LA CASA DELLA ZIA

Non un racconto di finzione, La casa della zia, di Lorenzo De Francesco, ma una storia vera, un breve mémoire dell’autore che ha vissuto da bambino, e poi da adulto, questo rapporto familiare tenero e compassionevole con la protagonista della storia, una prozia, le cui vicende appaiono tormentate: si sposò infatti con un uomo che non seppe renderla particolarmente felice, nella nostra visione di osservatori, ma al quale lei era devota. La vicenda si chiude con la scomparsa della zia, alla fine degli anni Novanta.
Un racconto che sottolinea le criticità della cultura patriarcale responsabile della sottomissione della donna, da parte del marito tiranno, qui rappresentato impersonalmente come “lui”, emblema e stereotipo del maschio padrone e prevaricatore, con il contributo della parentela che agisce  in un coro di insensibilità ed egoismo, lontana da qualsiasi umana considerazione per una donna provata dalla solitudine e dalla malattia. Un’alleanza spietata, un racconto paradigmatico.
Una storia d’altri tempi si direbbe, ma ne siamo proprio sicuri ?
Monja Zoppi

 


Il lavandino era così da qualche anno, le vecchie pentole di sempre, ammucchiate e unte; ormai la zia aveva solo la  forza per respirare; il marito defunto da dieci anni le aveva lasciato unicamente la casa, fino alla morte, e a quella casa lei era visceralmente attaccata: non tollerava che nessuno ponesse mano al suo degrado, quasi dovesse accompagnarla con la sua fatiscenza nella tomba.

I parenti erano lontani, in un’altra città, altro da fare; di tanto in  tanto andavano a trovarla e una volta  dentro già cominciavano a guardare l’orologio e a dire che non si sarebbero potuti fermare tanto: la strada, la nebbia, la partita, e lei tornava sola.

Nella casa le tracce di qualche scampolo di felicità passata, qualche oggetto comprato nelle rare passeggiate col marito, una foto risalente agli anni Trenta, loro due con il gelato. La felicità agli inizi sembrava a portata di mano ma poi niente figli, sembra lui non li volesse. Lei veniva da una relazione tormentata, sgradita alla famiglia, terminata con un aborto riparatore; questo  intuii da discorsi frammentari di sua sorella, mia nonna.

La ritirata prematura in quella casetta ai bordi della campagna mantovana, torrida d’estate, gelida d’inverno, tra gente lontana dalla sua sensibilità e sempre affaccendata nei campi, negli allevamenti, in giro a curare i propri interessi.

Anni di trascuratezza e solitudine: lui si alzava al mattino verso le nove, faceva il bagno  seguito dalla colazione, l’abito stirato con cura da lei. Lui  usciva a fare quattro passi in centro a prendere il caffè e il giornale, lei in casa a preparare il pranzo; lui sedeva a tavola,  leggeva, un sonnellino fino alle quattro, si rivestiva e andava al circolo a giocare a bocce o a carte fino a sera; rientrava: cena, televisione fino alle undici e via.

Nessuna particolare attenzione per lei; d’altronde la donna era considerata poco, non decideva niente, nemmeno di potersi comprare i vestiti; le contava persino i soldi per fare la spesa.

Anche nel moderno Nord esistono storie di arretratezza. Mi raccontava mia madre che era andata col babbo a trovarli in occasione del  loro matrimonio –  breve viaggio di nozze a Desenzano –  e mia madre, che indossava i pantaloni, dovette cambiarsi perché nel paese degli zii,  le sussurrarono, le donne in pantaloni davano scandalo.

Eppure racconta il curato che lei fino all’ultimo risparmiava i soldi delle messe in suffragio per l’anima del marito, e che soffriva perché non era sicura che da morta sarebbe stata inumata accanto alla sua salma.
Centellinava il gas per cucinare, l’acqua per lavare, allo scopo di risparmiare dai soldi della misera pensione, quello che serviva per i lumini, i fiori e le messe in memoria del defunto.

Ora  è morta.  Se n’è andata in due mesi per un male inesorabile che covava da anni ma che  la sua condizione di vita solitaria ha  impedito fosse diagnosticato in tempo.

Dava anche un po’ fastidio ai parenti: occupava da sola la casa, unico bene che il marito le aveva lasciato in usufrutto. Una villetta che sarebbe servita ai parenti di lui, perché  dovevano metterci il figlio in procinto di sposarsi e che non aveva casa.

L’unico momento di panico tra i parenti si verificò quando la zia fu ricoverata in un ospedale che non la voleva, perché incurabile; telefonate concitate e cariche di aggressività per cercare di scaricarsi la responsabilità a vicenda; fortunatamente morta quasi subito, togliendo il disturbo.

Tutti concordi in questo caso nell’individuare l’intervento della Provvidenza, che per altre morti improvvise e meno desiderate, appare invece inspiegabile.

Partecipai al funerale: erano tutti sollevati. Nella bara il corpo sfigurato dal tempo e dal male. L’ho vista da ragazza in una foto nell’album di famiglia, era splendida.
Tempo qualche giorno, sarebbero iniziati i lavori di ristrutturazione della casa: i martelli e le spatole, nelle mani dei muratori, asporteranno i pochi ricordi rimasti.

Ho portato via qualcosa: qualche fotografia e una grande amarezza; una miniera di emozioni e di considerazioni rivedendo quella casa ove da bambino pranzavo sempre in occasione del 20 agosto, quando cadeva il compleanno di lui e la zia preparava un pranzo pantagruelico per i parenti.
Ora il tempo inesorabile ha chiuso la sua storia, altri ricominceranno in quella casa.

Mi resta una domanda nel cuore, una domanda triste e un rimorso: anch’io avrei potuto fare qualcosa di più per lei e non l’ho fatto, anch’io trascinato nel turbine della vita i tutti i giorni non mi sono fermato, non sono stato prossimo per lei.

A cosa servono il progresso, la tecnologia, le automobili e le autostrade che annullano le distanze? Non servono a migliorare l’uomo e il mondo se manca l’amore, se questo non scaturisce dal nostro cuore e non prende il sopravvento sull’effimero.
Senza l’amore, anche se sei vicinissimo a una persona, sei lontanissimo dal suo cuore e nessuna tecnologia potrà colmare questa distanza.

Non serve la nostra fede se resta una componente isolata, come tante altre della nostra vita e non permea tutte le azioni e non diventa la luce che ci fa scorgere il prossimo che soffre, che ha bisogno di noi. Il vuoto di amore che avremo lasciato, sarà per sempre.


Immagine di copertina: “La zia” foto di proprietà di Lorenzo De Francesco

 

 




Assunta

“State boni, ce n’è per tutti”  

Diceva sempre così quando noi nipoti le saltavamo addosso per avere un bacio. La conquista più grande era riuscire a sedersi sopra una sua gamba e farle fare cavalluccio “Madonna quanto pesano ‘sti  ragazzini…  so’ anziana io.”

Nonna Assunta era vedova. Raccontava sempre che nonno Ezio era stato dato per disperso nella campagna di Russia; a quell’età non avevo ben capito perché fosse dovuto andare fin laggiù, quando da noi, di campagna, ce n’era tanta.

Lei aveva un vezzo: portare i capelli lunghi raccolti dentro una retina. Sembravano una nuvoletta intrappolata per non disperdersi in aria. Ogni tanto, quando le stavo in braccio, mettevo il naso in mezzo a quella strana acconciatura e annusavo forte, come fanno i cuccioli che si calmano con  certi odori. Dopo un po’ mi diceva “Mò però basta, bella de’ nonna, che a forza d’annusa’ me fai er solletico” poi rivolta a mia madre “Nannare’, ma come mai ‘sta creatura m’annusa sempre in testa? Pare un segugio”. Valle a spiegare che quel vizio, con le persone che amo, non l’ho ancora perso.

Ieri sono tornata a casa tua, Assunta.

La serratura d’ingresso è difettosa, per aprire mi sono fatta aiutare dal portiere. Le imposte delle finestre erano chiuse, le ho spalancate tutte per far circolare un po’ d’aria. In cucina è entrato un bel raggio di sole che ha illuminato tanti granelli di polvere, come minuscole luci in sospensione; è stato allora che ho pensato che la vita non si ferma anche quando sembra il contrario, che qualcosa, sempre, accade.

Poi mi sono fatta coraggio e sono andata nell’altra camera. Ho visto la retina per i capelli appoggiata sul comodino ed ho scosso la testa, interdetta. Zia s’è scordata di rimettertela ed io non me ne sono accorta. Allora l’ho presa e ci ho giocato un po’ con le dita. Poi mi sono sdraiata sul tuo letto e l’ho annusata forte. Era come riaverti là, tutta mia. Annusavo quell’intreccio di fili e guardavo il soffitto; poi immaginavo oltre il soffitto, fino a vedere il cielo terso del paese in cui sei nata. Con tono ironico mi avresti sicuramente detto “Annusala un’ultima volta e basta, bella de nonna, che me fai er solletico. Poi, buttala via quella retina”.

E così ho fatto.

Adesso sei finalmente libera, Assunti’.

Vai.

Ogni tanto tornerò a casa tua, per sdraiarmi un po’ sul letto ed immaginare di volare con te chissà dove, mentre guardo i tuoi capelli bianchi muoversi nel vento.     

 





Il Generale rosso

Spesso mi trovo a camminare tra i saloni nel mio luogo di lavoro, la sala degli Eroi, la sala delle Nuvole, lo scalone d’onore, il dipinto di Giacomo Balla, i busti di Baracca…Guidoni…Douhet…Italo Balbo…

Entro nell’area del Capo di Stato Maggiore, nel corridoio i ritratti dei vari CSMA e dipinti di vecchie glorie dell’industria aeronautica quali Macchi 205 Velcro e Savoia Marchetti SM79 detto “Gobbo”…il Campini-Caproni primo aviogetto italiano…

Si può guardare ovunque, ammirare cimeli, aeromodelli in scala, vetrine, manoscritti, affreschi riportanti frasi come “chi vola vale, chi non vola non vale, chi vale e non vola è vile”, arredi degli anni ’30, sedie usate da dittatori, ambasciatori, capi, alti gradi…

Ma lui non c’è.

Il Generale Umberto Nobile non c’è. Forse si conserva qualcosa nell’ex palazzo della Scuola di guerra aerea, oggi archivio storico. Forse in un cassetto, o forse tutto distrutto come fosse una vergogna. Un Generale, un militare, poi entrato nel PCI nel 1961.

È l’estate del 1927 quando Umberto Nobile organizza la seconda spedizione polare, con il dirigibile Italia. Nella primavera del 1928, mentre si addensavano le nubi minacciose del destino, prese corpo anche la sua idea rivoluzionaria: non semplicemente una trasvolata. “La prima fu una trasvolata, questa volta ci fermeremo – aveva affermato Nobile, alla vigilia del volo – Ho sperimentato un sistema di ancoraggio e una speciale piattaforma che permetterà la discesa ai tre scienziati che fanno parte della spedizione”.

Il progetto era quello di esplorare la costa siberiana, la terra di Nicola II, la Groenlandia e di allestire un campo base di studio e di misurazione delle temperature, ma il sogno si rivelò troppo ambizioso e la discesa si trasformò in una caduta drammatica. Raggiungere lo “zero geografico assoluto” una sfida contro l’assoluto. Il dirigibile Italia da un rapporto stampa venne descritto come “una scintillante forma argentea, riflesso remoto sulle cuspidi di ghiaccio che dal suolo era difficile distinguere”. Il viaggio del 23 maggio 1928, verso nord, dell’Italia fu privo di insidie per le prime ore fino a quando la nebbia iniziò a lambire l’aeronave, mentre il vento artico si alzava da sud. Si apriva un ventaglio di possibilità per Nobile che scelse di rientrare nella Baia del Re. Il Polo Nord venne raggiunto ventiquattro minuti dopo la mezzanotte del radioso 24 maggio. Venne lanciato il tricolore che sventolava timidamente tra le crepe mobili dell’Artico. Con la bandiera, anche il gonfalone della città di Milano, che aveva finanziato la spedizione. La sacralità del rito prevedeva anche una grande croce con un nastro tricolore affidata a Nobile da Pio XI. Nello scenario ambiguo degli anni ’20 in Italia, prendeva quota il desiderio di gloria di molti italiani, fra cui Italo Balbo, mentre “Nobile era la quintessenza dell’uomo spaiato: uno studioso che aveva conquistato una posizione di preminenza unicamente in virtù del proprio intelletto e non come risultato di servilismo e di opportunismo”. Un uomo curioso e un perfezionista, ostinato e “capace di sincera autocritica”.

