OLTRE IL CIELO. Racconti straordinari con esploratori della Luna e dello Spazio.
L’esplorazione è nel DNA degli esseri umani
Giovanni Caprara
Viaggio nella Luna (Le Voyage dans la lune), Georges Méliès, 1902
Sua eccellenza il Politecnico di Milano ospita, di tanto in tanto, eventi culturali aperti al pubblico e precisamente interviste a personaggi della cultura, condotte con affabile disponibilità dal Magnifico Rettore o docenti dei vari dipartimenti.
Ebbene, ho già visto in azione un paio di questi personaggi: Beppe Severgnini, giornalista sempre sorridente nonostante le avversità della politica, e Marco Malvaldi, arguto scrittore di romanzi gialli.
L’incontro con l’autore di cui vi riferisco, è con Giovanni Caprara, editorialista scientifico del Corriere della Sera a colloquio con Giuseppe Sala docente del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali.
Caprara ha recentemente pubblicato un libro dal titolo Oltre il cielo. Racconti straordinari con esploratori della luna e dello spazio, edito da Hoepli. Nove capitoli fra i quali “Grandi padri”, “Guerrieri dell’orbita”, “Uomini e donne del cosmo russo”, “Dall’Italia alle stelle” (ci siamo anche noi, che credevate ?), “Il nostro futuro”. Niente di meglio per ripercorrere le vicende dei viaggi nello spazio, culminati nell’ambiziosa missione luna.
Un semplice quiz per i lettori di Diatomea:
Come si chiama l’area prescelta dalla NASA per l’allunaggio? A) La prateria del silenzio B) Il mare della tranquillità C) L’oasi della pace.
Avete risposto correttamente ? Non ricordate? Bene, un buon motivo per leggere il libro.
20 luglio 1969, 20:17:40 UTC. Vi dice qualcosa questa data ? Gli italiani muniti di televisore in bianco e nero, in tutto due soli canali da farsi bastare, rimasero incollati allo schermo per vivere, comodamente da casa, un momento straordinario della storia dell’umanità: la missione Apollo 11, lo sbarco dell’uomo sulla luna, con il quale gli Stati Uniti vincono la competizione tecnologica e scientifica con l’Unione sovietica. Motivo del sorpasso: superiorità finanziaria e gestionale degli Stati Uniti.
Lancio Apollo 11
Nel pieno fulgore di una guerra fredda alla ricerca di opportunità anche in campo aerospaziale, la cosiddetta “conquista dello spazio” era considerata un’arma strategica di primaria importanza per entrambi i blocchi.
Chi di noi al tempo era già grandicello ricorderà la telecronaca in diretta condotta da Tito Stagno, con il commento di Andrea Barbato, e il famoso battibecco con Ruggero Orlando in collegamento da Houston, riguardo al tempo esatto dell’allunaggio.
Sala di controllo missione Apollo 11
Un momento di orgoglio nazionale: Rocco Petrone, figlio di immigrati italiani, direttore dei lanci del programma Apollo, premette il pulsante proiettando l’umanità nella storia delle missioni lunari.
Dal curriculum dell’autore che ho riportato integralmente, ci rendiamo conto di avere di fronte un esperto del settore spaziale e testimone autorevole di imprese che hanno fatto sognare una generazione di donne e uomini, giovani e meno giovani, che vedevano nell’esplorazione spaziale un incentivo per un’evoluzione in positivo dell’umanità, un superamento del limite, l’emblema dell’irraggiungibile, un’avventura portatrice di scoperte benefiche in vari campi. Come conseguenza la crescita delle nostre aspettative di benessere diffuso nella società: malattie, guerre, povertà, avrebbero ceduto il posto alla prosperità e alla pace sociale. Una spinta universalista che alimentò l’immaginario popolare, dalla fantascienza alla realtà.
Giovanni Caprara
5 luglio 1989. Caprara incontra gli astronauti della missione Apollo 11: Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Mike Collins. Una corposa intervista che si svolge nel Salone dell’aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, per celebrare i vent’anni della “notte della luna”. L’autore soddisfa alcune nostre curiosità ponendo molte domande ai leggendari astronauti, fra cui quella vagamente insidiosa, rivolta a Neil Armstrong sul ruolo colonizzatore delle missioni lunari:
È giusto che gli Stati Uniti colonizzino la luna?
È un tipo di domanda molto ipotetica. Io sono sicuro che se avessimo continuato il programma di esplorazione che avevamo avviato, oggi disporremmo già di una base abitata e potremmo sfruttare le risorse naturali del nostro satellite estraendo per esempio ossigeno dalle rocce. Non ho dubbi comunque. Queste cose si faranno nel prossimo futuro.
Il nostro satellite sarà una pietraia del tutto inospitale, ma dai sassi qualcosa si può spremere per il bene dell’umanità.
Dalla prefazione dell’autore al suo libro Oltre il cielo:
“Ogni esplorazione, in particolare quella dello spazio è frutto di temerarietà, determinazione ma e soprattutto un’avventura dell’intelletto, della cultura proiettata verso nuovi confini.”
[…]Il libro è una storia dello spazio raccontata dalla voce dei personaggi che l’hanno realizzata. Ed è stato meraviglioso ascoltare la passione, l’entusiasmo, la visione che animava le loro parole, spesso intrise da una sorprendente umiltà. Testimonianze preziose, che ci portano nel futuro volando dalla fantascienza alla realta.”
Questo il sogno planetario di un Occidente che si era lasciato alle spalle, ormai da un ventennio, una guerra mondiale da dimenticare, senza contare un conflitto rovinoso in corso nel Sud-est asiatico; la voglia di un futuro salvifico fatto di vicende straordinarie è umanamente comprensibile. Ricordiamo che in Italia l’Autunno caldo delle mobilitazioni operaie era alle porte.
Un sogno di breve durata nel nostro Paese: il 12 dicembre 1969 la strage di Piazza Fontana darà l’avvio alla strategia della tensione.
Giovanni Capraraè editorialista scientifico del Corriere della Sera e ha seguito le imprese spaziali nei centri delle varie nazioni. È autore di numerose pubblicazioni sulla storia della scienza e dell’esplorazione spaziale tradotte in Europa e negli Stati Uniti, tra cui: Il libro dei voli spaziali (Vallardi); Era spaziale (Mondadori); Alla scoperta del sistema solare (con Margherita Hack, Mondadori); Abitare lo spazio (Mondadori); L’avventura della scienza (Rizzoli); L’Italia sullo Shuttle (Mondadori); Breve storia delle grandi scoperte scientifiche (Bompiani); Storia italiana dello spazio (Bompiani); The Complete Encyclopedia of Space Satellites (FireFly); Rosso Marte (Utet). Co-autore di Space Exploration and Humanity – A historical encyclopedia (ABC-CLIO). È curatore della sezione Spazio del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano e tiene lezioni sulla storia dell’esplorazione spaziale al Politecnico di Milano. Nel 2000 ha ricevuto il premio ConScientia come giornalista scientifico dell’anno, premio assegnato congiuntamente dalle università milanesi; nel 2010 l’European Science Writers Award della Euroscience Foundation; nel 2016 il Premio per la comunicazione scientifica della Società Italiana di Fisica (SIF). Dal 2011 è presidente dell’UGIS, Unione Giornalisti Italiani Scientifici. In riconoscimento della sua attività di divulgatore, l’International Astronomical Union ha battezzato in suo onore un asteroide in orbita tra Marte e Giove.
Cammino nelle Terre Mutate.
Giorno 1 del #CamminoNelleTerreMutateFabriano-MatelicaOre 8, ci si raduna tutti nella piazza di Fabriano. La maggior parte dei camminatori è arrivata ieri, alcuni invece hanno raggiunto il gruppo la mattina stessa. È bello vedere persone che hanno già fatto il cammino negli anni passati abbracciarsi come fossero fratelli e sorelle. Foto di rito nella piazza di Fabriano e si parte. In breve imbocchiamo un sentiero caratterizzato da grandi querce. Si incomincia a fare due chiacchiere col vicino di cammino. I nomi sono tanti da ricordare perché il gruppo è composto da una cinquantina di persone, ma in breve si comincia a riconoscere i visi. Ci sono persone dalla Sicilia al Trentino ed è bello vedere questo gruppo eterogeneo camminare insieme mosso dalle più disparate motivazioni, ognuno con le proprie aspettative.La maggior parte di loro sono camminatori abituali. Io e pochi altri invece siamo al nostro battesimo per un cammino. Da qui il mio timore nel non sapere come sarà quest'esperienza e la paura di non farcela. Ma sento che le gambe reggono bene, i piedi non sono affaticati e questo mi dà coraggio. Chiacchiero con più persone e racconto del perché ho voluto fare proprio questo cammino (a voi lo spiegherò un'altra volta).È metà mattina e si giunge al monastero di San Silvestro, dove padre Armando ci accoglie e ci racconta un po' di cose e della sua fede. È bello ascoltarlo. Ci si rincammina e i sentieri nel bosco si alternano a quelli nei prati. Pranziamo e ci riposiamo un po'. Arrivati nel pomeriggio ad Esanatoglia ci fermiamo questa volta nell'unico bar aperto per rifocillarci un po'. I paesani ci guardano incuriositi ma mai con sospetto. A chi ce lo chiede spieghiamo chi siamo e cosa facciamo e che siamo partiti da Fabriano per arrivare, 14 giorni dopo, a L'Aquila. Da Esanatoglia a Matelica è un alternarsi di colline coltivate a grano, prati, campi di lavanda. In lontananza vediamo Matelica, la mèta di questa prima tappa. Sono passati una ventina di km, i piedi cominciano ad essere stanchi ma non mi fanno male, hanno solo bisogno di riposo. Finalmente l'arrivo all'agriturismo Deimar, dove veniamo accolti calorosamente. Monto la tenda e faccio la doccia. Dopo una giornata così anche i gesti più semplici come togliersi le scarpe o farsi una doccia diventano belli e importanti. La cena è buona ed abbondante.A pancia piena si sta meglio ed ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Entro in tenda e cerco di fare ordine nella mente. Spero di riuscire a riposare, perché quella che più temo è la seconda tappa. Ma oggi sono stato bene e non c'è motivo perché non debba andare bene anche domani.Qui il terremoto si è sentito forte ma non ha fatto molti danni. Da domani, a Camerino, i segni del sisma saranno tangibili ed emotivamente sarà un'altra storia che spero di potervi raccontare come ho fatto oggi. Buona notte!
Fabriano – Matelica Ore 8, ci si raduna tutti nella piazza di Fabriano. La maggior parte dei camminatori è arrivata ieri, alcuni invece hanno raggiunto il gruppo la mattina stessa. È bello vedere persone che hanno già fatto il cammino negli anni passati abbracciarsi come fossero fratelli e sorelle. Foto di rito nella piazza di Fabriano e si parte. In breve imbocchiamo un sentiero caratterizzato da grandi querce. Si incomincia a fare due chiacchiere col vicino di cammino. I nomi sono tanti da ricordare perché il gruppo è composto da una cinquantina di persone, ma in breve si comincia a riconoscere i visi. Ci sono persone dalla Sicilia al Trentino ed è bello vedere questo gruppo eterogeneo camminare insieme mosso dalle più disparate motivazioni, ognuno con le proprie aspettative. La maggior parte di loro sono camminatori abituali. Io e pochi altri invece siamo al nostro battesimo per un cammino. Da qui il mio timore nel non sapere come sarà quest’esperienza e la paura di non farcela. Ma sento che le gambe reggono bene, i piedi non sono affaticati e questo mi dà coraggio. Chiacchiero con più persone e racconto del perché ho voluto fare proprio questo cammino (a voi lo spiegherò un’altra volta). È metà mattina e si giunge al monastero di San Silvestro, dove padre Armando ci accoglie e ci racconta un po’ di cose e della sua fede. È bello ascoltarlo. Ci si rincammina e i sentieri nel bosco si alternano a quelli nei prati. Pranziamo e ci riposiamo un po’. Arrivati nel pomeriggio ad Esanatoglia ci fermiamo questa volta nell’unico bar aperto per rifocillarci un po’. I paesani ci guardano incuriositi ma mai con sospetto. A chi ce lo chiede spieghiamo chi siamo e cosa facciamo e che siamo partiti da Fabriano per arrivare, 14 giorni dopo, a L’Aquila. Da Esanatoglia a Matelica è un alternarsi di colline coltivate a grano, prati, campi di lavanda. In lontananza vediamo Matelica, la mèta di questa prima tappa. Sono passati una ventina di km, i piedi cominciano ad essere stanchi ma non mi fanno male, hanno solo bisogno di riposo. Finalmente l’arrivo all’agriturismo Deimar, dove veniamo accolti calorosamente. Monto la tenda e faccio la doccia. Dopo una giornata così anche i gesti più semplici come togliersi le scarpe o farsi una doccia diventano belli e importanti. La cena è buona ed abbondante. A pancia piena si sta meglio ed ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Entro in tenda e cerco di fare ordine nella mente. Spero di riuscire a riposare, perché quella che più temo è la seconda tappa. Ma oggi sono stato bene e non c’è motivo perché non debba andare bene anche domani. Qui il terremoto si è sentito forte ma non ha fatto molti danni. Da domani, a Camerino, i segni del sisma saranno tangibili ed emotivamente sarà un’altra storia che spero di potervi raccontare come ho fatto oggi. Buona notte!
