hUman sWitch

Esce dai cardini del realismo fotografico, hUman sWitch, lavoro fotografico collettivo ad opera di alcuni membri del Circolo Fotografico Milanese: Carlo Cirmi, Lorenzo De Francesco, Mauro Galvagno, Pio Grasso, Laura Pozzoni.

hUman sWitch è un progetto promosso da Raoul Iacometti, fotografo e tutor del gruppo, che ha indirizzato i partecipanti a descrivere un viaggio nell’interiorità e nell’inquietudine dell’ordinario quotidiano.

Il mezzo d’elezione per esprimere i moti dell’anima è, fra gli altri e ormai dalla sua origine, la macchina fotografica. Con questo strumento che di per sè è fatto per registrare le immagini che passano davanti ai nostri occhi, si può ottenere qualsivoglia risultato declinando stili, scelte narrative, modalità espressive, un flusso inestinguibile di possibilità date da quel linguaggio duttile che è la fotografia, come universo dei segni.

Ne parlo con uno dei membri del gruppo, Lorenzo De Francesco, noto ai lettori di Diatomea come autore, su questo blog, dei Racconti del Bicighellone, ora in veste di fotografo.

RM: Lorenzo, vuoi riassumere, per noi, la genesi di questo lavoro fotografico ?

LDF: Il progetto è nato nell’ambito del corso avanzato di fotografia organizzato dal Circolo Fotografico Milanese e tenuto da Raoul Iacometti. Raoul ha impostato dall’inizio il corso avanzato sulla progettualità, chiedendoci – prima di toccare la macchina fotografica-   di sviluppare una fase creativa e un confronto di idee a tavolino, per individuare insieme un progetto da sviluppare. Raoul ha diviso di sua iniziativa i partecipanti in gruppi, per cui ci siamo trovati a lavorare insieme con persone con le quali al di là dell’appartenenza al CFM, non avevamo alcuna esperienza di lavoro di gruppo. La genesi è stata faticosa, con momenti di dubbio e di stallo, con bozzetti e ripensamenti, ma alla fine è scattata la scintilla che ci ha consentito di realizzare questo  lavoro collettivo. L’idea è maturata progressivamente nel corso degli incontri, partendo da esperienze di vita personali. La sfida è stata trovare una forma adeguata di rappresentazione per un discorso abbastanza complesso. Alla base di tutto c’era il concetto dello “scambio”: un evento della vita che obbliga ad una scelta, pratica o mentale. Noi abbiamo analizzato l’aspetto mentale, cioè come  rappresentare lo scambio (Switch) che si fa mentalmente per adattarsi, volenti o nolenti, a un contesto ostile o alienante, o semplicemente difficile da elaborare con i paradigmi mentali lungamente impiegati. In questa rappresentazione abbiamo adottato, grazie all’esperienza di Raoul e ai consigli che ci siamo dati reciprocamente, tra  i più esperti e i meno esperti,  un approccio fotografico che impieghi tecniche adatte a rappresentare questi stati d’animo: esposizioni multiple, zooming, sfocato, mosso. La postproduzione poi ha sposato un bianco e nero intenso, contrastato, con neri profondi e bianchi emergenti per sottolineare il contrasto interiore.

RM: come vi siete coordinati per ricavare, partendo da sentimenti e percezioni individuali, un’opera così coerente e carica di rimandi ?

LDF: Dopo aver focalizzato la parte teorica del progetto, ognuno ha iniziato a scattare, da solo o in gruppo, per cercare, secondo la propria sensibilità fotografica, di vestire con immagini il progetto. E’ seguita una fase di messa in comune dei singoli portfolio, di verifica dell’aderenza complessiva e dei singoli scatti al progetto originario. E qui  è avvenuto un “miracolo”, conoscendo l’io smisurato di ogni fotografo: insieme abbiamo deciso quali immagini erano più adatte alla rappresentazione dell’idea iniziale. Questo è avvenuto senza nessun conflitto o pretesa, e ha portato alla scelta finale.

Abbiamo predisposto un percorso grafico, fatto di cambi, parallelismi, ricongiunzioni, inversioni e lo abbiamo vestito con le immagini, su di un unico pannello ove tutta la narrazione fotografica si sviluppava e si poteva gustare la singola immagine nel contesto complessivo. Poi, come autore di audiovisivi, mi sono divertito a realizzarne uno  che sintetizzasse l’idea anche con il supporto di una colonna sonora adeguata;  devo dire che è frutto di un’immediatezza e ha riscosso notevole apprezzamento.

RM: Lorenzo, a tuo personale giudizio, è stato un lavoro foriero di riflessioni sugli stati d’animo, un particolare vissuto, o considerazioni più generali sull’immaginario collettivo che potrebbe essere  considerato come scoperta e inconsapevole condivisione di esperienze comuni ?

LDF: Inizialmente è stato come se ognuno di noi si mettesse in autoanalisi per capire bene i  propri “scambi”: individuarli analizzarli e trovare poi dei segni, delle immagini, che li rappresentassero. Nella quotidianità del reale e anche nell’immaginario, fili, ombre, sagome indefinite, riflessi, mosaici, prospettive. Come figure retoriche evocanti lo stato d’animo. Ognuno con la propria storia e soprattutto la propria sensibilità, che sappiamo avere diversi livelli di intensità. Questo in un certo senso ha giovato alla drammaturgia complessiva del racconto, che non può essere giocata tutta su toni alti e intensi, ma ha bisogno di ritmo, pause e picchi di emozioni, che avvolgano fluidamente lo spettatore. Siamo usciti da questo lavoro con una significativa presa di coscienza: il cercare di rappresentare i luoghi della mente aumenta l’autostima nella capacità di comprenderli e forse di dominarli. Il riscontro che si ha in sede di comunicazione al pubblico è una iniezione di consapevolezza.

RM: Quale ruolo ha avuto Raoul Iacometti in questa discesa nelle profondità delle coscienze individuali ?

LDF: Raoul non ha mai imposto la sua visione, è sempre stato discretamente presente per lanciare degli spunti, aiutarci a uscire dai momenti di stallo, dare efficacia alla comunicazione del messaggio.

Per certi versi intransigente quanto basta, mai accomodante. E’stato un po’ come essere degli aquiloni liberi di librarsi  nel vento della creatività ma saldamente collegati a terra, sentivamo la corda nelle mani di Raoul che si tirava per indirizzarci ma anche che si srotolava per lasciarci volare nella direzione giusta e in favore del vento.

