ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Seconda Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

RM: Lorenzo, dopo questa breve rassegna più che altro tecnica sull’astrofotografia, vorrei che ci raccontassi l’intima essenza della ricerca astrofotografica

LDF: Ancora oggi, circondato da cotanta tecnologia da addomesticare, mi fermo nel cuore della notte per provare l’emozione originaria di fronte a questa scintillante immensità, questa profondità misteriosa che attira le menti più sensibili.

La meraviglia accende la curiosità e l’osservazione del cielo incentiva la tendenza a porsi le domande sull’origine del tutto,  eterno interrogativo.

Ci poniamo domande di fronte alle dimensioni sterminate e incommensurabili di questo spazio: lo sguardo naturalmente parte dalla Terra, indaga avido le ombre del terminatore lunare, si sposta alle fasi di Venere, sulle sabbie di Marte, ai satelliti e alle macchie di Giove e si allontana tra gli anelli di Saturno fino a cercare i pianeti invisibili ai confini del sistema solare.

Già lì le proporzioni appaiono smisurate e la mente vacilla nel ridurre questa immensità in rapporto alle misure terrestri.

Eppure questo nostro sistema solare si rivela minuscolo  rispetto alle distanze che ci separano dalla prima stella Proxima Centauri: qui la lontananza  si calcola in anni luce, la distanza che la luce percorre nel vuoto  in un anno solare, velocità alla quale il tempo si ferma.

Queste distanze già enormi si riducono man mano che ci si approssima con il telescopio al  centro della nostra galassia, fino a individuare Andromeda, la galassia più “vicina” – 2,5 milioni di anni luce – e via sino a quelle lontane decine di miliardi di anni luce, ai confini del visibile e del tempo.

E qui si inizia a ragionare, a volte impotenti e intimoriti dalla relatività del tempo presente: ciò che vediamo ora è successo decine, miglia, milioni, miliardi di anni fa. Non riusciamo mai a guardare oltre l’orizzonte degli eventi, un termine sempre magico e misterioso.

Il cielo offre fotogrammi di diversi avvenimenti, che la mente indaga, comprende e  mette in relazione tra loro per cercare di capire il fil rouge dell’evoluzione che, come un fiume impetuoso, muove e trasforma tutta la materia verso una direzione.

Infatti noi, nello stesso istante “presente”, vediamo angoli di cielo che offrono storie diverse: dalle regioni dove la materia si addensa e nascono le stelle ad altre dove si percepiscono i resti di antiche esplosioni stellari, fino a nebulose di gas luminosi ionizzati da stelle vive, come gigantesche insegne luminose appese nello spazio profondo.

Prospettive e distanze che ci dicono dove siamo, il nostro movimento particolare come pianeta e generale nel sistema solare, nella galassia e oltre.

Quando distolgo lo sguardo da questa prospettiva cosmica e torno a osservare le nostre vite, il nostro pianeta, le vicende storiche che lo riguardano vengono inesorabilmente ridimensionate nella loro miseria e relatività.

Eppure è anche attraverso di noi, fatti della stessa materia delle stelle, che il cosmo prende coscienza (Carl Sagan) .

RM: perché passare dall’osservazione visuale all’astrofotografia, quali sono gli aspetti peculiari dei due ambiti?

LDF: Fotografare vuol dire fermare, approfondire, estendere la sensibilità dell’occhio umano, disporre fisicamente dell’immagine tra le proprie mani per poterla contemplare e continuare quindi  a riflettere o sognare; offre anche l’opportunità della condivisione e del confronto con altri appassionati del genere .

In prospettiva, gli oggetti fotografati nel corso degli anni e delle stagioni   popoleranno  progressivamente il mio personale universo, e  formeranno  sempre più  una visione d’insieme nella quale posso riconoscere e chiamare  per nome ogni dettaglio anche quando torno  a guardare  il cielo a occhio nudo.

L’osservazione visuale ha il fascino della “diretta”. L’insieme delle sensazioni corporee sul luogo (caldo, freddo, rumori del bosco e della notte, brezza e umidità, profumi) si fonde con quanto l’occhio rileva nella stretta finestra dell’oculare. La vivacità della nostra atmosfera si può toccare con gli occhi al crescere degli ingrandimenti.

L’utilizzo di oculari luminosi a grande campo consente di ammirare la colorata bellezza e profondità di ammassi stellari aperti e globulari,  stelle doppie. Al crescere degli ingrandimenti crescono i disturbi ottici e atmosferici ma aumenta l’emozione legata all’avvicinarsi agli oggetti e scorgere nuovi particolari.

Il tremolio o ribollire dell’atmosfera conferisce vivacità all’immagine anche se spesso impedisce di notare i dettagli: più gli oggetti sono alti sull’orizzonte, migliore è la qualità della visione.

L’occhio compensa le differenze di luminosità e definizione e i processi mentali formano una immagine virtuale nella mente, analogamente a quanto succede per l’immagine fissa in rapida successione,  percepita  mentalmente come un video.

Le vaghe nebulosità rivelano presenze misteriose di nebulose e galassie: crateri e montagne lunari con i loro rilievi spingono l’occhio a indagarne  ombre e  luci e indovinarne le dimensioni mentre la mente si  immedesima  in quei paesaggi.  La rapida rotazione di Giove consente di immaginare  il movimento fluido della sua atmosfera.

Sovente l’immagine oculare è attraversata dalle rotte luminose di satelliti e stazioni spaziali e può capitare l’attimo suggestivo in cui un aereo attraversa la superficie lunare durante l’osservazione: eventi che danno dinamicamente  la percezione della prospettiva spaziale tramite il  movimento reciproco degli oggetti osservati.

Più familiarizzo con questo cielo e questi strumenti, più sale la voglia di condividere questo interesse appassionante con altri: sale il desiderio di  fertilizzare  giovani menti con la stessa energia che mi spinse ad intraprendere le osservazioni da ragazzo. Quando frotte di bambini, ragazzi e genitori si accodano al freddo e al buio  per incollare l’occhio all’oculare, sento che ritrovano  l’innocente stupore umano di fronte all’infinitamente grande, bello e lontano.

Allora io  mi sento appagato,  ripagato e incentivato a continuare la mia ricerca personale, per provare nuove emozioni da condividere.

 

 

RM: Lorenzo, after this brief technical overview on astrophotography, I’d like you to tell us about the deeper essence of astrophotographic research.

LDF: even today, surrounded by so much technology to master, I stop in the dead of night to experience the primal emotion of facing this sparkling immensity, this mysterious depth that captivates the most sensitive minds.

Wonder ignites curiosity, and observing the sky encourages us to ask questions about the origin of everything—an eternal enigma.

We contemplate the vast, immeasurable dimensions of space: our gaze naturally starts from Earth, eagerly exploring the shadows of the lunar terminator, the phases of Venus, the sands of Mars, the satellites and storms of Jupiter, and moves outward through Saturn’s rings, searching for the invisible planets at the edge of the Solar System.

Even here, the proportions appear overwhelming, and the mind falters when trying to reconcile this vastness with earthly measurements.
Yet, our Solar System is minuscule compared to the immense distances separating us from the nearest star, Proxima Centauri, where distances are measured in light-years—the distance light travels in a vacuum over a solar year, a speed at which time itself stands still.

These already staggering distances shrink as we approach the center of our galaxy through a telescope, until we spot Andromeda, our closest galactic neighbor—2.5 million light-years away—and beyond, to galaxies billions of light-years distant, at the very edge of the visible universe and time itself.

Here, we begin to reflect, sometimes feeling powerless and awed by the relativity of the present: what we see now happened tens, thousands, millions, or even billions of years ago. We can never look beyond the event horizon—an always magical and mysterious term.

The sky presents us with frames of various cosmic events, which the mind studies, understands, and connects to grasp the thread of evolution—a powerful current that moves and transforms all matter in a single direction.

In the same instant, we see regions of the sky telling different stories: from places where matter condenses to form stars to remnants of ancient stellar explosions, and to luminous gas nebulae ionized by living stars—giant neon signs hanging in the deep void.


Perspectives and distances reveal where we are—our movement as a planet, within the Solar System, the galaxy, and beyond.
When I turn away from this cosmic perspective and return to observing our lives, our planet, and its history, everything seems inevitably diminished in its insignificance and relativity.

And yet, it is through us—made of the same matter as the stars—that the cosmos gains consciousness (Carl Sagan).

RM: Why transition from visual observation to astrophotography? What are the defining aspects of both disciplines?

LDF: photography allows us to capture, explore, and extend the sensitivity of the human eye, to physically hold an image in our hands so we can contemplate it, continue reflecting, or even dream. It also offers the opportunity to share and discuss our passion with other enthusiasts.

Over time, the objects I photograph throughout the years and seasons gradually populate my personal universe, forming a growing, interconnected vision. Even when I return to observing the sky with the naked eye, I can recognize and name every detail.


Visual observation has the charm of “real-time” experience. The sum of bodily sensations on-site—warmth, cold, the sounds of the forest and night, the breeze, the humidity, the scents—blends with what the eye perceives through the narrow window of the eyepiece. The liveliness of our atmosphere is tangible, becoming more evident as magnification increases.
Using bright, wide-field eyepieces allows us to admire the colorful beauty and depth of open and globular star clusters, as well as binary stars. As magnification increases, so do optical and atmospheric distortions, but the thrill of getting closer to objects and discovering new details also grows.

The shimmering or turbulence of the atmosphere gives the image a dynamic quality, though it often obscures fine details. The higher objects are in the sky, the better their visibility.

The human eye compensates for variations in brightness and definition, forming a virtual image in the mind—much like how the brain processes a series of still frames as continuous motion.

Faint nebulae reveal the mysterious presence of distant galaxies, while the craters and mountains of the Moon, with their shadows and highlights, invite the eye to explore their dimensions, making the mind immerse itself in those landscapes. The rapid rotation of Jupiter allows us to imagine the fluid movement of its atmosphere.


Often, the eyepiece image is crossed by the bright trails of satellites and space stations. Occasionally, a plane may pass in front of the Moon during an observation—moments that dynamically reinforce our sense of spatial perspective through the motion of the objects we observe.

The more familiar I become with the sky and my instruments, the stronger my desire to share this passion with others—to inspire young minds with the same energy that once drove me to begin my own observations as a boy. When crowds of children, teenagers, and parents line up in the cold and dark, eager to press their eyes against the eyepiece, I see them rediscover humanity’s innocent wonder at the infinitely vast, beautiful, and distant.

And in that moment, I feel fulfilled, rewarded, and motivated to continue my personal research—to experience new emotions worth sharing.

 

Di seguito l’audiovisivo “Oltre lo sguardo” realizzato da Lorenzo De Francesco / Below is the audiovisual presentation “Beyond the Gaze” by Lorenzo De Francesco


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Prima Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

Chi non ha, almeno una volta, alzato lo sguardo al cielo notturno cercando di decifrare le geometrie stellari, dette asterismi, nel tentativo di individuare le figure mitologiche che popolano lo spazio sopra di noi ?

