Talvolta archiviate in un cassetto polveroso, come vuole la retorica dei ricordi, le foto di famiglia hanno invece una loro dignità quando fungono da macchina del tempo e ricostruzione della memoria personale o familiare.
A tal proposito vi racconto una storia vera, ossia la vicenda umana di un bambino di pochi anni, Marco, che perse precocemente la madre senza aver avuto il tempo di formarsi sia l’identità di figlio, sia di conservare una traccia di ricordo della fisionomia della mamma che lo aveva messo al mondo, figura determinante per ogni creatura di qualsiasi specie.
Con ciò non voglio incrementare la narrazione più o meno centrata sull’importanza o criticità della figura materna in tutti gli aspetti già evidenziati dalla psicologia e psicoanalisi, ma raccontare come le foto di famiglia siano state decisive, nella vita di Marco, per aiutarlo a “conoscere” la madre perduta: utilissima l’intuizione di una zia materna che gli mostrò, al momento opportuno, le foto che ritraevano la mamma nei vari momenti di vita familiare; un modo intelligente e sensibile per offrire un sostegno e arginare, per quanto possibile, un vuoto affettivo molto doloroso.
Per quanto riguarda la mia esperienza, le foto della famiglia di origine sono uno strumento identitario, un ritorno al passato che mi consente di ravvivare il ricordo delle mie radici, del contesto sociale e culturale nel quale sono cresciuta, degli affetti che hanno costellato la mia esistenza dalla nascita e la varietà di “comparse” occasionalmente presenti.
Si può essere più o meno d’accordo con questa interpretazione se generalizzabile, e ciò dipende da come si è portati a vivere il proprio passato con curiosità, affetto o fastidio; quindi per dare un contributo più specifico a questo tema, riporto il commento dell’amica Ariella Williams, psicoterapeuta:
“Ringrazio innanzi tutto Rita per avermi invitata a esprimere un mio commento, cosa che faccio più che volentieri concordando innanzitutto con le sue osservazioni.
Vorrei sottolineare in particolare il ruolo identitario che le foto hanno, non solo collegandoci al fluire stesso del tempo e creando un senso di appartenenza a una storia senza fine, ma mettendoci anche davanti a noi stessi, alla nostra evoluzione di persone nella sua unicità grazie a quelle figure e a quei momenti congelati nel tempo dall’obbiettivo, che hanno contribuito a creare la persona che siamo.
Sono quindi documenti della nostra crescita, degli ostacoli superati, delle tappe conquistate, delle perdite sofferte. Per un bambino, le foto di famiglia possono essere il portale a una solida autostima, sviluppandone l’autoconsapevolezza e i nessi intrinseci col suo contesto affettivo e di vita, base indispensabile per un sano sviluppo psicoemotivo. Passare in rassegna le foto con un adulto che gliele descrive attingendo all’aneddotica familiare, offre preziose occasioni per rinforzare il legame di affetto e di fiducia tra loro. Una foto non è solo uno scatto che fissa un attimo fuggente, ma collega il presente col passato mentre si cammina verso il futuro.”
Le foto di famiglia possono essere ritratti in posa formale, basti pensare alle famiglie reali o nobiliari, dinastie che si impongono all’attenzione del pubblico, o semplici scatti improvvisati di momenti memorabili della vita familiare: matrimoni, compleanni, viaggi, la laurea dei figli, ecc. : universi talvolta simili e sovrapponibili, frutto di un immaginario culturale condiviso dalle generazioni che si succedono.
Quando mia nipote Sofia ci chiederà come eravamo, troverà alcuni album fotografici pronti a soddisfare la sua curiosità. Il romanzo familiare sarà preservato.
Dall’archivio fotografico di famiglia
In vacanza a Bormio Io a due anniIo e papàIo e papà a Lavarone in cerca di funghiMia madre sorridente in fotografiaMia sorella Mara
LA MORTE TI FA BELLA
Da un caso di cronaca. Accendo la tele poco prima del notiziario delle tredici, mentre sta per terminare una trasmissione della mattina, di carattere nazionalpopolare. Si narra la tragica vicenda di una giovane povera donna madre di cinque figli, che muore a causa di un trattamento estetico. Il conduttore racconta che Samanta si era sottoposta a un intervento di rimodellamento del seno, eseguito da una praticona, “un’estetista transgender” ed è morta tra le braccia del compagno durante la maldestra inoculazione di silicone liquido; il silicone entrato in circolo l’ha uccisa. Lacrime in TV. E qui sta il punto, anche più di uno. Passo ad elencare: prima di tutto l’uso del silicone liquido è vietato da anni per la sua pericolosità; punto secondo: con discreta evidenza Samanta non poteva permettersi di pagare un intervento in ambiente ospedaliero protetto, possiamo supporre, e si fidava dell’estetista; punto terzo: il conduttore della trasmissione fa presente, durante l’intervista al compagno della donna, che l’estetista è transgender, come se essere tale fosse un’aggravante o un’informazione significativa ai fini di come sono degenerate le cose. Ho tenuto questo punto per ultimo, subdolamente introdotto dal conduttore, per sottolineare il sottotesto, culturalmente deteriore, nel penalizzare l’appartenenza di genere come responsabile, in qualche misura, di un accadimento così grave. Un’osservazione sorge d’impulso: l’accettazione del proprio corpo da parte delle donne è ancora materia di dolorosa riflessione. Si sa che dopo più di una maternità e, forse, relativo allattamento, il seno delle donne non è più garrulo e gagliardo come a vent’anni e zero figli. Non sono bastati decenni di femminismo, psicologi, psicoanalisti e studiosi delle cose umane, a rassicurarci sulla nostra integrità, sul nostro non sentirci disgregate e poco ben volute per lo più da mariti e compagni e dalla società dei modelli di quell’estetica che fa del corpo oggetto di consumo e preda – compiacente – del maschio di turno. No non sono bastati, le donne continuano a pagare il prezzo imposto dalla cultura dominante. Poi, se vogliamo raccontarci la storiella che ci facciamo belle per noi stesse, indoriamo la bugia e poi o la va o la spacca. In questo caso una giovane donna muore, cinque figli perdono la mamma e un uomo la donna amata. Dire bilancio negativo è un eufemismo. Inoltre l’ambiguo sottolineare l’essere estetista transgender equivale a penalizzare la presunta diversità di chi, nel proprio corpo, non si sente a proprio agio e sceglie, nella sofferenza, di vivere una vita travagliata fino alla fine, o sottoporsi a interventi e trattamenti per nulla semplici per poter rientrare nella propria vera pelle. Un caso eclatante quello di Samanta e dell’estetista rea di abuso della professione medica. Due vittime allo stesso tempo, una specularità che lascia sbigottiti. Eviterò in questa sede di ipotizzare quanto l’essere transgender possa diventare un piatto succulento per certa nostra politica in moto retrogrado rispetto a diritti e valori. Vedremo.
