S1:E2 “Il Bicighellone. Vie di fuga”

Siamo al secondo racconto della serie  Appunti del Bicighellone.
Lorenzo De Francesco ci conduce, a cavallo del suo destriero cittadino, nei sentieri campestri alle porte del quartiere Barona, tra le vecchie cascine che costituivano il tessuto abitativo di quella parte della città, Milano, dove  l’urbanizzazione spinta è poi penetrata a dilapidare quel contesto umano e sociale divenuto obsoleto, come pretende lo sviluppo socioeconomico di qualsivoglia metropoli.
La mente adulta si perde nei bagliori della costellazione adolescenziale – la prima bicicletta ricevuta in dono dal padre – per poi liberarsi nel presente, per soddisfare il bisogno di qualche momento per sé mediante brevi fughe nella campagna, crinale tra il vecchio e il nuovo, come un navigatore in solitaria alla ricerca della propria unicità.

Rita Manganello


Lei mi aspetta silenziosa, anche per mesi, al buio; sa che prima o poi aprirò la porta, entrerò con lo sguardo basso. Non mi serba rancore, alla fine sa che quando ho bisogno vengo a cercarla.

Il suo occhio un po’ strabico e dalla palpebra ossidata si accende del riflesso della lampadina nel corridoio della cantina.

Aspetta che io le sciolga la catena, la abbracci per sollevarla e la porti alla luce, per darle una ripulita, gonfiarle le gomme e raddrizzare un po’ il manubrio condorino. [1]
Appena lo impugno mi torna alla mente il giorno, era giugno 1966,  quando mio padre me la fece trovare al mattino, con una scusa, davanti alla porta del box: la Legnano serie oro, luccicante e splendida;  le decalcomanie artistiche la impreziosivano, le cromature scintillavano al sole. Era il premio per la mia promozione col massimo dei voti all’esame di terza media, primo prodotto della famosa media unificata  [2], considerata un po’ di serie “B” da quelli che avevano fatto la vera scuola media. [3]
Per uno strano scherzo del destino, che ama riportarci coi piedi per terra,  la gioia di quel dono venne subito offuscata nel pomeriggio dalla morte della nonna materna: la dura legge della compensazione.

Con lei iniziai a esplorare solitario le strade della Barona che cambiava, e per me cambiare i rapporti era una sensazione nuova, unica, sentire lo scatto e il variare della forza da impiegare. Mi accompagnò nelle lunghe solitudini al lago, tra Desenzano e Solferino e sulle statali dell’assolata pianura, per diversi anni.

Con lei ancora oggi, come con un’amante furtiva, attraverso rapido le ultime case per gettarmi nei campi del parco agricolo. Emulo povero di un cavaliere nelle praterie, ricerca di solitudine, silenzio; sento il vento che fischia nelle orecchie e immagino di essere quel cavallo arabo del proverbio. [4]

Parco assediato dai barbari alle porte, centri commerciali e direzionali cresciuti nella mistificazione consumistica, frattali del progresso che trovano una tentata bellezza solo vestendosi abusivamente nelle rare giornate terse, con i raggi del sole morente.
Altrimenti restano tristi monoliti, il cui splendore luccicante da nuovi viene presto attaccato dagli spietati ossidi, uniformandosi al paesaggio.

Villaggi residenziali ricolmi di promesse di verde e di spazi, progressivamente affiancati da altri che erodono il verde,  impacchettati dai nastri di autostrada e tangenziale; le zanzare festeggiano l’arrivo dei nuovi ospiti.

Percorro quella che mi piace pensare come frontiera urbana: avanzano  i segni della colonizzazione, cartelli stradali arroganti, tralicci enormi incombenti, carichi di energia chissà da chi e per chi. 

Segni che inquinano il tracciato medioevale dei canali irrigui delle marcite, tecnica culturale millenaria  importata dai monaci cistercensi e che diede benessere e prosperità, ora in disuso per colture più profittevoli.

Edifici che finiscono improvvisi nel vuoto orizzonte dei campi, presidiato dalle prime cascine – di frontiera, appunto – baluardi che offrono prodotti a chilometro zero e danno al cittadino l’illusione contadina compresa nel prezzo e piacevoli convivi domenicali.

I campi resistono, mi accolgono d’estate col sentore caldo dei mucchi di letame, col profumo del fieno tagliato, con nugoli di insetti che sferzano il viso in corsa; d’inverno con l’umida  nebbia che tutto sfuma, compresa la propria identità,  simile a quella dei solitari sconosciuti che vagano nei campi: figure umane e vegetali fuse in un unico limbo.

Una fuga dall’alienazione necessaria e sedativa del quotidiano, ricerca compulsiva di radici lontane, domande non risposte.

La strada scorre sotto le ruote, gli occhi osservano ipnotizzati e sospesi, la mente rivede rapida scelte di studio, di vita, di lavoro, incontri d’amore e di sofferenza:  annegati diorami in una boccia di vetro opacizzato dal tempo.

Strada apparentemente libera, ma rotaie invisibili guidano il percorso della vita. La mente nuota come in un’immensa piscina, mare ove i ricordi ti vengono incontro, a volte pesci colorati, a volte frammenti di polistirolo che galleggiano sulla linea dei giorni.

La città la senti: di giorno la sua ossessiva vibrazione di fondo, di sera la diffusa luminescenza che uccide le stelle più piccole, lasciandoci Sirio, qualche pianeta di passaggio o l’ineffabile Selene.

Mi allontano, ma l’elastico gravitazionale della città mi  trattiene, invisibile, mi dà l’illusione della fuga ma poi mi riprende quando sono esausto, mi fa ritornare, con nello zaino la borraccia vuota, piena d’aria di libertà.

Sudato, la abbraccio teneramente per riporla  in cantina, spengo la luce, dentro e fuori.

Alla prossima.


[1] il termine “condorino” ( piccolo condor) si riferisce alla forma a uccello del manubrio dritto e stretto. La bici condorino era costruita dalla maggior parte dei produttori italiani dalla metà degli anni ’50 fino alla metà degli anni ’80.

[2] La riforma scolastica della scuola media inferiore, detta scuola secondaria di  I grado (legge nr. 1859, 31.12.1962), grazie alla quale si istituiva in Italia l’obbligo scolastico della durata di otto anni, dando il via alla scolarizzazione di massa.

[3] Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione.

[4] “l’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




Le im-pari opportunità

Avete presente le pari opportunità? La pari dignità? I pari diritti? Beh se sì, siamo tra i pochi, pochissimi direi e di certo in questo fine dicembre non se ne hanno grandi esempi. Certamente non dopo una vignetta sessista, patriarcale e poco illuminata, indicata addirittura come “iniziativa presa a titolo gratuito” (dovesse venir fuori che sono, siamo anche ingrati!): il dubbio atroce che l’hashtag #andratuttobene era profondamente sbagliato ti assale, a dire il vero ne hai certezza! In questo 2020 dovevamo aspettarci di tutto, ma che un’associazione di categoria si macchi di tanto era davvero imprevedibile, o forse no… Ma in fondo io che sono donna, obbligatoriamente senza occhi o naso, e di proprietà (sua moglie, la famiglia) non riesco proprio a vedere un futuro … forse perché vengo sovrastata dalla mole di “quel padre, quel lavoratore che guarda speranzoso al futuro” (solo lui ovviamente), o forse sono angosciata da quella miniatura che è “Suo figlio, il suo futuro” (e non nostro figlio… ), anche lui senza naso ed occhi (no scusate ma a che età si creano gli occhi e il naso di un “suo” figlio?) … Allora ti fai delle domande: figlio maschio perché deve prendere in mano la sua attività? Solo il figlio maschio può? E se questo figlio maschio non volesse (auspicabile!) seguire le orme del padre? E le figlie femmine non hanno possibilità di futuro? Non rappresentano anche loro il futuro? Ma a Casa Merkel, alla nascita di Angela se lo saranno posto il problema? O a casa Von Der Leyen avranno pensato: chissà se Ursula avrà figli? (solo 7 di cui una coppia di gemelli)…di certo non sarà in grado in quanto femmina di gestire il suo futuro! (infatti ha in mano “solo” il futuro di milioni di europei…) La vignetta è stata ritirata (ma solo dopo che sono scoppiate le polemiche!) con un messaggio di pseudo scuse, ecco la toppa peggiore del buco!, ma poveri (sigh!), sono rimasti spiazzati perché l’associazione di Lucca è sempre stata propositiva e rispettosa e per di più ha tra i massimi dirigenti due donne, la Direttrice e la vicepresidente vicario in primis (come se questo fosse garanzia di qualcosa)…ecco ancora una volta noi NON ABBIAMO CAPITO e mettono a disposizione anche un aiuto psicologico a chi lo richiede… Bene di questo 2020 l’unica certezza che ho è che non si è capaci neanche di chiedere scusa e di fare un passo indietro quando è necessario, e questo è uno di quei casi in cui entrambe le cose sono urgenti. Da rappresentante dico che avere ruoli all’interno di un’associazione non è un LAVORO, ma una missione e se non capisci da solo quando hai prevaricato i tuoi obblighi e doveri e mestamente dài le dimissioni chiedendo scusa, semplicemente, senza arrancare ipotesi fantasiose quanto raccapriccianti, chi ha ruoli maggiori o simili dei tuoi te lo deve imporre, e se questo non succede è la base che lo deve chiedere, semplicemente inviando la disdetta. Quante donne imprenditrici sono socie di quella organizzazione? Quante di loro si sentono rappresentate da un’associazione che fa errori (o forse ORRORI) di questo peso? Nella vita quotidiana poi ti accorgi che dietro il perbenismo e la “normalità” di certe persone trovi la più becera realtà, e se chiedi a un fruttivendolo (socio di questa associazione) scusa cosa ne pensi? Risponde con l’aria stralunata di chi non ti capisce: non ci vedo nulla di male, da sempre è stato così… E se gli fai notare che lui ha la moglie al suo fianco al banco, e che non acquisterai più nulla da lui, in modo troglodita risponde, “ovvio che lavora pure lei, e comunque la troglodita sei tu!” ecco no, non andrà niente bene! Se il nuovo anno nasce con questi presupposti avremo un 2021 “illuminante” e con la strada solo in ripida salita… ah no scusate buon 1821 a tutti e buona parte della popolazione italica avrà sonni tranquilli, in fondo le “serve” stanno in casa e per altri 125 anni non avranno neanche il diritto al voto…

