Il cane scappato

A un certo punto, mancavano pochi chilometri al raccordo anulare, mentre la radio suonava i Creedence Clearwater Revival, ho visto che il traffico sull’autostrada era fermo.

Le automobili che prima mi avevano sorpassato ora erano con i lampeggianti di emergenza accesi, e qualcuno era pure sceso dall’auto.

Ho rallentato fino a fermarmi a un paio di metri dalle ultime auto, ho acceso anch’io le quattro frecce, e siccome nello specchietto non vedevo altre macchine sopravvenire, ho aperto lo sportello e sono sceso, andandomi ad appoggiare sul guard-rail della piazzola per la sosta di emergenza.

Che se arrivava il solito Nicky Lauda e mi tamponava, almeno ero in luogo sicuro, forse: certo che se invece ci piombava addosso una autocisterna carica di gas, ma ho scacciato il pensiero fastidioso, uno con la cravatta e la camicia macchiate di sugo si era avvicinato e mi aveva domandato cosa fosse successo, perché eravamo fermi.

“non lo so, ora ci informiamo”, gli ho risposto.

“andiamo” ha ribadito quello macchiato di sugo, curioso di scoprire la causa del campeggio di lamiera improvvisato sulla A1.

Ho fatto scattare la chiusura centralizzata della utilitaria, il cicalino ha fatto bip, e abbiamo risalito la corrente congelata di carrozzerie, qualcuno era rimasto in auto a sbraitare nel vivavoce, che i cazzi suoi si sentivano a chilometri di distanza, qualcun’altro leggeva il giornale, altri scorrevano le notifiche dei social network.

Più o meno una sessantina di esseri umani assortiti intrappolati in duecento metri di autostrada, poco prima dello svincolo per un autogrill.

“potevano entrare e parcare lì dentro” disse il mio accompagnatore occasionale, con un accento inequivocabilmente romagnolo “evidentemente non ci hanno pensato” ho ribadito senza troppa convinzione.

Poi abbiamo sentito bambini che piangevano, un uomo che chiamava “Birillo, Birillo” e quindi abbiamo notato una truccatissima che fumava seduta sul cofano del suv con la stella, e che imprecava “col cazzo che Birillo torna”.

Siccome lavoro nella comunicazione scientifica mi sono sentito in diritto di chiedere alla truccatissima cosa fosse successo “è scappato Birillo” ha sibilato quella, buttando il fumo di lato.

“Un bambino che scappa in autostrada?” ha allora ribadito il mio accompagnatore occasionale.

“ma no, si figuri” ha esalato quella che non si era mossa dal cofano, con la mano destra a reggere la sigaretta in posa plastica, polso piegato a novanta gradi “Birillo è il cane”.

Praticamente si erano fermati per fare pisciare il cane, una specie di meticcio multicolor che stava abbaiando nella scarpata, e quello si era fiondato fuori dall’auto lanciandosi verso l’autostrada, poi era stato scansato da un furgone e si era più prudentemente spostato verso la cunetta, dove il compagno di quella che fumava era sceso per cercare di riprendere Birillo e riportarlo ai bambini che piangevano.

Ma per fare questo aveva convinto un paio di camionisti a fermare il traffico, per evitare che gli ammazzassero il cane.

Nel frattempo uno con la faccia da politico aveva preso lo smartphone e aveva detto “ora chiamo la stradale e mettiamo fine a questo scandalo, qui c’è gente che deve andare a lavorare” anche se non era per niente credibile.

Il tizio con la cravatta sporca aveva attaccato bottone con la truccatissima chiedendole una sigaretta, e siccome io non fumo mi sono spostato di qualche metro, indeciso se tifare per Birillo, che fiutava tutti i cespugli e schizzava piscio random, o per il marito di quella seduta sul cofano del suv, che si era anche inzaccherato le stringate di fango, e un po’ chiamava il cane, un po’ bestemmiava in aramaico antico.

Ho cominciato a guardare anch’io le notifiche sui social, i miei amici elettronici sfigati mandavano messaggi prenatalizi, con immagini di santi, alberi di natale, pacchi dono e altra paccottiglia del genere. Nel frattempo pensavo a Sante, un amico virtuale, lontano cugino nella realtà, che passava almeno venticinque ore al giorno seduto davanti al PC, certificando la propria esistenza in vita a se stesso e ai suoi contatti con qualche selfie  qualche idiozia linkata in giro.

Che glielo volevo dire a Sante: “Sante,  poi ti accorgi che la tua vita sta andando a fondo, stringendo in un balletto mortale anche quella delle persone che ti stanno accanto. Ma non anneghi, no: è come se avessi le branchie oppure una dose inesauribile di ossigeno nei polmoni, e continui ad affondare, con l’acqua che diventa più scura ma a poco a poco, lentamente. E le bollicine intorno. E tu invece stai davanti al computer a fare cosa”

Ho smesso di pensare perché il cane era uscito dal fosso e si era avvicinato a me, forse ha capito che non odio i cani. L’ho arpionato dal collare e siccome era anche arrivato il suo autista, con le scarpe sporche e la camicia sudata, gliel’ho riconsegnato.

