S2:E1 “Il mondo segreto del tè verde”

Nelle puntate precedenti…

S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”


Come abbiamo visto in precedenza con la Camellia sinensis, la pianta madre del tè, esistono diverse varietà e lavorazioni che danno vita a una gamma incredibile di tè, ognuno con le sue caratteristiche distintive, di cui scopriremo in dettaglio le diverse sfumature.
Iniziamo approfondendo il tè verde, che più di ogni altro conserva l’anima primitiva della foglia, fermata nel suo respiro vivo appena raccolta, poesia sospesa tra terra e vapore, tra la fermezza del fuoco e la delicatezza dell’acqua. Non è un caso che in Asia il tè verde sia considerato non solo una bevanda, ma anche un mezzo per connettersi profondamente con la natura.

foglia di camellia sinensis

Il tè verde non è solo infuso, ma gesto di memoria: è la foglia che non si lascia corrompere dal tempo, che conserva intatto il suo respiro originario. Bere tè verde significa entrare in un rituale sottile, dove ogni sorso custodisce il dialogo millenario tra uomo e pianta. È il tè della contemplazione: i monaci zen lo bevevano per sostenere le lunghe ore di meditazione, i poeti lo cantavano come simbolo di rinascita primaverile, i guerrieri lo sceglievano per la lucidità che dona.
Ogni tazza è un microcosmo: il colore limpido racconta la freschezza delle colline, l’aroma erbaceo ricorda i giardini dopo la pioggia, il sapore dolce-amaro è simile alla vita stessa, semplice e complessa insieme. In Cina lo si offre come segno di rispetto agli ospiti, in Giappone accompagna cerimonie di silenzio e gratitudine, in Corea è momento di armonia familiare.
Le due vie: il vapore e il fuoco
La magia del tè verde nasce da un gesto essenziale: bloccare l’ossidazione delle foglie subito dopo la raccolta. Questo può avvenire in due modi distinti, che definiscono le due grandi scuole di lavorazione.
Il Giappone è la patria dei tè vaporizzati: la foglia viene attraversata da un soffio caldo e umido che ne fissa il colore verde brillante. Il risultato è un tè dai sentori vegetali, quasi marini, con note di alghe, spinaci freschi e dolcezza minerale. Sencha, Gyokuro e Matcha appartengono a questa tradizione. Il Sencha, fresco e quotidiano, è il tè che più comunemente si trova sulle tavole giapponesi, con la sua luminosità vivace. Il Gyokuro, è un tè da cerimonia, coltivato all’ombra per sviluppare un gusto dolce e umami, quasi vellutato; il Matcha, polvere cerimoniale, è un sorso di ritualità zen.

Tè Gyokuro

In Cina, terra dei tè tostati, si utilizza il fuoco: qui le foglie vengono poste in grandi wok, e tostate a mano, o con macchinari. Il calore asciuga, modella e talvolta arrotola le foglie, infondendo aromi più morbidi, nocciolati, floreali, in qualche caso leggermente affumicati.
Longjing (o Dragon Well), Bi Luo Chun e Gunpowder sono i figli di questa arte. Il Longjing dell’Hangzhou è particolarmente noto per il suo tocco di castagna e freschezza di primavera; il Bi Luo Chun, arrotolato in spirali fini, custodisce note fruttate e floreali; il Gunpowder, con le sue palline serrate, si apre in una bevanda dal carattere deciso e leggermente affumicato.

Tè Longjin, o Dragon Well

In Corea, la tecnica di lavorazione del tè verde più comune è il tostato, o pan-firing, simile a quella utilizzata in alcune zone della Cina, ma con alcune specificità locali. Le foglie di tè vengono raccolte e subito sottoposte a una tostatura rapida e ad alta temperatura in una recipiente di ferro per fermare l’ossidazione, preservando così il colore verde brillante e i composti aromatici freschi, ma con un lieve tocco di complessità in più rispetto ai tè giapponesi. Questa tecnica infatti dona al tè verde coreano una nota leggermente torrefatta, più morbida e meno pungente, con un profilo aromatico con note dolci e floreali, La lavorazione pan-firing è anche legata alla tradizione della manipolazione manuale, gli artigiani modellano la foglia con attenzione, garantendo una qualità superiore nel risultato finale. In Corea si producono tè verdi meno conosciuti, ma altamente raffinati, come il Jeoncha, il Woojeon, il Jukro, il Sejak e il Boseong, che nella loro diversità uniscono la dolcezza del Giappone al carattere tostato della Cina.

Tè Boseong

Filosofie di lavorazione dal temperamento distinto, ma depositari della stessa essenza: il rispetto per la foglia, custodita tra respiro, calore e tradizione, che ci porta a pensare ad ogni tè verde come ad un piccolo giardino ricco di profumi. Le foglie vaporizzate richiamano all’olfatto e al palato il sentore di alghe marine, verdure, umami avvolgente; le foglie tostate riportano il profumo di frutta secca, dei fiori primaverili e di dolcezza vellutata; le foglie coltivate in ambiente ombreggiato evocano aromi dolci e densi, quasi cremosi.
Il tè verde non è solo aroma e gusto, come abbiamo già detto, è anche considerato da secoli un elisir di lunga vita, non solo per la scienza moderna che ne ha confermato le proprietà, ma per l’esperienza millenaria di chi lo ha bevuto e celebrato come medicina naturale e compagno spirituale.
Il tè verde è ricco di una serie di antiossidanti, tra cui flavonoidi, che contribuiscono a ridurre l’infiammazione e proteggere le cellule dallo stress ossidativo. Contiene vitamina C e vitamina E, che supportano il sistema immunitario e migliorano la salute della pelle. Inoltre, il tè verde è noto per il suo contenuto di L-teanina, un aminoacido che promuove il rilassamento senza causare sonnolenza, favorendo una maggiore concentrazione e calma mentale. Contiene catechine, potenti antiossidanti che agiscono come piccoli guardiani del corpo, proteggendo le cellule dai danni dei radicali liberi, aiutano a rallentare l’invecchiamento, supportano la salute cardiovascolare e contribuiscono a ridurre il rischio di malattie croniche. La presenza di minerali come il magnesio e il potassio aiuta a mantenere l’equilibrio elettrolitico e supporta la funzionalità cardiovascolare. Infine, la caffeina contenuta nel tè verde stimola la mente e aumenta i livelli di energia, migliorando la performance fisica e mentale.
Ogni sorso diventa così un gesto che nutre dall’interno, che inoltre stimola il metabolismo senza gli eccessi nervosi della caffeina pura: accelera la digestione, favorisce la combustione dei grassi e regola l’energia in modo equilibrato. Non è un combustibile rapido, ma un flusso costante, come un fiume che scorre lento e continuo, mantenendo il corpo attivo senza sovraccaricarlo.
In Giappone, i monaci zen lo bevevano durante le lunghe ore di meditazione, trovando in esso una concentrazione vigile senza agitazione. La presenza di L-teanina permette alla mente di essere sveglia e lucida, ma allo stesso tempo serena, come se ogni pensiero fosse accompagnato da un respiro calmo. È il segreto per un’energia senza fretta, per una consapevolezza che non si lascia travolgere dal tempo.
Oltre agli effetti più noti, il tè verde possiede virtù sottili associate all’uso regolare: contribuisce all’ equilibrio emotivo riducendo lo stress e favorisce un senso di armonia interiore. Il rito di preparare e bere una tazza di tè verde è molto più di un semplice gesto quotidiano; rappresenta un momento di connessione con la natura e il flusso del tempo. Ogni fase, dalla scelta delle foglie alla loro infusione, invita alla riflessione e consapevolezza, un’opportunità per rallentare e vivere pienamente il presente. Un piccolo rituale che aiuta a sviluppare pazienza, poiché la preparazione richiede attenzione ai dettagli e rispetto per i tempi di infusione. Così emerge naturalmente un sentimento di gratitudine, ogni tazza diventa un atto di riconoscimento verso la natura che ha prodotto quelle foglie, il tè non è solo un piacere per i sensi, ma un modo per restituire un po’ di equilibrio alla nostra vita frenetica, ancorandoci ai ritmi della terra.
Secondo la tradizione cinese infatti, l’imperatore Shen Nong scoprì il tè verde per caso, ma la leggenda sottolinea un punto più profondo, la foglia non è solo nutrimento, è ponte tra uomo e natura, energia e quiete, vita attiva e contemplazione. In Giappone e in Corea, questa filosofia si è trasformata in cerimonie e abitudini, dove il tè verde non si beve semplicemente per dissetarsi, ma per coltivare mente e corpo, un piccolo rito di longevità, una meditazione liquida, sorso dopo sorso, rivela la sua vera virtù: armonizzare corpo, mente e spirito, senza fretta, senza forzature.
Concludo con un cenno ad alcune delle leggende che accompagnano il tè verde. Si narra che durante una siccità nella provincia di Zhejiang, un vecchio monaco pregò il drago del Longjing, guardiano di un pozzo, affinché portasse la pioggia. Il drago acconsentì, e da allora il tè coltivato attorno a quel luogo prese il nome di Dragon Well, il pozzo del drago.
Un’altra leggenda racconta che i contadini giapponesi iniziarono a coltivare il tè all’ombra per caso, coprendo le piante con paglia per proteggerle dal gelo. Scoprirono così che le foglie sviluppavano un gusto più dolce e profondo, e nacque uno dei tè più pregiati del mondo, dalle foglie più tenere, nei primi giorni di primavera, nasce questa varietà di tè pregiata e nobile, denominata “Gocce di Giada” o “Rugiada di Giada”, in lingua originale “Gyokuro”.
Infine il matcha, polvere finemente macinata di tè verde, è strettamente legato alla storia dei samurai giapponesi, che lo consideravano un alleato imprescindibile per le loro imprese. Durante il periodo feudale giapponese, i samurai, guerrieri disciplinati e devoti alla perfezione fisica e mentale, trovavano nel matcha, ricco di catechine e di L-teanina, una combinazione unica di energia sostenibile, lucidità mentale e calma interiore, diventando un elisir che integrava la filosofia zen, praticata per mantenere il controllo e l’autoconsapevolezza in ogni
circostanza. Nel contesto delle cerimonie del tè, il matcha veniva preparato con una cura rituale, un atto simbolico che legava la mente e il corpo in un unico flusso di concentrazione e presenza. Ogni samurai che consumava il matcha, dunque, non solo ottimizzava le proprie capacità fisiche e psicologiche, ma accettava anche un’antica tradizione che rinforzava il legame con l’arte della guerra e il concetto di onore.

Spero di aver stimolato il desiderio di bere regolarmente tè verde! Appuntamento alla prossima settimana con l’approfondimento sul tè nero.