Noi percepiamo semplici punti luminosi quando il cielo è terso, ma non abbiamo idea di come sia complesso e affascinante il mondo dei corpi celesti che, grazie alla tecnologia contemporanea, possiamo apprezzare per mezzo dell’astrofotografia.

L’astrofotografia rende possibile l’osservazione di uno scenario di fatto sconosciuto, ampliando lo spettro di frequenze luminose percepite dall’occhio umano, tramite una semplice macchina fotografica con treppiede fino alle apparecchiature più complesse; il tutto attraverso tecniche di ripresa che solo gli appassionati del genere sanno utilizzare al meglio.

Per addentrarci in questo genere di fotografia e capirne di più, ne parliamo con Lorenzo De Francesco, autore della serie di racconti  “Il Bicighellone”, così passando dall’esplorazione urbana a quella stellare.

RM: Lorenzo, come è nato il tuo interesse per l’osservazione del cielo?

LDF: figlio unico, di indole solitaria anche per via di una famiglia con poche relazioni, godevo però di una casa con grande terrazzo in  periferia a Milano, quella degli anni Cinquanta – Sessanta ancora priva dell’inquinamento luminoso di oggi.

Istintivamente, nelle serate terse, posavo il mio sguardo incantato di bambino sulla luna, i pianeti e le costellazioni, accompagnato dal gracidare dell’affollata colonia di rane, stanziata sul fondo paludoso del grande prato scavato dalla fornace prospiciente la mia casa.

Mio padre colse intelligentemente il mio interesse per l’osservazione celeste e decise di  accompagnarmi al Civico Planetario U.Hoepli:  lì avvenne l’imprinting, in quell’ambiente magico dove si potevano fare meravigliose passeggiate nei cieli di ogni stagione e latitudine; cieli che quasi potevi toccare, accompagnati da abili ed entusiasti divulgatori fra cui Mario Cavedon.

Come in tutte le vicende che oltrepassano l’ordinario quotidiano, il contesto ha giocato un ruolo fondamentale: quei formidabili anni Sessanta con la grande enfasi sulla conquista dello spazio e sulla gara tra americani e russi per il primato, fonte di ispirazione per gli appassionati.

In casa esistevano numerosi libri di divulgazione astronomica di Camillo Flammarion, che lessi avidamente nutrendo così il mio interesse per il cielo notturno.

RM: da questo tuo interesse iniziale, cosa ti ha spinto a occuparti di astrofotografia ?

LDF: attratto da una pubblicità sul settimanale Topolino, acquistai un primo telescopio per vedere più da vicino, quelle meraviglie, incantato e infreddolito nelle notti invernali, con la sensazione di poter quasi toccare i crateri lunari, le fasi di Venere, i satelliti e le fasce di Giove, gli anelli di Saturno, le macchie solari, galassie e ammassi stellari. La cultura fotografica era di casa, si conservavano le lastre e la vecchia macchina a soffietto del nonno Lorenzo, con le quale giocavo sin da piccolo, insieme a scatole di vecchie fotografie. Mio padre a sua volta possedeva una fotocamera e una cinepresa Kodak 8mm con la quale documentava la prossimità familiare. Presto mi impossessai di questi strumenti: naturale e immediata nacque l’esigenza di fare astrofotografia, fissare sulla carta la visione soggettiva dell’occhio. 

Sentivo il bisogno di fare miei quei fotoni che provenivano dallo spazio remoto, per il mio occhio divenuto creatura cosciente dello stesso Universo. 

Ai tempi, però, tra lo scatto e la visualizzazione del risultato  passavano giorni, non secondi come oggi. La peculiarità della tecnica astrofotografica analogica doveva fare i conti con la sensibilità delle pellicole, la calibrazione di tempi di esposizione e sensibilità, e la conseguente necessità di modificare (tirare, in gergo) lo sviluppo. Frustrato dagli standard dei laboratori commerciali che non soddisfacevano le mie aspettative, decisi di studiare in proprio il processo di sviluppo e stampa fotografica, iscrivendomi al corso di fotografia per corrispondenza della scuola Radio Elettra di Torino. 

In pratica avevo il telescopio sul terrazzo e la camera oscura in cucina: un grande andirivieni in casa, non sempre apprezzato dai familiari. Purtroppo la passione astronomica fu ostacolata dal cambio di abitazione: il passaggio dal bel terrazzo di periferia a un balcone loggiato in zona più centrale; un limite alle osservazioni a cui si aggiunse l’impegno dello studio liceale e altri innamoramenti.

Molto materiale finì in cantina e fu distrutto da un allagamento durante un nubifragio.

Solo nel 2019, con la morte di mio padre, ripercorrendo le vie dei ricordi, ripresi l’antica passione e capii che, grazie alla tecnologia digitale e alla notevole capacità di elaborazione dei computer domestici, l’astrofotografia poteva uscire dagli osservatori professionali per essere alla portata degli amatori con costi abbordabili; da lì tornai sui banchi di scuola: tutorial, blog,siti specialistici, dispense e manuali; un mondo fantastico si spalancò davanti a me.

RM: qual è la strumentazione di base che occorre per ottenere buone foto ? Da ciò che ho potuto vedere finora, è sorprendente notare cosa ci rivela una buona postproduzione.

LDF: Sotto un buon cielo si possono prendere immagini deep sky (cielo profondo)  già montando su di un treppiede una normale reflex o mirrorless, con ottiche commerciali e impostazioni manuali: foto di paesaggio con cielo in movimento (star trail) oppure esposizioni sufficientemente lunghe e ripetute per iniziare a cogliere la Via Lattea, ammassi e nebulose senza che si verifichi  il mosso.

Per la fotografia di Luna e pianeti, che non richiede tempi lunghi, si possono ottenere con la stessa tecnica risultati interessanti per mezzo di normali teleobiettivi.

Consiglio questo inizio con attrezzatura di base, prima di acquisire costosi setup, iniziare quindi a prendere confidenza con quelli che saranno gli elementi fondamentali di tutto il successivo percorso astrofotografico: il luogo di osservazione, il posizionamento, la conoscenza del cielo e degli oggetti celesti, la messa a fuoco precisa, la corretta esposizione, valutando attentamente l’istogramma, i primi processi elementari di sviluppo, differenti a seconda che si fotografi il cielo profondo, la luna, o i pianeti.

Lo sperimentare in proprio tutte le difficoltà sul campo: buio, freddo, umidità, stanchezza, fa parte del gioco.

Impadronendosi di questa esperienza di base con una attrezzatura semplice si avranno le prime soddisfazioni per proseguire con tecniche più sofisticate. Soprattutto si capirà che qualità del cielo e sviluppo sono elementi chiave di tutto il processo.

È altresì vero che oggi esistono particolari e costosi filtri, applicabili sugli obiettivi o direttamente sul piano focale delle camere, che consentono di fotografare sotto cieli inquinati. Il mio consiglio è fare pratica dapprima con strumentazione normale.

Il passaggio a configurazioni più complesse riguarda tutte le componenti: si passa dalle ottiche commerciali a tubi ottici apocromatici, corredati da montature motorizzate che annullano il movimento terrestre e consentono lunghe pose, si sostituiscono le reflex e mirrorless con camere astronomiche dedicate, a sensore raffreddato.

Di conseguenza tutto il processo diventa più complesso  attraverso decine di ore di esposizione e di post produzione, ma preferisco chiamare quest’ultima “sviluppo” perché ci sono forti analogie con l’emozione che si provava in camera oscura quando si vedeva nella bacinella dello sviluppo dal foglio bianco formarsi  progressivamente l’immagine. 

RM: Per dedicarsi all’astrofotografia occorrono particolari competenze ?

LDF: Prima delle competenze serve soprattutto la pazienza, tali e tante sono le difficoltà che si possono incontrare sul campo al crescere della complessità dei setup. Pazienza anche sull’aspetto meteo, considerato che i giorni “fausti” per le osservazioni sono veramente pochi nel corso dell’anno.

Una competenza sul cielo, su quello che si va a fotografare è raccomandabile, per evitare di fare qui, come in altri ambiti fotografici, il cacciatore di trofei da esporre, senza conoscere cosa si fotografa.

La conoscenza degli oggetti, della composizione delle nebulose, della tipologia degli ammassi stellari, dell’atmosfera e dei satelliti dei pianeti, delle fasi e costituzione e topologia dei crateri lunari, costituisce un grande arricchimento e crea affezione nei confronti dell’oggetto fotografato.

Per la post produzione è indispensabile una buona padronanza informatica per destreggiarsi tra i vari software necessari, ognuno dei quali ha numerose e complesse parametrazioni che condizionano la qualità del risultato finale. Già è complicata la scelta del software tra tutti quelli disponibili  in continua evoluzione.

In sintesi, il cuore del processo di sviluppo in astrofotografia sia per immagini deep sky che per Luna e pianeti è caratterizzato dalla tecnica dello stacking, cioè la creazione dell’immagine finale attraverso l’impilazione mediata ed elaborata di centinaia, a volte migliaia singoli scatti.

Tutto viene ripagato, con gli interessi dalla soddisfazione di vedere i propri primi scatti restituirci immagini invisibili al nudo occhio umano, eppure reali, che stimolano numerosi pensieri.

La soddisfazione aumenta quando progressivamente si vedono gli stessi scatti migliorare   all’aumentare delle competenze di ripresa e sviluppo. 

Da questo breve resoconto possiamo intuire quanta pazienza e dedizione siano necessarie per realizzare scatti degni di nota. Come sempre, la buona fotografia è impegno e autovalutazione, ispirazione e sentimento.

Infine godiamoci queste immagini e, se vogliamo, perdiamoci per un momento nel mistero del cielo.

 

Who hasn’t, at least once, looked up at the night sky, trying to decipher the starry geometries, known as asterisms, in an attempt to identify the mythological figures that populate the space above us?

When the sky is clear, we perceive simple luminous points, but we have no idea how complex and fascinating the world of celestial bodies is—something that, thanks to modern technology, we can appreciate through astrophotography.

Astrophotography allows us to observe a previously unseen scenario, expanding the spectrum of light frequencies beyond what the human eye can perceive. It ranges from simple cameras with tripods to more advanced equipment, all through shooting techniques that only true enthusiasts know how to master.

To delve into this type of photography and understand more about it, we speak with Lorenzo De Francesco, author of the short story series Il Bicighellone, transitioning from urban exploration to celestial exploration.
RM: Lorenzo, how did your interest in sky observation begin?

LDF: as an only child, with a solitary nature partly due to a family with few social relations, I was lucky to have a house with a large terrace in the outskirts of Milan. In the 1950s and 1960s, the city was still free from today’s light pollution.

Instinctively, on clear nights, I would gaze in wonder at the Moon, the planets, and the constellations, accompanied by the croaking of the numerous frogs living in the marshy ground of the large field in front of my house, dug out by a nearby brick furnace.

My father wisely recognized my interest in celestial observation and decided to take me to the U. Hoepli Civic Planetarium. That was my moment of “imprinting”—in that magical place where you could take marvelous walks through the skies of every season and latitude, skies that felt almost touchable, guided by skilled and enthusiastic science communicators like Mario Cavedon.