Quello aveva iniziato a spiegare il perché e il percome ma io avevo fretta e me ne sono andato.

Le persone che erano scese dalle auto si sono affrettate a risalire, in pochissimo tempo avevamo il motore acceso, io ho guardato sul sedile posteriore il regalo incartato, ho ingranato la prima e sono ripartito “stasera è Natale, questo regalo deve essere consegnato”

 


Foto copertina: © Antonio Musotto.




Linda corri. Seconda parte

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Quattro.

 

Arrivò presto il giorno nel quale Annie e i gemelli vennero dimessi dall’ospedale. Rocco venne con la macchina e caricò a bordo la famigliola, improvvisamente amplificata, i kit di prodotti per la cura dei neonati offerti dalle aziende che sponsorizzavano il reparto di Ostetricia, il borsone con i cambi di Annie e i regali che alcuni amici avevano frettolosamente portato in Ospedale.

Alcuni altri tra gli amici della coppia si erano spinti poco oltre la tradizionale riservatezza anglosassone e avevano promesso visite a casa, Linda aveva tenuto una piccola agenda rossa a portata di mano, nella quale aveva appuntato le date delle visite, qualche numero di telefono, e altre cose che sarebbe stato importante ricordare come le date dei controlli ai neonati, gli orari delle poppate, la dose del latte artificiale nel caso in cui quello materno non fosse stato sufficiente per due bambini.

Ci vuole metodo, si era detta Linda subito dopo il parto di Annie, e aveva cominciato a segnare numeri e nomi sull’agenda rossa con una matitina tascabile.

Rocco finì di caricare la macchina, mise in moto e si avviò in direzione di casa, Linda salutò una infermiera che li aveva aiutati nel trasbordo, si inginocchiò per stringere bene le stringhe delle scarpe da corsa giallo fluorescente, indossò gli auricolari e fece partire la compilation che aveva preparato per quel giorno.

L’ospedale ti ruba una vita ma te ne consegna due, pensò Linda non appena la berlina coreana di Rocco ebbe svoltato l’angolo.

La voce ipnotica di Lana del Rey le diede la spinta e Linda cominciò a correre verso casa.

 

Cinque.

 

Il secondo giorno dopo il ritorno a casa, Annie chiamò Linda “da domani vieni ad aiutarmi, per piacere. Mia madre fa solo confusione”.

Lo dicevo che ci vuole metodo, sussurrò Linda sorridendo mentre chiudeva la chiamata; scelse una insalata dal frigo, la condì con l’olio e  l’aceto balsamico italiani che le aveva regalato la madre di Rocco, provò ad immaginare cosa sarebbe avvenuto l’indomani.

Provò ad immaginare anche quali nomi sarebbero stati imposti ai gemelli, dato che nei giorni in Ospedale Annie e Rocco avevano avuto un acceso braistorming sull’argomento che si era concluso con un nulla di fatto: in effetti un primo accordo era stato stipulato, uno dei bambini avrebbe avuto nome italiano, l’altro inglese.

Era stato un accordo molto faticoso, che aveva lasciato qualche strascico, si percepivano offese ad antenati non pronunciate ma immaginate.

Linda capiva che quello poteva essere un serio banco di prova per la tenuta del matrimonio: mettere d’accordo e sincronizzare culture differenti poteva risultare complesso, si disse uscendo da casa la mattina dopo, prima di cominciare la corsa e prima di andare a casa di Annie e Rocco.

Durante i chilometri che percorse nel parco pensò prima di tutto al ritmo giusto da tenere, poi al regalo che avrebbe voluto comprare ai gemelli.

Uscì dal parco e iniziò a correre lungo la strada che lo costeggiava, fermandosi davanti alla vetrina del negozio di articoli per bambini e mamme in attesa.

La sua attenzione era stata attratta da una carrozzina gemellare che luccicava in vetrina, si trattava di un modello particolare: aveva ruote alte e sottili, un aspetto aerodinamico che la faceva somigliare ad una capsula spaziale, e per i bambini era previsto che i rispettivi gusci sarebbero stati posti uno di fronte all’altro, cosicché durante le passeggiate si potevano guardare.

Linda entrò nel negozio, scusandosi con le commesse per l’abbigliamento poco consono alla situazione, e chiese informazioni su quella carrozzella vista poco prima in vetrina.

“E’ un modello nuovo, studiato appositamente per le mamme che non vogliono smettere di correre…costruito in leghe leggere e plastiche aeronautiche, e con queste ruote molto scorrevoli e ad alta stabilità si può stare certi che-spingendo la carrozzina di corsa-non ci saranno problemi”.