S1:E5 “Il Bicighellone nel paese delle zie”
Il Bicighellone ormai familiare ai lettori di Diatomea, ci porta in questa sua avventura della memoria a pedalare con l’immaginazione nel paese delle zie, che fu per lui, da bambino, un’esperienza rituale appartenente alla sfera materna, tanto diversa dal suo vissuto nella casa patriarcale.
Un affetto per i luoghi come estensione del calore domestico percepito da bambino, a casa delle zie.
Lorenzo De Francesco tratteggia con sensibilità quel mondo non più rurale nei comportamenti e nell’ambiente, ma ancora sul crinale, e che cede gradualmente il testimone alle lusinghe della modernità. Una modernità di fatto mimetica, brutta copia dell’originale cittadino più evoluto e tipizzato.
L’autore sottolinea con precisione i segni della mutazione, trasferendo a noi lettori le sue percezioni e osservazioni velate di rimpianto, un rimpianto che deve lasciare il posto all’adattamento ineluttabile al nuovo mondo globalizzato e disidentificato.
Rita Manganello
Una giornata di febbraio fredda ma non tanto da impedirmi di inforcare la bici per smaltire un po’ di quotidianità e ritornare padrone di un pezzo di passato.
Una strada percorsa con i genitori migliaia di volte in auto, fino alla noia, oggi la ripercorro: un ghiribizzo da Bicighellone che coltivavo da tempo. Pedalare è come pompare ricordi dal pozzo della mente, che diventano linfa per il presente.
La mamma era di Rho, classe 1927, terza di quattro fratelli; raccontavano che sarebbero stati sette senza l’intervento della mortalità infantile.
Infanzia subito segnata dalla morte precoce del padre; la madre costretta a lavorare duramente alla Citterio a insaccare salumi tra pentoloni fumanti, i figli lasciati tutto il giorno nella casa di ringhiera: era una tribù quel caseggiato, che si prendeva più o meno cura di loro, una scuola di vita. Grande affiatamento e complicità coi fratelli compagni di tante avventure e ristrettezze.
Licenza elementare poi subito al lavoro, a Milano in una fabbrica. Lì a vent’anni conobbe mio padre; lui la sposò e lei dovette iniziare la sua vita in un altro mondo: lui figlio unico conviveva con la madre vedova estremamente possessiva. Un mondo difficile. Unica concessione alla routine familiare era, la domenica, fare visita alle sorelle e al fratello.
Evadere e respirare l’aria della corte, della ringhiera, ripercorrere i tempi e aggiornarsi sulle vicende di amici e conoscenti. Io partecipavo obbediente a queste visite rituali durate per anni, fino all’adolescenza. In realtà qualche volta la mamma riusciva anche durante la settimana a prendere il bus (autolinee Stie – Milano-Legnano) per raggiungere le sorelle e mi portava con sé: ho ancora ben presente il sentore della pelle bisunta dei sedili, delle cromature e il rumore del diesel puzzolente.
Le due sorelle erano proprietarie di una drogheria in pieno centro a Rho; il fratello, grande e grosso, faceva il prestinaio, poi magazziniere all’Alfa di Arese. Oggi capisco il perché di quelle fughe di mia madre dalla suocera padrona. Osservando l’amore fraterno tra di loro, capivo il mio abisso di solitudine come figlio unico.
Oggi ripercorro la strada che porta a Rho da casa mia, come allora: niente tangenziale, voglio ritrovare le stesse sensazioni.
Sensazione di libertà e dominio del tempo, pedalo lungo la circonvallazione delle filovie 90/91, una delle linee simbolo di Milano. Al centro della strada scorreva l’Olona, ora coperto: ho ancora nel naso l’olezzo che proveniva dal fiume che, nato puro sotto il Sacro Monte di Varese, raccoglieva in quegli anni ogni genere di inquinanti, fino a gettarsi sfiancato sotto gli scarichi della zona della raffineria Condor diventata Shell, poi Eni, attualmente trasformata in complesso fieristico e alberghiero. L’Olona arrivava a Milano già morto, lasciava scorrere il suo cadavere dall’odore acre che ti prendeva la gola e seccava le labbra, difficile da dimenticare. Le acque di un colore inguardabile, spesso spumeggianti di chimica assortita.
Di questi tempi il percorso è più sicuro, la filovia, una volta incubo del ciclista – quando accostava in fermata, non si curava molto di chi c’era tra sé e il marciapiede – è ora ingabbiata nella corsia preferenziale.
Pedalo fino a viale Monte Ceneri e lì imbocco via Gallarate, costeggiando la serie di sfavillanti concessionari d’auto, il cui accattivante richiamo è subito spento dalla severa e triste geometria del Cimitero di Musocco, immutata da allora, con quella serie di finestrelle rettangolari a mo’ di prigione che già ti tolgono il fiato, memento mori visivo e spaziale che incombe su questa fetta di città: tappa delle visite domenicali istituite per salutare i defunti parenti milanesi.
