Il segreto della montagna

Sulla collina un uomo fuma

La macchina è stata vista

In pochi millesimi di secondo la combinazione rapida degli elementi chimici

Scatena l’inferno

Il vetro si sbriciola la lamiera si accartoccia la carne si strazia.

 

“Sono tua madre, Giovanni, ti sto aspettando.

Sono tuo padre, Giovanni, ti sto attendendo.”

 

Sulla collina il Diavolo fuma ancora un’altra sigaretta.

 

“Non posso fermarmi, ho ancora la testa piena di cose da dire.”

 

Sulla costola della montagna cieca, Satana ed i suoi servi scherzano

E premono un telecomando

Se la montagna avesse potuto vedere lo scempio

avrebbe rovinato su di loro cumuli di pietre.

 

Un rumore tremendo parte dal cuore della terra

Ed in pochi millesimi di secondo, dentro l’abitacolo

Il vetro si frantuma la lamiera si piega i corpi si dissolvono.

 

L’Angelo della Morte prende la mano di Giovanni

“vieni”

Giovanni dice: “non posso è ancora presto, il mio cuore

è ancora forte, la mia testa è piena di cose che non ho potuto dire”

 

va la Madre da Giovanni e gli dice:

“Giovanni, devi tornare, ricongiungerti a me”

Ma lui risponde:

“non posso, Madre, la terra, gli uomini e Francesca resterebbero soli.”

 

L’Angelo della Morte prende la mano di Giovanni e dice:

“così sia.”

Sulla costola della montagna sorda, Satana ed i suoi schiavi

Bevono alcool e fumano tabacco.

L’Angelo della Morte prende anche la mano di Francesca e dice:

“così sia”.

Madri prendono le mani dei figli che viaggiavano con loro e si sono dovuti fermare.

“noi non possiamo seguirvi, Madri, il nostro posto è accanto all’ombra ed al respiro 

di Giovanni, il nostro cuore è forte, la nostra mira sicura, le membra agili e giovani.”

“Così sia”, dice L’Angelo della Morte, e tutti i figli dal cuore forte e dallo sguardo sincero

tornano dalle Madri.

La terra rimane sola, e tutti gli uomini restano soli.

Quando si abbassa la polvere, siamo tutti più soli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non riuscirò a dimenticare.

Palermo 10 novembre 2002. Antonio Musotto.




Tecno Notiziario

Buonasera a tutti i nostri affezionati consumatori!

Purtroppo l’infezione non si ferma.

Oggi i Mostri hanno attaccato un centro commerciale alle porte di Roma.

Ecco le immagini.

Si vede il Mostro avvicinarsi dal parcheggio, come vedete, indossa un lungo impermeabile, vietato dalle leggi speciali per la sicurezza del Ministero della Tranquillità e del Sobrio Decoro.

I nuovi tecnoscanner in dotazione hanno identificato l’aggressore come Marco Rossini, ventisette anni, laurea in fisica, inserito nella lista nera avendo esaurito i 12 mesi del nuovo contratto di rotazione lavorativa come scaffalista.

Ora vediamo il cecchino della Fanteria Tecnofederalista abbatterlo, purtroppo, ancora una volta la rete illegale, fuori dal controllo dell’authority per la Coesione Familiare, ha funzionato da richiamo per decine d’infetti, che nel giro di poche ore si sono radunati intorno al centro commerciale e l’hanno attaccato in massa e, nonostante l’eroismo della Fanteria Tecnofederalista e dei Miliziani territoriali, hanno sterminato molte famiglie mentre svolgevano il loro compito di consumatori.

Il Ministro della Tranquillità e del Sobrio Decoro giunto sul posto, ha diretto il contrassalto delle forze tecnofederaliste che ha portato all’abbattimento di tutti i mostri.

Il Ministro ha annunciato un inasprimento della lotta ai contagiati, con la creazione di nuovi campi di contenimento e riadattamento al consumo ragionevole.

A Roma, il Ministro dello Star Bene, ha annunciato un nuovo stanziamento straordinario per la ricerca del vaccino contro il morbo, per la cui sperimentazione saranno usati gli ospiti dei campi di contenimento, ovviamente volontari.

Ci giunge ora la notizia che le forze tecnofederaliste hanno eliminato un altro mostro su un treno, questa volta si tratta di una donna, Francesca Pazzi trentadue anni, biologa molecolare. Era stata notata alla stazione di Torino e un rapido controllo ha permesso di accertare che proprio oggi era stata sostituita in un call center, i tecnocacciatori sono saliti sul treno e l’hanno abbattuta prima che potesse arrecare danno ai viaggiatori paganti.

Ripetiamo l’appello diffuso dalla Presidenza del Tecnoconsiglio: chiunque noti un giovane, con elevato titolo di studio, che non ha i tre semi tatuati in fronte, comprovanti la partecipazione ad almeno tre programmi del Ministero della Formazione Visiva trasmessi dalla nostra emittente, in possesso di libri carta non approvati dalla commissione dello stesso Ministero, non usa carte di pagamento, è tenuto  immediatamente segnalarlo alle stazioni della Milizia Tecnoterritoriale, anche in forma anonima; si ricorda che: chi non ha almeno tre account e non acquista quotidianamente per la cifra stabilita dalle tecnotabelle ministeriali in base al suo bisogno, calcolato dal Ministero del Tecnopil, è un nemico del Paese e del Consumo Sovrano.

E ora veniamo ad argomenti certamente importanti, ma più lievi.

È collegata Alessia, per la puntata settimanale di “Un’Amica per il Presidente”, programma obbligatorio del Ministero della Formazione Visiva. Ci sei Alessia?

Sì, Barbara buonasera.

Allora? Grandi novità stasera vero Alessia?

Certo Barbara, come tutte le settimane, intanto l’eliminazione tra Giovanna, la neurochirurgo marchigiana, e Flora, filosofo del diritto, piemontese, chi vince entra direttamente in finale, chi perde torna nei campi di contenimento e riadattamento al consumo; ma la vera sorpresa è un’altra: una nuova concorrente entrerà nella casa e la prossima settimana si giocherà la finale.

Il pubblico sarà chiamato a scegliere tra, niente popò di meno che, due ex Mostri catturati dalla Fanteria Tecnofederalista, che hanno superato il programma di ricondizionamento; Emilio, che sappiamo essere grande vanto della nostra emittente, infatti, grazie all’innesto direttamente nel nervo ottico di tutte le nostre trasmissioni in poco più di un mese è diventato un consumatore affezionato. E Luisa che, anche lei con un innesto ad hoc, ha ripreso il suo ruolo di madre e di moglie ed è stata guarita da una forma regressiva infantile che la portava a cercare la sua mamma – uccisa dalla tecnomilizia perché sorpresa a rubare ai Grandi Magazzini del Pil – attraverso il sesso saffico.