Chiudo questa chiacchierata con Lorenzo De Francesco, riportando il testo di presentazione della mostra Immagini in corso che si è tenuta a Milano nel mese di maggio 2021:

presentazione di hUman sWitch :
“ hUman sWitch – scambi umani tra quotidianità e alienazione, tra razionale e irrazionale, tra realtà e sogno, a volte il passaggio ad un altro livello di coscienza è istantaneo, si coltiva nell’ansia latente, nell’insoddisfazione; sfocia nella ribellione o nell’ansia gestita, incapsulata, soffocata: ti accompagna insistente, pronto a riemergere.
A volte si snoda in parallelo alla vita normale, appare come bolle in superficie, si materializza in segni e forme, proiezioni che distorcono la visione, alterano le prospettive, ombre che pesano come rocce.
A volte genera un’inversione, il sogno diventa realtà, la mente ha già preso il volo, il corpo la seguirà.”

Presentazione della mostra

Si fa presto a dire progetto fotografico.
Se poi ci mettiamo che il progetto deve nascere da un gruppo di persone con teste, esperienze, caratteri e idee completamente diversi, allora il gioco si fa davvero duro.

Ma se al timone c’è Raoul, allora tutto cambia marcia.

Ogni gruppo si è fatto corpo unico, in una carambola di idee, altre idee, ancora idee. E poi come realizzarle, come mettere insieme il tutto.

Aggravato dalla difficoltà di Milano in zona rossa. Centinaia di collegamenti via zoom sono stati provvidenziali e non ci hanno certo impedito di diventare amici davvero.

Di ridere, di divertirci. Perché senza divertimento, niente ha scopo.




Della presenza. La fotografia di Maria Cristina Comparato

Un tema delicato, una vicenda segreta nell’animo, che l’autrice ha voluto condividere in fotografia, conferendo a se stessa l’incarico gravoso di rappresentare tutte le donne che hanno subito la mutilazione di un seno o di entrambi, alle prese con un male che lascia poco spazio alla serenità, per non dire all’ottimismo.

Una donna  – giovane – che osserva il suo corpo trasformarsi in un “Altro” meno familiare e rassicurante; l’autrice osserva il cambiamento attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, suoi scatti che testimoniano, silenziosamente, quello che il senso comune definirebbe un’esperienza lacerante.

Con questo portfolio di genere concettuale, Maria Cristina ha vinto la XVII edizione di Portfolio Italia – GRAN PREMIO fujifilm organizzato dalla fiaf – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Vorrei quindi riferire le mie impressioni su questo lavoro, in considerazione del tipo di rappresentazione che ne ha dato l’autrice, il registro adottato nel raccontare il suo vissuto, senza per ciò darne una valutazione di merito, perché non è questo lo scopo.

Il lessico è scabro, sono immagini fredde, anzi glaciali, una fotografia denotativa al limite del minimalismo, sterilizza l’emotività spogliando l’immagine di tutte le sfumature della pratica del dolore, privandoci delle icone confortanti della sofferenza.  L’autrice ha volutamente creato uno scarno catalogo di elementi, ossia gli oggetti della cura, corollario di un corpo ferito che si mostra in tutta la sua disarmante realtà:  una cicatrice esistenziale, difficile da dimenticare, una semiosi disturbante.

Avrà voluto, Maria Cristina Comparato, esprimere una deliberata protesta nei confronti degli stereotipi della femminilità, che ancora invadono lo spazio della nostra visione della donna, effige perfetta di un’estetica imposta culturalmente ?

Lo sfondo bianco accentua la sensazione di vita sospesa e il disagio dell’osservatore che non trova alcun appiglio per sviare lo sguardo: lo schiaffo lo sento arrivare.

Qui nulla è sfumato, accennato, tutto è evidente, lo straniamento non è celato e il fragile ramoscello simboleggia una caducità che si vorrebbe ridimensionare a favore della speranza.

Quale operazione ha voluto compiere questa giovane donna, offrendosi ai nostri occhi con cruda determinazione ? La risposta potrebbe essere contenuta nella penultima fotografia dello sfondo vuoto. Ma anche l’ultima immagine potrebbe contenere un indizio; a noi la conclusione, liberi di sentirla sotto la pelle.


Copyright immagini: Maria Cristina Comparato




Eros e Thanatos in Aldo Palazzolo

Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre.

Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.
Difficile parlare della sua opera completa, troppo vasta, ricca delle suggestioni di esplorazioni vertiginose, delle magie delle camere oscure, scarse propensioni per i pixel.
Val la pena soffermarvisi a spizzichi e bocconi, per esempio con la sua ricerca su Eros e Thanatos.

In principio fu l’Eros (La Genesi)

Se v’è poco dubbio che tutto ebbe inizio dall’Eros, qualsiasi ripopolamento naturale ed umano, la ricerca di questo è divenuta ossessione e non fluida riscoperta dell’essenza stessa dei viventi – ivi compreso il genere umano -, gesto semplice e naturale. Al contrario, l’Eros, o viene definitivamente derubricato a pratica immorale, lì dove è stata la fonte cui si sono abbeverati poeti ed artisti d’ogni epoca e luogo, oppure sostituita dall’esasperazione del motto assai poco aulico del “persi per persi meglio perversi”, in definitiva, surrogandone il ruolo di riscoperta minimalista della sua essenza primordiale ed istintiva, delicata poesia di sensi, ad una kermesse di sovrastrutture, tacchi a spillo compresi. Nelle sue immagini della serie dei marmi, Aldo Palazzolo, invece, si rivolge nuovamente ad un Eros genetico, a quell’essenza perduta e sepolta dalla mondanità corrotta delle sovrastrutture, lo ritrova nella semplice e vertiginosa nudità delle forme. Continua, dunque, in una sorta di staffetta ideale, l’opera di recupero della materia primordiale, della forma nascosta, in parte già denudata degli eccessi materici di cave pregiate, da grandi estrattori di poesia umana dai blocchi di marmo.