… continua
Giorno 2 del #CamminoNelleTerreMutateMatelica-CamerinoL'appuntamento di stamattina è nella bella piazza di Matelica. Nel mentre che ci raduniamo tutti, ci armiamo di volantini e li distribuiamo nel bar e alla gente che incontriamo per strada. Questo è un Cammino giovane e le persone del posto hanno bisogno di sapere che sul proprio territorio d'ora in poi vedranno passare donne e uomini con zaino e scarponi che molto probabilmente consumeranno qualcosa al bar, nella pizzeria o semplicemente avranno voglia di conoscere più da vicino questa realtà e chi la vive quotidianamente.Abbandoniamo il paese e ci addentriamo nel verde dei campi e soprattutto nel giallo delle ginestre, sempre abbondantemente presenti. Ad un certo punto decidiamo di fermarci sotto ad una grande quercia e di stare 10 minuti in totale silenzio, ascoltando semplicemente gli uccelli o il fruscio del poco venticello che ogni tanto muove le foglie. Il silenzio e l'ascolto sono armi potenti, in grado di riallinearci con la natura di cui, ce lo dimentichiamo spesso, siamo parte.Giungiamo in un piccolo paesino, Castel S. Angelo, frazione di Castelraimondo, dove facciamo una lunga pausa pranzo e dove un simpatico signore ci apre la chiesetta, di cui è il custode.Il percorso di oggi purtroppo passa per buona parte sull'asfalto, che indurisce e stanca le piante dei piedi. Anche il caldo e l'umidità non ci aiutano.Passiamo vicino, ma non ci entriamo, al paese di Pioraco. Beatrice, che ci vive e che è in cammino con noi, ci racconta di quando, la notte del 26 ottobre 2016, nella cartiera, si è sfiorata la tragedia perché i pesanti macchinari della fabbrica, con la scossa di terremoto, sono usciti fuori dai binari tirando giù tutta la struttura. Solo per una fortuita combinazione di eventi, in quell'istante gli operai della fabbrica non erano nella postazione di lavoro. Forse una casuale combinazione di eventi, come ce ne sono state tante. Forse è il caso di parlare di miracolo.Ci fermiamo nella frazione di Seppio, dove l'unico bar è chiuso. Si affacciano però dalla finestra prima il parroco che ci dice che ci ha visto in televisione e poi la signora del bar, la quale ci dice che avrebbe aperto più tardi, ma visto l'eccezionalità ci apriva subito. Una birra è un buon integratore di sali minerali e un meritato premio.Ancora tanto asfalto e Camerino appare sempre più vicino. Beatrice inizia a cantare la canzone di Jimmy Fontana "Che sarà" perché, mi dice, è stata scritta riferendosi a Camerino. Ci fermiamo alle pendici della città perché stanotte si dorme nel palazzetto dello sport. Domattina avremo la possibilità di visitarla.Mentre finisco di scrivere questo diario mi trovo in ristorante e non so se è più grande la fame o il sonno.Sono stanco, ma le gambe hanno retto e l'entusiasmo non manca.Alla prossima tappa… Passo dopo passo.
Matelica – Camerino L’appuntamento di stamattina è nella bella piazza di Matelica. Nel mentre che ci raduniamo tutti, ci armiamo di volantini e li distribuiamo nel bar e alla gente che incontriamo per strada. Questo è un Cammino giovane e le persone del posto hanno bisogno di sapere che sul proprio territorio d’ora in poi vedranno passare donne e uomini con zaino e scarponi che molto probabilmente consumeranno qualcosa al bar, nella pizzeria o semplicemente avranno voglia di conoscere più da vicino questa realtà e chi la vive quotidianamente. Abbandoniamo il paese e ci addentriamo nel verde dei campi e soprattutto nel giallo delle ginestre, sempre abbondantemente presenti. Ad un certo punto decidiamo di fermarci sotto ad una grande quercia e di stare 10 minuti in totale silenzio, ascoltando semplicemente gli uccelli o il fruscio del poco venticello che ogni tanto muove le foglie. Il silenzio e l’ascolto sono armi potenti, in grado di riallinearci con la natura di cui, ce lo dimentichiamo spesso, siamo parte. Giungiamo in un piccolo paesino, Castel S. Angelo, frazione di Castelraimondo, dove facciamo una lunga pausa pranzo e dove un simpatico signore ci apre la chiesetta, di cui è il custode. Il percorso di oggi purtroppo passa per buona parte sull’asfalto, che indurisce e stanca le piante dei piedi. Anche il caldo e l’umidità non ci aiutano. Passiamo vicino, ma non ci entriamo, al paese di Pioraco. Beatrice, che ci vive e che è in cammino con noi, ci racconta di quando, la notte del 26 ottobre 2016, nella cartiera, si è sfiorata la tragedia perché i pesanti macchinari della fabbrica, con la scossa di terremoto, sono usciti fuori dai binari tirando giù tutta la struttura. Solo per una fortuita combinazione di eventi, in quell’istante gli operai della fabbrica non erano nella postazione di lavoro. Forse una casuale combinazione di eventi, come ce ne sono state tante. Forse è il caso di parlare di miracolo. Ci fermiamo nella frazione di Seppio, dove l’unico bar è chiuso. Si affacciano però dalla finestra prima il parroco che ci dice che ci ha visto in televisione e poi la signora del bar, la quale ci dice che avrebbe aperto più tardi, ma visto l’eccezionalità ci apriva subito. Una birra è un buon integratore di sali minerali e un meritato premio. Ancora tanto asfalto e Camerino appare sempre più vicino. Beatrice inizia a cantare la canzone di Jimmy Fontana “Che sarà” perché, mi dice, è stata scritta riferendosi a Camerino. Ci fermiamo alle pendici della città perché stanotte si dorme nel palazzetto dello sport. Domattina avremo la possibilità di visitarla. Mentre finisco di scrivere questo diario mi trovo in ristorante e non so se è più grande la fame o il sonno. Sono stanco, ma le gambe hanno retto e l’entusiasmo non manca. Alla prossima tappa… Passo dopo passo.
… continua
Giorno 3 del #CamminoNelleTerreMutate
Camerino-Fiastra “RICOSTRUIRE ORA CASE E COMUNITÀ”. È questa la frase che portiamo in giro con uno striscione per le strade e i paesi che incontriamo. Se c’è qualcosa che possiamo imparare dalle zone colpite dal sisma è che non basta ricostruire le case, ma è fondamentale ricucire la comunità. Ed è ciò che ci dice anche Roberta Grifantini, che ci accoglie calorosamente nella città di Camerino. Roberta viveva nel centro storico di Camerino e aveva una parafarmacia. Il palazzo dove viveva ora è inagibile e completamente imbragato con cavi di acciaio e chiavi di ferro. Per due anni la sua attività si è svolta in una tensostruttura: gelida d’inverno e asfissiante d’estate. Ma ha resistito e quello che ci ha chiesto è di parlare con chiunque della situazione di queste terre stravolte dal terremoto. Gli edifici messi in sicurezza a Camerino sono ancora pochi e buona parte del centro storico è ancora zona rossa. Roberta, nonostante tutto, non perde l’entusiasmo quando parla della sua città. Ci ha raccontato della storia gloriosa di Camerino e, commossa, di quando, pochi giorni fa, è venuto il Papa che ha incontrato sindaci, comuni cittadini e ha celebrato una messa. Si scusa con noi per non avere il timbro da apporre sulla credenziale del Cammino, ma ci dice che il suo timbro sarà uno spruzzo di un profumo da lei creato sulla credenziale. Ci dispiace salutarla e, con la promessa di rispettare la sua richiesta (ovvero parlare delle zone terremotate ai nostri conoscenti) ci incamminiamo in questa nuova tappa. Oggi il caldo si è fatto sentire, ma il panorama ricompensava ogni fatica. La vista di un ciliegio pieno zeppo di squisiti frutti è stato motivo di grande soddisfazione per le nostre bocche affamate. Arrivati a Polverina abbiamo pranzato e poi intrapreso un cammino abbastanza impegnativo in direzione Fiastra. La rabbia e la frustrazione degli abitanti di queste terre è palpabile e viene esternata in eloquenti scritte addosso agli edifici inagibili. L’ottima cena completata dai prodotti dai distillati offerti dalla signora Varnelli in persona è stata la giusta conclusione a questa impegnativa giornata che si è conclusa, per i più temerari, a mezzanotte, parlando e discutendo con persone che si stanno attivando per ricucire le ferite del territorio. Vorrei raccontarvi molto di più, ma è mezzanotte inoltrata e domani la sveglia suonerà presto per affrontare una nuova tappa che si prospetta piuttosto impegnativa. Passo dopo passo…
… continua
Giorno 4 del #CamminoNelleTerreMutate
Fiastra-Ussita Stamattina siamo stati avvisati che la prima parte del nostro percorso sarebbe stata molto impegnativa e così è stato. Ho dormito poco e male e la ripida e lunga salita nel bosco si fa sentire. È necessario ogni tanto fare una piccola pausa per riprendere fiato, ma alla fine tutti riescono a svalicare la montagna. A metà della salita però la nostra guida ci consiglia di voltarci… Dietro di noi si palesa un panorama incantato, con il lago di Fiastra ai piedi delle montagne. Poco più avanti il panorama si apre ulteriormente e si vede in lontananza, sopra una collina, la città di Camerino. Ci si stupisce sempre voltandosi, perché si rimane increduli di quanta strada si sia percorsa con la sola forza delle proprie gambe. Superato il monte che sovrasta Fiastra si apre un altro tipo di paesaggio. Stavolta entriamo sempre più nel cuore del parco dei Sibillini e l’imponente Monte Bove si mostra in tutta la sua bellezza. Pranziamo nel posto meno ospitale che potessimo augurarci: l’erba è secca e non c’è un metro quadro di ombra. Si riparte così in direzione Ussita, immettendoci in un sentiero in discesa in mezzo al un bosco. Arrivati a valle entriamo nella frazione Sasso di Ussita e il contrasto con il bosco appena percorso è notevole. La prima cosa che vediamo è una casa che sembra esplosa da dentro. Via via che percorriamo la strada asfaltata gli edifici abbattuti o fortemente danneggiati non si contano più. Passiamo di fianco alle SAE, le casette provvisorie dei residenti, e una signora ci chiede da dove veniamo e ci ringrazia dicendo che è una gioia vedere tutta questa gente che passa a piedi. Arrivati a Ussita ci fermiamo al bar per il “terzo tempo” fatto di birre e gelati. I gestori ci accolgono calorosamente e ci raccontano la loro storia, di quanto sia stato difficile durante l’emergenza del terremoto e di quanto sia difficile ora che dovuto ricominciare da capo. Ma Ussita, come altre terre colpite dal terremoto, è anche la storia di donne tostissime, che non si arrendono e che fanno di tutto per stare sul territorio e ricucire le comunità. C’è Chiara, originaria di Pioraco ma residente da anni a Bologna, che subito dopo il terremoto ha deciso di venire a vivere a Frontignano (frazione di Ussita) e a dare vita insieme ad altre persone a C.A.S.A., acronimo che sta per Cosa Accade Se Abitiamo, una residenza per artisti, studiosi e persone interessate a lavorare sul e per il territorio. C’è anche Patrizia, una di quella manciata di persone che durante i giorni delle scosse violentissime di fine ottobre 2016 ha deciso di non mollare, di resistere arrangiandosi per mesi in una roulotte. Questa sera dormiamo al campeggio Colorito. Il signore che ci accoglie ci racconta del giorno della scossa di terremoto: “sembrava una bomba atomica! Dal Monte Bove si sono staccate delle rocce che cadendo hanno creato una nuvola di polvere incredibile. Sembrava la fine del mondo!” La serata si conclude con un concerto di musica celtica. Domani si va a Campi di Norcia passando per la mia amata Visso. Sono stanco e spero di riposare un po’ stanotte. Passo dopo passo…
P.S.: come ci è stato chiesto dai residenti, non pubblicherò, se non in via eccezionale, foto di macerie e distruzione. La spettacolarizzazione non serve. Serve che la gente venga a visitare questi posti di persona e che faccia qualche chiacchiera con i residenti.