 





Rosalind Franklin e il sessismo nella scienza

Da quando ho iniziato a frequentare la scuola, studiando molte discipline, una frase su tutte mi ha sempre colpito, soprattutto quando si affrontavano tematiche riguardanti i grandi “uomini” che fecero la storia: dietro un grande uomo si nasconde sempre una grande donna. In effetti, studiando la storia, la letteratura, la filosofia, l’arte,  le scienze, difficilmente ci si imbatte nell’universo femminile, se non come un mondo di muse ispiratrici, donne che hanno saputo sorreggere o assecondare le stranezze dei grandi compagni condividendone la vita e spesso la morte, consolatrici o alle volte cause delle disfatte altrui. Ogni tanto qualche nobile ha rubato la scena, ma se si tirano delle somme, obiettivamente ci si convince che la storia, le grandi imprese o scoperte siano frutto quasi sempre del “Genio maschile”.

Ricordo Caterina de’ Medici, Isabella di Castilla, la regina Elisabetta, Caterina la Grande. Ad eccezione di Giovanna D’Arco direi donne salvate dalle origini regali, impossibili da non citare.

Spesso ho sentito dire che il problema principale era l’accesso agli studi e, in effetti, se si pensa all’Università di Cambridge, tra le più antiche e acclamate nel mondo, bisogna sapere che alla fine dell’800 si era aperta una discussione sull’opportunità o no di dare accesso agli studi alle donne, ritenute, già da allora, possibili destabilizzatrici degli studiosi uomini. Nel 1869 fu permesso ad alcune ragazze di intraprendere il percorso di studi, in un numero non superiore al dieci per cento degli iscritti; dovevano sedere per forza ai primi banchi in modo da non destare troppe attenzioni e non distrarre i corsisti.  La cosa più imbarazzante è che alle donne venisse data la possibilità di frequentare, di sostenere esami ma non di laurearsi.

Oltre che in Inghilterra anche in altre parti del mondo le donne iniziano a dimostrare le loro qualità, pensiamo a Marie Curie, premio Nobel nel 1903 in fisica e nel 1911 in chimica; pensiamo ad Amelia Earhart che nell’aprile del 1928, insieme ad un equipaggio di soli uomini, trasvola l’Atlantico,  stabilendo, nel 1931, il nuovo record di altitudine mai raggiunta.

Nel 1928 in Inghilterra si arriva finalmente al suffragio universale ma, come abbiamo detto prima, ciò non comporterà una parità dei diritti almeno per molti anni a venire.

In questo scenario, il 25 luglio del 1920 nasce a Londra Rosalind Franklin, in una famiglia ebrea di banchieri collocata nell’alta borghesia dell’epoca. All’età di nove anni, insieme al fratello, viene mandata in un collegio a Bexill sulla costa del Sussex.  Ciò che resta di questo periodo sono le lettere che scrive alla madre dove fa presente le critiche ricevute dalle insegnanti, che la ritengono eccessivamente pedante e puntigliosa, con l’incapacità di passare sopra alle cose, mostrando sempre un’attenzione esasperata verso i dettagli. Cosa che sarà la croce e la delizia della sua vita.

Rientrata a Londra, nel 1932, frequenta la scuola St. Paul nella sezione femminile; ai lavori sul cucito preferisce di gran lunga lo studio della matematica e soprattutto delle scienze. Anche qui problemi con gli insegnanti, ma il suo pessimismo risulta infondato quando le viene riconosciuta una borsa di studio, con la quale potrà frequentare la scuola superiore dove darà seguito ancor più alle sue passioni.

Nel 1938, mentre l’Inghilterra firma il patto di Monaco con la Germania Nazista, lei si iscrive alla facoltà di Fisica nel college di Newnham a Cambridge, proprio mentre la sua città si riempie di esuli ebrei, molti dei quali aiutati dalla fondazione dei suoi genitori.

A Cambridge ha modo di partecipare alla riunione dell’Association of Scientific Workers presieduta da Lawrence Bragg, premio Nobel per l’uso della diffrazione dei raggi X sui cristalli. Politicamente schierata a sinistra si colloca tra i pacifisti e i comunisti. Molto irritata per l’indifferenza di Cambridge alla notte dei cristalli del 1938, dopo il patto di non aggressione tra la Germania e l’URSS del 1939, torna a Cambridge dopo una breve vacanza in Norvegia.

Frequenta il secondo anno e studia con John Desmond Bernat, dal quale impara a dedurre la struttura atomica dei cristalli ed a individuare facilmente gli angoli migliori dai quali inviare i raggi x per ottenere una migliore diffrazione.

Durante la guerra inizia a lavorare e a studiare il carbone e i suoi studi saranno determinanti anche per la futura struttura del carbonio. Nel 1940 inizia il suo terzo anno di college e nel 1941 si laurea.

Finita la guerra decide di trasferirsi a Parigi, dove accetta un lavoro nel Laboratoire central des services chimiques de l’État per specializzarsi nella tecnica della diffrazione dei raggi X.

Al di là dell’incontro con Vittorio Luzzati, esperto cristallografo dei raggi X determinante per la sua carriera, ciò che va messo in luce è quanto l’atmosfera parigina la contaminerà: ciò che ama di Parigi è la possibilità di incontrare molti personaggi nei Cafés, con i quali scambiare idee e pensieri, ma soprattutto il fatto che la posizione delle donne sia così diversa dalla puritana Londra.

Sono gli anni in cui Edith Piaf canta La Vie en rose, gli anni in cui Simone de Beauvoir, scrittrice, saggista, filosofa esistenzialista,  insegnante e femminista pubblica Il secondo sesso: “le donne non devono più essere madri e mogli ma possono avere un ruolo sociale”.

Nel 1950, su pressioni della madre, decide di tornare a Londra, ma con gli insegnamenti parigini, scientifici e non solo,  ormai nel suo DNA.

A questo punto della sua vita comincia a studiare l’acido desossiribonucleico.  Molti fisici nel pianeta, dopo il progetto Manhattan, quello che portò alla creazione e all’utilizzo della bomba atomica nel 1945, sentono il bisogno di riportare la Fisica a qualcosa di utile al mondo dopo che ne avevano usato i princìpi per provocarne la distruzione. Così decidono di riconvertirsi nella biologia dando vita alla biologia molecolare e poi alla genetica.

Rosalind Franklin nel 1951 inizia a lavorare a Londra al King’s College diretto da Maurice Wilkins come ricercatrice associata. Appena entra si rende conto che il dipartimento è un distaccamento di teologia, regna un maschilismo sovrano che tende a un separatismo tra maschi e femmine. Personalmente entra subito in conflitto con Wilkins che la crede una sua assistente personale, poiché in quanto donna non credeva fosse una sua pari. Dal punto di vista professionale capisce che non si dovrà occupare della diffrazione ai raggi X di proteine in soluzione, bensì deve analizzare la struttura di particolari fibre biologiche: il DNA.