Linda ascoltò attentamente tutte le altre descrizioni che la commessa del negozio sciorinava con competenza – è appena tornata dal corso di formazione – si disse – ma pensò anche al costo, sicuramente spropositato, di questa carrozzella così speciale.

“E’ magnifica, assolutamente adatta ai miei scopi, ma quanto costa?” chiese timidamente Linda.

“Beh, Signora, abbiamo ritirato questo modello particolare per una coppia che aveva progettato di avere due gemelli tramite inseminazione artificiale, ne hanno anche pagato l’acconto, ma poi la coppia si è divisa e nessuno è venuto a reclamare la carrozzella. Con il permesso della direttrice del negozio sono autorizzata a vendergliela con uno sconto dell’ottanta per cento”.

Linda si era un po’ irritata per la poca delicatezza della commessa che le aveva raccontato i fatti privati di una coppia sfortunata, ma poi si era sentita quasi baciata da una inattesa fortuna quando aveva scoperto che con meno di cento sterline avrebbe avuto la possibilità di fare un regalo ai gemellini e a se stessa.

 

Sei.

 

Ogni mattina Linda si recava correndo a casa di Annie e Rocco, superava la barriera pneumatica della madre di Annie – che si era installata nella casa della coppia e non dava segno di volersene andare, arrogandosi il diritto di dare la prima poppata della mattina ai gemelli, che erano stati salomonicamente chiamati Andrea e Francesco, aiutava la nonna a vestire i bambini, li sistemava nella carrozzella da corsa – così era stata chiamata – e usciva con loro per un giro nel parco di circa sei chilometri.

Quando ritornava a casa con i gemelli, questi erano coloriti e con un robusto appetito, e si lasciavano imboccare senza fare troppe storie.

Il rito del pasto avveniva sotto la stretta sorveglianza della madre di Annie, sempre pronta a criticare la velocità o l’angolazione del cucchiaio con il quale Linda nutriva ora l’uno e ora l’altro, alla fine del pasto i bambini erano serenamente sazi, e si predisponevano al canonico ruttino sulla spalla di Linda, mentre la madre di Annie – che nel frattempo si era bevuta almeno un bicchiere di vino, si adagiava sul divano e iniziava a russare.

Quello era il momento nel quale Linda metteva a turno i gemellini sul fasciatoio, li osservava da vicino, li manipolava con tenerezza, si inebriava ascoltandone i versi gutturali e le risatine di soddisfazione.

“Non ho potuto avere un figlio mio, ma ne ho trovati due senza neanche la fatica della gravidanza” si diceva Linda quando metteva i bambini nelle cullette e aspettava che tornasse Annie a casa, che aveva ancora orario ridotto per via del recente parto.

Poi Annie apriva la porta di casa, e Linda sospendeva quel momento di intima familiarità con i gemelli, tornando ad essere quella baby-sitter semivolontaria che aveva ottenuto la fiducia di quella famiglia.

 

 

Sette.

 

Quella mattina presto, Rocco era partito in auto per un seminario in una università nel nord del paese, non era abbastanza distante da poter coprire la tratta con un volo aereo, e gli orari di treni e bus risultavano decisamente scomodi, soprattutto quelli di rientro: a Rocco piaceva dormire a casa “come a tutti gli italiani” diceva ridendo quando Annie lo invitava a restare a pernottare in un albergo,  laddove i lavori del seminario si fossero protratti fino a tardi.

Linda arrivò come sempre alle otto in punto, trafelata dalla corsa attraverso il parco per raggiungere la casa con i gemelli, non vide la station wagon di Rocco in giardino, e si ricordò della partenza per il seminario.

Aprì la porta, dentro casa una calma surreale: i bambini erano sicuramente ancora a letto, forse che Linda avesse deciso di prendere un giorno di ferie, per compensare l’assenza di Rocco?

Neanche la suocera era in giro, probabilmente avrà dimenticato di puntare la sveglia, argomentò Linda, ma le sue ipotesi vennero interrotte dalla vista di Annie stesa a terra, vicino al divano, ancora con la camicia da notte.

Passarono alcuni secondi, durante i quali, nella testa di Linda prese forma un puzzle di ipotesi che si ricomponeva lentamente, fluttuando come alghe in un mare buio.

Si avvicinò a Annie, le prese il polso, era debole ma almeno segnalava la sua presenza nel mondo dei vivi, si alzò di scatto, aprì la porta della camera di Rosa, la suocera di Annie: era seduta sul bordo del letto, ancora incredula per la mancata sveglia.

“Aiutami, presto!” le urlò Linda “ vieni di corsa in soggiorno e aiutami”.

Le due donne arrivarono al divano, ai piedi del quale Annie giaceva ancora esanime, Linda prese la carrozzella dei gemelli, abbassò gli schienali fino a formare un piano unico, con l’aiuto di Rose adagiò Annie su quella barella improvvisata.

“Tu pensa ai gemelli, falli mangiare” disse Linda a Rose che ora era completamente sveglia e paonazza per lo sforzo e lo stress mentale sostenuto.

