Siamo al secondo racconto della serie Appunti del Bicighellone. Lorenzo De Francesco ci conduce, a cavallo del suo destriero cittadino, nei sentieri campestri alle porte del quartiere Barona, tra le vecchie cascine che costituivano il tessuto abitativo di quella parte della città, Milano, dove l’urbanizzazione spinta è poi penetrata a dilapidare quel contesto umano e sociale divenuto obsoleto, come pretende lo sviluppo socioeconomico di qualsivoglia metropoli. La mente adulta si perde nei bagliori della costellazione adolescenziale – la prima bicicletta ricevuta in dono dal padre – per poi liberarsi nel presente, per soddisfare il bisogno di qualche momento per sé mediante brevi fughe nella campagna, crinale tra il vecchio e il nuovo, come un navigatore in solitaria alla ricerca della propria unicità.
Rita Manganello
Lei mi aspetta silenziosa, anche per mesi, al buio; sa che prima o poi aprirò la porta, entrerò con lo sguardo basso. Non mi serba rancore, alla fine sa che quando ho bisogno vengo a cercarla.
Il suo occhio un po’ strabico e dalla palpebra ossidata si accende del riflesso della lampadina nel corridoio della cantina.
Aspetta che io le sciolga la catena, la abbracci per sollevarla e la porti alla luce, per darle una ripulita, gonfiarle le gomme e raddrizzare un po’ il manubrio condorino. [1] Appena lo impugno mi torna alla mente il giorno, era giugno 1966, quando mio padre me la fece trovare al mattino, con una scusa, davanti alla porta del box: la Legnano serie oro, luccicante e splendida; le decalcomanie artistiche la impreziosivano, le cromature scintillavano al sole. Era il premio per la mia promozione col massimo dei voti all’esame di terza media, primo prodotto della famosa media unificata [2], considerata un po’ di serie “B” da quelli che avevano fatto la vera scuola media. [3] Per uno strano scherzo del destino, che ama riportarci coi piedi per terra, la gioia di quel dono venne subito offuscata nel pomeriggio dalla morte della nonna materna: la dura legge della compensazione.
Con lei iniziai a esplorare solitario le strade della Barona che cambiava, e per me cambiare i rapporti era una sensazione nuova, unica, sentire lo scatto e il variare della forza da impiegare. Mi accompagnò nelle lunghe solitudini al lago, tra Desenzano e Solferino e sulle statali dell’assolata pianura, per diversi anni.
Con lei ancora oggi, come con un’amante furtiva, attraverso rapido le ultime case per gettarmi nei campi del parco agricolo. Emulo povero di un cavaliere nelle praterie, ricerca di solitudine, silenzio; sento il vento che fischia nelle orecchie e immagino di essere quel cavallo arabo del proverbio. [4]
Parco assediato dai barbari alle porte, centri commerciali e direzionali cresciuti nella mistificazione consumistica, frattali del progresso che trovano una tentata bellezza solo vestendosi abusivamente nelle rare giornate terse, con i raggi del sole morente. Altrimenti restano tristi monoliti, il cui splendore luccicante da nuovi viene presto attaccato dagli spietati ossidi, uniformandosi al paesaggio.
Villaggi residenziali ricolmi di promesse di verde e di spazi, progressivamente affiancati da altri che erodono il verde, impacchettati dai nastri di autostrada e tangenziale; le zanzare festeggiano l’arrivo dei nuovi ospiti.
Percorro quella che mi piace pensare come frontiera urbana: avanzano i segni della colonizzazione, cartelli stradali arroganti, tralicci enormi incombenti, carichi di energia chissà da chi e per chi.
Segni che inquinano il tracciato medioevale dei canali irrigui delle marcite, tecnica culturale millenaria importata dai monaci cistercensi e che diede benessere e prosperità, ora in disuso per colture più profittevoli.
Edifici che finiscono improvvisi nel vuoto orizzonte dei campi, presidiato dalle prime cascine – di frontiera, appunto – baluardi che offrono prodotti a chilometro zero e danno al cittadino l’illusione contadina compresa nel prezzo e piacevoli convivi domenicali.
I campi resistono, mi accolgono d’estate col sentore caldo dei mucchi di letame, col profumo del fieno tagliato, con nugoli di insetti che sferzano il viso in corsa; d’inverno con l’umida nebbia che tutto sfuma, compresa la propria identità, simile a quella dei solitari sconosciuti che vagano nei campi: figure umane e vegetali fuse in un unico limbo.
Una fuga dall’alienazione necessaria e sedativa del quotidiano, ricerca compulsiva di radici lontane, domande non risposte.
La strada scorre sotto le ruote, gli occhi osservano ipnotizzati e sospesi, la mente rivede rapida scelte di studio, di vita, di lavoro, incontri d’amore e di sofferenza: annegati diorami in una boccia di vetro opacizzato dal tempo.
Strada apparentemente libera, ma rotaie invisibili guidano il percorso della vita. La mente nuota come in un’immensa piscina, mare ove i ricordi ti vengono incontro, a volte pesci colorati, a volte frammenti di polistirolo che galleggiano sulla linea dei giorni.
La città la senti: di giorno la sua ossessiva vibrazione di fondo, di sera la diffusa luminescenza che uccide le stelle più piccole, lasciandoci Sirio, qualche pianeta di passaggio o l’ineffabile Selene.
Mi allontano, ma l’elastico gravitazionale della città mi trattiene, invisibile, mi dà l’illusione della fuga ma poi mi riprende quando sono esausto, mi fa ritornare, con nello zaino la borraccia vuota, piena d’aria di libertà.
Sudato, la abbraccio teneramente per riporla in cantina, spengo la luce, dentro e fuori.
Alla prossima.
[1] il termine “condorino” ( piccolo condor) si riferisce alla forma a uccello del manubrio dritto e stretto. La bici condorino era costruita dalla maggior parte dei produttori italiani dalla metà degli anni ’50 fino alla metà degli anni ’80.
[2] La riforma scolastica della scuola media inferiore, detta scuola secondaria di I grado (legge nr. 1859, 31.12.1962), grazie alla quale si istituiva in Italia l’obbligo scolastico della durata di otto anni, dando il via alla scolarizzazione di massa.
[3] Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione.
[4] “l’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”.
OSCAR NIEMEYER “L’architettura è il mio hobby, una delle mie allegrie”
Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares – Rio de Janeiro, 15 dicembre1907
Dopo essersi laureato come ingegnere ed architetto nel 1934 all’Escola Nacional de Belas Artes presso l’Università Federale di Rio de Janeiro, si unisce ad un gruppo di architetti, tra cui Lúcio Costa, uno degli esponenti di spicco del Modernismo, nel cui studio inizia a lavorare ancor prima di concludere il percorso universitario. Questo incontro diventa un sodalizio che dura per tutta la vita e rappresenta anche la matrice della sua formazione professionale specialmente perché grazie a lui entra in contatto con Charles-Edouard Jeanneret, meglio conosciuto come Le Corbusier.
Quando il Movimento Moderno poteva già contare architetti e urbanisti di fama mondiale, era solito che gli stessi venissero invitati a studiare le diverse possibilità di riorganizzazione e di crescita dei centri urbani delle grandi città. A Rio de Janeiro, dopo Alfred Agache, architetto, urbanista e pittore francese, è la volta dell’architetto svizzero naturalizzato francese, che viene chiamato, nel 1929, a collaborare proprio con Lùcio Costa al progetto dell’Università di Rio de Janeiro. E quando Niemeyer e Lùcio Costa, insieme ad altri, ricevono l’incarico nel 1936 di realizzare la sede del Ministero dell’Educazione e della Sanità a Rio de Janeiro, decidono di rivolgersi proprio a Le Corbusier perché assuma il ruolo di consulente.
Ministero dell’Educazione e della Sanità, Rio de Janeiro, 1936
Obra do Berço, Rio de Janeiro, 1937; Gran Hotel de Ouro Preto, B.H., 1938; Padiglione brasiliano esposizione NY1939Rappresentano quasi un’esercitazione sui “cinque punti” di Le Corbusier, sul linguaggio razionalista e purista di matrice europea: pilotis, pianta libera, facciata libera, finestra in lunghezza, tetto giardino. Per la prima volta in Brasile vengono utilizzati i brise-soleil in moduli verticali. “Il brise soleil è una soluzione proposta da Le Corbusier come protezione termica in Algeria. […] Col tempo anche da noi sarà adottato […] dove la facciata è l’elemento gerarchicamente rilevante del progetto a cui viene attribuito il compito della relazione con la città” scrive Niemeyer
Questo progetto, insieme a quelli sviluppati nel decennio successivo, sono paradigmatici per la costruzione delle basi del linguaggio moderno in Brasile, tanto da essere considerati opere fondatrici dell’architettura moderna brasiliana e da conferire loro il pregio di essere esempio di una perfetta sintesi tra il linguaggio razionalista e la plasticità poetica autoctona.
“Oscar, tu hai le montagne di Rio negli occhi”
Le Corbusier
Le lezioni di Le Corbusier risultano facilmente accettabili ed appropriate al momento storico-politico che il Brasile sta attraversando: gli incentivi ed i sussidi del governo di Getúlio Vargas sono rivolti al controllo sociale piuttosto che alla libertà artistica, alla burocrazia in grado di stimolare la prosperità della Nazione invece di una visione futura di emancipazione culturale. Vargas è lo stesso che nel 1937, dopo aver revocato molte delle libertà alle singole persone, instaura una dittatura di ispirazione fascista che dura fino al 1945, fino a quando viene deposto da un colpo di stato militare che impone l’adozione di una nuova Costituzione democratica e federale. Niemeyer riveste un ruolo fondamentale come architetto nel processo di partecipazione per la trasformazione della città e cerca di superare il dilemma della dipendenza dello sviluppo artistico del Brasile alle forme e all’ideologia europea, applicando, alle teorie razionaliste di Le Corbusier, delle trasformazioni non sostanziali in virtù delle esigenze che il luogo richiedeva: i pilotis sono più alti; i brise-soleil mobili, per un’estetica più libera; il tetto giardino culmina con volumi puri curvilinei; l’inserimento dei rivestimenti in ceramica decorata e colorata, gli azulejos, tipica della tradizione coloniale portoghese.