Una spedizione scientifica proprio come quella del 1928, con cui il comandante Umberto Nobile avrebbe voluto creare il primo laboratorio di ricerca volante della storia. E, invece, il dirigibile naufragò tra i ghiacci, lasciando cadere quasi tutti i suoi uomini nella fredda desolazione dei ghiacci artici. Per 48 giorni, i superstiti del dirigibile riuscirono a sopravvivere al riparo di una piccola tenda di seta che colorarono di rosso. L’epopea tragica del dirigibile Italia è legata indissolubilmente al nome e al destino controverso del suo comandante, l’ingegnere Umberto Nobile. Nel 1915, il ventinovenne Nobile, due occhi neri magnetici e un naso volitivo, per tre volte e uno strano scherzo del destino, era stato respinto alla visita di arruolamento nell’esercito. Poi, finalmente, assegnato allo Stabilimento Militare di Costruzioni Aereonautiche. Lo sguardo deciso, il carattere fermo, il volto vagamente somigliante a Peter Finch, l’attore che lo interpretò, nel celebre film La Tenda rossa, del 1969, straordinaria pellicola del regista Michail K. Kalatozov, dedicata al disastro polare. La passione di Nobile erano sempre state le grandi “aeronavi”, in grado di resistere in volo più degli aerei dell’epoca e di atterrare in piccoli aeroporti vicino alle città e agli scali marittimi. Ma la sua vocazione era pacifista e i suoi progetti dedicati al trasporto civile. “Mentre i poderosi zeppelin e altre aeronavi dell’epoca erano del tipo definito rigido, Nobile credeva fermamente nella struttura non rigida secondo la sua teoria, un’aeronave semirigida di lunghezza compresa tra i cento e i centotrenta metri era sufficientemente flessibile da piegarsi senza danno se sottoposta a vento forte”. Ma il pericolo poteva provenire dal gas d’idrogeno che gonfiava i dirigibili.

Un uomo, quindi, per molti aspetti, assai diverso dal celebre esploratore Roald Amundsen, il primo ad attraversare il Passaggio a Nord – Ovest e il primo uomo a raggiungere il Polo Sud. L’esploratore di Oslo, “l’Aquila Bianca della Norvegia” con l’americano Lincoln Ellsworth e quattro membri dell’equipaggio, aveva già tentato di raggiungere il Polo Nord in aereo, ma, nella primavera del 1925, era rimasto senza carburante e, per trenta giorni, bloccato sul pack, tagliato fuori, senza alcun contatto radio. E già allora Amundsen venne dato per scomparso. Ma miracolosamente i sei uomini erano riusciti a decollare e a fare ritorno alle Spitzbergen. Quell’esperienza, sempre secondo Cross, aveva convinto il norvegese ad entrare in contatto con Umberto Nobile e acquistare una delle sue aeromobili. Lo N-1, di 19.000 metri cubi, ribattezzato Norge (Norvegia), finanziato per la maggior parte dal club Aeronautico Norvegese, raggiunse il Polo il 12 maggio 1926, dopo aver coperto 13400 kilometri in 161 ore di volo. Molte furono, in verità, le difficoltà per raggiungere l’Alaska e, soprattutto, una ancor più complicata convivenza italo-norvegese, a bordo. Si accesero le discordie, riportate anche dalla stampa dell’epoca. Incompatibilità di carattere? Pare che Amundsen si fosse lamentato delle splendide ma inadatte uniformi degli aviatori italiani e del fatto che Nobile si era portato dietro Titina, la sua fedele cagnolina, un piccolo fox-terrier, considerata un “peso” inutile.

Se con Amundsen c’era un po’ di ruggine, Nobile aveva tessuto un buon rapporto con il meteorologo della spedizione, Finn Malmgren, che volle con sé nel nuovo progetto di trasvolata artica. Nobile accarezzava il sogno di una nuova spedizione al Polo, mentre sceglieva attentamente l’equipaggio, chiedendo di avere con sé Alessandrini, Caratti, Cecioni e Pomella, i cinque meccanici che avevano già volato su Norge. E alla spedizione prese parte il fisico Aldo Pontremoli che mise a frutto la sua esperienza e passione nel volo, coltivata durante la grande guerra a bordo di palloni frenati per impiego militare. Pontremoli progettò, insieme a Luigi Palazzo, le attività di ricerca, costruì e testò opportune camere frigorifere, che riproducevano le condizioni termiche dell’Artide. È l’estate del 1927 quando Umberto Nobile organizza la seconda spedizione polare, con il dirigibile Italia. Nella primavera del 1928, mentre si addensavano le nubi minacciose del destino, prese corpo anche la sua idea rivoluzionaria: non semplicemente una trasvolata. “La prima fu una trasvolata, questa volta ci fermeremo – aveva affermato Nobile, alla vigilia del volo – Ho sperimentato un sistema di ancoraggio e una speciale piattaforma che permetterà la discesa ai tre scienziati che fanno parte della spedizione”. Un ancoraggio che avrebbe permesso la trivellazione del pack.

Dopo aver brindato con del liquore all’uovo, il dirigibile riprese il largo verso la sciagura. Il primo incidente fu l’incastro della barra del timone di altitudine. A questo si aggiungeva un forte vento e una possibile fuga di idrogeno. La mattina del 25 maggio, l’Italia si schiantò sulla banchisa dell’Oceano Artico a nord-est delle Spitzbergen, a circa 81°14’ di latitudine nord, l’aeronave era squarciata e l’involucro argenteo del dirigibile, come un palloncino ad elio sgusciato via dalle mani di un bambino, tornava a volare. A bordo sei uomini, tra cui Attilio Caratti, Calisto Ciocca, il giornalista Ugo Lago, Renato Alessandrini, e Aldo Pontremoli, gettavano il loro sguardo atterrito attraverso la ferita mortale dell’aeronave. Il capo-motorista Ettore Arduino, eroicamente, dalla creatura mutilata in volo, lanciò a terra la salvezza per i superstiti: combustibile, provviste ed equipaggiamento. Tra questi la “tenda rossa”. Nell’impatto con la banchisa, Giuseppe Biagi, sottufficiale di seconda classe, aveva tenuto le braccia avvolte intorno alla radio di emergenza. Una esile tenda bianca, di due metri e ottanta per due e ottanta, fu montata sopra una spessa crosta di ghiaccio. Le pareti all’interno di un blu tenue, riposante rispetto al bianco polare. Una tenda troppo piccola per ospitare nove uomini di cui due gravemente feriti, Nobile e Cecioni, e la cagnetta del comandante, Titina.  Biagi, con la piccola radio Ondina 33, si affannò a lanciare il messaggio SOS – captato da un giovane contadino sovietico Nicolaj Schmith nella città di Arcangelo – che permise ai soccorritori di raggiungerli. Nel film La Tenda Rossa si ricostruiscono fedelmente i passaggi della spedizione, con una licenza poetica: Umberto Nobile incontra i suoi fantasmi in un processo postumo. Nobile aveva preso malaugurata decisione di mettersi per primo in salvo con il pilota svedese Einar-Paul Lundborg.

Doveva essere un vanto dell’Italia fascista, ma dopo la morte di sei membri dell’equipaggio il comandante Nobile subì un durissimo processo. Avevano ucciso, a sangue freddo, un orso polare per sopravvivere, nel cuore dell’Artico, i “naufraghi” italiani della spedizione del dirigibile Italia, nella fredda primavera del 1928. Con il revolver Colt e tre proiettili, il meteorologo svedese Finn Malmgren, nel chiarore dell’aurora boreale, aveva abbattuto l’orso, una prelibatezza, dopo duri giorni di razionamento. Mentre il sangue dell’orso schizzava caldo sulla banchisa di ghiaccio, scricchiolante, il pensiero correva alla sua carne. E alla sua pelliccia. La vita sull’Artico era stata necessariamente crudele. Tra quegli stessi ghiacci inospitali e selvaggi, nei pressi della sperduta isola di Foyn vicino a dove avevano trovato rifugio, i superstiti del dirigibile.

Costretto ad abbandonare l’Italia si reca dal 1931 al 1936 in Unione Sovietica dove è invitato a lavorare e a proseguire le sue ricerche, quindi dal 1939 al 1944 sarà negli Stati Uniti.

Resta tuttavia colpito positivamente dalla prima e dalla “uguaglianza di opportunità”, così scrive, offerta da questa ai suoi cittadini.

Dell’Unione Sovietica aveva apprezzato: “… l’enorme rimescolìo di uomini e di idee che era stata la rivoluzione d’ottobre. Ero stato affascinato da quell’atmosfera vibrante di passione dove tutte le forze, tutti gli spiriti sembravano tesi verso la costruzione di una nuova società umana basata sugli ideali che mi avevano attirato da adolescente.” E ancora: “ … un sistema politico che fa appello all’unione dei lavoratori di tutto il mondo, che è, praticamente, quanto dire l’unione di tutti gli uomini … la spinta del profitto individuale è stata abolita e sostituita dal motivo del dovere da compiere verso la collettività e se stessi.
Ad un siffatto sistema, che costituisce un ordine sociale superiore, non può non volgersi con la simpatia più profonda lo sguardo di tutti gli uomini di buona volontà.“

Molte altre pagine del suo libro pubblicato nel 1945 e intitolato “Quello che ho visto nell’Unione Sovietica” smentivano luoghi comuni che la propaganda anticomunista iniziava a diffondere, a partire da quelli  dedicati ai temi religiosi. La libera frequentazione delle messe domenicali in piena Mosca urtava quanti volevano far credere che così non fosse. Nobile chiude le sue pagine di racconti sulla quotidianità sovietica con considerazioni più che lusinghiere, affermando: “… innanzi a me si svolgeva l’insieme di un quadro grandioso.”

Quando nel 1946 si preparano le liste per l’Assemblea Costituente la Democrazia Cristiana gli avanza un’offerta di candidatura poco convinta, ma forte del fatto che Nobile è membro dell’Accademia Pontificia delle scienze. Negli stessi giorni il generale viene contattato da Eduardo D’Onofrio, segretario della Federazione romana del PCI, che gli propone di essere presente, come indipendente, nelle liste comuniste. Dopo qualche titubanza e i duri attacchi di ambienti vaticani che lo costringono alle dimissioni dall’Accademia e lo accusano di sbagliare gravemente, accetta.

Attivo e presente nei due anni di attività parlamentare, dal 1946 al 1948, così commenterà questa sue esperienza: “Ai comunisti fui grato per aver mantenuto lealmente fede alla promessa fatta di lasciarmi libero di parlare ed agire in piena indipendenza. In fondo fu gradevole per me constatare che – a differenza di altri partiti – tra le loro file non vi erano intrighi personali. L’ interesse personale appariva sempre subordinato a quello collettivo, e questa disciplina mi piaceva.”


Frasi virgolettate fonte Rai Storia


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. In copertina: il Generale Umberto Nobile e Titina 




Una realtà fantastica

Roma. Via Trionfale, ore 6:22 di un solito venerdì.
A quest’ora la timida luce candida e dorata del primo sole penetra dalle vetrate che circondano il mercato dei fiori di via Trionfale regalando uno spettacolo celestiale. Per quei pochi minuti che l’angolazione del sole permette alla luce di entrare il tempo sembra come fermarsi: gli sguardi affranti e stremati dalla nottata si distendono, le voci sembrano di colpo assumere un tono conventuale, i movimenti frenetici di soldi e fiori sembrano per un momento rallentare fino all’inverosimile.
Il mercato dei fiori è un posto magico. È talmente magico che sono convinto in fondo rappresenti la realtà.
I venditori di fiori, al sorgere del sole, hanno già finito una giornata di lavoro e sono quasi pronti per ripartire. La maggior parte di loro sono uomini. Alcuni di loro – quelli che attirano di più la mia attenzione –  hanno un aspetto mascolino, un po’ rude ai limiti a volte del selvaggio che contrasta però con un’intima delicatezza ed una spontanea gentilezza. Si riesce a scoprire questa genuina qualità solo oltrepassando il limite di quegli occhi duri e spesso dolcemente caparbi. Li caratterizza poi un’educazione non formalmente borghese quanto più profondamente primordiale, direi violenta, che non riesce a non vedere l’essere nell’uomo. Lì non esiste tolleranza.
Al mercato non ci si sente mai privi di un solare buongiorno e di uno speranzoso arrivederci.
Del mercato ti puoi fidare.
Mani – o meglio mano – rovinate ma robuste maneggiano graziosi fiori con la delicatezza di un neonato che pian piano scopre il prossimo e cerca un contatto timoroso e meravigliato – cito: “A signo’, so’ fiori mica so’ prosciutti!”