Linda uscì sul cortile, spingendo la carrozzella “Linda ora corri, corri davvero” si disse ad alta voce imboccando la strada in direzione dell’ospedale.

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Linda corri. Prima Parte

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Uno.

Una mattina ricevette una chiamata dall’Ospedale. La aspettava da qualche giorno, lo aveva capito dalla faccia del dottore che tentava di rassicurarla “l’intervento è tecnicamente riuscito, Signora, la massa è stata asportata, aspettiamo solo il risveglio e la riabilitazione”.

Ma lo sguardo del Primario non era sincero, lei l’aveva capito subito, anche dalle affettate strette di mano degli altri medici del reparto di Oncologia, e se ne era tornata a casa con l’immagine di quel corpo – suo marito – trafitto da sonde e cateteri, adagiato sul letto della Rianimazione.

Sul bus che la riportava a casa pensò che la propria vita avrebbe avuto importanti cambiamenti, che il figlio che stavano progettando non sarebbe mai arrivato, che i sette chilometri di corsa quotidiana con lui sarebbero rimasti un ricordo del passato.

C’era da vendere la macchina, lei non aveva la patente e in più la prospettiva di una riabilitazione lunga e costosa le aveva messo addosso una importante urgenza di disfarsi di tutto il superfluo, come appunto la station wagon, coperta di foglie secche, che era ancora parcheggiata davanti casa.

Sarebbe diventato necessario trovare anche un lavoro, dato che si era dovuta licenziare per seguire il ricovero di lui, anche in prospettiva della riabilitazione, che era stata organizzata in maniera confortevole, a casa.

Ma ora. Ma ora cambiava tutto.

Al telefono, la caposala del reparto di Rianimazione le aveva detto che nelle successive ventiquattrore lo avrebbero gradualmente staccato dai macchinari che lo facevano respirare, che monitorizzavano il suo battito cardiaco, che alimentavano il suo corpo immobile nel letto.

Rispettiamo le volontà del paziente, aveva aggiunto, e poi aveva concluso rapidamente la chiamata invitandola a passare in Ospedale per firmare le carte necessarie.

Lui aveva insistito per firmare quel testamento biologico, nel quale chiedeva che non ci fosse alcun accanimento terapeutico nel caso che qualcosa fosse andato storto durante l’intervento, e poi sorridendo le aveva detto “è un fatto scaramantico”.

Il viaggio di andata era stato come surfare sui ricordi di una vita, che le cadevano davanti agli occhi come i tasselli di un domino instabile, arrivata davanti al grande edificio bianco dell’Ospedale aveva dovuto contrastare la paura del dopo e salire le scale fino al reparto di Rianimazione.

Le avevano riconsegnato gli occhiali di lui, che erano rimasti nel cassetto del comodino, e poi tutti quei moduli da firmare: non riusciva neanche a piangere, per lo stress e i modi secchi e sbrigativi della segretaria del reparto.

Si sentì stupidamente sollevata quando capì che una associazione di congiunti di malati terminali alla quale era iscritta dal momento del ricovero di Mark, avrebbe pensato alla cremazione e a tutto quello che serviva per il funerale.

Per Linda, il corpo era uno strumento perfetto, per affrontare la vita, correre sette chilometri al giorno con lui, nuotare e fare l’amore in attesa di rimanere incinta, cosa che non era successa.

Avrebbe portato l’urna di acciaio satinato a casa, con la placca con il nome avvitata sopra, e tutto sarebbe finito.

Cioè tutto avrebbe dovuto ricominciare dal quel momento.

 

Due.

Linda si accorse che una vicina di casa, due villette più in là, era manifestamente incinta, e faticava ad uscire di casa, così decise di andare a trovarla “le proporrò di aiutarla col bambino dopo il parto”.

Qualche giorno dopo prese il coraggio per il bavero e si presentò alla porta dei vicini,  suonò il campanello ed attese che quella donna venisse ad aprirle: si conoscevano di vista e avevano anche qualche volta sostato insieme sulle panchine dei giardinetti, parlando sempre di argomenti abbastanza vaghi.

La vicina, Annie si chiamava, la invitò ad entrare, e fu molto cordiale. Le disse che era americana ma da anni viveva in quella città britannica per via del fatto che sia lei che il compagno, un italiano di nome Rocco, avevano incarichi accademici all’Università “in facoltà diverse” specificò ridendo Annie.

Poi parlarono della gravidanza, e Linda scoprì che Annie era incita di due gemelli “sembrerebbe trattarsi di due maschi, l’ecografista non ha potuto essere più preciso”.

Poco prima di congedarsi con una scusa Linda disse ad Annie che se voleva, e non la riteneva una inutile invasione nella sua vita privata, avrebbe potuto aiutarla con i neonati dopo il parto.

Le disse francamente che era rimasta vedova da poco, e che il sogno di allevare un bambino si era infranto contro la vetrata di quel reparto di ospedale.