Indicato da Lúcio Costa nel 1938 per il progetto del Grand Hotel de Ouro Preto, nel centro storico di una delle città coloniali più importanti del Brasile, Niemeyer entra in contatto con le autorità di Minas Gerais e dell’allora sindaco di Belo Horizonte, Juscelino Kubitschek de Oliveira, figura politica che accompagnerà per molti anni la professione dell’architetto. La sintonia tra i due è talmente forte che culminerà, tra il 1957 ed il 1960, nella costruzione di Brasilia, la nuova capitale del paese, progettata nell’entroterra desertico del suo territorio nel momento in cui Kubitschek divenne presidente della nazione.
Ma Niemeyer, a differenza di Costa, che è molto legato alla tradizione artigianale portoghese, ha una vocazione che non tarda a palesarsi decisamente autorale e moderna, e progetta architetture che si rivelano identificabili per la libertà con la quale affrontano la relazione tra il volume e la struttura, tra l’architettura e la città. Come i suoi maestri è un Modernista ma la sua ricerca di architettura lo porta ad elaborare nuove forme ed “inventare lo spettacolo dell’architettura”
“Ho sempre accettato e rispettato tutte le altre scuole di architettura: dal freddo e le strutture elementari di Mies van der Rohe all’immaginazione e al delirio di Gaudí. Devo progettare ciò che mi fa piacere in modo naturale legato alle mie radici e al paese della mia origine. La mia architettura ha seguito i vecchi esempi: la bellezza che prevale sui limiti della logica costruttiva. Il mio lavoro procedeva, indifferente alle inevitabili critiche mosse da chi si prende la briga di esaminare i minimi dettagli (…) Basti pensare a Le Corbusier che mi diceva una volta mentre ero sulla rampa del Congresso: “Qui c’è l’invenzione”.
riflessione di Niemeyer in merito alla sua poetica
Nel 1940, Kubitschek commissiona a Niemeyer il disegno di una serie di edifici, noti oggi come il complesso di Pampulha e con il progetto della Chiesa di San Francesco ad Assisi, Niemeyer mette a punto il proprio linguaggio architettonico, caratterizzato dall’uso in cemento armato a faccia vista ed il ricorso a forme curve e macchie di colore date dal blu.
“Non è l’angolo retto che mi attrae, né la linea diritta, dura, inflessibile, creata dall’uomo. Quello che mi affascina è la curva libera e sensuale: la curva che trovo sulle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle onde dell’oceano, nelle nuvole del cielo e nel corpo della donna preferita. Di curve è fatto tutto l’Universo, l’Universo curvo di Einstein.”
Si legge che il prefetto, dopo aver visitato con Niemeyer il sito di Pampulha, gli abbia chiesto di consegnare il progetto complessivo del nuovo bairro per il giorno seguente e che Niemeyer vi abbia lavorato tutta la notte nella sua camera del Grand Hotel di Belo Horizonte, portando a termine in quella stessa notte il progetto d’insieme del complesso distribuito attorno al lago artificiale: uno yacht club; un casinò che, a causa della proibizione del gioco, durante il governo di Eurico Gaspar Dutra, viene convertito nella sede dell’attuale Museo di Arte Moderna; una sala da ballo. Niemeyer sorprese senza dubbio il prefetto che ricordava così il risultato della storica notte: “Mi sorprese con idee nuove, evidenti in quel mare di fogli di carta. Non avevo mai visto un edificio con una rampa al posto di una scala e ancor meno pareti di vetro invece che in mattoni. Accettai immediatamente lo schizzo.”
Lo studio dei volumi e la relazione che si crea tra le forme sono i primi passi verso il superamento del purismo in favore di virtuosismi costruttivi che caratterizzeranno le opere dell’architetto. La centralità del tema è il personale approccio integrativo al modernismo attraverso un’architettura che esplora la “forma libera”e plastica: la piastra ondulata di copertura, la facciata formata da due trapezi rettangolari di diversa altezza, la vitalità dei materiali e dei colori, diventeranno dei canoni del modernismo brasiliano. La dialettica tra gli elementi diversi e opposti, sarà uno dei caratteri inconfondibili della sua architettura: ortogonalità e curve, pieno e vuoto, opaco e trasparente, materialità e leggerezza, immagine reale e immagine riflessa.
Conjunto da PampulhaIate clube da Pampulha. La facciata formata da due trapezi rettangolari di diversa altezza, denominata “telhado borboleta” (telaio a farfalla), di impiego particolarmente appropriato in ambiente tropicale, a differenza della copertura piana di stretta osservanza del movimento moderno, diventerà uno dei canoni del modernismo brasiliano.
Casa do Baile. Il rapporto con il luogo è fondamentale ed è mediato dalla relazione tra interno-esterno; la piastra ondulata di copertura diventerà uno dei canoni del modernismo brasiliano. Casino da Pampulha. Un invaso scatolare vetrato con rampe, pareti rivestite di alabastro, colonne fasciate di metallo e specchi che smaterializzano le pareti. Il tema di fondo è la “promenade architecturale” corbusieriana. tre corpi collegati fra loro, destinati ad alloggiare le principali funzioni. Se la distinzione dei volumi è di marca ancora funzionalista, le interconnessioni tra i corpi creano una profonda continuità distributiva e formaleChiesa di San Francesco d’Assisi. L’impiego di volte autoportanti in cemento armato ne costituisce il tema centrale: il materiale è usato per la prima volta con grande sicurezza plastica e strutturale. Alcuni elementi evidenziano ancora la chiara influenza di Le Corbusier, la scala elicoidale anzitutto. Un’opera chiave per il movimento moderno internazionale e un faro per la libertà di creazione.
Il tentativo di far convivere la radicalità del movimento moderno e la ricchezza simbolica- figurativa della tradizione barocca e della storia artistica brasiliana, è l’idea di modernità alla base dell’architettura brasiliana tra gli anni ’30 e ’50.
“Se si fanno opere in serie, ripetitive, non si è architetti, ma operai: e questo perché, dal mio punto di vista, l’architettura è invenzione e, in quanto invenzione, è arte.”
Oscar Niemeyer
La linea curva inizia a prendere forma.
La sua sperimentazione si impone a livello mondiale negli anni ’50-’60 con opere come l’Edificio Copan a São Paulo e l’Edificio Niemeyer a Belo Horizonte in cui l’originalità delle sue linee rotonde e la ricerca sulla funzione mista di giganti oggetti urbani che si inseriscono nel tessuto urbano trova il suo culmine.
Banco Boavista, Rio de Janeiro, 1946; Edificio Copan, São Paulo, 1951. La forma sinuosa collabora all’irrigidimento della struttura e alla ricerca di una potente unitarietà della massa. L’edificio assume così una condizione urbana attraverso un solo segno compatto e riconoscibile e capace di sublimare la tipologia del blocco tradizionale.
Edificio Niemeyer, Belo Horizonte, 1954
Occhi che guardano le forme. Schizzo; Hospital Sul America, Rio de Janeiro, 1952. C’è una forte attenzione rispetto all’implantação, il posizionamento nel lotto rispetto agli spazi esterni. Vi è una sorta di pausa tra suolo e volume grazie a dei massicci pilastri a forma di V che scindono l’elemento di sostegno dal volume portato. Grazie ad essi il numero di punti d’appoggio è dimezzato e l’edificio trova una sua autonoma compattezza e compiutezza formale.
Il continuo inno alla curva non va interpretato come un imperativo formale, al contrario, esso va inteso come una perenne indagine attenta alla forma e la relazione visiva che essa produce negli occhi di chi la guarda. Niemeyer ha sempre volto il suo sguardo verso un’architettura della distanza, del territorio, della città. Una delle sue più grandi lezioni è l’attenzione per l’uomo e la fiducia nell’architettura che, pur non essendo una panacea a tutti i mali, rappresenta una possibilità per il futuro.
“Uno dei problemi più gravi dell’architettura attuale è quello dell’unità urbana. Si tratta dell’armonia tra gli edifici, volumi, altezze e spazi liberi che costituisce l’architettura della città”
Oscar Niemeyer
Niemeyer spiega bene nei suoi scritti come le relazioni tra l’edificio e la città vengano prima del linguaggio delle singole parti e questo dovrebbe chiarire una volta per tutte l’equivoco che ha accompagnato le sue opere per decenni, ossia l’essere lette come un insieme di forme libere, citazioni alla terra e alla donna.
Lo stesso vale se ci si concentra sull’oggetto. Nonostante sia stato aspramente criticato da parte di architetti e teorici europei legati al Razionalismo, dietro la sua architettura c’è un’intelligenza costruttiva fuori misura. Le sue forme conferiscono rigidezza alla struttura e stabilità all’intera costruzione. Le sue forme libere non sono mai delle mere leziosità plastiche o decorativismi.
Con capolavori quali le opere progettate e costruite a Brasilia, Niemeyer ha dimostrato di non essere solo un maestro della modernità ma anche un pionere del post-moderno e, a tutti gli effetti, un architetto contemporaneo.