Pedalo lungo una viabilità francesizzata: molte rotonde, corsie separate: in passato c’era un’unica carreggiata con una corsia per senso di marcia per cui se ti beccavi il camion lo dovevi seguire fino a Rho. Si esce da Milano e si arriva a Pero, paese spesso citato dai genitori perché era il loro luogo di ritrovo da fidanzati, a metà strada.
Attraverso il centro di questa frazione periferica della grande Milano e percorro la strada che costeggiava, un tempo, la maleodorante raffineria, ora paesaggio anonimo piantumato di fresco.
Da piccolo ero affascinato dai giganteschi serbatoi, e dal flusso delle autobotti a rimorchio con il marchio della conchiglia; quindi passavo sopra al terribile odore che emanava la zona, fissavo a lungo le torri sbuffanti di esalazioni. la fiamma della torcia¹ e i suoi bagliori lividi di giorno, sinistri la sera.
Passata la raffineria, dopo un rettilineo entro in Rho, sotto il ponte della ferrovia. al quartiere Pasqué giro a sinistra in via Matteotti, dove abitavano le zie.
Attacco la bici a un palo. Mi guardo intorno stranito, turista del tempo.
Tutto più moderno, pulito, globalizzato, asettico. La drogheria sostituita da un anonimo caffè come tanti: cerco un appiglio. Scarsissime tracce del passato, quasi nulla.
Giungevo qui, da piccolo, calzando i mocassini in vernice, tipico accessorio dell’abbigliamento domenicale, duri e scomodi da indossare: se poi volevo tirare due calci al pallone nel cortile con la pavimentazione di ciottoli, era un disastro.
Le case di ieri: molte rase al suolo, altre imbellettate di colori e stucchi improbabili come vecchie signore che lottano disperate contro il tempo, altre dignitose nel loro degrado. A volte tra il nuovo qualche scorcio ti fa intuire qualcosa, come quando sul viso invecchiato di una persona riappare un sorriso che evoca la bellezza passata. La tristezza mi assale: mi mancano gli odori di allora, le voci di un dialetto diverso dal milanese, più sguaiato, meno riservato, a volte gridato. Il fumo denso dei bar, gli aliti alcolici, gli occhi venati di sangue e i nasi rubizzi, le urla sulle carte giocate.
Oggi una prigione al contrario: in tutti i portoni grate di ferro e citofoni impediscono l’accesso, una volta lasciato libero. Si poteva entrare in qualsiasi cortile, correre e giocare. C’era la grande leva del pozzo a mano, che faticavo ad azionare, poi improvvisamente l’acqua sgorgava dal becco d’ottone consunto nel lavabo di pietra grezza. Quella leva presente nella foto d’epoca che ritrae insieme i miei genitori fidanzati.
C’era la nebbia che nascondeva la casa in fondo al cortile.
Mi manca l’odore della drogheria delle zie dove passavo ore dietro al bancone a giocare con mia cugina, fingendo di servire una clientela invisibile ma esigente, tra i grandi scaffali in legno che contenevano le merci sfuse: caffè, zucchero, farina, blocchi di cioccolato e vasi di marmellata. Le grandi uova di Pasqua luccicanti e le vetrine scintillanti di Natale: erano gli anni del boom, l’entusiasmo trainante del consumismo attecchiva facilmente.
Il cortile dove correvo per giocare un po’ anche al freddo; dentro le zie fumavano e io non respiravo.
Fuori sulla strada i giovani con le moto smarmittate e le auto rombanti celebravano la domenica del paese, chiassosi, un po’ alticci, fieri dei motori lumando le ragazze con le prime minigonne ², altri orecchiavano i risultati delle partite appiccicati alle radioline gracchianti, tutto il calcio minuto per minuto.
Le corti di oggi disinfettate, asettiche, innaturali, silenzi che urlano il vuoto.
Riaffiora nella memoria la semplicità povera di un tempo dove dominavano gli odori e non provavi schifo a rimettere in bocca il pezzo di pane caduto a terra, pulito sommariamente, piuttosto che buttarlo. Quando bevevo a piene mani sporche dalla fontana del pozzo, sudato e affannato dopo le corse: un’acqua buonissima.
Gli zii per uno strano scherzo del destino (ma il destino ha il senso dell’umorismo?), la morte se li è presi in ordine inverso di come li aveva partoriti la vita: dal più giovane alla più anziana.
Rivedo tutta la storia come la sequenza delle tessere di un domino e lo sguardo si ferma all’ultima, quella dove nessuno si può più attaccare.
Riprendo la bici, sono già scese le ombre della sera, freddo fuori e freddo dentro: ripercorro la strada verso la grande Milano, quella stessa che mamma fece un giorno, forse col magone, lasciando il suo mondo paese.
¹ La torcia, indicata anche come fiaccola, è un sistema di combustione ad alta quota di gas indesiderati utilizzato negli impianti industriali quali raffinerie di petrolio, impianti chimici o petrolchimici.
² il riferimento al cliché “donne e motori” è palese, leit motiv dell’epoca.
Infaticabile Bicighellone pedala con rinnovato vigore percorrendo le tappe di un itinerario segreto che solo lui conosce.
Guidato dalla memoria e dalle percezioni sottili generate dal mormorio dell’anima, Lorenzo si muove agilmente tra gli elementi dell’ambiente che la vista individua e riconosce, restituendo a noi l’immagine speculare delle sue proiezioni interiori.
Frammenti di esperienze passate, umori del momento, la curiosità di ritrovare, nei dettagli del paesaggio, parti di sé che partecipano a una presa di coscienza nota solo a lui.
Le fotografie in bianco e nero esaltano l’interiorità senza cedere al dogma dell’astrazione – lo dico in senso buono – che è una delle caratteristiche principali della fotografia priva di colore.
Un’indagine retrospettiva che spazia dai ricordi d’infanzia al presente, in un’evoluzione costante che è tipica delle persone riflessive.
