S1:E2 “Il Bicighellone. Vie di fuga”

Siamo al secondo racconto della serie  Appunti del Bicighellone.
Lorenzo De Francesco ci conduce, a cavallo del suo destriero cittadino, nei sentieri campestri alle porte del quartiere Barona, tra le vecchie cascine che costituivano il tessuto abitativo di quella parte della città, Milano, dove  l’urbanizzazione spinta è poi penetrata a dilapidare quel contesto umano e sociale divenuto obsoleto, come pretende lo sviluppo socioeconomico di qualsivoglia metropoli.
La mente adulta si perde nei bagliori della costellazione adolescenziale – la prima bicicletta ricevuta in dono dal padre – per poi liberarsi nel presente, per soddisfare il bisogno di qualche momento per sé mediante brevi fughe nella campagna, crinale tra il vecchio e il nuovo, come un navigatore in solitaria alla ricerca della propria unicità.

Rita Manganello


Lei mi aspetta silenziosa, anche per mesi, al buio; sa che prima o poi aprirò la porta, entrerò con lo sguardo basso. Non mi serba rancore, alla fine sa che quando ho bisogno vengo a cercarla.

Il suo occhio un po’ strabico e dalla palpebra ossidata si accende del riflesso della lampadina nel corridoio della cantina.

Aspetta che io le sciolga la catena, la abbracci per sollevarla e la porti alla luce, per darle una ripulita, gonfiarle le gomme e raddrizzare un po’ il manubrio condorino. [1]
Appena lo impugno mi torna alla mente il giorno, era giugno 1966,  quando mio padre me la fece trovare al mattino, con una scusa, davanti alla porta del box: la Legnano serie oro, luccicante e splendida;  le decalcomanie artistiche la impreziosivano, le cromature scintillavano al sole. Era il premio per la mia promozione col massimo dei voti all’esame di terza media, primo prodotto della famosa media unificata  [2], considerata un po’ di serie “B” da quelli che avevano fatto la vera scuola media. [3]
Per uno strano scherzo del destino, che ama riportarci coi piedi per terra,  la gioia di quel dono venne subito offuscata nel pomeriggio dalla morte della nonna materna: la dura legge della compensazione.

Con lei iniziai a esplorare solitario le strade della Barona che cambiava, e per me cambiare i rapporti era una sensazione nuova, unica, sentire lo scatto e il variare della forza da impiegare. Mi accompagnò nelle lunghe solitudini al lago, tra Desenzano e Solferino e sulle statali dell’assolata pianura, per diversi anni.

Con lei ancora oggi, come con un’amante furtiva, attraverso rapido le ultime case per gettarmi nei campi del parco agricolo. Emulo povero di un cavaliere nelle praterie, ricerca di solitudine, silenzio; sento il vento che fischia nelle orecchie e immagino di essere quel cavallo arabo del proverbio. [4]

Parco assediato dai barbari alle porte, centri commerciali e direzionali cresciuti nella mistificazione consumistica, frattali del progresso che trovano una tentata bellezza solo vestendosi abusivamente nelle rare giornate terse, con i raggi del sole morente.
Altrimenti restano tristi monoliti, il cui splendore luccicante da nuovi viene presto attaccato dagli spietati ossidi, uniformandosi al paesaggio.

Villaggi residenziali ricolmi di promesse di verde e di spazi, progressivamente affiancati da altri che erodono il verde,  impacchettati dai nastri di autostrada e tangenziale; le zanzare festeggiano l’arrivo dei nuovi ospiti.

Percorro quella che mi piace pensare come frontiera urbana: avanzano  i segni della colonizzazione, cartelli stradali arroganti, tralicci enormi incombenti, carichi di energia chissà da chi e per chi. 

Segni che inquinano il tracciato medioevale dei canali irrigui delle marcite, tecnica culturale millenaria  importata dai monaci cistercensi e che diede benessere e prosperità, ora in disuso per colture più profittevoli.

Edifici che finiscono improvvisi nel vuoto orizzonte dei campi, presidiato dalle prime cascine – di frontiera, appunto – baluardi che offrono prodotti a chilometro zero e danno al cittadino l’illusione contadina compresa nel prezzo e piacevoli convivi domenicali.

I campi resistono, mi accolgono d’estate col sentore caldo dei mucchi di letame, col profumo del fieno tagliato, con nugoli di insetti che sferzano il viso in corsa; d’inverno con l’umida  nebbia che tutto sfuma, compresa la propria identità,  simile a quella dei solitari sconosciuti che vagano nei campi: figure umane e vegetali fuse in un unico limbo.

Una fuga dall’alienazione necessaria e sedativa del quotidiano, ricerca compulsiva di radici lontane, domande non risposte.

La strada scorre sotto le ruote, gli occhi osservano ipnotizzati e sospesi, la mente rivede rapida scelte di studio, di vita, di lavoro, incontri d’amore e di sofferenza:  annegati diorami in una boccia di vetro opacizzato dal tempo.

Strada apparentemente libera, ma rotaie invisibili guidano il percorso della vita. La mente nuota come in un’immensa piscina, mare ove i ricordi ti vengono incontro, a volte pesci colorati, a volte frammenti di polistirolo che galleggiano sulla linea dei giorni.

La città la senti: di giorno la sua ossessiva vibrazione di fondo, di sera la diffusa luminescenza che uccide le stelle più piccole, lasciandoci Sirio, qualche pianeta di passaggio o l’ineffabile Selene.

Mi allontano, ma l’elastico gravitazionale della città mi  trattiene, invisibile, mi dà l’illusione della fuga ma poi mi riprende quando sono esausto, mi fa ritornare, con nello zaino la borraccia vuota, piena d’aria di libertà.