As in all stories that go beyond the ordinary, the context played a fundamental role: those extraordinary 1960s, with the great emphasis on space exploration and the competition between Americans and Russians for supremacy, served as a great source of inspiration.

At home, we had numerous astronomy books by Camille Flammarion, which I devoured, further fueling my fascination with the night sky.


RM
: From this initial interest, what led you to take up astrophotography?

LDF: drawn in by an advertisement in Topolino magazine, I bought my first telescope to get a closer look at those celestial wonders. I spent freezing winter nights mesmerized by the Moon’s craters, Venus’s phases, Jupiter’s moons and bands, Saturn’s rings, sunspots, galaxies, and star clusters, feeling as though I could almost touch them. Photography was a strong presence in my home. We kept old glass negatives and my grandfather Lorenzo’s vintage folding camera, which I had played with since childhood, along with boxes of old photographs. My father also had a camera and an 8mm Kodak movie camera, which he used to document our family moments.
I soon took possession of these tools, and it felt natural and immediate to want to do astrophotography—to capture on paper the subjective vision of my eye.

I felt the need to “own” those photons arriving from the distant cosmos, my eye now a conscious part of the same universe.


Back then, however, days would pass between taking a photo and seeing the result—not seconds like today. Analog astrophotography required dealing with film sensitivity, exposure time calibration, and development techniques (often requiring “to stretch” the film).

Frustrated by the standard processing at commercial labs, which never met my expectations, I decided to learn the development  and printing process myself by enrolling in a correspondence photography course at the Radio Elettra school in Turin.

I had my telescope on the terrace and a darkroom in the kitchen, making for a constant back-and-forth in the house—not always appreciated by my family. Unfortunately, my passion for astronomy was interrupted when we moved: I lost my spacious terrace in the suburbs and ended up with a small balcony in a more central area, which severely limited my observations. On top of that, high school studies and other interests took over.

Much of my equipment was stored in the basement, where it was later destroyed by a flood during a storm.

Only in 2019, after my father’s passing, I revisited my childhood memories and rediscover my passion. Thanks to digital technology and the powerful processing capabilities of modern computers, astrophotography had become accessible to amateurs at reasonable costs. I threw myself into learning again—tutorials, blogs, specialized websites, guides, and manuals—opening the door to a fantastic new world.

RM: What basic equipment is needed to take good astrophotos? From what I’ve seen, it’s surprising how much post-processing can reveal

LDF: under a good sky, you can take deep-sky images simply by mounting a regular DSLR or mirrorless camera on a tripod with standard lenses and manual settings. You can shoot landscapes with star trails or take long and repeated exposures to begin capturing the Milky Way, star clusters, and nebulae without motion blur.


For photographing the Moon and planets, which don’t require long exposures, you can achieve good results with the same technique using standard telephoto lenses.

I recommend starting with basic equipment before investing in expensive setups. This allows you to familiarize yourself with fundamental astrophotography elements: choosing an observation site, positioning, understanding the sky and celestial objects, precise focusing, correct exposure (evaluating the histogram carefully), and the basics of image processing, which differ depending on whether you’re photographing deep-sky objects, the Moon, or planets.


Experiencing the field’s challenges—darkness, cold, humidity, fatigue—is part of the process.

By mastering these basics with simple equipment, you’ll gain early satisfaction and be prepared to move on to more advanced techniques. More importantly, you’ll understand that sky quality and image processing are the two key aspects of the entire workflow.

It’s also true that today, special (and expensive) filters exist that allow photography even in light-polluted skies. However, I recommend first practicing with standard equipment.


Moving to more complex setups involves upgrading every component: transitioning from commercial lenses to apochromatic optical tubes, using motorized mounts that counteract Earth’s rotation for long exposures, and replacing DSLRs and mirrorless cameras with dedicated cooled astronomy cameras.


The entire process becomes more intricate, requiring dozens of hours of exposure and processing. However, I prefer to call post-processing “development” because it closely resembles the thrill of seeing an image gradually appear in a darkroom tray.

RM: Does astrophotography require special skills?


LDF:
more than anything, patience is essential, given the many challenges that arise in the field as setups become more complex. Patience is also crucial when dealing with the weather, as truly favorable observation nights are rare.


A strong understanding of the sky and the objects you’re photographing is highly recommended. Otherwise, you risk becoming a mere trophy hunter—capturing images without knowing what they represent.

Knowing about nebulae compositions, types of star clusters, planetary atmospheres and moons, and lunar craters’ structure and formation enriches the experience and fosters a deeper connection with the subjects.


For post-processing, a solid grasp of computing is essential, as you must navigate various specialized software programs, each with numerous settings that impact the final image quality. Selecting the right software is already a challenge, as the options constantly evolve.

At the heart of astrophotography development—whether deep-sky, lunar, or planetary—is stacking, a technique where the final image is created by averaging and processing hundreds or even thousands of individual frames.


The effort is well worth it: seeing your first images reveal details invisible to the naked eye is an immensely rewarding experience that sparks countless thoughts.

The satisfaction grows as you refine your skills and witness tangible improvements in your work.

From this brief account, it’s clear that astrophotography requires patience and dedication. As always, good photography demands commitment and self-assessment, inspiration, and emotion.

Let’s now enjoy these images and, if we wish, lose ourselves for a moment in the mystery of the sky.

 


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




LAVORARE PER VIVERE, MORIRE PER LAVORARE. STORIE DI CONFINE/WORKING TO LIVE, DYING TO WORK. BORDERLINE STORIES

Gli infortuni sul lavoro sono ormai argomento alla ribalta quotidianamente, oggetto di sdegno e compassione da parte dell’opinione pubblica.

I recenti casi di morte sul lavoro a Brandizzo, Firenze e Suviana, dove l’incendio scoppiato nella centrale idroelettrica è l’ultimo di una serie infinita di incidenti gravi nei luoghi di lavoro. Si può comunemente parlare di cantieri ad alto rischio, sebbene il rischio minimo non sia da considerare un’attenuante che sgrava le coscienze, quindi ci troviamo di fronte a un dilemma che crea smarrimento.

L’incidente si poteva evitare? Quanto pesano fattori quali prevenzione e controlli insufficienti, l’imprudenza degli addetti, la casualità e altre condizioni avverse anche gravi, fra cui l’incuria delle imprese nel garantire la massima sicurezza dei propri dipendenti. A ciò si aggiunge il fenomeno dei subappalti che può creare una catena fatale in fatto di deregulation, unitamente all’impossibilità di risalire ai responsabili di un disastro, se ce ne sono.

I telegiornali nazionali ci presentano di continuo questi scenari di dolore e disperazione che coinvolgono persone, donne e uomini giovani e meno giovani che in un maledetto giorno non faranno ritorno a casa; passatemi la retorica.

Tralascerei le fredde statistiche sulle cause e le responsabilità, tenendo però ben presente come il profitto degli imprenditori sia talvolta una componente essenziale delle morti in fabbrica. Macchinari volutamente privati dei sistemi di protezione come scelta per accelerare la produzione e aumentare il profitto: una condotta irresponsabile.

Con questa premessa si vuole anche sottolineare quanta poca memoria ci rimane di questi fatti esecrabili. Alla fine i morti sono numeri, figure senza corpo e anima, che non hanno singolarmente il potere di cambiare a fondo le cose anche se “non deve più succedere” come si affrettano a dichiarare i politici.

A questo proposito voglio presentarvi un audiovisivo impressionante per il contenuto: otto casi di incidenti gravi sul lavoro raccontati in prima persona dai protagonisti, compresi quelli che hanno perso la vita.

L’audiovisivo è parte di un progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco, ed è stato presentato alla mostra “La salute non si vende”, interessante rassegna di fotografie che ci ricorda la realtà delle fabbriche negli anni Sessanta e Settanta, da quando si è fatta strada l’idea che i lavoratori meritano una tutela della salute nei luoghi di lavoro. Le fotografie, attualmente esposte alla Cascina Cuccagna di Milano, ripercorrono la storia della maturazione  delle coscienze in fatto di diritti, culminata con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970 n. 300). Anche grazie al fermento culturale e politico di quel periodo fortemente sindacalizzato, furono inserite nelle piattaforme aziendali richieste provenienti dalla base, concernenti la salute e la sicurezza nelle fabbriche.

“Lavorare per vivere, morire per lavorare” è il titolo di quelle che gli autori definiscono storie di confine, laddove il labile confine tra la vita e la morte è, in questo caso, tristemente aiutato da un destino avverso non sempre riconducibile alla fatalità. La realizzazione dell’audiovisivo è una combinazione di fotografie di sicuro effetto al limite del didascalico, sottolineate da un sound design che esalta la cruda realtà in una narrazione essenziale e carica di rimandi, mentre il racconto dei protagonisti fa rabbrividire per l’atrocità dei fatti.

Le vicende delle vittime del lavoro è bene siano rese note  e ricordate; se possiamo contribuire in tal senso, facciamolo.

Work-related accidents are now in the spotlight every day, eliciting indignation and compassion from the public opinion.

The recent cases of deaths in the workplace in Brandizzo, Florence, and Suviana, where the fire broke out in the hydroelectric plant, are just the latest in an endless series of serious accidents in workplaces. We can commonly speak of high-risk construction sites, although minimal risk is not to be considered a mitigating factor that absolves consciences, thus we face a dilemma that creates confusion.

Could the accident have been avoided? How much do factors such as insufficient prevention and controls, the recklessness of employees, chance, and other severe adverse conditions, including the neglect of companies in ensuring the maximum safety of their employees, weigh? To this is added the phenomenon of subcontracting that can create a fatal chain in terms of deregulation, together with the impossibility of identifying those responsible for a disaster, if any.

National news constantly presents us with these scenarios of pain and despair involving people, both young and old, who on a cursed day will not return home; forgive me for the rhetoric.

I would overlook the cold statistics on causes and responsibilities, but keeping in mind how entrepreneurs’ profits are sometimes an essential component of factory deaths. Machinery deliberately deprived of safety systems as a choice to speed up production and increase profit: an irresponsible conduct.

With this premise, it is also worth highlighting how little memory remains of these execrable facts. In the end, the dead are numbers, figures without body and soul, who individually do not have the power to fundamentally change things even if “it must never happen again,” as politicians rush to declare.

In this regard, I want to present you  an impressive audiovisual content: eight cases of serious workplace accidents told in the first person by the protagonists, including those who lost their lives.

The audiovisual is part of a photographic project by Emilio Senesi and Giovanni Pappadà, edited and sound designed by Lorenzo De Francesco, and was presented at the exhibition “Health is not for sale,” an interesting collection of photographs that reminds us of the reality of factories in the Sixties and Seventies, since the idea emerged that workers deserve health protection in the workplace. The photographs, currently exhibited at Cascina Cuccagna in Milan, trace the history of the maturation of consciences regarding rights, culminating in the approval of the Workers’ Statute (law of 20 May 1970, no. 300). Also thanks to the cultural and political ferment of that strongly unionized period, demands from the grassroots concerning health and safety in factories were included in workers’platform.