Palazzolo, come è aduso fare, non scatta per scattare, non ha tempo da sottrarre alle pigrizie del Sud, va giustappunto all’essenza, interrogando i marmi circa il pensiero di quei creatori che li hanno liberati, secondo modalità e prassi michelangiolesche, dall’involucro di materia morta, restituendoli alla vita, ed in questo compie ed esalta nel contempo il gesto erotico definitivo e vertiginoso che solo può essere nella scoperta. Interrogando i marmi, con l’occhio “obiettivo” del ricercatore, deduce, e forse scopre al di là d’ogni ragionevole dubbio, il nucleo fondante del pensiero antico che ha generato quella vita di pietra. Una vita che, oltre il pensiero della forma minimale da cui si è generata, viene poi occultata da sovrastrutture, appunto, come certi vini del sud, serviti allungati con la gazzosa perché troppo difficili da buttar giù per corpo ed eccessiva adesione organolettica a terre aspre. Palazzolo dunque “denuda” il dettaglio primigenio, individua in quello il nucleo generatore dell’opera, lo libera da ciò che non serve del tutto d’intorno cui fu imprigionato dal “benpensantismo” che ad ogni epoca il – per definizione – declinante impero impone alle donne ed agli uomini, perché non riscoprano in sé, nella propria viva carne, ciò solo di cui hanno veramente bisogno. Poi ce lo rende, in forme inequivocabili, annullando distanze temporali ed aggiungendo il vuoto d’intorno che non crea equivoci, che proietta in una dimensione immaginifica e sorprendentemente condivisa chi si trova al cospetto di quell’immagine.

Thanatos, ovvero de profundis per l’altro inizio.

È nel gesto intriso di pietas della Veronica a ricoprire il corpo martoriato del Cristo che si cela il primo scatto fotografico, il primo sviluppo. Nella concretizzazione di quel sogno d’una immortalità donata nell’imprimersi d’un volto, d’una immagine che prende vita nella camera oscura del tempo, in fin dei conti v’è tutta la tecnica più evoluta, oltre la volontà del gesto; altro che megapixel e photoshop, è invece un atto istintivo che procrastina la narrazione del ritratto all’infinito, come in un click, il click definitivo. Ma il desiderio profondo di sopravvivere a se stessi, prolungando il proprio corpo al di là d’ogni ragionevole barriera temporale, è anche altro, appartiene agli uomini d’ogni epoca, non nasce per caso e conto terzi; la volontà di esorcizzare la caducità d’una esistenza in forme biochimiche sostituendola con l’essenza della pietrificazione che, scarnificando il bio, salva l’immagine e con essa la volontà d’aggrapparvisi in eterno, è cosa da pazzi, ma anche assai diffusa, dai faraoni a Faust, dai corredi funebri a Dorian Gray. “Che fine ha fatto Baby Jane?” è invece roba da giorni nostri, da maquillagé dovuti e ricercati, perché si nasconda la cosa più vera che ci appartiene e che, in definitiva, è che ci apparteniamo per poco più di uno sbadiglio. Palazzolo, che nemmeno nei più audaci voli pindalici riesce a rassomigliare alla Veronica, quando scende nella cripta dei Cappuccini di Savoca, comunque fa quella semplice operazione di chiudere il cerchio, illustra l’illustrazione, amplifica e mette il Re Nudo, denuncia la pazzia di conquista dell’eterno, mostrandoci il volto tumefatto e scarnificato del tentativo fallito.

Chiude il cerchio, in un giro ampio che dura millenni, dal lenzuolo della Veronica, che voleva in realtà nascondere l’orrore del martirio per preservare la bellezza della memoria, ottenendo però l’opposto paradossale, sino al martirio post-portem, alla tecnica brutale che precede alla tragica consapevolezza della morte dell’immortalità. E la pazzia d’essere eterni è del Re, dell’Imperatore, del capo in quanto tale, il miserabile non vi aspira, prende quel che c’è, non vuole un monumento alla sua sciagura, non vuol diventare un Prometeo incatenato, gode delle pause in cui l’aquila è lontana semmai, e non banchetta con la sua carne viva; s’approfitta di quel che viene, pretende al massimo poco più, serene esistenze ad esempio, anche brevi s’è il caso, altro che vite eterne. Ed è dunque un cerchio chiuso, il tempo dell’immortalità, un cerchio che è la dimensione di ciò che si può spezzare, proprio come quelli incisi sulla sabbia da Archimede, a due passi da dove Palazzolo è nato, ucciso dalla barbarie per essersi distratto in una formula geometrica, per essere rimasto in contemplazione del giro perfetto. Il cerchio chiuso, dunque, la metafora di come le cose degli uomini possano essere mirabilie poetiche, maraviglie ed armonie in forme perfette, frutto esclusivo della ricerca del bello, ma che poi si trasfigurano nel potere e nel possesso, e nella conseguente maledizione di portarseli dietro per sempre, in un’orgia di devastazione e di corruzione che quel cerchio spezza, definitivamente, nel semplice tempo d’un battito di ciglia.

Questo articolo esce in contemporanea con La bottega del Barbieri





Boipeba, luogo senza tempo

Non si passa per l’isola di Boipeba per caso: è un destino. E per arrivarci serve un poco di sforzo e di tempo. Tempo per rimanere. E pensare.

Il tempo sull’isola passa con una cadenza molto speciale, accompagnato dai ritmi implacabili delle maree che governano la maggior parte delle azioni quotidiane, regolamentato dalla luce abbagliante e dall’oscurità assoluta. E il tempo umano è fatto di gesti, riti, saggezze e parole antiche. Sono poesie quotidiane, saperi di altri tempi e luoghi, un tempo di memorie. Ogni istante è differente e come una fotografia è unico.

Boipeba è un’isola tropicale, come tante altre: il mare, le palme, la vita semplice dei pescatori. Natura infinita, che, insieme alle maree, è la vera padrona del luogo. Nessuna automobile, solo barche, canoe intagliate negli alberi, cavalli.

Nonostante questo, Boipeba, per chi la sa capire, guardare, vivere, respirare, diventa qualcosa di profondo, languido e vitale. È così per chi è nato qui, i più vecchi che l’hanno mantenuta fino ad ora, per i giovani che cercano di migliorarla e proteggerla; è così per i “gringos” che hanno deciso di vivere qui lasciando la città, conforto e amici, non per fuggire, ma per esplorare una vita più a contatto con la natura e con se stessi.

Per una vita meno legata alle cose materiali, che, comunque, non esistono nell’isola: per avere quello che vuoi, bisogna andare a Valença (un’ora di motoscafo a volte troppo veloce), o a volte bisogna aspettare che qualcuno da Salvador, São Paulo, Roma o New York possa portare quello che vuoi. Non è un acquisto il tuo: è una conquista, il semplice pensiero è un’avventura. Così, per far passare il tempo, ti siedi, ti calmi, guardi il mare e le nuvole, studi il vento, pensi in un’altra cosa. Impari a non avere “tutto qui e ora”, ma a godere “quello che c’è, ora”. Impari ad aspettare.

I nativi sono orgogliosi della loro isola, la chiamano paradiso. Capisci il loro amore quando li vedi seduti contemplando il mare, quando parlano dei fiori, quando raccontano che già hanno vissuto in città e, alla fine, hanno deciso di tornare “a vivere” qui. Ti portano a visitare le spiagge più belle, la foresta più folta e si incantano, una volta di più, vedendo una luce particolare di questo oceano che li alimenta di una forma quasi spirituale.