Brasilia, Capela do Palacio da Alvorada, 1957; Brasilia, Capela Nossa Senhora de Fatima, 1958
Catedral de Brasilia, 1958
Brasilia, Palacio da Alvorada, 1957; Brasilia, Supremo tribunal federal, 1958
Brasilia, Palacio do Planalto, 1958; Brasilia, Ministerio da Justica, 1962Brasilia, Congreso nacional, 1958
Il rapporto tra Niemeyer e la politica è sempre stato molto forte e la grandiosità monumentale dei suoi progetti concedeva un’immagine moderna a uno Stato che promuoveva lo sviluppo. Da sempre è un intellettuale impegnato e nel 1945 entra nel partito comunista brasiliano restandone fedele fino alla morte, è vicino a Luís Carlos Prestes e Fidel Castro e questa scelta politica si riflette anche sulla sua professione tanto che il suo lavoro viene spesso duramente criticato ed osteggiato soprattutto durante la dittatura militare brasiliana. È proprio nel 1964, anno del golpe militare che darà origine alla dittatura per vent’anni, che l’architetto è costretto, anche se volontariamente, ad abbandonare il Brasile ed emigrare in Francia, dimostrando che mentre i movimenti artistici nella musica, nel teatro, nel cinema e nella pittura sfociano in aperte contestazioni al regime, l’architettura, senza un patrocinio dello Stato, entra in crisi. Brasilia diventa il simbolo del potere militare lasciandosi alle spalle il motivo per cui è nata, ossia quello di essere un laboratorio di un nuovo modello di società. Il ministro dell’aeronautica dell’epoca riportò il fatto dicendo che “il posto per un architetto comunista è Mosca“. Fidel Castro una volta disse: “Niemeyer ed io siamo gli ultimi comunisti su questo pianeta“
Oscar Niemeyer e Fidel Castro nel 1999
Durante l’esilio scrive un libro: “Il mondo è ingiusto” edito Mondadori e costruisce importanti opere nel mondo tra cui la sede delPartito Comunista Francese a Parigi e la sede della casa editrice Mondadori a Segrate.
«L’architettura dovrebbe poter essere goduta da tutti, ma spesso soltanto i ricchi hanno l’opportunità di farlo. L’architetto lavora per i ricchi, per i governi, per le imprese, un tempo lavorava al servizio di prìncipi e re, e i poveri sono segregati nelle favelas in condizioni di vita assurde […] L’architettura è solo un pretesto. Importante è la vita, importante è l’uomo, questo strano animale che possiede anima e sentimento, e fame di giustizia e bellezza»
Oscar Niemeyer, Il mondo è ingiusto
Sede del Partito Comunista Francese, Parigi, 1965; Casa editrice Mondadori, Segrate, Milano, 1968
Al suo rientro in Brasile, le sue opere si spostano per lo più a San Paolo, divenuto centro industriale finanziario del Paese. Tuttavia, lo spirito meno populista e il manierismo poco tollerato in favore del contestualismo regnante, fanno di Niemeyer il rappresentante di un mondo moderno ormai sepolto. Le contraddizioni sociali sempre più evidenti e l’estrema povertà che dilaga nel Paese, trovano uno spiraglio di luce nella chimera di uno sviluppo più razionale ed organizzato delle città.
Ma da buon combattente, Niemeyer aspetta e rinasce con una vitalità ancora più forte, proprio quando la lezione modernista è in tempi di ripresa, all’inizio del nuovo millennio. Riesce a recuperare il suo prestigio nazionale ed internazionale.
Negli Stati Uniti vince nel 1988 il premio Pritzker, il Nobel dell’architettura. Nel 1996, riceve il Leone d’Oro della Biennale di Venezia e la Gold Metal del Royal Institute of British Architects nel 1998. Nel 2000 disegna il progetto dell’auditorium di Ravello, inaugurato nei primi mesi del 2010. Nel 2001 riceve l’UNESCO alla Cultura. Nel 2004 gli è conferito il Praemium Imperiale per l’architettura. Nel 2005, è stato inaugurato dalla Tim l’auditorium del Parco Ibirapuera a San Paolo, un progetto del 1954 rimasto per anni chiuso nel cassetto.
Ha esercitato la professione per più di 70 anni ed ha progettato più di 500 opere architettoniche. È stato scultore, designer e scrittore.
Oscar Ribeiro de Almeida de Niemeyer Soares – Rio de Janeiro, 5 dicembre 2012
Oscar Niemeyer nel suo ufficio sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro nel 2003. Foto Sergio Moraes. Reuters
“L’architettura è il mio hobby, una delle mie allegrie: creare la forma nuova e creatrice che il cemento armato suggerisce, scoprirla, moltiplicarla, inserirla nella tecnica più d’avanguardia. Questo è per me inventare lo spettacolo dell’architettura”.
La maggioranza delle immagini contenute in questo articolo sono state prese da Fundacao OSCAR NIEMEYER e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright.
S1:E1 “Il Bicighellone”
Abituati a vederci e considerarci secondo il discutibile concetto di modernità, viviamo confusi e continuamente assoggettati a stereotipi che ci vogliono tenere ancorati alle ingannevoli offerte di un mondo artefatto negli stili di vita. Lo scopo perverso è l’invito nemmeno tanto nascosto a comportarci da buoni consumatori. Diversa e augurabile è l’attitudine del flâneur che, nel racconto di Lorenzo De Francesco, pedala in bicicletta per la città, godendosi le buone cose ritrovate, anche se l’inevitabile cambiamento dovuto alle diverse opportunità e necessità di una città trasformata può averle modificate. Lorenzo ironicamente si definisce Bicighellone, simpatico appellativo del bighellone perditempo, ma anche flâneur, per essere precisi, allo scopo di evidenziare l’aspetto qualificante dell’osservazione curiosa e riflessiva di colui che ritrova e rivive i luoghi della memoria, con l’affetto di chi è radicato nel proprio mondo, quindi non un vagare inconsapevole per le vie della città. Il bicighellone prende mentalmente nota e confronta ma non valuta i fenomeni. Questo è il primo racconto della serie Appunti del Bicighellone.
Rita Manganello
C’è una luce sottile, leggera che avvolge monumenti e case stranamente puliti, in questo novembre che è ancora settembre. Le ruote della bici saltellano sui blocchi di selciato, sgusciano tra le rotaie, mentre gli occhi scrutano scorci interessanti da fermare, le orecchie indovinano l’avvicinarsi di motori minacciosi.
Che sensazione poter rivivere la città in questo modo vecchio eppure nuovo; centellinare luoghi percorsi nevroticamente migliaia di volte, di giorni, di urgenze.
Ho attraversato i Giardini: erano il mio povero premio, in alcune domeniche, venire qui allo Zoo, [1] nutrire gli animali tristemente ingabbiati, farmi riprendere dalla 8mm Kodak del babbo, vestito a festa in pose fiere. Luoghi di emozione allora, insignificanti oggi; ma in dissolvenza quelle immagini scorrono ancora.
Mi fermo ad aspettare che il vecchio tram sbuchi dall’arco medievale di porta Nuova, mentre raggi di ultima luce fanno persino bello il candido bassorilievo fascista del palazzo dell’Informazione. Più in là la conica cuspide di San Marco è affiancata in prospettiva dalla sagoma quasi mostruosa del Curvo di Citylife. [2]
Il Bicighellone, un bighellone in bici o più esoticamente un flâneur in velocipede, si compiace di vagare senza meta, rincorrendo la luce che scappa tra palazzi e vie più deserti del solito a causa di questa pandemia assassina che molti accolgono con indifferenza arrogante.
Un’umanità scarsa e mascherata percorre vie nitidamente vuote, file di taxi aspettano dei fantasmi.
La Scala tetramente chiusa, devitalizzata, sospesa a qualcosa, attende una nota ancora invisibile.
Le rotaie tracciano la strada, ma a volte macabri frammenti ciechi, annegati e troncati dall’asfalto mi ricordano linee estinte. Cicatrici di una guerra che annientò il trasporto pubblico elettrico, silenzioso ed ecologico per far spazio a fumosi autobus assordanti.
Corro ipnotizzato da queste rotaie, lucide di freddo riflesso, incurante dell’incessante martirio del selciato che trasforma la sella in una tortura sfiancante. Inevitabilmente l’atmosfera serale, la luce cadente e radente, l’aria più fresca, scatenano nella mia romantica mente musiche e ricordi, una sequela incessante che sempre si affaccia in queste occasioni, malinconico spartito che raccatta musiche amate che si accavallano per affacciarsi alla mente, un po’ tristi, un po’ gioiose, tutte legate a precisi momenti, a intense emozioni. Sotto gli occhi a volte passa uno scambio, con l’ago diritto o piegato, come nella vita il tuo simbolico tram prende una direzione o l’altra. A seconda del percorso il conducente fa scattare lo scambio, un rumore metallico inconfondibile, se sei vicino è stupore assordante improvviso.
Alla fine il vagare estingue il suo impulso, devi ritornare a casa, seguire la rotaia invisibile: la fantasia si spegne come quel riflesso di sole ormai stinto, il buio della sera avvolge i pensieri e i ricordi in un pacchetto quotidiano, accurato, sempre uguale. Quel tram allo scambio è andato da un’altra parte, ora il suo posteriore annega là in fondo, diventa invisibile, imprendibile, assorbito dalla prospettiva delle case in lontananza, mentre si avvicina al capolinea. Ogni fine è un nuovo inizio, fino all’ultima corsa verso il deposito.
[1] gli attuali giardini Montanelli in via Palestro a Milano.