Astromelie, lisianthus, lilium…sono alcuni nomi dei fiori più venduti. L’incessante scorrere di parole nel più stretto dialetto di una borgata romana o nel vorticoso accento di un rione napoletano intramezzate da nomi di fiori pronunciati con sì tanto scrupolo fa credere per qualche istante di essere o in un giardino botanico o in una sala accademica, contribuendo, ancora di più, ad alimentare quel tanto di metafisico che Le Marché aux fleurs di Prati incoscientemente possiede.
Tutto quel flusso di umana materialità – intrinsecamente di stampo marxista – verrà messo a servizio, per la maggior parte, delle basiliche romane, delle chiese di quartiere o di paese e dei camposanti. L’umano a servizio dell’ultraterreno, la morte che si fa vita.
Le decine di suore – immancabilmente chiamate sorelle – che frequentano il mercato alla ricerca del miglior modo di abbellire il convento, passivamente e senza pretese subiscono l’amorevole rispetto di una vecchia insegnante o di una dolce e saggia nonnina.
Di colpo mi giro e mi si mostra un quadro terreno e miracoloso – essendo io figlio del mio tempo –  allo stesso tempo. Una cliente con un vestito leggermente più corto del solito – di sicuro per quel posto –  esibisce, timida ma fiera, i resti di una gioventù evidentemente generosa, una vera e propria, seppur matura, Venere italica. Gambe affusolate che terminano in piedi ben curati ma visibilmente affaticati, un fondoschiena maturo ma con la tenera pretesa di mostrare ancora il suo lato più giovanile, schiena diritta e saggia, spronata ad essere gagliarda e leggermente scoperta dal lato sinistro, capelli biondi e sempre mossi. Dietro di lei decine di uomini diciamo incuriositi. La situazione che in ambienti più compromessi e avari, considerati più “alti”, avrebbe suscitato una scellerata ovazione in clima da stadio, al mercato dei fiori si trasforma in una timida e sentimentale reazione da branco liceale. Succede così che la donna, intenta a farsi osservare, gratifica il suo io, in fondo forse represso, senza sentirsi deturpata però della propria dignità. Nel pieno rispetto di carne e spirito viene apprezzata, desiderata, magari raggiunta ma mai vilmente comprata.
In quel posto che oserei definire un Purgatorio – non nel senso dantesco di stato di mezzo ma come realtà attuale dove regnano fragilità e speranza – trovo la mia religione. Passati quei pannelli di plastica, tra grida, sigarette, sorrisi, briscole, scurrilità sento la mia Chiesa. Una Chiesa intesa comunità fatta di uomini, come uomo era Cristo, animati da flatus humanitatis.

Nulla si sa, tutto si immagina recitava Fellini. Questa mia folle visione è la giusta piccola dose di sogno che mi sprona giornalmente ad essere migliore.
Come il Cosimo di Calvino trovo in quel posto il mio albero, il mio esistere e il mio resistere. Il mercato dei fiori è emblema di tutti quei luoghi che restano baluardi di umanità proprio come gli alberi del barone di Ombrosa. Forse tutto questo è fuori dal tempo e dallo spazio, forse il mercato dei fiori, così come l’ho descritto, è solo un posto remoto di una ingenua immaginazione. Ma non è la realtà il posto dove si annidano emozioni fantastiche e sensazioni irreali? Non è il presente quel luogo che, ereditando il passato, volge verso un futuro sempre incerto? Non è forse la realtà la più grande celebrazione della fantasia?

 

 





S1:E3 “Daniela”

Diciassette anni. Avete presente il cliché dello studente che si innamora dell’insegnante? Ecco. È lei. È Daniela la studente(ssa) innamorata della professoressa Donati, l’insegnante di disegno e storia dell’arte, l’insegnante dai lunghi capelli neri e il corpo da ballerina.

Daniela dice di avere iniziato a farsi domande un po’ concrete sulla sua sessualità a 12 o 13 anni, ma in realtà ha sempre saputo di essere lesbica, già dall’asilo. Tra turbamenti e groppo alla gola ha avuto le sue prime cotte, spesso non ricambiate. Quando era piccola non ha mai percepito come un problema il suo orientamento sessuale, neanche quando i suoi genitori sembravano infastiditi dalla sua amicizia con Flavia, dal loro stare sempre insieme e dal loro tenersi sempre per mano. Ma si sa, sono adolescenti, sarà più un capriccio che una infatuazione, con il tempo passerà, rassicurava la mamma di Flavia. Vedrai – diceva il papà di Daniela – è una fissazione di cui si libererà crescendo. Poi è arrivato forte e chiaro, proprio tra i banchi di scuola, il messaggio che il suo non è un comportamento corretto, soprattutto non è normale. Non è bene innamorarsi di una compagna di classe o di una insegnante. Così sono iniziati gli anni di non accettazione, fatti di paranoie adolescenziali e di pianti isterici di negazione.

Il coming out in una città del sud Italia, ma al nord non è poi così diverso, è stato tutt’altro che facile. Quanto si era illusa. Daniela era fermamente convinta di ricevere il supporto di sua madre, che ha sempre difeso i diritti di tutti e tutte, anche degli animali, e certa che anche suo padre non ci avrebbe trovato niente di male, né di sbagliato.  O meglio, per Daniela è stato facile dirlo quella prima volta proprio perché consapevole che non stava mica commettendo un crimine. All’epoca era innamorata e felice e voleva urlarlo al mondo. Ecco era il mondo che non era preparato ad accettarla o meglio che non voleva proprio accoglierla e, dopo quella prima volta disastrosa, ci ha pensato mille volte prima di dirlo ancora. Forse è andata meglio quando l’ha detto al suo giro di amicizie quella sera al bar, davanti a un gelato, dopo una bella giornata di mare e di vento. Daniela è felice di aver accettato la parte migliore di se, la parte più viva, la parte che non vedeva l’ora di essere lasciata libera. Adesso, un po’ per gioco e un po’ per stare in allerta, ha questa abitudine di appuntare su un quaderno tutte le banalità, gli stereotipi, le piccole violenze verbali che proprio amiche e amici le riserbano quando dice che le piacciono le donne. “Ma, secondo noi, non hai ancora trovato l’uomo giusto. Forse potrebbe essere solo una fase passeggera. Ah, bene, visto che ti piacciono le donne faresti una cosa a tre con me e la mia fidanzata? Lesbica? Va bene, quindi ti piace la birra? no? ma sai, ho sentito che tutte le lesbiche bevono birra. Toglimi una curiosità? nella coppia chi fa l’uomo e chi fa la donna? Però il sesso tra donne non è vero sesso, dai, come fate senza il pene? E come mai non hai i capelli corti? Forse odiate gli uomini, per questo non vi piacciono. Dai, se sei lesbica ti aspettiamo per la partita di calcetto domani sera. Comunque, secondo noi, non lo sei davvero, dovresti conoscere Giovanni, lui si che ti farà cambiare idea”.

La sigla LGBTQ+ spesso spunta fuori da un articolo o da un libro con quelle quattro lettere che sono le iniziali di lesbica, gay, bisessuale, transgender, queer, mentre il + indica tutte le altre identità possibili e  non assimilabili né alle precedenti né a quella eterosessuale. C’è anche intersessuale, asessuale, pansessuale. Quindi la sigla LGBTQ+ rivela che le realtà, le soggettività dietro quelle lettere, sono così tante e diverse e multiformi tra loro da sfuggire a definizioni e incasellamenti. L’Ilga-Europe (International Lesbian and Gay Association) calcola l’indice Rainbow Europe. L’Italia è in fondo al 35esimo posto, su 49 Paesi europei, per la protezione dei diritti LGBTQ+: solo il 23% dei diritti umani per questa comunità è infatti garantito. I problemi segnalati sono molti, dalla diffusione di discorsi e iniziative alimentate da pregiudizi, agli episodi di violenza omotransfobica, dalla mancanza di protocolli medici condivisi per le persone intersessuali, al mancato riconoscimento dei figli adottivi delle coppie dello stesso sesso. Daniela fa parte della comunità LGBTQ+ e conosce la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, l’identità di genere e le caratteristiche sessuali. È una comunità che coinvolge dai 2,4 ai 3,6 milioni di abitanti. Persone che, pur costituendo circa il 6% della popolazione italiana, è come se non avessero il diritto di esistere.

 


Copertina: tatuaggio della calciatrice spagnola Maria Leon. Looks Can Be Deceiving.
immagine della fotografa sportiva Charlotte Wilson.




IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI

Domani saranno 40 gli anni trascorsi da quella terribile strage alla Stazione Centrale di Bologna che, alle ore 10 e 25 del 2 Agosto 1980, sconvolse l’Italia intera e non solo. “La strage di Bologna, è stato, tra i tanti, forse il più grave atto terroristico avvenuto in Italia, dopo quello del 12 Dicembre 1970, a Milano, alla Banca dell’Agricoltura, in Piazza Fontana. Esecutori materiali furono alcuni militanti di estrema destra appartenenti ai N.A.R., (Nuclei Armati Rivoluzionari), tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Gli ipotetici mandanti sono tuttora sconosciuti, ma furono rilevati collegamenti con la criminalità organizzata e i servizi segreti deviati. Nell’attentato morirono 85 persone ed oltre 200 rimasero ferite.”

Il ricordo della strage di Bologna mi è tornato in mente, quasi in maniera automatica, nel rivedere il quadro che Renato Guttuso dipinse proprio dopo quella strage. Guttuso, rifacendosi ad un dipinto di fine 700 del pittore spagnolo Francisco Goya, volle riproporre, con la sua pittura forte e piena di pathos, dove il colore è un protagonista assoluto, l’immagine di quella creatura mostruosa, dispensatrice di violenza e di morte, che si annida in ognuno di noi e che è sempre pronta ad esplodere tutte le volte che la ragione si addormenta.

La strage di Bologna fu uno degli ultimi attentati che accompagnarono il nostro Paese verso la chiusura definitiva di quella pagina tragica della nostra storia, oramai catalogata come gli anni di piombo che, dal 1964 al 1982, segnarono profondamente l’Italia con quella che fu poi definita la strategia della tensione.

Una serie di attentati e di stragi, di matrice prevalentemente di destra, alle quali non furono estranei gli apparati dello stato ed i Servizi segreti deviati, come dimostrarono poi le sentenze di vari processi.

Un programma di strategia eversiva, come si legge nei rapporti informativi di Guido Giannettini, giornalista fascista e agente del SID (Servizio segreto militare), con la decisione presa da ambienti politici ed economici italiani, appoggiati anche da ambienti stranieri, tra cui quelli americani, per procedere alla sostituzione del centrosinistra in Italia con una formula sostanzialmente centrista da attuare anche con gruppetti isolati di neofascisti, pronti a mettere bombe, finanziati da gruppi industriali del Nord Italia. ”Gli 11 anni di stragi: il filo nero, le bombe e i fantasmi di Moro”. (Gianni Barbaceto / Il Fatto Quotidiano, 9 Marzo 2020).

Una di queste stragi, che avvenne solo due anni prima di quella alla stazione di Bologna fu appunto, nel Marzo del 1978, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta, da parte delle Brigate Rosse. Quell’attentato scrisse anche la parola fine, come si evince dai documenti di cui sopra citati, su quel tentativo di formare un nuovo governo, fuori dai soliti schemi tradizionali, che aveva preso poi il nome di Compromesso storico. Era stato Enrico Berlinguer, Segretario del Partito Comunista Italiano, che proprio per fronteggiare la gravissima situazione creata dall’attività terroristica di quelle frange estreme, soprattutto a destra, legate a movimenti ed organizzazioni extraparlamentari, nel 1977 formulò una delle proposte più imprevedibili, ma di grande spessore politico-strategico, di tutta la storia del nostro Paese.