“Working to live, dying to work” is the title of what the authors define as border stories, where the fragile boundary between life and death is, in this case, sadly aided by a fate not always attributable to chance. The realization of the audiovisual is a combination of striking photographs bordering on didacticism, underlined by a sound design that enhances the harsh reality in an essential and evocative narration, while the accounts of the protagonists make one shudder at the atrocity of the events.

The stories of workplace victims should be made known and remembered; if we can contribute in this regard, let’s do it.

Progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




IVANO BOLONDI. Il sogno, il viaggio, il colore

Le sue foto sono come sogni

Aung San Suu Kyi

Ivano Bolondi, fotografo non convenzionale scomparso di recente, merita un ricordo; allora vorrei raccontarvi brevemente la sua fotografia, anche attraverso le parole di Lorenzo De Francesco che lo ha conosciuto e ha realizzato una monografia a lui dedicata, un video-documento edito dalla FIAF, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Ivano Bolondi è nato a Montecchio dell’Emilia nel 1941. Iniziò la sua carriera lavorativa come apprendista meccanico per la riparazione delle macchine agricole, fino a diventare titolare di una importante azienda metalmeccanica produttrice di sofisticate apparecchiature per la pulizia dei serbatoi industriali. Inizia a dedicarsi alla fotografia negli anni Settanta.

Un uomo semplice, grande lavoratore e viaggiatore per passione e curiosità, ha coltivato  la fotografia da vero amatore, svincolato dai canoni e dai rimandi agli autori storici e a quel modo di fotografare ripetitivo e standardizzato tipico della contemporaneità; la sua visione è singolare e privilegia l’estetica come segno distintivo della sua opera, in particolar modo nella fotografia di viaggio, ma non solo, come vedremo.

Apparentemente spontaneo nel proporre foto di primo scatto, non elaborate in post-produzione, ci ha lasciato immagini che rivelano un talento innato.

Mi piace in particolar modo questa  foto icastica che colpisce per la capacità dell’autore di avere colto l’occasione propizia: una doccia reale, aperta in corrispondenza di un manifesto che raffigura una donna nell’atteggiamento di servirsi di quella stessa doccia: un saggio ben riuscito di fusione di due casualità, in un contesto in cui la grafica a due dimensioni è arricchita dalla tridimensionalità della doccia reale, dando spessore alla scena.

Nella sua specificità Bolondi dava forma alle emozioni senza banalizzare l’immagine o perdersi in futili formalismi; alcuni suoi scatti non hanno nulla da invidiare a quelli dei grandi autori della fotografia mondiale.

Per meglio comprendere l’opera di Ivano Bolondi, ne ho parlato con Lorenzo De Francesco che ha rilasciato a Diatomea questa intervista emozionale.

RM: Lorenzo, hai incontrato Ivano Bolondi in più occasioni; vuoi raccontare ai lettori di Diatomea cosa apprezzi dell’uomo e del fotografo?  Possiamo parlare di autore carismatico?

LDF: Quando entrai nel suo mondo, l’Emilia intensa e produttiva – anche fotograficamente -, mi accorsi subito che il suo carisma lo precedeva. Chi lo conosceva ne parlava con deferenza e rispetto, ponendolo subito su di un piano di maggiore attenzione. Io muovevo i primi passi nel mondo degli audiovisivi fotografici su diapositiva: erano gli anni ’90; lo incontrai ai festival internazionali Crespi di Legnano organizzati dalla Famiglia Legnanese e rimasi stupito dalla sua modestia e umiltà, a differenza di altri personaggi del mondo fotografico la cui alterigia era spesso inversamente proporzionale al talento.

Entrammo subito in sintonia: Ivano era attirato dal mio modo narrativo di intendere l’audiovisivo, mentre lui faceva evolvere progressivamente il suo stile nel documentare i paesi che visitava spostandosi progressivamente su emozionanti livelli di astrazione e sintesi di segno e colore.

Mi volle introdurre nei circoli che frequentava, ricordo ancora i commenti severi ma costruttivi  del  GAD – Gruppo Amatori Diapositive, dove lui era soprannominato “il Papa dell’audiovisivo” e il piacere immenso di quando mi invitò a proiettare i miei lavori a Torri del Benaco, ove organizzava proiezioni internazionali, preludio di un’ intensa collaborazione che è  durata sino ai nostri giorni.

RM Parliamo ora dell’aspetto etnografico che possiamo osservare nella fotografia di viaggio;  qui ci troviamo di fronte a qualcosa di inconsueto: la rappresentazione dei luoghi – considerato il gran numero di paesi visitati – non corrisponde a ciò che tradizionalmente si intende per fotografia di viaggio; nessun conformismo bensì uno stile molto personale di intendere la materia. Cosa puoi dirci al riguardo?

LDF Lui rompeva lo schema del documentario impropriamente detto di “viaggio” al quale tutti eravamo abituati.  È prassi comune presso i fotoamatori considerare i viaggi esotici come trofei, esibendo le relative diapositive. Al ritorno da un viaggio si radunavano gli amici e si propinavano proiezioni di centinaia di immagini, che per l’autore erano dense delle emozioni delle esperienze vissute, ma che spesso dopo i primi minuti di interesse provocavano una generale sonnolenza.

Con l’avvento dell’audiovisivo ecco che queste serie di foto venivano organizzate, con l’intento di renderle più interessanti, raccolte in sezioni che raccontavano l’esperienza del viaggio: paesaggi, architetture, gente, bambini, chiese o edifici di culto, street, degrado, quasi sempre denotando una carenza di progettualità fotografica, ma lasciandosi incantare dall’esotico, dal diverso.

Ivano non intendeva documentare un paese in modo tradizionale;  non titolava le sue fotografie con il nome del luogo, ma dava un titolo di fantasia:  “Tracce nel nulla”, “La grotta delle meraviglie”, “L’idea del giorno”, “Viaggio nel tempo”, “La danza della vita”, “Da un’antica leggenda” etc., pur mantenendo un accenno ai luoghi visitati per consentire un appiglio, un riferimento spazio-temporale. Quindi si osservano sintesi di segni e colori, che portano l’osservatore su di un piano diverso dalla semplice documentazione fotografica.

Il suo sguardo assimilava progressivamente l’essenza dei posti visitati, linee e colori caratterizzanti comportamenti umani, architetture e paesaggi; li assimilava e li riproponeva  attraverso luci, riflessi, sfocati, mossi, contrasti, trasparenze che staccavano la mente dalla ricerca del particolare documentato per portarlo in un mondo tutto suo, tutto nostro, tra l’immaginario e l’onirico, ove ognuno poteva continuare il suo viaggio. È importante valutare le foto di Ivano nel contesto narrativo del viaggio e nello sviluppo dello stile dell’autore nel corso degli anni. La singola foto estrapolata può sembrare un segno gratuito, fine a se stesso, a volte indecifrabile. Fruita nell’ambito della sua narrazione fotografica, può estasiare. Può, perché è una fotografia che non incontra il consenso di tutti. Ivano realizza fotograficamente quello che avviene anche nella relazione umana: quando si incontrano individui appartenenti alla stessa classe di sensibilità, si entra irresistibilmente in risonanza.

RM: Lorenzo, a proposito di testimonianza e lascito a chi rimane, si diceva che Bolondi lascia un segno; il mio commento fu: per lasciare un segno bisogna che ci sia. Cosa ne pensi?

LDF Ivano lascia due segni che prolungano il suo essere nel nostro tempo: prima di tutto l’uomo, la sua sobrietà e modestia. Pur essendo benestante, affermato e riconosciuto nel nostro ambiente fotografico non l’ho mai sentito, nei trent’anni di conoscenza, parlare male di qualche collega né in pubblico né in privato o cercare di sgomitare per accaparrarsi qualche premio o riconoscimento o “posizione di potere”. Al contrario è stato un grande seminatore, mettendo i suoi talenti al servizio degli altri, organizzando eventi, con i suoi workshop, il dialogo e l’esempio. Ogni anno regalava a tutti gli amici uno splendido calendario con le sue migliori foto, stampato in grande formato e di grande qualità. Ha girato il Paese in lungo e in largo e ha lasciato ovunque un ricordo

indelebile, dalla Sicilia al Trentino.

Il secondo segno è la sua fotografia, fatta di significanti, siano linee, colori, forme, ombre, riflessi o inventandone di nuovi secondo l’ispirazione del momento, fatta di tracce umane fuse nel contesto.

Dovrei chiudere con una frase di circostanza, tipo “onorato di essere stato suo amico e aver lavorato con lui,  oppure “ sarà sempre con noi” etc. No, chiuderò invece con un’esortazione, che è anche una lezione per me e per tutti, una frase che mi venne subito alla mente quando seppi della sua morte: “”il Nulla è un infinito che ci avvolge:veniamo di là e là torneremo” (Anatole France).

No, Ivano. Ho ben presente questa frase di Anatole France che hai messo in chiusura del tuo audiovisivo “Tracce nel nulla” e sulla quale ci eravamo soffermati nel 2016 durante la preparazione della monografia.

No.

Mi rifiuto di pensare a una gigantesca discarica cosmica che raccoglierà silenziosa ed eterna il nostro essere, il nostro amare, il nostro patire, il nostro godere, una volta terminati.

Le tue immagini. Assimilandole, il mio spirito è come un aquilone, portato lentamente in alto, in un “Oltre” accarezzato dai riflessi, dai colori, dalle sfumature, che permettono di librarsi nell’aria ma sempre trattenuto delicatamente dal filo che lo porta, in un percorso dolce e luminoso e ricco di colori a cogliere i segni/essenza dell’umanità, nel suo lavorare, amare, sognare, in una parola il suo vivere.

La tua fotografia per me è uno degli esempi più alti di una forma di comunicazione universale, che non ha bisogno di parole, ma solo di una musica leggera, per far vibrare il cuore dell’umanità.

Immagine di copertina_Ivano Bolondi – Norvegia 2011

Tutte le immagini sono coperte da ©Ivano Bolondi




S1:E6 “Il Bicighellone nel laboratorio dei veleni”

Pedalando lungo le sponde del Naviglio Grande, intersecando le vie traverse che lo costeggiano, il Bicighellone percorre il filo dei ricordi che forma una consistente matassa. Una matassa che si dipana nella mente trasformandosi in una traccia indelebile. Un altro racconto ellittico di Lorenzo De Francesco, alias il Bicighellone.

La tappa della memoria che costituisce il nucleo di questo racconto è il luogo di lavoro dei genitori di Lorenzo, l’officina di cui era titolare il padre, teatro di un’attività artigiana di indubbio fascino per un bambino che vi trascorreva i pomeriggi dopo la scuola.

Un racconto che richiama la temperie del boom economico italiano, sostenuto dalla miriade di piccole imprese che sono state l’ossatura industriale del nostro Paese, non meno importanti delle grandi industrie del Nord. Una piccola storia nella grande storia, l’icona di una morale del lavoro e della produttività, dell’importanza che ha avuto l’economia reale, l’unica considerata possibile, nelle convinzioni di chi ci ha preceduto.

Lorenzo De Francesco ci restituisce la sua testimonianza, con l’affetto di chi è cresciuto e si è formato in quel tempo fatto di semplici e solide certezze.