La mia Barona, di Lorenzo De Francesco, si radica nella temperie culturale degli anni del boom economico, quando il Paese si avviava alla trasformazione dettata dallo sviluppo industriale e la speculazione edilizia. Lo scenario è il quartiere Barona, nella periferia sud-ovest di Milano, descritto con vivace affettività dal nostro autore, protagonista e osservatore del suo particolare microcosmo. Lorenzo, bambino negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, annotava puntualmente i contorni della sua vicenda personale e familiare, nell’epicentro della transizione urbanisticamente e socialmente significativa dal borgo rurale alla metropoli. Coloriti i riferimenti ai personaggi che ravvivano il racconto, ancorati alla cultura popolare milanese di quegli anni. Una testimonianza gradevole di sapore memorialista.
Rita Manganello
Preferisco prendere il tram, mi dà sempre una sensazione di libertà protetta, posso guardare a 360 gradi la città che scorre fino al tratto che attraversa il ponte di via Valenza, infilando poi Ripa di Porta Ticinese a ridosso del Naviglio Grande. Qui il tranviere si rasserena, è uscito dal traffico asfissiante da via Torino a Porta Genova e si lancia sul rettilineo in un’accelerazione liberatoria.
Amo sentire lo sferragliare e il dondolio provocato dalla velocità. Attraverso i vetri, i luoghi ancora familiari, le mura dello scalo di porta Genova, il ponte di ferro delle Milizie, nome inquietante come la sua sagoma dura, lascito di una costruzione dell’era fascista. Man mano vedo avvicinarsi il profilo familiare e inconfondibile della chiesetta di S.Cristoforo, ora non più inghiottita dalle nebbie che la soffocavano quasi sempre d’inverno, quando ero piccolo.
Ci passavo molto tempo, nei pressi di S.Cristoforo: i miei avevano un’ officina in via Pestalozzi, una via stretta dove transitava il tram 12.
Questa linea tranviaria terminava la corsa al capolinea di piazza Miani passando per via Biella; al 20 c’era la mia casa natale al quarto piano senza ascensore.
1963 circa, Via Binda angolo via Watt
1971 circa, via Biella angolo via Zumbini
Via Biella angolo via Simone-Martini primi anni 30
1966 circa, piazza Miani
Ponte delle Milizie
S. Cristoforo
Una memoria del cuore il tram 12: mi portava da casa a scuola, all’officina e poi in un quarto d’ora in piazza del Duomo, senza dover cambiare.
È su questo asse che si svolge la memoria dei miei primi anni. Ogni tanto ripercorro i luoghi e trovo che qualche elemento della storia cittadina è scomparso: prima è sparito il 12, sostituito da autobus rumorosi, fumosi e poco spaziosi; sono rimaste mute per anni la linea aerea e le rotaie, giusto per aumentare il rimpianto. Poi hanno coperto anche quelle, togliendo le lastre di pietra e porfido, che erano l’alveo rassicurante delle rotaie, indistruttibile e distruttivo per le ruote e le sospensioni delle auto.
Sin dalle elementari, nella piccola officina di mio padre, è stato per me un crescendo di lavoretti fino a uscire in missione, da grande, insieme agli operai.
Il marciapiede di via Pestalozzi potevo percorrerlo con la mia piccola bici anche senza sorveglianza, da un passo carraio all’altro. Ci sono ancora gli stessi tombini, impressi come ricordo nella mia mente come nell’asfalto.
Dal piccolo mondo di S.Cristoforo, che esploravo quando ero in officina al piccolo mondo della Barona, quando ero a casa; la prima esplorazione fu visiva dal grande terrazzo dal quale si dominava mezza città e mezzo cielo, visuale libera da case più alte, un grande prato davanti caratterizzato dal coro di rane e zanzare. Più tardi emerse il mondo nuovo dell’adiacente quartiere di S. Rita.
La Barona era ancora periferia ai margini della città, costellata da una corona di case popolari anteguerra. Tristi e serie. Subito dietro campi e cascine; la città finiva bruscamente liberando la campagna dall’intrusione del cemento. Alle case anteguerra si aggiunsero subito costruzioni più moderne, ancora più brutte e spartane, per accogliere gli immigrati del boom economico.
Salivo sul tram davanti a casa, tre fermate ed ero a scuola o in officina. Non ho mai capito perché non si potesse andare a piedi, scelta incomprensibile dei miei genitori.
Il 12 aveva una particolarità dovuta alla curva a gomito nella stretta via Pestalozzi: lì il binario diventava unico e c’era un semaforo per i tram d’ambo i lati. Era divertente vedere l’alternarsi delle vetture e cercare di capire come si azionava lo scambio che talvolta si inceppava, costringendo il tranviere a scendere con la gügia[1], arnese che serviva anche da minacciosa arma impropria in caso di discussione con gli automobilisti spazientiti dall’intralcio.
Oppure quando la pertegheta scarrucolava e il bigliettaio (era compito suo non del conducente) doveva scendere dal tram e bestemmiando riposizionarla sulla linea elettrica con vari tentativi; risalire poi di corsa perché il conducente aveva fretta di ripartire per rispettare la tabella di marcia.
In un quartiere cittadino fortemente tipizzato, come era la Barona all’epoca, non potevano mancare i personaggi di culto che caratterizzano la comunità di abitanti della zona.
Sul Naviglio, il cartolaio che fumava sigarette al mentolo rilasciando quel delizioso profumo che impregnava tutto, il fotografo con le sue apparecchiature misteriose e sempre molto indaffarato, l’idraulico grasso e sudato con manone enormi e tuta con bretelle: un retrobottega che era una miniera di metalli vari e odori strani e che si apriva su di un cortile sconosciuto; il ferramenta gay che mi guardava con interesse, il verniciatore stravagante che posata la pistola a spruzzo, la sera impugnava tavolozza e pennelli e continuava a dipingere, l’elettricista enorme, zoppo, sinistro, dalla voce tonante che talvolta virava in un falsetto inatteso, l’ex pugile sempre ubriaco, il lattoniere milanesissimo – una sputacchiera ambulante e donnaiolo incallito – gli occhi sempre infiammati.
Nella lista dei personaggi tipo si distingueva l’ingegnere della fabbrica dei trasformatori industriali con un innato senso di superiorità verso i piccoli artigiani.
L’officina aveva come sede un’ex macelleria di ridotte dimensioni: c’erano ancora le piastrelle bianche e rosse e i ganci per appendere al muro i quarti di bue.
Era quanto rimasto della florida azienda metalmeccanica del nonno, che subì un rovescio di fortuna, il che costrinse mio padre a lasciare gli studi professionali e a trovarsi subito un lavoro, come soffiatore di vetro alla Pastelor, dove conobbe mia madre.
Grazie al boom, l’officina è andata sempre ampliandosi, dalla superficie dei locali al volume d’affari, fino a quando mio padre lasciò l’attività a 70 anni nel 1994, cedendola al più intraprendente dei suoi operai.
La signora Ester era il nostro legame con S. Cristoforo; lei era una di quelle che al mattino lavavano i panni nel naviglio per sbarcare il lunario e nel pomeriggio tirava le punte [2] da noi. Con il marito gravemente malato, doveva tirare la carretta lei. Lavorava il vetro accompagnando il movimento delle mani con un dondolio incessante del corpo e della testa, una cosa ipnotizzante, i capelli bisunti fissati da un vecchio fermaglio.
A 15 anni il trasloco nella nuova casa: la conclusione, la fine del sogno. Quando trasportavo le vecchie cose nella nuova abitazione, sapevo di lasciare qualcosa, per sempre. Ritornavo ogni tanto in via Biella e vedevo frammenti del passato densi di memoria scomparire inghiottiti o sostituiti da manufatti anonimi senza storia per me.
Nella nuova casa, con ascensore, doppi servizi, box, cortile, mancava però quel mio grande polmone: il terrazzo sul cielo e sul verde.
[1] Asta metallica che consente l’azionamento manuale di un deviatoio da parte del tranviere.
[2] Prima fase della lavorazione del vetro in canne per la creazione di ulteriori manufatti: il tubo viene scaldato mentre è fatto continuamente ruotare con le dita e leggermente insufflato per evitare che si afflosci, tirandolo progressivamente fino a separarlo in due parti, ognuna delle quali a “punta” perfettamente simmetrica una volta raffreddata.
Germano Celant, il Controverso
MILAN, ITALY – MAY 07: Germano Celant attends a ‘Private view of ‘TV 70: Francesco Vezzoli Guarda La Rai’ at Fondazione Prada on May 7, 2017 in Milan, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for Fondazione Prada) *** Local Caption *** Germano Celant
Nato a Genova nel 1940, in questi mesi di pandemia si è scontrato con il Virus dei virus e ha perso la partita, aveva 80 anni e alcune patologie pregresse, lascia la moglie Paris Murray e il figlio Argento. Germano Celant è mancato il 29 aprile dopo due mesi di terapia intensiva, appena tornato dall’Armory Show, evento fondamentale per le grandi collezioni di arte moderna internazionali, tenutosi i primi di marzo a New York nonostante in Europa già fossero in atto le restrizioni anti Covid-19.
Nella sua intensa vita è stato storico e critico dell’arte di fama internazionale, ha ricevuto premi prestigiosi, come il The Agnes Gund Curatorial Award da parte dell’Independent Curators International.
È stato curatore di mostre per i più grandi musei del mondo, citiamo tra tanti il Solomon R. Guggenheim Museum di New York e la Fondazione Prada, co-direttore artistico e supervisore per le Biennali di Firenze e Venezia e in molti altri tra più importanti eventi culturali internazionali. Nel 2016 è stato direttore artistico per la realizzazione dell’opera di Christo e Jeanne-Claude al Lago d’Iseo, The Floating Piers.