Mamma mia due ex Mostri addirittura!

Sì Barbara, il programma è stato voluto dall’Amministratore Delegato della Corporazione per trasformare questi esseri mostruosi in lavoratori della grande industria nazionale e poter scontare i loro orribili delitti.

E inoltre si offre loro la possibilità di competere per il prestigiosissimo titolo di Amico del Presidente, ma ci puoi dire qualcosa su di loro Alessia?

Guarda, non dovrei, ma vi posso dire che tutti e due hanno contratto il virus in un orribile paese straniero e poi l’hanno manifestato una volta rientrati nel nostro bellissimo paese alla fine del loro contratto di prestito temporaneo europeo.

Una storia molto triste di ingratitudine, avere la possibilità di tornare nel nostro grande Paese, dopo aver avuto l’onore di rappresentarlo in Europa gratuitamente e poi fare cose tanto orribili.

Infatti, ma stasera ci divertiremo molto con loro, sarà davvero una puntata elettrizzante. Ciao Barbara.

Vi seguiremo con grande interesse come sempre. Ciao Alessia!

Torniamo alle notizie del telegiornale: oggi il Ministro della Scienza Infusa ha inaugurato il nuovissimo parco divertimenti  Pompeiano, una meraviglia della tecnologia simbolo della rinascita di una terra deturpata dalla vergogna  dei resti romani, che il nostro governo è riuscito a risolvere definitivamente…. Ma che succede?

O mio Dio!

Amici e Amiche del Consumo, ci comunicano che i Mostri hanno circondato il nostro centro di produzione, ecco le immagini, vedete questi orribili esseri che si avvicinano agli ingressi, i miliziani aziendali li stanno già abbattendo e siamo in attesa dell’arrivo della Fanteria Tecnofederalista.

Sono centinaia e si avvicinano con il loro passo strascicato e antitelegenico, con orribili abiti dai colori non abbinati, ovviamente scarmigliati e ancor peggio è evidente che non abbiano fatto uso delle creme per la pelle imposte dal Ministero dello Star Bene… ricordate chi non contrasta il processo di invecchiamento (stanno lavorando per risolverlo) è antitelegenico e non rispetta le norme riportate nella tecnocostituzione: sei uno dei nostri eroici consumatori? Essere giovane e bello rende il tuo Paese giovane e bello.

Le ultime notizie dicono che alcuni sono penetrati nell’ala ovest, ma che sono stati fermati dagli eroici miliziani.

Il Ministro della Tranquillità sta seguendo in diretta la vicenda e presto sarà qui con le sue truppe, ora ci rilascerà una dichiarazione, colleghiamoci in diretta con il Ministero.

Il Ministero è stato invaso dai Mostri interrompete immediatamente!

Ci arrivano notizie di attacchi a tradimento in diversi punti del paese, ma la situazione è tenuta sotto controllo dalle truppe.

S’invitano i cittadini a rimanere nelle proprie case, a seguire lo svolgimento degli eventi, potranno compiere il loro dovere giornaliero di consumatori acquistando on line: il Ministero del Tecnopil – grazie ai suoi tecnici 24h – sta attivando linee di consumo connesse a tutte le case, ricordate sempre: “un Paese è bello e forte se ogni giorno rimpingui le tue scorte”

Stiamo facendo uno share mostruoso!

O Dio Pil eccoli!

Stanno entrando! Stanno entrando!

 

 





Dopo il Virus – seconda parte

vai alla prima parte
vai alla terza parte

Ritorno.

Ero un comandante di missione, uno poco abituato a restare a lungo nello stesso luogo, cosicché non appena la mia presenza non fu più utile riprogrammai la nave per ritornare sulla terra.
Gli androidi di assistenza al viaggio, perfettamente ricaricati di gentilezza e resistenza allo stress con nuovi software, mi aiutarono a rientrare nella capsula di sospensione vitale, i motori traslazionali si riavviarono con un leggero ronzio, la mente ridusse il livello energetico al minimo, ero pronto per viaggiare nello Spazio Cosmico e tra i miei pensieri.

Sognai i volti degli umani
che avevamo trasportato sulla nave spaziale e lasciato su HR2550, sognai oceani
immensi che avevo attraversato in barca a vela con mio padre, sognai di essere
con lui.

Il viaggio traslazionale mi ricondusse sulla terra.
Alla base spaziale regnava una pace innaturale, sembrava non esserci traccia di presenza umana o androide. La procedura di sbarco era automatizzata, mi ritrovai a seguire i percorsi verso le uscite guidato dalle piste luminose che mi accompagnavano, con unico sottofondo il rumore dei miei passi e dei due androidi che erano scesi con me a terra.
Si aprirono automaticamente porte di ascensori, si misero in moto scale mobili e nastri trasportatori, tutto funzionava perfettamente alimentato dai generatori solari che assicuravano l’energia necessaria alla base spaziale.
Poi gli androidi si separarono da me, imboccarono un corridoio che portava alla zona dei laboratori e non li vidi più, mentre io passai attraverso i life detector, fui giudicato idoneo e mi ritrovai nell’unità delle abitazioni degli equipaggi.
Le piste luminose mi condussero all’appartamento che avevo abitato prima di partire, indossai abiti adatti alla vita sulla Terra, interrogai il personal assistant sulla disponibilità di un mezzo di trasporto terrestre nel parcheggio, presi dalla cambusa una scorta d’acqua e scesi nei garage sotterranei.
Non avevo ricevuto nessun bollettino di aggiornamento sulla situazione dell’epidemia, migliaia di domande mi ronzavano nella testa, alcune le ebbi indirettamente, non appena arrivai nel garage.
Era quasi completamente deserto, tranne qualche mezzo di trasporto visibilimente inadatto alla marcia, sentii le pulsazioni aumentare e azionai il comando di apertura dei box riservati agli ufficiali.
Dentro, sotto luci minime, alcuni mezzi erano collegati alle prese di ricarica. Ne scelsi uno di quelli che aveva la massima autonomia e che avrebbe potuto trarmi d’impaccio nel caso avessi incontrato strade in cattive condizioni.
L’idea era quella di partire alla volta della sperduta regione dove mio padre si era rinchiuso in un laboratorio. Il dubbio era che non ci fossero più le condizioni per raggiungere quella destinazione con mezzi di trasporto convenzionali.
Se la popolazione umana era stata dissipata interamente dal virus, come avrei potuto rifornire il mezzo di energia, quando se ne fosse presentata la necessità?