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S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




S1:E2 “Le 6 grandi famiglie del tè”

Nell’articolo precedente: “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo” ho parlato della Camellia sinensis come della pianta madre di ogni tè.
Tutti i tè che conosciamo e gustiamo derivano dalle foglie di questa singola pianta, da cui ha origine una straordinaria varietà di gusti, profumi e tradizioni, che si diversificano tra loro attraverso il processo di lavorazione; ciò che li rende unici è il modo in cui le foglie vengono
raccolte, trattate, ossidate e fermentate.
Della Camellia sinensis esistono due varietà principali: Camellia sinensis var. sinensis (tipica della Cina e dei paesi asiatici orientali) e Camellia sinensis var. assamica (più diffusa in India, in particolare nella regione di Assam).
Queste piante possono differire per le loro caratteristiche fisiche e la resa delle foglie, ma in entrambi i casi i tè prodotti sono fondamentalmente la stessa cosa: foglie trattate in modi diversi per ottenere caratteristiche distintive.
Come in un giardino in cui ogni fiore custodisce un aroma diverso, anche il tè sboccia in sei grandi varianti: verde, nero, oolong, bianco, giallo e puerh, nomi che nascondono mondi di antiche tradizioni.
Le prime civiltà a introdurre il consumo del tè , Cina, India e Giappone , svilupparono sistemi di classificazione articolati in sei categorie, trasmessi e consolidati attraverso le generazioni.
Queste sei tipologie furono distinte e identificate non tanto per ragioni botaniche, quanto per motivi storici, culturali e pratici, legati ai diversi metodi di lavorazione e alle tecniche utilizzate per produzione del tè nelle varie regioni del mondo.
La classificazione del tè non nasce dai freddi criteri scientifici strettamente naturali, ma scaturisce dall’eco millenaria delle tradizioni che avvolgono la preparazione e la cura delle foglie di Camellia sinensis. Racconta storie di mani sapienti, di gesti ripetuti per secoli, di riti
che trasformano la semplice foglia in un elisir di cultura e memoria, più che in un mero oggetto di studio naturale.

sei tipologie di tè

Nel corso dei secoli, questa classificazione si è consolidata, diventando un punto di riferimento stabile e riconoscibile per i consumatori, aiutando a standardizzare il linguaggio e la comprensione del tè, e si è anche adattata alle esigenze commerciali e al mercato globale. Le
diverse tipologie sono state create e promosse in base alle preferenze di consumo nelle varie regioni del mondo.
Pensiamo per esempio all’Inghilterra, dove il tè nero è diventato il più consumato, mentre in Giappone si preferisce il tè verde. Il tè pu’erh, invece, ha una tradizione strettamente legata a Tibet e alla Cina sud-occidentale.
Va detto che, all’interno di ciascuna di queste sei categorie principali, esistono molte sottocategorie che si riferiscono a varietà regionali, o cultivar particolari.
Vediamo in dettaglio le sei grandi categorie:
Tè verde

tè verde

Il tè verde è la versione più semplice e meno lavorata della Camellia sinensis. Fresco e limpido, è come un mattino leggero: le foglie non devono ossidarsi, il loro colore e sapore restano puri. Pensiamo a Sencha, Longjing, ricordi di primavera in ogni sorso.
Le foglie vengono raccolte e immediatamente sottoposte a un processo di essiccazione, o scottatura, per fermare l’ossidazione, mantenendo così il loro colore verde brillante e preservando il massimo delle proprietà antiossidanti.
Per questa fase in Cina si utilizza il calore diretto, mentre in Giappone si usa il vapore, in entrambi i casi il risultato è un tè dal sapore fresco, erbaceo e delicato, con un aroma che evoca le note naturali delle foglie stesse.
Il tè verde è la varietà più antica e tradizionale, e viene consumato in Cina e Giappone da migliaia di anni. Presenta numerosi benefici, non è solo una bevanda rinfrescante, ma anche una potente alleata per la salute. I suoi antiossidanti, le proprietà anti-infiammatorie e i benefici metabolici lo rendono un’aggiunta straordinaria alla dieta quotidiana. Che si tratti di migliorare la funzione cerebrale, supportare la perdita di peso o promuovere la salute del cuore, il tè verde ha numerosi vantaggi che lo rendono un vero e proprio elisir di benessere.
Come narrato nel primo articolo, la leggenda vuole che il tè verde sia stato scoperto per caso dall’imperatore cinese Shen Nong, che nel 2737 a.C. stava facendo bollire dell’acqua quando alcune foglie di Camellia sinensis caddero nel suo calderone. L’imperatore, curioso, assaggiò il liquido e si accorse che il suo sapore fresco e dissetante aveva effetti stimolanti e curativi.
Tè nero

tè nero

Il più intenso, lascia che l’ossidazione faccia parlare la foglia. Come l’Assam forte, come un ricordo al caffè del mattino, o il Darjeeling che sfuma in note floreali delicate.
Il tè nero subisce un processo di ossidazione completo, che cambia il colore delle foglie da verde a marrone scuro e sviluppa un sapore più corposo e ricco. Le foglie di Camellia sinensis vengono prima arrotolate, poi lasciate ossidare completamente (un processo che può richiedere diverse ore), e infine essiccate. Questo processo è diverso da quello del tè verde, che viene solo leggermente ossidato, o del tè bianco, che non viene quasi ossidato affatto. La completa ossidazione delle foglie consente la creazione di composti chimici che danno al tè
nero il suo caratteristico aroma e sapore. Il risultato è un tè dal sapore forte e robusto, che può includere note dolci, maltate o speziate,
a seconda della varietà e della regione di provenienza. Il tè nero è anche un potente alleato per la salute cardiovascolare, mentale e digestiva. La sua ricchezza in antiossidanti, flavonoidi e caffeina lo rende un rimedio naturale per migliorare la concentrazione, favorire la perdita di peso, ridurre il rischio di malattie croniche e migliorare la salute orale. Con i suoi molteplici benefici, il tè nero è davvero un elisir per il benessere generale.
Se si vuole ottenere una spinta energetica, il tè nero è la scelta ideale per il suo contenuto di caffeina relativamente alto. Sebbene contenga meno caffeina rispetto al caffè, il tè nero fornisce un’energia più graduale e meno nervosa. La quantità di caffeina varia a seconda del tipo di tè nero e del metodo di preparazione, ma di solito un’infusione contiene circa 40-70 mg di caffeina per tazza.
Si dice che il tè nero sia nato nel XIX secolo per soddisfare il gusto degli europei. Si dice che i commercianti britannici abbiano introdotto un processo di ossidazione completo delle foglie per creare un tè più robusto e longevo, in grado di sopportare meglio i lunghi viaggi marittimi
verso l’Inghilterra. Questa invenzione, inizialmente una necessità pratica, divenne presto una preferenza per il palato occidentale. Il tè Earl Grey, un tè nero aromatizzato con olio di bergamotto, è una delle varietà più famose, e si dice che il nome provenga da Charles Grey, il secondo conte di Grey, che ricevette in dono il tè aromatico da un diplomatico cinese.
Tè Oolong

tè oolong

A metà strada, tra fermentato e verde, l’oolong ci porta in meravigliosi mondi sfumati. È una danza lenta di ossidazione controllata, elegante e sfacciata insieme.
Rappresenta una via di mezzo tra il tè verde e il tè nero. La Camellia sinensis viene lasciata ossidare solo parzialmente: non completamente come nel tè nero, ma abbastanza da sviluppare una varietà di sapori complessi. Questo tè è particolarmente apprezzato per la sua versatilità e la sua capacità di evolversi durante la preparazione, Il grado di ossidazione può variare dal 10% al 80%, il che significa che i tè oolong possono spaziare da sapori freschi e floreali a quelli più tostati e intensi.
Il tè oolong è una bevanda ricca di benefici per la salute, che spaziano dal miglioramento della salute cardiovascolare e della funzione cognitiva, alla promozione della perdita di peso, digestione sana e protezione della pelle. Grazie alla sua combinazione unica di caffeina,
catechine e polifenoli, il tè oolong è un ottimo alleato per chi cerca di migliorare il proprio benessere generale e prevenire malattie croniche.
Una delle leggende più affascinanti sul tè oolong, racconta che il tè Tie Guan Yin, la più pregiata tra le varietà di Oolong e uno dei tè più rari e costosi della Cina, apprezzato per il suo profumo floreale e il suo sapore morbido, fu trovato da un contadino in una grotta, dove incontrò un vecchio monaco che gli chiese di pregare per un buon raccolto. Dopo aver pregato per il successo, il contadino trovò un sogno divino in cui una figura che rappresentava la Dea della Misericordia, Guanyin, gli apparve con una pianta di tè dalle foglie d’oro. In segno di gratitudine, il contadino coltivò quel tè e divenne ricco.
Tè bianco

tè bianco

Minimalista e schivo: solo boccioli giovani, lavorati senza sfarzo. Come il Bai Mu Dan, un sussurro di primavera che si fa tazza.
Il tè bianco è il più delicato dei tè. Le foglie di Camellia sinensis vengono manipolate poco e semplicemente lasciate appassire e seccare al sole, o in ambienti molto controllati. Non c’è quasi nessuna ossidazione o fermentazione, il che permette di preservare il sapore naturale
e delicato delle foglie.
Ha un profilo molto sottile e dolce, con aromi che spaziano dalle note floreali a quelle fruttate, e una leggera dolcezza che lo rende apprezzato per la sua raffinatezza.
Per queste sue caratteristiche è considerato il più pregiato e il più delicato. Viene prodotto principalmente in Cina, soprattutto nella regione di Fujian, viene raccolto principalmente in primavera, durante la stagione di crescita più breve. Questo periodo è cruciale, poiché vengono utilizzate solo le gemme più giovani e delicate, ricoperte da una fine peluria bianca (da cui prende il nome ed è un segno di alta qualità), che vengono raccolte a mano.
Il tè bianco è noto per il suo contenuto di caffeina relativamente basso e per il suo sapore dolce e floreale, che lo rende apprezzato anche dai neofiti del tè.
Una delle leggende più popolari sul tè bianco risale a un imperatore cinese che, colpito dalla sua rarità e bellezza, ordinò che solo la famiglia imperiale potesse bere questo tè, è infatti comunemente noto come: “Tè dell’Imperatore”.
Tè giallo