Penso che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé in queste immagini e nella storia dell’autore che aspira a inserirsi nell’ immaginario collettivo di cui tutti facciamo parte.
Rita Manganello
Cosa spinge il Bicighellone a inforcare la bici e avventurarsi senza meta nell’imbolsita domenica invernale milanese, in questi inverni non più inverni, ove nebbia e neve sono eccezione e non regola?
Dove istintivamente si aggira il bicighellone milanese? Dove appare, in questi mesi che verranno ricordati dai sopravissuti come quelli della pandemia, delle mascherine, della pioggia dei decreti matrioska ?
La molla che proietta il bicighellone fuori dal suo habitat è composita: un’inaspettata unghia di sole, una delusione, un’idea da rincorrere, un’illusione di libertà, una discussione, un pasto troppo ricco che ha reso le arterie cerebrali foderate di colesterolo da smaltire.
Dopo aver girovagato tra Naviglio Grande e bastioni deserti, mi dirigo con una pedalata gagliarda lungo la cerchia dei navigli, zona popolata da sparuti accompagnatori di cani e invadenti cantieri della linea metropolitana 4 – ernie che strozzano la strada – e imbocco corso Venezia con la sua ambiziosa prospettiva.
Come un magnete gravitazionale, al quale nemmeno le astronavi più potenti riescono a sottrarsi e ne sono inesorabilmente attratte, penetro in quei Giardini pubblici milanesi discutibilmente intitolati a un controverso personaggio non milanese.
Li ci sono tre pilastri – milestone per gli snob – della memoria, personale e collettiva dei molti che hanno pascolato come un placido gregge in questi luoghi, le domeniche della loro infanzia, vestendo i panni della festa e accompagnati da uno o più genitori analogamente lindi e ben vestiti e dotati di videocamera: miniature e modelli ben appaiati nella somiglianza.
Quando con la bici passo accanto a questi luoghi, nella mente si accende in automatico lo schermo della memoria che mi fa entrare nel flusso del tempo.
Lo zoo, meraviglia dell’incosciente e pura infanzia, orrore dell’adolescenza e oblio dell’oggi: gabbie vuote ove le fiere hanno lasciato il posto ai nostri desideri irrealizzati. Il brivido di paura quando la proboscide bavosa dell’elefante risucchiava le noccioline dalla manina; l’olezzo del pesce che restava sulla mano dopo averlo gettato alle golose foche, l’odore acre degli escrementi animali che attecchiva nelle narici a lungo permanendovi. Oggi prendiamo coscienza che gli ingabbiati siamo noi: consumismo e globalizzazione ci gettano le noccioline che aspiriamo bavosi.
Il museo di storia naturale, col suo enorme triceratopo che stupisce sempre per le sue dimensioni e la teoria di animali imbalsamati che resistono a ogni tentativo di rinnovamento espositivo, improbabili testimoni del mondo, ma tracce dell’incapacità a diventare un museo moderno. L’ho visitato da bambino, ci ho portato i figli e ora i nipoti e quei vitrei occhi sempre gli stessi, immutate sentinelle del tempo. Come uno strano rito iniziatico l’obbligato percorso tra quelle vetrine.
La nostalgia che aleggia nei luoghi è squarciata, come le nebbie marine dal sole, dalla sagoma tonda del Civico Planetario, stargate mio e penso di molti. Una costruzione discreta, quasi mostrasse ritrosia a farsi vedere di fianco al pomposo ottocentesco neogotico museo di storia naturale. Lì ho scoperto l’universo. Il padre lungimirante mi ci accompagnava regolarmente e io, inizialmente inquieto nell’osservare il mostruoso insetto ergersi al centro della sala, con le divertenti sedie girevoli, restavo senza respiro quando al calare delle luci l’immensa grandezza dell’universo era a portata di mano.
Gl occhi si perdevano e le orecchie assorbivano le appassionate lezioni degli astrofili, che iniettavano la voglia di scoprire. Da quello spazio-tempo fantastico nel quale ci si richiudeva per un’ora in un magico cinema cosmico, si usciva ricaricati, rigenerati, con una scala dimensionale impressa nell’occhio che ci dava la misura delle nostre cure rispetto all’universo. Da lì, il passo a comprarsi un telescopio e trascorrere intere notti al freddo a perdersi nelle stelle e nei pianeti, è stato breve.
Oltrepasso questi fari che irradiano onde di memoria, e mentalmente rinvigorito dal formarsi di nuove sinapsi, attraverso il giardino e raccolgo pensieri ed emozioni, evocate da oggetti insignificanti: si tratta di rifiuti che invece parlano, ancora vivi. Un fazzoletto sulla panchina, forse ancora umido di lacrime o di Covid; uno scontrino accartocciato a terra, gesto di un incivile o memoria di un evento, un riflesso in una pozzanghera destinato presto a sparire sotto le mie ruote, che in un attimo mi dice del mio rispecchiarmi nella dicotomia tra reale e immaginario, dove siamo, dove vorremmo essere, alberi vivi o rinsecchiti, dove non saremo mai se non nel desiderio o in una a lungo sognata sua materializzazione. Come il vasto riflesso del museo nella grande pozzanghera con la sua frontiera fangosa tra reale e immaginario.
Quei binari messi lì per il gioco dei bambini e che ci dicono di un percorso apparentemente spensierato tra il verde, percorso che è invece obbligato, dove l’inizio coincide con la fine simulando l’eterno ritorno. Quelle panchine, inalterate sotto ogni clima, più impregnate dei confessionali di storie, di incontri felici o di tristi addii, di ricordi, come nei film che definiremmo prevedibili, se non continuassero inspiegabilmente ad essere proiettati e partecipati. Mamme con i bimbi in carrozzina, signore con un libro, umarel con la Gazzetta dello sport arrotalata nella tasca del cappotto, donne sole con un cane, grappoli di ragazzi abbarbicati agli smartphone da cui attendono messaggi di salvezza o di perdizione, gruppi di fotoamatori con corredi da safari fotografico per immortalare dei piccioni. Alberi che mi dicono della loro storia, angoli di verde-illusione-di bosco in cui appartarsi, in realtà dei traforati violati dagli sguardi dei passanti. Alberi da abbracciare per captare l’energia verde di cui la città ha sete. Un fantastico affresco, sempre diverso e sempre uguale.