Presi posto al cockpit del mezzo di trasporto stradale, dettai al computer di bordo i miei desideri riguardo al viaggio, il motore prese vita, le ruote cominciarono a muoversi affrontando il pavimento del parcheggio e poi la rampa di uscita verso l’esterno. Non oscurai i finestrini, in modo da potermi rendere conto di cosa avrei incontrato una volta giunto sulla strada che collegava la base spaziale all’autostrada automatica e poi alla città più vicina.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Antonio Musotto




S1:E2 “Anna”

Anna ha ricevuto il referto del tampone Covid-19, è negativo. Può preparare la borsa da viaggio e partire, finalmente. Quante altre volte l’ha riempita in fretta con le sue cose dentro, solo l’essenziale. Una sciarpa per proteggersi dal freddo, un libro da leggere la sera, un portafortuna che può sempre servire, la crema idratante, gli occhiali da sole e l’inseparabile e preziosa attrezzatura fotografica. Come quella volta quando è andata ad Amsterdam per fotografare le distese di tulipani e vedere i quadri di girasoli al Van Gogh Museum. O quando ha attraversato il deserto del Sahara, ha bevuto il the nella tenda berbera e ha fotografato le ombre dei cammelli al tramonto. La vacanza fatta quell’ultima volta che si è innamorata, quando sembrava proprio una bella storia, importante, duratura, fatta di convivenza, buona cucina e feste di compleanno in giardino e invece no, quasi due anni per capire che era una relazione difettosa, disfunzionale, che non la rendeva felice. Anna ha poco più di cinquantanni, un matrimonio finito che ormai è un’altra vita, un figlio molto amato diventato grande in fretta, una rete di amicizie con interessi comuni e lei che non risparmia mai un sorriso o un consiglio. Ha due occhi luminosi, la pelle delle mani screpolata e la voglia di lasciarsi alle spalle un sentimento che le ha spezzato la vita, ancora una volta. È una infermiera e, dopo tanti percorsi di studio, le piace dire che lei nasce infermiera, che quella è la sua vocazione. È per quello che è sempre accogliente e attenta o forse è accogliente e attenta perché ha studiato da infermiera, chissà. Ricorda ancora l’emozione del giuramento, tanto tempo fa.  [..]Giuro di perseguire come scopi esclusivi la difesa e il recupero della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale […] Anna si è subito sentita parte di qualcosa e dopo la laurea in scienze infermieristiche, tanti anni ancora di studi, di master di perfezionamento per acquisire pratica e conoscenze. Ricorda tante situazioni lavorative difficili e faticose, spesso mal retribuite e precarie, con sfiancanti turni di notte, con paure e incertezze prima di realizzare davvero cosa significasse per lei fare l’infermiera. Anni di sfruttamento, assunta da questa o quella cooperativa, anche se prestava servizio nella sanità pubblica, senza un contratto a tempo indeterminato, mai libera da quell’idea di ausiliarietà a cui viene troppo spesso relegata la sua professione. Quando è dilagata la pandemia da Covid-19 il personale sanitario in ospedale, in corsia, è stato coinvolto nel tentativo di fermare i contagi, cercando di salvare quante più vite possibili in una lotta contro il tempo e contro l’inadeguatezza di un servizio pubblico reso carente dai troppi tagli indiscriminati perpetuati negli anni a favore di una sanità privata, ora dimostratasi inutile e incompetente. Anna invece era in lockdown nella sua casa in città, ferma come tutti e tutte, a seguire una serie tv, a pulire i vetri, a cercare nel disordine quel libro che voleva rileggere, a potare l’ulivo in giardino, a ripensare a quella relazione finita che tanto l’ha delusa. Un pomeriggio viene contattata da una cooperativa che le offre un lavoro a tempo determinato, determinato dall’urgenza di reperire in fretta personale, come infermiera specializzata in un reparto di terapia intensiva in un ospedale romano. Un contratto indecente per una retribuzione lorda di 9 euro all’ora, per un lavoro sfiancate con l’emozione gratuita, però, di mettere a rischio la propria salute per salvare le vite degli altri. Anna si è indignata, ha risposto di no, ha sfogato la sua rabbia sui social, ha cercato di distrarsi cucinando una eccellente parmigiana che ha potuto dividere solo con il gatto Anselmo. Ma poi, come un ritornello, di nuovo in testa quel giuramento solenne e pomposo […] Giuro di  mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente, prestando la mia assistenza professionale a qualsiasi malato che ne abbia bisogno […] Così, con la stessa impulsività con cui scatta una foto o con cui si lascia sempre coinvolgere in una nuova esperienza, decide di rispondere al bando indetto dalla protezione civile per la ricerca di 500 infermieri per l’emergenza Covid-19 da destinare alle regioni più colpite. Ora la sua borsa da viaggio è pronta, può raggiungere l’ospedale di Vignola dove già l’aspettano. Anna farà parte della task force sanitaria volontaria “infermieri per Covid”, 9.400 candidature spontanee raccolte in appena 48 ore.
Mentre continua ad aumentare il numero dei medici morti per l’epidemia, arrivato già a 131, dalla Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche arriva il dato che gli infermieri deceduti sale a 34, mentre gli infermieri contagiati dal virus SarsCov2 sono ad oggi più di 8.000. Infermieri e infermiere, ovviamente.


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Almeno i fanti avevano l’elmo

Almeno i fanti avevano l’elmo. E le donne, al fianco dei fanti, prima della partenza. Le belle donne delle case di rango, travestite da crocerossine, e quelle appena un po’ trasandate figlie del popolo ma piene di natura rigogliosa e precisa, senza affidare quasi niente al caso. La bellezza di rosa in vaghezza di mondo. Tutto come doveva esser fatto, anche l’elmo. L’equilibrio, la forza, la circostanziata presenza del creato. E il fante verso il confine. Non c’era da discutere. Era così.

Almeno i fanti avevano l’elmo. Verità di vita quotidiana. Difesa di fronte ai rovesci. Difesa dai re e dai generali, nel cincischiarsi delle ovvietà da salotto. Nel gioco, mettendo sul piatto la vita dei fanti. I fanti almeno avevano l’elmo. Per non sentirli cincischiare. L’elmo, ovvero quello spazio largo un capello che li faceva uomini tra la vita e la morte. Lì sentivano di avere ancora una possibilità di scelta, forse. Uomini delle loro donne, indiscutibili di bellezza e respiro dei figli. Lì erano uomini da dentro, l’elmo. I generali, e i re, impagliandoli come burattini li appiattivano alla guerra, dove potevano solo capitarci. I fanti, con l’elmo, nella battaglia. La maschera, con due occhi disorientati sul confine. Ci cascavano dentro, a forza di pacche sulle spalle, alla partenza, mentre il treno muoveva verso un dove impossibile. E loro già incastrati nell’elmo, senza poter lasciare niente alla stazione. Già, solo l’elmo che ti appiattiva nella massa delle divise. Quella parola avanti e dietro sempre nelle orecchie. Ti tiene come un ninnolo quella parola nell’intimità dell’elmo: addio. Il mondo sempre più lontano, straniero appena fuori dalla partenza, è meno piccolo di quello, da non crederci, che ti preme sugli occhi e sul petto quando le pallottole iniziano a fischiare. E allora che fai? Il mondo quasi sparisce sotto le scarpe della corsa. Ma non puoi nemmeno scappare. E allora che fai?