Autore
di moltissimi libri e cataloghi, la cui lista completa occuperebbe diverse
pagine, ricordiamo qualcuna tra le ultime pubblicazioni:
Gianni
Piacentino
(Fondazione Prada, 2015), William N. Copley (Fondazione Prada, 2016), , Virginia
Dwan and Dwan Gallery (Skira, 2016), Pop Art & Warhol
(Abscondita, 2016), Mimmo Rotella. Catalogo ragionato 1944-1961 (Skira,
2016).
Fotografia dall’archivio di Lia Rumma pubblicata su Flash Art: da sinistra, Tommaso Trini, Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Filiberto Menna, Marcello Rumma. “Arte Povera + Azioni Povere,” Amalfi, Italia (1968)
«I giovani artisti a Torino s’incontravano, parlavano. C’era Paolini, Fabro, Gilardi. Discussioni animate… E in un angolo c’era sempre un giovane uomo vestito di scuro, silenzioso. Prendeva un sacco di appunti e per quel suo stile lo soprannominammo “il notaio”». Luciano Pistoi
Nel settembre del 1967, in momento di inquietudine culturale, sociale e politico diffuso in modo trasversale e a livello internazionale, alla Galleria La Bertesca di Genova, Germano Celant inaugura Arte Povera e Im Spazio, mostra collettiva di artisti emergenti. Due mesi dopo, il 23 novembre, su Flash Art n.5 – Novembre-Dicembre 1967, pag. 5, Germano Celant pubblica “Arte povera, appunti per una guerriglia“, manifesto che definisce la linea teorica del movimento. (Qui il testo integrale). Nasce una corrente artistica che cerca materiali poveri e di scarto, ricorre ad una nuova forma d’arte: l’installazione, sfida il conformismo e detesta la società contemporanea.
Due anni dopo il movimento ottenne attenzione internazionale in seguito alla mostra di “Live in Your Head. When Attitudes Become Form“, organizzata presso la Kunsthalle di Berna da Harald Szeemann, riproposta nel 2016 dalla Fondazione Prada a Venezia nel 2013.
L’atteggiamento che dimostra fin dagli esordi, descrive la figura imponente, complessa e fortemente discussa di Celant, che partorisce e cresce una creatura costituita da definizioni contraddittorie. (Come non ricordare le sue contrastanti interpretazioni di Piero Manzoni?) Plasma così tutta la sua imponente carriera, passando attraverso repentini cambi di vedute e prospettive capovolte, che lo hanno reso un critico d’arte-imprenditore spregiudicato, padre del “monopolio interpretativo” egoriferito e della diffusa pratica postbellica della classificazione dell’arte e degli artisti.
Di lui ci resta la poderosa scintilla intuitiva, totalmente immersa nella scena dell’arte contemporanea, condita dalle innegabili doti organizzative, volte a promuovere strenuamente azioni d’arte in totale libertà performativa. Ma soprattutto l’aver contribuito, nel bene e nel male, a dare un volto evolutivo alla figura curatoriale, rendendola una forma d’arte per l’arte.
Land Art – Il mondo come spazio dell’opera d’arte – Germano Celant
CINQUANTA SFUMATURE DI QUARANTENA
Distopia in atto. La farmacia ha esaurito le mascherine. Rimedio con un travestimento stile L’ Uomo invisibile di H. G. Wells: sciarpa che copre naso e bocca, occhiali da sole, guanti; manca il cappello. In tasca l’autocertificazione con le seguenti motivazioni: passeggiata cane, rifornire il frigo. Al rientro lavo le mani come per entrare il sala operatoria. Andrà tutto bene. Fine della trasmissione del 12 marzo 2020.
Stato di emergenza, quarantena, misure restrittive, isolamento, terapia intensiva, dispositivi di protezione, pandemia; segue un repertorio terminologico che non riporto per intero. Queste sono alcune delle voci del lessico della paura che ci accompagna nei giorni del corona virus.
Un vocabolario consultato senza risparmio, una fruizione immersiva alla quale non ci si può sottrarre, data l’eccezionalità dell’avvenimento: la pandemia. La nostra conoscenza del mondo si era fermata alle epidemie geograficamente circoscritte, ma la pandemia no, non ci eravamo ancora arrivati al giorno d’oggi e ci ha colti di sorpresa, attoniti, disturbati da un evento planetario che ha stravolto la nostra esistenza fatta di interconnessione ossessiva, accelerazione del tempo voluta dalla consumazione rapida, frequente e incontrastata di ogni possibile godimento. Tutto e subito, senza pause tra un’attività e la formulazione di un desiderio cui deve far seguito un febbrile appagamento.
Covid-19, bastardo micorganismo che ha infettato l’organismo di migliaia di persone e influenzato la vita delle popolazioni, il tempo che gli serviva per evolversi nel passaggio dall’animale all’uomo, se lo è preso tutto. Quanto tempo avrà impiegato per attuare il salto di specie? Di sicuro molto più di quello che impieghiamo noi per decidere se acquistare un oggetto online, guardare una serie TV in streaming, incontrare gli amici della movida serale o troncare una relazione via Whatsapp. Tutto facile, tutto a portata di mano, in una proliferazione maniacale di atti ripetuti, là dove anche l’amore acerbo si piega alla ricerca di qualcuno alla stregua di qualcosa che annulli il tempo di una riflessione, l’accettazione dell’alterità, la mancata corrispondenza di un ideale impossibile; nessuna pausa tra un innamoramento e l’altro, nessun tempo che dilati l’attesa di un prossimo incontro.
Il tempo sincopato che siamo abituati a vivere è sostituito dal tempo rallentato della vita in un interno, casa nostra se siamo fortunati, l’ospedale se disgraziatamente abbiamo bisogno di cure.
Nella città in pausa dove tutti respiriamo la stessa aria, abbiamo ri-scoperto la vita meditativa del ritiro obbligato, confortata da quello che siamo capaci di fare una volta sottratti alle tentazioni che si trovano all’esterno, dedicandoci a letture, bricolage, cucito, maglia e uncinetto, pulizie straordinarie della casa, riordino degli archivi, cura delle piante, film in TV, esperimenti culinari mai tentati prima. Ci siamo adattati alla situazione riscoprendo il gusto del fare domestico, per alleggerire il peso di una situazione anomala che avremmo preferito vedere in un B movie piuttosto che nella realtà. Il privato è politico si diceva un tempo; in questo frangente è divenuto centrale nel tenere insieme una società compromessa da un elemento erroneamente considerato alieno, di fatto fortemente destabilizzante.
Da buoni improvvisatori e capaci di ammirevole dedizione nell’emergenza, con patriottico richiamo ci siamo organizzati una vita nelle retrovie dello schieramento umano, molto più esposto, dei medici e del personale ospedaliero incaricati di affrontare un patogeno sconosciuto con gli strumenti della scienza, con risorse alterne secondo la regione di appartenenza e tanta abnegazione.
Noi dal balcone di casa abbiamo applaudito il loro sforzo tenace, inviato messaggi di incoraggiamento e ammirazione, fatto del nostro meglio per contribuire ad arginare il contagio restando a casa.
Nel quartiere milanese di Nolo, Federica P. ha cucito mascherine di ottima fattura per chi non le ha trovate in farmacia. Anche un piccolo gesto si è rivelato una risorsa preziosa. Un gesto riconducibile al concetto di mateship, sentirsi parte di un vissuto comune.
Alcuni hanno beneficiato del lavoro agile, ma non tutti hanno avuto la stessa possibilità non potendo interrompere la catena produttiva dei servizi essenziali; abbiamo seguito con apprensione la loro esposizione al rischio.
Uno scenario inesplorato quello della vita al tempo del corona virus; molti si sono domandati: “e dopo ?” Cambierà qualcosa nei nostri comportamenti? Vorranno i governi rendersi finalmente conto che sfidare la natura porta guai e che la stessa non si piega alla nostra volontà di umanità incosciente e capricciosa? Non vorrei eccedere nell’elencare altre angosciose domande. Leggo in un documento dal titolo “Nessuno resti indietro“, redatto da un gruppo di consulenti manageriali:
…Si tratterebbe di promuovere da parte del Governo un progetto/campagna per sensibilizzare e condividere la necessità/opportunità di un cambio di paradigma nei comportamenti individuali e collettivi promuovendo un salto culturale che porti a comportamenti attenti al bene comune anziché a “essere furbi”.
Forse abbiamo avuto l’occasione di capire chi siamo o chi vogliamo diventare, in un futuro post-pandemico di maggiore consapevolezza e rimozione della visione alterata di un mondo fatto di confini considerati stabili, ora divenuti immateriali, e penso alla vanità del tutto.
Quanto segue è una raccolta di pensieri girovaghi, tra ricordi, immagini mentali e attività di un presente dominato da un evento che permea la nostra esistenza spezzando quel flusso di abitudini e comportamenti consolidati, prima della pandemia. Una trascrizione automatica di emozioni, domande, constatazioni che si sono affacciate alla mente incaricata di elaborare l’accaduto. Penso che più o meno ognuno di noi abbia rilevato un tracciato simile e involontario nella propria testa; qui vi presento il mio.
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Appelli alla popolazione, stili di vita in un interno borghese. Ventilazione polmonare, voglia di un cappuccino da consumare alla pasticceria del quartiere. Cineteca online: restate a casa, sono le regole. Soufflé al formaggio, pietanza fallita già ai tempi della prima repubblica. Lavoro agile e rapide corsette dietro l’angolo di casa. L’isolamento degli abitanti di Vo’. Tampone nasale e faringeo. Polverosi album di foto di famiglia. Mascherine esaurite; animazione sospesa. Think global, act local. Pandemia, pandemia, pandemia.