Immagini come quelle belle enciclopedie di una volta, acquistate a fascicoli, rilegate con cura, esposte con orgoglio nel salotto buono e ora cimeli ingombranti sparsi tra solai, cantine, seconde case, box: tanto amate e ora tradite con un annuncio di vendita a poco prezzo su Ebay.
Immagini che fanno sbocciare improvvisi i ricordi, come la pioggia sul deserto di Atacama, tappeti ancora vivi, colorati, odoranti, conservati nei vasi di vetro della drogheria della memoria, che ho accumulato nel tempo e che mi piace riaprire per riannusare, fin quando avrò le chiavi e saprò leggere le etichette.
Il terzo episodio degli Appunti del Bicighellone vede il protagonista aggirarsi nelle aree di frontiera urbana caratterizzate dalla presenza di mutazioni che possiamo individuare nella street art considerata talvolta creatività marginale, opera di graffittari invadenti. L’esplorazione cittadina compiuta dall’autore non si limita a registrare, all’occorrenza, le disarmonie di un assetto casuale e caotico degli elementi architettonici e urbanistici, ma diventa occasione di riflessione sul proprio vissuto in un territorio lacerato dall’espansione incondizionata della città, regolata da criteri che poco hanno a che spartire con l’idea di coerenza funzionale ed estetica e rispetto del destinatario: noi. In fondo il Bicighellone prende atto della difformità di talune progettazioni nel contesto urbano, con pacata rassegnazione. Il concetto di frontiera, di cui parla Lorenzo De Francesco, è sia nostalgia di un passato semplice ed essenziale, sia tentativo di mediazione con una realtà non modificabile. Siamo noi quello sbaglio di natura capace delle peggiori trasformazioni ambientali, e dobbiamo rassegnarci al degrado che è ormai storia infelice di questo pianeta?
Rita Manganello
Lascio l’auto-utero, ovattata navicella che per anni mi ha condotto nei tragitti ciclici casa-ufficio-cliente-ufficio-casa-scuola-supermercato-mare-montagna-casa-ufficio… Nel tentativo di alienarmi da quello che stavo attraversando, mi immergevo in un mondo di notizie ossessive, martellanti, di musica di evasione appositamente ricercata o di lunghe telefonate con altri disperati come me su altre navicelle vaganti nel territorio, inseguendo affannosamente il business.
Inforco l’amata bici, mi sento nudo, non più difeso dal guscio uterino di vetrometalloplastica, schiaffeggiato dai rumori, dai gas, dalle asperità del manto stradale: rotaie, tombini, giunti, che emergono dal nulla e mi fanno sobbalzare ricordandomi come sono fatto dentro, eppure mi sento libero.
Torno dai giretti nella campagna circostante e attraverso la frontiera urbana che separa i campi dalle prime case.
Terre di mezzo la cui cifra distintiva sembra essere una costellazione di piccole discariche estemporanee e abusive, sparse casualmente, riempite per consuetudine e regolarmente svuotate, ma sempre piene: escrementi occasionali che marcano il territorio, come una città organismo che non ha un cesso, ma che si libera, un po’ per affronto e un po’ per tracotante presenza, infilando i suoi squallidi tentacoli urbani nei campi.
Poi arriva lei, la città: asfalto, marciapiedi, cemento, pali, linee aeree e sento man mano che la terra nuda di prima è ora strato sottile e soffocato dall’alto in basso, wafer trapassato dai cunicoli fognari e infarcito di questi invadenti manufatti che pare crescano in modo disordinato. E così gli umani. Li vedo scorrere compressi, incanalati, pesci boccheggianti nelle navicelle ovattate, che a volte urlano e gesticolano testimoniando l’oppressione.
La città come una pentola a pressione che cuoce tutte le vite accorciando i tempi.
Lo sguardo e la mente si distendono e al solito indugiano bighellonando su luoghi che scopro di frontiera interna, dove il rivestimento di cemento e asfalto non ce la fa a contenere la pressione e qualcosa tracima irresistibile sputando linee e colori, forme assurde viste di primo acchito.
Zone ricche di interventi pittorici sul tessuto urbano, luoghi da un lato ambigui, equivoci, un po’ sinistri; dall’altro intuisco emergenze di pensiero, istanze represse di creatività intensa che trovano spazio e, a tratti, illuminano.
Cangianti, secondo le opportunità, gli spazi e gli umori degli artisti.
Il salto qualitativo dal “marcare il territorio” a “emergenza creativa” che a volte ben sintetizza sogni e/o incubi del nostro quotidiano.
Li sbirciavo distrattamente passando in auto, concentrato su altro, oggi posso percorrerli lentamente, fermarmi per contemplarli e fotografare i particolari.
Allora scopro la contaminazione creativa: come in un film di fantascienza si affacciano creature improbabili eppure fatte di parti singolarmente riconoscibili, come se l’artista si fosse divertito a smontare il mondo animale – uomo compreso – e a rimontarlo a piacere, per definire nuove funzionalità non necessarie alla produttività ma solo alla fantasia.
Un tracimare spumeggiante e incontenibile quasi a scostare con la sua forza il coperchio tombale dei muri, spesso proprio dove passano i treni, quasi a voler afferrare l’essenza di quelle vie di fuga, di transito o di arrivo, comunque di spinta verso qualcosa.
I sensi si collegano spontaneamente al repertorio iconografico memorizzato. L’artista si è lasciato, cosciente o no, contaminare, trasformando segni e forme in nuovi soggetti, il cui significato scaturisce dalla fantasia del passante.