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Giorno 5 del #CamminoNelleTerreMutateUssita-CampiCi sono giorni che quando la sera ripensi al mattino appena trascorso, questo sembra essere appartenuto al giorno prima. Questo è uno di quelli. La tappa è stata lunga e faticosa ma ricca di emozioni.Abbiamo lasciato Ussita in direzione Visso. Siamo passati per la montagna finché la vista del maestoso Monte Bove non ci ha abbandonato per dare luogo ai territori di Visso. Arriviamo alla grande torre che sovrasta il paese ed entriamo nel centro abitato col solito striscione. Per me Visso non è una sorpresa: lo conoscevo bene prima degli eventi sismici e ci sono stato più volte in seguito. È uno strazio sapere che oltre quelle barriere che delimitano la zona rossa una volta c'era uno dei borghi più belli d'Italia.Dopo aver pranzato partiamo alla volta di Campi di Norcia. Abbandoniamo la regione Marche per entrare nell'Umbria percorrendo una lunga strada sterrata tutta in salita. Il caldo asfissiante non aiuta per niente a sopportare la fatica, ma una fonte di acqua fredda rianima improvvisamente lo spirito di noi camminatori. Finalmente riusciamo a raggiungere i pratoni sopra le creste dietro il Monte Cardosa. Di nuovo una pausa per mangiucchiare qualcosina e ci tuffiamo lungo un ripido sentiero in discesa dal fondo ghiaioso che mette a dura prova le nostre ginocchia. Finalmente riusciamo a vedere il borgo di Campi. Il paese vecchio, arroccato in alto, è praticamente tutto distrutto. Il nostro campo base per questa sera è il bellissimo agriturismo Fonte Antica il cui proprietario ci accoglie con entusiasmo. La cena è invece organizzata dalle splendide persone della proloco di Campi. La loro struttura è stata soprannominata l'arca di Noè di Campi. Costruita con i migliori criteri antisismici, la struttura nel primo periodo post terremoto ha fatto da casa ad oltre 60 residenti. Oggi, il loro progetto "Back to Campi" è un esempio di forza di volontà, collaborazione e trasparenza. Le signore della proloco ci preparano un'ottima cena e io presidente ci dice che possiamo tornare sempre a Campi e che riceveremo sempre un sorriso e un piatto caldo.Nella tragedia emergono storie e persone incredibili.Quindi, se passate da queste parti, venite a visitare Campi di Norcia, andate alla proloco e andate a dormire all'agriturismo Fonte Antica, ne tornerete pieni di positività.La stanchezza questa sera è davvero tanta. Domani sarà una tappa defaticante che dovrebbe concludersi per pranzo. Ci attende la città di Norcia!Passo dopo passo…
Ussita-Campi Ci sono giorni che quando la sera ripensi al mattino appena trascorso, questo sembra essere appartenuto al giorno prima. Questo è uno di quelli. La tappa è stata lunga e faticosa ma ricca di emozioni. Abbiamo lasciato Ussita in direzione Visso. Siamo passati per la montagna finché la vista del maestoso Monte Bove non ci ha abbandonato per dare luogo ai territori di Visso. Arriviamo alla grande torre che sovrasta il paese ed entriamo nel centro abitato col solito striscione. Per me Visso non è una sorpresa: lo conoscevo bene prima degli eventi sismici e ci sono stato più volte in seguito. È uno strazio sapere che oltre quelle barriere che delimitano la zona rossa una volta c’era uno dei borghi più belli d’Italia. Dopo aver pranzato partiamo alla volta di Campi di Norcia. Abbandoniamo la regione Marche per entrare nell’Umbria percorrendo una lunga strada sterrata tutta in salita. Il caldo asfissiante non aiuta per niente a sopportare la fatica, ma una fonte di acqua fredda rianima improvvisamente lo spirito di noi camminatori. Finalmente riusciamo a raggiungere i pratoni sopra le creste dietro il Monte Cardosa. Di nuovo una pausa per mangiucchiare qualcosina e ci tuffiamo lungo un ripido sentiero in discesa dal fondo ghiaioso che mette a dura prova le nostre ginocchia. Finalmente riusciamo a vedere il borgo di Campi. Il paese vecchio, arroccato in alto, è praticamente tutto distrutto. Il nostro campo base per questa sera è il bellissimo agriturismo Fonte Antica il cui proprietario ci accoglie con entusiasmo. La cena è invece organizzata dalle splendide persone della proloco di Campi. La loro struttura è stata soprannominata l’arca di Noè di Campi. Costruita con i migliori criteri antisismici, la struttura nel primo periodo post terremoto ha fatto da casa ad oltre 60 residenti. Oggi, il loro progetto “Back to Campi” è un esempio di forza di volontà, collaborazione e trasparenza. Le signore della proloco ci preparano un’ottima cena e io presidente ci dice che possiamo tornare sempre a Campi e che riceveremo sempre un sorriso e un piatto caldo. Nella tragedia emergono storie e persone incredibili. Quindi, se passate da queste parti, venite a visitare Campi di Norcia, andate alla proloco e andate a dormire all’agriturismo Fonte Antica, ne tornerete pieni di positività. La stanchezza questa sera è davvero tanta. Domani sarà una tappa defaticante che dovrebbe concludersi per pranzo. Ci attende la città di Norcia! Passo dopo passo…
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Giorno 6 del #CamminoNelleTerreMutateCampi-NorciaÈ mattina e dopo aver fatto colazione presso la struttura della proloco di Campi ci incamminiamo verso Norcia. Campi e i loro abitanti ci sono davvero rimasti nel cuore.Quella di oggi è una passeggiata defaticante. Infatti prima di pranzo siamo già alla nostra mèta. Entriamo a Norcia come al solito col nostro striscione che recita "Ricostruire ora case comunità". La gente ci guarda incuriosita, ma quando capisce chi siamo e cosa stiamo facendo spende parole di incoraggiamento e ringraziamento.Norcia è diventata il simbolo del terremoto di ottobre 2016. Entrare nel centro storico ha un forte impatto emotivo. Aver visto il paese prima del 2016 e rivederlo oggi così ferito è duro da accettare. Ci sono tante cicatrici ma anche tante ferite ancora aperte. La rabbia della popolazione è anche qui evidente. Ci si lamenta per essere stati dimenticati, per aver ricevuto tante promesse non mantenute. Il proprietario del ristorante Nemo, presso cui ceniamo, ci dice che la frase che più odiano è quel "non vi lasceremo mai soli".Ora che l'emergenza del primo periodo post terremoto è finita è necessario venire in queste terre, che hanno ancora tanto da dare, e fare sentire agli abitanti la propria vicinanza. Credetemi, ciò ha un valore grandissimo.Domani sarà una delle tappe che più temo dal punto di vista fisico. Si arriverà a Castelluccio, uno dei miei posti del cuore. Sarà bello e malinconico, lo so.Spero di immergermi in tutta quell'energia che quel paradiso mi ha sempre dato.Passo dopo passo…
Campi-Norcia È mattina e dopo aver fatto colazione presso la struttura della proloco di Campi ci incamminiamo verso Norcia. Campi e i loro abitanti ci sono davvero rimasti nel cuore. Quella di oggi è una passeggiata defaticante. Infatti prima di pranzo siamo già alla nostra mèta. Entriamo a Norcia come al solito col nostro striscione che recita “Ricostruire ora case comunità”. La gente ci guarda incuriosita, ma quando capisce chi siamo e cosa stiamo facendo spende parole di incoraggiamento e ringraziamento. Norcia è diventata il simbolo del terremoto di ottobre 2016. Entrare nel centro storico ha un forte impatto emotivo. Aver visto il paese prima del 2016 e rivederlo oggi così ferito è duro da accettare. Ci sono tante cicatrici ma anche tante ferite ancora aperte. La rabbia della popolazione è anche qui evidente. Ci si lamenta per essere stati dimenticati, per aver ricevuto tante promesse non mantenute. Il proprietario del ristorante Nemo, presso cui ceniamo, ci dice che la frase che più odiano è quel “non vi lasceremo mai soli”. Ora che l’emergenza del primo periodo post terremoto è finita è necessario venire in queste terre, che hanno ancora tanto da dare, e fare sentire agli abitanti la propria vicinanza. Credetemi, ciò ha un valore grandissimo. Domani sarà una delle tappe che più temo dal punto di vista fisico. Si arriverà a Castelluccio, uno dei miei posti del cuore. Sarà bello e malinconico, lo so. Spero di immergermi in tutta quell’energia che quel paradiso mi ha sempre dato. Passo dopo passo…
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Giorno 7 del #CamminoNelleTerreMutateNorcia-CastelluccioLa tappa che temevo di più dal punto di vista fisico si è oggi rivelata molto meno faticosa di quanto pensavo. Sarà che ormai siamo allenati o sarà che non c'era il caldo asfissiante dei giorni scorsi, ma i 1100 m di dislivello sono passati tutto sommato senza troppa fatica. A farci compagnia quattro simpatici asini.La salita ci regala un panorama stupendo sulla piana di Norcia. Ma è quando scavalchiamo la montagna che l'impatto della vista è mozzafiato. Davanti a noi, enorme, maestoso ed elegante c'è il Redentore che domina il Piano Grande e tutta la catena dei Sibillini. Sullo sfondo, alla nostra sinistra, spicca quel che rimane di Castelluccio. Il paese, un tempo gioiello inestimabile, è per buona parte polverizzato.Scendendo nel Pian Grande, una tavolozza di colori ci invade e ci lascia estasiati. È la famosa fioritura di Castelluccio, uno spettacolo che si ripete ogni anno e che attrae migliaia di turisti.Per me non è una novità in quanto questi sono i miei luoghi del cuore, ma lo stupore e la meraviglia sono sempre gli stessi, come fosse la prima volta.Stanotte dormiamo in Val di Canatra, dove abbiamo allestito le tende. Mia nonna, classe 1912, mi raccontava che in questo posto gli sposi dei paesi vicini venivano a passare la luna di miele. E ora capisco perché! La volta celeste è uno spettacolo senza uguali, in questo posto in cui i prati si alternano ai boschi.Qui non c'è connessione internet e questo è un bene. La buonanotte ci viene data dalle melodie del violino di Francesco, che si è unito a noi oggi pomeriggio.Stanotte penso che sono un uomo fortunato, perché ho già visto e vissuto una parte di Paradiso.
Norcia-Castelluccio La tappa che temevo di più dal punto di vista fisico si è oggi rivelata molto meno faticosa di quanto pensavo. Sarà che ormai siamo allenati o sarà che non c’era il caldo asfissiante dei giorni scorsi, ma i 1100 m di dislivello sono passati tutto sommato senza troppa fatica. A farci compagnia quattro simpatici asini. La salita ci regala un panorama stupendo sulla piana di Norcia. Ma è quando scavalchiamo la montagna che l’impatto della vista è mozzafiato. Davanti a noi, enorme, maestoso ed elegante c’è il Redentore che domina il Piano Grande e tutta la catena dei Sibillini. Sullo sfondo, alla nostra sinistra, spicca quel che rimane di Castelluccio. Il paese, un tempo gioiello inestimabile, è per buona parte polverizzato. Scendendo nel Pian Grande, una tavolozza di colori ci invade e ci lascia estasiati. È la famosa fioritura di Castelluccio, uno spettacolo che si ripete ogni anno e che attrae migliaia di turisti. Per me non è una novità in quanto questi sono i miei luoghi del cuore, ma lo stupore e la meraviglia sono sempre gli stessi, come fosse la prima volta. Stanotte dormiamo in Val di Canatra, dove abbiamo allestito le tende. Mia nonna, classe 1912, mi raccontava che in questo posto gli sposi dei paesi vicini venivano a passare la luna di miele. E ora capisco perché! La volta celeste è uno spettacolo senza uguali, in questo posto in cui i prati si alternano ai boschi. Qui non c’è connessione internet e questo è un bene. La buonanotte ci viene data dalle melodie del violino di Francesco, che si è unito a noi oggi pomeriggio. Stanotte penso che sono un uomo fortunato, perché ho già visto e vissuto una parte di Paradiso.
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Giorno 8 del #CamminoNelleTerreMutateCastelluccio-Arquata del TrontoSvegliarsi in Val di Canatra ha tutto un altro sapore, come le crostate preparate da Rubinia. C'è chi ha dormito male, chi poco, chi ha avuto freddo e chi, come me, era talmente stanco che non ha avuto modo di provare sensazioni durante il sonno pesantissimo. Nonostante ciò l'atmosfera è sempre positiva e si sorride sempre perché felici di stare facendo questa avventura.Il giro di boa è stato fatto ed entriamo nella seconda settimana di cammino stanchi ma felici. Ci sono nuovi camminatori che si aggiungono al gruppo e altri, ormai divenuti amici, che purtroppo se ne vanno. Tempo di abbracci e di scambio di telefoni e si parte per questa nuova tappa. Anche oggi il Pian Grande di Castelluccio ci regala uno spettacolo unico con i suoi campi in fiore. Si arriva a Forca di Presta, dove ci rifocilliamo bevendo la fredda acqua del fontanile e riposando un po'. Oggi è tornato il caldo asfissiante, che rende le cose più difficili. Da questo punto in poi ci buttiamo in una discesa a picco per più di 1000 m di dislivello. A volte la discesa è più faticosa della salita, soprattutto se il sentiero ha un fondo sconnesso, la vegetazione lo rende a volte poco percorribile e il caldo non dà tregua. Alle nostre spalle, con le sue rocciose pareti a picco, c'è il Monte Vettore, il re indiscusso dei Monti Sibillini. Il pranzo è leggero e abbiamo modo di conoscere i gestori del progetto Monte Vector, che vi consiglio di vivamente di visitare. Anche loro ci chiedono di farci testimoni di queste terre, dei loro problemi e delle loro bellezze.Finalmente la discesa finisce ed entriamo a Pretare, frazione di Arquata del Tronto. L'impatto è tremendo. Macerie su macerie caratterizzano ciò che un tempo era il paese. L'unica cosa che sembra rimasta intatta è in realtà l'unica che forse non avrebbe meritato di sopravvivere: un orribile campanile in cemento armato che sovrasta quello che doveva essere un bellissimo borgo. È difficile descrivere tutto ciò che vediamo; sembra uno scenario di guerra. A Piedilama la proloco ci dà un caloroso benvenuto facendoci trovare un bel rinfresco che divoriamo in pochi minuti. Anche qui la gente è tosta e resiste contro tutto e tutti.È sera e la stanchezza sembra sommarsi a quella dei giorni precedenti. Domani si cambia regione e si entra in territorio laziale.Passo dopo passo…
Castelluccio-Arquata del Tronto Svegliarsi in Val di Canatra ha tutto un altro sapore, come le crostate preparate da Rubinia. C’è chi ha dormito male, chi poco, chi ha avuto freddo e chi, come me, era talmente stanco che non ha avuto modo di provare sensazioni durante il sonno pesantissimo. Nonostante ciò l’atmosfera è sempre positiva e si sorride sempre perché felici di stare facendo questa avventura. Il giro di boa è stato fatto ed entriamo nella seconda settimana di cammino stanchi ma felici. Ci sono nuovi camminatori che si aggiungono al gruppo e altri, ormai divenuti amici, che purtroppo se ne vanno. Tempo di abbracci e di scambio di telefoni e si parte per questa nuova tappa. Anche oggi il Pian Grande di Castelluccio ci regala uno spettacolo unico con i suoi campi in fiore. Si arriva a Forca di Presta, dove ci rifocilliamo bevendo la fredda acqua del fontanile e riposando un po’. Oggi è tornato il caldo asfissiante, che rende le cose più difficili. Da questo punto in poi ci buttiamo in una discesa a picco per più di 1000 m di dislivello. A volte la discesa è più faticosa della salita, soprattutto se il sentiero ha un fondo sconnesso, la vegetazione lo rende a volte poco percorribile e il caldo non dà tregua. Alle nostre spalle, con le sue rocciose pareti a picco, c’è il Monte Vettore, il re indiscusso dei Monti Sibillini. Il pranzo è leggero e abbiamo modo di conoscere i gestori del progetto Monte Vector, che vi consiglio di vivamente di visitare. Anche loro ci chiedono di farci testimoni di queste terre, dei loro problemi e delle loro bellezze. Finalmente la discesa finisce ed entriamo a Pretare, frazione di Arquata del Tronto. L’impatto è tremendo. Macerie su macerie caratterizzano ciò che un tempo era il paese. L’unica cosa che sembra rimasta intatta è in realtà l’unica che forse non avrebbe meritato di sopravvivere: un orribile campanile in cemento armato che sovrasta quello che doveva essere un bellissimo borgo. È difficile descrivere tutto ciò che vediamo; sembra uno scenario di guerra. A Piedilama la proloco ci dà un caloroso benvenuto facendoci trovare un bel rinfresco che divoriamo in pochi minuti. Anche qui la gente è tosta e resiste contro tutto e tutti. È sera e la stanchezza sembra sommarsi a quella dei giorni precedenti. Domani si cambia regione e si entra in territorio laziale. Passo dopo passo…
