“L’alba di un nuovo giorno”

Monumenta et metus.
Memini

Gli instancabili Gemelli del giallo, Alberto e Giorgio Ripa, di nuovo sulle scene con un avvincente thriller culturale: L’alba di un nuovo giorno, il loro quinto romanzo dato alle stampe.

Personaggi
e interpreti il detective italo-inglese Tobia Allievi e il London team, la
squadra investigativa dell’Europol, composta da esperti nelle varie discipline
forensi.

In questa vicenda Tobia Allievi si trova alle prese con il ritorno di una vecchia conoscenza: Latin killer evade dal carcere rendendosi latitante (abbiamo incontrato Latin killer in un precedente romanzo: Melodia fatale).

Domitilla
Di Mauro, la terminologa del London Team, nel corso del tempo divenuta moglie
di Tobia Allievi e madre della piccola Aurora, anche in questa avventura  ha il compito di scardinare un sofisticato
labirinto lessicale, che è la vera singolarità dei romanzi dei fratelli Ripa. Leggeteli
e capirete.

Una sfida condotta dal serial killer, volta a confondere chi si farà carico dell’indagine, rendendo ancor più enigmatica  la ricerca della verità.

Alberto
e Giorgio Ripa, di professione chimici, si sono scoperti, quasi per caso,
navigati ideatori di fitti intrecci narrativi che catturano il lettore
risucchiandolo in un vortice di misfatti e depistaggi,  chiedendogli di cooperare. In qual modo potrà
farlo? Seguendo il filo di Arianna che lo guiderà verso l’uscita dal labirinto
narrativo.

Per catturare l’assassino è d’obbligo percorrere un dedalo ricco di rimandi al mondo classico, ideato da una mente deviata, appartenente a un soggetto criminale al quale non basta la “soddisfazione” di aver commesso più di un delitto; Latin killer deve espandere il suo perverso piacere seminando indizi costituiti da frasi in latino, per tenere in scacco gli investigatori: segnatamente l’introverso profiler Tobia Allievi – Allievi sente ancora vivo dentro di sé il dolore del bambino traumatizzato dalla perdita precoce del padre – affiancato dalla consorte Domitilla, ruolo chiave al pari del titolare delle indagini.

Il cadavere di una ragazzina di undici anni  è ritrovato nel fossato della Torre di Londra; Kate Scott, così si chiama la prima vittima, indossa un tutù, ha un dito indice mozzato e infilata in gola una cartolina raffigurante la Danza macabra di Clusone, provvista di un messaggio in latino scritto a mano con il sangue e  firmato con la lettera H; accanto alla vittima un tappeto persiano e un carillon che suona un brano dal quarto movimento della sinfonia numero quarantacinque di Haydn.

In questo coinvolgente thriller c’è spazio anche per una new entry nelle fila del gruppo investigativo: Bianca Valenti, grafologa amica di Domitilla; Bianca collabora alle indagini per quanto di sua competenza, ossia contribuire alla cattura dell’autore della serie di omicidi di cui si narra, per mezzo dell’analisi grafologica: “Non riesce a controllare le sue spinte emotive e spesso agisce in modo irrazionale. E cosa c’è di più irrazionale di un omicidio? ”

Ricostruire il profilo psicologico dell’assassino è di sicura utilità per far luce sulle vicende di cui è costituito il caso e dissolvere il mistero: tra una Londra alle prese con le Olimpiadi del 2012, Ginevra e la Val Seriana, tra circostanze risalenti alla seconda guerra mondiale e fatti più recenti; cruciale il coinvolgimento del noto apparato di sicurezza nazionale, il Servizio segreto di Sua Maestà.

Anche in questa storia criminale alquanto adrenalinica, non mancano gli ingredienti di un buon  thriller: ritmo, tensione, immedesimazione, agnizione; effetti garantiti dai tecnicismi costruttivi del testo che ben si accordano accontendando, in tal modo, anche il lettore più esigente e smaliziato. Con  L’alba di un nuovo giorno Alberto e Giorgio Ripa si confermano autori capaci di trovare la misura aurea per stimolare l’attenzione di una platea che cerca sia l’intrattenimento, sia il ragionamento. Un’opera riuscita è quella che favorisce la rilettura.

Cari lettori, l’alba di un nuovo giorno sta per arrivare.


Dei Gemelli del giallo ricordiamo i seguenti titoli: Melodia fatale, L’ultima mossa, Attrazione fatale, Le ali della vendetta.


Alberto e Giorgio Ripa sono nati a Milano nel 1962. Hanno frequentato entrambi il liceo classico, diplomandosi con la stessa votazione, e si sono laureati nel 1985 a poche ore di distanza l’uno dall’altro. Alberto in chimica e Giorgio chimica industriale; non indovinereste mai: stesso voto di laurea.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright.




Anonimamente eretici. Parte Ia

Parte Ia

vai alla Parte IIa

«Nel futuro ognuno sarà famoso nel mondo per 15 minuti»

Questa è sicuramente la più famosa citazione attribuita, forse erroneamente, al profeta della Pop Art, Andy Warhol, e sicuramente una delle frasi più iconiche del XX secolo. Andy Warhol però, non poteva sapere che l’avvento degli smarthphone, dei social network, dei Talent Show, avrebbe messo, per 24 ore al giorno, tutti i giorni, le vite di ognuno di noi sotto la lente di ingrandimento di una platea più o meno vasta. La scelta di molti di noi di barattare la privacy con la visibilità è sotto gli occhi di tutti, mettiamo “on line” cosa mangiamo, dove siamo e con chi, quali siano le nostre passioni, commentiamo tutto lo scibile umano, vestendo di  volta in volta i panni dell’immunologo, di uno statista illuminato, di un esperto di economia, geologo e scrittore nel giro di una sessione di facebook.