Annie non si dimostrò sorpresa dalla proposta di Linda, anzi le disse con entusiasmo che non avendo alcuna esperienza di bambini avrebbe volentieri accettato il suo aiuto “i nostri genitori sono in Italia, sono anche abbastanza anziani e non potranno restare qui a lungo”. Poi propose a Linda di trasformare questa affettuosa intenzione in un impegno  più duraturo “facciamo che tu diventerai la nostra baby-sitter, sei d’accordo su questo?”.

Linda fu entusiasta, avrebbe potuto curare dei bambini – anche se non erano figli suoi – e anche avere un piccolo stipendio.

 

Tre.

Linda accompagnò Annie in ospedale, assistette al parto, restò piacevolmente inorridita dal parto cesareo, senza le grida e la sofferenza che si era immaginata, aiutò le infermiere del reparto di ostetricia a sistemare i due neonati – come sono piccoli, pensò – nelle cullette termiche, ebbe un vago desiderio di montata lattea e provò ad ascoltare la sensazione che saliva dal suo piccolo seno, seguì la barella sulla quale era stata sistemata Annie fino alla sua camera in ospedale.

Rocco, il marito di Annie, non aveva voluto assistere al parto “sono sicuro che potrei svenire, non amo la vista del sangue” e aveva atteso che gli riportassero la moglie nella stanzetta nella quale erano stati aggiunti due letti, uno per la mamma di Annie, una donna imponente con il tipico colorito di chi soffre di ipertensione, e l’altro per Linda, che si sentiva ormai a pieno titolo di far parte di quella famiglia.

Durante la prima notte, Linda non riuscì a dormire e passò la nottata a passeggiare nel corridoio, passando ogni trentacinque passi davanti alla vetrata della nursery, dove i gemelli erano stati collocati vicini, e dormivano sotto le lampade per la fototerapia.

Ogni tanto qualche neonato piagnucolava, altri muovevano i piccoli arti in maniera impercettibile, nessuno aveva gli occhi aperti e Linda si ritrovò a fantasticare sul colore degli occhi di tutti quei bambini nelle cullette.

Osservò le decalcomanie con i personaggi dei cartoni animati incollate alle pareti della nursery,  alcune riproducevano cartoon che non aveva mai visto, altre invece le erano familiari, e si domandò se tutto quel colore e quelle forme così vistose non avrebbero potuto disturbare i bambini: poi si disse che avevano gli occhi chiusi e in ogni caso la luce nell’ambiente era soffusa, non avrebbero subìto nessun fastidio.

 

… vai alla seconda parte





Le lettere.

Questa casa. Questa casa ha un unico pregio, quello di essere
veramente vicina all’Ospedale dove lavoro: sono una Farmacista Ospedaliera, mi
toccano le reperibilità e anche i turni festivi, meglio abitare vicino
all’Ospedale.

Questa casa. Questa casa era di mia madre, ci venne a vivere
dopo essere rimasta vedova: è ancora piena di cose sue.

Di suo marito, cioè di mio padre, solo poche tracce.

Una fotografia in camera da letto, il giorno delle nozze:
sorridono, chissà se erano veramente felici.

I libri, quelli ce ne sono tanti, gli scaffali del corridoio, questo
corridoio così lungo che potrebbe ospitare una stazione ferroviaria, ne sono
invasi.

Non ci sono spazi liberi.

I libri. Sono libri che non ho acquistato io, sui quali non ho
studiato, mi sono estranei.

In forma neutrale. Non li sento nemici ma nemmeno provo per loro
qualche forma di affetto, che potrebbe farmi dire che questi libri sono
importanti per me.

Forse lo erano per mia madre, forse lo furono per mio padre, ma ormai
non ho più la possibilità di chiederglielo.

Ma. Ma tra qualche giorno dovrò prendere una decisione, decidere
cosa tenere per me e cosa invece buttare, del contenuto stratificato nel tempo
di questa casa.

La venderò, ne ho già vista un’altra che mi piace, e che è più
adatta al desiderio di spazio confortevole, ridotto, sufficiente per le
esigenze di una ragazza che vive da sola.

E che probabilmente continuerà a vivere da sola: questa città mi
accoglie con diffidenza, dopo gli anni trascorsi in una metropoli a studiare, e
poi a lavorare in un altro Ospedale.

Mi sono definita ragazza. Mi sento una ragazza. Con tanto tempo
per pensare e sognare e fantasticare, non d’amore o altre frivolezze del
genere: sono una farmacista, sono abituata alle dosi, alle reazioni e a capire
se qualcosa non funziona più, ha perso d’efficacia.

Lui. Lui vive lontano da me, dice che in fondo non è una cattiva
cosa. Così assorbito dal lavoro, e dai pensieri e dalle responsabilità.