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Giorno 9 del #CamminoNelleTerreMutateArquata del Tronto-AccumoliLa giornata dei contrasti.La giornata non inizia nel migliore dei modi. Nella notte c'è stata talmente tanta umidità che la tenda è zuppa e i panni che avevo steso li ritrovo più bagnati di quando li avevo lavati. Il mio umore non è dei migliori. Ma in cammino non c'è tanto tempo per lamentarsi; i problemi in qualche modo si risolveranno e, dopotutto, non sono questi i problemi. Passo dopo passo si va avanti verso la nuova mèta.Giungiamo alle porte di Pescara del Tronto ed entriamo in assoluto silenzio. Non ci sono parole per descrivere cosa si prova nel vedere un cumulo di calcinacci immenso che è venuto giù dal versante della collina. Entriamo nel parco giochi del paese che è diventato il monumento alla memoria delle 52 vittime di Pescara. Ci mettiamo in cerchio stringendoci la mano. A stento si riesce a trattenere le lacrime. Una frase sullo striscione commemorativo recita: "Ora che siete cielo ricordarvi significa avervi accanto e credere che quei momenti non passeranno mai". Vedo poi la fotografia in un cartello di Pescara prima del terremoto; gli faccio una foto, l'unica che scatto, per ricordarmi com'era un tempo il paese che non c'è più.Continuiamo per la strada asfaltata con il groppo in gola e nessuno ha voglia di interrompere il silenzio.Arriviamo a Capodacqua, dove alcune persone di gran cuore ci accolgono calorosamente. Non è solo tempo di pranzo, ma anche di riflessioni.È tempo di ripartire e ci incamminiamo per un bellissimo sentiero nel bosco fino a giungere, nel comune di Accumoli, presso l'agriturismo Alta Montagna Bio. Qui ci offrono un'ottima birra artigianale locale e Katia ci offre degli squisiti taralli appena sfornati e gustosi assaggi di formaggi e salumi locali. Sarà per via dell'alcool, o perché abbiamo tutti voglia di rilassarci dopo la tensione accumolata, o per l'incredibile positività che ci trasmettono Katia e la sua bella famiglia, il pomeriggio si conclude tra balli, canti e abbracci.Stasera dormiamo al B&B Lago Secco di Illica e prima di gustare un'ottima gricia, ascoltiamo uno psicologo che si è occupato delle ferite dell'anima di queste comunità.Anche domani sarà sicuramente una giornata emotivamente impegnativa: si arriverà ad Amatrice, simbolo della tragedia del sisma di quel maledetto 24 agosto 2016.Passo dopo passo…
Arquata del Tronto-Accumoli La giornata dei contrasti. La giornata non inizia nel migliore dei modi. Nella notte c’è stata talmente tanta umidità che la tenda è zuppa e i panni che avevo steso li ritrovo più bagnati di quando li avevo lavati. Il mio umore non è dei migliori. Ma in cammino non c’è tanto tempo per lamentarsi; i problemi in qualche modo si risolveranno e, dopotutto, non sono questi i problemi. Passo dopo passo si va avanti verso la nuova mèta. Giungiamo alle porte di Pescara del Tronto ed entriamo in assoluto silenzio. Non ci sono parole per descrivere cosa si prova nel vedere un cumulo di calcinacci immenso che è venuto giù dal versante della collina. Entriamo nel parco giochi del paese che è diventato il monumento alla memoria delle 52 vittime di Pescara. Ci mettiamo in cerchio stringendoci la mano. A stento si riesce a trattenere le lacrime. Una frase sullo striscione commemorativo recita: “Ora che siete cielo ricordarvi significa avervi accanto e credere che quei momenti non passeranno mai”. Vedo poi la fotografia in un cartello di Pescara prima del terremoto; gli faccio una foto, l’unica che scatto, per ricordarmi com’era un tempo il paese che non c’è più. Continuiamo per la strada asfaltata con il groppo in gola e nessuno ha voglia di interrompere il silenzio. Arriviamo a Capodacqua, dove alcune persone di gran cuore ci accolgono calorosamente. Non è solo tempo di pranzo, ma anche di riflessioni. È tempo di ripartire e ci incamminiamo per un bellissimo sentiero nel bosco fino a giungere, nel comune di Accumoli, presso l’agriturismo Alta Montagna Bio. Qui ci offrono un’ottima birra artigianale locale e Katia ci offre degli squisiti taralli appena sfornati e gustosi assaggi di formaggi e salumi locali. Sarà per via dell’alcool, o perché abbiamo tutti voglia di rilassarci dopo la tensione accumolata, o per l’incredibile positività che ci trasmettono Katia e la sua bella famiglia, il pomeriggio si conclude tra balli, canti e abbracci. Stasera dormiamo al B&B Lago Secco di Illica e prima di gustare un’ottima gricia, ascoltiamo uno psicologo che si è occupato delle ferite dell’anima di queste comunità. Anche domani sarà sicuramente una giornata emotivamente impegnativa: si arriverà ad Amatrice, simbolo della tragedia del sisma di quel maledetto 24 agosto 2016. Passo dopo passo…
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Giorno 10 del #CamminoNelleTerreMutateAccumoli-AmatriceDopo giorni di interminabili salite e discese, oggi una giornata tranquilla: siamo partiti più tardi del solito e il percorso è stato più dolce e breve degli altri giorni. Il tragitto si è articolato in un bellissimo sentiero nel bosco. Nelle nostre pause ci sono stati momenti di testimonianze e riflessioni, come la lettura di un estratto del libro "Filosofia del paesaggio" di Paolo D'Angelo.Giungiamo nel territorio di Amatrice passando di fianco a pavimenti di cemento dove un tempo sorgevano case e vivevano persone. Sono talmente tanti che il rischio è che ci si faccia l'abitudine. Interi agglomerati di case ora hanno solo un basamento circondato dalla rete rossa da cantiere. Giungiamo alla frazione S. Angelo e ci sistemiamo nei pressi delle S.A.E.. Franco, presidente della sezione CAI di Amatrice, ci racconta dei soccorsi durante le concitate ore successive a quel maledetto 24 agosto 2016.Abbiamo modo di visitare la chiesa di S.Angelo, i cui lavori di ristrutturazione erano terminati pochi giorni prima del terremoto e che ora è completamente crollata, portandosi giù anche il prezioso tetto e le numerose opere artistiche al suo interno.Ma la meraviglia, quella positiva, si ha quando visitiamo il più grande e vecchio cerro d'Europa: una pianta di 640 anni e dal diametro di più di sei metri. Abbiamo un senso di rispetto assoluto verso quell'essere che è sopravvissuto a intere epoche. Quando ci accingiamo ad abbandonare il sito incontriamo un signore in macchina con un bambino: ci dice che suo figlio è il primo nato dopo il terremoto!Ad allietare la squisita cena preparata dagli abitanti di S.Angelo (manco a dirlo con una superlativa amatriciana), la presenza di Paolina, amatriciana di 102 anni!Domani si parte presto e si visiterà Amatrice capoluogo. Sarà ancora una giornata ricca di forti emozioni.Passo dopo passo…
Accumoli-Amatrice Dopo giorni di interminabili salite e discese, oggi una giornata tranquilla: siamo partiti più tardi del solito e il percorso è stato più dolce e breve degli altri giorni. Il tragitto si è articolato in un bellissimo sentiero nel bosco. Nelle nostre pause ci sono stati momenti di testimonianze e riflessioni, come la lettura di un estratto del libro “Filosofia del paesaggio” di Paolo D’Angelo. Giungiamo nel territorio di Amatrice passando di fianco a pavimenti di cemento dove un tempo sorgevano case e vivevano persone. Sono talmente tanti che il rischio è che ci si faccia l’abitudine. Interi agglomerati di case ora hanno solo un basamento circondato dalla rete rossa da cantiere. Giungiamo alla frazione S. Angelo e ci sistemiamo nei pressi delle S.A.E.. Franco, presidente della sezione CAI di Amatrice, ci racconta dei soccorsi durante le concitate ore successive a quel maledetto 24 agosto 2016. Abbiamo modo di visitare la chiesa di S.Angelo, i cui lavori di ristrutturazione erano terminati pochi giorni prima del terremoto e che ora è completamente crollata, portandosi giù anche il prezioso tetto e le numerose opere artistiche al suo interno. Ma la meraviglia, quella positiva, si ha quando visitiamo il più grande e vecchio cerro d’Europa: una pianta di 640 anni e dal diametro di più di sei metri. Abbiamo un senso di rispetto assoluto verso quell’essere che è sopravvissuto a intere epoche. Quando ci accingiamo ad abbandonare il sito incontriamo un signore in macchina con un bambino: ci dice che suo figlio è il primo nato dopo il terremoto! Ad allietare la squisita cena preparata dagli abitanti di S.Angelo (manco a dirlo con una superlativa amatriciana), la presenza di Paolina, amatriciana di 102 anni! Domani si parte presto e si visiterà Amatrice capoluogo. Sarà ancora una giornata ricca di forti emozioni. Passo dopo passo…
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Giorno 11 del #CamminoNelleTerreMutateAmatrice-CampotostoOggi la nostra camminata inizia nella città simbolo del terremoto del 24 agosto 2016. Ci raduniamo intorno al monumento dedicato alle vittime: sono più di 200 ed è difficile far fronte alla commozione quando Franco intona il "Signore delle Cime". Nel paese tante macerie ma anche tanti cantieri in funzione che fanno sperare.Il cammino prosegue nel bosco con l'incantevole cornice dei Monti della Laga alla nostra sinistra. La meraviglia però si ha quando si apre definitivamente il panorama con il lago di Campotosto in basso e il massiccio del Gran Sasso sullo sfondo. Entriamo nel paese di Campotosto e sembra passeggiare in uno scenario da film horror: tutto è decadente e abbandonato. Le macerie si alternano ad edifici che vengono tenuti in piedi da scheletri di legno e ferro. Di Campotosto e degli ingenti danni subiti dal terremoto nessuno ne parla e nessuno ne ha parlato a suo tempo, quando, il 18 gennaio 2017, delle forti scosse distrussero il paese. In quei giorni, però, l'attenzione pubblica era tutta rivolta su Rigopiano. Giungiamo in quella che ora è la piazza di Campotosto dove i lavori a maglia di Assunta fanno bella mostra. La serata finisce nel migliore dei modi, tra vino, pasta e stornellatori.I rapporti tra noi si stringono sempre di più ma comincia a nascere un po' di malinconia perché questa avventura sta volgendo al termine.Ho trovato nuovi amici e spero di trovarne altri, sempre in cammino, passo dopo passo.
Amatrice-Campotosto Oggi la nostra camminata inizia nella città simbolo del terremoto del 24 agosto 2016. Ci raduniamo intorno al monumento dedicato alle vittime: sono più di 200 ed è difficile far fronte alla commozione quando Franco intona il “Signore delle Cime”. Nel paese tante macerie ma anche tanti cantieri in funzione che fanno sperare. Il cammino prosegue nel bosco con l’incantevole cornice dei Monti della Laga alla nostra sinistra. La meraviglia però si ha quando si apre definitivamente il panorama con il lago di Campotosto in basso e il massiccio del Gran Sasso sullo sfondo. Entriamo nel paese di Campotosto e sembra passeggiare in uno scenario da film horror: tutto è decadente e abbandonato. Le macerie si alternano ad edifici che vengono tenuti in piedi da scheletri di legno e ferro. Di Campotosto e degli ingenti danni subiti dal terremoto nessuno ne parla e nessuno ne ha parlato a suo tempo, quando, il 18 gennaio 2017, delle forti scosse distrussero il paese. In quei giorni, però, l’attenzione pubblica era tutta rivolta su Rigopiano. Giungiamo in quella che ora è la piazza di Campotosto dove i lavori a maglia di Assunta fanno bella mostra. La serata finisce nel migliore dei modi, tra vino, pasta e stornellatori. I rapporti tra noi si stringono sempre di più ma comincia a nascere un po’ di malinconia perché questa avventura sta volgendo al termine. Ho trovato nuovi amici e spero di trovarne altri, sempre in cammino, passo dopo passo.
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Giorno 12 del #CamminoNelleTerreMutateCampotosto-MascioniOggi è stata una delle tappe più belle e appaganti dal punto di vista paesaggistico. Lasciato il paese di Campotosto ci siamo incamminati fino a salire su un promontorio con una vista a 360 gradi mozzafiato. Intorno a noi le quattro cime più alte di Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo: rispettivamente Redentore, Vettore, Gorzano e Corno Grande. Ai nostri piedi il lago di Campotosto.C'è stato poi un momento speciale, in cui abbiamo condiviso le nostre emozioni e impressioni di questo cammino. Ognuno di noi porterà nel cuore questa esperienza, consapevole di aver fatto qualcosa di molto speciale.Domani sarà una tappa impegnativa, ma ormai non ci ferma più nessuno. Passo dopo passo…
Campotosto-Mascioni Oggi è stata una delle tappe più belle e appaganti dal punto di vista paesaggistico. Lasciato il paese di Campotosto ci siamo incamminati fino a salire su un promontorio con una vista a 360 gradi mozzafiato. Intorno a noi le quattro cime più alte di Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo: rispettivamente Redentore, Vettore, Gorzano e Corno Grande. Ai nostri piedi il lago di Campotosto. C’è stato poi un momento speciale, in cui abbiamo condiviso le nostre emozioni e impressioni di questo cammino. Ognuno di noi porterà nel cuore questa esperienza, consapevole di aver fatto qualcosa di molto speciale. Domani sarà una tappa impegnativa, ma ormai non ci ferma più nessuno. Passo dopo passo…
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Giorno 13 del #CamminoNelleTerreMutateMascioni-CollebrincioniLa penultima tappa è stata, come previsto, lunga e impegnativa. Ma è quando i piedi non ne vogliono più sapere e le gambe implorano riposo che si ha ancora la forza di cantare e di scherzare. Perché siamo tutti fratelli e sorelle, protagonisti di un'esperienza unica. La tappa è estenuante, ma la vista ripaga ampiamente gli sforzi. Le foto rendono solo minimamente la bellezza dei luoghi che calpestiamo e i panorami che ammiriamo.Arriviamo a Collebrincioni stanchi morti ma carichi di voglia di festeggiare. Già, perché ormai il cammino sta volgendo al termine e questa è la serata dei festeggiamenti. La cittadinanza ci accoglie con un grande striscione di ringraziamento e ci offre una cena nel campo sportivo. E così ecco che la stanchezza sembra scomparire improvvisamente. È solo stato servito l'antipasto che già ci si scatena in balli sfrenati, che proseguono per tutta la cena e fino a notte inoltrata. C'è poi un momento per celebrare i camminatori che hanno effettuato almeno 8 tappe ai quali viene conferito un attestato: siamo ufficialmente dei "partigiani della terra". L'orgoglio è alle stelle!La cena e i festeggiamenti sarebbero finiti ma non si sa come i più temerari riescono a trovare ancora un po' di benzina per giocare a pallone e ballare fino alle 3 del mattino.Domani si arriva a L'Aquila e sarà il momento della gioia ma anche della malinconia. Vorremmo che tutto questo non finisse mai.Passo dopo passo.
Mascioni-Collebrincioni La penultima tappa è stata, come previsto, lunga e impegnativa. Ma è quando i piedi non ne vogliono più sapere e le gambe implorano riposo che si ha ancora la forza di cantare e di scherzare. Perché siamo tutti fratelli e sorelle, protagonisti di un’esperienza unica. La tappa è estenuante, ma la vista ripaga ampiamente gli sforzi. Le foto rendono solo minimamente la bellezza dei luoghi che calpestiamo e i panorami che ammiriamo. Arriviamo a Collebrincioni stanchi morti ma carichi di voglia di festeggiare. Già, perché ormai il cammino sta volgendo al termine e questa è la serata dei festeggiamenti. La cittadinanza ci accoglie con un grande striscione di ringraziamento e ci offre una cena nel campo sportivo. E così ecco che la stanchezza sembra scomparire improvvisamente. È solo stato servito l’antipasto che già ci si scatena in balli sfrenati, che proseguono per tutta la cena e fino a notte inoltrata. C’è poi un momento per celebrare i camminatori che hanno effettuato almeno 8 tappe ai quali viene conferito un attestato: siamo ufficialmente dei “partigiani della terra”. L’orgoglio è alle stelle! La cena e i festeggiamenti sarebbero finiti ma non si sa come i più temerari riescono a trovare ancora un po’ di benzina per giocare a pallone e ballare fino alle 3 del mattino. Domani si arriva a L’Aquila e sarà il momento della gioia ma anche della malinconia. Vorremmo che tutto questo non finisse mai. Passo dopo passo.