Rita Manganello


Tra gli  album illustrati che coloravo da bambino, ce n’era  uno raffigurante i mesi dell’anno, con le classiche   illustrazioni dedicate a ogni stagione.

Ricordo marzo: completavo il disegno con il cielo blu intenso, grasse nuvole bianche, lenzuola stese al vento, rondini  nel cielo, la chiesetta gialla e rossa con campanile d’ordinanza, prato verdissimo con margherite sproporzionate.

È rimasta un’icona che  ritrovo oggi, inforcata la bici per un tuffo nel sole e nell’aria ancora fredda ma che vuole essere attraversata, sulla solita strada su per il Naviglio Grande, il campanile di San Cristoforo stagliato nel blu con i suoi mattoni scuri.

Passando per via Pestalozzi, compare sempre un gancio del tempo che, come l’iceberg del Titanic, si introduce nella mia testa di striscio ed ecco fiotti di ricordi che entrano tumultuosi e inarrestabili tra le paratie della mente. Era una strada di piccoli negozi e officine e così la ricordo, anche se oggi completamente cambiata. All’inizio della via “El Balzarot”, un omone sempre in tuta bisunta che riparava biciclette nel suo antro buio, burbero e scontroso, ove entravo titubante per far riparare le mie gomme bucate. O “i tri baséi”[1], l’osteria-caffè il cui odore di vinaccio sottovento anticipava l’alito e le urla degli ubriachi stanziali, propagandosi fino alla bottega dell’idraulico Brambilla, sempre grasso e sudato nella sua tutona blu con le bretelle. Poi quel che resta della vetrina del laboratorio-officina di  mio padre, che fu il luogo per anni deputato a ospitare i miei pomeriggi, nelle calure estive e nelle gelide nebbie invernali. Non i giochi con i coetanei, quelli erano concessi un’ora prima di cena, quando tornavo con mia madre a casa in via Biella.

Il pomeriggio, dalle 14 alle 18 lo passavo lì, dagli anni delle elementari fino alle medie, e ci lavoravo quasi a tempo pieno nei mesi estivi, fino alla maturità. Oggi a distanza di anni realizzo quale luogo di pericolo e tecnologia frequentavo allora senza le norme sulla sicurezza che sarebbero intervenute in seguito. L’importanza del contesto per giudicare i fatti.

Il laboratorio

Il laboratorio era stato avviato dal nonno paterno prima della guerra e sviluppato a fatica da mia nonna e mio padre dopo la morte precoce del nonno stroncato da un infarto a cinquant’anni, a seguito di una disavventura economica e poi dall’alcool. Come conseguenza mio padre dovette abbandonare gli studi in fretta trovarsi un lavoro di giorno e di sera per aiutare la famiglia.

Ripensando oggi a quel luogo, che riempiva monotono i miei giorni, comprendo quale tesoro di conoscenze e stimoli conteneva, che senza dubbio hanno in parte colmato la mancanza di giochi con i coetanei.

Lì si producevano, artigianalmente, apparecchi scientifici in vetro soffiato e insegne luminose al neon. Gli apparecchi scientifici tutti [2], e in particolare i sofisticati giunti a tenuta e  i rubinetti in vetro smerigliato, erano  la specialità della nonna, donna minuta ma dotata di piglio, energia e forza di volontà impressionanti. Una maestra instancabile nell’arte del vetro soffiato.

Babbo al vuoto insegne

Restavo incantato a vederla, più precisa di un tornio, ritmare regolarmente la rotazione della canna di vetro o pyrex[3] che veniva riscaldato al calor rosso sulla fiamma di gas/aria/ossigeno  e  allo stesso tempo soffiare dentro il tubo per evitare che si afflosciasse in modo irreparabile: operazione difficilissima a farsi senza una particolare manualità e sensibilità. Successivamente il vetro  incandescente veniva plasmato nella forma desiderata insufflandolo e modellandolo con pinze e spatole di ferro, ricoperte di amianto. Ancora oggi ho la sensazione del calore che irradiava il vetro e del dolore quando inavvertitamente si toccava una parte ancora rovente: subito si  bagnava con l’acqua fredda  la pelle  scottata.

Il vetro  veniva lasciato raffreddare naturalmente sui supporti  di amianto che ricoprivano  i banconi, perché altrimenti avrebbe incendiato qualsiasi altro supporto su cui lo appoggiavi. Quindi vivevamo a contatto tutti i giorni con l’amianto, che ricopriva i banchi di lavoro.

La parte tecnologicamente più affascinante, ripensandoci, era la costruzione delle insegne luminose al neon: all’inizio  non c’erano ancora le lampade fluorescenti industriali  impropriamente chiamate “neon”. In realtà il gas neon veniva usato solo per le insegne rosse, in tubo di vetro trasparente; gli altri colori erano realizzati introducendo il gas argon in canne di vetro apparentemente bianche, ma che una volta accese assumevano il colore della polvere interna, naturalmente tossica.

Ero incredulo nel notare che il tubo bianco, una volta percorso dalla corrente, assumeva colori diversi; lo stupore era veder comparire il rosso neon nel tubo trasparente.

Il processo di realizzazione delle insegne era complesso e affascinante: come per gli apparecchi scientifici, il vetro in canna veniva riscaldato e sagomato sul disegno da realizzare: alle estremità venivano saldati gli elettrodi, cilindri di vetro con all’interno un cilindro di metallo e connessione elettrica che serviva per trasmettere l’alta tensione al gas che, così ionizzato, si illuminava. Si predisponeva un beccuccio con ampolla, sempre in vetro, dove si depositava una goccia di mercurio prima di procedere con il vuoto pneumatico. Eh sì: affinché il gas si accenda, ionizzandosi con l’alta tensione, occorre che nel tubo non sia presente la benché minima particella d’aria  e si usa  il  mercurio come catalizzatore; quindi l’insegna viene fisicamente saldata alla pompa: si crea dapprima un vuoto iniziale con una pompa meccanica a pistone, indi il vuoto viene “spinto” con una pompa di Sprengel[4].. Durante il processo, l’insegna viene riscaldata applicando una tensione di parecchie migliaia di Volt agli elettrodi  facendoli diventare incandescenti; alla fine alla stessa viene immessa una quantità precisa di gas (argon o neon) e quindi staccata dalla pompa.

Ezio sagoma il vetro delle insegne

Al termine del procedimento descritto, si lavava il tubo di vetro con una soluzione estremamente tossica di acido fluoridrico, per rimuovere gli annerimenti dovuti al piombo. Ne ricordo ancora l’odore acre e fortissimo e le mille raccomandazioni dei genitori perché  mi tenessi alla larga.

Poteva accadere che il vetro si rompesse durante il lavaggio, allora i canti si trasformavano brutalmente in bestemmie; provavo inquietudine nel vedere gli operai così alterati, ma si riprendeva presto la routine lavorativa.

L’ambiente era di una rumorosità pazzesca, diverse fiamme accese sibilanti con gas e ossigeno, il compressore per l’aria, la taglierina del vetro, la pompa meccanica e noi che cantavamo e fischiavamo.

Tale era il rumore che Il telefono dell’officina non si sentiva, occorreva un lampeggiante ausiliario.

Ripenso oggi alla percentuale di componenti inquinanti  presenti nell’aria, specialmente  in inverno quando il freddo ci costringeva a rimanere rigorosamente sigillati: polvere di vetro, amianto, polveri dei tubi, gas, piombo, mercurio, ozono e diverse bombole di ossigeno alte un paio di metri, come bombe minacciose pronte a esplodere.

Oggi, ad ogni passaggio davanti al laboratorio, ora banale atelier di tatuaggi, ripenso a quell’universo straordinario che rivivrei volentieri e che allora era faticosa normalità per i miei genitori che lì hanno consumato tutta la loro vita.

Passo oltre, corro lungo l’alzaia. I ricordi fuoriescono come scia dalla mente con l’odore della süccia[5] nel naso, misto di muschio, acqua stagnante e alghe in putrefazione. Con l’occhio sbircio il cumulo  di rifiuti e rottami abbandonati che emergono surreali dal fondale;  qualche pesce isolato si dibatte senza speranza.

La süccia

L’acqua come la vita, quando sparisce lascia sul fondo relitti un po’ romantici e un po’ squallidi, comunque tutti vissuti. Schegge di luce saltellano tra le pozze; corro verso un sole che scappa.


[1] Tre gradini

[2] Pipette, distillatori, serpentine, palloni di Kjeldahl, matracci, burette,provette

[3] Pyrex© (marchio registrato PYREX) è un marchio introdotto dalla Corning Incorporated nel 1915 per una linea di vetro borosilicato usato per vetreria da laboratorio e oggetti per cucina” rispetto al vetro normale ha caratteristiche di maggior resistenza, minore fragilità e dilatazione termica, resistenza alla fiamma. La sua lavorazione richiede più alte temperature, raggiunte iniettando ossigeno insieme al gas.

[4] Pompa a vapori di mercurio, cioè  un distillatore ove il mercurio che precipitando estrae anche la più piccola particella d’aria dal tubo.

[5] “Asciutta” Il periodo in cui i Navigli restano asciutti per circa un mese, a marzo e a settembre.




S1:E4 “Il Bicighellone ai Giardini Pubblici”

Infaticabile Bicighellone pedala con rinnovato vigore percorrendo le tappe di un itinerario segreto che solo lui conosce.

Guidato dalla memoria e dalle percezioni sottili generate dal mormorio dell’anima, Lorenzo si muove agilmente tra gli elementi dell’ambiente che la vista individua e riconosce, restituendo a noi l’immagine speculare delle sue proiezioni interiori.

Frammenti di esperienze passate, umori del momento, la curiosità di ritrovare, nei dettagli del paesaggio, parti di sé che partecipano a una presa di coscienza nota solo a lui.

Le fotografie in bianco e nero esaltano l’interiorità senza cedere al dogma dell’astrazione – lo dico in senso buono – che è una delle caratteristiche principali della fotografia priva di colore.

Un’indagine retrospettiva che spazia dai ricordi d’infanzia al presente, in un’evoluzione costante che è tipica delle persone riflessive.

Penso che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé in queste immagini e nella storia dell’autore che aspira a inserirsi nell’ immaginario collettivo di cui tutti facciamo parte.

Rita Manganello


Cosa spinge il Bicighellone a inforcare la bici e avventurarsi senza meta nell’imbolsita domenica invernale milanese, in questi inverni non più inverni, ove nebbia e neve sono eccezione e non regola?

Dove istintivamente si aggira il bicighellone milanese? Dove appare, in questi mesi che verranno ricordati dai sopravissuti come quelli della pandemia, delle mascherine, della pioggia dei decreti matrioska ?

La molla che proietta il bicighellone fuori dal suo habitat è composita: un’inaspettata unghia di sole, una delusione, un’idea da rincorrere, un’illusione di libertà, una discussione, un pasto troppo ricco che ha reso le arterie cerebrali foderate di colesterolo da smaltire.