Una tale sovraesposizione ha portato molti a desiderare di voler tornare indietro, e a far sì che alcuni, addirittura, abbiano scritto sui muri delle città, a caratteri cubitali, la frase provocatoria: “prima o poi ognuno di noi avrà il suo quarto d’ora di anonimato”.

Più che una profezia, una speranza, e, se da una parte gli “eroi” del nostro tempo sono fashion bloggers e youtubers, dall’altra chi è veramente sulla cresta dell’onda e sempre più osannato, è fondamentalmente “invisibile”. Per paradossale che possa sembrare, nell’epoca dove regna il comandamento assoluto di apparire, il successo arride a Elena Ferrante, una scrittrice da milioni di copie, un caso editoriale come pochi in passato, di cui si ignora tutto, persino se sia una donna o uomo; Bansky, lo street artist più famoso della terra, colui che vede le sue opere vendute all’asta a cifre che sono difficili perfino da scrivere figuriamoci ad immaginare, di cui non si hanno foto né la vaga idea di come sia il suo volto; i Ghost, una band “segreta” che sta riportando in auge la musica Metal, della quale fino al 2017 si ignorava anche il nome del cantante, per poi scoprire che gli altri quattro, erano dei semplici turnisti e non componenti effettivi del combo musicale; Wu Ming, un consorzio di scrittori, attivi fin dal 1994 sotto altro nome (Luther Blissett), di cui sì, si conoscono  i nomi, ma nessuno sa chi scriva cosa.

Quattro fenomeni con un unico comune denominatore, l’anonimato, il mistero intorno alle loro identità, la totale assenza dai social o un utilizzo mirato solo ed esclusivamente a far aumentare la curiosità intorno ai loro mondi e alla loro arte. Al di là della bravura di ogni singolo caso preso in considerazione, è indiscutibile che l’asso vincente buttato sul tavolo sia quello di essere “invisibili”, e, in alcuni casi, di non esistere.

Per questo motivo ho deciso di scrivere la mia storia su un sito di divulgazione artistica, sono, o meglio, sono stato Thomas Müntzer e grazie all’ospitalità di cinque persone, racconterò, attraverso un libro, e a chi avrà voglia di leggermi, le mie vicende e analizzerò uno dei fenomeni più affascinanti e controversi  nella storia dell’umanità, la storia di una parola che ancora oggi intriga, divide e spaventa: Eresia.

La parola Eresia deriva dal greco, e, tra i suoi significati, ha quello di “scelta”, io ho scelto di essere un pastore protestante riformato, non ho scelto di nascere in Germania alla fine del  1400, né, tanto meno, ho scelto di morire decapitato a 36 anni.

Chi frequenta le Università mi conosce già, ma sono diventato veramente famoso, quando, nel 1999 quattro ragazzi di Bologna, nascosti dietro il curioso nome di Luther Blissett hanno deciso di farmi diventare il protagonista di un loro romanzo, “Q”, che, in pochi mesi, è divenuto un best seller. Da quel momento, da prete arso sul rogo e quasi dimenticato, sono diventato un simbolo e il mio motto latino “ omnia sunt communia” ormai  è sulla bocca di molti.

Cosa è “Q”? Anzi, sarebbe meglio dire, chi è “Q”?

“Q” lo avete capito è un libro bellissimo, avvincente, rivoluzionario e visionario che ha il suo prologo nel 1555 a Costantinopoli, dove colui che chiameremo “il Protagonista”  rivive il suo passato  attraverso il diario di Q stesso e con le reliquie ottenute grazie alla sue imprese.

La mente del Protagonista vola alla battaglia di Frankenhausen dove io giaccio svenuto a seguito del massacro che determinò la fine della rivolta dei contadini e, seppur riconosciuto dai miei persecutori a causa della sfortunata perdita di una delle mie due sacche contenenti documenti relativi alla mia identità, riesco a scappare dalla vendetta dei signori…

Grazie alla sacca rimasta però, il Protagonista riesce a raccontare tutto quello che è accaduto, dal 1519 fino all’ultima battaglia.

Quello che è accaduto ve lo racconterò presto, ma non ora…

vai alla Parte IIa


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright.




Umberto Eco. Sulla televisione. Scritti 1956-2015

“I mezzi di massa non trasportano ideologie; sono essi stessi ideologia.”

Umberto Eco

È ancora attuale parlare di televisione come mezzo o come linguaggio, considerata l’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa? A questa domanda potrebbe rispondere, anche in retrospettiva, questa interessante e prima d’ora inedita raccolta di scritti sulla televisione, dal 1956 al 2015, opera dell’autorevole filosofo, medievista, semiologo e massmediologo Umberto Eco, scomparso nel 2016 e del quale qualcuno, sono pronta a scommettere, sente la mancanza.

Il libro, edito da La Nave di Teseo, è destinato al lettore colto interessato a compiere una ricognizione sul fenomeno televisione in alcune sue sfaccettature: la televisione come mezzo di comunicazione e strumento capace di trasformazione sociale e antropologica, ça va sans dire; potrebbe apparire scontato ma non lo è: grazie alla folta raccolta di saggi, relazioni congressuali e articoli di giornale, viene spontaneo pensare, a beneficio di noi lettori, a delle iniziali “istruzioni per l’uso” del mezzo televisivo, molto meno subìto passivamente, ma esperito con l’occhio vigile del critico che ognuno di noi a modo proprio può diventare.  Riflessioni che coprono un arco temporale dall’avvento delle prime trasmissioni con una diffusione ancora limitata, ai tempi nostri, quando la televisione si vede affiancare da internet e dalle piattaforme social. Caleidoscopico.

