casi in tutta Italia, dal Nord al Sud. Sono vicende, queste, che vengono per lo più raccontate in modo frammentato e spesso considerate episodi locali, quando invece non lo sono affatto, perché mosse da un “unico movimento” dove centinaia di disoccupati si organizzavano per riattivare pacificamente opere pubbliche, soprattutto di urbanistica primaria, non consegnate dalle Amministrazioni locali. E’ emblematico il caso accaduto il 2 febbraio 1956 dove Danilo Dolci, architetto, sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza italiano, veniva arrestato mentre guidava un gruppo di braccianti a lavorare nella Trazzera vecchia, una strada nei pressi di Partinico abbandonata all’incuria. Quando intervenne il commissario di polizia per interrompere quello Sciopero alla rovescia, Dolci rispose che “il lavoro non è solo un diritto ma, per l’art. 4 della Costituzione, un dovere: che sarebbe stato, era ovvio, un assassinio non garantire alle persone il lavoro, secondo lo spirito della Costituzione”

È questo il motore propulsore dell’evento “Primo Maggio a Primavalle” che si sta tenendo nel quartiere tra via Bonelli 8 (cortile esterno e interno) e via Federico Borromeo (angolo via Bonelli), iniziato il 25 aprile e che culminerà il 1 maggio, quando è prevista la lettura di poesie ed un concerto lirico. L’evento è organizzato dalla CGIL e da Invisibile – Ex Muracci Nostri.

Abbiamo intervistato entrambi per entrare nel vivo della loro collaborazione.

Emanuele Ferretti, ci puoi presentare questa iniziativa a nome della CGIL?

“La CGIL, di concerto con Invisibile – Ex Muracci Nostri ed il Collettivo FX, in particolare con Simone Ferrarini, ha deciso di fare un progetto che legasse l’arte al territorio, i valori del Sindacato al movimento dei lavoratori e, in questo senso, Primavalle è un quartiere storico.

L’idea è nata partendo dalle considerazioni sul quartiere ed anche dal fatto che gli “scioperi al contrario” sono delle forme di lotta che la CGIL utilizzava negli anni subito dopo la guerra. Quindi, da una parte la scelta del tema del progetto, dove tutto è legato ad un personaggio che si chiama Giuseppe Tanas, un disoccupato di Primavalle, iscritto alla CGIL che fu ucciso durante uno di questi scioperi al contrario, e da cui abbiamo cominciato a costruire l’idea che poi l’artista ha rappresentato con il murale “Mantieni i diritti”; dall’altra la scelta del luogo dove fare questa iniziativa, in particolare nella sede della CGIL a via Bonelli che esiste da oltre 40 anni, ed è una sede storica frutto dell’idea di decentramento, iniziato negli anni ’80, dove dalla Camera del Lavoro di Roma si pensa di andare nei territori, in particolare nelle periferie dove c’erano i lavoratori e c’era il disagio. L’idea motrice del progetto è quella di riscoprire questo passato, sia del sindacato sia della società di quel tempo e legarla alla riqualificazione delle periferie, atta anche a riscoprirne i valori.

All’interno dei personaggi del murale troviamo dei sindacalisti che sono figure storiche dell’inizio del ‘900, come Giuseppe Di Vittorio e Argentina Altobelli, una donna segretaria della FederBraccianti, all’apice di una categoria importante nel Sindacato, ed altri personaggi che, insieme, sono il filo che collega il lavoro svolto nella società del tempo a quello di oggi.

Murale in via Bonelli © MjZ

Anche la scelta delle date in cui fare questo evento ha una connotazione specifica, dal 25 aprile al 1 maggio, date concettualmente “vicine” al sindacato, e che, storicamente, segnano anche l’inizio degli scioperi al contrario. Un fil rouge che collega il giorno della Liberazione al giorno della Festa dei Lavoratori. Un parallelismo tra quello che è accaduto dal ’45 in poi e quello che hanno fatto gli operai ed il mondo dei lavoratori fino ad oggi. Il murale rappresenta il Diritto che è di tutti. Giuseppe Tanas, un semplice lavoratore, tiene in mano delle bilance con altre persone del quartiere, scendendo dall’alto verso il basso, proprio a testimoniare che il diritto lo dobbiamo tenere tutti, ed ai diritti dobbiamo tendere tutti insieme. Spero che questo messaggio rimarrà anche nei prossimi anni, a simboleggiare il rapporto stretto tra la CGIL, i lavoratori ed il diritto.”