A volte mostri, a volte figure ammiccanti, personaggi di altri mondi vestiti di cromie suggestive, rovinate spesso dai vandali e dal tempo ma presto riproposte in nuove configurazioni immaginarie.
Inquietanti innesti uomo macchina come gli Alien di Giger o citazioni surrealiste e dadaiste, anti-arte che diventa arte, disgustando l’umarel mediocre dalle cartilagini mentali artrosiche.
Stargate per le menti aperte e ancora vive, verso mondi fantastici che raccontano l’irriducibilità dell’umano anche sotto secoli di cemento, l’urgente e necessaria voglia di comunicare che trasforma luoghi tetri e anonimi in passaggi tra due mondi incompatibili.
Uno di questi luoghi lo conosco bene, sotto gli archi che emergono lentamente dall’asfalto per innalzare il treno sopra il Naviglio e proiettarlo verso la Lomellina, archi che nelle grigie serate si trasformano in antri bui e inquietanti, a volte mal frequentati.
Lì sotto sgorga misterioso il Lambro meridionale, un canale artificiale che nasce dalla confluenza dell’Olona con uno scaricatore del Naviglio Grande, con le sue acque turbinose.
Archi che sembrano invogliare i treni a saltare fuori dai tunnel della città per sfrecciare liberi nella campagna, per poi tornare alle loro case. Oppure sempre lì i treni sembrano rallentare per essere inghiottiti dalla città quando arrivano nelle nebbiose mattine dense di sonno e di rumore.
In uno di questi antri orcheschi si trovava un grosso e loquace gommista. Aveva l’officina incastonata sotto l’arco, saturando tutto lo spazio disponibile, con l’apertura principale su viale Cassala e la secondaria che dava sul retro, pochi metri prima della riva del canale. Uno che quando ci andavi per una foratura, con varie scuse cercava di farti cambiare tutto il treno di gomme.
Un luogo quasi bucolico, possibile meta di incontri amorosi, se non fosse per la secolare puzza delle acque e per i rifiuti regolarmente abbandonati sotto l’arco o gettati nel canale, lasciando fetidi resti impigliati nella vegetazione caotica delle rive. Infatti fu chiamato per secoli Lambro merdario per lo scolo dei residui fognari di Milano.
Ricordo il fetore quando portavo l’auto sul ponte sollevatore, nell’ampia parte dell’officina situata tra il cavalcavia e il canale, come se l’antro si espandesse istantaneamente in un altro mondo, spazioso, sconosciuto, che esercitava su di me un insolito e nauseabondo fascino di luogo accessibile a pochi selezionati avventori.
Ancora oggi lo attraverso furtivo in bici per tagliare il percorso costeggiando il canale e riprovo le stesse sensazioni, sento lo stesso odore.
Mi allietano queste creature che emergono da un universo represso per smuovere la mente e mi accompagnano gioiose per tutta via Malaga, fino a casa, invitandomi a fuggire con loro.
Proprio oggi, in bilico sulla riva del canale qualcuno ha lasciato una carrozzina per invalidi, quasi nuova, che guarda le acque dal bordo ripido. Suggestiva metafora di uno spettatore innamorato del luogo fino alla paralisi, dissoltosi nei mefitici vapori chissà quando.
Siamo al secondo racconto della serie Appunti del Bicighellone. Lorenzo De Francesco ci conduce, a cavallo del suo destriero cittadino, nei sentieri campestri alle porte del quartiere Barona, tra le vecchie cascine che costituivano il tessuto abitativo di quella parte della città, Milano, dove l’urbanizzazione spinta è poi penetrata a dilapidare quel contesto umano e sociale divenuto obsoleto, come pretende lo sviluppo socioeconomico di qualsivoglia metropoli. La mente adulta si perde nei bagliori della costellazione adolescenziale – la prima bicicletta ricevuta in dono dal padre – per poi liberarsi nel presente, per soddisfare il bisogno di qualche momento per sé mediante brevi fughe nella campagna, crinale tra il vecchio e il nuovo, come un navigatore in solitaria alla ricerca della propria unicità.
Rita Manganello
Lei mi aspetta silenziosa, anche per mesi, al buio; sa che prima o poi aprirò la porta, entrerò con lo sguardo basso. Non mi serba rancore, alla fine sa che quando ho bisogno vengo a cercarla.
Il suo occhio un po’ strabico e dalla palpebra ossidata si accende del riflesso della lampadina nel corridoio della cantina.
Aspetta che io le sciolga la catena, la abbracci per sollevarla e la porti alla luce, per darle una ripulita, gonfiarle le gomme e raddrizzare un po’ il manubrio condorino. [1] Appena lo impugno mi torna alla mente il giorno, era giugno 1966, quando mio padre me la fece trovare al mattino, con una scusa, davanti alla porta del box: la Legnano serie oro, luccicante e splendida; le decalcomanie artistiche la impreziosivano, le cromature scintillavano al sole. Era il premio per la mia promozione col massimo dei voti all’esame di terza media, primo prodotto della famosa media unificata [2], considerata un po’ di serie “B” da quelli che avevano fatto la vera scuola media. [3] Per uno strano scherzo del destino, che ama riportarci coi piedi per terra, la gioia di quel dono venne subito offuscata nel pomeriggio dalla morte della nonna materna: la dura legge della compensazione.
Con lei iniziai a esplorare solitario le strade della Barona che cambiava, e per me cambiare i rapporti era una sensazione nuova, unica, sentire lo scatto e il variare della forza da impiegare. Mi accompagnò nelle lunghe solitudini al lago, tra Desenzano e Solferino e sulle statali dell’assolata pianura, per diversi anni.
Con lei ancora oggi, come con un’amante furtiva, attraverso rapido le ultime case per gettarmi nei campi del parco agricolo. Emulo povero di un cavaliere nelle praterie, ricerca di solitudine, silenzio; sento il vento che fischia nelle orecchie e immagino di essere quel cavallo arabo del proverbio. [4]
Parco assediato dai barbari alle porte, centri commerciali e direzionali cresciuti nella mistificazione consumistica, frattali del progresso che trovano una tentata bellezza solo vestendosi abusivamente nelle rare giornate terse, con i raggi del sole morente. Altrimenti restano tristi monoliti, il cui splendore luccicante da nuovi viene presto attaccato dagli spietati ossidi, uniformandosi al paesaggio.