Uccidi. Uccidi tutti quelli che incontri. Non senti nemmeno più le distanze. Il calore ti eccita, la corsa del gregge nero ti guida. Uccidi non per difenderti, al confine. Uccidi per scacciare quel senso di oppressione che la guerra ti dà, da quella piccolezza di mondo che ti sfila le scarpe e il respiro. Da quei colori spenti, nonostante gli occhi; da quel battito nel cuore che si fa sempre più corto e veloce. E rischia di farti tenerezza il cuore. Troppa tenerezza. E allora uccidi, che le cose che fanno tenerezza si devono difendere.
Salti fuori dal buco fante tenendo l’elmo in testa con la mano. Salti verso il cielo. E ti credi un angelo, che già l’ombra da sopra ti avvolge. E chi c’è sopra che ti stende l’ombra, fante. Chi c’è? Salti che sei già un proiettile. E cadi come un angelo subito dopo. La paura bussa alle spalle. È lì, che vuole prenderti il posto, anche nell’allacciarti le scarpe. Che stavolta devi andare davvero. C’era la morte, densa, a frenare la luce del sole, non l’elmo.

Almeno i fanti l’elmo ce l’avevano. L’ultima preghiera prima della partenza. Pretesto per toglierselo quando tutto finiva. Mostrare la testa al sole, forse a chiedere perdono, forse per riprendersi il cielo, mesciato in coppe d’aria fina. Per farsi riconoscere in tempo dai vivi, quando andava bene. Per farsi portare di nuovo in stazione, con la divisa addosso e l’elmo bucato. La guerra è un’infamia, sempre. Anche quando non scoppiano le bombe e non divampano gli incendi. Anche quando il sangue rimane nei ranghi. E chi semina odio, anche l’odio gentile e azzimato dei signori, prima o poi raccoglierà violenza e la stringerà al petto.

I fanti l’elmo almeno ce l’avevano, ma i medici in corsia no. Nemmeno quello. Ed erano soli, con il giuramento a se stessi. Soli con la testa scoperta sotto il cielo della trincea, sul pavimento della corsia, davanti a un letto di spifferi meccanici. Che tutto poteva caderti addosso, da ogni parte: ombre e veleni. E avevano vicino la mano nuda dell’angelo, quella mano a cui avevano chiesto la guida e adesso non sapeva più nemmeno indicare loro l’ora. Non avevano quasi più nemmeno un polso. L’ora, intanto, andava e veniva. E loro dritti a tenere l’invisibile sulla punta della lingua, senza elmo. I denti, sì i denti. Senza nemmeno le parole, senza poter gridare. Digrignare al massimo. Senza potersi allacciare le scarpe. E fuggire. Il dolore? No, non c’era. Si era dileguato. Un corollario superato nell’apocalissi orrifica del terzo millennio, ora cominciato davvero. Quando devi decidere chi provare a far vivere e chi abbandonare al vuoto del terzo millennio non c’è più tempo per il dolore. Accadono cose che nemmeno il dolore sa più testimoniare. E in quelle corsie senza gare, accadevano. Medici senza elmo, fanti della guerra contro un mondo ripiegato in quattro, come i punti cardinali. Ficcato finché c’entrasse in una stanza, quella della terapia intensiva. 

Quando
è scoppiato il caos avete invocato il sacro rito dell’incavo del gomito. Ma
pensa un po’. Fino a pochi mesi prima ci avevate allergizzato il sistema
nervoso con avvertimenti su avvertimenti a proposito del travisamento
dell’identità. Ed ora? Ora glorificate l’emergenza di sua santità il gomito
assiso sul naso.

Non ce l’avevo il gomito
in corsia! Non avevo nemmeno quello!
Il mio gomito serviva a reggere il braccio, che teneva il
polso, che sosteneva la mano, che reggeva i morti. No, non ce la facevo a
scegliere. Li tenevo tutti come potevo. La morte intanto mi parlava, mi
ricattava. Mi costringeva a selezionare chi affidarle. Io ho giurato chi
salvare, non chi far soccombere. Ma lì in corsia è andata diversamente, molto
diversamente. Non avevo abbastanza mani. Non avevo abbastanza gomiti. Non avevo
abbastanza lacrime. Si divertiva alle mie spalle la morte. In panciolle sul
divano aspettava che portassi la lista con i nomi del giorno. A questo ci avete
costretto a noi medici. Esseri umani privi di tutto, anche di una semplice
fottuta mascherina. Volevate privatizzare la Sanità. Bene ci siete riusciti.
Siamo “privati” di tutto, anche della pazienza, del giuramento, della sana
misericordia, della pietà. Non c’è nulla di pietoso nello scegliere chi far
morire, non per chi ha giurato di salvare vite umane.





CINQUANTA SFUMATURE DI QUARANTENA

Distopia in atto. La farmacia ha esaurito le mascherine. Rimedio con un travestimento stile L’ Uomo invisibile di H. G. Wells: sciarpa che copre naso e bocca, occhiali da sole, guanti; manca il cappello. In tasca l’autocertificazione con le seguenti motivazioni: passeggiata cane, rifornire il frigo. Al rientro lavo le mani come per entrare il sala operatoria. Andrà tutto bene.
Fine della trasmissione del 12 marzo 2020.

Stato di emergenza, quarantena, misure restrittive, isolamento, terapia intensiva, dispositivi di protezione, pandemia; segue un repertorio terminologico che non riporto per intero. Queste sono alcune delle voci del lessico della paura che ci accompagna nei giorni del corona virus.

Un vocabolario consultato senza risparmio, una fruizione immersiva alla quale non ci si può sottrarre, data l’eccezionalità dell’avvenimento: la pandemia.
La nostra conoscenza del mondo si era fermata alle epidemie geograficamente circoscritte,  ma la pandemia no, non ci eravamo ancora arrivati al giorno d’oggi e ci ha colti di sorpresa, attoniti, disturbati da un evento planetario che ha stravolto la nostra esistenza fatta di interconnessione ossessiva, accelerazione del tempo voluta dalla  consumazione rapida, frequente e incontrastata di ogni possibile godimento.
Tutto e subito, senza pause tra un’attività e la formulazione di un desiderio cui deve far seguito un febbrile appagamento.