Nel 1951 Wilkins sostituisce il suo capo Randall ad un convegno a Napoli, dove svela al mondo che il King’s ha ufficialmente iniziato lo studio del DNA. Tra i partecipanti c’è un certo James Watson, ricercatore al Cambridge, il quale capisce che ormai qualunque riconoscimento nella comunità scientifica passerà per la scoperta della struttura e del modus replicandi del DNA.

Sempre nel 1951, a Stoccolma, Rosalind partecipa ad un convegno dove il famoso fisico Pauling racconta di una scoperta trionfale: l’alfa elica, la più importante struttura all’interno delle proteine.

Tornata a Londra, inizia a fare una serie di studi su immagini sempre più nitide del DNA attraverso le quali fa la prima grande scoperta: esistono due forme di DNA.

Divide lo studio con Wilkins , lei analizza la forma A mentre l’altro quella B.

In tutto questo Franklin, ormai in rotta con Wilkins, continua i suoi studi (per dimostrare che la forma A è a forma di elica) in un seminterrato, il massimo che ha  ottenuto come ricercatrice donna.

Giorno dopo giorno si rende conto che il suo laboratorio, ogni volta che si assenta, viene preso in rassegna da qualcuno che vuole controllare e rubare i suoi studi.

Wilkins racconta degli studi del King’s a Watson e Crick i quali attraverso il lavoro di Londra danno vita ad un primo modello di DNA.

Rosalind Franklin, pur cosciente dell’utilizzo fatto dei suoi studi, rivela al mondo un errore fondamentale sul modello di Cambridge. Tornata a lavoro, inizia a migliorare gli angoli dei suoi raggi X fino alla data tra il primo e il due maggio del 1952, quando la scienziata scatta la foto diventata celebre come la numero 51.

In questa foto sarà possibile vedere per la prima volta in maniera nitida la famigerata elica.

La storia purtroppo ci racconta che Wilkins, impossessatosi della Foto 51, decide di mostrarla a Watson e Crick i quali un mese dopo rivelano al mondo la struttura reale del DNA.

Il suo lavoro è stato pubblicato come terzo nella serie dei tre articoli Nature Articles, preceduto da quelli di Watson e Crick, apparendo solo come un contributo a sostegno delle loro tesi.

Rosalind Franklin anche senza nessun riconoscimento effettivo torna a lavorare prima sul mosaico del tabacco e poi su studi pioneristici relativi al virus della poliomelite.

Un po’ come la sua grande predecessora Marie Curie, paga il suo lavoro,  causa una forte esposizione ai raggi X: Rosalind si ammala di tumore ovarico e a 37 anni, nel 1958, si spegne nel quartiere Chelsea di Londra.

Nel 1962 Watson, Crick e Wilkins vengono insigniti del premio Nobel. Il premio Nobel non può essere consegnato ad un defunto, ma nella biografia di Watson il contributo di Rosalind Franklin viene relegato a questa frase: “la terribile e bisbetica Rosy, una donna non attraente e dal carattere pessimo, molto gelosa del proprio lavoro che trattava gli uomini come ragazzini cattivi e che vestiva da liceale “.

Nello stesso anno Mary Ellman scrive il libro “Riflessioni sulle donne” accusando apertamente la “doppia elica” di misoginia, contribuendo a fondare la critica letteraria femminista.

Negli anni a venire Franklin è diventata il simbolo dell’inferiorità della posizione delle donne nel pantheon della scienza.

Anni dopo Watson scriverà : “come sapete, le leggende narrano che io e Francis abbiamo rubato la struttura ai ricercatori del King’s. Mi avevano mostrato il difrattogramma ottenuto ai raggi X da Rosalind Franklin: wow! Era un’elica! Ed ecco che un mese dopo avevamo la struttura; Wilkins non avrebbe mai dovuto mostrarmi la foto”.

Dietro ogni uomo si nasconde sempre una grande donna! Siete sicuri? O forse  spesso “grandi uomini” si sono anteposti a qualche donna per nasconderne la grandezza?

 





S1:E1 “Il Bicighellone”

Abituati a vederci e considerarci secondo il discutibile concetto di modernità, viviamo confusi e continuamente assoggettati a stereotipi che ci vogliono tenere ancorati alle ingannevoli offerte di un mondo artefatto negli stili di vita. Lo scopo perverso è l’invito nemmeno tanto nascosto a  comportarci da buoni consumatori.
Diversa e augurabile è l’attitudine del flâneur che, nel racconto di Lorenzo De Francesco, pedala  in bicicletta per la città, godendosi le buone cose ritrovate, anche se l’inevitabile cambiamento dovuto alle diverse opportunità e necessità di una città trasformata può averle modificate.
Lorenzo ironicamente si definisce Bicighellone, simpatico appellativo del bighellone perditempo, ma anche flâneur, per essere precisi, allo scopo di evidenziare l’aspetto qualificante dell’osservazione curiosa e riflessiva di colui che ritrova e rivive i luoghi della memoria, con l’affetto di chi è radicato nel proprio mondo, quindi non un vagare inconsapevole per le vie della città.
Il bicighellone prende mentalmente nota e confronta ma non valuta i fenomeni.
Questo è il primo racconto della serie Appunti del Bicighellone.

Rita Manganello


C’è una luce sottile, leggera che avvolge  monumenti e case stranamente puliti, in questo novembre che è ancora settembre. Le ruote della bici saltellano sui blocchi di selciato, sgusciano tra le rotaie, mentre gli occhi scrutano scorci interessanti da fermare, le orecchie indovinano l’avvicinarsi di motori minacciosi.

Che sensazione poter rivivere la città in questo modo vecchio eppure nuovo; centellinare luoghi percorsi nevroticamente migliaia di volte, di giorni, di urgenze.

Ho attraversato i Giardini: erano il mio povero premio, in alcune domeniche, venire qui allo Zoo, [1]  nutrire gli animali tristemente ingabbiati, farmi riprendere dalla 8mm Kodak del babbo, vestito a festa in pose fiere. Luoghi di emozione allora, insignificanti oggi; ma in dissolvenza quelle immagini scorrono ancora.

Mi fermo ad aspettare che il vecchio tram sbuchi dall’arco medievale di porta Nuova, mentre raggi di ultima luce fanno persino bello il  candido bassorilievo fascista del palazzo dell’Informazione. Più in là la conica cuspide di San Marco è affiancata in prospettiva dalla sagoma quasi mostruosa del Curvo di Citylife. [2]

Il Bicighellone, un bighellone in bici o più esoticamente un flâneur in velocipede, si compiace di vagare senza meta, rincorrendo la luce che scappa tra palazzi e vie più deserti del solito a causa di questa pandemia assassina che molti accolgono con indifferenza arrogante.

Un’umanità scarsa e mascherata percorre vie nitidamente vuote, file di taxi aspettano dei fantasmi.

La Scala tetramente chiusa, devitalizzata, sospesa a qualcosa, attende una nota ancora invisibile.

Le rotaie tracciano la strada, ma a volte macabri frammenti ciechi, annegati e troncati dall’asfalto mi ricordano linee estinte. Cicatrici di una guerra che annientò il trasporto pubblico elettrico, silenzioso ed ecologico per far spazio a fumosi autobus assordanti.

Corro ipnotizzato da queste rotaie, lucide di freddo riflesso, incurante dell’incessante martirio del selciato che trasforma la sella in una tortura sfiancante. Inevitabilmente l’atmosfera serale, la luce cadente e radente, l’aria più fresca, scatenano nella mia romantica mente musiche e ricordi, una sequela incessante che sempre si affaccia in queste occasioni, malinconico spartito che raccatta musiche amate che si accavallano per affacciarsi alla mente, un po’ tristi, un po’ gioiose, tutte legate a precisi momenti, a intense emozioni. Sotto gli occhi a volte passa uno scambio, con l’ago diritto o piegato, come nella vita il tuo simbolico tram prende una direzione o l’altra. A seconda del percorso il conducente fa scattare lo scambio, un rumore metallico inconfondibile, se sei vicino è stupore assordante improvviso.