Ci vediamo. Ci vediamo ogni due o tre settimane. Lui viene qui,
ha un piccolo trolley blu, semivuoto quando arriva e semivuoto quando parte.
Non riesce a portare via con sé niente di me, non riesce, forse non vuole. O
forse non fa parte del suo modo di vivere, lui è un ingegnere, vive per
algoritmi, lui funziona, con i sentimenti in background.

Sembra una di quelle storie che devono finire ma non trovano neanche la forza di finire: sarà una
questione di energia cinetica residua, prima o poi salterà un viaggio, poi
l’altro e quindi non ci telefoneremo neanche più, solo qualche messaggio
cordiale e poi basta.

Dissipati; una storia finita in frammenti atomici a basso
livello di reattività, per i quali non esiste colla adatta a ricomporre il
tutto.

Forse passerà qualche settimana, forse alcuni mesi: potrebbe
capitare di reincontrarci nella nostra città, al Sud: penso che lo eviterò, non
voglio più sciupare affetto.

Forse è già finita, Non serve che io faccia nulla, è già finita,
smetteremo di vederci e amen.

Oggi ho preso un libro dallo scaffale in basso. È stato un incidente, frutto di una distrazione.

Cioè non è che lo avessi preso per leggerlo, mi era scivolato un
orecchino a terra, mentre tentavo di infilarlo camminando verso l’uscio.

Così mi sono inginocchiata e ho guardato lo scaffale.

La luce che entrava nel corridoio creava una barriera tra me e
l’orecchino, una barriera di fotoni e pulviscolo atmosferico, così ho dovuto
abbassarmi ancora un po’ per guardare meglio.

Le orecchie mi ronzavano per il silenzio assurdo che c’era in
casa, ho visto l’orecchino e anche il libro accanto al quale era caduto. Ho
esitato un attimo, il ronzio si è stabilizzato e ho potuto decidere di
allungare la mano e prendere quel libro.

Perché. Perché si vedeva una busta spuntare dal centro del
libro, una busta bianca da lettera.

Poi, senza motivo ho allungato la mano causando agitazione nel pulviscolo
luminoso, e ho tolto il volume dalla sua sepoltura, l’ho aperto e ho sfilato la
busta. La busta aveva un francobollo nuovo, era chiusa e senza indirizzo.

Sono rimasta senza fiato: sulla busta c’era il mio nome.
Alberta.

Qualcuno che aveva vissuto in quella casa aveva pensato di
scrivermi una lettera senza poi spedirmela.

Ho guardato meglio il francobollo, esponendo la busta alla lama
di luce, e causando un vorticoso movimento del pulviscolo illuminato, era una
edizione commemorativa dei campionati mondiali di calcio, Spagna 1982.

L’anno della mia nascita.

L’anno in cui moriva mio padre.

Ho aperto la busta, mi tremavano le mani e le gambe, mi sono
lasciata scivolare e ho appoggiato le spalle alla libreria.

Ho iniziato a leggere.

Bolzano, 25 settembre 1982

Ad Alberta                    

Ti piacciono i Genesis?

Perché c’è una premessa, una prefazione a quello che ti dirò
dopo.

Dopo aver pranzato in facoltà ho un po’ di tempo libero prima
della prossima lezione, ho preso il walkman e ho riascoltato Selling England by
the pound, meravigliandomi del miracolo compositivo che ha caratterizzato la
musica dei Genesis, che non è rock ma barock, nel senso di rock barocco.

Ma in senso positivo, perché anche tu lo sai (forse non lo sai
ancora, ma lo scoprirai, voglio insegnartelo) che quella forma d’arte
denominata barocca può avere delle punte di bellezza assoluta.

Cosa scrivere ad una figlia che ancora non parla, e non sa leggere?
Posso raccontarti qualcuno dei miei punti di vista sulla vita.

Cambio argomento (ma i Genesis torneranno), e ti spiego quella
che è a mio parere la stechiometria del rapporto di coppia: una reazione
complessa, in diverse fasi, che prevede metamorfosi e trasformazioni,
sedimentazioni e reazioni.

Prendere due corpi umani, possibilmente dotati di cervello, io
preferisco che siano un maschio e una femmina ma “de gustibus non disputandum est”, metterli in condizione di potersi
osservare, ascoltare, annusare. Se esiste affinità molecolare e sensoriale avviene
la prima reazione: l’attrazione fisica.

Se uno dei due elementi non si sente attratto dall’altro si avrà
un no contest, nessuna reazione e quindi nessun salto al livello superiore.

Immaginiamo invece che la reazione sia possibile: a questo punto
due individui normali -riscaldati ed eccitati dalla attrazione di cui sopra – saltano
al livello superiore, l’innamoramento.

Questa è una fase ad altissimo dispendio energetico, transitoria
e di breve durata: non si resta innamorati a vita, la molecola che si forma
dopo che l’amore ha dissipato la sua forza esplosiva non ha un nome preciso, ma
possiamo chiamarla affezione.