Covid-19, bastardo micorganismo che ha infettato  l’organismo di migliaia di persone  e influenzato  la vita delle popolazioni, il tempo che gli serviva per evolversi nel passaggio dall’animale all’uomo, se lo è preso tutto.
Quanto tempo avrà impiegato per attuare il salto di specie? Di sicuro molto più di quello che impieghiamo noi per decidere se acquistare un oggetto online, guardare una serie TV in streaming, incontrare gli amici della movida serale o troncare una relazione via Whatsapp.
Tutto facile, tutto a portata di mano, in una proliferazione maniacale di atti ripetuti, là dove anche l’amore acerbo si piega alla ricerca di qualcuno alla stregua di qualcosa che annulli il tempo di una riflessione, l’accettazione dell’alterità, la mancata corrispondenza di un ideale impossibile; nessuna  pausa tra un innamoramento e l’altro, nessun tempo che dilati l’attesa di un prossimo incontro.

Il tempo sincopato che siamo abituati a vivere è sostituito dal tempo rallentato della vita in un interno, casa nostra se siamo fortunati, l’ospedale se disgraziatamente abbiamo bisogno di cure.

Nella città in pausa dove tutti respiriamo la stessa aria, abbiamo ri-scoperto la vita meditativa del ritiro obbligato, confortata da quello che siamo capaci di fare una volta sottratti alle tentazioni che si trovano all’esterno, dedicandoci a letture, bricolage, cucito, maglia e uncinetto, pulizie straordinarie della casa, riordino degli archivi, cura delle piante, film in TV, esperimenti culinari mai tentati prima. Ci siamo adattati alla situazione riscoprendo il gusto del fare domestico, per alleggerire il peso di una situazione anomala che avremmo preferito vedere in un B movie piuttosto che nella realtà. Il privato è politico si diceva un tempo; in questo frangente è divenuto centrale nel tenere insieme una società compromessa da un elemento erroneamente considerato alieno, di fatto fortemente destabilizzante.

Da buoni improvvisatori e capaci di ammirevole dedizione nell’emergenza, con patriottico richiamo ci siamo organizzati una vita nelle retrovie dello schieramento umano, molto più esposto, dei medici e del personale ospedaliero incaricati di affrontare un patogeno sconosciuto con gli strumenti della scienza, con risorse alterne secondo la regione di appartenenza e tanta abnegazione.

Noi dal balcone di casa abbiamo applaudito il loro sforzo tenace, inviato messaggi di incoraggiamento e ammirazione, fatto del nostro meglio per contribuire ad arginare il contagio restando a casa.

Nel quartiere milanese di Nolo, Federica P. ha cucito mascherine di ottima fattura per chi non le ha trovate in farmacia. Anche un piccolo gesto si è rivelato una risorsa preziosa. Un gesto  riconducibile al concetto di  mateship, sentirsi parte di un vissuto comune.

Alcuni hanno beneficiato del lavoro agile, ma non tutti hanno avuto la stessa possibilità non potendo interrompere la catena produttiva dei servizi essenziali; abbiamo seguito con apprensione la loro esposizione al rischio.

Uno scenario inesplorato quello della vita al tempo del corona virus; molti si sono domandati: “e dopo ?” Cambierà qualcosa nei nostri comportamenti? Vorranno i governi rendersi finalmente conto che sfidare la natura porta guai e che la stessa non si piega alla nostra volontà di umanità incosciente e capricciosa? Non vorrei eccedere nell’elencare altre angosciose domande.
Leggo in un documento dal titolo “Nessuno resti indietro“, redatto da un gruppo di consulenti manageriali:

…Si tratterebbe di promuovere da parte del Governo un progetto/campagna per sensibilizzare e condividere la necessità/opportunità di un cambio di paradigma nei comportamenti individuali e collettivi promuovendo un salto culturale che porti a comportamenti attenti al bene comune anziché a “essere furbi”.

Forse abbiamo avuto l’occasione di capire chi siamo o chi vogliamo diventare, in un futuro post-pandemico di maggiore consapevolezza e rimozione della visione alterata di un mondo fatto di confini considerati stabili, ora  divenuti immateriali, e penso alla vanità del tutto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Chiara Beretta




Una finestra sul mondo: la vita degli altri

Finalmente piove! Oggi 14 aprile la tanto attesa pioggia è arrivata.

Niente donne di Botero sulla spiaggia di Copacabana, incontri di kick-boxing, irriducibili runner che corrono come leoni in gabbia, patiti dello sport che non possono fare a meno di giocare a pallone, proprio così, e saltare la corda sulla mia testa! Manipoli di fumatori che all’improvviso si materializzano all’imbrunire, anziani che arrancano guardinghi insidiati da ragazzini in bici.

Oggi che il sole non c’è tutti a casa a lamentarsi sull’impossibilità di fare e di muoversi, solo qualche sporadica bandiera al vento.

Il virus ha fatto scoprire i terrazzi.

Luoghi abbandonati e semisconosciuti ai più sono stati improvvisamente rivalutati come spazi furtivi di socializzazione.

Dal mio settimo piano “fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare”, avrebbe detto Guccini ne Il vecchio e il bambino, non ce n’è uno che non sia occupato da una qualche attività, eccetto quella di stendere i panni che, essendo tutti in casa e non avendo balconi abbastanza grandi, sarebbe l’unica che avrebbe diritto di essere praticata lassù.

Nelle case di una volta gli stenditoi e i lavatoi erano “spazi pertinenziali” obbligatori in ogni nuova costruzione, poi, nel tempo, alcuni di questi, con nuove normative ad hoc, sono stati trasformati in piccole abitazioni, altri sono rimasti ai condomìni per uso comune.

Ma quando mai sono stati così affollati come in questo momento!

Sempre deserti eccetto in estate quando sporadicamente il sabato qualche grigliata aggregava sempre lo stesso piccolo gruppetto di persone o per un uso modesto di spiaggia per poveri.

Ben nascosti ai controlli, il giorno di Pasqua pullulavano di vita con scambi di battute dai terrazzi confinanti “guarda che chiamo le guardie” e giù risate.

Ma che c… avete da ridere non lo so!

Quando si è in gabbia la trasgressione per un momento di libertà diventa vitale e forse è il momento più atteso della giornata, il momento clou. Andare a fare la spesa, portare a spasso il cane, tutte attività che normalmente erano noiose e schivate, se non schifate, da tutti i componenti della famiglia specialmente i giovani. Adesso invece valgono oro.

Se per caso, in tempi ante corona virus, provavi a chiedere ad un figlio di portare fuori il cane la risposta puntuale sarebbe stata: “a ma’ ma adesso non posso c’ho da fa’, vacce te” oppure “ce vado dopo, ma che c’hai fretta”, io no ma il cane sì. A Roma così avrebbero risposto. Adesso invece, come dicono alcuni comici, questi cani sono stressati dall’uscire in continuazione, essendo l’unica scusa plausibile. “Il telegrafo del crepuscolo” di Peggy e Pongo nella Carica di 101 ormai è a tutte le ore considerando la quantità di cani di tutte le taglie e razze che girano. Incredibile quante ce ne sono!