Ci sono luoghi molto lontani, quasi inaccessibili dove anche i cavalli hanno difficoltà ad arrivare, ma dove qualcuno va per cogliere frutta, fiori, legna. Luoghi per “persone di razza”, che hanno lo stomaco forte, che non hanno paura della natura generosa e terribile. Probabilmente, non conoscerò mai questi posti, ne sentirò la mancanza e coglierò l’essenza dai loro racconti. È una visione un poco romantica, lo so. Ma attraverso le voci di queste persone posso interpretare i loro segreti, la loro vita quotidiana.

E le loro radici, con le tradizioni degli indios, i veri nativi, che racchiudono la saggezza originaria, e il sangue Africano dei loro antenati che sono arrivati qui come schiavi. A Boipeba le persone sono orgogliose di questa discendenza, è una forza in più e la vivono con la loro pelle, i corpi, il cibo, le piante, la religiosità fatta di messe cattoliche e dei misteri del candomblé (*), in un incontro perfetto tra sacro e profano, con la musica di tamburi ossessivi, con suoni presi dalla natura e riprodotti con strumenti semplici.

I fiumi sono indispensabili e accompagnano le coste dell’arcipelago. Sono centinaia di grandi fiumi e piccoli canali che si incrociano tra loro e con il mare quando la marea cambia. Mentre scrivo, i fiumi stanno correndo in direzione dell’oceano, stanno uscendo diventando il mare che, accogliendoli, si ritira. Fra sei ore la natura invertirà il suo corso e sarà il mare a penetrare tra le isole con forza. È un fluire poderoso, è un movimento incessante, uno scambio di acque, di umori, di flussi: è come un abbraccio intenso, una lotta appassionata e ardente, è come fare l’amore.

E navigando il fiume di notte, nell’oscurità totale, ti senti ancora di più parte di questa natura superba: puoi percepire la presenza delle mangrovie, di molti animali e di pochi esseri umani. Potresti essere a centinaia di anni fa, quando tutto, alla fine, era come adesso: un vivere, un “esistere” che non si è mai fermato, ma che non è mai cambiato.

A Boipeba cerchi l’isolamento in maniera naturale, circondato appena da un silenzio che, di fatto, non esiste: ti sembra di essere immerso nella calma più totale e all’improvviso avverti il ruggito del mare, il richiamo di animali, il vento tra gli alberi. Ti rendi conto che stai parlando con te stesso e stai facendo rumore anche tu.

Nella notte profonda, allora, impari ad ascoltare i suoni. È un altro mondo, un altro mistero, una vita a parte. Non parlo solo del mare, dei suoi cambiamenti di umore e della voce della sua marea implacabile. O della musica del vento e della pioggia. Parlo soprattutto della voce umana, la voce del lavoro.

I pescatori escono di notte con le loro barche di legno costruite, forse, con i pezzi e le memorie di altre barche, a volte così rattoppate da chiedersi come riescano ad affrontare questo oceano. Tra le 3 e le 5 di notte escono. E tra le 3 e le 5 di notte, puoi sentire mogli che sfaccendano in cucina, bambini piagnucolando, uomini bisbigliando, motori che girano con il loro “po-po-po-po” ritmico e profondo, le barche che si chiamano l’una con l’altra, ognuna con la sua voce, la sua personalità. Allora si sente il mare solcato da questa flotta che, tutti i giorni, tutte le notti, costruisce e racconta una storia. Dopo, ancora il silenzio, il silenzio della notte fatto di animali, vento, pioggia, maree.

Alla fine, non ho detto nulla di decisivo per spiegare Boipeba. Perché, in fondo, Boipeba è un’isola, come tante altre: mare, palme, vita semplice.

È l’atmosfera che è speciale, quello che senti che è essenziale, la vita di questi uomini e queste donne che è una scuola permanente. Come un mistero profondo, non puoi tentare di spiegare: devi solo accettare ogni momento che trascorri qui, lasciarlo entrare nella tua pelle, trattarlo con cura, viverlo, amarlo perché è tuo. E dell’isola.

Il giorno in cui arriverai a Boipeba lascia dietro di te tutti i tuoi preconcetti, le idee che hanno marcato la tua vita: lasciati guidare dall’istinto, dalla natura, dalle onde e non chiedere all’isola più di quanto ti può offrire. Non tentare di cambiarla.

E, per favore, rispettala, perché, forse, è questo il fine ultimo e vero di ogni viaggio.


(*) candomblé: è la religione tradizionale africana, portata in Brasile e nel Nord America dagli africani schiavizzati. Nel candomblé esiste un Essere Supremo, Olorum, e il culto è diretto ad antenati, chiamati Orixás, divinizzati sotto forma di forze della natura.

Foto del libro © “Boipeba luogo senza tempo” di Cristina Cenciarelli, Solisluna Editora, prima edizione 2018, seconda edizione 2019.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright © Cristina Cenciarelli




FOTOGRAFARE IL TEMPO

Non ci sono molti artisti che si sono soffermati a riflettere sul rapporto tra il teatro, ma ancor più il cinema, con la quarta dimensione: il tempo.
Perché il cinema in particolare? Perché il cinema, attraverso le sue tecniche consolidate (piano-sequenza, découpage e anacronie) è l’unica arte che può compiutamente rappresentare il tempo nella sua essenza.

Tra questi si registrano ancor meno fotografi proprio perché la fotografia, per sua natura, congela il tempo – lo annulla – in uno scatto.

Hiroshi Sugimoto invece, con la sua raffinata sensibilità orientale, ci dimostra come si possa riflettere sul tempo e come si possa compiutamente rappresentarlo.

Sugimoto, più volte, nel corso del suo percorso artistico, riprende un soggetto che ha la caratteristica di mutare nel tempo con tempi di scatto lunghissimi, quasi infiniti.

Forse, sotto un aspetto puramente visivo, la sua opera più famosa ed affascinante è la serie Seascapes, nella quale ritrae la linea d’orizzonte in località geograficamente molto distanti.

Seascape – Ligurian Sea, Saviore, 1982

Eppure la riflessione più profonda, quella che ritrae il tempo nella sua essenza, sono le diverse serie dei Theaters, nelle quali riflette sul tempo di un’opera cinematografica all’interno di un luogo di spettacolo. Il concetto si basa sulla contrapposizione tra la rappresentazione della sintesi del tempo di una storia, ripresa dalla proiezione di un film intero su uno schermo cinematografico, in un tempo di posa della durata del film (ne deriva una immagine proiettata quasi completamente bianca, salvo qualche sbavatura), con quella della sala o dello spazio in cui viene proiettato il film, che viene congelato nel tempo dallo scatto fotografico.