In apertura l’immancabile e sempre godibile “Fenomenologia di Mike Bongiorno” (Diario Minimo, ed. Bompiani, 1963), dedicato all’alfiere pop della televisione italiana dal suo esordio; a seguire un mix tra saggi (nei quali l’esperto semiologo trova ampio spazio), testi per una definizione di critica televisiva, analisi di trasmissioni, personaggi, miti e contesti. Un viaggio attraverso le epoche della televisione per quanto, come avverte la prefazione a cura di Gianfranco Marrone non ci sia, al momento, una lista completa e filologicamente ricostruita di tutti gli scritti di Eco sul tema.

Nei saggi o negli appunti Umberto Eco è sempre un buon provocatore – lo stimolo provocatorio nei sui scritti è sempre sotteso, se non apertamente dichiarato – ben distante dal praticare quel “cogitus interruptus” (pp. 133-151) del quale non sentiamo il bisogno.

Senza contare la volontà di smascheramento della mistificazione ad opera della ripresa diretta dagli albori della TV – verità, ai più recenti reality show là dove c’è più continuità di quanto non si ammetta nella direzione di una “pretesa realista che, dal canto loro, tutte le arti e le filosofie del Novecento avevano ben messo a tacere.” Così ci informa la prefazione.

Come
potrei tralasciare un cenno a Marshall McLuhan, citato senza risparmio
dall’umanista medio nelle conversazioni fra amici, che si vede travolgere dal
rigore critico del nostro autore in vena di solleticare i lettori circa
l’opportunità di leggere McLuhan:

” Si può compiere lo sforzo di leggere Understanding Media? Sì, perché l’autore sembra assalirci con una congerie enorme di dati (Arbasino ha splendidamente supposto, in un suo articolo, che questo  libro sia stato scritto da Bouvard e Pécuchet) ma l’informazione centrale che esso ci dà è una sola: il medium è il messaggio […]  l’intero messaggio è più volte ripetuto sui cerchi di una spirale concentrica e con apparente ridondanza.”

Un solo appunto: la ridondanza non è apparente, è reale.

Come
aggiungere il rosso d’uovo al purè per renderlo ancor più gustoso.

Potrei
continuare oltre il divertimento, ma lascio ai lettori il piacere della
scoperta. Concludo con una citazione riportata da Umberto Eco, ossia ciò che
scrisse una spettatrice:

“Dico la verità, non mi piace molto questa televisione, che spesso è noiosa, per non dire peggio, e che mi obbliga a restare attaccata ai video per ore e ore, mentre avrei mille altre cose da fare.”


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web e possono essere soggette a copyright.




PASTORALE AMERICANA. Un romanzo che richiede coraggio.

Ahimè, Phillip Roth ci ha lasciato quest’anno (22 Maggio 2018) ed è stata la sua scomparsa a risvegliare in me la voglia di avere di nuovo a che fare con Nathan Zuckerman, suo alter ego, e di perdermi di nuovo nella sua scrittura precisa e affilata.
Con tutto il coraggio che lo richiede, ho comprato Pastorale Americana e ho iniziato a leggerlo, carica di aspettative sul muretto antistante la libreria. Parliamo di un premio Pulitzer per la narrativa, non potevo continuare ad ignorarlo, ma ho aspettato la giusta concentrazione.

Roth non è uno scrittore che alleggerisce l’animo, talvolta è spietato nell’indagare le frustrazioni e le debolezze umane che albergano dentro di noi ben nascoste, e, in passato, questo autore mi ha scatenato sensazioni di profondo disagio e di cinismo crudele, pur amandolo molto per lo stile e la concretezza dei suoi romanzi, una sorta di fascino del mostro.

Nathan Zuckerman  in  Pastorale Americana  racconta la nascita, la vita e la morte di un uomo, Seymour Levov, soprannominato “lo svedese”, per via della sua bella capigliatura bionda, gli occhi blu e l’aspetto nordico, lanciato come un missile verso il successo, il sogno americano, in un periodo storico delicatissimo dell’America moderna che vuole apparire gloriosa e onesta ma che nasconde il tragico conflitto in Vietnam, i disordini razziali e un sistema imperialista in cui un’intera generazione brucia dalla voglia di smascherare il suo vero volto. La vita dello “svedese” è perfetta, una moglie cattolica di origini irlandesi, ex miss reginetta di bellezza, un’azienda di guanti ereditata dal padre ebreo con affari in crescita  e una bella casa immersa nella natura delle zone rurali del New Jersey. Il principale problema di questa famiglia modello, in perfetto stile americano medio-borghese, sembra essere il fatto che Merry (unica figlia di Seymour) balbetta, ma è solo l’inizio di una catastrofe, non preannunciata, improvvisa, come una miccia che inizia un percorso prima di arrivare all’esplosione. Ormai sedicenne, Merry diventa sempre più ribelle e politicizzata e si unisce all’organizzazione politica di estrema sinistra dei Weathermen. La “vita pastorale” di Levov viene distrutta quando la ragazza, ormai fuori controllo, compie un attentato dinamitardo contro un ufficio postale, uccidendo una persona e dandosi poi alla fuga. Attraverso una scrittura priva di pietismi e ridondanze assistiamo, pagina dopo pagina, alla distruzione totale di questo uomo-mito e di un intero paese.

Leggendo la critica letteraria  ho notato che spesso questo libro è stato accostato all’Ulisse di Joyce, che più volte ho tentato di comprendere nella sua profondità ma con scarsi risultati, forse perché io stessa sono in un continuo flusso di coscienza inarrestabile. Contrariamente ai nomi illustri e senza presunzione alcuna io ho pensato a Steinbeck e al suo famosissimo Furore perché ho sentito la stesso accanimento della sorte sui protagonisti e sul sogno di una società giusta.
In Pastorale Americana Roth è abile nel descrivere i personaggi attraverso piccoli dettagli e dialoghi brevi, sondando il loro lato oscuro con una psicologia profonda che diventa quasi insopportabile… ognuno mette in atto un’opera di distruzione, una famiglia perfetta impegnata nel proprio disfacimento. Lo Svedese, impassibile, assiste sconcertato, mettendo in discussione tutte le sue certezze, cercando inutilmente le proprie responsabilità di marito e soprattutto di padre, ma diventa quasi inconsistente in balìa degli eventi, non può modificare il corso delle cose: improvvisamente si rende conto che niente è in suo potere. La sua dolce bimba Merry diventa una terrorista, la sua amata Dawn lo tradisce con l’architetto, il suo sogno americano si spegne e si chiede se ci sia mai stato… tutto il resto è terribilmente reale, tragico, come una Bomba che esplode, l’apoteosi della catastrofe e l’inizio del declino.

