Eliminare il razzismo non vuol dire mostrare e convincersi che gli Altri non sono diversi da noi, ma comprendere e accettare la loro diversità. Umberto Eco
Un argomento attualissimo là dove la politica che promuove un’antropologia negativa, crea Allarme e Pregiudizio e agevola la divisione della società in buonisti inclini all’accoglienza e all’integrazione dei popoli, e suprematisti che rimestano nella paura di una “invasione”, vocabolo ricorrente, usato verso chi è culturalmente “diverso” per religione, lingua, comportamenti, colore della pelle e altri attributi atti a definire la diversità.
Insomma,
un clima esasperato che appesantisce l’animo di chi preferirebbe una politica
civile e rispettosa dei diritti umani; ma le cose, sappiamo, non vanno
esattamente in questa direzione: il Decreto sicurezza varato dal governo
depotenzia gli Sprar, se non addirittura cancella realtà già consolidate:
famoso è il caso del modello Riace, conclusosi nello smantellamento di una
comunità ri-sorta grazie al sistema di accoglienza voluto dal sindaco Mimmo
Lucano. Tutti i particolari in cronaca, non è necessario che riassuma qui i
fatti.
Esce
postuma, per la penna di Umberto Eco, una breve raccolta di quattro saggi dal
titolo “Migrazioni e intolleranza”: i primi tre frutto di interventi
dell’autore in convegni internazionali tenutisi alcuni anni fa, il quarto è
l’introduzione a un’antologia di testi sull’antropologia reciproca
dell’associazione Transcultura, pubblicata in Francia nel 2011.
Entriamo
dunque nel vivo di un tema dibattutissimo sui media e i social network,
che surriscalda la platea di individui
pesantemente condizionati dal ritornello “prima gli italiani”. Un
condizionamento che favorisce il sospetto e la paura dell’Altro generando, fra
l’altro, un vero e proprio cortocircuito categoriale, tale per cui se uno
straniero delinque, allora tutti gli stranieri saranno probabili delinquenti.
E ciò
accade in un millennio nel quale si assisterà a un “grande meticciato di
culture”, una convivenza, che vorremmo sperare fatta di apertura nei confronti
dei popoli poiché, asserisce l’autore, nessun razzista, nessun nostalgico
reazionario potrà impedirlo, il meticciato, per l’appunto.
A
questo punto, per meglio chiarirci le idee,
è necessario distinguere tra immigrazioni e migrazioni:
Si
ha “immigrazione” quando alcuni individui (anche molti, ma in misura statisticamente
irrilevante rispetto al ceppo di origine) si trasferiscono da un paese
all’altro (come gli italiani o gli irlandesi in America, o i turchi in
Germania). I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente,
limitati, incoraggiati, programmati o accettati.
Non
così accade con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, sono come i
fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Si ha “migrazione”
quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e
non è rilevante quanti rimangano nel territorio originale, ma in che misura
i migranti cambino radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrato).
Umberto
Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag. 22
L’ultima
riga della citazione richiama alla mente la preoccupazione di connazionali che
temono l‘invasione dei popoli di fede islamica, volta a
trasformare radicalmente la nostra cultura…
In
realtà l’autore ci ricorda migrazioni storiche, quelle barbariche verso
l’impero romano, che hanno generato nuovi regni e nuove culture dette “romano
barbariche”, o la migrazione europea verso le Americhe.
Nonostante
la mancanza di confini netti nell’immaginario popolare, tra immigrazioni e
migrazioni, di fatto è molto probabile propendere per quest’ultimo caso. Il
terzo mondo bussa alle porte dell’Europa e sarà difficile non prendere atto di
una verosimile trasformazione del continente europeo in senso multietnico.
La
storia vuole che migrazioni e immigrazioni diano luogo a fenomeni di
intolleranza e qui Umberto Eco ci rammenta il significato di fondamentalismo,
da intendersi come principio ermeneutico, o integrismo che dir si voglia.
Fondamentalismo,
integrismo, razzismo pseudoscientifico (quello dei nazisti, per intenderci
N.d.R.) sono posizioni teoriche che presuppongono unadottrina.
L’intolleranza si pone prima di ogni dottrina. In tal senso l’intolleranza ha
radici biologiche, si manifesta tra gli animali come territorilità, si fonda su
reazioni emotive spesso superficiali –
non sopportiamo coloro che sono diversi da noi, perché hanno la pelle di un
colore differente, perché parlano una lingua che non comprendiamo. […]
Umberto
Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag. 36-37
L’intolleranza, prosegue il nostro, più pericolosa, è proprio quella che sorge in assenza di qualsiasi dottrina, a opera di pulsioni elementari.