tè giallo

Raro come un verso perduto e considerato più raro e prezioso, il tè giallo richiede la celebre “sigillatura gialla”, un passaggio delicato che regala alle foglie una lieve fermentazione e ne cattura i profumi dimenticati.
Simile al tè verde, ne condivide la freschezza iniziale, ma vi aggiunge un rituale unico: subito dopo la raccolta, le foglie vengono adagiate a riposare in strati sottili, in un processo di maturazione chiamato “menhuang”, che favorisce una leggera ossidazione controllata, motivo
del suo colore dorato. Questa fase lenta e paziente, quasi un respiro della foglia stessa, ammorbidisce i tannini e arricchisce il sapore, conferendo al tè giallo un’ombra dolce, vellutata, con sfumature fruttate e talvolta accenni di spezie delicate.
La lavorazione più lunga e meticolosa dona a questa variante un sapore più complesso rispetto al tè verde, mantenendolo però più delicato rispetto al tè nero, e rende ogni foglia un piccolo tesoro, capace di trasformarsi in una bevanda profonda e armoniosa.
È considerato il tè imperiale per eccellenza, poiché la sua produzione, nei secoli antichi, era riservata esclusivamente alla corte imperiale cinese. Raro e prezioso, veniva custodito come un segreto di palazzo e offerto soltanto all’imperatore e ai dignitari più illustri. Secondo la
leggenda, la sua scoperta risalirebbe all’epoca di Qin Shi Huang, il Primo Imperatore, celebre per la sua sete di potere e per la ricerca ossessiva dell’immortalità. Si narra che, durante un viaggio, egli si imbatté in alcune piante di tè dalle foglie straordinariamente delicate, le cui infusioni gli donarono vigore e lucidità mai provati prima. Affascinato da quella forza misteriosa, Qin Shi Huang decretò che tale tè fosse coltivato soltanto nelle terre imperiali, custodito dai monaci e dai maestri del tè più esperti, divenendo così simbolo di potere, longevità e prestigio regale. Nel tempo, il tè giallo mantenne il suo alone di esclusività: raro come un tesoro, la sua stessa esistenza divenne un privilegio concesso a pochi eletti, un elisir che univa ritualità e leggenda.
Tra le nebbie della memoria e dei racconti ancestrali, si dice che questo tè fosse il più sacro fra i nettari imperiali, riservato alla corte dei cieli terrestri. Antico e prezioso, veniva custodito con un rituale segreto, offerto solo all’imperatore e ai suoi più devoti dignitari. È dalla leggenda
che prende vita: si narra che Qin Shi Huang, primo imperatore d’un impero in divenire, lo scoprisse durante una delle sue peregrinazioni, imbattendosi in foglie così sottili da apparire scolpite dalla luce stessa. Una tazza di quella infusione lo avvolse in un vigore luminoso e
una chiarezza d’animo mai conosciuti.
Così, mosso da quella forza sottile e misteriosa, decise che il suo nome dovesse restare custodito nel cuore della Cina imperiale: solo i monaci custodi e i maestri del tè più devoti ne avrebbero conosciuto il segreto. Così nacque il simbolo: potere, longevità, prestigio. Nei
secoli, quella foglia dorata è rimasta rara come un sogno condiviso, un privilegio concesso a pochi. Ancora oggi la sua esistenza suona come un’eco di rituale e leggenda, un elisir sospeso tra silenzio e sussurro.
Tè pu’erh

tè pu’erh

Il Pu’erh viene prodotto principalmente nella provincia di Yunnan, in Cina, è un tè che porta con sé il respiro del tempo. Diverso da ogni altro, nasce da un processo di fermentazione senza fretta, che si concede gli anni come fossero parte della sua stessa essenza. Le foglie
della Camellia sinensis, dopo essere state lasciate ossidare, vengono pressate in forme antiche, dischi, mattoni, o piccoli nidi, e da lì affidate alla lenta pazienza del fermentare. Mesi, talvolta decenni, diventano il suo orizzonte segreto.
Con il passare degli anni, il tè si trasforma, come un organismo vivo che respira e matura. Il suo profilo aromatico non è mai identico a sé stesso: può schiudersi in note morbide e dolci, oppure farsi intenso, terroso, quasi pungente. Ogni infusione è un incontro irripetibile, un
viaggio dentro la complessità delle stratificazioni che il tempo ha scolpito nelle foglie.
Non è solo gusto, ma esperienza sottile: il Pu’erh accompagna la digestione, riscalda e purifica, lasciando nel corpo una sensazione di equilibrio. Bere una sua tazza significa ascoltare la lentezza, toccare con il palato la memoria della terra, lasciarsi guidare da un elisir
che continua a crescere e a trasformarsi anche mentre lo si custodisce.
Bere Pu’erh è come ricevere un abbraccio silenzioso della natura, i cui benefici si svelano in cinque pieghe sottili: favorisce la digestione e la fluidità del corpo, accompagna la lentezza dei pasti; sostiene l’equilibrio del metabolismo, come un soffio che armonizza dall’interno;
purifica e risveglia, lasciando una freschezza delicata nello spirito; calma e radica, suggerendo quiete e presenza; infine, offre vigore sottile, una energia gentile che non turba, ma accompagna il ritmo del giorno.
La leggenda del puerh afferma che il tè fu scoperto da un monaco buddista che viaggiava verso le terre remote del sud della Cina. Durante il suo viaggio, il monaco si fermò in una piccola montagna e preparò un tè usando foglie di Camellia sinensis mature, che avevano sviluppato un carattere profondo e terroso. Il monaco bevve questo tè e si sentì rinvigorito, e da allora il puerh è stato associato alla longevità e alla salute.
Ogni tipologia di tè porta con sé storie affascinanti, leggende che riflettono la sua origine e la sua evoluzione nel corso dei secoli. Queste narrazioni non solo aggiungono un fascino romantico al tè, ma aiutano anche a comprendere come le varie tradizioni abbiano influenzato
le diverse modalità di preparazione e consumo. Le leggende e le curiosità arricchiscono l’esperienza di chi beve il tè, rendendolo un viaggio non solo nel gusto, ma anche nella cultura e nella storia.
Così si dispiega il mondo del tè: sei spirali di tempo, sapore, storia. E ciascuna, sorso dopo sorso, è un invito a partire.


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S1:E1 “Tè: origine, storia e viaggio nel mondo”

Dal cuore delle montagne cinesi alle tavole europee, il tè ha viaggiato per secoli unendo popoli e culture. Scopriremo dove e come è nato e come ha conquistato il mondo.
Noi occidentali siamo più abituati alla praticità filtri da infusione, e la preparazione del tè è un’abitudine veloce, cui non prestare attenzione, ma c’è una notevole differenza tra il tè industriale e il tè in foglia. Il tè in bustina, poiché composto da polvere o frammenti, rilascia un sapore più amaro e astringente a causa dell’estrazione più rapida e meno controllata, con una maggiore presenza di miscele e tè di qualità inferiore, la quantità di sostanze benefiche rilasciate è inferiore e porta a un sapore meno complesso e più uniforme. Il tè in foglia è
generalmente di qualità superiore, conserva meglio gli oli essenziali, responsabili dell’aroma e del sapore, offrendo un’esperienza più autentica, le foglie intatte rilasciano più antiossidanti e altri composti benefici per la salute.
Il tè in foglia deriva da piante coltivate con cura, mani sapienti che racchiudono secoli di tradizione, e ci regala profumo, gusto e beneficio.
Quando apriamo il piccolo scrigno e osserviamo le foglie del tè, ne liberiamo e osserviamo il contenuto, possiamo scoprire che un mondo intero si risveglia.
La leggenda narra che intorno al 2737 a.C. l’Imperatore Shen Nong, venerato come “Agricoltore Divino” e padre della medicina cinese, stanco e privo di forze dopo aver sperimentato decine di erbe, si riposava sotto un albero. Una foglia di Camellia sinensis (c’è un motivo se ricorro al neretto, ricordiamo bene il nome di questa pianta), sospinta dal vento, cadde nella sua tazza di acqua bollente. Shennong, incuriosito dall’aroma sprigionatosi, lo assaggiò e subito ne apprezzò profumo e gusto, sentendosi subito rinvigorito. Fu quella la scintilla che trasformò il tè in medicina, e poi in rituale.
La leggenda non è storicamente provata, ma descrive il profondo legame tra il tè e la cultura cinese, e il ruolo di Shennong come scopritore di erbe e rimedi naturali. La storia di Shennong e del tè è spesso associata al concetto di “Divino Mietitore”, un appellativo che riflette il suo
contributo all’agricoltura e alla sua conoscenza delle piante.
Un’altra leggenda, più macabra e meno poetica, narra che Bodhidharma, monaco zen, si tolse le palpebre per non cadere addormentato durante la meditazione. Quelle caddero a terra e in quel luogo germogliarono le piante di tè: un simbolo di veglia, disciplina e rinascita.
Più attendibili delle narrazioni tradizionali, esistono documenti storici che attestano l’uso del tè come rimedio medicinale fin dal III secolo a.C.
Inizialmente consumato da nobili e dignitari, con il tempo si diffuse tra la popolazione, diventando una bevanda di uso quotidiano e parte integrante di rituali sociali e religiosi.
Il tè ci racconta storie antiche, nato tra colline cinesi, divenne messaggero di cultura, commercio e poesia e oggi accompagna i nostri gesti quotidiani con la sua quieta presenza.
Ma torniamo a quella fogliolina di Camellia sinensis cui poco sopra abbiamo dato enfasi: è lei la pianta madre di ogni tè.
La Camellia sinensis è una pianta sempreverde della famiglia delle Theaceae, originaria delle regioni montuose tra Cina, Myanmar e nord-est dell’India. Da questa singola specie derivano tutti i tipi di tè: verde, nero, bianco, oolong, differenziati unicamente dai metodi di lavorazione
e ossidazione delle foglie.

Attraverso le vie sul mare e la Via della Seta, il tè approdò in India, in Medio Oriente e infine in Europa. Arrivò prima come rarità da collezione, ammirato nei salotti dei nobili e celebrato nei diari di viaggiatori e missionari. Dal porto fluviale di Canton, il principale porto marittimo di Guangzhou, nella provincia del Guangdong in Cina, situato sul Fiume delle Perle e considerato porta d’accesso cruciale per il commercio nella Cina meridionale, arrivavano navi cariche di tè, spezie, sete, porcellane, insieme a cronache e narrazioni di varie culture. Si
creò un continuo intreccio di influenze e contaminazioni che arricchì le varietà e i metodi di preparazione del tè, e lo rese una lente attraverso cui osservare la storia del mondo: una foglia, un ponte tra popoli, una narrazione liquida che attraversa continenti, epoche e
leggende.
In ogni cultura, il tè possiede un ritmo tutto suo, una scansione lenta che accompagna la vita di tutti i giorni.
In Cina, il tè non è solo bevanda: è meditazione, gesto elegante e dialogo con la natura, un piccolo rito che trasforma un semplice sorso in momento di introspezione.
Nelle case giapponesi, la cerimonia del tè (chanoyu) insegna pazienza e armonia, ogni movimento è considerato come poesia.
Nel Nord Europa, il tè assume sfumature di conforto domestico: nelle case danesi, l’hygge si accompagna a tazze fumanti e dolcetti, dando calore e sicurezza.
In Inghilterra, l’English breakfast tea diventa un rito di comunità, la tazza condivisa con amici e colleghi segna l’inizio di una giornata.
In Marocco, il tè alla menta è simbolo di benvenuto e dialogo, preparato con gesti precisi e versato da altezze che trasformano la bevanda in spettacolo.
In India, il chai speziato accompagna il viaggiatore lungo le strade e nelle stazioni ferroviarie, regalando energia e un momento di conforto nel trambusto quotidiano.
Quando teniamo la tazza tra le mani, fermiamoci a pensare che stiamo portando con noi un piccolo universo: profumi che attraversano continenti, gesti antichi che arrivano dai mercati del passato, storie di viaggi e di culture che si incontrano. Ogni sorso racchiude un viaggio
inaspettato e intenso, un momento sospeso in cui il tempo rallenta e il quotidiano diventa rituale. Il tè, così, non è mai solo una bevanda: è memoria, poesia e legame tra persone e culture, un filo invisibile che attraversa epoche e geografie, avvolgendo chi lo beve in una carezza calda e profumata.