Alla Democrazia Cristiana del Presidente Moro, che guidava l’Italia con governi di centro-sinistra, grazie al sostegno del Partito Socialista di Craxi e degli altri partiti minori (Repubblicano, Social/Democratico e Liberale), Berlinguer propose un governo di solidarietà nazionale con l’appoggio esterno del PCI. Naturalmente né a Berlinguer e né tanto meno a Moro (due “Giganti” per come ci appaiono oggi di fronte, purtroppo, alla miseria del personale politico odierno) passava per la testa di fondere i due più grandi partiti, non solo numericamente, del dopoguerra. Le due più importanti correnti di pensiero politico presenti allora nel nostro paese, quella cattolica e quella comunista, per dare vita al cosiddetto partito della nazione. Un mostro appunto, a mio modesto parere. Un mostro che invece poi conquistò alcuni fuoriclasse come per esempio Rutelli e Veltroni tanto per fare qualche nome. Ma bisogna dire che purtroppo ce ne erano tanti in giro in quel periodo storico, che erano entusiasti di quella che, ironicamente, mi permetto di chiamare “la soluzione finale”. Infatti sappiamo tutti come è andata a finire, dalla Margherita al PD fino a tutto quello che la storia più o meno recente ci ha raccontato. In ogni caso, facendo ammenda di qualche imprecisione che la mia non più giovane memoria potrebbe avermi suggerito, da qualsiasi punto la si voglia guardare questa storia, rimane il fatto che da un potenziale consenso intorno al 60% che portavano in dote insieme la DC ed il PCI, dopo “l’abbraccio mortale” e le varie composizioni e scomposizioni, siamo alla fine approdati al PD, cioè il Partito Democratico, che a stento oggi riesce a superare il 20% dei consensi. “La montagna aveva partorito il topolino”. Forse sarebbe bastato rivedersi qualche film di Peppone e don Camillo (interpretati da due grandi attori come Gino Cervi e Fernandel) personaggi usciti dalla penna di Guareschi, per capire le intenzioni di Moro e di Berlinguer. Che erano semplicemente la cultura comunista e quella cattolico-democristiana, che da sole detenevano la maggioranza del consenso degli italiani, che potevano e dovevano cercare, pur restando ognuno a casa propria, dei punti di contatto e di collaborazione. Soprattutto per fare fronte a una emergenza così spaventosa come il terrorismo e cercare di portare il Paese fuori da quella orrenda palude. Ma per amore di verità bisogna ricordare che vi furono anche altre cause, oltre all’assassinio di Moro, che contribuirono, e non poco, a dare il colpo di grazia al compromesso storico. Prima di tutto le resistenze interne ai due grandi partiti messe in atto dall’ala più radicale e di sinistra all’interno del PCI e da quella più conservatrice e di destra, capitanata da Andreotti, all’interno della DC.“…secondo me, il compromesso storico è il frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica. E, all’atto pratico, risulterebbe la somma di due guai: il clericalismo e il collettivismo comunista” (Giulio Andreotti). Ma non bisogna dimenticare nemmeno l’ostentata contrarietà del PSI di Craxi che, con l’arrivo del PCI nell’area di governo, avrebbe visto notevolmente ridimensionato il suo ruolo di leader incontrastato del centro sinistra, in quanto “ago della bilancia” di qualsiasi Governo. Infatti lo scampato pericolo del compromesso storico diede poi immediatamente la stura a quel “meraviglioso decennio” degli anni “80” dominato dal Craxismo, dagli Yuppies e dalla “Milano da bere” che prepararono magnificamente il terreno al “ventennio berlusconiano”. Favorito anche dal disfacimento totale di quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale sotto i colpi dell’inchiesta Mani pulite dei Magistrati della Procura di Milano Davigo, Bocassini e Di Pietro, guidata da Francesco Saverio Borrelli. Questo “revival storico”, oltretutto abbastanza sommario, spero sia servito, come i maestri di giornalismo ci insegnano, a distinguere i fatti dalle opinioni e quindi dopo aver per sommi capi raccontato gli avvenimenti, la mia domanda, a cui ancora oggi non so dare nessuna risposta, è la seguente: ma se non ci fosse stato l’assassinio di Aldo Moro, noi oggi saremmo lo stesso in questa condizione?  Purtroppo con i se e con i ma non si fa la storia. Infatti chi avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto arrivare al potere, dopo quasi 40 anni, una persona come Matteo Salvini? Il cosiddetto cazzaro verde, come lo ha soprannominato magistralmente Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Grazie ad un consistente sostegno di una parte del popolo italiano, quella che da sempre si è fregiata di essere la più produttiva con più del 60% dell’intero PIL nazionale. Quella del Centro-Nord, definita “superiore”, proprio qualche giorno fa da uno come Vittorio Feltri, che passa per essere anche un bravo giornalista. Superiore rispetto a noi meridionali che siamo naturalmente …in molti casi inferiori. Roba da non credere!!! Del resto come dargli torto se noi del Sud siamo conosciuti, anche per colpa nostra, per essere soprattutto gli abitanti della terra della “ndrangheta”?

Ma solo in pochi ricordano però come rispettabilissimi imprenditori lombardi non hanno fatto tanto gli schizzinosi con i capitali delle mafie, come stabilito dalla magistratura nel processo “Crimine Infinito”. E penso che non abbia nemmeno senso ricordare ad un ignorante come Feltri i filosofi Parmenide e Zenone e la Scuola Eleatica, o la Scuola Medica Salernitana, prima e più importante Scuola Medica d’Europa del Medioevo. Senza dimenticare il napoletano di adozione Enrico De Nicola Primo Presidente della Repubblica Italiana. Infatti questa parte di italiani superiori rispetto a noi fannulloni meridionali si danno sempre un gran da fare perché è nella loro natura e non possono farne a meno di avere come si suol dire …le mani in pasta!!! Così che dopo averci regalato, prima un certo Benito Mussolini, poi Berlusconi e Bossi e quindi Forza Italia e la Lega, grazie sempre alla liquefazione del centro-sinistra, oggi ci deliziano con il cazzaro verde, che sembra una creatura, per certi aspetti quasi un po’ mostruosa, proprio come quella descritta all’inizio e presente nel quadro di Guttuso. Infatti, nel periodo estivo frequentava alcune spiagge, soprattutto quella di Milano Marittima, e per dimostrare che lui era uno di loro si faceva riprendere con la panza di fuori, in perfetto stile balneare, dispensando selfie e foto a gogò, da riversare immediatamente su tutti i mezzi di comunicazione, ma sopratutto sui social. Pose, dichiarazioni e atteggiamenti, assolutamente spontanei come il personaggio richiede, giusto per rimarcare, ma non ce ne sarebbe stato affatto bisogno, le dovute distanze e sottolineare la sua diversità sia dal cosiddetto popolo radical/chic con la puzza sotto il naso del PD, che dai “ragazzini tutto fumo e niente arrosto” dei 5 Stelle. Un Ministro degli Interni, tra l’altro, che non provava un benché minimo senso di vergogna, tanta era la sua sicurezza (altrimenti che Ministro degli Interni sarebbe stato) di essere al posto giusto e nel momento giusto. E per solleticare il basso ventre di alcuni suoi tifosi pseudo religiosi e/o credenti, ma soprattutto fanatici e quindi più pericolosi, mostrava e baciava continuamente e con calcolata ostentazione, un Rosario con Crocifisso. Quasi come un novello Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, quando, così ci racconta la leggenda, gli apparve nel cielo di Roma una croce splendente, con la scritta “in hoc vinces”/ con questo segno vincerai. Una cosa che credo neanche la parte più clericale e conservatrice della vecchia Democrazia Cristiana avrebbe mai preso in considerazione. Per fortuna quelle condizioni, specialmente di salute mentale, con l’avvento del Governo Conte e l’accordo 5Stelle/PD, per il momento sembrano che si siano un po’ assopite anche se, per dirla tutta, non credo proprio che siamo messi molto bene. Ma almeno abbiamo finito, finalmente, di considerare questo signore come un “Fenomeno da baraccone”. O come un qualcosa di passeggero, ripetendo che:“…non è possibile che la maggioranza degli italiani possa continuare a dare fiducia ad una persona come Matteo Salvini !!!”. Sono film che in parte abbiamo già visto e per i quali abbiamo già dato. Quindi è sempre il caso almeno di preoccuparsi, prima che sia troppo tardi. Non siamo certo al grido disperato e garibaldino “Qui si fa l’Italia o si muore” ma, anche se solo metaforicamente, qualche volta, forse ci siamo andati molto vicini.




La palestra non è “un locale”

Secondo il concetto classico, ripreso poi dall’Umanesimo e oggi predominante, la cultura fisica è parte integrante dell’educazione generale. Essa non “si aggrega” a quella dello spirito ma va invece considerata come una vera e propria formazione morale, in quanto è una componente essenziale della civiltà dei popoli e ha sempre rivestito un ruolo determinante nell’evoluzione dell’uomo.

Mi chiedo come si possa spiegare o far comprendere Omero, la nascita degli Eroi, senza toccare l’argomento Olimpiadi. Come spiegare l’astio tra Atene e Sparta senza menzionare il diverso modo di intendere l’educazione, ovviamente motoria, in primis? Come spiegare il modo in cui il crescere del “professionismo” tra i vari pro e contro, spinse gli antichi a studiare la medicina, la traumatologia, la dietistica? O il modo in cui il Sofismo, che criticò aspramente la pratica fisica per quella intellettuale, storicamente coincida con la fine della potenza greca, prima per mano di Alessandro il Grande e in seguito per la dominazione Romana?

Eppure furono i Greci a creare il “Ginnasio”, che non era esattamente il biennio dell’odierno Liceo Classico, bensì il luogo ove gli studenti potevano esercitarsi nella pratica motoria,  da “gymnos”, nudo, così come lo studente si esercitava, accanto ai “perìpatos”, le passeggiate coperte, da cui prese il nome la scuola “peripatetica” di Aristotele.

Nel 2020 siamo in pieno dibattito se sia il caso o no di utilizzare le palestre scolastiche per creare delle classi.  Quindi fondamentalmente stiamo qui a dire che ci dispiace, ma che le Scienze Motorie possono essere sacrificate a fronte di una didattica di serie A, (il termine calcistico è volutamente usato), o meglio per mancanza di locali adatti a svolgere la didattica di serie A, perché questo è oggi considerata la Palestra: un locale. Quindi le Scienze Motorie cosa sono? O meglio, l’Educazione Fisica cos’è?

Siamo al paradosso, tanto per citare la scuola Eleatica e a chiederci se Achille abbia mai raggiunto o no la tartaruga. 

Chiedetelo agli Etruschi, ove la donna conobbe l’unico momento di parità di diritti. Non solo potevano assistere alle manifestazioni sportive, al contrario della democratica Grecia,  ma potevano loro stesse praticarle, ottime danzatrici. Superfluo citare i molteplici reperti che ci narrano di un popolo dedito ad ogni disciplina sportiva. I Romani, nella loro apparente contrapposizione alla Grecia, concepirono le manifestazioni sportive come mero divertimento, dagli etruschi capirono l’importanza della donna nella vita sociale ma fondamentalmente furono sempre “spettatori”. Anche se la grande pratica militare impose a Roma uno studio approfondito della ginnastica e della “tattica”, creando un attaccamento e un senso dello Stato che la portò leggermente ad influenzare il mondo per qualche secolo. Fu proprio la perdita di questo senso di appartenenza e dei suoi valori  una delle cause della sua caduta.

Nel Medioevo, l’avvento del Cristianesimo porta una scissione forte tra Anima e Corpo a vantaggio della prima e anche l’attività fisica ne risente. Ma presto l’importanza data al corpo sia per fini militari sia salutistici obbliga filosofi e intellettuali dell’epoca ad un brusco dietro-fronte

Fu in primis Carlo Magno a capirne l’importanza, non solo per motivi bellici, ma come mezzo di aggregazione e attaccamento della popolazione locale al proprio feudo. I Normanni tolsero ogni dubbio, risultando oltre che abili costruttori di navi, guerrieri formidabili, fisicamente difficili da contrastare. L’epica cavalleresca come quella di Omero, vede nei Cavalieri introdurre quello che oggi chiameremmo fair-play. Nascono i tornei, i percorsi di abilità dove i nobili dovevano cimentarsi per dimostrarsi pronti a guidare il proprio popolo diventandone beniamini. La loro educazione motoria e intellettuale andava di pari passo.

Con l’umanesimo e poi il Rinascimento l’educazione motoria diventa oggetto di grande interesse.

Oggi si sente molto parlare di individualizzazione dell’insegnamento. Ottimo, il primo a parlarne fu Francesco Filelfo, che intorno al 1420 fu chiamato ad insegnare dal Doge di Venezia, nelle cui opere non fa mistero della sua dottrina e oltre a credere in un insegnamento individualizzato nel rispetto della personalità del discente che non deve essere mai traumatizzato o impaurito dal proprio docente, sottolinea come la pratica fisica debba andare di pari passo con quella spirituale. L’educazione del giovane deve essere unitaria.  Vittorino da Feltre andò ben oltre. Ospite dei Gonzaga a Mantova, trasformò la sua splendida villa in una scuola, chiamata “La Casa Giocosa”. Fu il primo a tentare un’istruzione di massa, permettendo a studenti non abbienti di frequentare grazie alle quote pagate dai figli dei Signori. Promosse lo spontaneo sviluppo delle personalità dei suoi allievi, attraverso i giochi e gli esercizi fisici. Preoccupandosi di intravedere le attitudini dei propri giovani per indirizzarli alle professioni ove risultavano più portati. Considerava, per la salute,  fondamentale la pratica di esercizi fisici tutti i giorni, all’aperto, in qualsiasi condizione climatica, come conditio sine qua non per le attività mentali. Aveva intuito, nel 1423, che una buona predisposizione fisica avrebbe favorito l’apprendimento delle lettere e dei classici, come della musica e delle Arti. Leonardo da Vinci, oltre che nei suoi studi di anatomia, recitava che l’aspetto fisico e quello spirituale andavano educati di pari passo, fino ad affermare che il corpo umano è lo specchio del mondo: microcosmo-macrocosmo. Superfluo citare Machiavelli o Castiglione che nei loro trattati, davanti all’importanza della guerra, credono fortemente nell’esercizio fisico e militare, come quasi attività principale del “Principe” o del “Cortegiano”.

Intorno al 1500, la Rivoluzione non risparmia il mondo ecclesiastico. Erasmo da Rotterdam vede nell’educazione un dovere delle famiglie verso la società, il corpo è lo strumento della mente, che risulta essere uno strumento indispensabile per l’anima, ergo, la sua cura era imprescindibile. La Francia risponde qualche anno più tardi con Francois Rabelais che, nel suo Gargantua, arriva a descrivere con minuziosa capacità gli esercizi fisici giornalieri alternati alle discipline umanistiche, spiegando la sua dottrina educativa a stampo naturalistico che doveva riguardare il copro, la mente e la volontà del suo allievo. L’Inghilterra con Mulcaster e la sua ginnastica come disciplina sperimentale,  rincara la dose affermando che l’assenza di salute dinamica impedisce a molti uomini di sviluppare pienamente la propria personalità, che quindi doveva essere praticata da tutti, soprattutto da quelli dediti a una vita sedentaria. Ai già citati vanno aggiunti pedagoghi del calibro di Montaigne e Botero; quest’ultimo influenzerà l’educazione e la scuola Gesuita. Per Martin Lutero, frate agostiniano, l’educazione non poteva essere solo un problema familiare, ma doveva  occuparsene sia lo Stato sia la Chiesa; l’educazione andava portata ad ogni ceto sociale e anche alle donne. Nella sua visione contro la chiesa cattolica, il corpo non poteva più essere trascurato, anzi, doveva essere necessariamente valorizzato. Filippo Neri, gesuita, capisce l’importanza dello svago, delle ricreazioni, dei giochi e degli esercizi fisici, formando le prime scuole del popolo e i primi oratori. Nel 1600 è Tommaso Campanella e la sua Città del Sole a condannare l’ozio, e vede nel gioco e negli esercizi fisici un modo per preparare i bambini alla vita da adulti. Seguirono Antonio de Ferraris con “l’educazione degli Italiani” e Girolamo Mercuriale che, nel 1569, pubblicò il “De arte gymnastica”.