Chiudendo il voluminoso tomo sono caduta nello sconforto… uno stato di prostrazione durato giorni. Come non scorgere in ognuno dei personaggi aspetti che riguardano noi stessi e la nostra esistenza? Come si fa a distaccarsi dalla storia che diventa anche un po’ la nostra dopo quasi 500 pagine di genio assoluto della narrativa statunitense? Io ho divorato quasi ferocemente la parte finale, covando dentro me stessa una speranza di bene che trionfa sul male, e invece il libro non finisce in nessun modo, rimane incerto sulle sorti di tutti, ridotte in pezzi e non ricomponibili tra loro. Potrebbe sembrare un’opera incompiuta, ma in realtà non ci sono spiegazioni umanamente accettabili sul significato della vita. Perché Pastorale Americana parla della vita e come dice lo stesso autore “La vita è solo un breve periodo di tempo nel quale siamo vivi” dove “Tu ti nascondi. Non scegli mai”.

Con mio immenso stupore l’attore scozzese Ewan McGregor, al suo esordio da regista, mette un punto esclamativo alla fine di questa storia. Nel film, in cui lui stesso interpreta lo svedese, stravolge il finale riconducendo Merry, la figlia adorata, sulla sua lapide, come a voler riconoscere lo sforzo di tutta la sua vita ad essere felice. Le recensioni di autorevoli testate non sono state clementi con il bel McGregor, definendo la trasposizione cinematografica di Pastorale Americana “molliccia” e incapace di rappresentare al meglio la scrittura allegorica di Roth, ma, del resto, come non cadere nel cliché che il film non sarà mai come il libro! Io sono con Ewan e la sua visione romantica, e credo che ogni regista sia libero di scegliere come interpretare tutta la storia, perfino stravolgendone il finale e concentrandosi sul rapporto padre-figlia, piuttosto che sul contesto sociale.

Il film mi è piaciuto, è stato come ricevere una carezza dopo uno schiaffo violento in pieno viso. Philip Roth si può amare o odiare, non ci sono le mezze misure. In fondo ero preparata, avendo letto buona parte della sua produzione narrativa, ma Pastorale Americana ha avuto un forte impatto su di me, ecco perché mi ritrovo qui a scrivere e ad esortarvi a leggerlo, anche se può sembrare il contrario.

Siate coraggiosi e maneggiatelo con cautela, potrebbe esplodervi tra le mani!


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono state prese dal web a puro scopo esplicativo e possono essere soggette a copyright.




Todo Mundo I & II

Riflessioni invernali a Mondello tratta da “Sicilia 1.0” ©AntonioMusotto

Da piccolo, mi dicono, raccontavo un sacco di bugie. Crescendo ho iniziato a scrivere racconti.

Se dovessi descrivere il processo che mi ha portato a riempire pagine di parole, passare giorni e mesi a limare e allisciare, fino a ridurre i testi scorrevoli e agevoli come un osso scarificato, lo riassumerei come ho fatto nella prima riga.

C’è stato un momento catartico, in cui ho pensato che le cose che stavo cominciando a (ri)scrivere potevano essere lette da qualcun altro.

E così ho cominciato a somministrare (perdonatemi il termine, sono un farmacista) i fogli freschi di stampante a quei conoscenti che sapevo essere afflitti dalla malattia della lettura.

Ad un certo punto la quantità di questi racconti era tale da poterci fare una raccolta, ho cercato uno sponsor, è stato pubblicato un libro, del quale ne ho regalato in giro un migliaio di copie.

Solo dopo ho avuto il desiderio di capire se potevo in qualche modo incanalare e organizzare il ribollire delle idee che premevano per fluire dal cervello alla tastiera, e ho iniziato a frequentare un laboratorio di scrittura.

Ci siamo dati appuntamento una volta a settimana per quattro anni di seguito, poi ho capito che non traevo più benefici dall’ascolto e dal confronto con gli altri ed ho lasciato perdere, mi ero fatto tanti amici ma anche tanti nemici, tutti quelli e quelle ai quali avevo detto, in un impeto di sincerità, nelle riunioni serali intorno al tavolo del laboratorio “questa cosa che hai scritto fa veramente schifo”.

Con alcune di quelle persone che hanno animato il laboratorio del Vicolo della Rosa all’Alloro (già l’indirizzo era un racconto in sé) sono rimasto in ottimi rapporti, con altri ci sentiamo raramente o artificialmente tramite i social, altri ancora li ho dimenticati o cancellati del tutto: qualcuno faceva proprio schifo e non mi manca per niente.

Nel frattempo il lavoro-avevo un nuovo incarico, che mi faceva restare a casa davanti al computer-mi aiutava ad avere Tempo per scrivere, e così tra il 2000 e il 2010 ho scritto veramente una montagna di storie.

C’era anche la novità di potersi confrontare con sconosciuti e sconosciute tramite il blog, era un bel vantaggio perché non bisognava mediare la lettura tramite la conoscenza diretta del generatore di scritture.

In linea di massima è stato un bel periodo, nel quale ho acquisito lettori che ancora mi seguono sui social.