Il lavoro contestuale che Maurizio Mequio, Poeta del Nulla, e co-fondatore (insieme a Daniele Roncaccia e Franco Durelli) di Invisibile – Ex Muracci Nostri, ed il Collettivo FX stanno portando sulle strade del quartiere è frutto di un anno di ricerche sulla storia dello “sciopero alla rovescia” a Primavalle.

Siamo andati a via Bonelli ed abbiamo incontrato gli ideatori del progetto ed i realizzatori dei murales. Ecco cosa ci hanno raccontato di come è nata l’idea e di come la stanno restituendo al quartiere attraverso la loro arte.

Maurizio, raccontaci come è nato questo progetto e la valenza sociale che ha sul quartiere.

“Tutto l’evento è organizzato insieme alla Cgil di Roma e del Lazio. Abbiamo cercato di coinvolgere le realtà vive del quartiere per raccontare “gli scioperi al contrario” a Primavalle. Con il Collettivo FX, ci eravamo interessati a questa tematica, che riteniamo molto importante per quello che riguarda il rimosso nella Storia d’Italia. Tra il ’47 e la metà degli anni ’50, in tutta la penisola, si praticava questa forma di protesta che otteneva tanti risultati. Il Collettivo FX parte dall’Emilia Romagna e lì gli scioperi al contrario, attraverso le occupazioni di fabbriche, avevano dato vita a nuove prospettive per le fabbriche stesse, con interessanti similitudini al modello SudAmericano. Nel Sud Italia, in Sicilia, la letteratura, attraverso gli scritti di Danilo Dolci, ce ne testimonia bene la presenza; esistevano tantissime situazioni di occupazioni di terre, cosa tra l’altro che già precedentemente aveva caratterizzato la storia d’Italia. Abbiamo scoperto che in città, forse, il primo “sciopero alla rovescia” cittadino sarebbe avvenuto proprio a Primavalle. Nel nostro quartiere veniva fatto uno sciopero alla rovescia che è di un’attualità incredibile: opere pubbliche attese che non venivano realizzate dalle Amministrazioni, venivano fatte dai disoccupati. Ad esempio: attendiamo l’allaccio alla fognatura, ve lo facciamo tra un mese. Passa un mese e nulla accade. Ve lo facciamo tra due mesi. Ancora niente. Passano tre mesi e nulla accade. Va bene. Noi disoccupati del quartiere andiamo e lo facciamo. Dopo di che si passa alla pratica, cioè si va sotto l’Istituzione che doveva fare il lavoro e si rivendica il pagamento del lavoro che è stato fatto.

In quegli anni era consuetudine sedare col sangue le proteste, soprattutto in periferia, erano vicini gli anni del governo Scelba, metà anni ’50. Già nel dicembre del 1947, però, un operaio sardo che viveva a Primavalle fu ucciso. Fu ucciso proprio qui, dove abbiamo fatto il murale grande dal nome “Mantieni i diritti” all’incirca su via Borromeo mentre veniva da uno “sciopero alla rovescia”che si stava tenendo a via Bonelli, questa dove siamo ora, dove stavano costruendo delle case popolari. 

“Mantieni i diritti” via Bonelli © MjZ

Il suo nome era Giuseppe Tanas ed è un personaggio che a Primavalle si stava dimenticando. Questa forma di protesta ha fondato la nostra comunità, ne sono stati fatti diversi: 1974 via della Borgata di Primavalle, una delle strade più importanti che mancavano all’epoca, di connessione con via della Pineta Sacchetti; dicembre 1947 in via Bonelli, quella di cui parlavamo prima; 5-6 maggio 1950, via San Melchiade Papa; 2 marzo 1951, piazza Capecelatro.