Villaggi residenziali ricolmi di promesse di verde e di spazi, progressivamente affiancati da altri che erodono il verde, impacchettati dai nastri di autostrada e tangenziale; le zanzare festeggiano l’arrivo dei nuovi ospiti.
Percorro quella che mi piace pensare come frontiera urbana: avanzano i segni della colonizzazione, cartelli stradali arroganti, tralicci enormi incombenti, carichi di energia chissà da chi e per chi.
Segni che inquinano il tracciato medioevale dei canali irrigui delle marcite, tecnica culturale millenaria importata dai monaci cistercensi e che diede benessere e prosperità, ora in disuso per colture più profittevoli.
Edifici che finiscono improvvisi nel vuoto orizzonte dei campi, presidiato dalle prime cascine – di frontiera, appunto – baluardi che offrono prodotti a chilometro zero e danno al cittadino l’illusione contadina compresa nel prezzo e piacevoli convivi domenicali.
I campi resistono, mi accolgono d’estate col sentore caldo dei mucchi di letame, col profumo del fieno tagliato, con nugoli di insetti che sferzano il viso in corsa; d’inverno con l’umida nebbia che tutto sfuma, compresa la propria identità, simile a quella dei solitari sconosciuti che vagano nei campi: figure umane e vegetali fuse in un unico limbo.
Una fuga dall’alienazione necessaria e sedativa del quotidiano, ricerca compulsiva di radici lontane, domande non risposte.
La strada scorre sotto le ruote, gli occhi osservano ipnotizzati e sospesi, la mente rivede rapida scelte di studio, di vita, di lavoro, incontri d’amore e di sofferenza: annegati diorami in una boccia di vetro opacizzato dal tempo.
Strada apparentemente libera, ma rotaie invisibili guidano il percorso della vita. La mente nuota come in un’immensa piscina, mare ove i ricordi ti vengono incontro, a volte pesci colorati, a volte frammenti di polistirolo che galleggiano sulla linea dei giorni.
La città la senti: di giorno la sua ossessiva vibrazione di fondo, di sera la diffusa luminescenza che uccide le stelle più piccole, lasciandoci Sirio, qualche pianeta di passaggio o l’ineffabile Selene.
Mi allontano, ma l’elastico gravitazionale della città mi trattiene, invisibile, mi dà l’illusione della fuga ma poi mi riprende quando sono esausto, mi fa ritornare, con nello zaino la borraccia vuota, piena d’aria di libertà.
Sudato, la abbraccio teneramente per riporla in cantina, spengo la luce, dentro e fuori.
Alla prossima.
[1] il termine “condorino” ( piccolo condor) si riferisce alla forma a uccello del manubrio dritto e stretto. La bici condorino era costruita dalla maggior parte dei produttori italiani dalla metà degli anni ’50 fino alla metà degli anni ’80.
[2] La riforma scolastica della scuola media inferiore, detta scuola secondaria di I grado (legge nr. 1859, 31.12.1962), grazie alla quale si istituiva in Italia l’obbligo scolastico della durata di otto anni, dando il via alla scolarizzazione di massa.
[3] Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione.
[4] “l’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”.
La mia Barona, di Lorenzo De Francesco, si radica nella temperie culturale degli anni del boom economico, quando il Paese si avviava alla trasformazione dettata dallo sviluppo industriale e la speculazione edilizia. Lo scenario è il quartiere Barona, nella periferia sud-ovest di Milano, descritto con vivace affettività dal nostro autore, protagonista e osservatore del suo particolare microcosmo. Lorenzo, bambino negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, annotava puntualmente i contorni della sua vicenda personale e familiare, nell’epicentro della transizione urbanisticamente e socialmente significativa dal borgo rurale alla metropoli. Coloriti i riferimenti ai personaggi che ravvivano il racconto, ancorati alla cultura popolare milanese di quegli anni. Una testimonianza gradevole di sapore memorialista.
Rita Manganello
Preferisco prendere il tram, mi dà sempre una sensazione di libertà protetta, posso guardare a 360 gradi la città che scorre fino al tratto che attraversa il ponte di via Valenza, infilando poi Ripa di Porta Ticinese a ridosso del Naviglio Grande. Qui il tranviere si rasserena, è uscito dal traffico asfissiante da via Torino a Porta Genova e si lancia sul rettilineo in un’accelerazione liberatoria.
Amo sentire lo sferragliare e il dondolio provocato dalla velocità. Attraverso i vetri, i luoghi ancora familiari, le mura dello scalo di porta Genova, il ponte di ferro delle Milizie, nome inquietante come la sua sagoma dura, lascito di una costruzione dell’era fascista. Man mano vedo avvicinarsi il profilo familiare e inconfondibile della chiesetta di S.Cristoforo, ora non più inghiottita dalle nebbie che la soffocavano quasi sempre d’inverno, quando ero piccolo.
Ci passavo molto tempo, nei pressi di S.Cristoforo: i miei avevano un’ officina in via Pestalozzi, una via stretta dove transitava il tram 12.
Questa linea tranviaria terminava la corsa al capolinea di piazza Miani passando per via Biella; al 20 c’era la mia casa natale al quarto piano senza ascensore.
1963 circa, Via Binda angolo via Watt
1971 circa, via Biella angolo via Zumbini
Via Biella angolo via Simone-Martini primi anni 30
1966 circa, piazza Miani
Ponte delle Milizie
S. Cristoforo
Una memoria del cuore il tram 12: mi portava da casa a scuola, all’officina e poi in un quarto d’ora in piazza del Duomo, senza dover cambiare.