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ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Seconda Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

RM: Lorenzo, dopo questa breve rassegna più che altro tecnica sull’astrofotografia, vorrei che ci raccontassi l’intima essenza della ricerca astrofotografica

LDF: Ancora oggi, circondato da cotanta tecnologia da addomesticare, mi fermo nel cuore della notte per provare l’emozione originaria di fronte a questa scintillante immensità, questa profondità misteriosa che attira le menti più sensibili.

La meraviglia accende la curiosità e l’osservazione del cielo incentiva la tendenza a porsi le domande sull’origine del tutto,  eterno interrogativo.

Ci poniamo domande di fronte alle dimensioni sterminate e incommensurabili di questo spazio: lo sguardo naturalmente parte dalla Terra, indaga avido le ombre del terminatore lunare, si sposta alle fasi di Venere, sulle sabbie di Marte, ai satelliti e alle macchie di Giove e si allontana tra gli anelli di Saturno fino a cercare i pianeti invisibili ai confini del sistema solare.

Già lì le proporzioni appaiono smisurate e la mente vacilla nel ridurre questa immensità in rapporto alle misure terrestri.

Eppure questo nostro sistema solare si rivela minuscolo  rispetto alle distanze che ci separano dalla prima stella Proxima Centauri: qui la lontananza  si calcola in anni luce, la distanza che la luce percorre nel vuoto  in un anno solare, velocità alla quale il tempo si ferma.

Queste distanze già enormi si riducono man mano che ci si approssima con il telescopio al  centro della nostra galassia, fino a individuare Andromeda, la galassia più “vicina” – 2,5 milioni di anni luce – e via sino a quelle lontane decine di miliardi di anni luce, ai confini del visibile e del tempo.

E qui si inizia a ragionare, a volte impotenti e intimoriti dalla relatività del tempo presente: ciò che vediamo ora è successo decine, miglia, milioni, miliardi di anni fa. Non riusciamo mai a guardare oltre l’orizzonte degli eventi, un termine sempre magico e misterioso.

Il cielo offre fotogrammi di diversi avvenimenti, che la mente indaga, comprende e  mette in relazione tra loro per cercare di capire il fil rouge dell’evoluzione che, come un fiume impetuoso, muove e trasforma tutta la materia verso una direzione.

Infatti noi, nello stesso istante “presente”, vediamo angoli di cielo che offrono storie diverse: dalle regioni dove la materia si addensa e nascono le stelle ad altre dove si percepiscono i resti di antiche esplosioni stellari, fino a nebulose di gas luminosi ionizzati da stelle vive, come gigantesche insegne luminose appese nello spazio profondo.

Prospettive e distanze che ci dicono dove siamo, il nostro movimento particolare come pianeta e generale nel sistema solare, nella galassia e oltre.

Quando distolgo lo sguardo da questa prospettiva cosmica e torno a osservare le nostre vite, il nostro pianeta, le vicende storiche che lo riguardano vengono inesorabilmente ridimensionate nella loro miseria e relatività.

Eppure è anche attraverso di noi, fatti della stessa materia delle stelle, che il cosmo prende coscienza (Carl Sagan) .

RM: perché passare dall’osservazione visuale all’astrofotografia, quali sono gli aspetti peculiari dei due ambiti?

LDF: Fotografare vuol dire fermare, approfondire, estendere la sensibilità dell’occhio umano, disporre fisicamente dell’immagine tra le proprie mani per poterla contemplare e continuare quindi  a riflettere o sognare; offre anche l’opportunità della condivisione e del confronto con altri appassionati del genere .

In prospettiva, gli oggetti fotografati nel corso degli anni e delle stagioni   popoleranno  progressivamente il mio personale universo, e  formeranno  sempre più  una visione d’insieme nella quale posso riconoscere e chiamare  per nome ogni dettaglio anche quando torno  a guardare  il cielo a occhio nudo.

L’osservazione visuale ha il fascino della “diretta”. L’insieme delle sensazioni corporee sul luogo (caldo, freddo, rumori del bosco e della notte, brezza e umidità, profumi) si fonde con quanto l’occhio rileva nella stretta finestra dell’oculare. La vivacità della nostra atmosfera si può toccare con gli occhi al crescere degli ingrandimenti.

L’utilizzo di oculari luminosi a grande campo consente di ammirare la colorata bellezza e profondità di ammassi stellari aperti e globulari,  stelle doppie. Al crescere degli ingrandimenti crescono i disturbi ottici e atmosferici ma aumenta l’emozione legata all’avvicinarsi agli oggetti e scorgere nuovi particolari.

Il tremolio o ribollire dell’atmosfera conferisce vivacità all’immagine anche se spesso impedisce di notare i dettagli: più gli oggetti sono alti sull’orizzonte, migliore è la qualità della visione.

L’occhio compensa le differenze di luminosità e definizione e i processi mentali formano una immagine virtuale nella mente, analogamente a quanto succede per l’immagine fissa in rapida successione,  percepita  mentalmente come un video.

Le vaghe nebulosità rivelano presenze misteriose di nebulose e galassie: crateri e montagne lunari con i loro rilievi spingono l’occhio a indagarne  ombre e  luci e indovinarne le dimensioni mentre la mente si  immedesima  in quei paesaggi.  La rapida rotazione di Giove consente di immaginare  il movimento fluido della sua atmosfera.

Sovente l’immagine oculare è attraversata dalle rotte luminose di satelliti e stazioni spaziali e può capitare l’attimo suggestivo in cui un aereo attraversa la superficie lunare durante l’osservazione: eventi che danno dinamicamente  la percezione della prospettiva spaziale tramite il  movimento reciproco degli oggetti osservati.

Più familiarizzo con questo cielo e questi strumenti, più sale la voglia di condividere questo interesse appassionante con altri: sale il desiderio di  fertilizzare  giovani menti con la stessa energia che mi spinse ad intraprendere le osservazioni da ragazzo. Quando frotte di bambini, ragazzi e genitori si accodano al freddo e al buio  per incollare l’occhio all’oculare, sento che ritrovano  l’innocente stupore umano di fronte all’infinitamente grande, bello e lontano.

Allora io  mi sento appagato,  ripagato e incentivato a continuare la mia ricerca personale, per provare nuove emozioni da condividere.

 

 

RM: Lorenzo, after this brief technical overview on astrophotography, I’d like you to tell us about the deeper essence of astrophotographic research.

LDF: even today, surrounded by so much technology to master, I stop in the dead of night to experience the primal emotion of facing this sparkling immensity, this mysterious depth that captivates the most sensitive minds.

Wonder ignites curiosity, and observing the sky encourages us to ask questions about the origin of everything—an eternal enigma.

We contemplate the vast, immeasurable dimensions of space: our gaze naturally starts from Earth, eagerly exploring the shadows of the lunar terminator, the phases of Venus, the sands of Mars, the satellites and storms of Jupiter, and moves outward through Saturn’s rings, searching for the invisible planets at the edge of the Solar System.

Even here, the proportions appear overwhelming, and the mind falters when trying to reconcile this vastness with earthly measurements.
Yet, our Solar System is minuscule compared to the immense distances separating us from the nearest star, Proxima Centauri, where distances are measured in light-years—the distance light travels in a vacuum over a solar year, a speed at which time itself stands still.

These already staggering distances shrink as we approach the center of our galaxy through a telescope, until we spot Andromeda, our closest galactic neighbor—2.5 million light-years away—and beyond, to galaxies billions of light-years distant, at the very edge of the visible universe and time itself.

Here, we begin to reflect, sometimes feeling powerless and awed by the relativity of the present: what we see now happened tens, thousands, millions, or even billions of years ago. We can never look beyond the event horizon—an always magical and mysterious term.

The sky presents us with frames of various cosmic events, which the mind studies, understands, and connects to grasp the thread of evolution—a powerful current that moves and transforms all matter in a single direction.

In the same instant, we see regions of the sky telling different stories: from places where matter condenses to form stars to remnants of ancient stellar explosions, and to luminous gas nebulae ionized by living stars—giant neon signs hanging in the deep void.


Perspectives and distances reveal where we are—our movement as a planet, within the Solar System, the galaxy, and beyond.
When I turn away from this cosmic perspective and return to observing our lives, our planet, and its history, everything seems inevitably diminished in its insignificance and relativity.

And yet, it is through us—made of the same matter as the stars—that the cosmos gains consciousness (Carl Sagan).

RM: Why transition from visual observation to astrophotography? What are the defining aspects of both disciplines?

LDF: photography allows us to capture, explore, and extend the sensitivity of the human eye, to physically hold an image in our hands so we can contemplate it, continue reflecting, or even dream. It also offers the opportunity to share and discuss our passion with other enthusiasts.

Over time, the objects I photograph throughout the years and seasons gradually populate my personal universe, forming a growing, interconnected vision. Even when I return to observing the sky with the naked eye, I can recognize and name every detail.


Visual observation has the charm of “real-time” experience. The sum of bodily sensations on-site—warmth, cold, the sounds of the forest and night, the breeze, the humidity, the scents—blends with what the eye perceives through the narrow window of the eyepiece. The liveliness of our atmosphere is tangible, becoming more evident as magnification increases.
Using bright, wide-field eyepieces allows us to admire the colorful beauty and depth of open and globular star clusters, as well as binary stars. As magnification increases, so do optical and atmospheric distortions, but the thrill of getting closer to objects and discovering new details also grows.

The shimmering or turbulence of the atmosphere gives the image a dynamic quality, though it often obscures fine details. The higher objects are in the sky, the better their visibility.

The human eye compensates for variations in brightness and definition, forming a virtual image in the mind—much like how the brain processes a series of still frames as continuous motion.