Sudato, la abbraccio teneramente per riporla  in cantina, spengo la luce, dentro e fuori.

Alla prossima.


[1] il termine “condorino” ( piccolo condor) si riferisce alla forma a uccello del manubrio dritto e stretto. La bici condorino era costruita dalla maggior parte dei produttori italiani dalla metà degli anni ’50 fino alla metà degli anni ’80.

[2] La riforma scolastica della scuola media inferiore, detta scuola secondaria di  I grado (legge nr. 1859, 31.12.1962), grazie alla quale si istituiva in Italia l’obbligo scolastico della durata di otto anni, dando il via alla scolarizzazione di massa.

[3] Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione.

[4] “l’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”.


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S1:E1 “Il Bicighellone”

Abituati a vederci e considerarci secondo il discutibile concetto di modernità, viviamo confusi e continuamente assoggettati a stereotipi che ci vogliono tenere ancorati alle ingannevoli offerte di un mondo artefatto negli stili di vita. Lo scopo perverso è l’invito nemmeno tanto nascosto a  comportarci da buoni consumatori.
Diversa e augurabile è l’attitudine del flâneur che, nel racconto di Lorenzo De Francesco, pedala  in bicicletta per la città, godendosi le buone cose ritrovate, anche se l’inevitabile cambiamento dovuto alle diverse opportunità e necessità di una città trasformata può averle modificate.
Lorenzo ironicamente si definisce Bicighellone, simpatico appellativo del bighellone perditempo, ma anche flâneur, per essere precisi, allo scopo di evidenziare l’aspetto qualificante dell’osservazione curiosa e riflessiva di colui che ritrova e rivive i luoghi della memoria, con l’affetto di chi è radicato nel proprio mondo, quindi non un vagare inconsapevole per le vie della città.
Il bicighellone prende mentalmente nota e confronta ma non valuta i fenomeni.
Questo è il primo racconto della serie Appunti del Bicighellone.

Rita Manganello


C’è una luce sottile, leggera che avvolge  monumenti e case stranamente puliti, in questo novembre che è ancora settembre. Le ruote della bici saltellano sui blocchi di selciato, sgusciano tra le rotaie, mentre gli occhi scrutano scorci interessanti da fermare, le orecchie indovinano l’avvicinarsi di motori minacciosi.

Che sensazione poter rivivere la città in questo modo vecchio eppure nuovo; centellinare luoghi percorsi nevroticamente migliaia di volte, di giorni, di urgenze.

Ho attraversato i Giardini: erano il mio povero premio, in alcune domeniche, venire qui allo Zoo, [1]  nutrire gli animali tristemente ingabbiati, farmi riprendere dalla 8mm Kodak del babbo, vestito a festa in pose fiere. Luoghi di emozione allora, insignificanti oggi; ma in dissolvenza quelle immagini scorrono ancora.

Mi fermo ad aspettare che il vecchio tram sbuchi dall’arco medievale di porta Nuova, mentre raggi di ultima luce fanno persino bello il  candido bassorilievo fascista del palazzo dell’Informazione. Più in là la conica cuspide di San Marco è affiancata in prospettiva dalla sagoma quasi mostruosa del Curvo di Citylife. [2]

Il Bicighellone, un bighellone in bici o più esoticamente un flâneur in velocipede, si compiace di vagare senza meta, rincorrendo la luce che scappa tra palazzi e vie più deserti del solito a causa di questa pandemia assassina che molti accolgono con indifferenza arrogante.

Un’umanità scarsa e mascherata percorre vie nitidamente vuote, file di taxi aspettano dei fantasmi.

La Scala tetramente chiusa, devitalizzata, sospesa a qualcosa, attende una nota ancora invisibile.

Le rotaie tracciano la strada, ma a volte macabri frammenti ciechi, annegati e troncati dall’asfalto mi ricordano linee estinte. Cicatrici di una guerra che annientò il trasporto pubblico elettrico, silenzioso ed ecologico per far spazio a fumosi autobus assordanti.

Corro ipnotizzato da queste rotaie, lucide di freddo riflesso, incurante dell’incessante martirio del selciato che trasforma la sella in una tortura sfiancante. Inevitabilmente l’atmosfera serale, la luce cadente e radente, l’aria più fresca, scatenano nella mia romantica mente musiche e ricordi, una sequela incessante che sempre si affaccia in queste occasioni, malinconico spartito che raccatta musiche amate che si accavallano per affacciarsi alla mente, un po’ tristi, un po’ gioiose, tutte legate a precisi momenti, a intense emozioni. Sotto gli occhi a volte passa uno scambio, con l’ago diritto o piegato, come nella vita il tuo simbolico tram prende una direzione o l’altra. A seconda del percorso il conducente fa scattare lo scambio, un rumore metallico inconfondibile, se sei vicino è stupore assordante improvviso.

Alla fine il vagare estingue il suo impulso, devi ritornare a casa, seguire la rotaia invisibile: la fantasia si spegne come quel riflesso di sole ormai stinto, il buio della sera avvolge i pensieri e i ricordi in un pacchetto quotidiano, accurato, sempre uguale. Quel tram allo scambio è andato da un’altra parte, ora il suo posteriore annega là in fondo, diventa invisibile, imprendibile, assorbito dalla prospettiva delle case in lontananza, mentre si avvicina al capolinea. Ogni fine è un nuovo inizio, fino all’ultima corsa verso il deposito.


[1] gli attuali giardini Montanelli in via Palestro a Milano.

[2] Il grattacielo  progetto Daniel Libeskind


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