Dopo aver girovagato tra Naviglio Grande e bastioni deserti, mi dirigo con una pedalata gagliarda lungo la cerchia dei navigli, zona  popolata da sparuti accompagnatori di cani e invadenti cantieri della linea metropolitana 4 – ernie che strozzano la strada – e imbocco corso Venezia con la sua ambiziosa prospettiva.

Come un magnete gravitazionale, al quale nemmeno le astronavi più potenti riescono a sottrarsi e ne sono inesorabilmente attratte, penetro in quei Giardini pubblici milanesi discutibilmente intitolati a un controverso personaggio non milanese.

Li ci sono tre pilastri – milestone per gli snob – della memoria, personale e collettiva dei molti che hanno pascolato come un placido gregge  in questi luoghi, le domeniche della loro infanzia,   vestendo i panni della festa e accompagnati da uno o più genitori analogamente lindi e ben vestiti  e dotati di videocamera: miniature e modelli ben appaiati nella somiglianza.

Quando con la bici passo accanto a questi luoghi, nella mente si accende in automatico  lo schermo della memoria che mi fa entrare nel  flusso del tempo.

Lo zoo, meraviglia dell’incosciente e pura infanzia, orrore dell’adolescenza e oblio dell’oggi: gabbie vuote ove le fiere hanno lasciato il posto ai nostri desideri irrealizzati. Il brivido di paura quando la proboscide bavosa dell’elefante risucchiava le noccioline dalla manina; l’olezzo del pesce che restava sulla mano dopo averlo gettato alle golose foche, l’odore acre degli escrementi animali che attecchiva nelle narici a lungo permanendovi. Oggi prendiamo coscienza che gli ingabbiati siamo noi: consumismo e globalizzazione ci gettano le noccioline che aspiriamo bavosi.

Il museo di storia naturale, col suo enorme triceratopo che stupisce sempre per le sue dimensioni e la teoria di animali imbalsamati che resistono a ogni tentativo di rinnovamento espositivo, improbabili testimoni del mondo, ma tracce dell’incapacità a diventare un museo moderno. L’ho visitato da bambino, ci ho portato i figli e ora i nipoti e quei vitrei occhi sempre gli stessi, immutate sentinelle del tempo. Come uno strano rito iniziatico l’obbligato percorso tra quelle vetrine.

La nostalgia che aleggia nei luoghi è squarciata, come le nebbie marine dal sole, dalla sagoma tonda del Civico Planetario, stargate mio e penso di molti. Una costruzione discreta, quasi mostrasse ritrosia a farsi vedere di fianco al pomposo ottocentesco neogotico museo di storia naturale. Lì ho scoperto l’universo. Il padre lungimirante mi ci accompagnava regolarmente e io, inizialmente inquieto nell’osservare il mostruoso insetto ergersi al centro della sala, con le divertenti sedie girevoli, restavo senza respiro quando al calare delle luci l’immensa grandezza dell’universo era a portata di mano.

Gl occhi si perdevano e le orecchie assorbivano le appassionate lezioni degli astrofili, che iniettavano la voglia di scoprire. Da quello spazio-tempo fantastico nel quale ci si richiudeva per un’ora in un magico cinema cosmico, si usciva ricaricati, rigenerati, con una scala dimensionale impressa nell’occhio che ci dava la misura delle nostre cure rispetto all’universo. Da lì, il passo a comprarsi un telescopio e trascorrere intere notti al freddo a perdersi nelle stelle e nei pianeti, è stato breve.

Oltrepasso questi fari che irradiano onde di memoria, e mentalmente rinvigorito dal formarsi di nuove sinapsi, attraverso il giardino e raccolgo pensieri ed emozioni, evocate da oggetti insignificanti: si tratta di rifiuti che invece parlano, ancora vivi. Un fazzoletto sulla panchina, forse ancora umido di lacrime o di Covid; uno scontrino accartocciato a terra, gesto di un incivile o memoria di un evento, un riflesso in una pozzanghera destinato presto a sparire sotto le mie ruote, che in un attimo mi dice del mio rispecchiarmi nella dicotomia tra reale e immaginario, dove siamo, dove vorremmo essere, alberi vivi o rinsecchiti, dove non saremo mai se non nel desiderio o in una a lungo sognata sua materializzazione. Come il vasto riflesso del museo nella grande pozzanghera con la sua frontiera fangosa tra reale e immaginario.

Quei binari messi lì per il gioco dei bambini e che ci dicono di un percorso apparentemente spensierato tra il verde, percorso che è invece obbligato, dove l’inizio coincide con la fine simulando l’eterno ritorno. Quelle panchine, inalterate sotto ogni clima, più impregnate dei confessionali di storie, di incontri felici o di tristi addii, di ricordi, come nei film che definiremmo prevedibili, se non continuassero inspiegabilmente ad essere proiettati e partecipati. Mamme con i bimbi in carrozzina, signore con un libro, umarel con la Gazzetta dello sport arrotalata nella tasca del cappotto, donne sole con un cane, grappoli di ragazzi abbarbicati agli smartphone da cui attendono messaggi di salvezza o di perdizione, gruppi di fotoamatori con corredi da safari fotografico per immortalare dei piccioni. Alberi che mi dicono della loro storia, angoli di verde-illusione-di bosco in cui appartarsi, in realtà dei traforati violati dagli sguardi dei passanti. Alberi da abbracciare per captare l’energia verde di cui la città ha sete. Un fantastico affresco, sempre diverso e sempre uguale.

Immagini come quelle belle enciclopedie di una volta, acquistate a fascicoli, rilegate con cura, esposte con orgoglio nel salotto buono e ora cimeli ingombranti sparsi tra solai, cantine, seconde case, box: tanto amate e ora tradite con un annuncio di vendita a poco prezzo su Ebay.

Immagini che fanno sbocciare improvvisi i ricordi, come la pioggia sul  deserto di Atacama, tappeti  ancora vivi, colorati, odoranti, conservati nei vasi di vetro della drogheria della memoria, che ho accumulato nel tempo e che mi piace riaprire per riannusare, fin quando avrò le chiavi e saprò leggere le etichette.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




S1:E3 “Il Bicighellone. Frontiere urbane”

Il terzo episodio degli Appunti del Bicighellone vede il protagonista aggirarsi nelle aree di frontiera urbana caratterizzate dalla presenza di mutazioni che possiamo individuare nella street art considerata talvolta creatività marginale, opera di graffittari invadenti.
L’esplorazione cittadina compiuta dall’autore non si limita a registrare, all’occorrenza,  le disarmonie di un assetto casuale e caotico degli elementi architettonici e urbanistici, ma diventa occasione di riflessione sul proprio vissuto in un territorio lacerato dall’espansione incondizionata della città, regolata da criteri che poco hanno a che spartire con l’idea di coerenza funzionale ed estetica e rispetto del destinatario: noi.
In fondo il Bicighellone prende atto della difformità di talune progettazioni nel contesto urbano, con pacata rassegnazione. Il concetto di frontiera, di cui parla Lorenzo De Francesco, è sia nostalgia di un passato semplice ed essenziale, sia tentativo di mediazione con una realtà non modificabile.
Siamo noi quello sbaglio di natura capace delle peggiori trasformazioni ambientali, e dobbiamo rassegnarci al degrado che è ormai storia infelice di questo pianeta?

Rita Manganello


Lascio l’auto-utero, ovattata navicella  che per anni mi ha condotto nei tragitti ciclici casa-ufficio-cliente-ufficio-casa-scuola-supermercato-mare-montagna-casa-ufficio… Nel tentativo di alienarmi da quello che stavo attraversando, mi immergevo in un mondo di notizie ossessive, martellanti, di musica di evasione appositamente ricercata o di lunghe telefonate con altri disperati come me su altre navicelle vaganti nel territorio,  inseguendo affannosamente il business.

Inforco l’amata bici, mi sento nudo, non più difeso dal guscio uterino di vetrometalloplastica, schiaffeggiato dai rumori, dai gas, dalle asperità del manto stradale: rotaie, tombini, giunti, che emergono dal nulla e mi fanno sobbalzare ricordandomi come sono fatto dentro, eppure mi sento libero.

Torno dai giretti nella campagna circostante e attraverso la frontiera urbana che separa i campi dalle prime case.

Terre di mezzo la cui cifra distintiva sembra essere una costellazione di piccole discariche estemporanee e abusive, sparse casualmente, riempite per consuetudine e regolarmente svuotate, ma sempre piene: escrementi occasionali  che marcano il territorio, come una città organismo che non ha un cesso, ma che si libera, un po’ per affronto e un po’ per tracotante presenza, infilando i suoi squallidi tentacoli urbani nei campi.

Poi arriva lei, la città: asfalto, marciapiedi, cemento, pali, linee aeree e sento man mano che la terra nuda di prima è ora strato sottile e soffocato dall’alto in basso, wafer trapassato dai cunicoli fognari e infarcito di questi invadenti manufatti che pare crescano in modo disordinato. E così gli umani. Li vedo scorrere compressi, incanalati, pesci boccheggianti nelle navicelle ovattate, che a volte urlano e gesticolano testimoniando l’oppressione.

La città come una pentola a pressione che cuoce tutte le vite accorciando i tempi.

Lo sguardo e la mente si distendono e al solito indugiano bighellonando su luoghi che scopro di frontiera interna, dove il rivestimento di cemento e asfalto non ce la fa a contenere la pressione e qualcosa tracima irresistibile sputando linee e colori, forme assurde viste di primo acchito.

Zone ricche di interventi pittorici sul tessuto urbano, luoghi da un lato ambigui, equivoci, un po’ sinistri; dall’altro intuisco emergenze di pensiero, istanze represse di creatività intensa che trovano spazio e, a tratti, illuminano.

Cangianti, secondo le opportunità, gli spazi e gli umori degli artisti.

Il salto qualitativo dal “marcare il territorio” a “emergenza creativa” che a volte ben sintetizza sogni e/o incubi del nostro quotidiano.

Li sbirciavo distrattamente passando in auto, concentrato su altro, oggi posso percorrerli lentamente, fermarmi per contemplarli e fotografare i particolari.

Allora scopro la contaminazione creativa: come in un film di fantascienza si affacciano creature improbabili eppure fatte di parti singolarmente riconoscibili, come se l’artista si fosse divertito a smontare il mondo animale – uomo compreso – e a rimontarlo a piacere, per definire nuove funzionalità non necessarie alla produttività ma solo alla fantasia.

Un tracimare spumeggiante e incontenibile quasi a scostare con la sua forza il coperchio tombale dei muri, spesso proprio dove passano i treni, quasi a voler afferrare l’essenza di quelle vie di fuga, di transito o di arrivo, comunque di spinta verso qualcosa.

I sensi si collegano spontaneamente al repertorio iconografico memorizzato. L’artista si è lasciato, cosciente o no, contaminare, trasformando segni e forme in nuovi soggetti, il cui significato scaturisce  dalla fantasia del passante.

A volte mostri, a volte figure ammiccanti, personaggi di altri mondi vestiti di cromie suggestive, rovinate spesso dai vandali e dal tempo ma presto riproposte in nuove configurazioni immaginarie.