Faint nebulae reveal the mysterious presence of distant galaxies, while the craters and mountains of the Moon, with their shadows and highlights, invite the eye to explore their dimensions, making the mind immerse itself in those landscapes. The rapid rotation of Jupiter allows us to imagine the fluid movement of its atmosphere.


Often, the eyepiece image is crossed by the bright trails of satellites and space stations. Occasionally, a plane may pass in front of the Moon during an observation—moments that dynamically reinforce our sense of spatial perspective through the motion of the objects we observe.

The more familiar I become with the sky and my instruments, the stronger my desire to share this passion with others—to inspire young minds with the same energy that once drove me to begin my own observations as a boy. When crowds of children, teenagers, and parents line up in the cold and dark, eager to press their eyes against the eyepiece, I see them rediscover humanity’s innocent wonder at the infinitely vast, beautiful, and distant.

And in that moment, I feel fulfilled, rewarded, and motivated to continue my personal research—to experience new emotions worth sharing.

 

Di seguito l’audiovisivo “Oltre lo sguardo” realizzato da Lorenzo De Francesco / Below is the audiovisual presentation “Beyond the Gaze” by Lorenzo De Francesco


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright 




ELEMENTI DI ASTROFOTOGRAFIA – Intervista a Lorenzo De Francesco – Prima Parte/ELEMENTS OF ASTROPHOTOGRAPHY – Interview with Lorenzo De Francesco

Chi non ha, almeno una volta, alzato lo sguardo al cielo notturno cercando di decifrare le geometrie stellari, dette asterismi, nel tentativo di individuare le figure mitologiche che popolano lo spazio sopra di noi ?

Noi percepiamo semplici punti luminosi quando il cielo è terso, ma non abbiamo idea di come sia complesso e affascinante il mondo dei corpi celesti che, grazie alla tecnologia contemporanea, possiamo apprezzare per mezzo dell’astrofotografia.

L’astrofotografia rende possibile l’osservazione di uno scenario di fatto sconosciuto, ampliando lo spettro di frequenze luminose percepite dall’occhio umano, tramite una semplice macchina fotografica con treppiede fino alle apparecchiature più complesse; il tutto attraverso tecniche di ripresa che solo gli appassionati del genere sanno utilizzare al meglio.

Per addentrarci in questo genere di fotografia e capirne di più, ne parliamo con Lorenzo De Francesco, autore della serie di racconti  “Il Bicighellone”, così passando dall’esplorazione urbana a quella stellare.

RM: Lorenzo, come è nato il tuo interesse per l’osservazione del cielo?

LDF: figlio unico, di indole solitaria anche per via di una famiglia con poche relazioni, godevo però di una casa con grande terrazzo in  periferia a Milano, quella degli anni Cinquanta – Sessanta ancora priva dell’inquinamento luminoso di oggi.

Istintivamente, nelle serate terse, posavo il mio sguardo incantato di bambino sulla luna, i pianeti e le costellazioni, accompagnato dal gracidare dell’affollata colonia di rane, stanziata sul fondo paludoso del grande prato scavato dalla fornace prospiciente la mia casa.

Mio padre colse intelligentemente il mio interesse per l’osservazione celeste e decise di  accompagnarmi al Civico Planetario U.Hoepli:  lì avvenne l’imprinting, in quell’ambiente magico dove si potevano fare meravigliose passeggiate nei cieli di ogni stagione e latitudine; cieli che quasi potevi toccare, accompagnati da abili ed entusiasti divulgatori fra cui Mario Cavedon.

Come in tutte le vicende che oltrepassano l’ordinario quotidiano, il contesto ha giocato un ruolo fondamentale: quei formidabili anni Sessanta con la grande enfasi sulla conquista dello spazio e sulla gara tra americani e russi per il primato, fonte di ispirazione per gli appassionati.

In casa esistevano numerosi libri di divulgazione astronomica di Camillo Flammarion, che lessi avidamente nutrendo così il mio interesse per il cielo notturno.

RM: da questo tuo interesse iniziale, cosa ti ha spinto a occuparti di astrofotografia ?

LDF: attratto da una pubblicità sul settimanale Topolino, acquistai un primo telescopio per vedere più da vicino, quelle meraviglie, incantato e infreddolito nelle notti invernali, con la sensazione di poter quasi toccare i crateri lunari, le fasi di Venere, i satelliti e le fasce di Giove, gli anelli di Saturno, le macchie solari, galassie e ammassi stellari. La cultura fotografica era di casa, si conservavano le lastre e la vecchia macchina a soffietto del nonno Lorenzo, con le quale giocavo sin da piccolo, insieme a scatole di vecchie fotografie. Mio padre a sua volta possedeva una fotocamera e una cinepresa Kodak 8mm con la quale documentava la prossimità familiare. Presto mi impossessai di questi strumenti: naturale e immediata nacque l’esigenza di fare astrofotografia, fissare sulla carta la visione soggettiva dell’occhio. 

Sentivo il bisogno di fare miei quei fotoni che provenivano dallo spazio remoto, per il mio occhio divenuto creatura cosciente dello stesso Universo. 

Ai tempi, però, tra lo scatto e la visualizzazione del risultato  passavano giorni, non secondi come oggi. La peculiarità della tecnica astrofotografica analogica doveva fare i conti con la sensibilità delle pellicole, la calibrazione di tempi di esposizione e sensibilità, e la conseguente necessità di modificare (tirare, in gergo) lo sviluppo. Frustrato dagli standard dei laboratori commerciali che non soddisfacevano le mie aspettative, decisi di studiare in proprio il processo di sviluppo e stampa fotografica, iscrivendomi al corso di fotografia per corrispondenza della scuola Radio Elettra di Torino. 

In pratica avevo il telescopio sul terrazzo e la camera oscura in cucina: un grande andirivieni in casa, non sempre apprezzato dai familiari. Purtroppo la passione astronomica fu ostacolata dal cambio di abitazione: il passaggio dal bel terrazzo di periferia a un balcone loggiato in zona più centrale; un limite alle osservazioni a cui si aggiunse l’impegno dello studio liceale e altri innamoramenti.

Molto materiale finì in cantina e fu distrutto da un allagamento durante un nubifragio.

Solo nel 2019, con la morte di mio padre, ripercorrendo le vie dei ricordi, ripresi l’antica passione e capii che, grazie alla tecnologia digitale e alla notevole capacità di elaborazione dei computer domestici, l’astrofotografia poteva uscire dagli osservatori professionali per essere alla portata degli amatori con costi abbordabili; da lì tornai sui banchi di scuola: tutorial, blog,siti specialistici, dispense e manuali; un mondo fantastico si spalancò davanti a me.

RM: qual è la strumentazione di base che occorre per ottenere buone foto ? Da ciò che ho potuto vedere finora, è sorprendente notare cosa ci rivela una buona postproduzione.

LDF: Sotto un buon cielo si possono prendere immagini deep sky (cielo profondo)  già montando su di un treppiede una normale reflex o mirrorless, con ottiche commerciali e impostazioni manuali: foto di paesaggio con cielo in movimento (star trail) oppure esposizioni sufficientemente lunghe e ripetute per iniziare a cogliere la Via Lattea, ammassi e nebulose senza che si verifichi  il mosso.

Per la fotografia di Luna e pianeti, che non richiede tempi lunghi, si possono ottenere con la stessa tecnica risultati interessanti per mezzo di normali teleobiettivi.

Consiglio questo inizio con attrezzatura di base, prima di acquisire costosi setup, iniziare quindi a prendere confidenza con quelli che saranno gli elementi fondamentali di tutto il successivo percorso astrofotografico: il luogo di osservazione, il posizionamento, la conoscenza del cielo e degli oggetti celesti, la messa a fuoco precisa, la corretta esposizione, valutando attentamente l’istogramma, i primi processi elementari di sviluppo, differenti a seconda che si fotografi il cielo profondo, la luna, o i pianeti.

Lo sperimentare in proprio tutte le difficoltà sul campo: buio, freddo, umidità, stanchezza, fa parte del gioco.

Impadronendosi di questa esperienza di base con una attrezzatura semplice si avranno le prime soddisfazioni per proseguire con tecniche più sofisticate. Soprattutto si capirà che qualità del cielo e sviluppo sono elementi chiave di tutto il processo.

È altresì vero che oggi esistono particolari e costosi filtri, applicabili sugli obiettivi o direttamente sul piano focale delle camere, che consentono di fotografare sotto cieli inquinati. Il mio consiglio è fare pratica dapprima con strumentazione normale.

Il passaggio a configurazioni più complesse riguarda tutte le componenti: si passa dalle ottiche commerciali a tubi ottici apocromatici, corredati da montature motorizzate che annullano il movimento terrestre e consentono lunghe pose, si sostituiscono le reflex e mirrorless con camere astronomiche dedicate, a sensore raffreddato.

Di conseguenza tutto il processo diventa più complesso  attraverso decine di ore di esposizione e di post produzione, ma preferisco chiamare quest’ultima “sviluppo” perché ci sono forti analogie con l’emozione che si provava in camera oscura quando si vedeva nella bacinella dello sviluppo dal foglio bianco formarsi  progressivamente l’immagine. 

RM: Per dedicarsi all’astrofotografia occorrono particolari competenze ?

LDF: Prima delle competenze serve soprattutto la pazienza, tali e tante sono le difficoltà che si possono incontrare sul campo al crescere della complessità dei setup. Pazienza anche sull’aspetto meteo, considerato che i giorni “fausti” per le osservazioni sono veramente pochi nel corso dell’anno.

Una competenza sul cielo, su quello che si va a fotografare è raccomandabile, per evitare di fare qui, come in altri ambiti fotografici, il cacciatore di trofei da esporre, senza conoscere cosa si fotografa.

La conoscenza degli oggetti, della composizione delle nebulose, della tipologia degli ammassi stellari, dell’atmosfera e dei satelliti dei pianeti, delle fasi e costituzione e topologia dei crateri lunari, costituisce un grande arricchimento e crea affezione nei confronti dell’oggetto fotografato.

Per la post produzione è indispensabile una buona padronanza informatica per destreggiarsi tra i vari software necessari, ognuno dei quali ha numerose e complesse parametrazioni che condizionano la qualità del risultato finale. Già è complicata la scelta del software tra tutti quelli disponibili  in continua evoluzione.

In sintesi, il cuore del processo di sviluppo in astrofotografia sia per immagini deep sky che per Luna e pianeti è caratterizzato dalla tecnica dello stacking, cioè la creazione dell’immagine finale attraverso l’impilazione mediata ed elaborata di centinaia, a volte migliaia singoli scatti.

Tutto viene ripagato, con gli interessi dalla soddisfazione di vedere i propri primi scatti restituirci immagini invisibili al nudo occhio umano, eppure reali, che stimolano numerosi pensieri.