Nella prima serie da lui realizzata, “Theaters”, l’Artista riprende la proiezione di un film all’interno di storiche sale cinematografiche americane, caratterizzate da magniloquenti decorazioni, emblema dell’età d’oro del cinema. 

In un’altra serie, “Drive-In Theater”, Sugimoto innesta lo “spazio-tempo” dell’immagine di un film, proiettata sullo schermo, in un luogo particolare, il Drive-In dove si perde la condizione di “camera delle meraviglie” tipica della sala cinematografica – un luogo fuori dal mondo – perché il confine del luogo diviene la volta celeste, che, pur se lentamente, ha una condizione mutevole.
Lo scatto più affascinante, dove si coglie il diverso scorrere del tempo tra contenuto e contenitore, è Union City Drive-In, del 1993.

Il capolavoro tra le serie dei “Theaters”, tuttavia, è “Abandoned Theatre” del 2015. In questa Sugimoto fissa la sua attenzione sul rapporto tra un’opera estremamente significativa nella storia del cinema, nella vita delle persone e, probabilmente, dello stesso artista, con i segni del tempo, ambientando lo scatto a tempo di posa di capolavori del cinema, come Rashomon, Biancaneve o ancor più Mujo (The passing life, 1970), che è un film incentrato sul concetto buddista di “transitorietà” (aspetto centrale della riflessione sul tempo terreno), in sale storiche abbandonate, simili a quelle della prima serie, dove sono evidenti, attraverso il degrado delle strutture della sala, i segni del passare del tempo, della caducità della vita terrena.

Sugimoto, astraendosi dalla complicazione e dall’artificiosità della vita e dell’arte contemporanea, ci riporta ai temi basilari dell’arte e dell’esistenza. La rappresentazione del tempo per l’artista è minimalista e il tempo più “reale” è il tempo dello spirito, quello della riflessione sul significato della nostra vita terrena.





GREGORY CREWDSON

What I am interested in is that moment of transcendence, where one
is transported into another place, into a perfect, still world.

I’m monomaniacal about almost everything

Gregory Crewdson

Gregory Crewdson

Esponente di spicco della Staged Photography, [1] Gregory Crewdson nasce a Brooklyn nel 1962 da madre insegnante e padre psichiatra.

La professione del padre pare abbia favorito il suo interesse per la psicoanalisi, disciplina che ha avuto un’influenza nella sua attività di fotografo immaginifico.

Si narra che, a dieci anni, il padre lo portò a visitare una mostra della fotografa Diane Arbus: esperienza fondativa in vista delle scelte future.

Dopo un esordio musicale come chitarrista in una rock band, The Speedies, lo studente Gregory Crewdson frequenta la Scuola d’Arte Purchase Collage dal 1981 al 1985; durante questo periodo suo padre acquista una vasta porzione di terreno in una zona lacustre nel Massachussetts occidentale, nei pressi della città di Lee.  In un luogo isolato ai margini della proprietà, il giovane artista costruisce una capanna di legno, eletta a rifugio personale per elaborare i suoi ambiziosi progetti fotografici.

Nel 1988 il nostro si laurea all’università di Yale con una tesi avente per tema le case degli abitanti di Lee, da lui ritratte, primo indizio di quella che diventerà la sua arte, nello stile della Staged Photography.

Il mondo campestre e selvatico della provincia americana, per nulla rassicurante ma oscuro e inquietante, è lontano dall’icona del sogno americano che non riesce  a mascherare l’evidente nevrosi dei suoi abitanti. Crewdson ci presenta un mondo privo di riferimenti paesistici che siano di conforto per l’osservatore colto di sorpresa di fronte alle ossessioni dei personaggi raffigurati.

L’artista costruisce scenari nei quali si percepisce nettamente il perturbante, ispirandosi al saggio freudiano Das Unheimlilche, ciò che percepiamo come alieno e familiare allo stesso tempo e che non è insolito incontrare nell’ordinario quotidiano: un tipico esempio sono gli  oggetti inanimati che ci confondono per la loro ambigua apparenza: il classico automa con sembianze umane troppo definite, bambole dotate di lineamenti corporei estremamente precisi, ecc.; il perturbante qui è il non vivente troppo simile a ciò che è vivo.

Il perturbante in Crewdson è riscontrabile nell’iconografia dell’any town, sopraffatta dall’inautenticità insita nella superfetazione dell’arredo urbano e degli interni.

La luce, lungamente studiata,  è elemento chiave della fotografia di questo autore e contribuisce a conferire quel carattere di sogno lucido alle sue composizioni, volutamente stranianti; un buon contributo è dato anche dall’evidenziare nel dettaglio tutti gli elementi della scena allestita con cura maniacale: se ne ricava un opprimente senso di iperrealtà che definirei angosciante.

Nel mettere in scena l’America tormentata della piccola borghesia soffocata da idoli e stereotipi e pallida imitazione dell’inarrivabile upper class, Crewdson si avvale di un folto gruppo di collaboratori e un budget cospicuo, coinvolgendo come interpreti dei suoi lavori anche star del cinema, fra cui il compianto Philip Seymour Hoffman, Tilda Swinton, Gwyneth Paltrow, Cate Blanchett, protagonisti delle scene ritratte.

Una vera e propria macchina teatrale messa in moto per dare corpo a progetti fotografici di grande effetto e significato.

Twilight, Dream house, Cathedral of pines, Beneath the roses e il più recente An eclipse of Moths,  sono i più noti progetti di questo artista che scava nell’insolito, talvolta celato  ai nostri occhi, rintracciabile nell’ordinario paesaggio suburbano, mostrandone l’aspetto livido, ansiogeno e misterioso.

TWILIGHT

Untitled, 2001

DREAM HOUSE

CATHEDRAL OF THE PINES

The Haircut, 2014

BENEATH THE ROSES

AN ECLIPSE OF MOTH

The taxi Depot, 2018-2019

I’m trying to explore what, on the surface at least, seems to be everyday life, and trying to find within that some unexpected anxiety, or fear¸ or wonder¸even.

Gregory Crewdson

Preferisco astenermi dal citare romanzieri e registi del cinema ai quali Crewdson può essersi ispirato; lascio questo piacere al lettore invitato a eseguire una sua ricerca, incuriosito dal fascino di queste opere da scoprire e gustare nella loro apparente eccentricità.


[1] Non mi convince il termine tableau vivant  impiegato da altri commentatori, perché lo  considero inappropriato in questo caso.