Poi, “essere blogger” è diventata una illusione commerciale, molti hanno creduto-stoltamente-di poter “fare soldi” attraverso il blog, credo che al giorno d’oggi il termine “blogger” tenda a marchiare stupidi con idee di successo, ma meglio non approfondire.

Ho pubblicato con diversi editori una serie di raccolte di racconti, ho fatto l’editor (litigando con chi mi sottoponeva testi di ogni consistenza: “è orribile, lascia perdere” è stato il mio cavallo di battaglia per la maggior parte dei testi che ricevevo) ho smesso di fare l’editor, sono stato schiavizzato dagli orari del nuovo lavoro, la creatività è stata assorbita dal tempo speso sui social, in definitiva scrivo molto meno.

Ciononostante posso vantarmi (vantarmi?) di avere pubblicato un libro all’anno, o di essere stato presente in una raccolta collettiva,. Non faccio l’elenco, basta googleizzare e qualcosa viene fuori.

Alcuni anni fa un mio ex editore mi chiamò “Antonio, c’è uno che vuole fare un film da un tuo racconto…chiedigli  tanti soldi”.

Insomma contattai questo “qualcuno” che era un giovane regista alla sua prima esperienza, coetaneo dei miei figli e pieno di entusiasmo e di idee straordinarie, gli concessi gratuitamente il soggetto e non me sono pentito, subito dopo ho cambiato anche editore.

Todo Mundo II è una raccolta che segue Todo Mundo I (ma nel frattempo ci sono stati il libro di fotografie narrative “Sicilia 1.0” e “800A” e anche un racconto sulla raccolta dei finalisti del Premio Moak) e che contiene racconti nuovi e racconti recuperati e rieditati da raccolte che non si trovano più in commercio., sono storie diverse “storie normali di gente strana e storie strane di gente normale” nelle quali voglio disegnare una scena, infilarci i personaggi, far scaturire un incidente narrativo, arrivare ad una conclusione.

Provate a leggerle, e poi ne parliamo, se volete.




CAVIE di Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk/Photo ©Allan Amato

Ho sentito ogni possibile giudizio su di un libro, ma usare l’aggettivo “disturbante”, non mi era mai capitato prima … Questo è stato il motivo che mi ha spinto a comprare e leggere “Cavie” di Chuck Palahniuk.

Lo scrittore in questione è famoso al grande pubblico per essere l’autore di “Fight Club”, e, come spesso accade quando ci si trova di fronte ad un vero e proprio cult, il resto della produzione rischia di essere compromessa dall’ombra ingombrante di un’unica, per quanto bellissima, opera.

Chuck Palahniuk è molto altro rispetto al suo “bestseller” e  “Cavie” non fa altro che confermare questa sensazione: ventitré racconti ripugnanti, sgradevoli, esilaranti, assurdi, a tratti vomitevoli, vi porteranno nel mondo e nelle teste di aspiranti scrittori che decidono, malauguratamente per loro, di rispondere all’annuncio di un misterioso benefattore.

Chi non si farebbe allettare dalla possibilità di abbandonare per tre mesi gli ostacoli della vita quotidiana per  dedicare le proprie energie a ciò che più piace fare?  Quasi tutti, figuriamoci scrittori in cerca di ispirazione per realizzare il loro capolavoro, l’opera che li porterebbe ad ottenere fama e soldi.

Come ci insegna però la Storia, fama e soldi, molto spesso, chiedono in cambio un prezzo, e,  in un teatro chiuso ermeticamente dove elettricità, cibo e acqua vengono a mancare, lentamente, ma in maniera inesorabile, questo prezzo sarà salatissimo.

“Cavie” è una parabola dark che strizza l’occhio all’horror  ed  allo splatter, dove si analizza fondamentalmente un’unica domanda: cosa siamo disposti a fare per ottenere quello che vogliamo? Quanta umanità puntiamo sul tavolo da gioco pur di ottenere la vittoria da sempre agognata?

I protagonisti assoluti del libro, tuttavia,  questa volta non sono i personaggi, ma i racconti che gli stessi partoriscono; la struttura del libro, da molti paragonata al “Decameron” di Boccaccio, fa sì che la nostra attenzione si sposti ben presto sulle storie dettate anziché sulle figure dei protagonisti. Tra le righe di questi racconti affiora, prima piano, poi in maniera dirompente, l’oggetto degli strali dell’autore, la società moderna e i suoi modelli costruiti su valori effimeri e che ha, nei “reality show”,  la sua manifestazione più ripugnante; difficilmente, infatti, non potrete identificare il signor Whittier, colui che deciderà di affiggere il manifesto e di dar vita all’esperimento, con una sorta di “Grande Fratello” televisivo.

Il fastidio, il disgusto, i conati che proverete durante la lettura sono la “bellezza” stessa del libro, perché non sono meri esercizi stilistici di Palahniuk che vuole vedere dove si possono spingere i confini dell’estremo, ma sono i sentimenti che l’autore vi vuol far provare verso la società dei consumi, sentimenti che lo stesso autore prova.

Copertina del libro https://picclick.it/Cavie-Con-Segnalibro-Chuck-Palahniuk-Mondadori-Oscar-451-282802472058.html

Per leggere “Cavie” ci vuole il pelo sullo stomaco, ma ne vale la pena. Cambierà per sempre la vostra percezione della società, in cui, volenti o nolenti, dobbiamo nuotare.

 


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore.05




Viaggio in Africa

Copertina del libro

Dell’Africa non si è mai tanto parlato come ai giorni nostri, a causa del fenomeno dei cosiddetti flussi migratori, risultante nell’abbandono del proprio territorio da parte delle popolazioni minacciate dalla guerra e da condizioni di estrema povertà, tali da rendere insostenibile la vita in quei luoghi.