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Sui balconi svetta il tricolore. Due supermercati hanno esaurito le scorte di alcol: puntuale disinfezione in luogo di una corretta igiene mentale. Messa in piega fai-da-te modello Covid-19 incornicia il viso acqua e sapone. Parrucchieri e barbieri hanno deposto le forbici. Aperitivo allo specchio, mise en abyme. Memorie di un viaggio in Bretagna confortati dal bozzolo familiare. Secondo principio della termodinamica: indietro non si torna. Energia e informazione. Un pensiero transemisferico agli amici lontani. A pranzo pasta ceci e broccoli con una spolverata di peperoncino.
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Nella mia vita fino a un mese fa, ogni mattina al risveglio la domanda era: – cosa si fa oggi ? Con ciò intendendo attività fuori casa: incombenze varie, scambi coi familiari, cinema, teatri, mostre d’arte, etc. Ora il dinamismo extradomestico è sostituito da: – cosa cucino oggi ? Segue attenta esplorazione del frigo puntando sulla combinazione degli alimenti a disposizione, un’attività che mette in moto la creatività, la golosità e una vaga attenzione alle tabelle dietetiche. Oggi seppioline in umido con piselli.
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La mia buona salute è la tua buona salute, vogliamo capirlo ? Pensiero circolare.
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Zigzagando per il quartiere. Nelle uscite forzate con Dharma quando incontro persone che marciano nella mia direzione cambio traiettoria, in un percorso ubriaco fatto di passaggi da marciapede a marciapiede. Siamo un’umanità reietta.
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Ieri – sabato – mi telefona un tizio lavoratore appartenente a una rete di servizi al consumatore e mi informa che, a seguito di un mio presunto interesse verso le offerte di luce e gas, voleva sapere se ero intenzionata a sottoscrivere un dato pacchetto vantaggiosissimo. A seguito del mio palese disinteresse verso la sua conveniente offerta, esclama deluso: – ecco signora, lasciamo stare il mondo così com’è! Qualcosa di biblico nel sottotesto. Al che mi scappa una battuta corrosiva sul mondo così com’è, data la ben nota situazione dei giorni nostri. Chiudo la telefonata e scatta un monologo interiore sul mondo così com’è.
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Biohazard, stampe floreali adornano i boudoir, autobus vuoti, Milano non si ferma. Interruzione della normalità. Pasqua al mare coi bambini. Uso fallace del linguaggio, sciatteria lessicale. Trekking per i sentieri del parco Adamello Brenta. Fare di necessità virtù. La pandemia non è uno shock asimmetrico. Mateship per tutti spiegata ai bambini.
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Decostruire per ricostruire.
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Gli sguardi dall’India di Luciana M. Paesaggi vicini e lontani. Le piazze gremite del fermento politico sono sostituite dal distanziamento sociale: elogio dell’impermanenza. Mi giunge il cicalino dei messaggi Whatsapp dei vicini. Algoritmi della psicostoria. Vivere e abitare Feng Shui. Dharma in un percorso radiale di modesta estensione; torneremo a giocare al parco. Non siamo bloccati a casa, siamo sicuri a casa. Nascondere la torta di mele e darsi al fitness casalingo. Sembriamo quadri di Edward Hopper ritratti in spazi prospettici a beneficio di immaginari osservatori.
Da tempo il ruolo dell’architettura si è andato man mano
restringendo verso direzioni considerate poco credibili se non, addirittura,
superflue. Schiacciata dalla continua pressione economica, la categoria
professionale degli architetti sta soffrendo un depauperamento del proprio
ruolo in un contesto così ampio che va dal design di interni alla progettazione
urbana a grande scala.
Perché sia accaduto questo non è chiaro. Si potrebbe pensare
alla continua e silenziosa perdita di idee in chiave progettuale o anche
all’estrema velocità del tempo di trasmissione dei dati che fa sì che un
prodotto diventi obsoleto dopo soli due anni e che si vadano sempre ricercando
isolati fenomeni spettacolari a discapito di un’architettura intesa come
organizzazione umana, come capacità di fruizione da parte del cittadino, come
dialogo, come supporto alle condizioni di vita e di lavoro dei singoli.
Il tema dell’ultima Biennale di Architettura 2018 è stato Freespace e, dalla visita dei Padiglioni, è emerso chiaramente che la tendenza dell’architettura oggi sia quella di concentrare l’attenzione sulla qualità dello spazio generato da opere costruite o non costruite, materiali o immateriali, tutte, comunque, rivolte a riconsiderare l’Oggetto costruito non più come una scatola chiusa bensì come uno sfondo che regola ed agisce sulla dimensione urbana in cui si inserisce. Basti pensare a City Life a Milano in cui gli “Oggetti” vanno al di là del progetto stesso che li ha generati e fanno da sfondo alla partecipazione attiva della comunità promuovendo l’incontro e definendo la forma del luogo in cui sono inseriti. Penso alle parole dell’architetto Gio Ponti che, nel suo libro Amate l’Architettura, parla dei grattacieli di Mies van der Rohe a Chicaco (che lui chiama “blocchi”) come dei “meravigliosi cristalli ad elementi ripetuti che possono essere sublime ingegneria. L’architettura è nella loro composizione che determina una figura finita, immodificabile”
Sembra fuori contesto in questo momento storico parlare di Freespace, di luoghi di incontro, di invito alla socializzazione, di immodificabilità della forma, di promozione dell’interconnessione tra le persone. In una certa misura lo è, e lo è in quella in cui forse è arrivato il momento di capire che noi professionisti dobbiamo rientrare nell’Oggetto e dobbiamo rioccuparci dell’Architettura con un approccio che “aderisca alla legge del mutamento e privilegi gli spazi interni” come ci insegna Bruno Zevi, dove un approccio inorganico e classicista che parte da schemi e volumetrie prefissate, lasci il posto a una visione dell’Architettura che “rispettando e potenziando l’individuo, stimoli il pluralismo”.
Perché, se da una parte è insindacabile che l’architettura
si occupi di dare forma ai luoghi in cui viviamo, è altrettanto certo che sia
essa stessa uno strumento sociale, un mezzo che si interpone tra l’agire privato e le relative conseguenze pubbliche e lo fa a cominciare dall’Oggetto
stesso che, per primo, deve rispondere alle necessità del singolo e della
collettività.
RITROVARE IL PROPRIO RUOLO
Gli architetti, ma non solo, tutti i professionisti che hanno a che fare con la progettazione sono chiamati in questo momento storico di emergenza pandemica a ritrovare il proprio ruolo e a riflettere su quello che sta accadendo. Se c’è un aspetto fondamentale, in questa situazione di emergenza e di isolamento in cui il mondo intero versa in questi mesi, è quello di saper cogliere quanto ci si debba mettere in discussione e quanto si possa fare per dare al progetto la capacità di affrontare in maniera seria i problemi logistici a cui ci siamo trovati di fronte. In questo senso il ruolo dell’architettura ha modo di riacquistare il valore che ha sempre avuto e cioè quello di delineare e regolare il complesso rapporto tra l’idea e l’etica, tra la bellezza e la funzionalità, tra la forma e lo spazio, tra la struttura e la funzione. Leggo molti articoli riguardanti il lavoro dell’architetto ai tempi della quarantena ma, al di là di tutto, ricordiamoci che siamo inseriti in un mondo in cui la digitalizzazione ha mosso i suoi passi ormai più di venti anni fa e nel quale ci siamo piegati prima, e adattati dopo, nello sfruttamento massimo dei sistemi di aggiornamento. Io direi di cominciare a parlare di quello che sarà il lavoro dell’architetto post Covid-19, di quanto cambieranno le abitudini delle persone e di quanto sarà necessario leggere, in prospettiva, le odierne attuazioni che non solo tarderanno a scomparire, ma regoleranno le future interconnessioni sociali.
Quello di cui parlo è ripensare alle diverse forma di
socialità e di controllo della stessa, al rapporto che cambierà tra il pubblico
e il privato, alla scoperta, ri-scoperta e ri-adattabilità degli spazi. Le
dinamiche degli spazi comuni
cambiano quando il contatto tra le persone è negato e la realtà a cui siamo
sottoposti richiederà un ripensamento della rigenerazione dei luoghi sia sotto
il profilo urbano sia sotto quello di fruizione dell’Oggetto. Partendo dalla
condizione di isolamento, la prima casa,
il luogo che per molti di noi ha avuto un ruolo di appoggio quasi fugace dopo
intere giornate passate fuori al lavoro, in linea con questi anni di
accelerazione ed estrema mobilità, assumerà una nuova attenzione in termini di
vivibilità degli spazi che per molti diventeranno multiuso grazie allo sviluppo
dello smart working. I servizi
scolastici necessiteranno di nuovi investimenti per le infrastrutture digitali in modo da rendere possibile un adattamento
in accessibilità. Molte delle strutture monofunzionali dovranno essere
ripensate e riutilizzate in vista di un approccio alla funzione che sia mutevole e mutante. Le strutture ristorative, quali bar, ristoranti e tutte quelle di
aggregazione sociale, lì dove la “shut-in-economy” (ossia l’economia al chiuso)
non sarà sufficiente a garantire un volume di affari proporzionato ai costi di
gestione del locale e del personale, vedranno una riprogettazione dello spazio
pubblico pensato per un numero limitato di persone e saranno regolate da norme
igienico-sanitarie più restrittive che dovranno tenere conto di zone filtro tra
quelle di servizio e quelle dei clienti. Il fermo della mobilità ci ha posto di fronte alla riappropriazione da parte della
natura di luoghi che le erano stati negati dall’uomo; di contro, sta
dimostrando che non è influente sul tasso
di inquinamento che ancora si sta registrando nelle principali città, come
Roma e Milano, e che a fare la differenza sono le temperature ancora basse che
richiedono l’utilizzo degli impianti di riscaldamento. Non solo, consideriamo
che gli stessi edifici rappresentano
un potenziale elevatissimo nel raggiungimento degli obiettivi di contrasto al
cambiamento climatico, è bene che una volta per tutte sia chiaro che
l’architettura ha una grande responsabilità in merito e che è arrivato il
momento che gli investimenti siano rivolti all’utilizzo di materiali e
tecnologie adeguate al raggiungimento dell’abbattimento delle emissioni di CO2 .