Fonte: https://gagosian.com/artists/gregory-crewdson/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo e sono soggette a copyright © Gregory Crewdson




FRANCESCA WOODMAN

Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche e significative della fotografia del Novecento, nonostante il suo breve ma promettente percorso creativo e fotografico che lei stessa decide di interrompere prematuramente togliendosi la vita.

Francesca Woodman era solita fotografarsi, quasi in maniera ossessiva e ne spiegava così il motivo a un’amica, con ironia mista a una buona dose di pragmatismo:

È una questione di convenienza: io sono sempre disponibile.

Francesca Woodman (1958-1981) giovane fotografa americana morta suicida a 23 anni, forse a causa di quel mal di vivere che sovente affligge le persone intelligenti e inquiete.

Quando il disagio travolge gli argini, il gesto estremo può erompere tragicamente. Un’artista di talento e grande sensibilità che ha vissuto la fotografia come mezzo espressivo asservito alla sua visione del corpo. Un corpo che l’autrice voleva fondere con l’ambiente circostante per farne parte, o un tentativo di annichilimento della sua identità? Di sicuro una personalità complessa e profonda dal punto di vista creativo.

Figlia di un pittore e di una ceramista, inizia la sua carriera di fotografa a 13 anni (Self portrait at thirteen); tra il 1975 e il 1979 frequenta la Rhode Island School of Design (RISD) dove si appassiona alle opere di Man Ray, Duane Michals e Arthur Fellig Wegee. Si reca anche nel nostro paese per seguire i corsi europei della medesima scuola, a Roma. Qui dimostra interesse per le opere di Max Klinger.

A Roma conosce, fra l’altro, Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi e Suzanne Santoro. Frequenta anche l’ambiente artistico della Transavanguardia italiana.

Nel gennaio 1981 pubblica la sua rassegna fotografica dal titolo Some Disordered Interior Geometries e nel corso dello stesso mese si suicida gettandosi da un palazzo di New York.

Francesca Woodman pone un’attenzione maniacale alla costruzione formale delle sue fotografie. La sua opera sembra essere un’equazione da risolvere. Nel libro Some Disordered Interior Geometries compone infatti una serie di fotografie che interpretano i principi di geometria scritti in un vecchio libro della nonna.

These things arrived from my grandmother’s they make me think about where I fit in this odd geometry of time. This mirror is a sort of rectangle although they say mirrors are just water specified.

Un’artista provocatoria e irrituale, sulle cui opere ci si sofferma con quell’interesse curioso volto alla ricerca degli indizi anticipatori del suo tragico gesto.

Nelle sue creazioni osserviamo la rappresentazione di uno schema corporeo sapientemente trasfuso in quelle disordered interior geometries per mezzo di lunghe esposizioni e doppie esposizioni meticolosamente studiate, per rendere quell’effetto di assorbimento nello spazio che lei prediligeva.

Uno spirito tormentato volto all’arte, un’autrice affascinante che ha lasciato il segno. Dei suoi lavori c’è chi ne ha ricavato una lettura femminista. Non concordo con questa tesi perché la sua arte non era formulata sugli aspetti di rivalsa di un corpo negato, questione lungamente indagata all’interno dei gruppi femministi, almeno qui in Italia. Per quanto interessata alle tematiche del secondo sesso (cit.), non sono propensa a generalizzare in chiave femminista tutti i fenomeni che coinvolgono le donne, nè incline all’astrazione semplicistica.

In effetti la Woodman, più che promuovere il corpo femminile come soggetto politico, era  impegnata in una sua personalissima ricerca dell’interiorità racchiusa in un corpo come  estensione del suo ego, in relazione con lo spazio circostante; quindi nessuna dimensione sociopolitica nei suoi lavori. In realtà è il surrealismo ciò che influenza la sua produzione artistica, col quale viene in contatto durante il periodo romano.

Il corpo si protende e si confonde entro scenari disadorni, nitidi ma naturalmente essenziali, dove la figura umana (lei stessa è sovente il soggetto delle sue immagini), non tradisce la staticità tipica della posa, quando non è il mosso l’aspetto prevalente.

 Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Francesca Woodman




ISTANTI DI LUOGHI

Cominciando a capire il mondo attraverso l’immagine,
capivo l’immagine, la sua forza, il suo mistero

Michelangelo Antonioni

Ritrarre stanze e scorci di ambienti rientra nell’ampia casistica della fotografia universale, dai grandi autori ai fotografi amatoriali.

La fotografia d’interni la incontriamo prevalentemente  nelle riviste di arredamento, dove appaiono simmetrie confortanti, composizioni eccellenti che raffigurano equilibri impeccabili che si riscontrano in spazi ben progettati.

Ma qui siamo alla ricerca di una visione più calda degli ambienti, che si contrappone a quella degli spazi ripresi nella loro fredda staticità.

La relazione fra gli oggetti è l’elemento chiave di questo genere di fotografia, che ci porta  nel mondo interiore dell’autore dello scatto, colui che vede e porta a galla, con un colpo d’occhio, ciò che affonda nella sua immaginazione, riscontrabile negli oggetti di uso quotidiano.

Sia detto per inciso, mi spingo a volte in vertiginose correlazioni tra cinema e fotografia: Michelangelo Antonioni nei suoi film indugiava nel riprendere gli oggetti di un interno, invitando lo spettatore a godere di una semiosi del tutto intenzionale.

Patrizia Minelli è una buona interprete di questi istanti di luoghi, e ci trasporta nel suo  mondo di piccole cose, nel suo sogno. Gli oggetti si riscattano dalla passività che viene loro abitualmente assegnata e diventano protagonisti di una storia da ricostruire partendo dai frammenti di un ambiente.

Per ricordare un nome altisonante, Diane Arbus, celebre fotografa del Novecento, nota prevalentemente per i suoi freak, eseguiva anche foto di  interni, espressione di quell’enigmaticità che le era propria, interprete della fotografia senza data scadenza.

Nella società della fotografia di massa privilegio queste esperienze più singolari, che si differenziano dall’opacità di visione derivante da un uso inconsapevole del mezzo fotografico.

Detto e ridetto da tutta la letteratura critica sulla fotografia, la scelta di un soggetto ha un’intenzionalità che oscilla tra il vissuto dell’autore e la cultura di appartenenza, le esperienze di vita, la concezione estetica.

Vi lascio ora alle fotografie di Patrizia, con l’invito a soffermarvi sulla  sua narrazione: cercate le risonanze se ve ne sono per voi.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright © Patrizia Minelli

 

 




PAOLO PELLEGRIN

(articolo già edito sulla pagina facebook Scriptphotography).