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Giorno 14 del #CamminoNelleTerreMutate
Collebrincioni-L’Aquila Conclusioni e riflessioni sul Cammino Nelle Terre Mutate.
Ho atteso un po’ di tempo prima di scrivere la pagina di diario di quest’ultima tappa del cammino. Le tante emozioni e i tanti pensieri avevano bisogno di un tempo di decantazione. Più di una persona, al mio annuncio che avrei fatto questo cammino, mi chiese il perché avevo deciso di fare questa esperienza. Camminare nella natura e in montagna è l’unica attività fisica che faccio volentieri. Da sempre strenuo sostenitore della staticità, trovo nel trekking un valido motivo per muovermi, in quanto posso godere di paesaggi che altrimenti non potrei ammirare. Ma fare un cammino è un’esperienza per certi versi molto differente dal semplice escursionismo in giornata a cui ero abituato. In cammino bisogna fare i conti non solo con la fatica fisica, ma anche con quella psicologica. Finita la camminata non si torna svelti a casa per una doccia ed una meritata dormita. Bisogna pensare a montare la tenda, a lavare e stendere i panni, a farsi una doccia, a cenare. E così la mattina seguente bisogna disfare la tenda, risistemare il bagaglio ecc. Il cammino ti dà anche la possibilità di passare molto tempo con te stesso e con gli altri e quindi a conoscere, conoscersi e condividere. Ma perché ho scelto di fare proprio questo cammino? Mesi fa, su internet, lessi un articolo che parlava di questo Cammino nelle Terre Mutate: era un nuovo cammino, che percorreva la dorsale appenninica passando per le zone colpite dai terremoti degli ultimi anni e che si concludeva a L’Aquila. Comprai subito la guida e sentii come una chiamata, una voce che mi diceva che dovevo fare quell’esperienza. Ho un amore viscerale per i monti Sibillini, dove ho trascorso molte vacanze della mia vita e dove ho le mie radici. Gli eventi sismici che hanno colpito quei posti magici hanno rafforzato il mio rapporto con loro. Ho pensato che ho ricevuto tanto da quelle terre e dai loro abitanti e che questo cammino potesse essere un mio umile e piccolo modo per sdebitarmi e fare la mia parte. Ma ancora una volta sono stato io a ricevere tanto da queste terre. Il fatto poi che il cammino si concludeva alla basilica di Collemaggio era come la chiusa di un cerchio: nel 2009, anno del terremoto a L’Aquila, ero studente del conservatorio la cui sede era proprio di fianco a quella basilica. Ricordo ancora benissimo lo sgomento, la disperazione e il dolore provati in quei giorni successivi al terremoto. Ricordo i miei compagni di studio che improvvisamente si trovarono senza più un tetto sotto cui dormire e che piangevano la perdita di un amico o di un parente. Dovevo in qualche modo dare una risposta a questa chiamata. Ho così deciso di partire, aggregandomi a questa Lunga Marcia. L’entusiasmo era a mille, ma anche la paura faceva la sua parte: “sarò in grado di fare questo cammino?” era la domanda che più mi tormentava. Ma per una volta ho deciso di buttarmi in un’esperienza totalmente nuova. Anche dormire in tenda per me era una novità. Chi ha seguito questo mio diario quotidiano del Cammino, può essersi fatto un’idea delle sensazioni che ho avuto e di come sia andata. Ogni mia aspettativa è stata ampiamente superata. Personalmente non credo di aver superato i miei limiti, ma semplicemente ho capito che i miei limiti sono molto al di sopra di quanto pensassi. Ho imparato tanto dagli abitanti di quei posti, che amano la propria terra, le proprie radici, le proprie tradizioni sopra ogni cosa e che non mollano nonostante l’indifferenza della politica e dell’opinione pubblica, nonostante i mille problemi, nonostante tutto. Troppe volte si litiga per delle sciocchezze, si è attaccati in modo morboso alle cose materiali. Queste persone mi hanno insegnato che sono poche e semplici cose che davvero contano per vivere serenamente. Ho avuto anche l’occasione di condividere questo cammino con persone straordinarie. Vorrei citarle una ad una, ma rischierei di fare torto a qualcuno dimenticandomelo, per cui mi limito a ringraziare di cuore tutti i miei compagni e compagne di avventura che mi hanno dato tanto. Ma un ringraziamento speciale lo devo a tutte quelle persone che hanno organizzato e lavorato fattivamente alla riuscita di questa Lunga Marcia: sono persone che hanno donato tanto del loro tempo e delle loro energie per la riuscita di questa esperienza. Cito solo le associazioni che hanno reso tutto ciò possibile: Movimento Tellurico, FederTrek Escursionismo e Ambiente e APE ROMA Associazione Proletari Escursionisti Sezione di Roma. A noi camminatori è stato conferito il titolo di “Partigiano della terra” di cui vado orgoglioso ma che comporta anche una responsabilità: essere testimone di ciò che è successo in quelle terre e di come è la situazione attuale e di dire a tutti di fare un giro da quelle parti, di parlare con i loro abitanti, di godere di quelle terre, di fare in modo che ci sia una sensibilità maggiore riguardo il tema dei terremoti e dei dissesti idrogeologici. Spero che questo sia solo il primo di tanti cammini. Passo dopo passo!
Pubblicato l’08/03/2019 su La27esima ora – Corriere della Sera
La mia città natale si chiama Willows, nel Wisconsin ma non vi venga in mente di andare a visitare la mia casa natale perché Willows è una città che non esiste. Tutta finzione e frutto dell’immaginazione di quei matti di casa Mattel. Io Barbara, parlo 50 lingue, ho fatto un centinaio di mestieri ma non sono laureata e neanche sposata. Ken, il mio compagno da una vita avrebbe voluto sposarmi e avere qualche figlio da me ma io mi sono sempre negata.
Non ci crederete, ma ci sono donne, non solo bambole, che non hanno voluto figlie e figli, non per questo vogliono essere considerate femmine di serie B. Alcune son state famose, geniali, coraggiose; altre hanno animato la mitologia e le religioni di un mondo scritto e pensato a immagine e somiglianza degli uomini. Arrivano da epoche diverse o epiche lontane e sono le protagoniste di Monologhi impossibili. Le esclusive rivelazioni di 35 mitiche lunàdigas, libro a cura di Carlo A. Borghi, che fa parte del progetto molto più ampio dal curioso titolo Lunàdigas , ideato da Marilisa Piga e Nicoletta Nesler per dare voce alle donne che scelgono di non avere figli. La parola lunàdigas viene dalla lingua sarda ed è usata dai pastori per definire le pecore che in certe stagioni non si riproducono: le autrici e registe l’hanno scelta come titolo del loro lavoro in mancanza di un termine altrettanto incisivo nella lingua italiana. Dopo il webdoc del 2015 e il film del 2016, Piga e Nesler hanno pensato ad un testo scritto in forma di brevi racconti ma anche ad un “archivio vivo” online in continuo aggiornamento.
Dalla mitica Lillith a Gertrude Stein; da Hélène Kuraghina a Giovanna D’arco, passando per Ava Gardner e Ipazia di Alessandria; da Frida Kahlo, Vittoria Colonna a Rosa Luxemburg e la Monaca di Monza ideata da Manzoni: tutte raccontano la loro storia in prima persona, con lingue puntute e senza giri di parole, in monologhi immaginari e forse anche utopistici.
Una cosa di sicuro non ho fatto nel corso della mia vita: i figli. Ecco, sì… figli niente proprio niente e non c’è mai stato neanche un momento in cui ho pensato all’eventualità della maternità. Voi, vi chiederete perché. Molti diranno che è andata così per il fatto che ero un tipo algido e glaciale, come un igloo o un iceberg. I figli, non li ho voluti perché i miei fianchi mi sono sempre sembrati troppo stretti per accogliere tutta quella storia uterina e poi spingerla fuori. Fianchi stretti come un fiordo. [Greta Garbo]
Chissà tutte loro cosa avrebbero detto oggi, in questo 8 marzo 2019, quando accanto alla tradizionale retorica sulla donna con la D maiuscola assistiamo a un nuovo e potente ritorno del modello della maternità come destino indicato per il genere femminile. La ministra Grillo ha pensato bene di organizzare un convegno dal titolo “La scelta di essere mamma” e di invitare solo quattro donne a parlare d’infertilità e dintorni, a ribadire che il corpo è quello delle donne ma ne discutono i maschi. Il ministro Fontana, alla vigilia del congresso mondiale delle famiglie di stampo conservatore e confessionale che si terrà a Verona a fine marzo, parte per New York per partecipare alla Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne . Non crediamo (viste le sue precedenti affermazioni) per sostenere la libera scelta delle donne. E non c’è dubbio che l’autodeterminazione passa anche per una presa di parola delle tante, sempre di più donne, che non vogliono essere madri o che non si disperano per la loro mancata maternità. Rivendicano il loro essere zie felici e progetti come Lunàdigas restituiscono la complessità e la ricchezza delle vite che accompagnano ogni singola scelta.
(articolo Pubblicato su La27ora/Corriere della Sera)
IL CALCIO FEMMINILE
Finalmente. Finalmente il calcio femminile assurge agli onori della cronaca con un’emozionante partita d’esordio Australia – Italia, ai mondiali di calcio femminile, vinta dalle nostre Azzurre 2-1, vinta da noi donne. La cronaca della partita trasmessa in diretta da RAI 2 è presente su tutti i media, io mi limito a commentare il sentimento.
Abituati al divismo machista del calcio tradizionalmente appannaggio degli uomini, la partecipazione delle giocatrici italiane ai mondiali è una vera promozione del femminile in un ambito che ci ha sempre visto relegate a ruoli subalterni, anche in questo sport.
Le eterne seconde, se non ultime, oggi abbiamo dimostrato le nostre capacità e il nostro valore perforando gli stereotipi del dominio maschile, che ho visto sgretolarsi, durante lo svolgimento della partita, uno ad uno.
Serie e concentrate le giocatrici italiane capaci di strategia, nessuna virago in campo, ma giovani donne preparate e combattive, pronte al temuto confronto con le bionde e vigorose australiane, avversarie agguerrite grazie alla loro grintosa fisicità molto decantata dai commentatori. Solide colonne bene impostate e sostenute da una buona tradizione calcistica femminile.
La dominanza del maschile sicuro di sé e padrone del campo di calcio, è sostituita da un femminile pieno di intelligenza e dosata bellezza nell’aggiustarsi i capelli non per vanità, ma per consentire maggiore efficienza a corpi protesi a difendere e attaccare con determinazione e grande presa di coscienza del proprio ruolo.
Le maglie azzurre del calcio, per una volta, non hanno sottolineato sgarbate fisionomie maschili, ma evidenziato giovani seni in guardia che assecondavano ogni movimento di corpi ben allenati a sostenere lo sforzo di una partita impegnativa.
Un emozionante debutto al quale spero facciano seguito altri meritati successi. Da donna e femminista lo auguro vivamente a tutte noi.
App per femmine.
Donne dinamiche e super tecnologiche: ecco le migliori app dell’anno per le donne. Le app che ogni donna dovrebbe avere sul proprio smartphone. Le migliori app che ogni donna dovrebbe scaricare. App per donne: come lo smartphone può semplificarti la vita. Le 5 migliori app pensate per le donne. Le 7 app più utili che ogni donna dovrebbe avere. Questi sono solo alcuni dei titoli che si incontrano on line e che ricordano che esistono applicazioni scaricabili sui telefonini di nuova generazione, dedicate espressamente al genere femminile, il genere portatore del cromosoma X.
Se poi si va a curiosare si scopre che sono applicazioni che “alleggeriscono la borsa e facilitano la vita quotidiana” e che “una volta provate non ne potremo (noi donne!) più fare a meno”. A questo punto è d’obbligo scendere nel dettaglio anche perché, tanto per galleggiare tra gli stereotipi sessisti, la curiosità è femmina. Per controllare di essere sempre in ordine c’è l’applicazione che trasforma lo smartphone in un vero e proprio specchietto da borsa. Pratico e a prova di rottura per scongiurare i 7 anni di sfortuna, indispensabile per aggiustare la ciocca ribelle di capelli che ti ostacola e ti fa apparire disordinata proprio mentre fai la spesa al supermercato. Volendo ti puoi scattare anche un selfie con il cespo d’insalata o con il prestante addetto al banco dei surgelati. A questo proposito con l’applicazione giusta non corri più il rischio di dimenticare la lista della spesa sul frigorifero, puoi memorizzare tutto in una lista digitale che ti seguirà ovunque chiedendoti “hai comprato i ravanelli?”, “ti sei ricordata dei sacchetti della spazzatura?”. Leggendo ancora si scopre che nella Silicon Valley, non scevra da accuse di sessismo, c’è comunque un team di donne che pensa app esclusivamente per altre donne. Deve essere una sorta di inquietante sorellanza digitale.
C’è quella in cui è possibile inserire età e dati personali riguardanti il tipo di pelle che hai, per ricevere info e consigli sui prodotti da usare o da evitare, qualora ti fossi persa una pubblicità o ti fossi distratta. Ma c’è di più, c’è una app discreta e dal funzionamento facile e intuitivo – si sa donne e motori (o tecnologie) gioie e dolori – che permette di localizzare centri estetici a pochi passi dalla propria geo localizzazione. La guerra al disordine, alla trascuratezza, al pelo superfluo è ufficialmente dichiarata e si deve vincere. Poi c’è un’app che unisce 350 esercizi cardio e di resistenza studiati proprio per modellare il corpo femminile, tonificare, snellire, per ottenere solo le curve giuste al posto giusto, sennò che donna sei? A chi piacerai? Piacere a se stesse non è considerata opzione valida, né sufficiente.
C’è anche la vocina che ti ricorda di farli quegli esercizi, pigra! E sei hai un momento di sconforto tra una applicazione che ti ricorda che devi idratarti e un’altra che ti comunica quante calorie hai già assunto e in quante poche ore danneggerai il tuo peso forma, ecco che ti supporta una app per aumentare la fiducia in te stessa, che ti fa fare un respiro profondo e riequilibra i livelli di stress presenti nella tua mente. E poi, tra tutte, le app che monitorano il ciclo mestruale, per non sbagliare mai il giorno. Si può sapere con esattezza quando iniziano le prossime mestruazioni, quali sono i giorni più fertili o se usi la pillola anticoncezionale ti ricorda di prenderla ogni 24 ore.