Alla fine il vagare estingue il suo impulso, devi ritornare a casa, seguire la rotaia invisibile: la fantasia si spegne come quel riflesso di sole ormai stinto, il buio della sera avvolge i pensieri e i ricordi in un pacchetto quotidiano, accurato, sempre uguale. Quel tram allo scambio è andato da un’altra parte, ora il suo posteriore annega là in fondo, diventa invisibile, imprendibile, assorbito dalla prospettiva delle case in lontananza, mentre si avvicina al capolinea. Ogni fine è un nuovo inizio, fino all’ultima corsa verso il deposito.


[1] gli attuali giardini Montanelli in via Palestro a Milano.

[2] Il grattacielo  progetto Daniel Libeskind


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Lorenzo De Francesco




Irezumi, Tebori e Yakuza: l’antica arte del tatuaggio in Giappone.

In un tempo in cui le mode nascono con la stessa velocità con cui poi tramontano, solo alcuni si soffermano sulla genesi di fenomeni destinati, spesso, a lasciare poche tracce di sé nel ricordo comune.

Io stesso, grande appassionato di tatuaggi, mi sono dovuto fermare a pensare a quale potesse essere l’inizio di questa fantastica arte che in Giappone, come vedremo, ha avuto una crescita diversa dal resto del mondo.
La prima apparizione dei tatuaggi in occidente viene fatta coincidere generalmente con la figura del Capitano James Cook, che, nel 1744, di ritorno dal suo viaggio nell’Oceano Pacifico, portò con sé un indigeno il cui corpo era completamente ricoperto di tatuaggi; la sua vista generò le reazioni più disparate nella popolazione presente al suo arrivo, un po’ come accadeva fino a qualche anno fa quando davanti ai nostri occhi compariva la pelle di un uomo o di una donna, solcato da linee più o meno discrete di inchiostro. Di li a poco però, molti iniziarono a farsi tatuare, chi per semplice spirito di emulazione, chi per sincera ammirazione di quei motivi così affascinanti impressi sulla pelle, dando il via a quella che oggi è una vera e propria moda.

Immagine tratta da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:The_Landing_at_Tana_one_of_the_New_Hebrides,_by_William_Hodges.jpg

Come ebbe inizio invece, e come si sviluppò l’arte del tatuaggio, in Oriente, e sopratutto in Giappone?

Diverse sono le testimonianze dell’origine dei tatuaggi in tutto il mondo, alcune celate in tempi remoti e con nature diverse; ad esempio, mentre nelle tribù indigene al tatuaggio venivano riconosciuti generalmente poteri religiosi e di protezione dal male, nel lontano Oriente la sua funzione (e quindi la sua evoluzione) fu completamente diversa.

La prima testimonianza scritta sui tatuaggi giapponesi è una cronaca cinese del 300 d.C. che riporta l’uso del tatuaggio presso gli indigeni giapponesi, mentre bisogna attendere l’800 d.C. per ritrovare reperti scritti di origine giapponese: vi si legge che in Giappone il tatuaggio veniva utilizzato a scopo punitivo, marchiando con il termine “cane” la fronte di coloro i quali si macchiavano di reati, e con righe e croci sulle braccia i colpevoli appartenenti alle caste minori.

Solo molto più tardi si inizia a parlare di tatuaggi giapponesi con finalità decorative, per imprimere preghiere buddhiste o pegni d’amore. Questo tatuaggio venne chiamato Hori-bari e nel 1700 il governo ne vietò l’uso presso le caste inferiori.

È solo nel periodo Edo (1603-1868) che il tatuaggio in Giappone ha il suo vero sviluppo per come lo conosciamo al giorno d’oggi. L’Irezumi (che significa “inserire inchiostro”) cioè il tatuaggio giapponese come giunge ai nostri giorni, si sviluppò proprio in quel periodo, andando a formare quello che è ancora oggi il canone codificato ed immutabile tramandato dai maestri. Non è però chiaro a quando risalga la moda dei tatuaggi full body, come se fosse un kimono dipinto sulla pelle (pratica che ad oggi richiede 5 anni e 100.000 euro), che ancora oggi costituiscono il tratto più distintivo dell’Irezumi.

L’inizio della grande diffusione del tatuaggio in Giappone si ha però con la pubblicazione del romanzo Suikoden, che narra le gesta di un gruppo di fuorilegge che combattevano la dinastia cinese Sung per difendere la popolazione. I capi di questa banda di fuorilegge erano descritti con il corpo ricoperto di tatuaggi ed immagini, e gli artisti più importanti dell’epoca fecero a gara per creare le rappresentazioni più sgargianti e suggestive, esagerando ed esaltando i loro tatuaggi. Ben presto il popolo si immedesimò nei protagonisti del romanzo, ed iniziarono a tatuarsi riproducendo gli stessi motivi descritti nella novella.

Immagine tratta da  https://blogs.yahoo.co.jp/jijisakura40/13823319.html

Così mercanti, operai, commercianti, tutti fecero ricorso all’arte dei tatuaggi, come anche gli Yakuza (letteralmente “mano vincente nel gioco”), giocatori d’azzardo che più tardi avrebbero formato l’organizzazione criminale conosciuta oggi con lo stesso nome.

Alcuni dei simboli ancora oggi usati nell’Irezumi rappresentano le carte usate nell’Hana-Fuda, il gioco d’azzardo degli Yakuza.

Con la diffusione delle immagini del Suikoden nelle stampe Ukyio-e, il tatuaggio in Giappone scopre il suo massimo splendore, con i più grandi incisori dell’epoca che diventarono tatuatori con il nome di Hori-Shi (maestri incisori che diventarono “maestri tatuatori”).

I tatuaggi giapponesi vengono tradizionalmente eseguiti sulla schiena: una tela bianca sulla quale il maestro tatuatore trova molto spazio per eseguire la sua opera d’arte. Samurai, dragoni, carpe e altri soggetti della tradizione. Questi tatuaggi sono figurativi, non astratti, e vedono moltissimi colori e sfumature.

Per quanto riguarda l’iconografia classica del tatuaggio nipponico infatti, molteplici sono i temi utilizzati come soggetti, ognuno con uno specifico significato.

Uno di quelli comunemente riconosciuto come appartenente alla cultura giapponese è il dragone: ritenuti dalla cultura occidentale animali potenti, feroci e malvagi, nella tradizione nipponica sono invece animali millenari che portano, con loro, saggezza.

Altro elemento riconoscibile come appartenente alla tradizione del paese del Sol Levante è la carpa, simbolo di coraggio, predisposizione a fare grandi cose, e porta con sé una leggenda cinese che ne giustifica il significato: si narra che una carpa riuscì a risalire la cascata situata sul “Dragon Gate” superando ostacoli e spiriti malvagi; gli dèi, impressionati da tanto coraggio, decisero di trasformarla in un drago.

Altro animale ricorrente nei tatuaggi giapponesi è la tigre, simbolo di forza, coraggio e longevità. La tigre è uno dei quattro animali sacri (insieme a tartaruga, fenice e drago), e rappresenta il Nord e il controllo dei venti, particolarmente importante per un popolo che si affida al mare come principale mezzo di sostentamento.

Ma non ci sono solo animali tra gli elementi più riconoscibili dei tatuaggi giapponesi.

Troviamo ad esempio gli Oni (o Demoni Cornuti), spiriti maligni dipinti con un paio di corna, che vivono in gruppo, al quale appartengono divinità come quella del vento o del tuono. Questi spiriti vengono tatuati perché possono diventare dei protettori benevolenti, protettori ammirati da figure monastiche molto popolari nella cultura giapponese più tradizionale.

Altro elemento in contrasto con quella che è la nostra cultura è la Namakubi, la testa mozzata: elemento particolarmente macabro che tuttavia può simboleggiare la volontà di accettare il proprio fato con onore, accettazione che è alla base della cultura samurai.

Concludiamo proprio con il Samurai: la parola deriva dal giapponese “sabarau” che significa “servire”, ed è il simbolo di forza, coraggio, onore e nobiltà d’animo.

Dopo un periodo di difficoltà coincidente con l’avvento dell’occidentalizzazione dell’Oriente da parte dell’America, negli anni ’70 il tatuaggio giapponese viene riconosciuto come lo stile più artistico ed elegante per esprimere l’arte del tatuaggio.

Nonostante molti in Occidente cerchino di replicare l’Irezumi, l’assenza di testi che illustrino i “canoni” dei tatuaggi giapponesi, rende impossibile tale pratica a chi non è stato un allievo di uno dei maestri Hori, gli unici depositari della tecnica peculiare utilizzata in Giappone ancora oggi.