Murale in via Bonelli © MjZ

Questi sono soltanto alcuni, quelli di cui è stata trovata testimonianza nell’Archivio storico di “Primavalle in rete”  che ci ha aiutato in questa ricerca. Abbiamo usato i loro lavori ed abbiamo confrontato gli archivi storici della CGIL e di alcuni giornali del tempo, insieme alle testimonianze del quartiere.

Se questo è il riferimento della nostra storia, si assume anche una certa consapevolezza di una identità di comunità, che c’è qui a Primavalle, che non si può dimenticare e che va soltanto rispolverata. Allo stesso tempo questa è una storia che è stata rimossa, non soltanto dal nostro quartiere, ma a livello nazionale ed anche da chi prima quelle proteste le appoggiava, cioè la CGIL. Adesso il sindacato si è preso la responsabilità della memoria. Siamo molto contenti di questo. Visto il luogo in cui abbiamo deciso di creare questo progetto, qui ci sono tutti i servizi CGIL di Roma Nord, stiamo raccontando anche un discorso sui Diritti attraverso le opere di tanti amici artisti di strada romani.

L’opera che sta fuori invece, quella che ritrae Giuseppe Tanas, di cui si sta occupando il Collettivo FX, vede l’operaio come un gigante che si tiene in equilibrio con dei pesi, tiene in mano un bilanciere e su ogni bilancia c’è un’altra persona che tiene altri bilancieri. Quei pesi sono sia dei personaggi importanti per il nostro quartiere, sia chi è stato ed è un punto di riferimento per le realtà del quartiere. Troviamo, infatti, Annarella Bracci, che rappresenta il Diritto all’Infanzia, un tenore partigiano sindacalista, un primavallino morto alle Fosse Ardeatine, una signora di quasi 100 anni che abita qui e che sa tutto del quartiere. 32 sono i personaggi, 32 i ritratti, 32 i ricordi che sono dei pesi che ci aiutano a mantenere i Diritti ed a ricordare la nostra storia. Il Collettivo FX sta coordinando i lavori, lavori che stiamo curando noi di Invisibili – Ex Muracci Nostri, con il nostro grande Daniele Roncaccia e Franco Durelli. Cosa significa curare un progetto? Per noi significa stare per strada e metterci cuore, coraggio e un po’ di testa.

La logica, che contraddistingue da sempre i nostri progetti, è che chi vuole partecipa alla pittura; ha partecipato un signore che aveva dipinto anche a Tor di Nona, stanno lavorando Phobos, Tina Loiodice e speriamo in tanti altri amici. Le poesie le ho scritte io, che sono il Poeta del Nulla. L’idea è quella che chi vuole, viene e dipinge, non è importante il nome ma il progetto.

Siamo molto legati al quartiere e pensiamo che occorra raccontare delle storie di cui la strada ha bisogno, soprattutto a Roma, dove siamo pieni di streetart ma meno di contenuti. Noi vogliamo andare in posti difficili e raccontare storie difficili.”

Incontriamo lo streetart Phobos, che sta lavorando poco più in là.

Phobos al lavoro © MjZ

Phobos, parlaci del tuo lavoro all’interno dell’evento.

“Quella che sto rappresentando è la storia della morte di Giuditta Levato,  una contadina calabrese che nel secondo dopoguerra fu uccisa durante la lotta per l’assegnazione delle terre non coltivate alle cooperative di contadini. Lei costituì nel suo paese – Calabricata – una Cooperativa, che divenne poi una Lega di braccianti agricoli, che ottenne dallo Stato l’assegnazione di alcuni terreni non coltivati di proprietà del latifondista per cui lavoravano. Nei giorni in cui questi terreni furono assegnati legalmente, il proprietario terriero fece invadere i campi dai buoi per distruggere tutto quello che i braccianti avevano seminato, per cui ci fu un’opposizione dei braccianti contro il latifondista e durante questo scontro, inizialmente verbale fra le due parti, partì un colpo di fucile che ferì Giuditta Levato, che morì pochi giorni dopo all’ospedale di Catanzaro. Da allora Giuditta è diventata il simbolo della lotta per il riscatto delle terre e dei contadini.