In questo periodo nascono soprattutto a corte, ma non solo, i primi giochi “sportivi” che daranno poi vita a quelli conosciuti ai giorni nostri, ma soprattutto nasce l’acrobatica con Gianni Tuccaro, e la Danza classica alla corte del Re Sole.

Nel ‘600 ad esprimersi sono personaggi di spicco come Bacone, che nella sua Città Ideale vedeva l’attività fisica come mezzo per correggere qualsiasi tendenza al male e all’indebolimento e proponeva tutti gli esercizi che giovavano alla conservazione della salute. Galileo Galilei studiò il corpo dal punto di vista biomeccanico e recepì l’importanza della cura del corpo attraverso il movimento. Comenio, autore della “scuola materna”, sottolineò l’importanza dell’attività motoria non solo per i “normodotati” ma soprattutto per i “minorati”, dando molta importanza, soprattutto per questi, a quanto le esperienze concrete potessero giovare sia sotto l’aspetto fisico sia psicologico. Milton, autore del Paradiso Perduto, raccomandò di praticare esercizi fisici perché atti a preparare un cittadino “utile” alla società. Locke, padre dell’empirismo inglese, vede nel gioco dei bambini qualcosa di utile e di affine al futuro lavoro, ed evidenzia  come un corpo debba conoscere le proprie capacità, e quindi in caso contrario apprenderle attraverso l’esercizio.

L’illuminismo, padre del pensiero moderno, sia con Rousseau e  poi con Helvetius tracciano l’idea di  un’educazione fisica, morale ed intellettuale  concatenate tra loro. Diderot studierà la possibilità di inserire l’educazione fisica nei programmi scolastici e sosterrà la necessità dell’istruzione elementare obbligatoria e gratuita per tutti. Con Basedow, padre del filantropismo tedesco, verrà dato ampio spazio all’attività fisica, formando docenti con una specifica preparazione. L’insegnamento dell’educazione fisica trova il suo compimento in Pestalozzi; anche per lui l’insegnamento fisico va impartito parallelamente a quello intellettuale da docenti specializzati non solo dal punto di vista fisico ma soprattutto pedagogico e psicologico.

In questo periodo si creano due scuole di pensiero differenti, quella sportiva militare soprattutto di stampo tedesco e quella correttiva salutista di stampo svedese, di cui molti probabilmente ricordano il famigerato “quadro”, per non dire le spalliere e la trave, elementi onnipresenti in ogni palestra scolastica. A questa lunga, ma pur sempre superficiale ricostruzione, mi piace aggiungere che la sconfitta con la Prussia della Francia nell’omonima guerra portò a riflettere un pedagogo francese sull’importanza della preparazione fisica dei soldati. Costui era un certo Barone di De Coubertin, che volò in Inghilterra, studiò i più famosi college Inglesi e tornò in patria riformulando l’intera struttura della scuola francese dando uno spazio considerevole alle attività motorie, ritenute essenziali alla formazione delle generazioni a venire. Sulla spinte delle scoperte archeologiche e al ritrovamento delle rovine di Olimpia, pensò di ricreare le Olimpiadi cercando, come allora, di trovare modi diversi per combattersi tra nazioni, auspicando  quella “pace” cara già nell’ VIII secolo a.C., quella pace che come tutti sanno terminò nel 1914.

Lo sport e l’educazione fisica da quel momento sono sopravvissuti a tutto. Alle Rivoluzioni, alle Dittature, alla Guerra fredda, al terrorismo, agli attentati, alle crisi finanziarie e alle guerre civili, regalandoci, malgrado tutto, momenti indimenticabili che non possono essere scissi dalla storia. Pensiamo al 1920 e alle donne ammesse ufficialmente ai giochi Olimpici, dopo che nel 1912 a Stoccolma l’Australiana Fanny Durak in una gara non riconosciuta aveva eguagliato  il tempo dei 100 metri maschili del 1896, dimostrando che il “gentil sesso” non era secondo a nessuno. Pensiamo a Jesse Owens nel 1936 a Berlino; pensiamo alle battaglie dei “neri”, ai film come “Glory Road”, il “sapore della Vittoria”, pensiamo alle Olimpiadi di Messico ’68 e ai pugni al cielo. Pensiamo al Pugilato di Mohammed Alì, pensiamo al film “Coach Carter” – lo sport contro l’emarginazione sociale in parallelo con lo studio. Pensiamo alle mille storie di campioni nati nella fame e arrivati sul tetto del mondo, pensiamo alle due Coree a braccetto insieme durante la sfilata olimpica, pensiamo ad una partita di calcio Iran – Usa; pensiamo a Nelson Mandela e a “invictus”; pensiamo ai tanti atleti para-olimpici e a cosa abbia significato lo sport nella loro vita. Pensiamo ai tanti ragazzi e ragazze che nelle nostre palestre comprendono il senso di appartenenza, di sacrifico, di amicizia, a quanti di loro trovano nelle varie discipline uno sfogo alla loro passione e che, in un mondo che ormai ci rende spettatori in tutto, trovano il modo di essere protagonisti, di crescere e di diventare uomini e donne seguendo regole e valori unici, sperando di vincere e partecipare alle “loro”olimpiadi. Pensiamo ai nostri alunni gareggiare con la maglia della loro scuola, rappresentare con orgoglio i loro istituti. Pensiamo a chi non può permettersi uno sport e trova nella scuola un modo di farlo. Pensiamo a tutti coloro citati, e non, che si sono espressi sul valore dell’educazione fisica e pensiamo ad oggi.

Per chi come noi, insegna lo “sport” e “l’educazione fisica” sotto ogni forma, questi non saranno mai  un locale, ma sempre e soltanto una PALESTRA di vita.

 




Abbattere le statue è giusto?

Dagli scontri di piazza nelle città americane, dilaga la lotta al razzismo e si vanno a colpire le statue degli uomini, che hanno fatto la storia.                                                       

In questi giorni stiamo vedendo e ascoltando nei vari servizi televisivi o leggiamo, all’interno delle testate giornalistiche italiane, europee e internazionali, ciò che sta provocando la morte dell’afroamericano George Floyd, avvenuta a Minneapolis il 25 Maggio di quest’anno.
L’agente di polizia Derek Chauvin immobilizza Floyd mantenendo per molti minuti il suo ginocchio sul collo, mentre il ragazzo dice supplicandolo:

”I can’t breathe” ossia “io non respiro”

causando così la morte per asfissia. Le testimonianze dei video fatte da alcuni testimoni presenti sul posto sono state caricate su internet e sono state viste da migliaia di persone causando l’indignazione del sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha richiesto subito il licenziamento dei poliziotti coinvolti nell’accaduto. Questo evento ha fatto subito scaturire dapprima proteste pacifiche di piazza da parte della popolazione afroamericana e non, poi tutto è degenerato in manifestazioni violente che hanno messo le città a ferro e a fuoco.

La Speaker della Camera dei Deputati Nancy Pelosi ha criticato questo atto vile e vigliacco come “an execution, a murder right before our very eyes”, un omicidio sotto gli occhi di molti.
Un’altra figura di spicco, Andrea Jenkins, vicepresidente del consiglio cittadino della città di Floyd, ha riconosciuto nel gesto di fermo dell’agente una discriminante razzista, dichiarando uno stato di emergenza, a causa del razzismo come un problema di salute pubblica (Indipendent del 28 Maggio c.a.).

A sostegno di queste manifestazioni pacifiche è intervenuto il movimento “Black Lives Matter”, nato nel 2013 quando l’agente della polizia George Zimmerman è stato dichiarato assolto dall’omicidio del diciassettenne Trayvon Martin, avvenuto l’anno prima. È iniziato a comparire sui social l’hashtag #BlackLivesMatter, tanto da ricevere molto successo a livello internazionale, da parte di coloro che combattono per la parità tra etnia, sconfiggendo il suprematismo bianco, ancora palese. Le proteste pacifiche e violente non si sono svolte e si stanno svolgendo solo in America ma in tutti gli Stati del mondo, per far sentire la loro vicinanza alla famiglia e a tutte le popolazioni colpite dall’onta del razzismo.

A Sydney alcuni manifestati sono stati colpiti dagli agenti di polizia con lo spray al peperoncino, per placare la contestazione; mentre a Londra vi sono stati degli scontri davanti alla sede dell’ambasciata americana ed alcune persone con il volto coperto ed i cartelli sono state allontanate dalla sede diplomatica. A Bruxelles si è svolto un corto, durante il quale ci sono stati degli scontri di sangue con gli agenti della Politie.

Il tema su cui voglio porre l’attenzione è l’abbattimento delle statue durante gli scontri di piazza.

È giusto o no abbattere, buttare giù dai piedistalli statue di uomini del passato, passati alla storia e studiati sui libri di storia, accusandoli di essere stati razzisti secondo l’ottica attuale?

Seguendo la cronologia il primo uomo a essere stato preso di mira è Cristoforo Colombo (1451-1506), il celeberrimo scopritore delle Americhe, che buscò el levante por el ponente, credendo così di arrivare prima nelle Indie. Il navigatore genovese è stato accusato di aver dato vita all’estinzione, il genocidio dei nativi americani, praticando anche lo schiavismo, quando la causa principale della morte dei primi americani sono state le malattie importate dagli occidentali, oltre alle uccisioni inflitte da Pedro de Alvarado, governatore del Guatemala per conto di Re e Imperatore Carlo V d’Asburgo, durante la festa di Toxcatl, in onore della divinità religiosa azteca Tezcatlipoca.
Le tesi a difesa di Colombo sono che oltre a essere stato uomo del suo tempo e sostenitore di idee del suo tempo, non si può negare e cancellare che sia stato uno che abbia aperto nuovi orizzonti all’umanità; se noi beviamo il caffè o la cioccolata calda, o mangiamo la cioccolata e il pomodoro o il mais, si deve a queste nuove scoperte, se a livello storico artistico possiamo studiare le civiltà primitive americane lo si deve a Colombo e a tutti quelli che gli sono succeduti.
La statua di Boston è stata decapitata e quella davanti al Campidoglio di Mineapolis tirata giù dal piedistallo.

Il secondo uomo di mare che viene alla mente è Francis Drake (1540-1596), corsaro e primo inglese a circumnavigare il globo per conto della Corona inglese sotto la presenza di Elisabetta I Tudor, vincitore della battaglia anglo-spagnola contro l’Invincibile Armada nel 1588 e di conseguenza salvatore del continente dalle prese espansionistiche di un impero dominato dall’Inquisizione, viene accusato di essere uno schiavista e di aver dato inizio all’Impero coloniale inglese, portando molte popolazioni al servizio della Corona.

Nel Regno Unito a cadere per primo, a partire dal 7 Giugno, è Edward Colston (1636-1721), commerciante di schiavi neri dall’Africa all’America per undici anni, finanziatore e donatore di buona parte del capitale in ospedali e ricoveri per gli abitanti ingenti della sua cittadina, Bristol.

Legata al dominio inglese sulla popolazione africana è la figura di Cecil Rhodes (1853-1902), colonizzatore britannico e fondatore di quella che sarebbe diventata nel tempo l’apartheid in Sudafrica, avendo alla base i pregiudizi razziali verso la popolazione locale, ma nei suoi progetti c’era anche la dominazione dei bianchi afrikaner olandesi, ostili a Londra. Quando morì, lasciò il suo patrimonio all’Università di Oxford per delle borse di studio, destinate ai giovani provenienti dalle colonie del Commonwelth, talentuosi ma non abbienti.
La sua statua davanti all’Università di Città del Capo è stata imbrigliata con funi e portata via dal braccio di una gru, azione che non fece neppure il presidente insignito del Premio Nobel per la pace, Nelson Mandela, che ha subìto per ben ventisette anni la reclusione in carcere per la sua lotta al segregazionismo razziale.

Sempre in Sudafrica fuori dal parlamento di Pretoria a essere stata imbrattata è la statua equestre di Louis Botha (1862-1919), ex primo ministro dal 1910 al 1919, capo dei boeri contro il colonialismo inglese, così come quella del presidente della Repubblica del Transvaal Paul Kruger (1825-1904), ma questo sta causando reazioni di attivisti bianchi, che pensano a un razzismo al contrario, oltre all’affronto del patrimonio culturale del paese.

