Dopo il Virus – seconda parte

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Ritorno.

Ero un comandante di missione, uno poco abituato a restare a lungo nello stesso luogo, cosicché non appena la mia presenza non fu più utile riprogrammai la nave per ritornare sulla terra.
Gli androidi di assistenza al viaggio, perfettamente ricaricati di gentilezza e resistenza allo stress con nuovi software, mi aiutarono a rientrare nella capsula di sospensione vitale, i motori traslazionali si riavviarono con un leggero ronzio, la mente ridusse il livello energetico al minimo, ero pronto per viaggiare nello Spazio Cosmico e tra i miei pensieri.

Sognai i volti degli umani
che avevamo trasportato sulla nave spaziale e lasciato su HR2550, sognai oceani
immensi che avevo attraversato in barca a vela con mio padre, sognai di essere
con lui.

Il viaggio traslazionale mi ricondusse sulla terra.
Alla base spaziale regnava una pace innaturale, sembrava non esserci traccia di presenza umana o androide. La procedura di sbarco era automatizzata, mi ritrovai a seguire i percorsi verso le uscite guidato dalle piste luminose che mi accompagnavano, con unico sottofondo il rumore dei miei passi e dei due androidi che erano scesi con me a terra.
Si aprirono automaticamente porte di ascensori, si misero in moto scale mobili e nastri trasportatori, tutto funzionava perfettamente alimentato dai generatori solari che assicuravano l’energia necessaria alla base spaziale.
Poi gli androidi si separarono da me, imboccarono un corridoio che portava alla zona dei laboratori e non li vidi più, mentre io passai attraverso i life detector, fui giudicato idoneo e mi ritrovai nell’unità delle abitazioni degli equipaggi.
Le piste luminose mi condussero all’appartamento che avevo abitato prima di partire, indossai abiti adatti alla vita sulla Terra, interrogai il personal assistant sulla disponibilità di un mezzo di trasporto terrestre nel parcheggio, presi dalla cambusa una scorta d’acqua e scesi nei garage sotterranei.
Non avevo ricevuto nessun bollettino di aggiornamento sulla situazione dell’epidemia, migliaia di domande mi ronzavano nella testa, alcune le ebbi indirettamente, non appena arrivai nel garage.
Era quasi completamente deserto, tranne qualche mezzo di trasporto visibilimente inadatto alla marcia, sentii le pulsazioni aumentare e azionai il comando di apertura dei box riservati agli ufficiali.
Dentro, sotto luci minime, alcuni mezzi erano collegati alle prese di ricarica. Ne scelsi uno di quelli che aveva la massima autonomia e che avrebbe potuto trarmi d’impaccio nel caso avessi incontrato strade in cattive condizioni.
L’idea era quella di partire alla volta della sperduta regione dove mio padre si era rinchiuso in un laboratorio. Il dubbio era che non ci fossero più le condizioni per raggiungere quella destinazione con mezzi di trasporto convenzionali.
Se la popolazione umana era stata dissipata interamente dal virus, come avrei potuto rifornire il mezzo di energia, quando se ne fosse presentata la necessità?

Presi posto al cockpit del mezzo di trasporto stradale, dettai al computer di bordo i miei desideri riguardo al viaggio, il motore prese vita, le ruote cominciarono a muoversi affrontando il pavimento del parcheggio e poi la rampa di uscita verso l’esterno. Non oscurai i finestrini, in modo da potermi rendere conto di cosa avrei incontrato una volta giunto sulla strada che collegava la base spaziale all’autostrada automatica e poi alla città più vicina.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Antonio Musotto




Almeno i fanti avevano l’elmo

Almeno i fanti avevano l’elmo. E le donne, al fianco dei fanti, prima della partenza. Le belle donne delle case di rango, travestite da crocerossine, e quelle appena un po’ trasandate figlie del popolo ma piene di natura rigogliosa e precisa, senza affidare quasi niente al caso. La bellezza di rosa in vaghezza di mondo. Tutto come doveva esser fatto, anche l’elmo. L’equilibrio, la forza, la circostanziata presenza del creato. E il fante verso il confine. Non c’era da discutere. Era così.