Inquietanti innesti uomo macchina come gli Alien di Giger o citazioni surrealiste e dadaiste, anti-arte che diventa arte, disgustando l’umarel mediocre dalle cartilagini mentali artrosiche.

Stargate per le menti aperte e ancora vive, verso mondi fantastici che raccontano l’irriducibilità dell’umano anche sotto secoli di cemento, l’urgente e necessaria voglia di comunicare che trasforma luoghi tetri e anonimi  in passaggi tra due mondi incompatibili.

Uno di questi luoghi lo conosco bene, sotto gli archi che emergono lentamente dall’asfalto per innalzare il treno sopra il Naviglio e proiettarlo verso la Lomellina, archi che nelle grigie serate si trasformano in antri bui e inquietanti, a volte mal frequentati.

Lì sotto sgorga misterioso il Lambro meridionale, un canale artificiale che nasce dalla confluenza dell’Olona con uno scaricatore del Naviglio Grande, con le sue acque turbinose.

Archi che sembrano invogliare i treni a saltare fuori dai tunnel della città per sfrecciare liberi nella campagna, per poi tornare alle loro case. Oppure sempre lì i treni sembrano rallentare per essere inghiottiti dalla città quando arrivano nelle nebbiose mattine dense di sonno e di rumore.

In uno di questi antri orcheschi si trovava un grosso e loquace gommista. Aveva l’officina incastonata sotto l’arco, saturando tutto lo spazio disponibile, con l’apertura principale su viale Cassala e la secondaria che dava sul retro, pochi metri prima della riva del canale. Uno che quando ci andavi per una foratura, con varie scuse cercava di farti cambiare tutto il treno di gomme.

Un luogo quasi bucolico, possibile meta di incontri amorosi,  se non fosse per la secolare puzza delle acque e per i rifiuti regolarmente abbandonati sotto l’arco o gettati nel canale, lasciando fetidi resti impigliati nella vegetazione caotica delle rive. Infatti fu chiamato per secoli Lambro merdario per lo scolo dei residui fognari di Milano.

Ricordo il fetore quando portavo l’auto sul ponte sollevatore, nell’ampia parte dell’officina situata tra il cavalcavia e il canale, come se l’antro si espandesse  istantaneamente in un altro mondo, spazioso, sconosciuto, che esercitava su di me un insolito e nauseabondo fascino di luogo accessibile a pochi selezionati avventori.

Ancora oggi lo attraverso furtivo in bici per tagliare il percorso costeggiando il canale e riprovo le stesse sensazioni, sento lo stesso odore.

Mi allietano queste creature che emergono da un universo represso per smuovere la mente e mi accompagnano gioiose per tutta via Malaga, fino a casa, invitandomi a fuggire con loro.

Proprio oggi, in bilico sulla riva del canale qualcuno ha lasciato una carrozzina per invalidi, quasi nuova, che guarda le acque dal bordo ripido. Suggestiva metafora di uno spettatore innamorato del luogo fino alla paralisi, dissoltosi nei mefitici vapori chissà quando.

Esito “profetico” per un Bicighellone ?


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




S1:E2 “Il Bicighellone. Vie di fuga”

Siamo al secondo racconto della serie  Appunti del Bicighellone.
Lorenzo De Francesco ci conduce, a cavallo del suo destriero cittadino, nei sentieri campestri alle porte del quartiere Barona, tra le vecchie cascine che costituivano il tessuto abitativo di quella parte della città, Milano, dove  l’urbanizzazione spinta è poi penetrata a dilapidare quel contesto umano e sociale divenuto obsoleto, come pretende lo sviluppo socioeconomico di qualsivoglia metropoli.
La mente adulta si perde nei bagliori della costellazione adolescenziale – la prima bicicletta ricevuta in dono dal padre – per poi liberarsi nel presente, per soddisfare il bisogno di qualche momento per sé mediante brevi fughe nella campagna, crinale tra il vecchio e il nuovo, come un navigatore in solitaria alla ricerca della propria unicità.

Rita Manganello


Lei mi aspetta silenziosa, anche per mesi, al buio; sa che prima o poi aprirò la porta, entrerò con lo sguardo basso. Non mi serba rancore, alla fine sa che quando ho bisogno vengo a cercarla.

Il suo occhio un po’ strabico e dalla palpebra ossidata si accende del riflesso della lampadina nel corridoio della cantina.

Aspetta che io le sciolga la catena, la abbracci per sollevarla e la porti alla luce, per darle una ripulita, gonfiarle le gomme e raddrizzare un po’ il manubrio condorino. [1]
Appena lo impugno mi torna alla mente il giorno, era giugno 1966,  quando mio padre me la fece trovare al mattino, con una scusa, davanti alla porta del box: la Legnano serie oro, luccicante e splendida;  le decalcomanie artistiche la impreziosivano, le cromature scintillavano al sole. Era il premio per la mia promozione col massimo dei voti all’esame di terza media, primo prodotto della famosa media unificata  [2], considerata un po’ di serie “B” da quelli che avevano fatto la vera scuola media. [3]
Per uno strano scherzo del destino, che ama riportarci coi piedi per terra,  la gioia di quel dono venne subito offuscata nel pomeriggio dalla morte della nonna materna: la dura legge della compensazione.

Con lei iniziai a esplorare solitario le strade della Barona che cambiava, e per me cambiare i rapporti era una sensazione nuova, unica, sentire lo scatto e il variare della forza da impiegare. Mi accompagnò nelle lunghe solitudini al lago, tra Desenzano e Solferino e sulle statali dell’assolata pianura, per diversi anni.

Con lei ancora oggi, come con un’amante furtiva, attraverso rapido le ultime case per gettarmi nei campi del parco agricolo. Emulo povero di un cavaliere nelle praterie, ricerca di solitudine, silenzio; sento il vento che fischia nelle orecchie e immagino di essere quel cavallo arabo del proverbio. [4]

Parco assediato dai barbari alle porte, centri commerciali e direzionali cresciuti nella mistificazione consumistica, frattali del progresso che trovano una tentata bellezza solo vestendosi abusivamente nelle rare giornate terse, con i raggi del sole morente.
Altrimenti restano tristi monoliti, il cui splendore luccicante da nuovi viene presto attaccato dagli spietati ossidi, uniformandosi al paesaggio.

Villaggi residenziali ricolmi di promesse di verde e di spazi, progressivamente affiancati da altri che erodono il verde,  impacchettati dai nastri di autostrada e tangenziale; le zanzare festeggiano l’arrivo dei nuovi ospiti.

Percorro quella che mi piace pensare come frontiera urbana: avanzano  i segni della colonizzazione, cartelli stradali arroganti, tralicci enormi incombenti, carichi di energia chissà da chi e per chi. 

Segni che inquinano il tracciato medioevale dei canali irrigui delle marcite, tecnica culturale millenaria  importata dai monaci cistercensi e che diede benessere e prosperità, ora in disuso per colture più profittevoli.

Edifici che finiscono improvvisi nel vuoto orizzonte dei campi, presidiato dalle prime cascine – di frontiera, appunto – baluardi che offrono prodotti a chilometro zero e danno al cittadino l’illusione contadina compresa nel prezzo e piacevoli convivi domenicali.

I campi resistono, mi accolgono d’estate col sentore caldo dei mucchi di letame, col profumo del fieno tagliato, con nugoli di insetti che sferzano il viso in corsa; d’inverno con l’umida  nebbia che tutto sfuma, compresa la propria identità,  simile a quella dei solitari sconosciuti che vagano nei campi: figure umane e vegetali fuse in un unico limbo.

Una fuga dall’alienazione necessaria e sedativa del quotidiano, ricerca compulsiva di radici lontane, domande non risposte.

La strada scorre sotto le ruote, gli occhi osservano ipnotizzati e sospesi, la mente rivede rapida scelte di studio, di vita, di lavoro, incontri d’amore e di sofferenza:  annegati diorami in una boccia di vetro opacizzato dal tempo.

Strada apparentemente libera, ma rotaie invisibili guidano il percorso della vita. La mente nuota come in un’immensa piscina, mare ove i ricordi ti vengono incontro, a volte pesci colorati, a volte frammenti di polistirolo che galleggiano sulla linea dei giorni.

La città la senti: di giorno la sua ossessiva vibrazione di fondo, di sera la diffusa luminescenza che uccide le stelle più piccole, lasciandoci Sirio, qualche pianeta di passaggio o l’ineffabile Selene.

Mi allontano, ma l’elastico gravitazionale della città mi  trattiene, invisibile, mi dà l’illusione della fuga ma poi mi riprende quando sono esausto, mi fa ritornare, con nello zaino la borraccia vuota, piena d’aria di libertà.

Sudato, la abbraccio teneramente per riporla  in cantina, spengo la luce, dentro e fuori.

Alla prossima.


[1] il termine “condorino” ( piccolo condor) si riferisce alla forma a uccello del manubrio dritto e stretto. La bici condorino era costruita dalla maggior parte dei produttori italiani dalla metà degli anni ’50 fino alla metà degli anni ’80.

[2] La riforma scolastica della scuola media inferiore, detta scuola secondaria di  I grado (legge nr. 1859, 31.12.1962), grazie alla quale si istituiva in Italia l’obbligo scolastico della durata di otto anni, dando il via alla scolarizzazione di massa.

[3] Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione.

[4] “l’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




S1:E1 “Il Bicighellone”

Abituati a vederci e considerarci secondo il discutibile concetto di modernità, viviamo confusi e continuamente assoggettati a stereotipi che ci vogliono tenere ancorati alle ingannevoli offerte di un mondo artefatto negli stili di vita. Lo scopo perverso è l’invito nemmeno tanto nascosto a  comportarci da buoni consumatori.
Diversa e augurabile è l’attitudine del flâneur che, nel racconto di Lorenzo De Francesco, pedala  in bicicletta per la città, godendosi le buone cose ritrovate, anche se l’inevitabile cambiamento dovuto alle diverse opportunità e necessità di una città trasformata può averle modificate.
Lorenzo ironicamente si definisce Bicighellone, simpatico appellativo del bighellone perditempo, ma anche flâneur, per essere precisi, allo scopo di evidenziare l’aspetto qualificante dell’osservazione curiosa e riflessiva di colui che ritrova e rivive i luoghi della memoria, con l’affetto di chi è radicato nel proprio mondo, quindi non un vagare inconsapevole per le vie della città.
Il bicighellone prende mentalmente nota e confronta ma non valuta i fenomeni.
Questo è il primo racconto della serie Appunti del Bicighellone.

Rita Manganello


C’è una luce sottile, leggera che avvolge  monumenti e case stranamente puliti, in questo novembre che è ancora settembre. Le ruote della bici saltellano sui blocchi di selciato, sgusciano tra le rotaie, mentre gli occhi scrutano scorci interessanti da fermare, le orecchie indovinano l’avvicinarsi di motori minacciosi.

Che sensazione poter rivivere la città in questo modo vecchio eppure nuovo; centellinare luoghi percorsi nevroticamente migliaia di volte, di giorni, di urgenze.