Immagine tratta da  https://www.italiajapan.net/tatuaggi-in-giappone/

La tecnica peculiare dei tatuaggi giapponesi si chiama Tebori, che significa approssimativamente “scolpire a mano”. In effetti questi disegni danno una forte sensazione di tridimensionalità. È molto diversa dalle tecniche occidentali: tanto per cominciare, questi tatuaggi vengono eseguiti a mano, non con macchine automatiche. Ecco perché non è facile trovare in Italia un tatuatore in grado di eseguirli, malgrado ci sia qualche fortunato che nella propria carriera ha avuto la fortuna (o meglio l’immenso onore) di conoscere ed affiancare esperti maestri tatuatori giapponesi, imparando da loro i segreti del Tebori.

La tecnica Tebori si esegue con una cannuccia di bambù (oggi si usano anche materiali sterilizzabili) alla cui estremità sono fissati degli aghi.  Il maestro tatuatore esegue dei movimenti ritmici con i quali penetra la pelle con questi aghi. Il procedimento è più doloroso e richiede un tempo maggiore di guarigione, ma alla fine si possiede un vero pezzo d’arte sulla propria pelle.

A discapito della sua storia millenaria però, al giorno d’oggi i tatuaggi sono tutt’altro che ben visti nella società giapponese. In posti come piscine pubbliche e palestre, ma soprattutto nei bagni termali, è estremamente comune trovare cartelli di divieto d’accesso indirizzati alle persone tatuate.
Non importa se il tatuaggio è piccolo e si vede a malapena, il marchio inciso sul corpo impedirà comunque l’accesso ad una lunga serie di luoghi.

Immagine tratta da  https://www.italiajapan.net/tatuaggi-in-giappone/

Ma quali sono le ragioni della messa al bando dei tatuaggi?

Presumibilmente l’associazione che ancora viene fatta del tatuaggio con la Yakuza, o semplicemente con le sue radici storiche di marchio dei criminali, eppure ancora oggi sfoggiare un tatuaggio in Giappone, nonostante proprio il paese del Sol Levate sia riconosciuto come quello la cui arte nel tatuare non conosce eguali, può rappresentare un problema di difficile superamento.

Nonostante questo, tuttavia, esiste un momento della vita sociale in Giappone in cui non solo il tatuaggio viene accettato in pubblico, ma viene quasi celebrato.

È la ricorrenza shintoista chiamata Sanja Festival, che si tiene a Tokyo durante il terzo weekend di maggio, nata per onorare i tre pescatori che eressero il tempio Sensoji dopo aver pescato nel fiume una statua dorata del Buddha. Grandi cortei accompagnano per le strade festanti il passaggio dei tre divini altari: le statue, del peso di circa una tonnellata ciascuna, vengono agitate e scosse per intensificarne il potere propiziatorio e trasmettere alla comunità energia e forza.

I cortei sono un fiume di costumi sfarzosi, tra danzatrici alate, geishe e uomini tatuati in fundoshi (perizoma tradizionale giapponese), e rappresentano l’unico momento in cui i tatuaggi possono essere mostrati in pubblico.

Immagine tratta da  https://www.italiajapan.net/tatuaggi-in-giappone/


Special Thanks

“Colgo l’occasione per ringraziare Diatomea e i suoi gestori per la possibilità che mi hanno concesso di pubblicare articoli su quella che per me è una grandissima passione, il Giappone e la sua immensa e vastissima cultura, e soprattutto ringrazio la donna che mi dà ogni giorno lo stimolo per scrivere qualcosa di nuovo, interessante, pieno di passione, come la vita che proprio lei mi ha donato, e che mi dona ogni giorno rendendola meritevole di essere vissuta e scoperta, guardandola da prospettive nuove ed emozionanti”

Elio Caretta


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ




“Por una cabeza”. Io e il Tango.

La fascinazione, l’innamoramento arrivò una sera, davanti al grande schermo, con la scena di tango del film “Scent of a woman” (1992) con Al Pacino.

Frank (Al Pacino), tenente colonnello in pensione non vedente, e Charlie, che gli fa compagnia per pagarsi gli studi, nella sala da pranzo del Waldorf Astoria di New York, incontrano la bella e giovane Dana. Frank la invita a ballare un tango e le spiega: “non c’è possibilità di errore nel tango, non è come la vita: è più semplice. Per questo il tango è così bello: commetti uno sbaglio ma non è irreparabile, seguiti a ballare”.
Il tango che ballano è una canzone di Carlos Gardel del 1935 “Por una cabeza” (Per un colpo di testa) che paragona la corsa di un cavallo alla corsa della vita e all’amore per una donna:

“Por una cabeza (por una cabeza) 
Si ella me olvida (si ella me olvida)
Qué importa perderme
Mil veces la vida ¿Para qué vivir
? ”.

Uno dei temi ricorrenti del tango cantato è l’amore, spesso l’amore perduto e quindi la sofferenza, il tradimento, la vendetta, la disperazione; c’è poco da ridere, ogni felicità nei versi del tango è effimera, illusoria, per fortuna quando si balla si segue la musica e non le parole dei versi.

Dana balla con Frank,  ignorando la sua menomazione, si lascia andare senza sottomissione o subordinazione, si lascia portare, accetta la guida di un cieco che sa ballare il tango  ed ha consapevolezza del proprio corpo e del proprio equilibrio; Dana si consegna alla passione del ballo che non conosce,  ma che grazie alla sua sensibilità può seguire e apprezzare senza paura di sbagliare. Una grande scena, ne cullai il ricordo della magia per un po’ di anni, prima di cimentarmi con questo ballo miracoloso, il tango, l’arte del comunicare.

Iniziare a ballare il tango non fu cosa facile, un percorso impegnativo fatto di lezioni e pratica. Appresi subito che per imparare era necessario provare i passi, andando a ballare nelle milonghe (luoghi dove si balla il tango).

Acquistai via web direttamente da Buenos Aires, (la patria del tango, anche se le origini sono da attribuire ad una regione più ampia, quella del Rio della Plata, che si estende tra Buenos Aires e Montevideo) anche un bellissimo paio di scarpe rosse e nere, con tacco alto  10 cm che tanto aiutava la mia postura ed eleganza; diventò presto facile stare su quei tacchi, insomma un miracolo. Arrivai negli anni a consumarne ben tre paia, tanto era il fervore che muoveva i miei piedi, facevo tardi, sacrificavo il sonno, ma poco importava, ballavo il tango, ballavo tanto, vivevo, fiducia e autostima raggiunsero le stelle. Mi forzai a star seduta dritta a testa alta e gambe accavallate, in atteggiamento fiero e deciso, era d’obbligo affinché arrivasse un invito, qualche volta era necessario anche un gioco di sguardi (mirada). Beh un ballo impegnativo anche emotivamente, metteva a nudo la tanto odiata timidezza, era importante lasciarsi andare per riuscire a vivere la magia di quella scena memorabile, di quella danza sofisticata e solo apparentemente naturale. Però di facile, di congeniale, c’era che durante il ballo non si parlava, sarebbe stato un sacrilegio, quindi spesso era la scusa che mi evitava di cercare parole che non sarebbero mai arrivate, tale era l’imbarazzo per aver ballato stretta, guancia a guancia  e con trasporto, senza sapere neppure il nome dello sconosciuto di turno, di cui però, grazie al ballo, avevo conosciuto il temperamento e l’essenza. Nel tango ci si abbraccia con lo scopo di ballare: l’abbraccio è ciò che rende possibile i movimenti dei piedi. La donna passa il braccio sinistro intorno al collo dell’uomo, abbraccio chiuso (apilado) oppure aperto intorno alle spalle, l’uomo passa il braccio destro intorno al busto della donna, non c’è forza nelle braccia, non c’è sforzo. Il braccio sinistro dell’uomo è aperto all’altezza delle spalle e contiene e non stringe la mano della donna. L’abbraccio è l’essenza del tango, il fulcro di una comunicazione non verbale, a volte fluida, a volte spigolosa e incomprensibile. Mi capitò spesso di dovermi disimpegnare con abilità circensi  da abbracci asfissianti, languidi o da compagni sordi perché fuori tempo. Ballavo, ballavo tanto nella ricerca dell’abbraccio perfetto, dell’intesa perfetta.

 
Immagini tratte dal web

E come cantava Paolo Conte:

“Ho ballato un po’ con tutti lo sai
gente nuova gente vecchia lo sai,
Smoothie smoothie”.

E sì, ho ballato con tutti, alti, bassi, magri, grassi, sudati,  anche un uomo senza un braccio. Il tango non è una magia per pochi eletti, si entra in contatto con la propria fisicità  attraverso quella degli altri.