Un abbandono che si potrebbe ormai definire coattivo negli effetti, stante la difficoltà, mi si passi l’eufemismo, a porvi rimedio a breve, medio e forse lungo termine da parte degli Stati coinvolti a vario titolo nel manifestarsi e perdurare di tale fenomeno, senza contare il deterioramento del clima e l’incombente desertificazione che spingerà le popolazioni a cercare rifugio altrove, non bastassero le guerre.

Si parla di più di un centinaio di milioni di migranti climatici, entro il 2040, come riportano alcune fonti.

Dell’Africa, di fatto, sappiamo molto poco; chi non è direttamente coinvolto in operazioni umanitarie o gli occidentali che ci vivono, potrebbe coltivare una visione alterata e parziale, talvolta mediata dalla narrazione diffusa dalle forze politiche più conservatrici: i sovranisti difensori dei confini.

Oppure chi, rinchiuso nella bolla protettiva di un resort ad uso turistico, scarsamente entra in contatto con la realtà del paese ospitante.

Quella parte del mondo occidentale affetta da una forma grottesca di nazionalismo feticcio quanto mai anacronistico, manifesta l’attitudine a considerare predatori coloro che sono depredati, in una sorta di transfert che addormenta e assolve le coscienze; alle prese con integrazione e multiculturalismo, il termine più alla moda è melting pot, tanto per sentirsi a à la page in qualche fittizio salotto o nelle conversazioni da social network.

Questa, in linea di massima, è la retorica ricorrente che alimenta l’immaginario collettivo.

Un chiarimento circa le nostre zone erronee intorno ai misteri del continente nero potrebbe giungere

da un libricino, esile nel formato ma denso nel contenuto, esito di un viaggio nel continente africano, da parte dello scrittore Giorgio Manganelli, dal titolo “Viaggio in Africa”, pubblicato recentemente da Adelphi Edizioni.

Il sedentario ma lucido interprete, Manganelli, – godetevi la postfazione a cura di Viola Papetti: trapassato di colpo a scrittore in cammino per il mondo, – riceve, nel 1970, un insolito incarico da parte di Carlo Castaldi, all’epoca dirigente della società di ingegneria Bonifica. Tale compagnia progetta l’edificazione di una strada – la Transafricana1, mai realizzata – lungo la costa dell’Africa orientale, precisamente dal Cairo a Dar es Salam, e Castaldi pensa bene di documentare quest’avventura imprenditoriale avvalendosi dell’apporto di consulenti esterni: una fotografa, un ingegnere, altri specialisti, e perché no, una voce narrante lontana dalla reportistica tecnica.
Giorgio Manganelli entra in scena in questa veste:

“Alle spalle del viaggiatore l’Africa della memoria si atteggerà
in modo vario e contraddittorio,
a seconda che egli ne viva le immagini da cittadino europeo consenziente,
o perplesso o infine succube del fascino assimilatore del mondo africano;
ed è probabile che egli passi di volta in volta dall’uno all’altro di questi ruoli 
”.

Giorgio Manganelli, Viaggio in Africa.

Il vero volto del continente, la sua singolarità, l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a chiarire il mondo del malessere europeo.

Di questa esperienza rimasta inedita fino ad oggi, colgo recensione dal blog Cabaret Bisanzio, a cura di Lorenzo Leone


 

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore.




IL TIRANNO di Valerio Massimo Manfredi

Ho sempre avuto l’abitudine di scegliere il libro “estivo” in base alla destinazione scelta per le vacanze, fu così nel 1999, quando, sapendo che sarei andato in Portogallo, mi portai “Sostiene Pereira” in valigia o quando “La Cattedrale del Mare” accompagnò i miei giorni a Barcellona.

Quest’anno, sapendo che una delle mie tappe in Sicilia sarebbe stata Siracusa, mi sono messo alla ricerca di qualcosa che rinverdisse questa “tradizione” e, esplorando fra i miei ricordi scolastici, il primo nome che mi è venuto in mente è stato quello di Dionisio.  A questo punto mi serviva una storia, un romanzo, volevo uno di quei libri che ti avvolgono tra le pagine.

Chi meglio allora di Valerio Massimo Manfredi e del suo “Il Tiranno”?

Siamo a Siracusa intorno al 400 a.C. e la stessa esistenza della Città è messa in pericolo dalla superpotenza mercantile e signora dei Mari: Cartagine. Un coraggioso soldato dell’esercito siracusano è costretto ad assistere impotente ed inerme alla distruzione di Selinunte e al massacro dei suoi abitanti. Il nome del soldato è Dionisio, colui che passerà alla Storia come “Il tiranno”.

Copertina del libro https://www.mondadoristore.it/Il-tiranno-Valerio-Massimo-Manfredi/eai978880454625/

Oltre alla sete di vendetta, la caduta di Selinunte, prima, e delle altre città greche di Sicilia, poi, provocano nel nostro protagonista un’avversione totale per la democrazia, accusata, con le sue procedure estenuanti e con la sua incapacità di selezionare uomini validi, di essere corresponsabile della distruzione delle colonie greche nate nella terra della Trinacria.

Dopo Selinunte, infatti, furono spazzate via dalla furia Cartaginese anche Imera, Gela e quella che veniva considerata la città più bella di sempre: Agrigento.

Lo spettro della fine della Sicilia greca, di cui Siracusa rimaneva l’ultimo baluardo, porterà Dionisio a scelte estreme, alternando gesta eroiche a tradimenti meschini, inabissandosi presto, in una delle tirannidi più feroci della Storia Antica.

Immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Dionisio_I_di_Siracusa#/media/File:Dionisius_Tyran_of_Syracuse.PNG

Questa, tuttavia, vuole essere una recensione di un libro e non un trattato storico, pertanto fatta la dovuta premessa immergiamoci nelle righe di questo romanzo.