Ho attraversato i Giardini: erano il mio povero premio, in alcune domeniche, venire qui allo Zoo, [1]  nutrire gli animali tristemente ingabbiati, farmi riprendere dalla 8mm Kodak del babbo, vestito a festa in pose fiere. Luoghi di emozione allora, insignificanti oggi; ma in dissolvenza quelle immagini scorrono ancora.

Mi fermo ad aspettare che il vecchio tram sbuchi dall’arco medievale di porta Nuova, mentre raggi di ultima luce fanno persino bello il  candido bassorilievo fascista del palazzo dell’Informazione. Più in là la conica cuspide di San Marco è affiancata in prospettiva dalla sagoma quasi mostruosa del Curvo di Citylife. [2]

Il Bicighellone, un bighellone in bici o più esoticamente un flâneur in velocipede, si compiace di vagare senza meta, rincorrendo la luce che scappa tra palazzi e vie più deserti del solito a causa di questa pandemia assassina che molti accolgono con indifferenza arrogante.

Un’umanità scarsa e mascherata percorre vie nitidamente vuote, file di taxi aspettano dei fantasmi.

La Scala tetramente chiusa, devitalizzata, sospesa a qualcosa, attende una nota ancora invisibile.

Le rotaie tracciano la strada, ma a volte macabri frammenti ciechi, annegati e troncati dall’asfalto mi ricordano linee estinte. Cicatrici di una guerra che annientò il trasporto pubblico elettrico, silenzioso ed ecologico per far spazio a fumosi autobus assordanti.

Corro ipnotizzato da queste rotaie, lucide di freddo riflesso, incurante dell’incessante martirio del selciato che trasforma la sella in una tortura sfiancante. Inevitabilmente l’atmosfera serale, la luce cadente e radente, l’aria più fresca, scatenano nella mia romantica mente musiche e ricordi, una sequela incessante che sempre si affaccia in queste occasioni, malinconico spartito che raccatta musiche amate che si accavallano per affacciarsi alla mente, un po’ tristi, un po’ gioiose, tutte legate a precisi momenti, a intense emozioni. Sotto gli occhi a volte passa uno scambio, con l’ago diritto o piegato, come nella vita il tuo simbolico tram prende una direzione o l’altra. A seconda del percorso il conducente fa scattare lo scambio, un rumore metallico inconfondibile, se sei vicino è stupore assordante improvviso.

Alla fine il vagare estingue il suo impulso, devi ritornare a casa, seguire la rotaia invisibile: la fantasia si spegne come quel riflesso di sole ormai stinto, il buio della sera avvolge i pensieri e i ricordi in un pacchetto quotidiano, accurato, sempre uguale. Quel tram allo scambio è andato da un’altra parte, ora il suo posteriore annega là in fondo, diventa invisibile, imprendibile, assorbito dalla prospettiva delle case in lontananza, mentre si avvicina al capolinea. Ogni fine è un nuovo inizio, fino all’ultima corsa verso il deposito.


[1] gli attuali giardini Montanelli in via Palestro a Milano.

[2] Il grattacielo  progetto Daniel Libeskind


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




LA MIA BARONA. RICORDI DI UN QUARTIERE

La mia Barona, di Lorenzo De Francesco, si radica nella temperie culturale degli anni del boom economico, quando il Paese si avviava alla trasformazione dettata dallo sviluppo industriale e la speculazione edilizia.
Lo scenario è il quartiere Barona, nella periferia sud-ovest di Milano, descritto con vivace affettività dal nostro autore, protagonista e osservatore del suo particolare microcosmo.
Lorenzo, bambino negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, annotava puntualmente i contorni della sua vicenda personale e familiare, nell’epicentro della  transizione urbanisticamente e socialmente significativa dal borgo rurale  alla  metropoli.
Coloriti i riferimenti ai personaggi che ravvivano il racconto, ancorati alla cultura popolare milanese di quegli anni.
Una testimonianza gradevole di sapore memorialista.

Rita Manganello


Preferisco prendere il tram, mi dà sempre una sensazione di libertà protetta, posso guardare a 360 gradi la città che scorre fino al tratto che attraversa il ponte di via Valenza,  infilando poi  Ripa di Porta Ticinese a ridosso del Naviglio Grande. Qui il tranviere si rasserena, è uscito dal traffico asfissiante da via Torino a Porta Genova e si lancia sul rettilineo in un’accelerazione liberatoria.

Amo sentire lo sferragliare e  il dondolio provocato dalla velocità. Attraverso i vetri, i luoghi ancora familiari, le mura dello scalo di porta Genova, il ponte di ferro delle Milizie, nome inquietante come la sua sagoma dura, lascito di una costruzione dell’era fascista. Man mano vedo avvicinarsi il profilo familiare e inconfondibile della chiesetta di S.Cristoforo, ora non più inghiottita dalle nebbie che la soffocavano quasi sempre d’inverno, quando ero piccolo.

Ci passavo molto tempo, nei pressi di S.Cristoforo: i miei avevano un’ officina in via Pestalozzi, una via stretta dove transitava il tram 12. 

Questa linea tranviaria terminava la corsa al capolinea di piazza Miani passando per via Biella; al 20 c’era la mia casa natale al quarto piano senza ascensore.

Una memoria del cuore il  tram 12: mi portava da casa a scuola, all’officina e poi in un quarto d’ora in piazza del Duomo, senza dover cambiare.

È su questo asse che si svolge la  memoria dei miei primi anni. Ogni tanto ripercorro i luoghi e trovo che qualche elemento della storia cittadina è scomparso: prima è sparito il 12, sostituito da autobus rumorosi, fumosi e poco spaziosi; sono rimaste mute per anni la linea aerea e le rotaie, giusto per aumentare il rimpianto. Poi hanno coperto anche quelle, togliendo le lastre di pietra e porfido, che erano l’alveo rassicurante delle rotaie, indistruttibile e distruttivo per le ruote e le sospensioni delle auto.

Sin dalle elementari, nella piccola officina di mio padre, è stato per me un crescendo di lavoretti fino a uscire in missione, da grande, insieme agli operai.

Il marciapiede di via Pestalozzi potevo percorrerlo con la mia piccola bici anche senza sorveglianza, da un passo carraio all’altro. Ci sono ancora gli stessi tombini, impressi come ricordo nella mia mente come nell’asfalto.

Dal piccolo mondo di S.Cristoforo, che esploravo quando ero in officina al piccolo mondo della Barona, quando ero a casa;  la prima esplorazione fu visiva dal grande terrazzo dal quale si dominava mezza città e mezzo cielo, visuale libera da case più alte, un grande prato davanti caratterizzato dal coro di rane e zanzare. Più tardi emerse il mondo nuovo dell’adiacente quartiere di S. Rita.

La Barona era ancora periferia ai margini della città, costellata da una corona di case popolari anteguerra. Tristi e serie. Subito dietro campi e cascine; la città finiva bruscamente liberando la campagna dall’intrusione del cemento. Alle case anteguerra si aggiunsero subito costruzioni più moderne, ancora più brutte e spartane, per accogliere gli immigrati del boom economico.

Salivo sul tram davanti a casa, tre fermate ed ero a scuola o in officina. Non ho mai capito perché non si potesse andare a piedi, scelta incomprensibile dei miei genitori.

Il 12 aveva una particolarità dovuta alla curva a gomito nella stretta via Pestalozzi: lì il binario diventava unico e c’era un semaforo per i tram d’ambo i lati. Era divertente vedere l’alternarsi delle vetture e cercare di capire come si azionava lo scambio che talvolta si inceppava, costringendo il tranviere a  scendere con la gügia [1], arnese che serviva anche da minacciosa arma impropria in caso di discussione con gli automobilisti spazientiti dall’intralcio.

Oppure quando la pertegheta scarrucolava e il bigliettaio (era compito suo non del conducente) doveva scendere dal tram e bestemmiando riposizionarla sulla linea elettrica con vari tentativi; risalire poi di corsa perché il conducente aveva fretta di ripartire per rispettare la tabella di marcia.

In un quartiere cittadino fortemente tipizzato, come era la Barona all’epoca, non potevano mancare i personaggi di culto che caratterizzano la comunità di abitanti della zona.

Sul Naviglio, il cartolaio che fumava sigarette al mentolo rilasciando quel delizioso profumo che impregnava tutto, il fotografo con le sue apparecchiature misteriose e sempre molto indaffarato, l’idraulico grasso e sudato con manone enormi e tuta con bretelle: un retrobottega che era una miniera di metalli vari e odori strani e che si apriva su di un cortile sconosciuto; il ferramenta gay che mi guardava con interesse, il verniciatore stravagante che posata la pistola a spruzzo, la sera impugnava tavolozza e pennelli e continuava a dipingere, l’elettricista enorme, zoppo, sinistro, dalla voce tonante che talvolta virava in un falsetto inatteso,  l’ex pugile sempre ubriaco, il lattoniere milanesissimo – una sputacchiera ambulante e  donnaiolo incallito – gli occhi sempre infiammati.

Nella lista dei personaggi tipo si distingueva l’ingegnere della fabbrica dei trasformatori industriali con un innato senso di superiorità verso i piccoli artigiani.

L’officina aveva come sede un’ex macelleria di ridotte dimensioni: c’erano ancora le piastrelle bianche e rosse e i ganci per appendere al muro i quarti di bue.

Era quanto rimasto della florida azienda metalmeccanica del nonno, che subì un rovescio di fortuna, il che costrinse mio padre a lasciare gli studi professionali e a trovarsi subito un lavoro, come soffiatore di vetro alla Pastelor, dove conobbe mia madre.

Grazie al boom,  l’officina è andata sempre ampliandosi, dalla superficie dei locali al volume d’affari, fino a quando mio padre lasciò l’attività a 70 anni nel 1994, cedendola al più intraprendente dei suoi operai.

La signora Ester era il nostro legame con S. Cristoforo; lei era una di quelle che al mattino lavavano i panni nel naviglio per sbarcare il lunario e nel pomeriggio tirava le punte [2] da noi. Con il marito gravemente malato, doveva tirare la carretta lei. Lavorava il vetro accompagnando il movimento delle mani con un dondolio incessante del corpo e della testa, una cosa ipnotizzante, i capelli bisunti fissati da un vecchio fermaglio.

A 15 anni il trasloco nella nuova casa:  la conclusione,  la fine del sogno. Quando trasportavo le vecchie cose nella nuova abitazione, sapevo di lasciare qualcosa, per sempre. Ritornavo ogni tanto in via Biella e vedevo frammenti del  passato densi di memoria scomparire inghiottiti o sostituiti da manufatti anonimi senza storia per me.

Nella nuova casa, con ascensore, doppi servizi, box, cortile,  mancava però quel mio grande polmone: il terrazzo sul cielo e sul verde.


[1]  Asta metallica che consente l’azionamento manuale di un deviatoio da parte del tranviere.

[2]  Prima fase della lavorazione del vetro in canne per la creazione di ulteriori manufatti: il tubo viene scaldato mentre è fatto continuamente ruotare con le dita e leggermente insufflato per evitare che si afflosci, tirandolo progressivamente fino a separarlo in due parti, ognuna delle    quali a “punta” perfettamente simmetrica una volta raffreddata.