La Storia è un tempo fornito di senso. Se il significato dei giorni è cancellato, avremo un tempo sterilizzato dalle differenze, in cui l’esperienza umana riflette se stessa come davanti a uno specchio vuoto. Ne abbiamo coscienza. Abbiamo imparato ad averne consapevolezza in questi mesi che, nel tentativo di contenere il diffondersi di una pandemia, ci ha visto costretti a una clausura forzata tra le mura di casa, costringendoci, nel bene o nel male, a rimodulare la gestione del tempo, degli interessi, del lavoro e persino degli affetti: un mondo improvvisamente affollato, contrapposto alla desolata solitudine del mondo “là fuori”, si è affacciato suggerendoci una nuova lettura dei rapporti interpersonali.
Una importante fotografa italiana ha affermato che “questo tempo non è fotografabile” in quanto non succederebbe nulla. Con tutto il rispetto che nutro verso la fotografa, il suo parere non mi trova d’accordo. Accetto tuttavia lo stimolo, la provocazione; e un’affermazione che mi costringe a un ragionamento io la saluto come benvenuta. È vero, le città sono state deserte, spogliate forzatamente dai suoi protagonisti, dalle donne e dagli uomini che ogni giorno ne affollano le strade e le piazze e che grazie alla loro presenza le innervano di vita. Dove non ci sono donne e uomini non c’è storia, non ci sono attività, non c’è linfa, non c’è racconto. Ecco la questione, il racconto. Come ha raccontato la fotografia questi giorni “fatti di niente”, scivolati uno dopo l’altro come fumo di fumi?
A differenza di altri fotografi professionisti, che imbastivano la narrazione presentandoci città deserte, scheletriche, evaporate dalla presenza umana – riportando alla mente non già gli effetti del lockdown, quanto i ricordi della solitudine delle grandi città nei Ferragosto del passato – mentre i fotografi amatoriali – per meglio dire i medici e gli infermieri fotoamatori – impegnati nelle prime linee delle unità di terapia intensiva, si ritagliavano il ruolo di testimoniare da dentro gli ospedali gli effetti della tragedia, con immagini che ci sono giunte nel pieno della loro efficacia con buona pace sull’opinione della famosa fotografa.
Paolo Pellegrin dev’essersi chiesto come la fotografia può rifornire di senso un tempo che dal punto di vista fotografico, come si obbietta, ne sarebbe privo e ha puntato l’obiettivo della fotocamera girandolo dalla guerra alla sua famiglia. L’isolamento, l’impossibilità a muoversi assume il volto dell’opportunità. Ginevra non è lontana, eppure a questo luogo tra le verdissime montagne basta poco per presentarsi come privo d’orizzonte, come se l’inquietudine del momento, i timori potessero trovare risposte nel disorientante silenzio della solitudine. Eppure, anche se si può desumere dalle stesse fotografie, quello di Pellegrin è tutto tranne che un diario della quarantena, quanto, piuttosto, il tentativo riuscito di tornate ad essere proprietario di un tempo sottratto alla famiglia a causa degli impegni. Un tempo ritrovato che trasuda il desiderio di intimità, che ora si offre perché sia gustata in profondità. I ritratti delle figlie, della moglie, così connesse nel luogo prescelto, svelano la vocazione a scovare nelle piccole cose il senso più universale dell’appartenenza, di una “vicinanza” fisica che rende sterile qualunque parola d’amore pronunciata a distanza. Pellegrin qui è nelle vesti di padre. Dismesse quelle del fotoreporter, e deposto l’obiettivo che ha inquadrato innumerevoli rivolte ora assume il respiro di chi ha davanti a sé la più grandiosa delle esperienze: vivere lo stesso tempo della famiglia, sentire quanto più possibile le risa delle sue bambine, ascoltarne il respiro, vederle al gioco e lasciarsi conquistare dall’insaziabile voglia d’essere al centro dei suoi affetti, qui suggellato dal luminoso ritratto della moglie.
Non è raro, ma accade, che per raccontare una storia che raggiunga la sensibilità di molti è necessario narrare le piccole cose, così che nell’accenno della sincerità si trovi un’eco in cui riconoscersi, perché possiamo sentirci parte di un’umanità dai valori condivisi. Con questo lavoro, assai distante da quelli che conosciamo e ammiriamo, abbiamo la sensazione che Pellegrin abbia voluto ribaltare momentaneamente il suo ruolo professionale, una deroga che vede lui offrire la cronaca di se stesso dopo anni in cui ha offerto eventi riguardanti altra gente, altri paesi. Questa, dunque, è la storia di un ritorno; è la storia di un fotografo che ha voluto e saputo fermare il tempo e piegarlo alla sua volontà. Forse, come si è detto, non sarà un vero e proprio diario della quarantena ma è certo che è da lì che nasce, dal desiderio di fornire di senso un tempo che ricorderemo a lungo.


History is a time filled with meaning. If the meaning of the days is canceled, we will have a time sterilized by differences, in which human experience reflects itself as if in front of an empty mirror. We are aware of this. We’ve learned to be aware of these in recent months that, in an attempt to contain the spread of a pandemic, has seen us forced to a forced enclosure our own houses, forcing us, for better or for worse, to remodel the management of time, interests, work and even affections: a world that is suddenly crowded, opposed to the desolate solitude of the world “out there”, has approached us by suggesting a new reading of interpersonal relationships.
An important Italian photographer said that “this time it ain’t photographable” as nothing would happen. With all the respect I have for the photographer, her opinion does not agree. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. However, I accept the stimulus, the provocation; and a statement that forces me to reason, I greet you as welcome. It is true, the cities have been deserted, forcibly stripped by its protagonists, by the women and men who crowd the streets and squares every day and who, thanks to their presence, innervate them with life. Where there are no women and men there is no history, there are no activities, there is no lymph, there is no story. Here’s the question, the story. How did photography say “days made of nothing”, slipped one after the other like smoke?
Unlike other professional photographers, who based the narrative by presenting us deserted, skeletal cities, evaporated by the human presence – bringing to mind not the effects of the lockdown, but the memories of the solitude of the big cities in some past August Bank Holyday – while the amateur photographers – to better say the doctors and photo amateurs nurses – engaged in the front lines of the intensive care units, carved out the role of witnessing the effects of the tragedy from within the hospitals, with images that reached us in full effect with all due respect on the famous photographer.
Paolo Pellegrin must have wondered how photography can make sense of a time that from a photographic point of view, as it is objected, would lack it and aimed the camera lens by shooting it from war to his family. Isolation, the inability to move takes on the face of opportunity. Geneva is not far away, yet in this place among the green mountains, it takes little to present itself as lacking in the horizon, as if the restlessness of the moment, fears could find answers in the disorienting silence of solitude. Yet, even if it can be deduced from the same photographs, Pellegrin’s is anything but a quarantine diary, but rather the successful attempt to return to being the owner of a time stolen from the family because of the commitments. A rediscovered time that exudes the desire for intimacy, which is now offered to be enjoyed in depth. The portraits of the daughters, of the wife, so connected in the chosen place, reveal the vocation to find the most universal sense of belonging in small things, of a physical “closeness” that renders any word of love pronounced remotely sterile. Pellegrin is here as a father. Decommissioned those of the photojournalist, and set the goal that has framed countless riots now takes the breath of those who have the greatest experience in front of them: live the same time as the family, hear the laughter of his girls as much as possible, listen to the breath, see them at play and let themselves be conquered by the insatiable desire to be at the center of his affections, here sealed by the bright portrait of his wife. It ain’t uncommon, but it happens, that to tell a story that reaches the sensitivity of many it is necessary to narrate the little things, so that in the hint of sincerity there is an echo in which to recognize ourselves, because we can feel part of a humanity from shared values. With this work, very distant from those we know and admire, we have the feeling that Pellegrin wanted to temporarily overturn his professional role, a derogation that sees him offering the chronicle of himself after years in which he has offered events concerning other people, others countries. So, this is the story of a return; it’s the story of a photographer who wanted and knew how to stop time and bend it to his will. Perhaps, as has been said, it will not be a real quarantine diary but it is certain that it is from there that it arises, from the desire to fill with sense a time that we will remember for a long time.