Queste manifestazioni non hanno lasciato in pace nemmeno l’effige del più piccolo grande uomo pacifista mondiale, Mahatma Gandhi (1869-1948), che due anni fa è stato tolto dall’ingresso dell’Università del Ghana ad Accra su petizione degli stessi docenti, perché bollato di razzismo quando si stabilì in Africa per sostenere gli ideali della supremazia indiana sugli abitanti locali, però Gandhi a quel tempo era un ragazzo di ventiquattro anni, imbevuto degli ideali del tempo come i pregiudizi verso gli africani. Gandhi è stato il leader della protesta pacifica e non discriminatoria, tanto da diventare la guida spirituale di Martin Luther King e Nelson Mandela e portare con la sua grandezza d’animo all’indipendenza dell’India dal colonialismo inglese.

Per ultimo, ma non meno importante, c’è Winston Churchill (1874-1965) accusato di razzismo, tant’è che sul piedistallo della statua londinese è apparsa la scritta “was a racist” con tanto di striscia nera da bomboletta spray sul cognome del Primo Ministro, come a voler cancellarlo. Ostracizzato dalla popolazione perché rappresentante delle forze brutali del dominio coloniale e per i suoi pregiudizi sulle popolazioni afro-asiatiche. Considerare Sir Winston come razzista è un’offesa alla sua persona di notevole spessore, perché combatté in modo intransigente il potere di Hitler e tutti i regimi totalitari di destra, rifiutando ogni compromesso e accettando l’alleanza con Stalin. Egli assieme al presidente americano Roosevelt, segnò il tracciato su cui sarebbe nata l’Organizzazione delle Nazioni Unite (O.N.U.) e la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e per concludere si oppose al totalitarismo comunista russo per giungere alla pace europea.

L’Italia non è rimasta indietro nel subìre atti indecorosi verso le proprie statue; com’è capitato a Milano. A essere messa sotto attacco, è la statua di Indro Montanelli nei giardini pubblici di Milano dove nel 1977 fu gambizzato da parte delle Brigate Rosse, prima verbalmente da parte dei Sentinelli, che ne richiedevano la rimozione dal parco, poi imbrattata con vernice rossa. Questo gesto è stato rivendicato da parte di due gruppi di studenti “RETE STUDENTI MILANO” e “LU.ME” ed i filmati mostrano ragazzi incappucciati di nero che lanciano la vernice sulla statua e scrivono “RAZZISTA STUPRATORE”. Perché questo odio verso lo scrittore più importante del giornalismo italiano? Bisogna ritornare al 1935 in Etiopia quando Indro vi giunse come tanti ragazzi, idolatrati dal Fascio, come volontario per la presa dell’Etiopia, voluta dal Regime fascista. I nuovi conquistatori dovevano prendere in moglie le ragazzine di quattordici anni, com’è uso e costume delle popolazioni locali. A Indro fu data Destà, dopo che fu stabilito con il padre il prezzo sia della ragazzina che della capanna di paglia e fango. Anche dopo la Guerra Indro andò a ritrovare la sua “prima moglie”, che si era sposata con il “bulukbasci” di Montanelli, dopo la sua benedizione alla fine della guerra. La nuova coppia aveva tre figli, il primo di nome Indro, nato dopo venti mesi dal rimpatrio dello scrittore. La penna di Fucecchio non ha mai rinnegato la sua storia, dapprima nel 1969 nel programma “L’ora della verità”, durante il quale ha un confronto con la femminista Elvira Banotti e poi in un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 12 Febbraio 2000, in risposta di una domanda, posta dalla diciottenne Rossella Locatelli.

A mio avviso ogni persona deve essere giudicata nei tempi in cui ha vissuto e secondo le usanze del tempo, è logico che con i cambiamenti socio-culturali ai nostri occhi tutto ciò che avvenne nel passato è da cancellare, ma la storia è storia, e non si può cancellare. Cicerone scriveva nel “De Oratore” che “Historia magistra vitae”, la storia è maestra di vita; a mio avviso da essa bisogna prendere ciò che di positivo è stato fatto per avere un futuro migliore o cambiare ciò che di negativo è stato fatto, ma ben poco è cambiato, se stiamo ancora lottando per abbattere le discriminazioni razziali.

Io non penso che abbattendo statue si cancelli il male dal mondo, perché il virus del razzismo rimane.

Nel Belpaese tanti sono gli emblemi che rappresentano poteri del tempo che fu e ideologie di allora, come il monolite con la scritta “MUSSOLINI DUX” al Foro italico a Roma, oppure la statua di Pietro Tacca, che esalta la figura di Ferdinando I de’ Medici con alla base quattro corsari barbareschi, detti mori, imprigionati, dopo che il Granduca vestito in uniforme dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, fondato da Cosimo I de’Medici per combattere gli ottomani e le guerre corsare nel Mar Mediterraneo, sconfisse i Mori.

In Italia nel 2004 venne adottato il Codice dei Beni Culturali “Codice Urbani”, a tutela dei beni culturali e paesaggistici, dove nell’articolo 10 e nelle seguenti lettere si dichiara che “i beni culturali mobili e immobili, che presentano interesse storico-artistico” e “le cose immobili e mobili, a chiunque appartenenti, che rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte e della cultura in genere, ovvero quali testimonianze dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose” sono tutelati e valorizzati dalla Repubblica, in quanto parte del patrimonio culturale (Art.1), come dichiara a sua volta l’Articolo 9 della Costituzione, conservati, resi fruibili e valorizzati dallo Stato, dalle Regioni, dalle Città Metropolitane, dalle Province e dai comuni (Art.3) e per tanto non possono essere abbattuti.
Nell’articolo 20 sempre del Codice si tratta dei gesti che sono assolutamente vietati: “I beni culturali non possono essere distrutti, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione”.

Cambiamo il mondo nelle sedi istituzionali statali e mondiali, la piazza sia solo luogo per far sentire le richieste e non luoghi di scontro, non si sconfigge l’odio e le ideologie negative con la violenza, ma solo con le leggi.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. In copertina: La statua di Cristoforo Colombo abbattuta a Minneapolis. (Stephen Maturen/Getty Images)




Dopo il Virus – terza parte

vai alla prima parte
vai alla seconda parte

Uscendo dalla base, non incontrai nessuno, per alcuni chilometri solo mezzi di trasporto abbandonati, case deserte, branchi di cani che pattugliavano il territorio.
Il dubbio che avevo – cioè che sulla Terra il virus avesse completamente eliminato il genere umano – diventava sempre più realtà mano a mano che i chilometri scorrevano sotto al mio mezzo di trasporto: il computer di bordo al momento della partenza indicava una autonomia di 2200 km. 
Per raggiungere la mia meta sarebbe stata sufficiente, ma come avrei fatto per tornare indietro nel caso non avessi trovato una fonte di ricarica? Rimpiansi di non aver provato a usare un elicottero di quelli – apparentemente integri – rimasti alla base: ormai ero in viaggio, non avevo alternative che tornare indietro o proseguire per scoprire cosa fosse successo.

Avevo
deciso, bisognava viaggiare.

Lungo l’autostrada automatica non c’era traffico, mi si consolidò la certezza che l’unico mezzo di trasporto in movimento fosse il mio, e che il feedback del mezzo con l’autostrada fosse garantito dall’energia solare, che alimentava gli impianti in maniera indipendente dall’intervento umano.
Calava la sera, un tramonto incendiario invadeva la pianura con i suoi bagliori infuocati, i pannelli luminosi a bordo strada si erano accesi regolarmente, interrogai il computer di bordo sulla possibilità di passare la notte in un motel piuttosto che sul divanetto del van elettrico che mi stava trasportando, ebbi conferma che a un’ora di distanza avrei deviato su una pista laterale e sarei arrivato al motel.

Chiesi di effettuare la prenotazione di una camera e di una cena, cosa che mi venne confermata. Immaginai che il sistema aveva continuato a funzionare anche in assenza di umani che lo controllassero, ma la solitudine non mi faceva paura, viaggiare nello spazio mi aveva abituato a periodi lunghissimi di distacco dalla realtà.
Il mezzo di trasporto automatico si fermò davanti alla porta del box numero 14, e si andò a posizionare sulla piattaforma di ricarica: allora il sistema elettrico funziona – mi dissi – e immaginai che in qualche centrale alcuni uomini sopravvissuti al virus mantenessero in funzione la produzione e la distribuzione dell’energia.

Uomini
o androidi? Mi risposi che in quel momento non importava, ciò che contava era
di non perdermi durante questo viaggio in uno spazio vicino, talmente piccolo e
vicino da sembrarmi irreale, quasi pericoloso.

La camera da letto era perfettamente pulita, feci una doccia ionica, lasciai gli abiti a decontaminarsi, indossai il kimono di carta che era a disposizione degli ospiti.
All’orario previsto un robot semiandroide venne a portarmi la cena che avevo ordinato durante il viaggio, era un modello dotato di volto e braccia, ma si muoveva su cingoli.
Provai a interrogarlo sulla situazione locale, ma mi rispose che non era in grado di fornire notizie per assenza di connessioni ad ampio raggio, si limitò ad augurarmi buona cena e buona notte, confermandomi la colazione “senza frutta fresca purtroppo” per l’indomani mattina all’ora prevista.
Disattivai l’oscuramento delle finestre e del tetto della camera, intorno al motel solo le luci delle piste automatiche, il cielo era scuro, probabilmente avrebbe piovuto.
Disteso sul letto antigravitazionale, guardavo attraverso il soffitto trasparente, il cielo era di un grigio compatto, poco dopo iniziò a piovere: le gocce si frammentavano senza far rumore, creando frattali di particelle d’acqua.

Lo spettacolo ebbe effetto ipnotico, senza accorgermene scivolai in un sonno vischioso, popolato da sogni dei quali persi memoria, fino al momento in cui le luci del mattino che si avvicinava cominciarono a sciogliere il torpore: ebbi ad un certo punto l’impressione che dei bambini mi osservassero dal soffitto trasparente, era un sogno vivido – di quelli del dormiveglia – o li avevo visti veramente?

Mi
alzai di scatto dal letto, aprii la porta della camera, ma fuori non c’era
nulla, a parte quella pioggia sottile, quasi impalpabile.

Tutto intorno, il giardino ad irrigazione automatica, i box con i numeri luminosi, il parcheggio vuoto tranne il mio mezzo di trasporto, la pianura e l’autostrada deserte.
Mi convinsi che era stato un sogno, rientrai nella camera, volsi nuovamente lo sguardo al soffitto trasparente, ebbi l’impressione che piccole orme si scomponessero sotto la pioggia “sarà la pioggia che con la polvere ha formato queste figure” mi dissi ad alta voce.
Recuperai il mio bagaglio, il mezzo di trasporto era davanti alla porta, mi accomodai, riprese il viaggio, mentre guardavo nello specchietto il motel che si allontanava alle mie spalle vidi una coppia di coyote su una altura. Immobili.

“l’autostrada automatica presenta poco traffico, arrivo previsto all’ultima stazione in sei ore. Non sono disponibili informazioni sul percorso successivo”.

Avevo interrogato l’assistente alla guida sul percorso, suggerendogli di procedere alla massima velocità possibile, e in effetti “poco traffico” aveva significato che l’unico mezzo in viaggio era quello che mi trasportava, e che stavamo procedendo a oltre 300 km/h, a questa andatura il panorama diventava una banda di strisce colorate, dove a prevalere era il grigio.
Accesi il monitor di bordo, provai a cercare un canale di notizie ma non ce n’erano disponibili, solo programmi registrati con film, avvenimenti sportivi del passato, arte, natura, ecologia: poi un programma che raccontava gli ultimi mesi della pandemia.

Un emaciato cronista spiegava alla camera che lo riprendeva di come la scommessa di chi era rimasto sul pianeta – sperando in una attenuazione dell’epidemia – era probabilmente perduta, e che ormai pochi abitanti popolavano il territorio nel quale lui riusciva ancora a muoversi, e tutti erano stati contagiati.
“So che morirò anch’io, prima o poi, lascio il mio reportage su questo canale di notizie affinché chi dovesse tornare un giorno sulla Terra possa avere informazioni. Dopo che i volontari sono stati portati su pianeti compatibili con la vita, qui il virus ha preso il sopravvento. Presto la Terra sarà popolata solo da animali e foreste, la Natura ha deciso di prendersi la rivincita sull’Homo Sapiens, l’Antropocene ne è stata la scena finale: avere accettato che gli umani potessero continuare a detenere animali domestici è stata la loro fine, il virus li ha usati come ponte per raggiungere anche coloro i quali si erano isolati, non è stato più sufficiente chiudersi in casa e azzerare gli incontri, sfortunatamente”.

Poi nient’altro, solo documentari naturalistici piuttosto datati.
Quindi, non era rimasto – secondo le supposizioni del cronista – nessuno in vita sul pianeta, il mio viaggio era probabilmente inutile.
Dovevo verificare, avevo avuto mandato di effettuare l’ultima ricerca possibile, quella del laboratorio clinico dove mio padre stava sviluppando la terapia antivirale, e mi sarei spinto fino alla ricerca della verità. O di una plausibile verità.