Almeno i fanti avevano l’elmo. Verità di vita quotidiana. Difesa di fronte ai rovesci. Difesa dai re e dai generali, nel cincischiarsi delle ovvietà da salotto. Nel gioco, mettendo sul piatto la vita dei fanti. I fanti almeno avevano l’elmo. Per non sentirli cincischiare. L’elmo, ovvero quello spazio largo un capello che li faceva uomini tra la vita e la morte. Lì sentivano di avere ancora una possibilità di scelta, forse. Uomini delle loro donne, indiscutibili di bellezza e respiro dei figli. Lì erano uomini da dentro, l’elmo. I generali, e i re, impagliandoli come burattini li appiattivano alla guerra, dove potevano solo capitarci. I fanti, con l’elmo, nella battaglia. La maschera, con due occhi disorientati sul confine. Ci cascavano dentro, a forza di pacche sulle spalle, alla partenza, mentre il treno muoveva verso un dove impossibile. E loro già incastrati nell’elmo, senza poter lasciare niente alla stazione. Già, solo l’elmo che ti appiattiva nella massa delle divise. Quella parola avanti e dietro sempre nelle orecchie. Ti tiene come un ninnolo quella parola nell’intimità dell’elmo: addio. Il mondo sempre più lontano, straniero appena fuori dalla partenza, è meno piccolo di quello, da non crederci, che ti preme sugli occhi e sul petto quando le pallottole iniziano a fischiare. E allora che fai? Il mondo quasi sparisce sotto le scarpe della corsa. Ma non puoi nemmeno scappare. E allora che fai?

Uccidi. Uccidi tutti quelli che incontri. Non senti nemmeno più le distanze. Il calore ti eccita, la corsa del gregge nero ti guida. Uccidi non per difenderti, al confine. Uccidi per scacciare quel senso di oppressione che la guerra ti dà, da quella piccolezza di mondo che ti sfila le scarpe e il respiro. Da quei colori spenti, nonostante gli occhi; da quel battito nel cuore che si fa sempre più corto e veloce. E rischia di farti tenerezza il cuore. Troppa tenerezza. E allora uccidi, che le cose che fanno tenerezza si devono difendere.
Salti fuori dal buco fante tenendo l’elmo in testa con la mano. Salti verso il cielo. E ti credi un angelo, che già l’ombra da sopra ti avvolge. E chi c’è sopra che ti stende l’ombra, fante. Chi c’è? Salti che sei già un proiettile. E cadi come un angelo subito dopo. La paura bussa alle spalle. È lì, che vuole prenderti il posto, anche nell’allacciarti le scarpe. Che stavolta devi andare davvero. C’era la morte, densa, a frenare la luce del sole, non l’elmo.

Almeno i fanti l’elmo ce l’avevano. L’ultima preghiera prima della partenza. Pretesto per toglierselo quando tutto finiva. Mostrare la testa al sole, forse a chiedere perdono, forse per riprendersi il cielo, mesciato in coppe d’aria fina. Per farsi riconoscere in tempo dai vivi, quando andava bene. Per farsi portare di nuovo in stazione, con la divisa addosso e l’elmo bucato. La guerra è un’infamia, sempre. Anche quando non scoppiano le bombe e non divampano gli incendi. Anche quando il sangue rimane nei ranghi. E chi semina odio, anche l’odio gentile e azzimato dei signori, prima o poi raccoglierà violenza e la stringerà al petto.

I fanti l’elmo almeno ce l’avevano, ma i medici in corsia no. Nemmeno quello. Ed erano soli, con il giuramento a se stessi. Soli con la testa scoperta sotto il cielo della trincea, sul pavimento della corsia, davanti a un letto di spifferi meccanici. Che tutto poteva caderti addosso, da ogni parte: ombre e veleni. E avevano vicino la mano nuda dell’angelo, quella mano a cui avevano chiesto la guida e adesso non sapeva più nemmeno indicare loro l’ora. Non avevano quasi più nemmeno un polso. L’ora, intanto, andava e veniva. E loro dritti a tenere l’invisibile sulla punta della lingua, senza elmo. I denti, sì i denti. Senza nemmeno le parole, senza poter gridare. Digrignare al massimo. Senza potersi allacciare le scarpe. E fuggire. Il dolore? No, non c’era. Si era dileguato. Un corollario superato nell’apocalissi orrifica del terzo millennio, ora cominciato davvero. Quando devi decidere chi provare a far vivere e chi abbandonare al vuoto del terzo millennio non c’è più tempo per il dolore. Accadono cose che nemmeno il dolore sa più testimoniare. E in quelle corsie senza gare, accadevano. Medici senza elmo, fanti della guerra contro un mondo ripiegato in quattro, come i punti cardinali. Ficcato finché c’entrasse in una stanza, quella della terapia intensiva. 