Tenere sotto controllo il peso, l’umore, la fertilità, l’appetito, la digestione, la contabilità domestica, il trucco. Tenere sotto controllo sembra essere quello che accomuna tutte queste applicazioni che, tra buone intenzioni e cattivi stereotipi, dovrebbero chissà perché e come facilitare la vita delle femmine.
Deve aver pensato proprio a questo il governo dell’Arabia Saudita quando ha realizzato e diffuso sulle piattaforme Apple e Google, che si sono prestate con buona pace del liberalismo nell’era digitale, l’app Absher.
Si scarica gratis e, con la scusa di semplificare la burocrazia, permette con un click l’accesso ai servizi forniti dal governo arabo, consente il rinnovo delle licenze, la presentazione di domande per un lavoro pubblico e persino la segnalazione di reati alle autorità o la registrazione ufficiale di nuove nascite.
Sembrerebbe tutto normale, se non per una delle sue sezioni tutta incentrata sul controllo delle donne che dipendono dagli utenti della app, a cui l’applicazione si riferisce definendole proprio come “dipendenti”.
Così gli uomini sauditi che usano l’applicazione possono revocare i permessi di viaggio, stilare una lista dei luoghi dove le donne a loro affidate (mogli, figlie, sorelle …) possono o non possono andare, sottoponendole alla totale perdita di autonomia e privacy, sconfinando in uno strumento di controllo opprimente e maniacale. Ma questa è una app per maschi.
In questa seconda parte dell’articolo “Il restauratore di beni culturali” vedremo più da vicino gli aspetti operativi del restauro di un bene: diagnosi, metodi di lavoro e il risultato finale.
Parliamo ora di un case study, cioè il recupero di un mosaico: l’emblema raffigurante Ercole che uccide il leone di Nemea, conservato – o meglio accantonato – nei locali di servizio del Museo Poldi Pezzoli di Milano, e collocato sulla parete del ripostiglio antistante la scala, probabilmente negli anni trenta del Novecento, in quanto ritenuto un falso.
Foto del mosaico prima del restauro.
RM Cosa puoi raccontarci, Chiara, in merito alla parte preliminare del lavoro di recupero vero e proprio, per meglio inquadrare l’attività che hai svolto ?
CB Il mosaico, realizzato con pietre calcaree colorate, molto diffuse in tutta Italia, misura 72cm x 51cm x 4cm di spessore. La tecnica utilizzata è l’opus vermiculatum [1]: le tessere sono di dimensioni molto piccole (3-4 mm circa) e posizionate fittamente in modo da seguire, con la loro inclinazione, le esigenze della rappresentazione figurativa. Questa consiste nell’episodio mitologico di Ercole che strozza il Leone di Nemea. Dalla documentazione esistente, si presume che in origine il mosaico fosse incassato nel pavimento dell’ atrio a piano terra.
Come dicevo in precedenza, l’importante fase di ricerca filologica preliminare al restauro è stata lunga e approfondita; la consultazione di tutti i documenti relativi all’amministrazione e alle finanze del museo, scritti dai membri della commissione che si è occupata della gestione del medesimo dal 1881 al 1932, ha fornito alcune informazioni utili a ricostruire la storia conservativa del mosaico. Questo è rimasto incassato nel pavimento davanti allo scalone che porta al primo piano della casa museo, rimanendo soggetto a calpestio per circa vent’anni, per poi essere esposto come un quadro nella prima sala corrispondente all’attuale ingresso.
RM In quali condizioni si presentava il manufatto sul quale hai lavorato ?
CB Senza entrare nel dettaglio sullo stato di conservazione dell’opera, si è trattato per lo più di stuccature cementizie che deturpavano il manufatto, una delle quali attraversava il mosaico verticalmente da parte a parte, creando una frattura che lo divideva in due metà. Questo intervento è da collegare con tutta probabilità alla rimozione del mosaico dal pavimento, operazione alla quale ha fatto verosimilmente seguito un restauro di natura molto invasiva, come si usava nell’Ottocento, e che ha comportato l’inserimento di materiali cementizi nelle stuccature di “consolidamento”.
Inoltre il mosaico mostrava le probabili tracce di un altro intervento di restauro con tutta probabilità ancora precedente, durante il quale alcune porzioni del manufatto erano state reintegrate con tessere vitree. Ovviamente sono state fatte varie ipotesi sulle cause di questi riattamenti: assestamenti del terreno, caduta di oggetti pesanti, caduta dello stesso mosaico. Tuttavia, non essendoci documentazione a riguardo, non possiamo certificare nulla, limitandoci a esprimere delle congetture.
RM Immagino la parte diagnostica preliminare sia indispensabile per stabilire quali azioni intraprendere per il risanamento dell’opera.
CB Esattamente, senza un’opportuna indagine sullo stato di conservazione dell’opera e sulla natura dei materiali costitutivi del manufatto, non ha senso iniziare un intervento di restauro. Inoltre l’identificazione dei materiali è importante per capire, in aggiunta alle cause del degrado, anche il tipo di analisi puntuali da eseguire, in quanto non tutti i materiali possono essere sottoposti a tutte le possibili indagini diagnostiche. Nella fattispecie, sul mosaico sono state impiegate tecniche di imaging, si è svolta un’approfondita indagine fotografica, nonché mirati esami microscopici fondamentali per una più precisa caratterizzazione del bene.
RM Chiara, entriamo ora nel cuore dell’operazione di riattamento del mosaico: puoi raccontarci, in breve, le varie fasi del lavoro ?
CB La prima fase di restauro è consistita nella rimozione superficiale del deposito incoerente di polvere e detriti di varia natura, tra cui un’esigua percentuale di sali solubili. Successivamente ho effettuato test di pulitura, ossia le prove atte a determinare la più idonea metodologia di rimozione della malta cementizia presente sotto forma di vistose stuccature, tali da occludere gli spazi interstiziali, impedendo la corretta lettura dell’immagine rappresentata.
Infine, sempre a seguito dei risultati dei suddetti test, ho fatto in parte uso di un apparecchio micromotore munito di punta in acciaio inox per le zone più ardue, e ho applicato un impacco imbevuto di acqua e tensioattivo in tutto il resto del mosaico: le fughe tra le tesserine sono state liberate dal cemento ammorbidito dall’impacco, agendo in maniera manuale (la famosa iconica spatolina del restauratore N.d.R.). Dove vi era la stuccatura si è creato dello spazio vacante (noi le chiamiamo lacune), integrato con delle tesserine di calce idraulica naturale, appositamente posizionate per ricollegare il tessuto musivo, e ritoccate. Una volta terminata anche questa fase d’integrazione, ho steso una cera protettiva su tutto il mosaico.
Foto della restauratrice intenta nel suo lavoro.
RM “Chiara, un’operazione a dir poco minuziosa e delicata: sembra di essere immersi in un micromondo di tessere microscopiche e minuscoli pennelli! Il risultato è decisamente mimetizzante, oserei dire quasi impossibile da notare se non a una distanza ravvicinata. Il confronto prima e dopo è davvero sbalorditivo.“
Foto del mosaico dopo l’intervento di restauro.
RM Un’ultima, triplice domanda, Chiara, ringraziandoti dell’attenzione che hai dedicato ai lettori di Diatomea: quanto tempo ha richiesto tutto il lavoro di restauro nel suo complesso, quanta soddisfazione ti ha dato e quanto ha facilitato, o meno, la datazione del reperto in funzione della sua originalità /falsità ?
CB Un tempo abbastanza lungo considerando i test, le sperimentazioni, la ricerca della documentazione, la richiesta di consultazioni da parte di esperti e l’esecuzione vera e propria del restauro. La soddisfazione non è mancata nel rendermi conto di avere per le mani un reperto di epoca antica; confrontandomi con il Dott. Andrea Di Lorenzo, conservatore del museo, che si è occupato ampiamente dei falsi del Poldi Pezzoli, è sorto subito il dubbio che si trattasse di un originale e non di un falso. Recentemente abbiamo ricevuto in visita la Dottoressa Cristina Boschetti, del Centro Nazionale di Ricerca Scientifica di Parigi, che ha dato il suo parere positivo sul mosaico, ritenendolo quasi con certezza un originale di epoca romana, ascrivibile molto probabilmente alla seconda metà del I sec. a.C.
A livello materico la prova più sicura è data dai risultati ottenuti dall’impiego di una tecnica diagnostica XRF, fluorescenza a raggi X; nel caso di indagine su materia organica è il carbonio 14 a consentire maggior precisione nel datare un reperto, ma con i materiali inorganici è molto più difficile stabilire una corretta datazione.
Nel caso in questione è stato determinante il rinvenimento di faïence, un materiale simile al vetro, riscontrabile solo in epoca antica e quindi un indizio che depone a favore dell’antichità del manufatto. Nel rispetto dell’indispensabile cautela richiesta anche dal prestigio del museo ospitante, non ufficializziamo ancora la sua autenticità, ma la riteniamo altamente probabile. Potrebbero far seguito ulteriori e costosi test per emettere il verdetto definitivo.
Che ne è stato dell’oscuro artigiano che ho menzionato all’inizio dell’intervista?
[1] L’espressione deriva probabilmente dal latino vermiculus (verme) con cui si intendeva sottolineare l’andamento curvilineo e serpeggiante delle piccolissime tessere musive.
Sulle note dell’Aria sulla quarta corda di Bach, presa a prestito da un programma della mass culture televisiva, mi accingo ad accompagnarvi nel mondo del restauro dei beni culturali. Rimarrete sorpresi.
Tornando seria, penso sia opportuno oltrepassare l’immaginario comune sviluppatosi sulla figura dell’oscuro artigiano intravisto aggirarsi tra reperti polverosi, spesso accantonati in qualche sgabuzzino di prestigiosi musei, con il compito di restituire a manufatti di interesse storico ed artistico la perduta dignità.
Fra poco entrerà in scena Chiara Beretta, giovane restauratrice, titolata autrice del recupero di un’opera musiva conservata nel museo Poldi Pezzoli di Milano: Ercole che uccide il leone di Nemea.
Lo scenario entro il quale ci muoveremo è una stupenda dimora situata nel centro città, di proprietà di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, facoltoso signore appartenente all’alta borghesia milanese del XVIII secolo.
Gian Giacomo espresse nel 1871 la volontà di trasformare la sfarzosa casa di famiglia in un museo, conservando per sé una porzione di spazio ad uso abitativo. Sfortunatamente Gian Giacomo non poté assistere al termine dei lavori di allestimento del museo, poiché morì nel 1879, lasciando in eredità a Giuseppe Bertini, primo direttore del museo, il compito di portare a termine l’adattamento dei locali. Più tardi, alla morte del Bertini, Camillo Boito, già direttore dell’Accademia di Brera, assunse la direzione del museo. (1898-1914).
Nell’ambiente traboccante di collezioni di manufatti d’arte (per le famiglie importanti della società dell’epoca, il collezionismo di oggetti d’arte era un obbligo di lignaggio), Chiara inizia il suo racconto:
RM Chiara, qualche parola di introduzione sul tuo lavoro di restauratrice, generalmente poco chiaro a chi non ha abitualmente a che fare con la conservazione dei beni culturali.
CB La disciplina del restauro si suddivide in diverse categorie: esiste il restauro delle tele e delle tavole antiche, il restauro dei mobili, il restauro dei vetri e dei metalli, dei monumenti e delle statue, dei tessuti, delle pellicole, dell’arte contemporanea.
Vien facile immaginare il restauratore, nel suo laboratorio, col pennello in mano, un antico dipinto davanti e l’estro creativo a guidarlo. In realtà, al di là di quello che l’immaginario collettivo suggerisce, il restauro di un’opera d’arte ha ben poco di creativo. Il restauro ha come fine ultimo il risanamento dei materiali, il risarcimento di qualcosa che manca, il ristabilimento di un’unità potenziale, effettivamente venuta meno negli anni. La scuola di restauro assomiglia all’Accademia di Belle Arti ma è molto, molto più complessa. Partiamo dal presupposto che l’opera d’arte è composta da semplice materia assemblata e modificata a piacimento dall’artista; questa materia è veicolo di emozioni e significati, portatrice di una serie di valori estetici che ne definiscono il valore, ma è sempre e comunque materia. È facile quindi comprendere come la chimica, ossia la scienza che studia la materia ed il suo comportamento, sia una delle discipline gemelle del restauro, così come la fisica e la biologia.
RM Quindi ci addentriamo in un ambito che confina con le scienze dure, altro che oscuro artigiano munito di spazzolino e pennello.
Chiara prosegue, sorridendo con bonaria malizia:
CBBeh certo, devi sapere che la maggior parte delle operazioni di restauro comporta l’applicazione di prodotti chimici che determinano una reazione con il supporto opera d’arte: consolidamento, pulitura, corrosione, protezione; è quindi imprescindibile saper prevedere tali reazioni soprattutto a livello chimico, per scegliere il giusto prodotto da utilizzare ai fini di una corretta conservazione di tutte le componenti dell’opera.
Si potrebbe forse definire il restauro come “la medicina delle opere d’arte”, ma tale definizione sminuirebbe alcuni aspetti molto importanti di questo lavoro: la conoscenza, la sensibilità e l’intuito. Il primissimo approccio di un restauratore consiste infatti nel profondo studio dell’opera, della sua storia, delle sue caratteristiche materiche ed estetiche, in poche parole, della sua essenza.
RM Cosa si intende, precisamente, per conservazione di un’opera d’arte ?
CBPrima di tutto dobbiamo chiarire cosa rende tale un’opera d’arte, a cosa devo porre particolare attenzione nel maneggiarla. Un manufatto molto antico, per quanto possa non essere di particolare pregio, è impreziosito da una “patina” che testimonia il suo passaggio attraverso il tempo e la storia e che sarà opportuno conservare durante il restauro; un’opera che invece deve la sua rilevanza al nome dell’artista che l’ha ideata comporta la totale comprensione del messaggio che l’artista voleva trasmettere attraverso di essa: in tal senso il restauro deve essere finalizzato alla conservazione dell’opera congiuntamente alla trasmissione invariata del messaggio artistico che essa veicola. Il ruolo del restauratore è anche, e soprattutto, comprendere fino a che punto un’opera può essere alterata in funzione della sua salvaguardia, cioè individuare la sottile linea di confine che stabilisce la legittimità nel rimuovere un intervento passato e non idoneo, la sensibilità necessaria nel cambiare l’aspetto di un’opera universalmente riconosciuta per quanto degradata.