È su questo asse che si svolge la memoria dei miei primi anni. Ogni tanto ripercorro i luoghi e trovo che qualche elemento della storia cittadina è scomparso: prima è sparito il 12, sostituito da autobus rumorosi, fumosi e poco spaziosi; sono rimaste mute per anni la linea aerea e le rotaie, giusto per aumentare il rimpianto. Poi hanno coperto anche quelle, togliendo le lastre di pietra e porfido, che erano l’alveo rassicurante delle rotaie, indistruttibile e distruttivo per le ruote e le sospensioni delle auto.
Sin dalle elementari, nella piccola officina di mio padre, è stato per me un crescendo di lavoretti fino a uscire in missione, da grande, insieme agli operai.
Il marciapiede di via Pestalozzi potevo percorrerlo con la mia piccola bici anche senza sorveglianza, da un passo carraio all’altro. Ci sono ancora gli stessi tombini, impressi come ricordo nella mia mente come nell’asfalto.
Dal piccolo mondo di S.Cristoforo, che esploravo quando ero in officina al piccolo mondo della Barona, quando ero a casa; la prima esplorazione fu visiva dal grande terrazzo dal quale si dominava mezza città e mezzo cielo, visuale libera da case più alte, un grande prato davanti caratterizzato dal coro di rane e zanzare. Più tardi emerse il mondo nuovo dell’adiacente quartiere di S. Rita.
La Barona era ancora periferia ai margini della città, costellata da una corona di case popolari anteguerra. Tristi e serie. Subito dietro campi e cascine; la città finiva bruscamente liberando la campagna dall’intrusione del cemento. Alle case anteguerra si aggiunsero subito costruzioni più moderne, ancora più brutte e spartane, per accogliere gli immigrati del boom economico.
Salivo sul tram davanti a casa, tre fermate ed ero a scuola o in officina. Non ho mai capito perché non si potesse andare a piedi, scelta incomprensibile dei miei genitori.
Il 12 aveva una particolarità dovuta alla curva a gomito nella stretta via Pestalozzi: lì il binario diventava unico e c’era un semaforo per i tram d’ambo i lati. Era divertente vedere l’alternarsi delle vetture e cercare di capire come si azionava lo scambio che talvolta si inceppava, costringendo il tranviere a scendere con la gügia[1], arnese che serviva anche da minacciosa arma impropria in caso di discussione con gli automobilisti spazientiti dall’intralcio.
Oppure quando la pertegheta scarrucolava e il bigliettaio (era compito suo non del conducente) doveva scendere dal tram e bestemmiando riposizionarla sulla linea elettrica con vari tentativi; risalire poi di corsa perché il conducente aveva fretta di ripartire per rispettare la tabella di marcia.
In un quartiere cittadino fortemente tipizzato, come era la Barona all’epoca, non potevano mancare i personaggi di culto che caratterizzano la comunità di abitanti della zona.
Sul Naviglio, il cartolaio che fumava sigarette al mentolo rilasciando quel delizioso profumo che impregnava tutto, il fotografo con le sue apparecchiature misteriose e sempre molto indaffarato, l’idraulico grasso e sudato con manone enormi e tuta con bretelle: un retrobottega che era una miniera di metalli vari e odori strani e che si apriva su di un cortile sconosciuto; il ferramenta gay che mi guardava con interesse, il verniciatore stravagante che posata la pistola a spruzzo, la sera impugnava tavolozza e pennelli e continuava a dipingere, l’elettricista enorme, zoppo, sinistro, dalla voce tonante che talvolta virava in un falsetto inatteso, l’ex pugile sempre ubriaco, il lattoniere milanesissimo – una sputacchiera ambulante e donnaiolo incallito – gli occhi sempre infiammati.
Nella lista dei personaggi tipo si distingueva l’ingegnere della fabbrica dei trasformatori industriali con un innato senso di superiorità verso i piccoli artigiani.
L’officina aveva come sede un’ex macelleria di ridotte dimensioni: c’erano ancora le piastrelle bianche e rosse e i ganci per appendere al muro i quarti di bue.
Era quanto rimasto della florida azienda metalmeccanica del nonno, che subì un rovescio di fortuna, il che costrinse mio padre a lasciare gli studi professionali e a trovarsi subito un lavoro, come soffiatore di vetro alla Pastelor, dove conobbe mia madre.
Grazie al boom, l’officina è andata sempre ampliandosi, dalla superficie dei locali al volume d’affari, fino a quando mio padre lasciò l’attività a 70 anni nel 1994, cedendola al più intraprendente dei suoi operai.
La signora Ester era il nostro legame con S. Cristoforo; lei era una di quelle che al mattino lavavano i panni nel naviglio per sbarcare il lunario e nel pomeriggio tirava le punte [2] da noi. Con il marito gravemente malato, doveva tirare la carretta lei. Lavorava il vetro accompagnando il movimento delle mani con un dondolio incessante del corpo e della testa, una cosa ipnotizzante, i capelli bisunti fissati da un vecchio fermaglio.
A 15 anni il trasloco nella nuova casa: la conclusione, la fine del sogno. Quando trasportavo le vecchie cose nella nuova abitazione, sapevo di lasciare qualcosa, per sempre. Ritornavo ogni tanto in via Biella e vedevo frammenti del passato densi di memoria scomparire inghiottiti o sostituiti da manufatti anonimi senza storia per me.
Nella nuova casa, con ascensore, doppi servizi, box, cortile, mancava però quel mio grande polmone: il terrazzo sul cielo e sul verde.
[1] Asta metallica che consente l’azionamento manuale di un deviatoio da parte del tranviere.
[2] Prima fase della lavorazione del vetro in canne per la creazione di ulteriori manufatti: il tubo viene scaldato mentre è fatto continuamente ruotare con le dita e leggermente insufflato per evitare che si afflosci, tirandolo progressivamente fino a separarlo in due parti, ognuna delle quali a “punta” perfettamente simmetrica una volta raffreddata.