Quando
è scoppiato il caos avete invocato il sacro rito dell’incavo del gomito. Ma
pensa un po’. Fino a pochi mesi prima ci avevate allergizzato il sistema
nervoso con avvertimenti su avvertimenti a proposito del travisamento
dell’identità. Ed ora? Ora glorificate l’emergenza di sua santità il gomito
assiso sul naso.

Non ce l’avevo il gomito
in corsia! Non avevo nemmeno quello!
Il mio gomito serviva a reggere il braccio, che teneva il
polso, che sosteneva la mano, che reggeva i morti. No, non ce la facevo a
scegliere. Li tenevo tutti come potevo. La morte intanto mi parlava, mi
ricattava. Mi costringeva a selezionare chi affidarle. Io ho giurato chi
salvare, non chi far soccombere. Ma lì in corsia è andata diversamente, molto
diversamente. Non avevo abbastanza mani. Non avevo abbastanza gomiti. Non avevo
abbastanza lacrime. Si divertiva alle mie spalle la morte. In panciolle sul
divano aspettava che portassi la lista con i nomi del giorno. A questo ci avete
costretto a noi medici. Esseri umani privi di tutto, anche di una semplice
fottuta mascherina. Volevate privatizzare la Sanità. Bene ci siete riusciti.
Siamo “privati” di tutto, anche della pazienza, del giuramento, della sana
misericordia, della pietà. Non c’è nulla di pietoso nello scegliere chi far
morire, non per chi ha giurato di salvare vite umane.





Profili dalla quarantena – Giovanni

Giovanni è un operaio, uno di quelli fortunati però, lavora in un luogo dove gli operai sono ben pagati e tutelati.
 
Giovanni è un bell’uomo di origine messinese, un siciliano biondo con gli occhi grigi; uno di quelli che mi piacciono tanto, direi un bell’ombroso, nella sua vita ha molto amato, tre donne e sei figli.
 
Giovanni lavora in una stamperia, pochi contatti con l’esterno per il lavoro in sé, ma poi ognuno, terminato di lavorare torna alla sua vita, e la rete relazionale si estende creando ragnatele impensabili.
 
Del resto quante volte ci è capitato di stupirci perché coso conosceva cosa che tu conosci dai tempi dell’università, da questo punto di vista il mondo è una sputazzata diceva mia nonna, anche se adesso immaginare una sputazzata ci riporta subito a goccioline, saliva, inspiro virus, oddio il male invisibile!
 
20 giorni fa uno dei colleghi di Giovanni risulta malato ovvero positivo al covid19, ricoverato; è relativamente giovane, come Giovanni e come me è in quell’età limbo dove ancora ricordi bene l’energia degli anni precedenti e hai la netta percezione che il tempo passa con o senza di te, di alzarti ti riesce uguale, ma ogni volta ci vuole un cincinino di più; la testa però va a mille, forse a consolarti del fatto che nuove risorse arrivano e altre ti abbandonano.
 