Dell’autore in questione ho praticamente letto tutto e mai, arrivato all’ultima pagina di una sua opera, sono rimasto deluso. “Il Tiranno” non fa eccezione e le caratteristiche che te lo fanno amare sono le stesse che possiamo trovare in “Aléxandros” o ne “L’ultima legione”.

Già dal prologo veniamo proiettati nella Sicilia del 412 a.C., viviamo come i protagonisti, proviamo i lori sentimenti, da quelli più alti a quelli più infimi, passeggiamo per i vicoli stretti di Ortigia, combattiamo contro orde di cartaginesi, solchiamo i mari agli ordini di Leptines, fratello di Dionisio e capo supremo della flotta.

Leggendo questo libro avrete davanti agli occhi i templi d’oro di Agrigento, ascolterete le grida disperate delle donne e degli uomini di Selinunte, mangerete sulla mensa del tiranno, ascolterete le parole di Platone, parteciperete a complotti, temendo per la vostra stessa vita.

La grandezza di Valerio Massimo Manfredi sta proprio nella sua capacità di scrivere su fatti vecchi di millenni come se li stessimo leggendo su un quotidiano fresco di stampa. Le sue parole e il suo stile aprono uno “stargate” spazio-temporale tra le pieghe della storia, tanto da rendere a colori l’amore e l’odio che proverete per Dionisio, tanto da vedere, come se la scena si svolgesse fuori della vostra finestra, migliaia e migliaia di pire accese dall’esercito siracusano per onorare i propri morti fino a scorgere la più bella di tutte, quella accesa in onore di Arete, bellissima e sfortunatissima moglie di Dionisio, il cui fantasma accompagnerà le notti del Tiranno anche quando diventerà il sovrano assoluto della Sicilia.


FORSE NON TUTTI SANNO CHE…

– L’Ortigia è il quartiere più vecchio di Siracusa e sorge sull’antica fonte Aretusa.

– Una delle principali attrazioni di Siracusa è l’orecchio di Dionisio, cava artificiale che grazie alla sua forma ad “S” permette una forte amplificazione dei suoni (16 volte più del normale). Leggenda vuole che fosse utilizzata da Dionisio per ascoltare le conversazioni dei prigionieri. Il nome “orecchio di Dionisio” fu dato alla cava da Caravaggio.

– Dionisio aveva una tale avversione per i filosofi che uno dei gesti più clamorosi per il quale è diventato famoso fu quello di vendere Platone come schiavo, dopo un soggiorno di un anno del filosofo a Siracusa.

– Dionisio, viene citato da Dante nel canto XII dell’Inferno:

“Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dionisio fero,
che fe’ Cicilia aver dolorosi anni”


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore.




SU CENERENTOLA, IAN CURTIS, FRIDA E I JOY DIVISION

I libri, almeno la quasi totalità di quelli che leggiamo nella nostra vita, sono scelti da noi.

Li scopriamo per curiosità, per caso, per il passaparola, perché ne faranno un film. Poi, raramente, succede invece che siano i libri  a scegliere noi.

Qualche mese fa, e con colpevole ritardo, ho deciso di approfondire la conoscenza del gruppo musicale dei Joy Division , colpito dalla storia del loro cantante e, soprattutto, incuriosito nel vedere in giro un numero sempre più consistente di adolescenti  indossare t-shirt  con il nome di questo gruppo. Mi sono chiesto  soprattutto perché sempre più “teen” si identifichino con una band nata nel 1977. Nonostante la brevissima carriera, con soli due album all’attivo, ho capito che oltre all’oggettiva bellezza della loro musica, ciò che colpisce le giovani menti moderne è la storia del loro leader: Ian Curtis.

Di Daniel Case – Opera propria, CC BY-SA 3.0 https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39107961

Musicista precoce e di indiscusso talento, muore per volontà personale nel 1980, arrendendosi all’epilessia e alla fine del suo matrimonio. Appartengo ad una generazione che ha dovuto fare spesso i conti con le scelte estreme dei propri idoli: Kurt Cobain, Chris Cornell, Chester Bennington, Prince, Dolores O’Riordan sono solo l’avanguardia di una schiera di morti cercate che affollano il Pantheon di chi ha avuto vent’anni negli anni Novanta.

Ed è proprio cercando Ian Curtis su un noto motore di ricerca che, scorrendo fra le varie proposte, mi sono imbattuto su un titolo molto particolare, “Cenerentola ascolta i  Joy Division” , e in un forum letterario dove gli utenti si lanciavano in sperticate lodi per quello che scopro essere il titolo di un libro.

Così “Cenerentola ascolta i Joy Division” di Romeo Vernazza è entrato nel mio immaginario, per una mera casualità, per un algoritmo informatico, e, devo aggiungere, con mia grande fortuna.

Immagine tratta da  https://www.pinterest.it/pin/507851295457316284/

Romeo Vernazza scrive un romanzo fuori dagli schemi, dal titolo geniale che, da solo, meriterebbe una menzione speciale grazie alla fantasia che scatena, un libro non catalogabile in nessun genere:non è un libro “Teen”, come lo può essere il super acclamato “13” (13 reasons to why di Jay Asher), non è un romanzo di formazione, come lo possono essere “Il giovane Holden” o “Norwegian Wood”, è invece un’esplorazione delicata e sensibile dentro il dolore e di come questo sentimento cambi, spesso in meglio, le persone.

Racconta il suo dolore Lily, giovane vedova che insegue la sua rinascita dopo un olocausto familiare, portando con sé l’urna contenente le ceneri del proprio marito e, pur rimanendo ancorata al passato, affronta una fuga che la porterà dalla provincia italiana direttamente in Lapponia, esule volontaria tra la neve e il silenzio.

Mentre ci appassioniamo a questo tentativo di riscatto e di rinascita, l’autore ci porta anche dentro il diario anticonformista di una giovane studentessa, che, grazie ad un’intensa amicizia con una sua professoressa, Frida, entrerà, faticosamente e drammaticamente, nel mondo degli adulti.