Le frasi che sto scrivendo, di cui ho fatto una sintesi, sono tratte dalle ultime parole che Giuditta Levato pronunciò in punto di morte e che furono raccolte da Pasquale Poerio, Senatore del Partito Comunista.

“Compagno, dillo a tutti i capi ed agli altri che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti. Ai miei figli dirai che io sono partita per un lungo viaggio, ma ritornerò certamente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli ed alle mie sorelle dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato e muoio perché volevo un libero cittadino e non uno umiliato ed offeso (…)” 

Parte del murale di Phobos © MjZ

L’autore del delitto fu assolto per insufficienza di prove.

Parte del murale di Phobos © MjZ

Questa parte di murale, a sinistra, rappresenta l’uccisione di Giuditta. Non volevo realizzare un’immagine di lettura troppo immediata, per cui sono partito dall’episodio dei buoi che furono mandati a distruggere ciò che i contadini avevano seminato: i buoi sono diventati un toro, allegoria della brutalità e dell’oppressione contro il popolo, che uccide un cavallo.

Incontriamo anche la streetartist Tina Loiodice a cui rivolgiamo la stessa domanda.

Tina al lavoro © MjZ

“Questo murale ritrarrà un anziano. Stiamo parlando di diritti e ho ritenuto che fosse bello trattare il tema degli anziani. Io dipingerò questo anziano che fa delle bolle di sapone, come un bambino, perché l’anima è sempre quella. In ogni bolla di sapone ci sarà scritto un diritto, il diritto alla vita, alla salute, ad un’esistenza serena. La bolla, che è sempre una cosa molto delicata, porta questi messaggi e si spera che qualcuno li possa raccogliere.

Murale di Tina Loiodice © MjZ

C’è anche Francesca, della Cooperativa Agricola COBRAGOR 

Francesca al lavoro © MjZ

Francesca, parlaci della Cooperativa a cui appartieni ed il messaggio che state ritraendo attraverso questo murale.

La nostra Cooperativa è nata nel 1977 con uno “Sciopero alla rovescia” e quindi con un’occupazione di terre abbandonate da parte di molti disoccupati che non lavoravano, per questo noi ci chiamiamo COBRAGOR che è l’acronimo di Cooperativa Braccianti Agricoli Organizzati. Stiamo nel Parco agricolo di Casal del Marmo e dentro la Riserva Naturale dell’Insugherata. Terreni che erano abbandonati da 30 anni ed erano stati definiti edificabili. Noi li abbiamo occupati e li abbiamo messi a coltura pur avendo avuto numerose vicissitudini, chiaramente, perché erano terreni edificabili ed appetibili.

In questo murale di Paolo Ramondo, presidente della Cooperativa, che io sto colorando, è rappresentato un palazzo che viene scalzato dagli alberi e dalle piante, viene buttato giù e comincia la parte agricola con i due lavoratori. È un modo per dire “basta cementificazione” e andiamo avanti con l’agricoltura.

Murale di Paolo Ramondo © MjZ

Ritengo che progetti come questi siano importanti non solo per il quartiere dove vengono realizzati, ma anche per risvegliare una presa di coscienza sociale e culturale che ha sempre contraddistinto il nostro paese.

Non è un caso, a mio avviso, che la memoria sia un’esigenza sempre più significativa e fondamentale per poter guardare al futuro di tutti noi, e non è un caso che a questa iniziativa abbiano partecipato, con il loro sostegno ed il loro appoggio, la Cgil di Roma e Lazio, l’Ater, che ha autorizzato l’intervento, e tutte le Associazioni ed i Comitati di quartiere.

Insieme, per un futuro migliore. Partecipate, partecipiamo.

PRIMO MAGGIO a Primavalle#LaCittàDeiDiritti
Link dell’evento

Con l’adesione di
Coordinamento Comitati e a Associazioni Municipio XIV
Vengo da Primavalle
Associazione Cotogni
Primavalle in rete
Mercato di Primavalle I
Be Filmaker in Palestina
Casa del Popolo Giuseppe Tanas
Energia
Pineto United
Interazioni Urbane
…(in aggiornamento)


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