Quindi appare evidente che chiedere di continuo al partner “mi ami, mi ami ancora?” è fuorviante e
anche provocatorio. Voglio vivere per sempre (si spera) con te, ma non
chiedermelo ancora se ti amo: potrei deluderti dicendoti che ti ho amato per il
tempo che ci vuole a due atomi di idrogeno a scegliersene uno di ossigeno e
formare una molecola di acqua. Si spera che il partner o la partner non prenda
l’affermazione alla lettera! 

Parlo alla collega farmacista, lo so che tu diventerai
farmacista (come tuo padre): l’amore ha dose e forma, durata di effetto,
efficacia, tollerabilità e effetti collaterali diversi a seconda della cavia,
in qualche caso è letale o inefficace.

Ma. Ma ci vogliono i catalizzatori, e questi sono gli interessi
comuni, a te piacciono i Genesis (hai visto che sono tornati?) e piacciono pure
a me, a te piace lo Chardonnay e a me pure, a te piace andare in moto come
piace a me: più catalizzatori aggiungiamo migliore e più duratura sarà la
stabilità del sistema coppia. Te e me sono i due atomi che formano la
molecola coppia, non mi riferisco a te, Alberta.

Ma i catalizzatori non bastano, ci vogliono i conservanti. E non
sto parlando di benzoato di sodio o di metabisolfito, sto parlando di quello
che farà durare più a lungo la coppia.

Mettere al mondo dei figli. Sbagliato. O meglio incompleto. Il
conservante principale della coppia è la progettualità: avere uno o più
progetti farà sì che – questi progetti ovviamente devono essere ragionevolmente
ambiziosi e raggiungibili – la relazione tra quel maschio e quella femmina
coinvolti durerà a lungo, “finché morte non ci separi”. 

Cosa intendo per progetto? Fare un paio di marmocchi può essere
una base di progetto, ma il costrutto completo è “avere dei figli, educarli nel
modo più creativo e libero possibile, far sì che con l’impegno delle energie
della coppia possano essere lanciati verso una professione realizzante, imitino
i loro genitori, facciano coppie anche loro e producano un certo numero di
nipotini, lanciando così il DNA degli avi nel futuro”. 

Ma anche “quando smetteremo di lavorare, compriamo una barca a
vela e un cane Labrador e facciamo il giro del mondo” oppure “leggiamo insieme
tutti gli autori giapponesi” o fare un viaggio in Transiberiana con la propria
figlia. Quando compirai diciott’anni voglio regalarti questo viaggio. Mi piacerebbe
avere tutto quel tempo a disposizione per raccontarsi, o nutrirsi di panorama e
del rumoroso ritmico silenzio del treno che va, che aiuta a scavare dentro se
stessi, con una consapevolezza che il viaggio può dare. Mi piacerebbe, mi piace
pensarlo.

Bisognerebbe essere consapevoli di queste cose, invece la
maggior parte delle persone non ha cognizione e conoscenza necessaria, e poi si
lasciano, si odiano, si schifano, si ignorano, si ammazzano anche.

Forse ho divagato, e non sono arrivato al punto.

Prometto che ci sarà un seguito.

Per il momento, buona notte e lasciaci dormire, figlia mia.

Papà.

Tengo il foglio di carta da lettera tra le mani, una bella
scrittura, con la penna blu.

Non ho fatto in tempo a sentire la tua voce tanto da poterla
riconoscere, a parte qualche indizio in questa casa di te non so altro.

Però hai indovinato, sono diventata una farmacista, non sono
rimasta all’università come te.

Ma in questa lettera non la trovo la formula per risolvere il
mistero e la domanda che mi aveva perseguitato per anni, ritorna; perché?

E il seguito? Non ho tempo adesso di mettermi a cercarlo: se
un’altra lettera è tumulata in questa casa, in questa libreria, la cercherò
quando smonterò tutto. Forse.

Adesso devo uscire.


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Piladina

Quando mia madre si accorse di essere incinta le venne un gran mal di pancia e nacqui improvvisa e inattesa, nel 1951, con le macerie della guerra ancora accantonate agli angoli delle strade. Mio padre Pilade stava giocando al pallone e fece gol. Per premio mi chiamarono come lui, Piladina. E da lì cominciò il mio calvario.

Nessuno
voleva chiamarmi per nome per paura di dire una parolaccia. Mi chiamavano con
un fischio o con battito di mani, innescando in me una totale disorganizzazione
mentale. NON SAPEVO CHI ERO.

Passai
i primi 6 anni della mia tenera esistenza a domandarmi e a domandare “CHI
SONO, CHI SONO
”? Ma nessuno sapeva dirmi altro che Piladina, ma non mi  bastava.

A sei
anni andai a scuola. La maestra si chiamava Maestra Zeri ed era molto esigente.
Io ero sorda a causa delle adenoidi che si erano infiltrate nelle tube
d’Eustachio e non capivo cosa mi diceva la Maestra Zeri, che mi cacciò
all’ultimo banco fino alla fine delle scuole.