Ph. Paolo Pellegrin https://www.magnumphotos.com/


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright ©Paolo Pellegrin




L’OSPEDALE DI BEELITZ-HEILSTÄTTEN TRA FOTOGRAFIA, MEMORIA E ATTUALITÀ

Nella
nuova normalità generata dall’evento pandemia, si riscopre in una forma nuova e
inattesa ciò che si è per molto tempo considerato immutabile.

Una
mia banalissima visita al laboratorio di analisi per degli esami di routine ha
mostrato qualcosa di inedito legato alla nuova condizione: dalla misurazione
della temperatura con termoscanner svoltasi all’ingresso, da parte di una
persona addetta all’accoglienza dei clienti, all’igienizzazione delle mani
guantate, alla diversa disposizione delle sedie in sala d’attesa e altri segni
denotativi del cambiamento imposto dalla pandemia ai nostri comportamenti.

Chi
mi legge si deve abituare alle incursioni delle mie catene associative nel reale,
che anche in questo caso non sono mancate; in questo strano periodo di
adattamento a una vita ancor più protetta e controllata, in una transizione che
il cervello deve elaborare, i ricordi scoppiettano nella mia mente come
popcorn.

Mi sono proiettata nelle immagini di un portfolio realizzato da Stefano Barattini, relativo a una struttura abbandonata, situata a circa 70 km a sud-ovest di Berlino, cioè il complesso ospedaliero di Beelitz-Heilstätten. Di Barattini voglio qui ricordare anche gli ottimi lavori sul Bauhaus e il Brutalismo architettonico.

Una breve scheda sull’edificio oggetto di questo portfolio, dalle
parole del suo autore:

Nel 1898 circa sorse a circa 70 km a sud-ovest di
Berlino un imponente complesso sanatoriale, Beelitz-Heilstätten, distribuito su una superficie totale di circa 200 ettari. Più architetti presero parte al
progetto, tra il 1898 e il 1930
.

Si tratta di una città ospedale per la cura della tubercolosi, composta da una sessantina di edifici, completamente autosufficiente. Il complesso comprendeva, oltre agli spaziosi padiglioni per la degenza e le terapie del caso, anche una propria centrale elettrica, la stazione ferroviaria, campi coltivati e allevamenti.

Durante la Grande Guerra, Beelitz venne
utilizzato come ospedale militare ed è qui che, verso la fine del 1916, fu
ricoverato anche il diciassettenne Adolf Hitler ferito nella battaglia della
Somme.

Caduto il Terzo Reich, il complesso venne
inglobato nei territori della DDR diventando il principale ospedale militare
sovietico,  fino alla caduta del muro di
Berlino e la riunificazione delle due Germanie. L’esercito sovietico lasciò
definitivamente Beelitz nel 1995.

Oggi questo comprensorio versa quasi totalmente
in stato di abbandono, solo un paio di padiglioni sono ancora in attività
mentre altri sono stati nel tempo oggetto di vandalismi e oggi sono vuoti e
pericolanti. Però la sua storia e la particolare architettura richiama ogni
anno decine di fotografi che lo esplorano alla ricerca delle emozioni di un
passato memorabile.

Oggi più che mai, in tempo di pandemia e di necessità di reperimento
di infrastrutture indispensabili, viene spontanea una riflessione sul tema del
riuso di spazi anche vetusti, e non solo per la loro bellezza intaccata dalla
mancanza di manutenzione, ma ancora visibile.

Non si può ignorare che la giustificazione sovente addotta al recupero
di vecchi spazi abbandonati è l’elevato costo degli interventi di
ristrutturazione; senza entrare nel merito delle questioni tecniche implicate
da tale operazione, perché non è mia competenza, piacerebbe a molti di noi
osservare maggiore entusiasmo, da parte degli investitori, dei destinatari,
degli amministratori e dei soggetti politici, nell’intendere il  riuso come opportunità non velleitaria.
Naturalmente il ragionamento che qui abbozzo e che meriterebbe una trattazione
più approfondita, che vada oltre la semplice visionarietà, deve anche tenere
conto degli aspetti legati alla sostenibilità e tutela dell’ambiente, ormai non
più trascurabili. Il tutto inquadrato in una indispensabile prospettiva che non
sia limitarsi a soluzioni più o meno improvvisate dettate dall’emergenza.
Impariamo a guardare oltre.

Sappiamo che a Milano, per la cifra tutt’altro che modica di più o
meno venti milioni di euro, i padiglioni della ex Fiera sono stati convertiti
in un ospedale destinato ai malati di Covid-19, 
struttura che ha ospitato in tutto una ventina di pazienti e poi chiusa.

Privati o pubblici che siano, sono molti soldi che si sarebbero potuti
spendere in maniera più efficace.

Non potendo fare altro, per il momento, torno a sognare la vita e
l’animazione dei luoghi in fotografia, immaginandone le vicende umane e
l’impronta lasciata all’umanità erede di quella storia.


Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.