RM Chiara, in quale modo il progresso tecnologico può contribuire allo svolgimento del tuo lavoro ?
CB A seguito del progresso della tecnologia sono stati introdotti sul mercato prodotti e sistemi sempre più evoluti, al servizio delle discipline scientifiche ma anche museologiche e conservative, e ciò consente al restauratore di attingere a innumerevoli prodotti sempre più innovativi, e nuovi sistemi atti a rendere comprensibile la storia conservativa di un’opera – magari largamente cambiata nell’aspetto durante le operazioni di restauro – anche ai profani.
RM Domanda da profana: basta una buona conoscenza dei supporti sui quali operare, per scegliere il prodotto giusto destinato al recupero di un’opera deteriorata?
Chiara sorride con spontanea vitalità:
CBIn effetti la tecnica non basta; è l’intuito di immaginare non solo una corretta metodologia di restauro, ma anche una corretta presentazione in vista della fruizione pubblica del bene, a guidare il restauratore nel suo lavoro. Filologia, museologia e restauro sono infatti discipline fortemente legate tra loro, che trovano una speciale simbiosi nel restauro dell’arte contemporanea, disciplina delicatissima e in continua evoluzione. L’arte contemporanea abbraccia una sconfinata tipologia di materiali che, essendo così diversificati, impedisce una specializzazione a livello settoriale. Basta pensare a Damien Hirst, alle sue opere fatte di animali imbalsamati e immersi nella formaldeide, alle bucce di frutta cucite di Zoe Leonard, alle sculture al neon di Fontana. Il restauro di queste tipologie di opere è molto complesso, e comprende alcune prassi metodologiche estranee al restauro di opere antiche, come ad esempio la completa sostituzione di parti danneggiate dell’opera (molto spesso inevitabile, pena la perdita totale del manufatto!) ma applicata alle opere antiche, è una pratica scorretta poiché comporta la compromissione dell’originalità storica ed estetica dell’opera stessa, filologicamente esecrabile e definibile come creazione di un falso storico. Vi sono quindi tantissimi aspetti da prendere in considerazione per un restauratore, il quale si trova spesso a fare i conti con grandi criticità, ma soprattutto con enormi responsabilità! Questo fa del restauro una disciplina fortemente poliedrica e ricca di fascino.
…Continua
RIACE. Un mondo possibile non voluto.
“Abbiamo smesso di credere nel sogno di una società dove c’è uguaglianza”. Mimmo Lucano
marzo 2019.
Conosco molto bene Riace e la porzione di territorio che si estende tra Siderno e Soverato, sulla costa ionica della Calabria, ma non ho mai conosciuto Mimmo Lucano, anche se sono anni che ne sento parlare dalle persone locali che, sempre con un sorriso sulle labbra, lo chiamano il Sindaco dell’accoglienza.
D’estate frequento le sue spiagge, le stesse in cui sono state ritrovate negli anni ‘70 due tra le statue bronzee più famose al mondo, i cosiddetti bronzi di Riace, e la prima cosa che noto è che un murale fatto almeno tre o quattro anni fa, che era sul fianco di un caseggiato vicino alla fermata della stazione regionale, non c’è più, è stato cancellato da pochi mesi. Certo Salvini vedendolo non ne sarebbe rimasto contento ma nonostante abbia dichiarato che a Riace non ci avrebbe mai “messo piede” finché Mimmo Lucano sarebbe stato Sindaco, ed allo stato di fatto ancora lo è ancora dal 2004, probabilmente qualcuno ha ritenuto più consono cancellarlo.
Decido di andare al Villaggio Globale, nel borgo antico della cittadina e mi inoltro da Riace marina, salendo per diversi chilometri ed attraversando un paesaggio molto diverso dal resto del paese. Mi vengono in mente le parole di un ragazzo del Kurdistan che ha detto che le colline di Riace gli ricordavano il suo paese e non stento a comprendere il motivo. Il paesaggio è splendido, ci sono i resti di quella che era una piccolissima chiesa ed il suo relativo insediamento abitativo, delle cave naturali di argilla e bellissime distese di campi di ulivi; a tratti si vede anche il mare.
Finalmente arrivo, è pomeriggio inoltrato e quello che vedo per primo è il cartello di entrata al paese e la sede del Comune di Riace, posta in alto. Il messaggio che mi arriva è diretto, murales e cartelli parlano di informazione corretta, di integrazione, di comunità che dialogano.
Una volta arrivata, una grande emozione mi assale, non so spiegare bene perché, in fondo non è la prima volta che visito una realtà di questo tipo, ma è incontrollabile e, in verità, non cerco neanche di soffocarla. Quello che credo sia accaduto è che ho la consapevolezza che dietro a tutto ciò ci sia tanto lavoro, dedizione, speranza, coraggio, volontà, lotta per un’idea. Tutti principi che mi appartengono ed in cui mi riconosco.
Sembra di essere tornati negli anni ’80, quando Riace contava poche centinaia di abitanti la cui età media era alta e tutto lasciava presagire che se non fosse cambiato qualcosa il paese sarebbe stato del tutto abbandonato. 300 curdi sbarcati nel 1988 cambiano le sorti di Riace, quando l’allora Sindaco fonda l’Associazione Città Futura ed avvia una politica di integrazione dei migranti all’interno della comunità locale, utilizzando spazi abbandonati, iniziando corsi di apprendimento della lingua italiana ed offrendo loro un lavoro. Mimmo Lucano è eletto Sindaco nel 2004 e continua senza sosta a mettere in pratica la politica di integrazione dei suoi predecessori; nel 2006 Riace beneficia dei finanziamenti delle Regione Calabria e, con quei soldi, il Comune avvia un programma di rinnovo urbano attraverso la ristrutturazione di abitazioni ed esercizi commerciali abbandonati, che sono offerti ai migrati, la creazione di nuovi spazi verdi ed il tanto contestato sistema di riciclaggio dei rifiuti che, in quegli anni, era tutt’altro che diffuso in quelle aree. Nel 2017, dopo 13 anni di mandato, a Riace risiedevano circa 3.000 persone ed il sogno di una comunità tenuta viva da un’economia circolare era diventato realtà: Baharam, giunto in Italia nel 1998 dal Kurdistan, oggi cittadino italiano, lavorava come falegname; Issa, di nazionalità afghana, produceva ceramiche e contribuiva a sostenere la sua famiglia nel suo paese d’origine; Daniel, del Ghana, lavorava in una cooperativa che si occupava del riciclo dei rifiuti; Aregu, rifugiata politica dell’Eritrea, lavorava il vetro e, dopo quattro anni di separazione, era riuscita a ricongiungersi con suo figlio in Italia; Biase, abitante di Riace, si occupava della raccolta differenziata dei rifiuti di casa in casa; Maria Grazia insegnava nell’unica scuola del paese, che avrebbe chiuso senza l’arrivo dei bimbi stranieri; una parente di Cosma, anche loro nativi del paese, lavorava presso la Taverna Donna Rosa come cuoca.
Ora è tutto tornato come prima. Un paese immobile in cui lo spopolamento graduale e la forte depressione economica hanno ripreso piede inesorabilmente.
Entro dentro e da questo momento in poi voglio che siano le
persone che ho incontrato a parlare perché ritengo che nessuno più di loro
possa raccontare meglio quello di cui in questi mesi si è tanto parlato e, concedetemi,
straparlato.
“Non solo il laboratorio per la lavorazione del vetro ma anche tutte le altre botteghe sono chiuse e se ne sono andati via tutti” – mi racconta Amir in inglese – “È da quando Mimmo Lucano è agli arresti domiciliari che le botteghe sono tutte chiuse, da quando non è più potuto venire qui. Io ho chiesto di rimanere lo stesso, con la mia famiglia e con altre 12, per tutto il 2019, per far in modo di poter riaprire i laboratori, ma siamo arrivati a marzo ed io non so ancora che cosa devo fare e non so che cosa ne sarà di tutte le botteghe che sono qui”. Amir viene dal Kashmir, una regione situata a nord del subcontinente indiano fra India e Pakistan, e quando parlo con lei i suoi figli ci giocano intorno, sembrano contenti, nonostante le parole della madre siano piene di preoccupazione: “Adesso la situazione è molto difficile, abbiamo tanti problemi perché non riusciamo più a lavorare” .
“Da quanti anni sei qui?” – le chiedo – “ Io e la mia famiglia siamo qui da quattro anni ma ad oggi i miei progetti sono finiti. Sono due anni che non percepiamo soldi perché ci sono stati bloccati e tutto quello che ci hanno dato sono stati dei piccoli aiuti ma solo ogni tanto. Noi stiamo aspettando questi soldi, se i soldi arrivano noi possiamo ripartire con le attività ma senza soldi è impossibile andare avanti, è troppo difficoltoso. Senza denaro non possiamo pagare le medicine e tutti gli altri bisogni che abbiamo. Da due anni, qualche volta, vengono delle persone da Catanzaro per portarci delle medicine per i nostri bambini e lo fanno gratuitamente perché sanno che non possiamo pagarle”.
Amir si allontana seguendo i figli in un vicolo e solo dopo un bel po’ incontro un signore che sale dalla piazzetta principale del Villaggio Globale.
“Questo borgo era quasi morto, la mancanza di lavoro ha fatto sì che negli anni se ne siano andati via quasi tutti i nostri figli, compresi i miei. Due case su tre sono vuote a Riace e non è rimasto più quasi nessuno se non persone grandi della mia età.” A parlare è Cosma, un signore del posto, un uomo nato e cresciuto a Riace. “Dei mie tre figli, due si sono trasferiti in Svizzera ed uno solo è rimasto in Calabria, ma non vive qui. Quello che mi dispiace tantissimo è che la nostra casa, una volta che noi non ci saremo più, rimarrà vuota. Quando io ero bambino, all’età di 15 anni circa, questo borgo era tutto abitato, c’erano intere generazioni, dai nonni ai nipoti, ma ad un certo punto si è cominciato a spopolare a causa della grave mancanza di lavoro”.
“Vede questa taverna? Questa era la Taverna Donna Rosa dove una mia parente ha lavorato per diversi anni in cucina ed era organizzata ed amministrata dal Sindaco Mimmo Lucano, anche se ci tengo a dire che non era di sua proprietà. Qui era pieno di botteghe artigianali ma dopo che il Sindaco è stato mandato via, in pochi mesi sono state tutte chiuse. Dicono che forse c’è la speranza che tornino ad aprire, ma è solo la speranza quella che abbiamo perché di certezze non ne abbiamo”.
“Mi tolga una curiosità signor Cosma, come era convivere con queste persone di culture diverse? Le hanno mai dato fastidio, si è mai sentito in pericolo o defraudato del suo territorio o del lavoro?” – gli chiedo.
“No, no. Mai. Erano tutte brave persone, abbiamo convissuto per anni insieme senza alcun problema, ma la cosa più importante, poi, è che entravano finalmente dei soldi sia al Comune sia a noi cittadini di Riace perché con queste persone lavoravano anche tanti paesani, tutti insieme. Poi è successo questo fatto e tutto si è fermato. Chi dice che hanno rubato, chi dice che hanno fatto cose fuori dalla legge, ma non è vero. Conosco Mimmo Lucano da sempre, da quando era bambino, conosco suo padre e la sua è una famiglia estremamente onesta, per questo io dico che lui di sicuro non si è appropriato nemmeno di un centesimo.”
“Ora che hanno risolto facendo tutto questo? Le case sono tutte vuote tranne alcune abitate dalle pochissime famiglie che non sono ancora state mandate via. Noi tutti abbiamo ancora la speranza di poter fare qualcosa. A maggio ci sono le elezioni comunali ed io penso che Mimmo Lucano non si rimetterà in lista, ma se riescono a vincere le persone che hanno lavorato in questi anni con lui, speriamo che questa realtà possa continuare ad andare avanti. Finché non ci saranno le elezioni, vedrà che rimarrà tutto fermo così come è adesso. Adesso il posto di Mimmo Lucano è stato preso dal Vice Sindaco e per fortuna il Comune non è stato commissariato perché lui non si è mai dimesso ed ha fatto bene perché deve continuare a lottare. In tanti altri paesi sono andati i commissari quando sono caduti i Sindaci, ma qui a Riace non c’è e penso che non ci sarà mai perché mancano solo tre mesi alle elezioni. Lui non può venire nel Comune di Riace, dicono che stia a Caulonia adesso, ma io non perdo la speranza, vedrà che non uscirà nulla in capo a Mimmo, ne sono sicuro. La vita è così, bisogna lottare tutti e farlo tutti insieme”.
Provvidenziali le parole del signor Cosma a pochi giorni di distanza dalla notizia che “Non risultano frodi negli appalti assegnati da Mimmo Lucano” (fonte Il Sole 24Ore, 02/04/2019)
Solo il 20 gennaio 2019 si leggeva che era stato confermato
il divieto di dimora a Riace, dopo che il gip di Locri aveva respinto l’istanza
con cui i difensori del sindaco del paese
dell’accoglienza avevano chiesto di sospendere il provvedimento che lo
obbligava a stare lontano dal borgo. (fonte SkyTg24,
20/01/2019)
Ma a distanza di due mesi questo divieto di dimora è stato annullato con rinvio al Tribunale perché la Cassazione si è espressa in maniera negativa nei riguardi delle accuse a suo carico “Non risultano frodi negli appalti concessi da Mimmo Lucano, non favorì matrimoni di comodotenuto conto del fatto che i presunti matrimoni di comodo tra immigrati e concittadini poggiano su incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare . Mancano gli indizi di comportamento fraudolento per l’assegnazione di alcuni servizi, come la raccolta dei rifiuti, a due cooperative di Riace. Le delibere e gli atti di affidamento, infatti, sono stati adottati con collegialità e con prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato.” (fonte Politica & Attualità, 02/04/2019; trascrizione delle motivazioni depositate in data, in relazione all’udienza che il 26/02/2019 si è conclusa a Locri)
Il Viminale di Matteo Salvini ci tiene a dichiarare
pubblicamente, tramite i propri legali, che contro Lucano e il suo modello di
accoglienza e integrazione, divenuto, ad oggi, un riferimento in Italia e nel
mondo, ha intenzione di costituirsi parte civile e dunque di chiedere anche un
risarcimento. (fonte la Repubblica
01/04/2019)
Mimmo Lucano in una delle interviste a #propagandalive del
07/12/2018 ha dichiarato:
“Se tu senti dentro l’ingiustizia che vive una persona,
una qualsiasi persona che sta in qualunque parte del mondo, e la senti sulla
tua pelle, te la porti dentro come qualcosa più forte di te, che non puoi
reprimere, ecco, io credo che questa sia una condizione necessaria e
fondamentale per tutti noi, perché spesso
le ingiustizie le subiscono le persone più deboli, le persone marginali, le
persone invisibili. E poi c’è un’altra cosa importante che abbiamo messo da
parte che è questa dimensione che ti dà entusiasmo, che ti permette di credere
che un sogno è possibile, che è
possibile una società dove c’è uguaglianza , un’uguaglianza in tutti i sensi:
economica, sociale, dei rapporti tra le persone”.