Solo la Protezione Civile opera senza fermarsi nel cortile in basso, loro sono autorizzati…anche a distanze più ravvicinate rispetto a quelle degli altri, senza molto rispetto delle norme salvo quando si riuniscono sparpagliandosi in circolo e noi, guardoni, alle finestre ad osservare i loro movimenti che scandiscono le ore della giornata. Il rumore delle serrande alzate al mattino, l’arrivo dei mezzi, le loro voci, le serrande che si riabbassano e quando tutto diventa silenzio sai che è pomeriggio inoltrato. Un’oretta e un’altra serranda si alza, la pizzeria che consegna a domicilio apre e nuovi suoni si aggiungono.

Non avrei mai pensato di vivere anche la vita di emeriti sconosciuti e di osservarla con una certa curiosità e nell’alzare lo sguardo notare di essere in buona compagnia.

Minuscoli balconcini, meno di 1,5 mq, sono strapopolati.

Bimbi che saltano, panni, cani, gente che prende il sole, telefona, legge, fuma e scruta come il capitano Achab l’orizzonte, non il mare infinito, ma i palazzi di fronte. Inimmaginabile che un posto così piccolo potesse servire, oltre che ad ospitare piante, a così tante attività.

I primi giorni alle 18,00 i concerti erano momenti densi di pathos, ho visto alle finestre e nei balconi molte persone, il quartiere echeggiava di suoni, ogni gruppo di palazzi si era organizzato con i suoi piccoli concerti, addirittura c’era un Dj che a richiesta eseguiva canzoni, chitarre, sassofoni, di tutto. Ma, almeno dalle mie parti, è durata poco, non più di 2/3 giorni, eccetto il Dj che è resistito qualche giorno di più.

Per fortuna? Non lo so ma non mi è mancato quel “rumore di socialità” mi ricordava il film Quinto potere nel quale a comando la gente rispondeva alle sollecitazioni del presentatore: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”.

Oggi alle 18,00 concerto, domani alle 12,00 l’inno d’Italia e poi l’applauso ai medici e a chi si prodigava con il proprio lavoro per il nostro benessere…purché rimanessimo a casa.

A raga’ diamogli un taglio a tutto sto’ bordello e poi le canzoni che fate mi annoiano e tutti i giorni con la stessa sequenza, Azzurro, Nel blu dipinto di blu, Rino Gaetano…, uffa, belle ma basta.

Però lasciando vagare lo sguardo sui palazzi ad osservare bene non sapevo che ci fossero così tanti giovani.

Abituata ad uscire e rientrare secondo gli orari di lavoro, non mi ero accorta che, nel tempo, la composizione degli abitanti era cambiata, ma la scelta delle canzoni era comunque datata, come se i vecchi motivi fossero un trait d’union transgenerazionale.

Poi il silenzio, per fortuna, è ritornato ad incombere sulle nostre vite, lasciando spazio ad altri suoni forse poco cittadini.

È scemato il verso dei gabbiani e delle cornacchie, strano a dirsi ma questi volatili ormai appartengono alla vita di molte città, sarà perché c’è meno spazzatura in giro? Mi sono domandata chissà dove la portano adesso mentre prima pareva non ci fosse soluzione al problema, lo scopriremo sicuramente quando ritorneremo alla normalità.

Sono diventati prevalenti, con l’arrivo della primavera, il garrito delle rondini ed il fischio dei merli, quest’ultimo devo dire, musicalmente molto variegato.

La Natura, nonostante tutto, ha le sue regole inderogabili e va avanti lo stesso a dispetto di tutto. Le piante fioriscono, prima i fiori e poi le foglie o viceversa? Dipende, secondo il proprio ciclo vitale.

Ma, con l’avvicinarsi della sera, il silenzio diventa innaturale, tombale, abituati come siamo al rumore continuo di sottofondo, resta solo il fracasso o il suono dei nostri pensieri. Pensieri che si perdono o si fissano in un tempo sospeso, illimitato.

Tempo perduto, tempo bene impiegato, tempo ben organizzato, chi ha tempo non aspetti tempo, tempo che passa, tempo infinito…una condizione insolita, che ci obbliga a fare i conti con una nuova consapevolezza del tempo e dello spazio.

Spazi talvolta piccoli o anche no, ma come umani non più abituati a convivenze forzate tutto sembra rimpicciolito, anche i nostri pensieri rischiano di ridursi alla routine quotidiana, in un’affannosa ricerca di “cose da fare” che scandiscano la nostra giornata in cerca di occasioni da sfruttare per dare un senso a questo nuovo status di reclusi in cui la nostra generazione, vissuta in un nirvana di eterna giovinezza, si è trovata catapultata improvvisamente senza rendersene conto ed è costretta a confrontarsi con il nemico invisibile…e con se stessa.

 


Foto copertina  © Lucilla Brignola




SEID UMSCHLUNGEN, MILLIONEN! (ABBRACCIATEVI MOLTITUDINI!)

Forse nei momenti difficili, forse da sempre o forse solo negli ultimi mesi, aleggia tra noi europei un altro grande virus oltre al neo arrivato Covid-19: quello della diffidenza che, infima e sottile, lavorando da mediano, alimenta sempre più un clima di avversione nel nostro vecchio continente.

Per cercare di crearmi un’idea leggermente più strutturata della questione “Europa” sono voluto partire da lontano, analizzando il termine stesso. Nella mitologia “Europa”, figlia di Agenore e Telefessa, nipote di Poseidone e Libia, venne rapita da Zeus tramutatosi in toro; dalla loro unione una volta giunti a Creta nacquero Minosse, re di Creta, e Radamanto. Altresì, l’analisi etimologica della parola non ci dà troppi chiarimenti e lascia libera l’interpretazione. La tesi più accreditata è che si fondi sul termine ereb con il quale i Fenici usavano indicare tutti i paesi ad occidente della Siria; quella che dà, invece, il via a questa mia riflessione è un’altra. Riprendendo tra le mani il vecchio e marmoreo GI, il vocabolario di greco, un po’ malconcio – non tanto per il grande uso che ne feci quanto perché, ahimè, negli anni del liceo fungeva da rialzino per qualsiasi cosa non arrivasse all’altezza desiderata – ho avviato una ricerca sul significato dei termini che compongono la parola “Europa”. Questa risulta essere formata dall’unione di due vocaboli: eurus traducibile con l’aggettivo italiano “ampio” e ops, che sta per “voce”, “linguaggio”, o ancor meglio, e se vogliamo ancor più poetico, “sguardo”. Ecco qui, che unendo le due traduzioni “Europa” assume il significato di “ampio sguardo”.