L’architettura dovrà far fronte a tutte queste necessità,
dovrà rivedere le priorità e ripensare alle soluzioni.
IL TEMA DELLA CITTÀ. UNA NUOVA GESTIONE DEI PROGETTI TERRITORIALI
Se da una parte è vero che viviamo in ambienti più ricchi di
“dati aperti”, i cosiddetti data urban,
frutto di una tendenza all’urbanizzazione sempre più diffusa nel mondo,
soprattutto nei paesi in via di sviluppo, come l’Africa e l’Asia, è altrettanto
vero che “la città che dopo mezzo secolo
di accuse e critiche era stata rivalutata come luogo primario della nostra
evoluzione, sembra non essere più il contenitore adatto per la gestione
strategica di progetti territoriali complessi” – dice Giacomo Biraghi,
esperto internazionale di strategie urbane. La città andrà ripensata non solo
sulla base delle visualizzazioni interattive, che rivelano come le metropoli si
comportano e come le persone interagiscono con l’ambiente urbano in cui vivono,
o del concetto di “Smart City”, incentrato sull’efficienza e le prestazioni
ottimali legate ad essa, perché le azioni umane non sempre sono quantificabili
e prevedibili; senza alcuna demonizzazione in merito, ritengo che nessuna
tecnologia intelligente sia in grado di valutare gli effetti sociali della
cultura e della politica, né valutare l’importanza dell’impegno civico ed etico
delle persone, tantomeno in questo momento, in cui l’effetto sociale della
pandemia cambierà in maniera importante il modo del vivere comune. Quello che
si dovrà progettare nel potenziamento, invece, sono le aree esterne alle città,
di cui molte, ad oggi, non dispongono neanche di una connessione Wi-Fi stabile.
“La gestione dei progetti territoriali dovrà interessare soprattutto la mobilità, il monitoraggio e il ripristino di tutte le infrastrutture a supporto della stessa, magari studiata per appoggiarsi maggiormente alle fonti rinnovabili”- dice Stefano Boeri. Le statistiche degli ultimi giorni dicono che nell’immediato post coronavirus, quando la quarantena sarà finita, non ci sarà una repentina ripresa delle attività legate al tempo libero e, dal punto di vista economico, questo sarà un problema per le imprese. Solo il 3% degli intervistati ritiene plausibile l’idea di viaggiare all’Estero a breve termine, se non costretti dal lavoro, e questo in prospettiva potrà essere letto come una possibilità di potenziamento della rete di collegamento tra le varie Regioni d’Italia, delle loro strutture ricettive, degli interventi integrati per la crescita e l’interconnessione tra esse. Dedichiamoci a ricostruire i territori, ripartiamo da lì.
LA PROGETTAZIONE DEGLI EDIFICI
“Gli edifici sono responsabili del 36% di tutte le emissioni, del 40% di energia, del 50% di estrazione di materie prime nelle Ue, del 21% del consumo di acqua”, dichiara la GBC Green Building Council Italia nel cui Manifesto pone in evidenza il peso che il settore delle costruzioni ha nelle emissioni di CO2 . Dal momento che l’Europa è impegnata concretamente a rendere l’impatto ambientale pari a zero, è bene che il New Green Deal, il nuovo patto verde, sia il punto di partenza per fare in modo che gli obiettivi energetico-ambientali si integrino con quelli economici-sociali. In Italia abbiamo bisogno di monitorare le prestazioni degli edifici e di adottare un protocollo energetico ambientale che detti delle regole e che sia assolutamente alla base delle nuove progettazioni e del riutilizzo delle esistenti. L’architettura ha bisogno di potenziare la cultura dell’efficienza, della sostenibilità, della gestione circolare dei materiali, dei componenti, del cambiamento e delle trasformazioni climatiche. L’architettura ha un ruolo sociale e sociologico e quando l’architettura crea l’Oggetto, disegna il luogo, dà un contributo all’ambiente e fa contemporaneamente qualcosa per le persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.
Racconta
David Chipperfield, nuovo Guest Editor di Domus per l’anno
2020, dopo aver incontrato Renzo Piano nel suo studio a Parigi: “L’interesse per le prestazioni, la
tecnologia e la costruzione non è fine a se stesso. Piano ha sempre considerato
il ruolo sociale dell’architettura come sua ragione d’essere”.
“Fare architettura significa costruire
edifici che respirano, che non consumano troppa energia, anzi, che vivono in
simbiosi con l’ambiente. Siamo di fronte ad una nuova frontiera espressiva del
progetto. Fatta di leggerezza, trasparenza e sensibilità” – dice lo stesso Renzo
Piano in un’intervista al Corriere della Sera.
RIENTRARE NELL’OGGETTO
Tanti sono gli edifici di cui si potrebbe parlare, ma visto il momento che stiamo vivendo, parto dal tema della sanità e nello specifico dal tema degli ospedali. In questi giorni sono state tante le persone a cui ho sentito dire che il problema più grande dell’emergenza sanitaria è costituita dagli enormi tagli alla sanità che il Governo ha fatto negli ultimi venti anni. È innegabile che sia così ma non credo che sia questo il problema del collasso delle strutture sanitarie. Nessuno poteva prevedere una pandemia del genere e nessun Paese sarà in grado di gestire dei numeri così alti con le sole forze che hanno regolato, fino ad oggi, le dinamiche quotidiane in fase di “normalità”. Quello che può cambiare, invece, in assenza di un numero elevato di terapie intensive, è la riorganizzazione interna dello spazio ospedaliero in cui le sale possano assurgere a diversi tipi di trattamento in base alle necessità.
Converto in idee progettuali un’interessante intervista che Mario Cucinella ha rilasciato al Sole 24ore: gli spazi delle sale operatorie devono rispondere al cambiamento di utilizzo così da essere agevolmente spostate, così come gli spazi delle sale delle degenze, in modo da potersi adattare facilmente alla necessità del cambiamento delle cure in fase di emergenza; la flessibilità nella riconversione dei reparti è fondamentale per la gestione da parte del personale sanitario e di conseguenza per la gestione ottimale del paziente; quando un Pronto Soccorso si sviluppa tutto su un piano, al piano terra, chi entra è accolto in base alla gravità della situazione e trova subito cura perché l’intero piano è dotato delle svariate specialità di emergenza, si rende il lavoro di gestione più fluido e si fa un dono del “tempo” al paziente, che a volte si traduce in secondi e non in minuti o ore; le entrate e le uscite devono avere percorsi separati in modo da non far entrare in contatto le persone malate con quelle sane, questo riduce di gran lunga le possibilità di contagio.
Questi sono solo alcuni degli aspetti che un progettista deve prendere in considerazione e forse rientrano anche in quelli più banali ma quello a cui voglio arrivare è che, ancora una volta, ci troviamo di fronte al concetto che quando l’architettura crea l’Oggetto o ne ridisegna il contenuto agendo contemporaneamente anche sulla fruizione da parte delle persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.
Una buona progettazione può favorire la gestione delle grandi emergenze? La risposta è sì. “La flessibilità è una questione morale, non un solo un fatto tecnico”. R.P.
Una collettività confusa si sta agitando smarrita nella paura del contagio, responsabile quel germe dannato che invade le vie respiratorie e, nel peggiore dei casi, provoca polmoniti ingravescenti.
È il Coronavirus, altrimenti detto Covid 19, un microrganismo insidioso che ha avuto la pessima idea di fare il salto di specie, dall’animale all’uomo.
Partito dalla Cina è arrivato in Europa e si sta diffondendo subdolamente e con discreta progressione geometrica in Lombardia. Il caso vuole. I maligni già elaborano fantastiche correlazioni tra l’alto PIL della Regione in rapporto al numero di casi accertati. E perché il sud del Paese al momento risulta indenne dal contagio? Caccia al paziente zero di casa nostra e una lunga sfilata di indicazioni e controindicazioni su cosa è meglio fare o evitare; le iconiche mascherine servono a ostacolare l’ingresso del virus nel nostro corpo, o no? Direi che il delirio si spreca, un vociare infinito.
La comunicazione di massa attraverso i media tradizionali e i social si sta prodigando più della scienza medica nel dare informazione con la massima penetrazione possibile, tra verità e fake news, provocando un fastidioso rimbombo nella mente dei cittadini; i più sensibili e creduloni sono le facili vittime di un fenomeno mediatico sproporzionato. Con perfetto tempismo la televisione trasmette Virus letale, un film di Wolfgang Petersen del 1995, con Dustin Hoffman, Renée Russo, Kevin Spacey, Donald Sutherland e Morgan Freeman.
Come si conviene, truffe e sciacallaggi sono il repeating pattern di un mondo che perde la testa ma non sa inventare niente di nuovo per sorprenderci, anche nell’abuso.
Questa mattina ho visitato un paio di supermercati a Milano, giusto per farmi un’idea di come stanno le cose, e vi riporto le mie osservazioni.