La soddisfazione aumenta quando progressivamente si vedono gli stessi scatti migliorare   all’aumentare delle competenze di ripresa e sviluppo. 

Da questo breve resoconto possiamo intuire quanta pazienza e dedizione siano necessarie per realizzare scatti degni di nota. Come sempre, la buona fotografia è impegno e autovalutazione, ispirazione e sentimento.

Infine godiamoci queste immagini e, se vogliamo, perdiamoci per un momento nel mistero del cielo.

 

Who hasn’t, at least once, looked up at the night sky, trying to decipher the starry geometries, known as asterisms, in an attempt to identify the mythological figures that populate the space above us?

When the sky is clear, we perceive simple luminous points, but we have no idea how complex and fascinating the world of celestial bodies is—something that, thanks to modern technology, we can appreciate through astrophotography.

Astrophotography allows us to observe a previously unseen scenario, expanding the spectrum of light frequencies beyond what the human eye can perceive. It ranges from simple cameras with tripods to more advanced equipment, all through shooting techniques that only true enthusiasts know how to master.

To delve into this type of photography and understand more about it, we speak with Lorenzo De Francesco, author of the short story series Il Bicighellone, transitioning from urban exploration to celestial exploration.
RM: Lorenzo, how did your interest in sky observation begin?

LDF: as an only child, with a solitary nature partly due to a family with few social relations, I was lucky to have a house with a large terrace in the outskirts of Milan. In the 1950s and 1960s, the city was still free from today’s light pollution.

Instinctively, on clear nights, I would gaze in wonder at the Moon, the planets, and the constellations, accompanied by the croaking of the numerous frogs living in the marshy ground of the large field in front of my house, dug out by a nearby brick furnace.

My father wisely recognized my interest in celestial observation and decided to take me to the U. Hoepli Civic Planetarium. That was my moment of “imprinting”—in that magical place where you could take marvelous walks through the skies of every season and latitude, skies that felt almost touchable, guided by skilled and enthusiastic science communicators like Mario Cavedon.

As in all stories that go beyond the ordinary, the context played a fundamental role: those extraordinary 1960s, with the great emphasis on space exploration and the competition between Americans and Russians for supremacy, served as a great source of inspiration.

At home, we had numerous astronomy books by Camille Flammarion, which I devoured, further fueling my fascination with the night sky.


RM
: From this initial interest, what led you to take up astrophotography?

LDF: drawn in by an advertisement in Topolino magazine, I bought my first telescope to get a closer look at those celestial wonders. I spent freezing winter nights mesmerized by the Moon’s craters, Venus’s phases, Jupiter’s moons and bands, Saturn’s rings, sunspots, galaxies, and star clusters, feeling as though I could almost touch them. Photography was a strong presence in my home. We kept old glass negatives and my grandfather Lorenzo’s vintage folding camera, which I had played with since childhood, along with boxes of old photographs. My father also had a camera and an 8mm Kodak movie camera, which he used to document our family moments.
I soon took possession of these tools, and it felt natural and immediate to want to do astrophotography—to capture on paper the subjective vision of my eye.

I felt the need to “own” those photons arriving from the distant cosmos, my eye now a conscious part of the same universe.


Back then, however, days would pass between taking a photo and seeing the result—not seconds like today. Analog astrophotography required dealing with film sensitivity, exposure time calibration, and development techniques (often requiring “to stretch” the film).

Frustrated by the standard processing at commercial labs, which never met my expectations, I decided to learn the development  and printing process myself by enrolling in a correspondence photography course at the Radio Elettra school in Turin.

I had my telescope on the terrace and a darkroom in the kitchen, making for a constant back-and-forth in the house—not always appreciated by my family. Unfortunately, my passion for astronomy was interrupted when we moved: I lost my spacious terrace in the suburbs and ended up with a small balcony in a more central area, which severely limited my observations. On top of that, high school studies and other interests took over.

Much of my equipment was stored in the basement, where it was later destroyed by a flood during a storm.

Only in 2019, after my father’s passing, I revisited my childhood memories and rediscover my passion. Thanks to digital technology and the powerful processing capabilities of modern computers, astrophotography had become accessible to amateurs at reasonable costs. I threw myself into learning again—tutorials, blogs, specialized websites, guides, and manuals—opening the door to a fantastic new world.

RM: What basic equipment is needed to take good astrophotos? From what I’ve seen, it’s surprising how much post-processing can reveal

LDF: under a good sky, you can take deep-sky images simply by mounting a regular DSLR or mirrorless camera on a tripod with standard lenses and manual settings. You can shoot landscapes with star trails or take long and repeated exposures to begin capturing the Milky Way, star clusters, and nebulae without motion blur.


For photographing the Moon and planets, which don’t require long exposures, you can achieve good results with the same technique using standard telephoto lenses.

I recommend starting with basic equipment before investing in expensive setups. This allows you to familiarize yourself with fundamental astrophotography elements: choosing an observation site, positioning, understanding the sky and celestial objects, precise focusing, correct exposure (evaluating the histogram carefully), and the basics of image processing, which differ depending on whether you’re photographing deep-sky objects, the Moon, or planets.


Experiencing the field’s challenges—darkness, cold, humidity, fatigue—is part of the process.

By mastering these basics with simple equipment, you’ll gain early satisfaction and be prepared to move on to more advanced techniques. More importantly, you’ll understand that sky quality and image processing are the two key aspects of the entire workflow.

It’s also true that today, special (and expensive) filters exist that allow photography even in light-polluted skies. However, I recommend first practicing with standard equipment.


Moving to more complex setups involves upgrading every component: transitioning from commercial lenses to apochromatic optical tubes, using motorized mounts that counteract Earth’s rotation for long exposures, and replacing DSLRs and mirrorless cameras with dedicated cooled astronomy cameras.


The entire process becomes more intricate, requiring dozens of hours of exposure and processing. However, I prefer to call post-processing “development” because it closely resembles the thrill of seeing an image gradually appear in a darkroom tray.

RM: Does astrophotography require special skills?


LDF:
more than anything, patience is essential, given the many challenges that arise in the field as setups become more complex. Patience is also crucial when dealing with the weather, as truly favorable observation nights are rare.


A strong understanding of the sky and the objects you’re photographing is highly recommended. Otherwise, you risk becoming a mere trophy hunter—capturing images without knowing what they represent.

Knowing about nebulae compositions, types of star clusters, planetary atmospheres and moons, and lunar craters’ structure and formation enriches the experience and fosters a deeper connection with the subjects.


For post-processing, a solid grasp of computing is essential, as you must navigate various specialized software programs, each with numerous settings that impact the final image quality. Selecting the right software is already a challenge, as the options constantly evolve.

At the heart of astrophotography development—whether deep-sky, lunar, or planetary—is stacking, a technique where the final image is created by averaging and processing hundreds or even thousands of individual frames.


The effort is well worth it: seeing your first images reveal details invisible to the naked eye is an immensely rewarding experience that sparks countless thoughts.

The satisfaction grows as you refine your skills and witness tangible improvements in your work.

From this brief account, it’s clear that astrophotography requires patience and dedication. As always, good photography demands commitment and self-assessment, inspiration, and emotion.

Let’s now enjoy these images and, if we wish, lose ourselves for a moment in the mystery of the sky.

 


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Torna a Scanno, “borgo delle antiche regine”, Ju Buk Festival – rassegna letteraria di Autrici

### COMUNICATO STAMPA ###

Torna a Scanno, “borgo delle antiche regine”,
Ju Buk Festival – rassegna letteraria di Autrici .

Esordienti e pluripremiate, politiche e attiviste, economiste e giornaliste:
alla IV edizione di Ju Buk Festival si discuterà di forza e fragilità, guerra e pace, corpi e scelte,
memoria e futuro. Attesi il Ministro Gennaro Sangiuliano e le politiche Marta Bonafoni e Stefania Pezzopane
per assistere all’anteprima nazionale del reading “Sei troppo figa!”.

Un consolidato sistema di potere patriarcale che sa riprodurre solo se stesso e che permea tutta l’informazione, i drammatici effetti socio-economici dei conflitti, il reflusso politico mondiale, le represse rivoluzioni delle donne, la rotta migratoria mediterranea in cui a perdere la vita sono i più fragili del pianeta. E ancora, i temi da secoli considerati tabù: il corpo delle donne, la maternità come libera scelta, il potere dei soldi, la malattia, il lavoro delle donne, la loro sessualità. Anche quest’anno si preannuncia uno tsunami culturale il festival letterario tutto al femminile Ju Buk Festival (che nel gergo locale sta a indicare la bisaccia del pastore transumante): giunto alla sua IV edizione, sotto gli alti patrocini del MiC Ministero della Cultura e della Regione Abruzzo, avrà luogo dal 26 al 28 luglio presso l’auditorium Guido Calogero a Scanno, antico borgo nel Parco nazionale d’Abruzzo e paese amato dai Maestri Henri Cartier Bresson, Mario Giacomelli, Hilde Lots Bauer, Maurice Cornelius Escher, incantati dal costume tradizionale della donna scannese che ha intrapreso il percorso Unesco per essere riconosciuto come patrimonio immateriale dell’umanità. Promosso dall’associazione FactoryA, network di informazione per contribuire a rendere più visibili le realtà femministe, ecopolitiche, antirazziste e anticapitaliste e per sostenere l’eliminazione degli stereotipi sulle relazioni affettive, sui corpi e la cura, l’intento di Ju Buk Festival è ambizioso: “Fare cultura in ottica femminista e capolvolgere le narrazioni degli eventi può rappresentare, in questa fase storica, un sostegno alla conoscenza necessaria ad attivare una riconversione sociale e ambientale su presupposti radicalmente opposti al modello dominante rilanciato dal mainstream e che ancora oggi permea ogni ambito della nostra vita sociale, nonostante abbia portato a conseguenze devastanti per il Paese, dall’inverno demografico all’inoccupazione delle donne, ai numeri sconcertanti della violenza di genere.  La letteratura delle Donne rappresenta una preziosa opportunità di riflessione e progettualità, una pratica critica che dovrebbero considerare anche e soprattutto le istituzioni per giungere a un nuovo patto sociale, realmente equo e condiviso, basato su cardini più forti e potenti e che, in tal senso, può davvero salvare il mondo” afferma Eleonora de Nardis Giansante, direttrice della kermesse.

La prima giornata sarà dedicata agli ultimi Esordi di successo, con Monica Acito e il suo acclamato Uvaspina (Bompiani 2023) e Raffaella Simoncini che affronta il tema della malattia in Bulky, della casa editrice abruzzese NEO, interessante esempio di editoria indipendente che anche quest’anno fa capolino al Premio Strega. Pagine in grado di rammendare strappi sociali, rovesciare rappresentazioni, abbattere pregiudizi, costruire ponti tra culture e scrivere nuove grammatiche di rapporti tra generi.