Sarà proprio il dolore supremo l’ingrediente principale del confronto fra due generazioni. È indiscutibile che l’intera trama sia scossa da concetti fondamentali come la morte, l’abbandono e il riscatto da tutto ciò.

La scelta stessa dei nomi protagonisti e la musica che fa da sottofondo al romanzo, rafforzano questa sensazione: Ian Curtis, genio triste e fragile, che lascia nella sua canzone-testamento il messaggio che “L’amore ci farà piangere soli”; Frida, professoressa malata di cancro, che dedica i suoi giorni ad essere un faro per la giovane vita di Elly, non può non richiamare alla mente Frida Kahlo, un’altra vita segnata dal talento, dal dolore e da una morte precoce.

In tutto il libro, tuttavia,  troviamo come fili conduttori la speranza di farcela ed il riscatto: i dischi dei Joy Division suonano ancora, la vita e le opere di Frida Kahlo sono sopravvissute a lei e sono oggetto di studio ed ammirazione.

Alla fine il libro ci porta ad interrogarci sull’eterna domanda “È vero – come afferma Thomas Mann – che l’unica cosa più forte della morte è l’amore?”

Come tutte le opere umane non dà una risposta certa, ma sicuramente aiuta il lettore ad avere più strumenti per trovare la propria verità.

Buona lettura e buon ascolto!


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ




NORWEGIAN WOOD – TOKYO BLUES di Haruki Murakami.

Immagini tratte da http://oubliettemagazine.com/2015/01/15/sonno-di-haruki-murakami-il-racconto-di-un-incubo-illustrato-da-kat-menschik/ e https://www.ibs.it/norwegian-wood-tokyo-blues-libro-haruki-murakami/e/9788806216467

La  genesi stessa di “Norwegian Wood – Tokyo Blues” è un romanzo di per sé.

Dato alle stampe nel 1987, il libro è basato su un  racconto di cinque anni prima, “La Lucciola”, e vede le sue prime pagine scritte a Mykonos ed  il suo ultimo capitolo dato alla luce in un anonimo appartamento del Prenestino, quartiere di Roma, non prima di aver giaciuto sui tavoli di qualche taverna ateniese, dove lo scrittore, per sua stessa ammissione, ha ascoltato l’album  Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles “almeno 120 volte”

“Norwegian Wood” è la canzone che accoglie il protagonista del libro, Watanabe Toru, all’aeroporto di Amburgo; le note scatenano in lui un flusso di emozioni tali da venir catapultato alla sua vita di diciassette anni prima, nel momento preciso in cui conobbe Naoko, fidanzata di Kizuki, suo migliore amico morto suicida.

Ambientato a Tokyo, città che può anche regalare paesaggi malinconici e struggenti, “Norwegian Wood” è un libro che racchiude in sé una sfida al superamento dei tabù, l’incontro con la morte, la speranza dei valori forti e condivisi, l’erotismo come salvezza.

È un percorso difficile e devastante, sul senso del nostro posto nel mondo, una costante ricerca maniacale di risposte, che porta, alla fine, anche alla conclusione che il protagonista trova sul dolore e sulla sofferenza:

“per quanto uno possa giungere alla verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c’è verità, forza, dolcezza che possa guarire da una sofferenza del genere. L’unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all’improvviso”.

“Superare la sofferenza con la sofferenza” è forse il motivo per cui l’ho considerato il mio libro preferito per anni, un libro che ci mise un bel po’ ad entrare nella mia vita, causa i miei ingiustificati pregiudizi verso la cultura giapponese ed orientale in generale”. Per mia fortuna però, il mondo conosce mille strade per far conoscere la sua bellezza, e grazie ad un regalo di compleanno, i miei occhi decisero, finalmente, di cadere su “Norwegian Wood”.

Per chi scrive la prima pagina di Norwegian Wood è uno dei momenti più alti di gran parte della letteratura degli ultimi 30 anni:

“Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all’aeroporto di Amburgo. La fredda pioggia di novembre tingeva di scuro la terra trasformando tutta la scena, con i meccanici negli impermeabili, le bandiere issate sugli anonimi edifici dell’aeroporto e l’insegna pubblicitaria della Bmw, in un tetro paesaggio di scuola fiamminga. È proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai”.

Difficilmente infatti, fino ad allora, avevo trovato qualcosa di più reale, poetico, struggente ed emozionante della vita di Watanabe e delle sue indimenticabili amiche. È un libro formativo, che esplora la “linea d’ombra”, ovvero il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta, con garbo e disincanto.

Trecentosettantaquattro pagine di gioventù pura, quella fatta di sentimenti assoluti, di amori irripetibili, di paure che tolgono il fiato, di coraggio spinto alla follia, dell’incontro con la morte, unica, negli anni “verdi smeraldo”, capace di fare tornare tutti con i piedi per terra.

Norwegian Wood è un libro “maschile” e “femminile” allo stesso modo, da una parte il protagonista, Watanabe, assolutamente irresistibile, sia nelle sue incertezze sia nei suoi sani princìpi, ricorda il “giovane Holden”, dall’altra le protagoniste sono indimenticabili: Naoko, per la sua fragilità, Midori, per la sua inarrestabile gioia di vivere ed infine Reiko, per la sua saggezza.

Se anche voi avete avuto un’adolescenza d’oro, anche se difficile, ma corsa tutta di un fiato, leggetelo, vi aiuterà a non perdere mai i vostri 18 anni.

«Finora ho sempre pensato che avrei voluto oscillare in eterno fra i diciassette e i diciott’anni, ma adesso non lo penso più. […] Ho vent’anni ormai. E devo pagare il prezzo per continuare a vivere».


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati o per gentile concessione dell’autore, tutte le altre sono coperte dal diritto d’autore ©MjZ