Non mi resta che dire che noi, come te, Mimmo Lucano non “abbiamo smesso di credere nel sogno di una società dove c’è uguaglianza”.
A livello mondiale, la Tubercolosi (Tbc) è una delle 10 cause principali di morte, e, oltre ai problemi di accesso alle cure, c’è la questione dello stigma e discriminazione che molte persone affette devono affrontare quotidianamente. Osservatorio AiDS – Aids Diritti Salute, Friends of the Global Fund Europe, Aidos – Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo e Bluestocking hanno realizzato il progetto “Aids, Tubercolosi e Malaria: fatti e stereotipi“. Tre spot per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tre grandi epidemie che ancora oggi uccidono milioni di persone nel mondo. Tre brevi video costruiti attorno agli stereotipi più comuni diffusi sulle tre malattie e sul ruolo del Fondo Globale per sconfiggerle. Tre pillole pensate per essere diffuse e rilanciate in occasione delle tre giornate internazionali ad esse dedicate.
Il prossimo 24 marzo 2019, giornata internazionale della lotta alla Tubercolosi, viene diffuso il video sulla Tbc, sarà online sui nostri siti, social network e su tutte le piattaforme che aderiscono all’iniziativa. La diffusione è sostenuta anche dal circuito delle sale cinematografiche Anec e Fice.
Per aderire, scaricare e rilanciare i video scrivere a press@osservatorioaids.it
Alcuni dati mondiali su Tbc • Dieci milioni di casi ogni anno, 1,6 milioni di morti nel 2017 • Bambine/i sono fra le categorie più vulnerabili: nel solo 2017 1 milione di minori ha contratto la Tbc e 230.000 sono morti a causa della malattia • Gli effetti indesiderati delle cure per la Tbc portano molti pazienti ad abbandonare il trattamento portando ad avere nel 2017 oltre mezzo milione di persone con resistenza ai farmaci antitubercolari • Una persona con una forma attiva e non trattata di Tbc può trasmettere la malattia ad altre 15 persone in un solo anno • Porre fine all’epidemia di TBC entro il 2030 è uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 sottoscritta dalle Nazioni Unite nel 2015 • Il Fondo Globale è uno degli strumenti più efficaci per la lotta alla Tbc e da solo fornisce più del 65% dei finanziamenti internazionali
Ringraziamo per aver partecipato al progetto
Attori e attrici Simone Barbera Martina Cavazzana Antonio De Stefano Flaure B.B. Kaboré Martina Montini Giulia Paoletti Sara Pinna Armando Quaranta Teresa Romagnoli Gaetano Maria Solfrizzi Giuseppe Spata Davide Strava
Regia Arianna Del Grosso
Sceneggiatura Alessandro Di Marco, Lucilla Lupaioli, Claudio Renzetti Con la collaborazione di Barbara Romagnoli e Marco Simonelli
Fotografia Leonardo Mirabilia
Suono Luca Cafarelli
Trucco Monica Gaviglia
Montaggio Ilaria Restivo
Mixage Ivan Caso
Assistente Operatore Matteo Rea
Aiuto Operatore Lorenzo Scocco
Elettricista Diego de Musso
Assistente Elettricista Sirio Lupaioli
Color correction Leonardo Mirabilia
Fotografa di scena Alice Tinozzi
Dal 2005, Friends of the Global Fund Europe lavora per far conoscere e riconoscere gli obiettivi, le azioni e i risultati del Fondo Globale e contribuire all’incremento delle sue risorse. www.afmeurope.org
Da oltre 25 anni Bluestocking lavora nel campo delle arti sceniche e della formazione attoriale, con particolare attenzione alla creazione di spettacoli ed eventi incentrati su tematiche sociali. Tra questi “Primodicembre”, performance di monologhi sull’Aids e “Io che amo solo te”, sul tema del bullismo omofobico. http://bluestocking.it
Dal 1981, Aidos – Associazione italiana donne per lo sviluppo lavora per i diritti, la dignità e la libertà di scelta di donne e ragazze nel mondo. www.aidos.it
Osservatorio AiDS – Aids Diritti Salute è una rete di 11 organizzazioni della società civile impegnate nella lotta contro l’Aids e per il diritto alla salute globale. www.osservatorioaids.it
Lavorare con il corpo: dialoghi tra femministe e prostitute.
Pubblicato su La27esima ora – Corriere della Sera
Sì, senza
punto interrogativo: Sex work is work. E come tale va accolto. Non
significa far propria quella scelta ma riconoscerne la dignità al pari di
altre, accettando almeno di fermarsi ad ascoltare cosa hanno da dire le dirette
e diretti interessati. E senza dover ogni volta ricordare che la tratta e lo
sfruttamento sono altro e che le/i sexworker sono in prima fila nel combattere
illegalità, soprusi e violenze. Sì, è vero che il lavoro sessuale scelto senza
costrizione riguarda una minoranza di persone, ma sfuggire al confronto perché
riguarda poche persone è come dire: non ci occupiamo più delle minoranze
etniche o delle femministe perché non sono la maggioranza della popolazione.
È indubbio che Carla Lonzi abbia dichiarato, a suo tempo, che «il femminismo mi si è presentato come lo sbocco tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi», ma non penso, come sostengono, fra le altre, Monica Ricci Sargentini e Alessandra Bocchetti , che sia stato paradossale, financo disdicevole, aver ospitato alla Casa internazionale delle donne di Roma, lo scorso 21 gennaio, un incontro pubblico sul sexwork proprio nella sala dedicata a Lonzi, la femminista che, nel Manifesto di Rivolta Femminile del 1970 redatto con Carla Accardi ed Elvira Banotti, affermava: «accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme». Anzi, credo che Lonzi avrebbe ascoltato con cura e attenzione – così come hanno fatto le circa duecento persone presenti – le testimonianze emozionanti e le relazioni che si sono susseguite, aprendo il dibattito a interrogativi e contraddizioni non certo risolti, ma segnando un primo passo importante per iniziare a ragionare, in maniera dialogante, su una questione scottante e forse, per molte, irritante.
Scottante al
punto da far saltare i livelli minimi del rispetto reciproco, ne sono prova gli
attacchi violenti subìti dalle organizzatrici sui social network o le ingerenze
inopportune di alcune voci del femminismo italiano per impedire che l’incontro
si svolgesse nella “casa di tutte”; irritante perché parlare di “sexwork”
significa dibattere non solo con chi ha deciso senza costrizione di lavorare
con la propria sessualità e con il proprio corpo, ma anche fare i conti con le
titubanze e le paure, i desideri, i turbamenti e le rimozioni che il parlare di
“sesso” comporta.
«Da tempo sono testimone, nel mondo femminista, di reazioni emotive incontrollate contrapposte ad un approccio che riconosce le prostitute come interlocutrici alla pari perché intende la prostituzione come fatto politico», ha ricordato Maria Rosa Cutrufelli, scrittrice, autrice nel 1981 de Il cliente. Inchiesta sulla domanda di prostituzione, la prima indagine a puntare l’occhio sul protagonista maschile della vicenda. «Oggi si parla di sexwork, parola recente nata proprio dalla lotta delle prostitute e dopo discussioni negli spazi femministi – ha proseguito Cutrufelli – e sebbene non posso più dire, come negli anni Ottanta, che la prostituzione sia l’istituzione nera e scura contrapposta all’istituzione bianca e chiara del matrimonio, certamente – riprendendo anche Kate Millett e il suo scritto del 1975 Prostituzione: quartetto per voci femminili– si può affermare che non è cambiata complessivamente la resistenza negli ambienti femministi a riconoscere pari dignità alle donne che scelgono volontariamente di vendere il loro corpo: ecco, a me piace parlare di scelta volontaria più che di libera scelta».
Non è dello stesso avviso Pia Covre, fondatrice con Carla Corso del Comitato per i diritti civili delle prostitute, da anni attiva anche nelle reti internazionali e arrivata da Pordenone per raccontare la sua personale esperienza: «Personalmente preferisco l’espressione “libera scelta” perché così l’ho vissuta quando ad un certo punto della mia vita ho deciso che volevo essere pagata per uno scambio sessuo-economico che comunque veniva dato per scontato nelle relazioni. Mi bastò fare due conti per capire che avrei guadagnato di più così che facendo la cameriera». «Fino al 1982, quando siamo nate come Comitato, ho fatto politica in vari modi, anche con i Radicali per il diritto all’aborto – ha raccontato Covre – ma non avevo mai partecipato ad assemblee femministe. Andare ad incontrarle e trovarsi dinanzi un muro è stato molto deludente, ma questo non mi impedisce di sentirmi femminista. Ho passato la vita a battermi per la mia (e nostra) autodeterminazione e libertà, perché altrimenti saremo sempre schiacciate fra le spinte abolizioniste e quelle regolamentatrici che, in entrambi casi, non si curano delle condizioni materiali di vita, anche igienico-sanitarie, di chi fa questo lavoro, spesso anche per sfuggire alla povertà».
Se quindi, da un lato, non viene eluso il nodo delle condizioni materiali di partenza che possono divenire delle costrizioni, dall’altro, ripetono le protagoniste, si sceglie il lavoro sessuale avendo ben presente il restante mondo del lavoro e quel che comporta. Eppure lo stigma è su alcuni lavori e non su tutti: «Se lavorassi per una multinazionale o per una società dai vertici di potere maschili, come quasi tutte d’altronde, qualcuna allo stesso modo direbbe di me che sono una serva del capitalismo patriarcale? Se mangiassi cadaveri di animali torturati, mammiferi come me, o di altre specie, qualcuna direbbe: quella è un’assassina, una specista infame, con la stessa gravità di ‘quella fa la prostituta, o la spogliarellista o la mistress?».
Sono domande rivolte soprattutto a quelle femministe che pensano che di certi lavori ci si debba forse vergognare, fino al punto di negarli, senza tener conto di tutte le variabili in gioco. Anche per questo, molte reti di sexworker intrecciano le loro battaglie per i diritti civili con quelle delle/i migranti e chiedono contestualmente alla depenelizzazione del sexwork anche una normativa non repressiva sul tema delle migrazioni: a ribadire che il sexwork non è necessariamente un lavoro a tempo indeterminato e le condizioni di vita possono cambiare se vengono tutelati i diritti civili e sociali. Il collettivo femminista Ombre Rosse si muove dentro questo contesto e ha partecipato all’incontro portando testimonianze dirette per capire chi sono e cosa vogliono i/le sexworker. Per tutelare le proprie attiviste/i il collettivo ha scelto di intervenire anonimamente e con il sostegno di Silvia Gallerano, attrice e interprete del monologo La Merda con cui ha già ricevuto molti riconoscimenti internazionali. «Lavorare con il corpo significa tantissime cose tra cui condividere qualcosa di intimo. Questo è vero per il lavoro sessuale, come per altri lavori che mettono in gioco corpo, sensazioni e relazioni. Molti lavori di cura prevedono intimità corporee e non solo, molti lavori performativi prevedono espressione corporea e interpretazioni che hanno radici nella sfera dell’intimo» – così la sexworker interpretata da Gallerano, che aggiunge «ho scelto di fare questo lavoro da adulta, dopo un percorso femminista che mi ha dato la possibilità di ragionare sul mio stare al mondo, un ragionamento che non si è concluso perché continuare a stare al mondo significa anche rimettersi continuamente in discussione, almeno per me».
Eppure c’è chi ha certezze inossidabili e ha deciso che chiunque faccia questa scelta sia schiava del patriarcato: «Vendere il proprio corpo è una frase che odio e ho sempre odiato. Come se non ci fosse la mia mente, la mia intelligenza, come se il mio corpo fosse smembrabile. O forse il problema è fare sesso per soldi? Fare sesso senza amore? O il problema è proprio il sesso?» – è andata dritta al punto l’altra voce del collettivo – «Vorrei poter lavorare in cooperative gestite da colleghe e colleghi, protetta da abusi, sfruttamenti e violenze anche da parte delle forze dell’ordine».
Ma è violenza «anche parlare e decidere al posto mio, giudicarmi, inferiorizzarmi, vittimizzarmi e stigmatizzarmi, voler fare leggi contro la mia libertà di scelta: pensavo questo lo facessero i preti, gli obiettori, i maschilisti, non donne che si dichiarano femministe come me – ha concluso Ombra Rossa – Vorrei che il pensiero femminista accogliesse e rispettasse le soggettività non conformi, le minoranze oppresse, le esperienze e identità altre, vorrei che il femminismo rompesse definitivamente lo schema patriarcale santa-puttana che dice di criticare e invece ripropone».
Anche perché, come ben ha ricordato Giorgia Serughetti – ricercatrice dell’università Milano Bicocca e autrice nel 2013 di Uomini che pagano le donne– non si può continuare a puntare il dito solo sull’offerta ma «è necessario tener conto anche della complessità della domanda, quel variegato mondo composto in larga maggioranza da uomini, ma non più solo da uomini, che chiede e cerca anche su internet sesso a pagamento, sempre in un contesto in cui i rapporti di potere sono dentro la cornice economica del sistema capitalistico. Basti pensare – aggiunge Serughetti – al caso che ha visto le donne chiedere a richiedenti asilo prestazioni sessuali dietro compenso. Non solo si ripete lo schema di potere di un soggetto privilegiato su uno svantaggiato (uomo/donna, donna bianca/migrante) mettendo ben in evidenza anche la questione delle diseguaglianze, ma si sgretola anche un altro luogo comune che vuole il cliente come soggetto deviato».
A mescolare, infine, tutte le carte la performance di Rachele Borghi, professora di geografia alla Sorbonne e componente della commissione di reclutamento del Cnrs francese. Sulla scia del progetto collettivo transnazionale Zarra Bonheur, condiviso con la pornoattivista Slavina, Borghi ha esposto letteralmente nuda le parole di chi sceglie il sex work e cerca alleanze politiche con altre sessualità dissidenti e con chi è disposto ad accogliere le loro vite. Ha infatti ricordato non solo il suo essere femminista transfemminista in rete con tante altre ma ha felicemente montato in sequenza uno spaccato di ragionamenti di donne che si battono per il riconoscimento del sexwork e le violente argomentazioni di chi in queste settimane ha irrispettosamente attaccato la possibilità dell’ascolto fra femminismi diversi.
(articolo Pubblicato su La27ora/Corriere della Sera)