Aprirà la seconda giornata intitolata Corpo l’economista femminista Azzurra Rinaldi, direttrice della School of Gender Economics di Unitelma Sapienza: dopo il bestseller Le signore non parlano di soldi, prosegue la sua opera di empowerment femminile con Come chiedere l’aumento (Fabbri 2024). Si proseguirà con La donna che odiava i corsetti di Eleonora D’Errico, biografia di Rosa Genoni che vedrà l’autrice in dialogo con Michela Bonafoni, studiosa di moda e costume  e docente allo IED di Milano e si terminerà con il suggestivo saggio A questo serve il corpo (Bompiani 2023) della firma culturale del Corriere della Sera Roberta Scorranese, che percorre l’evoluzione dell’immagine della donna nell’arte, a partire da un celebre verso della poeta Patrizia Cavalli.  Prevista per il sabato sera l’attesa anteprima nazionale del reading “Sei troppo figa!” scritto dalla drammaturga Antonella Questa e interpretato dall’attrice e attivista Valentina Melis, reduci entrambe dal grande successo del tour della pièce “Stai zitta!” tratto dal bestseller di Michela Murgia.

La giornata conclusiva dal titolo Scelte, vedrà sul palco le firme de IlSole24Ore Monica D’Ascenzo e Manuela Perrone con il loro ultimo lavoro Mamme d’Italia con l’intervento della politica Marta Bonafoni ele giornaliste del gruppo Lost in Europe Cecilia Ferrara e Angela Gennaro con Perdersi in Europa senza famiglia, Storie di minori migranti (AltraEconomia 2023). Il festival si chiuderà con la narrativa: la domenica sera sale sul palco il romanzo La piccinina di Silvia Montemurro (e/o edizioni 2023) che racconta la storia dei primi movimenti femminili operai nel segno di quel tracciato della Memoria che ci è necessario per poter ricordare chi siamo e guardare al futuro, affinché la letteratura delle Donne non resti solo inchiostro su carta ma possa realmente fare da volano a un cambiamento sociale e culturale e alla sempre più urgente scrittura di una nuova grammatica dei rapporti tra i generi.

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Bande de Femmes – festival di fumetto e illustrazione – 29 giugno – 6 luglio 2024, Roma

COMUNICATO STAMPA

Bande de Femmes – festival di fumetto e illustrazione
29 giugno – 6 luglio 2024
Via Pesaro, Roma

Diciotto spazi e più di venti artist3 per la Notte a Colori, il 29 giugno dalle 17 alle 23, undici autric3 per sette Dialoghi, otto autric3 per tre Matite fuori dai cardini, cinque artist3 per tre Live Painting e tante altre per Sceno/grafiche, Due Matte, Chicche Antiche, A tutte zinNe e Stand-up comics: sono solo alcuni dei numeri dell’undicesima edizione di Bande de femmes, #BDF24, festival di fumetto e illustrazione organizzato dalla Libreria femminista Tuba – a cura di Sarah Di Nella, Ginevra Cassetta e Marta Capesciotti – che dal 4 al 6 luglio si svolgerà nel quartiere Pigneto di Roma.
Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Estate Romana 2023 – 2024 ” curato dal Dipartimento Attività Culturali ed è realizzato in collaborazione con SIAE.

Dopo l’anteprima del 29 giugno con mostre diffuse nei luoghi che animano la vita culturale del quartiere seguiranno tre giorni di eventi gratuiti durante i quali il festival ospiterà fumettiste, scrittrici, illustratrici, artiste e collettive da tutto il mondo: Anita Roscini, Antonia Caruso, Beauty Riot, Cecilia Milza, Claudia Iannicello, Dafne Boggeri, Dina Omut, Egle Pellegrini, Elena Ketra, Elena Mistrello, Eleonora Caruso, Frad, Francesca Bellino, Francesca Torre, Giannino Dari, Giulia Ananìa, Hannah Arnesen, Jana Traboulsi, Júlia Sardà, Laura Scarpa, Léa Katharina Meier, Lidia Aceto, Lina Pallotta, Luchadora, Marja De Sanctis, Meo, Michela Becchis, Michela Rossi, Noah Schiatti, Pat Carra, Pausania Studio, PGB, Raffaella Perna, Rocìo Quillahuaman, Sabrina Annaloro, Sheela Nah Gig, Sheyam Ghieth, Tony Allotta, Siouxie, Sofia Melluso, Sted, Stefania Sbrighi.

Nella prima giornata, giovedì 4 luglio, sarà presentato il lavoro dell’artista libanese Jana Traboulsi e quello dell’artista svedese Hannah Arnesen, mentre venerdì 5 luglio un focus particolare è rivolto alle fanzine italiane fra anni Settanta e Duemila, con l’opera di Dafne Boggeri, e alle autoproduzioni con Elena Mistrello che racconterà la storia di Tracciato Palestina. Sabato 6 luglio, in dialogo con Laura Pugno, ci sarà Anke Feuchtenberger, autrice tedesca che sbalordisce con il suo vertiginoso Compagna cuculo, Coconino press-Fandango, racconto di formazione attraverso gli occhi di una bambina della Germania dell’Est fra gli Anni Sessanta e la caduta del muro di Berlino.

“Bande de Femmes arriva alla sua 11° edizione e siamo pronte a contaminare il quartiere con l’arte, le immagini e gli immaginari di artist3 da varie parti del mondo. Il festival quest’anno si inserisce in un quadro globale a tinte fosche: l’avanzata delle destre e del pensiero anti-scelta, il genocidio in corso in Palestina, la guerra alle porte e la distruzione climatica attentano alle nostre vite e alla sopravvivenza del pianeta” – affermano le curatrici, Sarah Di Nella, Ginevra Cassetta e Marta Capesciotti – “Oltre alle lotte di resistenza narrate a fumetti, questo BDF 2024 sarà come sempre uno spazio per dare voce a tutte le soggettività fuori norma che costituiscono per noi l’orizzonte di senso e di pratiche con cui trasformare il mondo”.

Il programma completo è online su

www.bandedefemmes.it

Prima del festival…

Dal 17 giugno al 21 giugno si tiene il laboratorio Figuracce per aspiranti fumettist?, illustratrici in erba, disegnatrici under 13, con l’artista Luisa Montalto. Mentre è ancora aperta la call per partecipare il 15 e 16 giugno a Còrpa. Ricucire le storie, laboratorio di 10 ore con l’artista Marta Cavicchioni, rivolto alle persone di età 16+. Il 20 giugno è la volta dell3 bambin3 dai 5 anni in su con Tana libera tutt3 a partire da Una partita a nascondino di Lolita Séchan e Camille Jourdy, a cura di Fatatrac, e guidato da Giulia Franchi di SCOSSE.

Tutte le info su www.bandedefemmes.it

Le “rubriche” del Festival
Dialoghi d’autrici è la presentazione di un fumetto
Matite fuori dai cardini scatena dibattiti e fa da megafono ai femminismi a fumetti
Sceno/grafiche è un’immersione in mondi altri, tra arti, immaginari e nuovi linguaggi
Live painting è un tempo dedicato ad inseguire linee, figure e disegni della mano di un’artista
Chicche antiche è un viaggio nel tempo alla scoperta di fumettiste che hanno fatto la storia
Stand-up comics sono incursioni da ridere di una fumettista pentita
Due matte è una pillola di felicità, una curiosa intervista a specchio tra due autrici

Il festival è raggiungibile a piedi, in bicicletta o con i trasporti pubblici: tram 19, 5, 14 – bus 50, 105, 81, 412 – ferrovie laziali: fermate Sant’Elena e Ponte Casilino – metro C: fermate Pigneto e Lodi

Per interviste contattare l’Ufficio Stampa:
Barbara 339 6365001
libreriatuba.stampa@gmail.com
Sito: www.libreriatuba.it www.bandedefemmes.it
Facebook: www.facebook.com/bandedefemmes Instagram:#libreriatuba


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Call for – Immagini senza stereotipi sulla violenza di genere

Pubblicato su https://comunicattive.it/violenza-di-genere/call-for-immagini-violenza-di-genere/#

Ph. Francesca Poggioli

Cosa cerchiamo? Volti, corpi e la forza del gruppo

Ci servono foto, illustrazioni, icone grafiche che rappresentino una moltitudine di soggetti, non solo donne bianche, cis, etero, giovani e abili, ma anche donne razzializzate, disabili, grasse, lesbiche, trans. L’età non dev’essere un limite e privilegiamo foto di gruppo, comunitarie, dove si trasmetta l’idea di una rete che accoglie e sostiene.

Ci interessano anche ritratti fieri di reazione alla violenza, non persone che la subiscono.
Puoi aiutarti con scritte, cartelli, simboli e immagini di lotta politica.
Puoi trovare un modo poetico o simbolico di rappresentare il tema, ma sempre con una visione di forza e fiducia nella fuoriuscita dalla violenza. 

Ph. Francesca Poggioli

Non vogliamo scene di violenza né mostri

Non vogliamo rappresentare la violenza in sé, quindi cerca di non ripetere stereotipi ormai consumati e che fanno rivivere la violenza a chi le guarda. Evita la scritta “Stop violence” o l’immagine delle scarpette rosse che possiamo trovare ovunque.
Se pensi di rappresentare chi agisce la violenza, anche qui attenzione agli stereotipi: evita mostri, uomini incappucciati e anonimi, perché spesso chi agisce violenza è un uomo comune, un parente o una persona a cui si vuole bene, come il partner.

Pensa in grande, pensa a una campagna!

Come agenzia di comunicazione, sappiamo cosa cercano clienti, agenzie, e mezzi di informazione quando vogliono un’immagine sulla violenza di genere. Sappiamo anche che per una campagna di comunicazione non serve descrivere, ma emozionare.
Ragiona in quest’ottica e pensa a come potrebbe essere usata la tua immagine insieme a un testo, che sia un’headline di una campagna o un articolo di una rivista.
Per chi disegna o realizza icone, potrebbe essere molto utile realizzare un set di icone sulle forme di violenza, o un set di icone per associazioni che si occupano di contrasto alla violenza (ad esempio telefono, cerchio, sostegno, mani che si stringono).

Ph. Francesca Poggioli

A chi ci rivolgiamo: sei tu?

Ci interessano foto, illustrazioni, icone grafiche. Cerchiamo persone professioniste in grado di realizzarle con uno sguardo plurale sul mondo, per raggiungere clienti che vogliano davvero cambiare il mondo e il loro modo di comunicare.

Ph. Francesca Poggioli

Chi siamo

Siamo Comunicattive, un’agenzia di comunicazione di Bologna con oltre 20 anni di esperienza, specializzata in comunicazione di genere e contrasto alle discriminazioni multiple.
Visto che sei qui, puoi dare un’occhiata al nostro portfolio di progetti di genere.