Durante il trasferimento automatico, continuai a pensare a come muovermi una volta arrivato all’ultima uscita dell’autostrada, e come tornare indietro in caso di insuccesso, arrivando alla conclusione che avrei preso una decisione nel momento in cui il mezzo di trasporto mi avrebbe depositato sulla banchina e con soffuso rumore pneumatico mi avrebbe salutato chiudendo il portellone scorrevole.
Nel frattempo, dialogavo con la rete neurale della nave spaziale che stava effettuando in automatico le operazioni di ricarica e rigenerazione, era l’unica certezza che avevo, quella di potere ripartire e abbandonare la Terra per sempre, in caso di insuccesso.

Riconobbi lo skyline della città ultima destinazione, ci avevo vissuto un certo numero di anni quando avevamo aiutato nostro padre a sviluppare il laboratorio, poi le cose erano andate come erano andate.

Mi
ritrovai solo sulla banchina della piazzola di carico e scarico dell’ultima
fermata, il mezzo automatico si allontanò per posizionarsi su una piattaforma
di ricarica: sembrava funzionare, pensai che avevo sempre la possibilità di
essere ricondotto indietro, misi la sacca a tracolla, mi allontanai a piedi,
diretto verso il viale principale, dove una volta c’era una specie di garage
museo nel quale un appassionato esponeva e noleggiava automobili, motociclette
e altri mezzi con propulsione a scoppio, che erano stati completamente
soppiantati dall’avvento delle microcelle fotovoltaiche ad alta efficienza.

Le strade della cittadina erano deserte, finestre e balconi dei palazzi chiusi, nessuna traccia di vita recente, a parte la rete nevrotica delle rondini che sfrecciavano sopra i viali e tra gli edifici, lanciando le loro grida isteriche.
Ad un incrocio, una coppia di daini mi fissarono, poi si allontanarono al piccolo trotto, non li avevo turbati più di tanto, mi dissi che dovevo comunque stare attento poiché avrei potuto anche incontrare dei predatori, e nonostante l’abbigliamento in tecnopolimeri, potevo risultare ugualmente appetibile.

Arrivai al Joe’s Garage: la reception era devastata, ma il garage era apparentemente intatto. Decine di auto e moto mi scrutavano con i loro fanali spenti, come a chiedermi di essere rimesse in vita e ricominciare a emettere i loro gas tossici, motivo per il quale erano state bandite dall’uso comune.

Le moto erano ancora collegate ai rispettivi mantenitori di carica della batteria, le chiavi nel cruscotto, i serbatoi pieni.
Era una ottima notizia, recuperai da una jeep male in arnese una tanica di metallo e travasai benzina per fare una piccola scorta, fissando poi la tanica al portapacchi di una grossa moto da enduro che si era avviata a primo colpo, dopo chissà quanti anni di torpore.
Il carburante mi sarebbe bastato per andare e tornare, e ancora ne sarebbe avanzato, secondo un conteggio di consumo ipotetico. Ero ancora in grado di governare una motocicletta, è una di quelle cose che non si dimenticano mai, pensai, spinsi la moto fino al marciapiede, ci montai in sella, innestai la marcia e partii.
Guardavo spesso negli specchietti retrovisori, avendo la sensazione di essere seguito, anche se era abbastanza lampante che in quella landa non ci fossero esseri umani in vita, solo coyote e cani randagi che mi scrutavano da bordo strada, apparentemente senza allarmarsi troppo.

La strada era sgombra, lungo i bordi le erbacce erano cresciute invadendo anche parte del piano asfaltato, ero preoccupato di finire in qualche buca, essere disarcionato, ferirmi o rompermi qualche osso, cosa che avrebbe significato la conclusione della mia ricerca, perciò cercai di adottare uno stile di guida prudente nonostante l’urgenza immotivata che sentivo nel raggiungere la fattoria dalla quale si scendeva nelle grotte dove era stato edificato il laboratorio di genetica, tanti anni prima.

La
luce dorata del pomeriggio spandeva ombre lunghe sul terreno, che ora era
diventato una pista sterrata, l’asfalto che l’aveva ricoperta si era usurato e
nessuno lo avrebbe mai più potuto ricollocare, tuttavia alcuni cartelli
stradali indicavano la direzione del villaggio, seguiti da altri che
decantavano gli studi che erano stati intrapresi nelle minere di sale: mi stavo
avvicinando, sarei sicuramente arrivato alla fattoria prima che facesse buio.

Dopo avrei dovuto decidere se cercare il modo di passare la notte in superfice o provare a scendere immediatamente: anche in questo caso mi dissi che avrei preso una decisione sul momento, anche in funzione della valutazione della sicurezza di quel luogo.
La pista seguiva il fianco di una collina, con una moderata salita, arrivato in cima avrei potuto vedere la vallata, gli edifici della miniera, la fattoria di mio padre, la torre dell’ascensore.
Feci l’ultima curva con troppo entusiasmo, la moto derapò, poi per fortuna riprese la direzione e svoltai sulla sinistra, attraversando il cancello di quella che tanti anni prima era stata una miniera di sale; dopo pochi metri parcheggiai davanti al muretto della fattoria, la porta di ingresso era chiusa ma girando il chiavistello si aprì.

Dentro, tutto era in quell’ordine apparente che si lascia quando si deve abbandonare un luogo con urgenza, esplorai le stanze: a parte la polvere e l’odore di chiuso non sembrava che ci fossero stati altri visitatori, di recente.
Sul tavolo della cucina, alcuni volumi di narrativa impilati uno sull’altro, come se qualcuno li avesse scelti e poi avesse deciso di non portarli via con sé.
Di mio padre, nessuna traccia, né un appunto né un capo d’abbigliamento, doveva aver portato via proprio tutto, o qualcun altro si era occupato di cancellare tutti i segni della sua presenza.

Uscii
dalla porta di servizio, a qualche metro di distanza una automobile con gli
sportelli aperti, mi avvicinai finchè non vidi che sui sedili c’erano degli
scheletri mummificati, di diverse dimensioni: probabilmente una delle famiglie
dei collaboratori di mio padre, che non avevano fatto in tempo a intraprendere
un ultimo viaggio. Erano rimasti seduti con le cinture di sicurezza allacciate:
qualunque cosa avesse provocato la propria morte, doveva essere stato fulmineo.

Un
brivido scese lungo la mia schiena, non mi sentivo del tutto sicuro in quel
luogo, tornai dentro, attraversai la casa e uscito dal lato principale mi
preoccupai di mettere al riparo la motocicletta, era il mio unico biglietto di
ritorno. La spinsi dentro ad un capanno degli attrezzi, accostai le porte e mi
avviai verso la torre dell’ascensore.

Il sole era ormai scivolato dietro le colline, le rondini continuavano a sfrecciare isteriche nel cielo, incrociandosi senza mai scontrarsi – un software mirabile governava i loro voli – si accesero sul campo le luci notturne, alimentate dalla centrale solare installata sul tetto degli uffici della miniera.

La
cabina dalla quale si accedeva al vano dell’ascensore aveva una porta con
accesso controllato da lettore di iride, mi posizionai davanti allo scanner
oculare, mentre un microago prelevava un campione di pelle dalla mano.

Accesso consentito.

Dunque, qualcuno aveva inserito i miei dati genetici nel sistema di sicurezza che proteggeva l’accesso ai laboratori sotterranei, immagino che chi aveva effettuato la programmazione aveva supposto che prima o poi una parte di se si sarebbe ripresentata.
Premetti il pulsante di chiamata dell’ascensore, il pannello luminoso sulla porta si accese, un ronzio acuto segnalò il fatto che il meccanismo si stava allineando al piano per permettermi di accedere. Avrei iniziato un altro viaggio, senza la certezza di tornare indietro e senza sapere cosa avrei trovato laggiù.

La
porta scorrevole si aprì, un bambino vestito da marinaretto mi guardò fisso
negli occhi, mi sentii completamente spiazzato.

“Non sono quel che vedi, non vedi quel che sono”. La voce era quella di mio padre, ma aveva parlato il marinaretto, che mettendosi il dito indice sul naso a intimarmi silenzio mi disse ancora “conosci le tre leggi della Robotica”, e la sua voce non aveva accento, non era una domanda, era l’accettazione dello stato di fatto.

La porta scorrevole si chiuse alle mie spalle con rumore pneumatico, il bambino – se era veramente un bambino – premette il pulsante di discesa.

Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Ripetei
mentalmente le tre leggi della robotica, e poi cercai di interpretare la frase
del mio accompagnatore, non riuscendo a trovare una logica in ciò che diceva.

Epilogo.

Ho predisposto la sospensione vitale per il viaggio di ritorno, deve lasciare attiva quella parte di coscienza che mi permetta di raccontare quanto ho visto e sentito nella Miniera. Il Comitato che ha deciso il mio viaggio dovrà essere informato dettagliatamente dallo sbobinamento della mia psiche, le parole potrebbero non essere sufficienti.
Arrivato al livello operativo della miniera, altri bambini mi circondarono e mi portarono verso il lago sotterraneo, illuminato da una luce opalescente: senza che potessi opporre resistenza venni spinto dentro, mentre dicevano in coro “purificati”.

Affondai
nel perossido d’idrogeno, poi venni tirato fuori e portato in una sala di
rivestizione.

I bambini erano androidi modificati: mi raccontarono che altri androidi avevano deciso di applicare le Leggi della Robotica per tentare di salvare l’Umanità dalla scomparsa, e che per sicurezza avevano estratto materiale genetico dal corpo di mio padre, prima che morisse per cause naturali, per creare reti neurali umanizzate, ed erano anche riusciti a creare linee di produzione fetale.
In pratica, sarebbero stati reimmessi nell’ambiente dei semiandroidi in grado di ricolonizzare la Terra, e la popolazione sarebbe stata incrementata dalle linee di produzione. Praticamente ognuno di quei bambini era mio padre “non sono quel che vedi, non vedi quel che sono”.

I
motori magnetici dell’astronave ronzarono brevemente, si sincronizzò la
frequenza di trasporto sulla traslazione spaziotemporale, l’equipaggio prese
posto nelle capsule di sospensione vitale, presi un ultimo respiro, poi anch’io
mi affidai al neurocalcolatore, mi sarei risvegliato nella costellazione di
Pegaso, agganciato alla torre di ancoraggio della città di Terra Futura, sul
pianeta HR2550, dichiarato biocompatibile dopo le prime missioni traslazionali.

Lasciavo la Terra, non aveva più bisogno di me.
Sognai bambini elettrici con occhi azzurri bionici.

Nda: Le tre leggi della robotica sono prese in prestito dalla fantasia di Isaac Asimov, mentre per gli androidi basta saccheggiare la letteratura di fantascienza e i film del genere.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina ©Antonio Musotto




Jesse Owens e i 45 minuti che cambiarono la storia dell’atletica

Tra il 20 e il 21 maggio 1927 un figlio di immigrati svedesi, di nome Charles Lindeberg,  trasvola per la prima volta l’Oceano Atlantico partendo dai pressi di New York  e arriva in quelli di Parigi a bordo di un monoplano leggero chiamato Spirit of St. Louis.  In realtà già due aviatori inglesi erano riusciti nell’impresa, coprendo la distanza, più breve, tra Irlanda e Canada, ma l’America è in piena recessione, ha bisogno di miti, e il fatto di aver compiuto l’impresa in solitaria fa di Charles “the man of the year”.

In questo stesso anno si assisterà alla fine della produzione del modello T, o più semplicemente Lizzie, la prima auto creata in serie e con il nuovo sistema della catena di montaggio ideato da Henry Ford, il padre dell’auto Americana, che, dopo aver lavorato nella società elettrica del padre della lampadina Edison, si darà allo sviluppo del motore a combustione interna creato da Karl Benz in Germania. Per gli americani sarà l’Uomo del Secolo, accumulando una ricchezza che lo renderà uno dei nove uomini più ricchi di sempre.

Cosa unisce questi due uomini? Entrambi nati nell’area di Detroit,  rappresentano in pieno quella faccia oscura dell’America mai chiara,  tra libertà e schiavismo, tra dittatura e democrazia, tra diritti civili e segregazione razziale, tra padri fondatori, discendenti di lavoratori dal nord Europa in cerca di fortuna o figli di tratte senza dignità. Charles ed Henry fanno parte di quell’America che, finita la Grande Guerra, deciderà di sovvenzionare lo stato che la causò e contro il quale mandò i suoi soldati a combattere in Europa: la Germania. Quando la crisi del ’29 fa precipitare il dollaro, anche per la Germania si prospetta il baratro ma gli Americani riescono a darle l’ultima boccata di ossigeno nel 1931, quando gli viene assegnata l’organizzazione dei giochi olimpici del 1936. Nel 1933 in Germania si assiste alla scalata al potere di Adolf Hitler. Nuovo punto in comune: sia Charles sia Henry sono due aperti sostenitori del cancelliere tedesco; Charles non nasconde la sua ammirazione e la difesa delle posizioni nazionalsocialiste, Henry finanzia in prima persona il partito di Hitler, arrivando, a detta di molti, a donare tutti i proventi della filiale Ford in Germania al governo tedesco, nonché ispirando la fondazione da parte di Hitler della Volkswagen, l’auto del popolo, nel 1937.  Sia Charles sia Henry vedranno premiare la loro dedizione con due medaglie consegnate dal Fuhrer in persona: Croce dell’Aquila Tedesca il primo, Gran Croce del Supremo Ordine dell’Aquila Tedesca il secondo.  A questo punto sarebbe lecito indignarsi ed è proprio quando il dito punta contro lo Zio Sam, che la realtà si intorbidisce e lascia spazio al sogno e come un filo mosso da un ago inizia ad intrecciare  e a cucire pezzi impensabili da poter mettere insieme. 