Ballare sulle note struggenti del bandoneón, strumento caratterizzante, dal timbro rauco e lamentoso, e riconoscere i musicisti famosi (Pugliese, Di Sarli, De Caro, D’Arienzo) dallo stile di esecuzione delle loro orchestre era diventato facile.

Questa musica/ballo caratterizzò almeno un lustro della mia vita, poi vicissitudini più o meno tristi ma non gravi,  misero Baby in un angolo, “The time of my life”

Il tango era stato per me, per citare ancora  Paolo Conte:

“Una danza vertigine, un ballo frin frun
Che toglie le scarpe e le calze alle femmine…”


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono state prese dal web a puro scopo esplicativo e possono essere soggette a copyright.




C’era una volta il blues della domenica

Lavoro dall’età di 16 anni. All’epoca andavo anche a scuola serale. Ho preferito poi lavorare, lasciando la scuola quasi alla fine del suo termine cosiddetto “legale”. Il sabato e la domenica sono stati, più o meno, i giorni del riposo, in questi anni di lavoro. Eccetto il periodo del mio lavoro da pasticcere, quando il riposo era di mercoledì. Non lavoro praticamente da marzo. Quasi niente. Settore turistico ed indotti annessi. A marzo la perdita di mia Madre. Dopo un lungo periodo di ospedali, case per anziani, ancora ospedali ed infine hospice. A marzo, qualche giorno dopo il lutto, il primo lockdown (non mi piace questo termine). Due eventi, sommati a distanza di qualche giorno che, in altri tempi, mi avrebbero creato non pochi problemi di sonno. Mi sono ritrovato a ri-gestire tutto daccapo. Con grande reazione e con una buona capacità di campare con poco. Già ero low cost prima, figuriamoci ora, che devo “combattere” ancora di più. Vengo comunque da una famiglia low cost. C’è bastato sempre poco e non abbiamo mai oltrepassato il limite delle nostre possibilità. Tutto con Dignità. Il lavoro è un pezzo importante della mia vita. Alle volte anche troppo. Ci siamo dovuti fermare. Per una cosa seria. Una lunga vacanza impropria. Domani è lunedì. Un giorno lavorativo per molti. Per tanti altri un’altra “giornata al sole”. Aspettando che “sboccino fiori”. La domenica, oltrepassata l’ora di pranzo, iniziava per me, una sorta di training per prepararmi al giorno dopo. C’era un relax soporifero e nello stesso tempo malinconico. Preparavo gli abiti per l’indomani. Puliti e formali se dovevo fare passaggi da clienti,    “tecnici” se dovevo prestare la mia collaborazione come supporto tecnico. Cena frugale e a letto relativamente presto. Ora mi manca tutto questo. E comincio anche ad essere stanco per le ore passate in casa, per le persone che non posso vedere e toccare, per le continue e giuste precauzioni che dobbiamo osservare, per le informazioni dei media a “martello”. Una sensazione di invisibilità. La musica, da sempre una mia passione, e la bicicletta sono delle compagne insostituibili. Volano i pensieri. Con l’una e con l’altra. Il blues di questa domenica autunnale è estremamente profondo.
“I miei piedi sono freddi/non ho debiti da saldare e bambini da sgridare/   Padre, mi hai insegnato la verità/Madre, mi hai insegnato ad essere ricco   nella difficoltà/I miei antenati sono con me e sorridono, nella stanza senza calore.   Sono vivo e guardo oltre il tempo/I capelli sono ormai bianchi per aver pensato troppo/Il cuore è invece giovane e batte più lento e aspetta. Senza ferirsi/Il sonno, compagno della morte,  mi ristorerà/  I piedi continueranno ad essere freddi e non avrò mai debiti, né di denaro, né d’amore.   E non avrò tantomeno bambini da sgridare.”
Buonanotte e buona fortuna
 
 




Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Così iniziava  “L’anno che verrà”,  una delle più belle canzoni di un grande e mai dimenticato artista come Lucio Dalla. Lui apparteneva alla generazione precedente alla mia, quella degli anni ’40, quella definita post-guerra. Infatti un’altra delle sue canzoni più famose aveva proprio come titolo la sua data di nascita “4 Marzo 1943″. Fu proprio quella generazione che cominciò ad esprimere un nuovo modo di fare musica modificando radicalmente la cosiddetta “canzone all’italiana”, che per decenni era stata quasi una scuola, diventata famosa nel mondo anche per i suoi principali stereotipi come cuore, sole e amore. Infatti il cambiamento che stava avvenendo non riguardava solo la musica, ma soprattutto i testi delle canzoni, sulla scia di quanto stava succedendo nel mondo, in particolare in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America, dove oltre all’amore che naturalmente non poteva mancare, cominciarono ad essere presenti, in queste canzoni, testi che affrontavano tematiche dai contenuti di carattere politico e sociale, quelle che poi verranno chiamate le canzoni di protesta. Una vera e propria rivoluzione alla quale anche l’Italia, la patria del bel canto, non ebbe nessuna possibilità di sottrarsi.

Una rivoluzione, come già detto,  che rivolse le sue attenzioni di cambiamento prima soprattutto alla musica. Ma da un certo momento in poi, i testi e gli argomenti, specialmente quelli di natura socio-politica, presero il sopravvento. E fu così che il potente mix di musica e testi ebbe la forza di spingere ed accompagnare, sia i ragazzi degli anni ’40 che quelli degli anni ’50, nel coltivare quel terreno che diventò immediatamente fertile, ma, purtroppo, con uno sviluppo  assolutamente imprevedibile. Perché su quel terreno si poggiarono le basi di quella che fu la vera rivoluzione sotto vari aspetti. A partire soprattutto da quello politico, che poi culminò e diede la stura a tutto quello che, in seguito, entrò a far parte, nel bene e nel male, della rivolta del “68” e degli anni che seguirono,  poi  catalogati come “gli anni di piombo”.

 

Questo “cappello” è servito per parlare, alla fine, di un articolo che mi ha molto colpito, di Angela Lantosca, editorialista della rivista ACQUA&SAPONE. In questo articolo del 20 Marzo intitolato proprio  “Caro amico ti scrivo…” la Lantosca, che ci ha permesso di riprenderne una parte importante, si pone e credo soprattutto ponga, ai suoi lettori, una serie di interrogativi su quello che credo sia da considerare oggi senza alcun dubbio la rivoluzione degli anni 2000 e cioè l’avvento dei Social. Una rivoluzione che ha cambiato profondamente le nostre vite, ma sulla quale già ci si interroga per quello che è diventato oggi il mondo dei social e soprattutto del suo utilizzo.

…Che bisogno c’è di avviare conversazioni on line, quando potreste chiamare la persona amica? … Perché condividere stati d’animo su questioni personali nei commenti pubblici sotto una foto? … Perché pensate sia necessario dire a tutti che siete in ospedale, quando potreste comunicarlo in privato alle persone della vostra vita? (che si presuppone già lo sappiano e vi siano accanto) … Perché invece di fare pochi chilometri e raggiungere chi volete bene, preferite un comodo like da casa sotto una foto magari anche ritoccata?

… Sembra un paradosso, ma da una parte i social hanno aperto le nostre case, non prevedendo più il privato, o meglio mostrando un privato taroccato da una fittizia rappresentazione esteriore. Dall’altra hanno come alzato dei muri rispetto ai rapporti reali, spingendoci a non fare più ciò che fino a qualche anno fa ci sembrava naturale:

– chiamare le persone della nostra vita, – sentire la voce, – organizzare un incontro, – fare di tutto per intercettarsi lungo le strade. I social apparentemente abbattono i confini, ma nella realtà alzano muri. Non sarebbe meglio tornare ad incontrarsi nel mondo reale?

Angela Lantosca

Cara Angela, sono perfettamente d’accordo con lei.

Anche perché proprio questo profluvio esagerato di comunicazione attraverso le parole, ma soprattutto le immagini, che spesso non hanno nessuna giustificazione, ha scatenato, per fortuna in una, credo e spero, minoranza di persone, i peggiori istinti provocatori ed in qualche caso anche diffamatori. Cosa che forse potevamo in qualche modo immaginare, ma non a questi livelli. È come se questo mezzo di comunicazione che avrebbe dovuto funzionare principalmente da filtro, sotto tutti gli aspetti, ad un certo punto, invece, abbia annullato quasi del tutto i cosiddetti freni inibitori che prima, in qualche modo, riuscivano a contenere le nostre esagerazioni emotive e sopratutto quelle verbali. Lo dico da persona matura, che non frequenta i social e che non ha mai avuto un profilo, né su Facebook, né su nessun altro social, e sinceramente devo anche ammettere di non averne mai sentito il bisogno, per una mia libera scelta. Invece qualcuno mi ha detto che se non sono sui social allora non esisto. E questo è proprio il tipico esempio di quanto “peso” abbia assunto per alcuni la presenza sui social.