Da qui nasce questo breve saggio, che ha la velleità di puntare il faro sui valori propri racchiusi nel significato di “Europa”, allontanandosi invece dall’interesse politico ed economico che la potenza europea rappresenta.

Già, quindi, nella parola “Europa” è contenuto il significato più nobile, quel significato che i suoi Fondatori avevano in mente, forse dimenticato e che varrebbe la pena di riscoprire e riavvalorare. “Europa” come “ampio sguardo”, che fonda le sue radici non sul suo valore economico e politico, ma su un valore di tipo culturale, mettendo in primo piano una visione “sacra” e  “divinizzata” di essere umano e di intelletto, basata sui valori delle antiche società elleniche.

Franz Josef Muller, membro della Rosa Bianca, movimento cristiano di resistenza tedesca al nazismo, in un intervento tenuto a Belluno il 5 febbraio 1996 dice:

“Vorrei dire, rapportandomi alla realtà attuale, che se si persegue soltanto un’Europa dell’economia, dell’efficienza economica, questa non è l’Europa che noi della resistenza, e altri ancora, volevamo. Se l’Europa non farà riferimento alla sua cultura, alla sua storia spirituale non sarà un’Europa in grado di lasciare un’eredità buona e utile per gli uomini.”

È forse un caso che l’inno dell’Unione Europea, il tanto noto Inno alla Gioia composto da Ludvig van Beethoven sul testo dell’Ode alla Gioia di Friedrich Schiller, sia inserito in uno dei più grandi capolavori della storia della musica? Ci si può forse interrogare anche sull’assonanza simbolica di questa scelta dato che la IX sinfonia di Beethoven, dal quale ultimo movimento è tratto il nostro inno, è considerata come uno degli elementi più innovatori e rivoluzionari nell’evoluzione della composizione musicale?

Mi sento di dire che probabilmente sì, l’idea d’Europa come “ampio sguardo”, rassicurante e futurista, tutt’oggi, è rivoluzionaria.

Una grande oasi sognata da grandi uomini, molti dei quali italiani come Nilde Iotti e Alcide De Gasperi, fondata su un sentimento di pace ed unione. Un grande “continente contenitore” di etnie, usi e costumi, che miscela Oriente e Occidente avvicinando climi e paesaggi, sapori e sguardi, melodie e ritmi. Potremmo allargare la visuale citando Gandhi in una delle sue frasi passata alla storia: “L’umanità intera appartiene a un’unica grande famiglia”; ma il discorso si perderebbe in meandri dell’anima che solo il cuore, e non di certo la mia penna, potrebbe interpretare.

Lungi dall’intento di queste poche righe alludere al fatto che non debbano esistere confini geografico-politici, sarebbe troppo utopico e forse banale. Le differenze, insite tra i tanti popoli del continente europeo – tra qualsiasi nazione o anche tra qualsiasi uomo –, formano il nostro patrimonio e rappresentano la nostra forza. Magari nel futuro non esisterà più questo grande paese chiamato Europa e ritorneremo a una politica, nel senso alto del termine, che conta piccoli stati (si fa per dire) ognuno facente capo solo ed esclusivamente a sé stesso.

Quello che è certo, è che i confini e ancor più le barriere non devono esistere tra gli esseri umani. Le tensioni e gli odi politici hanno già troppe volte plasmato noi, uomini liberi, provocando ferite umane e sociali che la storia ancora ci rammenta. La politica e i governanti cambiano, noi, il popolo nella sua entità fisica e metafisica, no.

Sophie Scholl, insieme a suo fratello Hans, fu anch’ella membro della Rosa Bianca. Come tanti altri militanti frequentarono il ginnasio classico della città di Ulm, nella Germania meridionale.

Quella scuola non aderì mai alle idee del nazional-socialismo. Lì i giovani, tramite lo studio dell’arte, della letteratura e della filosofia (soprattutto con l’analisi dei testi dei filosofi greci come Socrate e Platone) ebbero subito modo di interpretare malato il sistema “umanamente imperialistico” alla base   dell’ideologia nazista – e tutto sommato anche del prodotto contemporaneo ed amico made in Italy. È proprio su queste idee che si formavano le coscienze di tanti “partigiani” tedeschi che vedevano nella cooperazione dei popoli europei e nella formazione di una grande coscienza europea il futuro dell’intero continente.  Sophie, prima di essere ghigliottinata, fu torturata per quattro giorni consecutivi, dal 18 al 21 febbraio del 1943. Prima di morire un agente della Gestapo le domandò: “Signorina Scholl, non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la Resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?”. Lei rispose: “No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!”.  Aveva appena 22 anni.

…
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Brüder, über’m Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
…
…
Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!
Fratelli, sopra il cielo stellate deve abitare un padre affettuoso.
…




2020 – APPUNTI SULLA PANDEMIA

Quanto segue è una raccolta di pensieri girovaghi, tra ricordi, immagini mentali e attività di un presente dominato da un evento che permea la nostra esistenza spezzando quel flusso di abitudini e comportamenti consolidati, prima della pandemia. Una trascrizione automatica di emozioni, domande, constatazioni che si sono affacciate alla mente  incaricata di elaborare l’accaduto.
Penso che più o meno ognuno di noi abbia rilevato un tracciato simile e involontario nella propria testa; qui vi presento il mio.

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Appelli alla popolazione, stili di vita in un interno borghese.
Ventilazione polmonare, voglia di un cappuccino da consumare alla pasticceria del quartiere. Cineteca online: restate a casa, sono le regole. Soufflé al formaggio, pietanza fallita già ai tempi della prima repubblica. Lavoro agile e rapide corsette dietro l’angolo di casa. L’isolamento degli abitanti di Vo’. Tampone nasale e faringeo. Polverosi album di foto di famiglia. Mascherine esaurite; animazione sospesa. Think global, act local. Pandemia, pandemia, pandemia.

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Sui balconi svetta il tricolore. Due supermercati hanno esaurito le scorte di alcol: puntuale disinfezione in luogo di una corretta igiene mentale. Messa in piega fai-da-te modello Covid-19 incornicia il viso acqua e sapone. Parrucchieri e barbieri hanno deposto le forbici. Aperitivo allo specchio, mise en abyme. Memorie di un viaggio in Bretagna confortati dal bozzolo familiare. Secondo principio della termodinamica: indietro non si torna.
Energia e informazione. Un pensiero transemisferico agli amici lontani.
A pranzo pasta ceci e broccoli con una spolverata di peperoncino.