Nella società dove per eccellenza aleggia il dubbio, in  questa storia nemmeno il nome è una certezza.

James Cleveland Owens nasce nel 1913, sarebbe il tredicesimo dei suoi fratelli, ma tre sono morti per parto, quindi risulterà il numero 10. Se si parlasse del calcio, la storia sarebbe già fatta, il numero del predestinato. James nasce e cresce nel pieno mondo del latifondo, i suoi genitori sono dei mezzadri, coltivano una terra per conto di un latifondista. La sua salute è più precaria che mai, a soli 5 anni contrae per ben due volte la polmonite. Queste sue disavventure portano la madre a comprendere che questo figlio sarà il più speciale, come spesso era solita  dire. Un giorno il piccolo James chiama la madre facendole notare un’escrescenza sul petto vicino al cuore. La madre comprendendone la natura tumorale, manda il padre a pregare nei campi mentre lei con un coltello da cucina opera di persona il figlio estirpandogli il male. Il figlio si dimostra in effetti subito speciale, pochi giorni dopo è già in piedi. I soldi non bastano mai, e in tutta l’America si sparge una voce, un grande imprenditore del nord cerca operai da inserire in una catena di montaggio umana, e che pagherà 5 dollari al di là del colore della pelle: è Henry Ford che a Detroit ha appena creato la prima auto di serie, Lizzie.  A 9 anni James Cleveland si trasferisce con tutta la famiglia a Cleveland! Qui inizia a frequentare le scuole elementari, portando con sé l’insegnamento principale che il padre gli aveva dato fin da bambino: quando incontri un bianco, stai sempre con la testa bassa e non guardarlo mai negli occhi. James è ossequioso nel rispettare questo comandamento, anche troppo, decidendo di non rispondere nemmeno alla maestra quando gli chiede il suo nome. Costretto dall’insegnante a pronunciare il suo nome, James con un filo di voce e con un accento da sudista proferisce le sue iniziali: J.C.  che alla maestra fanno intendere Jesse. Lui non risponde e da quel giorno, per tutti, diviene Jesse Owens. A 13 anni fa l’incontro della sua vita: coach Riley.

In America, l’educazione fisica è molto importante sin da bambini e quando si arriva alla prima stretta di mano, con Riley, non c’è bisogno di presentazioni, il coach fa capire che lo segue da tempo e sa perfettamente quale sia il suo nome, Jesse per la prima volta alza gli occhi davanti ad un bianco e sorride.  Riley lo mette alla prova su un vialone alla periferia di Cleveland insieme ad altri ragazzetti più grandi di lui. “100 yard, ragazzi, 100 yard, tutto qui”.

Pronti, ai posti… GO!

Sulla partenza c’è poco da insegnare, la testa bassa e china l’aveva appresa dal padre in Alabama, doveroso nello stato con il più alto numero di linciaggi sui neri e nessun processo.  Alzarla lentamente, davanti a Riley, lo aveva fatto per la prima volta e la cosa lasciava ben sperare, per il resto, le cinque fasi della corsa, come le marce di un’automobile, Lizzie.  Il cucciolo parte, crea il vuoto dietro di sé, taglia il traguardo, non si ferma, torna indietro dal Coach e chiede come sia andato.

Undici secondi netti. Il record del mondo all’epoca è di nove secondi e quattro centesimi.

Riley capisce che davanti a sé ha qualcosa di unico in natura. Un giorno va a prendere Jesse con il suo modello T, il suo, perché è senza marmitta. Un rombo assordante impedisce anche di parlare, come a dire, lascia stare la storia delle marce, l’auto è qualcosa di costruito non fa per te. Arrivano all’ippodromo dove in ossequioso silenzio il coach lo fa assistere a tutte le gare dei cavalli. In natura l’animale più di tutti predisposto alla corsa e forse l’animale che più di tutti ha cambiato la vita degli uomini.

Tre i punti su cui riflettere: il cavallo corre velocissimo; il cavallo pur sforzandosi alla morte non lo dà mai a vedere; il cavallo non si guarda mai intorno, corre solo verso il traguardo.

Jesse non dimenticherà mai questi tre insegnamenti.

Ma un atleta ha bisogno anche di figure di riferimento simili a lui, e coach Riley decide di regalare al suo protetto un incontro fondamentale: Charley Paddock, l’eroe delle Olimpiadi di Anversa del 1920, colui che, nel 1924, intreccerà la sua vita con quelle di Abrahams e Liddell, gli eroi di Momenti di Gloria, ma questa è un’altra storia.

Jesse passa all’Istituto Tecnico di Cleveland. Quando la notizia dell’iscrizione arriva al tecnico di atletica dell’Istituto, la chiamata a Riley non tarda ad arrivare. Owens è una promessa troppo importante e a Riley viene chiesto di continuare il suo lavoro con il ragazzo.

Le conferme non tardano ad arrivare e Jesse a soli 19 anni eguaglia il record del mondo di 10 secondi e 3 centesimi.

La notizia fa il giro del paese e tutte le università sono pronte ad accogliere la freccia nera. Proprio tutte no, ovviamente non quelle del sud, quel sud da dove la sua famiglia è scappata, dove la segregazione si protrarrà fino agli anni ‘60/’70 , o ‘71 come in Virginia quando un Coach di colore verrà chiamato ad allenare per la prima volta una squadra di football mista: i Titans, o per molti Il sapore della vittoria – Uniti si vince, meraviglioso film del 2000; come in Texas quando coach Haskins vincerà il torneo NCAA del 1966 con un quintetto di soli neri, per molti Glory Road, meraviglioso film del 2006. Ma queste sono altre storie.

Jesse sceglie con il cuore l’Università dell’Ohio  perché l’allenatore dell’università Snyder è un caro amico di Riley ma soprattutto perché Jesse aspetta una figlia da colei che diverrà poi sua moglie: Minnie Ruth Solomon.

Coach Snyder è un allenatore di quelli che sono anni luce avanti, che ti fanno guardare l’America da un altro punto di vista, facendoti dimenticare tutte le cose inspiegabili di questo paese. Coach Snyder è un degno erede di quella generazione di professori di ginnastica che alla fine del secolo scorso hanno visto James Naismith nel 1891 e William Morgan nel 1895 coniare rispettivamente il Basketball e il Volleyball.

Coach Snyder intuisce che ad un talento nato con la testa bassa che ha imparato ad alzarla così velocemente, bisogna solo aiutarlo a gestire e controllare il tempo. Snyder è il primo a capire che il ritmo è alla base di ogni movimento e che è possibile riconoscerlo, gestirlo ed allenarlo. Si presenta a ogni allenamento con un grammofono e dice a Jesse di trovare una musica che gli piaccia, che lo esalti e che gli permetta di cantarsela in testa aiutandolo così a gestire il ritmo nella corsa.

Swing, swing, swing è quello che rimbomba nell’America del 1935, accompagnato dal ballo Lindy Hop, nome dato durante una maratona di ballo da Shorty George Snowden, che dedicò un passo caratterizzato da un grande balzo proprio a colui che in quel momento stava balzando dall’America all’Europa: Charles Lindbergh.

Ci siamo, la colonna sonora è pronta, il protagonista anche, manca il luogo dell’appuntamento per quel 25 maggio del 1935, che nel mondo dell’atletica si continua ancora oggi a chiamare il D-Day. 

Big Ten Meet di Ann Arbor nel Michigan. Giochi studenteschi e in pista gli atleti delle due università che da sempre nel campo del football hanno contrassegnato la più grande rivalità sportiva di tutti I tempi.

Se oggi vi chiedessi di pensare ai 45 minuti più importanti dello sport, credo che tutti andrebbero a cercare nelle imprese del calcio, a qualche rimonta clamorosa o a qualche goleada o al risultato più storico della propria squadra. Ma che nel calcio in 45 minuti si possa vincere un mondiale, una finale ci sta, nell’Atletica mai più nessuno oserà tanto. Il D-Day inizia alle ore 15:15, testa bassa per il ragazzo che viene dai campi dell’Alabama, ready? Go! La testa si alza allo sparo, 1-2-3-4-5 neanche Lizzie, taglio del traguardo… i cronometri dicono uno 9,3 e l’altro 9,4. Gli danno 9,4 record del mondo uguagliato. Chiunque si sarebbe alterato, ma lui no, non è questo che gli ha insegnato il padre. Torna in pedana per il salto in lungo, ma non può perdere tempo perché alle 15:35 ci sono i 200 yard. Un solo salto… swing swing e qui deve aver pensato al Lindy Hop, che in realtà si sarebbe trasformato nel Jesse Hop perché nessuno fino al 1960 avrebbe fatto meglio: 8 metri e 13, “antropologicamente impensabile per l’epoca”. Di corsa tanto per cambiare; 15:35 start per i 200 yard, ready? Go! 20,3 e terzo primato del mondo. Ore 16:00 tempo di mettere 10 ostacoli sulla pista e si parte per i 200 yard ostacoli. 22,6 e quarto record del mondo.

Il mito narra che Jesse fosse anche infortunato alla schiena e che prima della prima gara fosse stato anche vestito da un suo compagno. Finite le gare, Jesse saluta Snyder e se ne torna a casa dalla sua Ruth con coach Riley e il suo modello T, quello sempre senza marmitta, quello dal rumore assordante. Ma sulla strada di ritorno ancora un insegnamento dal suo Coach, la concentrazione. “Quella ti ha fatto vincere da infortunato, sapevi che non potevi sprecare tempo ed energie. Ricordatelo Jesse, ricordatelo sempre anche quando starai bene”.

Invitato ovunque per la sua fama, tra Hollywood, locali e Night Club, Jesse dimostra di non riuscire a gestire quell’ambiente, ma tra i tanti incontri uno avrebbe dovuto illuminarlo, quello con Jim Thorpe, il più grande atleta americano fino a quel momento, vincitore di due ori nel Pentathlon e nel Decathlon a Stoccolma nel 1912, vincitore di medaglie entrambe tolte, per volere dello stesso comitato olimpico Americano, con la scusa che Jim avesse giocato a Baseball da professionista. Le vere motivazioni di questa privazione, invece, vanno ricercate nelle sue origini amerinde, il suo vero nome Wa-Tho-Huk, “sentiero lucente” e in quelle di un paese che ancora non aveva fatto i conti con il razzismo. Jesse scoprirà ben presto quelle due facce dell’America mai definite, mai “chiare”.

Il 4 luglio del 1935, nel Nebraska sotto 40 gradi, davanti ad uno stato gremito Jesse Owens conosce una doppia sconfitta nei 100 metri e nel salto in lungo. Eulace Peacock stabilì il nuovo record dei 100, in 10”2, tempo che non fu mai omologato per la presenza di troppo vento. Tempo che poi anche Jesse otterrà nella sua carriera. Nelle gare successive Peacock batterà Jesse in ogni meeting fino all’aprile del 1936 dove un infortunio interromperà la sua carriera impedendogli di partire per Berlino 36 lasciando quindi a Jesse la possibilità di passare alla storia come il nero che umiliò il regime. 

Al ritorno da Berlino, acclamato dalla folla, a Jesse e sua moglie non fu dato alloggio in nessun albergo del centro, se non a patto di passare per la porta di servizio. Il presidente Roosevelt in piena campagna elettorale gli negò l’incontro alla Casa Bianca, perché temeva potesse compromettere i voti degli Stati del Sud.

La moglie di Lindbergh  scrisse il libro The Wave of the future considerato la bibbia di ogni nazista americano. Lui si oppose fino alla fine all’intervento americano in Europa considerandola una causa giudaica e non americana. Prima cacciato dall’aviazione americana fu richiamato per collaudare i bombardieri  Ford, quel Henry Ford finanziatore del regime tedesco. Entrambi collaborarono con l’America e parteciparono alla guerra nel Pacifico.  Alla fine risultarono eroi nazionali.

Wa-Tho-Huk finì in miseria, nel 1950 si curò un tumore alla bocca solo grazie alla beneficienza. Lo stesso anno veniva riconosciuto come il più grande atleta del secolo.  Nel 1951 un film sulla sua storia ne celebrò le gesta. Purtroppo per lui molti anni prima aveva ceduto i diritti e quindi non ne ricavò nulla.  Nel 1953 si spense dentro una roulotte in California.

Eulace Peacock dopo aver prestato servizio sulla guardia costiera americana durante la seconda guerra mondiale, aprì un negozio di alcolici e officiò molti meeting di atletica. La sua lapide oggi recita così:

L’umano più veloce del mondo.