Anche perché non credo proprio che oggi manchino i mezzi per comunicare, a cominciare dagli stessi telefonini con i quali, oltre che per entrare su Facebook, si possono inviare lo stesso messaggi, foto e video. Ma forse proprio qui sta la differenza, secondo il mio modesto parere. Perché  il messaggio, o la foto tramite telefonino, per certi aspetti hanno un sapore più democratico, in quanto la comunicazione è principalmente basata su uno scambio, prima di tutto quasi immediato, che possiamo considerare paritario, di informazioni, ma anche di foto e video, che hanno nella maggior parte un carattere più generalista, di varia intensità e contenuto. E poi, proprio per la sua natura di strumento veloce e sintetico, non ti permette di essere prolisso e/o troppo loquace. Al contrario dei social come Facebook o Instagram che sia, che sono strumenti tarati principalmente sugli aspetti e sulle virtù personali che vengono solleticate purtroppo proprio dalla “Moneta dei Like” distribuiti da chi ci segue ed apprezza quello che facciamo e/o diciamo. Una moneta diretta perciò non a riempire le nostre tasche, a parte quelle di alcuni/e cosiddette INFLUENCER, di cui, ho scoperto che, in una classifica a livello nazionale, nei primi 15 posti, 11 sono occupati (purtroppo o per fortuna non saprei dire) dalle donne. Quindi i Like servono soprattutto ad alimentare le aspettative di visibilità e di gradimento della comunicazione e/o delle performance sia dialettiche che comportamentali, direttamente collegate al numero più o meno sufficiente di questa moneta. Sarò probabilmente un “matusa”, come si diceva ai miei tempi, per indicare qualcuno che era vecchio, non tanto anagraficamente, ma perché non era al passo con i tempi e con quello che stava avvenendo allora. Ma l’uso spesso distorto che si fa di questo strumento, lo trovo, da matusa naturalmente, quasi un’aberrazione capace infatti, troppe volte, magari forse anche inconsapevolmente, di trasformare dei pacifici e normali Dottor Jekyll in tanti piccoli Mister Hyde.            

 





LA MIA BARONA. RICORDI DI UN QUARTIERE

La mia Barona, di Lorenzo De Francesco, si radica nella temperie culturale degli anni del boom economico, quando il Paese si avviava alla trasformazione dettata dallo sviluppo industriale e la speculazione edilizia.
Lo scenario è il quartiere Barona, nella periferia sud-ovest di Milano, descritto con vivace affettività dal nostro autore, protagonista e osservatore del suo particolare microcosmo.
Lorenzo, bambino negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, annotava puntualmente i contorni della sua vicenda personale e familiare, nell’epicentro della  transizione urbanisticamente e socialmente significativa dal borgo rurale  alla  metropoli.
Coloriti i riferimenti ai personaggi che ravvivano il racconto, ancorati alla cultura popolare milanese di quegli anni.
Una testimonianza gradevole di sapore memorialista.

Rita Manganello


Preferisco prendere il tram, mi dà sempre una sensazione di libertà protetta, posso guardare a 360 gradi la città che scorre fino al tratto che attraversa il ponte di via Valenza,  infilando poi  Ripa di Porta Ticinese a ridosso del Naviglio Grande. Qui il tranviere si rasserena, è uscito dal traffico asfissiante da via Torino a Porta Genova e si lancia sul rettilineo in un’accelerazione liberatoria.

Amo sentire lo sferragliare e  il dondolio provocato dalla velocità. Attraverso i vetri, i luoghi ancora familiari, le mura dello scalo di porta Genova, il ponte di ferro delle Milizie, nome inquietante come la sua sagoma dura, lascito di una costruzione dell’era fascista. Man mano vedo avvicinarsi il profilo familiare e inconfondibile della chiesetta di S.Cristoforo, ora non più inghiottita dalle nebbie che la soffocavano quasi sempre d’inverno, quando ero piccolo.

Ci passavo molto tempo, nei pressi di S.Cristoforo: i miei avevano un’ officina in via Pestalozzi, una via stretta dove transitava il tram 12. 

Questa linea tranviaria terminava la corsa al capolinea di piazza Miani passando per via Biella; al 20 c’era la mia casa natale al quarto piano senza ascensore.

Una memoria del cuore il  tram 12: mi portava da casa a scuola, all’officina e poi in un quarto d’ora in piazza del Duomo, senza dover cambiare.

È su questo asse che si svolge la  memoria dei miei primi anni. Ogni tanto ripercorro i luoghi e trovo che qualche elemento della storia cittadina è scomparso: prima è sparito il 12, sostituito da autobus rumorosi, fumosi e poco spaziosi; sono rimaste mute per anni la linea aerea e le rotaie, giusto per aumentare il rimpianto. Poi hanno coperto anche quelle, togliendo le lastre di pietra e porfido, che erano l’alveo rassicurante delle rotaie, indistruttibile e distruttivo per le ruote e le sospensioni delle auto.

Sin dalle elementari, nella piccola officina di mio padre, è stato per me un crescendo di lavoretti fino a uscire in missione, da grande, insieme agli operai.

Il marciapiede di via Pestalozzi potevo percorrerlo con la mia piccola bici anche senza sorveglianza, da un passo carraio all’altro. Ci sono ancora gli stessi tombini, impressi come ricordo nella mia mente come nell’asfalto.

Dal piccolo mondo di S.Cristoforo, che esploravo quando ero in officina al piccolo mondo della Barona, quando ero a casa;  la prima esplorazione fu visiva dal grande terrazzo dal quale si dominava mezza città e mezzo cielo, visuale libera da case più alte, un grande prato davanti caratterizzato dal coro di rane e zanzare. Più tardi emerse il mondo nuovo dell’adiacente quartiere di S. Rita.

La Barona era ancora periferia ai margini della città, costellata da una corona di case popolari anteguerra. Tristi e serie. Subito dietro campi e cascine; la città finiva bruscamente liberando la campagna dall’intrusione del cemento. Alle case anteguerra si aggiunsero subito costruzioni più moderne, ancora più brutte e spartane, per accogliere gli immigrati del boom economico.

Salivo sul tram davanti a casa, tre fermate ed ero a scuola o in officina. Non ho mai capito perché non si potesse andare a piedi, scelta incomprensibile dei miei genitori.

Il 12 aveva una particolarità dovuta alla curva a gomito nella stretta via Pestalozzi: lì il binario diventava unico e c’era un semaforo per i tram d’ambo i lati. Era divertente vedere l’alternarsi delle vetture e cercare di capire come si azionava lo scambio che talvolta si inceppava, costringendo il tranviere a  scendere con la gügia [1], arnese che serviva anche da minacciosa arma impropria in caso di discussione con gli automobilisti spazientiti dall’intralcio.

Oppure quando la pertegheta scarrucolava e il bigliettaio (era compito suo non del conducente) doveva scendere dal tram e bestemmiando riposizionarla sulla linea elettrica con vari tentativi; risalire poi di corsa perché il conducente aveva fretta di ripartire per rispettare la tabella di marcia.

In un quartiere cittadino fortemente tipizzato, come era la Barona all’epoca, non potevano mancare i personaggi di culto che caratterizzano la comunità di abitanti della zona.

Sul Naviglio, il cartolaio che fumava sigarette al mentolo rilasciando quel delizioso profumo che impregnava tutto, il fotografo con le sue apparecchiature misteriose e sempre molto indaffarato, l’idraulico grasso e sudato con manone enormi e tuta con bretelle: un retrobottega che era una miniera di metalli vari e odori strani e che si apriva su di un cortile sconosciuto; il ferramenta gay che mi guardava con interesse, il verniciatore stravagante che posata la pistola a spruzzo, la sera impugnava tavolozza e pennelli e continuava a dipingere, l’elettricista enorme, zoppo, sinistro, dalla voce tonante che talvolta virava in un falsetto inatteso,  l’ex pugile sempre ubriaco, il lattoniere milanesissimo – una sputacchiera ambulante e  donnaiolo incallito – gli occhi sempre infiammati.

Nella lista dei personaggi tipo si distingueva l’ingegnere della fabbrica dei trasformatori industriali con un innato senso di superiorità verso i piccoli artigiani.