Il progetto

Abbiamo in cantiere una banca immagini senza stereotipi per disintossicare la comunicazione visiva: una raccolta di immagini stock, foto, illustrazioni e icone grafiche, accuratamente selezionate e destinate a quotidiani, siti di informazione, case editrici, altre agenzie pubblicitarie ed enti che curano campagne sociali. 

Da settembre, potrai caricare le tue immagini sull’e-commerce, noi ci occuperemo della vendita e tu riceverai una commissione ogni volta che la tua immagine verrà scaricata.

Se non vedi l’ora di sapere quando aprirà ufficialmente la banca immagini, seguire altri consigli e idee creative, iscriviti alla newsletter per non perderti gli aggiornamenti >>

Ph. Francesca Poggioli

Vuoi partecipare? Compila il form

Compila il form e mandaci 3 immagini sul tema della violenza di genere entro fine giugno per partecipare alla preselezione e salire a bordo del nostro progetto collettivo.
In questa fase useremo le tue immagini solo per conoscerti, non verranno vendute.

CLICCA QUI

Ph. Francesca Poggioli

Vuoi una consulenza sulla tua comunicazione di genere? Scrivici, troveremo delle idee insieme.


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LAVORARE PER VIVERE, MORIRE PER LAVORARE. STORIE DI CONFINE/WORKING TO LIVE, DYING TO WORK. BORDERLINE STORIES

Gli infortuni sul lavoro sono ormai argomento alla ribalta quotidianamente, oggetto di sdegno e compassione da parte dell’opinione pubblica.

I recenti casi di morte sul lavoro a Brandizzo, Firenze e Suviana, dove l’incendio scoppiato nella centrale idroelettrica è l’ultimo di una serie infinita di incidenti gravi nei luoghi di lavoro. Si può comunemente parlare di cantieri ad alto rischio, sebbene il rischio minimo non sia da considerare un’attenuante che sgrava le coscienze, quindi ci troviamo di fronte a un dilemma che crea smarrimento.

L’incidente si poteva evitare? Quanto pesano fattori quali prevenzione e controlli insufficienti, l’imprudenza degli addetti, la casualità e altre condizioni avverse anche gravi, fra cui l’incuria delle imprese nel garantire la massima sicurezza dei propri dipendenti. A ciò si aggiunge il fenomeno dei subappalti che può creare una catena fatale in fatto di deregulation, unitamente all’impossibilità di risalire ai responsabili di un disastro, se ce ne sono.

I telegiornali nazionali ci presentano di continuo questi scenari di dolore e disperazione che coinvolgono persone, donne e uomini giovani e meno giovani che in un maledetto giorno non faranno ritorno a casa; passatemi la retorica.

Tralascerei le fredde statistiche sulle cause e le responsabilità, tenendo però ben presente come il profitto degli imprenditori sia talvolta una componente essenziale delle morti in fabbrica. Macchinari volutamente privati dei sistemi di protezione come scelta per accelerare la produzione e aumentare il profitto: una condotta irresponsabile.

Con questa premessa si vuole anche sottolineare quanta poca memoria ci rimane di questi fatti esecrabili. Alla fine i morti sono numeri, figure senza corpo e anima, che non hanno singolarmente il potere di cambiare a fondo le cose anche se “non deve più succedere” come si affrettano a dichiarare i politici.

A questo proposito voglio presentarvi un audiovisivo impressionante per il contenuto: otto casi di incidenti gravi sul lavoro raccontati in prima persona dai protagonisti, compresi quelli che hanno perso la vita.

L’audiovisivo è parte di un progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco, ed è stato presentato alla mostra “La salute non si vende”, interessante rassegna di fotografie che ci ricorda la realtà delle fabbriche negli anni Sessanta e Settanta, da quando si è fatta strada l’idea che i lavoratori meritano una tutela della salute nei luoghi di lavoro. Le fotografie, attualmente esposte alla Cascina Cuccagna di Milano, ripercorrono la storia della maturazione  delle coscienze in fatto di diritti, culminata con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970 n. 300). Anche grazie al fermento culturale e politico di quel periodo fortemente sindacalizzato, furono inserite nelle piattaforme aziendali richieste provenienti dalla base, concernenti la salute e la sicurezza nelle fabbriche.

“Lavorare per vivere, morire per lavorare” è il titolo di quelle che gli autori definiscono storie di confine, laddove il labile confine tra la vita e la morte è, in questo caso, tristemente aiutato da un destino avverso non sempre riconducibile alla fatalità. La realizzazione dell’audiovisivo è una combinazione di fotografie di sicuro effetto al limite del didascalico, sottolineate da un sound design che esalta la cruda realtà in una narrazione essenziale e carica di rimandi, mentre il racconto dei protagonisti fa rabbrividire per l’atrocità dei fatti.

Le vicende delle vittime del lavoro è bene siano rese note  e ricordate; se possiamo contribuire in tal senso, facciamolo.

Work-related accidents are now in the spotlight every day, eliciting indignation and compassion from the public opinion.

The recent cases of deaths in the workplace in Brandizzo, Florence, and Suviana, where the fire broke out in the hydroelectric plant, are just the latest in an endless series of serious accidents in workplaces. We can commonly speak of high-risk construction sites, although minimal risk is not to be considered a mitigating factor that absolves consciences, thus we face a dilemma that creates confusion.

Could the accident have been avoided? How much do factors such as insufficient prevention and controls, the recklessness of employees, chance, and other severe adverse conditions, including the neglect of companies in ensuring the maximum safety of their employees, weigh? To this is added the phenomenon of subcontracting that can create a fatal chain in terms of deregulation, together with the impossibility of identifying those responsible for a disaster, if any.

National news constantly presents us with these scenarios of pain and despair involving people, both young and old, who on a cursed day will not return home; forgive me for the rhetoric.

I would overlook the cold statistics on causes and responsibilities, but keeping in mind how entrepreneurs’ profits are sometimes an essential component of factory deaths. Machinery deliberately deprived of safety systems as a choice to speed up production and increase profit: an irresponsible conduct.

With this premise, it is also worth highlighting how little memory remains of these execrable facts. In the end, the dead are numbers, figures without body and soul, who individually do not have the power to fundamentally change things even if “it must never happen again,” as politicians rush to declare.

In this regard, I want to present you  an impressive audiovisual content: eight cases of serious workplace accidents told in the first person by the protagonists, including those who lost their lives.

The audiovisual is part of a photographic project by Emilio Senesi and Giovanni Pappadà, edited and sound designed by Lorenzo De Francesco, and was presented at the exhibition “Health is not for sale,” an interesting collection of photographs that reminds us of the reality of factories in the Sixties and Seventies, since the idea emerged that workers deserve health protection in the workplace. The photographs, currently exhibited at Cascina Cuccagna in Milan, trace the history of the maturation of consciences regarding rights, culminating in the approval of the Workers’ Statute (law of 20 May 1970, no. 300). Also thanks to the cultural and political ferment of that strongly unionized period, demands from the grassroots concerning health and safety in factories were included in workers’platform.

“Working to live, dying to work” is the title of what the authors define as border stories, where the fragile boundary between life and death is, in this case, sadly aided by a fate not always attributable to chance. The realization of the audiovisual is a combination of striking photographs bordering on didacticism, underlined by a sound design that enhances the harsh reality in an essential and evocative narration, while the accounts of the protagonists make one shudder at the atrocity of the events.

The stories of workplace victims should be made known and remembered; if we can contribute in this regard, let’s do it.

Progetto fotografico di Emilio Senesi e Giovanni Pappadà, montaggio e sound design di Lorenzo De Francesco


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WORKSHOP SU COOPERAZIONE E VOLONTARIATO: Percorsi migratori, accoglienza e progetti dedicati

L’Ass. Diritti al cuore Onlus, impegnata nella cooperazione e nel volontariato dal 2004, lancia un nuovo percorso formativo e informativo dedicato ai migranti, aperto a tutti.

Il workshop, dal Titolo “Percorsi migratori, accoglienza e progetti dedicati”, partirà il 9 maggio alle ore 19.00 a Roma, nella sede di Via dei Latini 12-14, quartiere San Lorenzo.

Il workshop è gratuito e si terrà ogni giovedì. La partecipazione è libera e aperta a tutti.

Ogni incontro sarà monotematico e vedrà la partecipazione di molti ospiti provenienti dal mondo della cooperazione, del giornalismo e del volontariato e vedrà testimonianze dirette di chi ha vissuto in prima persona questi eventi.

Tra i relatori troviamo Alessandra Morelli, Delegata dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) fino al 2021, Michele Cirillo, Fotoreporter, Elisa Dimida, Coord. Gruppo Firenze Medici Senza Frontiere, giornalisti di Black Post, primo giornale online redatto esclusivamente da ragazzi immigrati, Laura Stopponi, Program Manager di Caritas Italia.

A ogni incontro saranno presentati i progetti dell’Associazione Diritti al Cuore Onlus che porta avanti in Italia su queste tematiche.

Tematiche trattate: rotte migratorie, Lampedusa e il suo Museo, Dilemmi della comunicazione umanitaria, accoglienza, pregiudizi e razzismo.

A chi è rivolto: il workshop è utile per chi studia cooperazione, per chi vuole iniziare un percorso di volontariato attivo, per chi lavora in questo settore o semplicemente per chi vuole capire di più questo momento storico e la politica in materia di immigrazione.

Il corso è gratuito, prevista la tessera associativa annuale di 25 euro.

A fine corso verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Date: 9-16-23-30 maggio e 6 giugno.
Contatti: 3289297160 oppure fra.caprioli@gmail.com
Per iscriversi clicca qui ??
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Programma

9 maggio ore 19 – Rotte migratorie: la rotta del Mediterraneo. Lampedusa e il suo museo. Ospite Michele Cirillo, Fotoreporter. DAC presenta OCEAM.

16 maggio ore 19.30 – Un mondo frammentato: Diritti disattesi e cura dell’umano. Relatrice Alessandra Morelli, delegata per dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)

23 maggio ore 19.30 – Dilemmi etici nella comunicazione umanitaria. Relatrice Elisa Dimida, Coord. Gruppo Firenze MSF. Ospiti i giornalisti di Black Post

30 maggio ore 19.30 – Rotte migratorie: la rotta balcanica. Relatrice Laura Stopponi, Program manager programmi di cooperazione di Caritas Italia. DAC presenta Salute Migrante

6 giugno ore 19.30 – La bellezza della diversità. Welcome direzione sud. Ospiti Marica D’Amico e Faburama Ceesay. DAC presenta il suo nuovo progetto Mixitè, per parlare di pregiudizi.