Alle
medie mi fecero operare e così cominciai a capire quello che mi dicevano, ma
era meglio se restavo sorda.  A sedici
anni e 3 mesi mi fidanzai con Egisto e ricevetti il mio primo bacio sensuale.
Il secondo non arrivò mai. Fu così che al raggiungimento della maggiore età,
che all’epoca si verificava a ventuno anni, decisi di lasciarlo per Agamennone
che aveva trentasette anni e un’insaziabile voglia di sesso.

Decisi
di essere sua, ma lui non seppe che farsene di me e mi vendette a suo cugino
Achille per 30 dollari.  Achille era un
buon uomo, mi trattava bene, mi dava da mangiare: pranzo e cena, qualche volta
anche colazione; merenda mai.  Arrivai ai
ventitre anni senza sapere cosa volesse dire “merenda”. Ne sentivo parlare alla
radio e mi venne un desiderio incontrollabile di avere questa esperienza. Era
divenuta un’ossessione e la mia disorganizzazione mentale lievitava come un panettone.
Un mattino piovoso Achille si recò a pescare anguille e io, presa da un raptus
feroce, fuggii nascondendomi nel portabagagli di un furgone DHL.

Fu allora che iniziai a vedere il mondo. Arrivai in un paese mentre stava calando la notte. Sembrava deserto, non un’anima viva per strada, non un rumore, un suono, un miagolìo. Niente. Le case erano però tutte molto illuminate, con le finestre spalancate e un’infinità di persone che davano l’impressione di divertirsi molto. Dai movimenti delle loro labbra pareva che parlassero, ridessero, forse qualcuno cantava. All’angolo di una villa un uomo stava addirittura strangolando una donna e questa sembrava proprio che stesse gridando. Ma tutto si svolgeva come in un film muto, con l’unica differenza che nei film muti c’era un sottofondo musicale.

Scesi
dal furgone DHL incuriosita e timorosa, ma d’altra parte non avevo mai visto
niente del mondo e ragionai che forse era un paese dalla sonorità sommersa.
Iniziai ad avventurarmi per le stradine di quella che doveva essere una zona
residenziale, senza mai perdere di vista il furgone che ormai era il mio unico
rifugio. Avevo fame, in un bidone trovai una cotoletta quasi nuova e la
mangiai, ben consapevole che non era una merenda: era gustosa. Con la coda
dell’occhio vidi l’autista DHL che si stava dirigendo verso il mezzo. Di corsa,
col boccone ancora in bocca, mi tuffai letteralmente nel furgone che partì
dolcemente. Adesso il finestrino era libero dai pacchi, per cui riuscivo a
vedere l’esterno e a leggere le scritte sulle insegne. Erano belle, colorate,
allegre, una diceva Bar, un’altra gialla e grandissima Mc Donald’s.
L’ultima,quella prima di infilarsi in autostrada, era verde con una scritta
bianca fosforescente: Arrivederci! Tornate presto a New York. Mi addormentai
felice. Il mio primo viaggio lo avevo fatto in America, come avevo sempre
sognato. Ma nel cuore della notte mi svegliai di soprassalto. Un dubbio feroce
si era insinuato nella mia mente durante la fase REM. Come era possibile che
New York fosse immersa NEL SILENZIO? Le risposte erano solo due. O avevo
sognato tutto, o ero tornata sorda.

Ero troppo stanca ed emozionata per svegliarmi del tutto e ragionare, quindi tornai nel magico mondo dei sogni. Non ricordo quanto tempo passò prima che una voce dolce, quella dell’autista del furgone, mi riportasse nel mondo reale. “ Piladina, svegliati. È l’ora della terapia. Svegliati da brava”. Non capivo a cosa si riferisse. Aprii gli occhi e lo vidi davanti a me, al capezzale di un letto. Un letto? Mi ero addormentata nel portabagagli di un furgone. Cosa ci facevo in un letto? La disorganizzazione mentale che ben conoscevo si impadronì nuovamente di me. “ Perché sei vestito così? Sembri un dottore”, farfugliai confusa. “Piladina, io sono un dottore, il tuo dottore. Il tuo psichiatra che ti conosce da tanto tempo. Ricordi?” Sicuramente mi stava imbrogliando. Lui era l’uomo DHL. Però era gentile, sorridente, quasi rassicurante mentre la signorina che gli stava accanto mi porgeva una manciata di pillole. Anche lei mi sorrideva e mi guardava come se mi volesse bene. “ Dov’è il furgone?” domandai.” “ Al suo posto, stai tranquilla. Ora prendi la terapia, vedrai che poi starai meglio”.

Lui continuava a sorridere e a un certo punto mi fece una carezza; capii allora che potevo fidarmi di lui anche se si era mascherato da dottore e presi d’un fiato tutte quelle pastiglie, poi gli sorrisi e richiusi gli occhi. Dopo qualche tempo mi risvegliai nel furgone. Mi guardai intorno rassicurata e felice: stavamo entrando a Tokyo.