L’officina aveva come sede un’ex macelleria di ridotte dimensioni: c’erano ancora le piastrelle bianche e rosse e i ganci per appendere al muro i quarti di bue.

Era quanto rimasto della florida azienda metalmeccanica del nonno, che subì un rovescio di fortuna, il che costrinse mio padre a lasciare gli studi professionali e a trovarsi subito un lavoro, come soffiatore di vetro alla Pastelor, dove conobbe mia madre.

Grazie al boom,  l’officina è andata sempre ampliandosi, dalla superficie dei locali al volume d’affari, fino a quando mio padre lasciò l’attività a 70 anni nel 1994, cedendola al più intraprendente dei suoi operai.

La signora Ester era il nostro legame con S. Cristoforo; lei era una di quelle che al mattino lavavano i panni nel naviglio per sbarcare il lunario e nel pomeriggio tirava le punte [2] da noi. Con il marito gravemente malato, doveva tirare la carretta lei. Lavorava il vetro accompagnando il movimento delle mani con un dondolio incessante del corpo e della testa, una cosa ipnotizzante, i capelli bisunti fissati da un vecchio fermaglio.

A 15 anni il trasloco nella nuova casa:  la conclusione,  la fine del sogno. Quando trasportavo le vecchie cose nella nuova abitazione, sapevo di lasciare qualcosa, per sempre. Ritornavo ogni tanto in via Biella e vedevo frammenti del  passato densi di memoria scomparire inghiottiti o sostituiti da manufatti anonimi senza storia per me.

Nella nuova casa, con ascensore, doppi servizi, box, cortile,  mancava però quel mio grande polmone: il terrazzo sul cielo e sul verde.


[1]  Asta metallica che consente l’azionamento manuale di un deviatoio da parte del tranviere.

[2]  Prima fase della lavorazione del vetro in canne per la creazione di ulteriori manufatti: il tubo viene scaldato mentre è fatto continuamente ruotare con le dita e leggermente insufflato per evitare che si afflosci, tirandolo progressivamente fino a separarlo in due parti, ognuna delle    quali a “punta” perfettamente simmetrica una volta raffreddata.





LETTERA DI UN RAGAZZO PIÙ BAMBINO CHE UOMO

Caro Pier Paolo,

oggi è una domenica di fine di ottobre, una di quelle giornate magnifiche dove l’ultimo caldo stiepidisce il sangue e l’aria frizzantina rasserena le gote. Nella campagne che riesco a vedere dalla finestra della mia stanza tutti sono concentrati nella raccolta delle olive. Tutti intenti a rincorrere il succo più prezioso della terra, quell’olio che ora più che mai odora di speranza.

Ho scritto le prime righe di questa lettera più volte nella tremenda paura di essere inappropriato e nella speranza di non far diventare queste timide parole soltanto un tremendo elogio a te. Mi sentirei fuori luogo.

Mi perdonerai innanzitutto se ho deciso di darti del tu, ma non è solo una decisione. È piuttosto l’unica maniera con la quale riuscirei a parlarti. Probabilmente se ci fossimo conosciuti un senso di riserbo misto a riverenza mi avrebbe portato a non riuscire a dire nulla di più sensato che un salve o un buongiorno. Ma quello che sto scrivendo oggi è un messaggio al fratello maggiore che non ho, ad un maestro sensibile, intransigente e gentile.

Sai, la stanza della casa dei nonni che tutt’ora mi attrae e nella quale ancora mi sento un bambinetto, è lo studio di mio nonno, un po’ per il pianoforte un po’ per la folta libreria che ne arricchisce il perimetro.

Passare ore là dentro a sfogliare vecchi libri e suonare il piano rimane tutt’oggi un divertimento puro. Ma questa è un’altra storia.

Ero poco più che ragazzino, avrò avuto più o meno una decina d’anni, e, di nascosto, perché mi era stato vietato, riuscii a trovare Ragazzi di vita in una libreria della riviera romagnola, uno di quei posti che senti tuo, che senti complice e che infatti, quando ne ho l’occasione, frequento ancora con tenera gioia. Uscito di lì, con il libro in mano, respirando profondamente l’aria dell’Adriatico e camminando tra lo sferragliare di biciclette e i rumori assordanti delle sale giochi, tutto per me era diventato un piccolo universo dinamicamente immobile. Mi sentivo di aver trasgredito ad una regola ma sapevo che era la cosa giusta. Mi sentivo felice e grande. Avevo una storia che parlava di ragazzi e inconsciamente mi sentivo uomo. I giorni successivi al misfatto me li ricordo come una continua scoperta: il bagno nel Tevere, la rondinella, il neofascismo, le parolacce, i frosci, i furti, i morti.

Sono passati ormai anni dal nostro primo incontro in quella libreria alla rotonda sul porto canale di Cesenatico. Ti ho frequentato tramite i tuoi scritti e i tuoi film e con loro sono cresciuto. Mi hai insegnato quanto sia importante e bello proteggere un feto indifeso e trattarlo come vita. Mi hai insegnato ad osservare tutti i particolari e le sfumature delle esistenze. Mi hai insegnato che non c’è mai fine all’interpretazione del mondo. Mi hai insegnato ad essere serio e a dare il giusto valore all’impegno. Mi hai insegnato a non aver paura di avere un cuore. Mi hai insegnato il valore più profondo del comunismo. Mi hai aiutato a capire da quale parte voglio stare. Mi hai insegnato che credere significa dopo tutto cercare. So che potrebbe non piacerti, ma conoscerti mi ha fatto sperare nell’uomo. Mi hai aiutato a capire perché la profondità si nasconde nella superficie. Mi hai spiegato, senza saperlo, quanto una somma data non porti necessariamente allo stesso risultato. E tutto questo è arrivato sottovoce ma rumorosissimo. Come il silenzio che separa la fine della Messa da Requiem di Verdi dall’applauso del pubblico, opprimente ma liberatorio.

A volte ti ho detestato perché non ti capivo, perché quello che volevi esprimere mi risultava incomprensibile, quasi vomitevole. Ma poi mi fermavo a rileggere e nel profondo delle tue parole si nascondeva limpido il sentimento d’amore di un cuore tradito, oltraggiato ed offeso.

Forse è tutta una mia fantasia. Forse il problema sono io. Lo ammetto. È quella parte di me che ogni giorno si riscopre bambina. È quel non cedere mai il sogno alla realtà senza per questo diventare illusi. È quel cercare la poesia nelle persone che mi circondano. È quel circondarmi di umili.

Odio vederti oggi idolatrato. Non sopporto di vederti trasformato in un santino. Chissà cosa stai pensando del tuo Ninetto che gareggia tra le stelle in piste da ballo deludenti. Mi piacerebbe vedere l’espressione di quel volto scavato e profondo come un paesaggio del carso interpretare il presente.

Spesso mi chiedo come avresti reagito ad un mondo che non lascia più spazio alla pietas. Quali sarebbero state le parole pronunciate in difesa di qualcuno o contro qualcosa. Spesso sento la necessità di sentirti parlare, da lontano, in un’assemblea, nel bel mezzo di una folla calda e attenta. Spesso nei momenti di rabbia avrei bisogno del tuo esempio di uomo mite ma energico mosso da desiderio e compassione dove, parafrasando Fabrizio De André, la pietà non lascia posto al rancore. Tu che riuscivi a parlare di politica invocando le lucciole. Che con eleganza di poeta ed agilità di calciatore hai combattuto dolcemente chi non ti capiva e, senza scrupoli, ti giudicava.

Questa mattina prima di iniziare a scrivere ho fatto una passeggiata ad Ostia in quel luogo che risuona ancora delle tue urla. Proprio davanti al monumento che il comune di Roma ha eretto in tua memoria ho provato un sentimento di ceca ed esausta rabbia.

Il cielo è limpido perché l’aria delle mattine soleggiate di ottobre accompagna lontano con gentilezza le nuvole autunnali concedendo spazio agli ultimi timidi istanti di una estate ormai passata.

Poi un brivido. Fulminea e potente come un lampo la sensazione dell’aria salina nelle narici come quel giorno di tanti anni fa sul mare della Romagna. Ho i brividi della commozione e dentro me corrono impazziti sentimenti roboanti ed eterogenei. In un istante magico e secolare si materializza in me ancora una volta quell’infinito immutabile e reattivo. Ora come allora trovo un luogo complice. Ora come allora cammino consapevole. Ora come allora insieme a te. Ora, in questo preciso istante, percepisco il valore dell’esistenza di me ragazzo, vicino all’essere uomo che non riesce a perdere gli occhi del bambino che è stato.