Auchan, fascia medio-alta: buona disponibilità di derrate sugli scaffali, cassiere con guanti e mascherina.
Lidl, fascia medio-bassa, presenta scaffali svuotati, in particolare quelli contenenti cibi in scatola, carrelli strapieni e una battuta colta al volo: – il Rolex per un litro di latte. Italiani, riprendetevi dall’isteria collettiva.
Leggo sul Corriere della Sera di un paio di giorni fa, un contributo dello scrittore Antonio Scurati:
“È finita in crisi la cognizione della finitudine umana. L’avanzare dell’epidemia ci polarizza agli estremi mentre dovremmo ricostruire una coscienza collettiva.”
Così esordisce Scurati, rimarcando la nostra umana fragilità di fronte a un evento imprevedibile e gravido di penose conseguenze, esortandoci a ricostruire una coscienza collettiva di individui che ora mancano di lucidità e si dibattono nell’oscurità di presunti scenari apocalittici, dei quali non possono fare a meno.
Prosegue lo scrittore:
“È questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto ma con un lamento* Ora che è arrivato, ora che lo spaventoso coronavirus è tra noi, tornano in mente i versi del poeta. E se la fine non si manifestasse tramite la deflagrazione roboante di una esplosione micidiale ma si insufflasse in noi, silenziosa, vaporosa e inavvertita come lo è la letale vita infinitesimale dei microrganismi? Se non si annunciasse con un tuono assordante ma con un semplice, distratto colpo di tosse?”
L’Apocalisse è servita e viene da lontano, dall’Oriente del pericolo giallo, da un semplice serpente o pipistrello che ha ospitato un virus tanto scaltro da essere capace di evolversi. E noi?
*(T.S. Eliot, Gli uomini vuoti, 1925)
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IL RESTAURATORE DI BENI CULTURALI. Parte Seconda
In questa seconda parte dell’articolo “Il restauratore di beni culturali” vedremo più da vicino gli aspetti operativi del restauro di un bene: diagnosi, metodi di lavoro e il risultato finale.
Parliamo ora di un case study, cioè il recupero di un mosaico: l’emblema raffigurante Ercole che uccide il leone di Nemea, conservato – o meglio accantonato – nei locali di servizio del Museo Poldi Pezzoli di Milano, e collocato sulla parete del ripostiglio antistante la scala, probabilmente negli anni trenta del Novecento, in quanto ritenuto un falso.
Foto del mosaico prima del restauro.
RM Cosa puoi raccontarci, Chiara, in merito alla parte preliminare del lavoro di recupero vero e proprio, per meglio inquadrare l’attività che hai svolto ?
CB Il mosaico, realizzato con pietre calcaree colorate, molto diffuse in tutta Italia, misura 72cm x 51cm x 4cm di spessore. La tecnica utilizzata è l’opus vermiculatum [1]: le tessere sono di dimensioni molto piccole (3-4 mm circa) e posizionate fittamente in modo da seguire, con la loro inclinazione, le esigenze della rappresentazione figurativa. Questa consiste nell’episodio mitologico di Ercole che strozza il Leone di Nemea. Dalla documentazione esistente, si presume che in origine il mosaico fosse incassato nel pavimento dell’ atrio a piano terra.
Come dicevo in precedenza, l’importante fase di ricerca filologica preliminare al restauro è stata lunga e approfondita; la consultazione di tutti i documenti relativi all’amministrazione e alle finanze del museo, scritti dai membri della commissione che si è occupata della gestione del medesimo dal 1881 al 1932, ha fornito alcune informazioni utili a ricostruire la storia conservativa del mosaico. Questo è rimasto incassato nel pavimento davanti allo scalone che porta al primo piano della casa museo, rimanendo soggetto a calpestio per circa vent’anni, per poi essere esposto come un quadro nella prima sala corrispondente all’attuale ingresso.
RM In quali condizioni si presentava il manufatto sul quale hai lavorato ?
CB Senza entrare nel dettaglio sullo stato di conservazione dell’opera, si è trattato per lo più di stuccature cementizie che deturpavano il manufatto, una delle quali attraversava il mosaico verticalmente da parte a parte, creando una frattura che lo divideva in due metà. Questo intervento è da collegare con tutta probabilità alla rimozione del mosaico dal pavimento, operazione alla quale ha fatto verosimilmente seguito un restauro di natura molto invasiva, come si usava nell’Ottocento, e che ha comportato l’inserimento di materiali cementizi nelle stuccature di “consolidamento”.
Inoltre il mosaico mostrava le probabili tracce di un altro intervento di restauro con tutta probabilità ancora precedente, durante il quale alcune porzioni del manufatto erano state reintegrate con tessere vitree. Ovviamente sono state fatte varie ipotesi sulle cause di questi riattamenti: assestamenti del terreno, caduta di oggetti pesanti, caduta dello stesso mosaico. Tuttavia, non essendoci documentazione a riguardo, non possiamo certificare nulla, limitandoci a esprimere delle congetture.
RM Immagino la parte diagnostica preliminare sia indispensabile per stabilire quali azioni intraprendere per il risanamento dell’opera.
CB Esattamente, senza un’opportuna indagine sullo stato di conservazione dell’opera e sulla natura dei materiali costitutivi del manufatto, non ha senso iniziare un intervento di restauro. Inoltre l’identificazione dei materiali è importante per capire, in aggiunta alle cause del degrado, anche il tipo di analisi puntuali da eseguire, in quanto non tutti i materiali possono essere sottoposti a tutte le possibili indagini diagnostiche. Nella fattispecie, sul mosaico sono state impiegate tecniche di imaging, si è svolta un’approfondita indagine fotografica, nonché mirati esami microscopici fondamentali per una più precisa caratterizzazione del bene.
RM Chiara, entriamo ora nel cuore dell’operazione di riattamento del mosaico: puoi raccontarci, in breve, le varie fasi del lavoro ?
CB La prima fase di restauro è consistita nella rimozione superficiale del deposito incoerente di polvere e detriti di varia natura, tra cui un’esigua percentuale di sali solubili. Successivamente ho effettuato test di pulitura, ossia le prove atte a determinare la più idonea metodologia di rimozione della malta cementizia presente sotto forma di vistose stuccature, tali da occludere gli spazi interstiziali, impedendo la corretta lettura dell’immagine rappresentata.
Infine, sempre a seguito dei risultati dei suddetti test, ho fatto in parte uso di un apparecchio micromotore munito di punta in acciaio inox per le zone più ardue, e ho applicato un impacco imbevuto di acqua e tensioattivo in tutto il resto del mosaico: le fughe tra le tesserine sono state liberate dal cemento ammorbidito dall’impacco, agendo in maniera manuale (la famosa iconica spatolina del restauratore N.d.R.). Dove vi era la stuccatura si è creato dello spazio vacante (noi le chiamiamo lacune), integrato con delle tesserine di calce idraulica naturale, appositamente posizionate per ricollegare il tessuto musivo, e ritoccate. Una volta terminata anche questa fase d’integrazione, ho steso una cera protettiva su tutto il mosaico.
Foto della restauratrice intenta nel suo lavoro.
RM “Chiara, un’operazione a dir poco minuziosa e delicata: sembra di essere immersi in un micromondo di tessere microscopiche e minuscoli pennelli! Il risultato è decisamente mimetizzante, oserei dire quasi impossibile da notare se non a una distanza ravvicinata. Il confronto prima e dopo è davvero sbalorditivo.“
Foto del mosaico dopo l’intervento di restauro.
RM Un’ultima, triplice domanda, Chiara, ringraziandoti dell’attenzione che hai dedicato ai lettori di Diatomea: quanto tempo ha richiesto tutto il lavoro di restauro nel suo complesso, quanta soddisfazione ti ha dato e quanto ha facilitato, o meno, la datazione del reperto in funzione della sua originalità /falsità ?
CB Un tempo abbastanza lungo considerando i test, le sperimentazioni, la ricerca della documentazione, la richiesta di consultazioni da parte di esperti e l’esecuzione vera e propria del restauro. La soddisfazione non è mancata nel rendermi conto di avere per le mani un reperto di epoca antica; confrontandomi con il Dott. Andrea Di Lorenzo, conservatore del museo, che si è occupato ampiamente dei falsi del Poldi Pezzoli, è sorto subito il dubbio che si trattasse di un originale e non di un falso. Recentemente abbiamo ricevuto in visita la Dottoressa Cristina Boschetti, del Centro Nazionale di Ricerca Scientifica di Parigi, che ha dato il suo parere positivo sul mosaico, ritenendolo quasi con certezza un originale di epoca romana, ascrivibile molto probabilmente alla seconda metà del I sec. a.C.
A livello materico la prova più sicura è data dai risultati ottenuti dall’impiego di una tecnica diagnostica XRF, fluorescenza a raggi X; nel caso di indagine su materia organica è il carbonio 14 a consentire maggior precisione nel datare un reperto, ma con i materiali inorganici è molto più difficile stabilire una corretta datazione.
Nel caso in questione è stato determinante il rinvenimento di faïence, un materiale simile al vetro, riscontrabile solo in epoca antica e quindi un indizio che depone a favore dell’antichità del manufatto. Nel rispetto dell’indispensabile cautela richiesta anche dal prestigio del museo ospitante, non ufficializziamo ancora la sua autenticità, ma la riteniamo altamente probabile. Potrebbero far seguito ulteriori e costosi test per emettere il verdetto definitivo.
Che ne è stato dell’oscuro artigiano che ho menzionato all’inizio dell’intervista?
[1] L’espressione deriva probabilmente dal latino vermiculus (verme) con cui si intendeva sottolineare l’andamento curvilineo e serpeggiante delle piccolissime tessere musive.