Giovanni è solo, vive alla porta accanto, fuma sigarette infinite sul terrazzo, ha un’aria triste, non chiedo, capisco che è meglio lasciare stare; siamo vicini, ma tra i vicini non c’è più il contatto di prima spesso sono estranei, adesso più che altro dei vicini ci si lamenta, come se vivere in un condominio non richiedesse pazienza reciproca e comprensione, (questo mi riporta a un’altra storia, la storia di una che si diceva tanto amante degli essere umani purché non vivessero nel suo palazzo) poi una mattina mentre stracuravo le mie piante sbotta in uno sfogo come se ci conoscessimo da sempre: “Sono a casa da 11 giorni, adesso sono in preda a un’angoscia che non capisco, non mi manca nulla, Glovo ha risolto per me… – poi si adombra – no non è vero che non mi manca nulla, mi mancano i miei bambini e adesso ho anche paura di averli infettati, io in quarantena, la mamma in quarantena e loro che non capiscono cosa succede. Il più grande – otto anni – ha tanti problemi relazionali e ogni giorno aveva psicomotricità; adesso ci vediamo in video e non capisce perché non ci vado, la sua routine si è interrotta è molto agitato, stringe forte forte il fratello piccolo al punto da fargli male. Non ho più neanche voglia di annaffiare le piante… guarda che schifo!”
Gli sorrido: “Se vuoi alle tue piante ci penso io”
Giovanni sorride: “Ancora poco e finisce questa quarantena, non mi hanno fatto il test, dici che sarà sicuro andare a trovarli, ovviamente dopo la quarantena di Isabella? Che avendomi incontrato è in quarantena anche lei.”
 
E adesso cosa rispondo? “Giovanni cosa sia sicuro io non l’ho mai saputo prima, adesso men che meno, ma tu stai bene, non hai sintomi, ‘mbè credi a questo, non c’è molto altro da fare.”
 
Questo virus non sta solo mangiando avidamente i polmoni delle persone, sta mangiando gli affetti, ma ci sta anche riavvicinando, ci porta a raccontarci di nuovo con meno diffidenza; perché sì avremo anche tutti paura, ma questa paura ci sta unendo, ci fa sentire – paradossalmente tutti uguali – e anche se a volte i nostri nervi saltano e ci danno fastidio i comportamenti altrui, le relazioni vivono di una nuova confidenza, una confidenza che serve a scaldare il cuore.
 
Oggi Giovanni esce, Isabella anche ha concluso la quarantena, sono una coppia separata, ma finchè c’è questa situazione hanno deciso di vivere assieme, dicono per i bambini, ma penso che invece sia perché c’è bisogno di stare vicini, anche per i bambini; forse potrebbe rinascere la loro storia adesso, su nuove basi, sulla consapevolezza che questa separazione fisica ha fatto “male” a tutti.
 
Forse no, ma mi piace tanto pensarlo.
Buon.

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina: Renato Guttuso, Balcone a Velate, al tramonto, 1967. Olio su tela cm. 190×270 (due elementi di cm. 190×135 ognuno) 




Roma città Eterna?

È una bella giornata di inverno solare a Roma, è raro che sia così limpido
da vedere i castelli dal mio balconcino, torno da una felice e pensierosa
passeggiata al parco della Caffarella.
Mi piacciono le ville di periferia, sono pezzi di natura che casualmente la
città non ha inghiottito. In mezzo ai palazzoni dell’Appio un tocco di
poesia che commuove ancora di più per il contrasto.
Le ville di periferia non sono eleganti e istruite come le altezzose ville
del centro, gonfie di visitatori che non sanno che non stanno vedendo Roma, ma quello che tutti sanno di questa città.
Non sanno delle panchine occupate sempre dagli stessi occhi, degli uomini
soli che cercano rifugio in donne culturalmente sconosciute, ma una carezza non ha nazione – non trovi? -, non sanno dei bambini sudati e dei genitori che ripetono il vecchio ritornello: “còprite che sei sudato e poi te piji er rafreddddore…”, non sanno dei giovani che sballano in tanti modi, delle coppiette un po’ coatte che ciancicano gomma e si sbaciucchiano e si dicono: “A ci’, t’amo da mori’!”. Non sanno, ma soprattutto non vogliono saperlo perché ce l’hanno anche a casa loro, allora ogni giorno questa città si sveglia e cerca di mantenere intatti i sogni su se stessa.
Nessuno viene qua per vedere la realtà, per essere eterna questa città si
deve inventare uno spazio al di fuori del tempo: i busti severi di villa
Borghese ci fissano e si indignano per le inevitabili mutilazioni, il
Colosseo che essendo un circo non riesce proprio a credere di essere così
interessante, e tante tante chiese che mi chiedo sempre perché sono chiuse
proprio la notte quando l’uomo è più solo e ha freddo, perché sono chiuse
quando ce ne è più bisogno? È la notte che si ha bisogno di Dio.