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Nella mia vita fino a un mese fa, ogni mattina al risveglio la domanda era: – cosa si fa oggi ? Con ciò intendendo attività fuori casa: incombenze varie, scambi coi familiari, cinema, teatri, mostre d’arte, etc. Ora il dinamismo extradomestico è sostituito da: – cosa cucino oggi ? Segue attenta esplorazione del frigo puntando sulla combinazione degli alimenti a disposizione, un’attività che mette in moto la creatività, la golosità e una vaga attenzione alle tabelle dietetiche. Oggi seppioline in umido con piselli.

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La mia buona salute è la tua buona salute, vogliamo capirlo ? Pensiero circolare.

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Zigzagando per il quartiere. Nelle uscite forzate con Dharma quando incontro persone che marciano nella mia direzione cambio traiettoria, in un percorso ubriaco fatto di passaggi da marciapede a marciapiede. Siamo un’umanità reietta.

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Ieri – sabato – mi telefona  un tizio lavoratore appartenente a una rete di servizi al consumatore e mi informa che, a seguito di un mio presunto interesse verso le offerte di luce e gas, voleva sapere se ero intenzionata a sottoscrivere un dato pacchetto vantaggiosissimo. A seguito del mio palese disinteresse verso la sua conveniente offerta, esclama deluso: – ecco signora, lasciamo stare il mondo così com’è! Qualcosa di biblico nel sottotesto.
Al che mi scappa una battuta corrosiva sul mondo così com’è, data la ben nota situazione dei giorni nostri.
Chiudo la telefonata e scatta un monologo interiore sul mondo così com’è.

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Biohazard, stampe floreali adornano i boudoir, autobus vuoti, Milano non si ferma. Interruzione della normalità. Pasqua al mare coi bambini.
Uso fallace del linguaggio, sciatteria lessicale. Trekking per i sentieri del parco Adamello Brenta.
Fare di necessità virtù. La pandemia non è uno shock asimmetrico. Mateship per tutti spiegata ai bambini.

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Decostruire per ricostruire.

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Gli sguardi dall’India di Luciana M. Paesaggi vicini e lontani. Le piazze gremite del fermento politico sono sostituite dal distanziamento sociale: elogio dell’impermanenza. Mi giunge il cicalino dei messaggi Whatsapp dei vicini. Algoritmi della psicostoria.
Vivere e abitare Feng Shui. Dharma in un percorso radiale di modesta estensione; torneremo a giocare al parco. Non siamo bloccati a casa, siamo sicuri a casa.
Nascondere la torta di mele e darsi al fitness casalingo. Sembriamo quadri di Edward Hopper ritratti in spazi prospettici a beneficio di immaginari osservatori.

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Quando tutto finirà, noi come saremo?

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Copertina ©Rita Manganello




Adiós amigo

Vi ricordate quando da bambini si giocava a cosa vorresti essere da grande? Ecco io da grande avrei voluto essere – anche – Luis Sepúlveda. Poche le persone che mantengono un cuore puro e capace di scrivere parlando ai bambini come se fossero adulti, agli adulti come se fossero bambini; chi non vorrebbe avere un’anima così duttile e incline al sorriso? Quella che scaturisce dalla consapevolezza che ognuno di noi ha un verso per essere accarezzato. Sudamericano anzi cileno, che è come dire italiana anzi romana; ci sono luoghi così forti, così connotati che appartieni a essi anche per pochi centimetri al giorno, anche quando vai via perché diventano poco accoglienti, anche in esilio. Perché arrivano personaggi come Pinochet e se ne vanno personaggi come Allende, e ti torturano, ti mettono in carcere e non puoi più assistere allo scempio e neanche vuoi morire di dolore, perché la vita ti piace. Luis nasce che è già in viaggio, in una camera d’albergo, mentre suo padre fuggiva per motivi politici; del resto il nonno paterno con cui crescerà, è un anarchico andaluso che si rifugia in Sudamerica sempre per motivi politici. Mi viene da immaginare che respiri un’aria anarchica, stimolante, vicina al popolo di cui parlerà in tutti i suoi romanzi, anche tramite personaggi non umani. È pieno di gabbianelle che si sentono gatti, affrontando con immensa delicatezza il tema del corpo e dell’anima, quando si nasce in un corpo, ma non lo si riconosce. Quindi questa è la storia di un uomo che ha viaggiato tanto, di un comunista che non ha potuto fare a meno di esserlo, soprattutto con la sua scrittura colta, ma popolare. Questa è anche una storia d’amore, perché i lettori si innamorano eccome; aspettano di mandare avanti il segnalibro, di avere qualche minuto per vivere quella sensazione di relazione intima che ti dà leggere; leggendo tra le righe le proprie storie, per provare quelle emozioni che rimarranno fra te e quella pagina, te e quella frase. Esule politico, attivista per i diritti umani, ecologista, viaggiatore, guerrigliero, scrittore: un uomo libero che ha saputo interpretare la propria libertà. Ho letto il suo primo libro e il motivo per cui continuai a leggerlo con assiduità, è perché come tutte le storie vere, quelle in cui credi, i cattivi non sono mai del tutto cattivi, i buoni mai del tutto buoni; perché in ogni scelta c’è una percentuale di errore e lui questo lo raccontava. E quasi tutte le azioni hanno la loro ragione, individuale; che non sempre si può dividere tutto in giusto e sbagliato. La mia prima relazione con Luis fu “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”. Antonio José Bolívar Proaño, un uomo costretto a dare la caccia a una femmina di tigrillo che è perdutamente addolorata dall’uccisione dei suoi cuccioli e bisognosa di vendetta. Antonio alla fine riuscirà nell’impresa di uccidere il tigrillo, ma con viltà, con la doppietta e non è contento di sé, non si sente vincitore, ma un carnefice perché non ha combattuto ad armi pari. Esattamente come nel nostro mondo, uno non vale uno se l’altro ha una doppietta e tu no, quindi Bolívar tornerà nella sua capanna a leggere romanzi d’amore, romanzi che gli porta il dentista e selezionati da una prostituta. Financo i titoli dei suoi libri raccontano la contraddizione che ci manda avanti, penso a “Diario di un killer sentimentale” e come non pensare che in fondo anche la terra è nata da un’esplosione, allora un’esplosione è una cosa deprecabile? Un killer sentimentale è cattivo? Sepúlveda mi ha insegnato che “dipende” e questo rimarrà sempre la cosa che mi porterò dentro, per sempre. Luis Sepúlveda Calfucura nato a Ovalle in Cile il 4 ottobre del 1949, vissuto un po’ qua e un po’ là, fino a stabilirsi in Spagna dove muore oggi: 16 aprile 2020, ucciso da un virus infame, ma lui direbbe che un virus non sa di essere cattivo, fa quello per cui è nato.  Adiós amigo.”