Quasi
ogni giorno assistiamo a occasionali episodi di intolleranza verso stranieri
richiedenti asilo nel nostro Paese e in Europa, confidando di trovare un posto
migliore per vivere e lasciarsi alle spalle le atrocità che hanno dovuto subire
a casa propria.
Purtroppo
non è l’occasionalità a rendere meno preoccupante l’intolleranza verso i neri,
i disabili, gli omosessuali, le donne.
Già,
la pulsione selvaggia, l’emotività incontrollata, cavalcata dalla propaganda
politica, è piuttosto distante da un ragionamento più maturo circa auspicabili
iniziative di transcultura, cioè un’antropologia reciproca consapevole che la
presunta dominanza occidentale è un pretesto: come noi guardiamo loro, loro
guardano noi: rappresentanti di diverse culture che si analizzano
reciprocamente.
Una
consapevolezza allargata che sappia considerare tutti gli aspetti del problema,
fra cui il limite stesso della lotta contro l’intolleraranza: contrastare la
nostra intolleranza non significa dover accettare ogni visione del mondo e fare
del relativismo etico la nuova religione europea.
Il che non vuol dire rinunciare a sperare in una pacifica convivenza tra individui di differenti culture ma, come suggerisce l’autore, disciplinarsi mediante l’uso della ragione. Facile vero ?
Le lettere.
Questa casa. Questa casa ha un unico pregio, quello di essere
veramente vicina all’Ospedale dove lavoro: sono una Farmacista Ospedaliera, mi
toccano le reperibilità e anche i turni festivi, meglio abitare vicino
all’Ospedale.
Questa casa. Questa casa era di mia madre, ci venne a vivere
dopo essere rimasta vedova: è ancora piena di cose sue.
Di suo marito, cioè di mio padre, solo poche tracce.
Una fotografia in camera da letto, il giorno delle nozze:
sorridono, chissà se erano veramente felici.
I libri, quelli ce ne sono tanti, gli scaffali del corridoio, questo
corridoio così lungo che potrebbe ospitare una stazione ferroviaria, ne sono
invasi.
Non ci sono spazi liberi.
I libri. Sono libri che non ho acquistato io, sui quali non ho
studiato, mi sono estranei.
In forma neutrale. Non li sento nemici ma nemmeno provo per loro
qualche forma di affetto, che potrebbe farmi dire che questi libri sono
importanti per me.
Forse lo erano per mia madre, forse lo furono per mio padre, ma ormai
non ho più la possibilità di chiederglielo.
Ma. Ma tra qualche giorno dovrò prendere una decisione, decidere
cosa tenere per me e cosa invece buttare, del contenuto stratificato nel tempo
di questa casa.
La venderò, ne ho già vista un’altra che mi piace, e che è più
adatta al desiderio di spazio confortevole, ridotto, sufficiente per le
esigenze di una ragazza che vive da sola.
E che probabilmente continuerà a vivere da sola: questa città mi
accoglie con diffidenza, dopo gli anni trascorsi in una metropoli a studiare, e
poi a lavorare in un altro Ospedale.
Mi sono definita ragazza. Mi sento una ragazza. Con tanto tempo
per pensare e sognare e fantasticare, non d’amore o altre frivolezze del
genere: sono una farmacista, sono abituata alle dosi, alle reazioni e a capire
se qualcosa non funziona più, ha perso d’efficacia.
Lui. Lui vive lontano da me, dice che in fondo non è una cattiva
cosa. Così assorbito dal lavoro, e dai pensieri e dalle responsabilità.
Ci vediamo. Ci vediamo ogni due o tre settimane. Lui viene qui,
ha un piccolo trolley blu, semivuoto quando arriva e semivuoto quando parte.
Non riesce a portare via con sé niente di me, non riesce, forse non vuole. O
forse non fa parte del suo modo di vivere, lui è un ingegnere, vive per
algoritmi, lui funziona, con i sentimenti in background.
Sembra una di quelle storie che devono finire ma non trovano neanche la forza di finire: sarà una
questione di energia cinetica residua, prima o poi salterà un viaggio, poi
l’altro e quindi non ci telefoneremo neanche più, solo qualche messaggio
cordiale e poi basta.
Dissipati; una storia finita in frammenti atomici a basso
livello di reattività, per i quali non esiste colla adatta a ricomporre il
tutto.
Forse passerà qualche settimana, forse alcuni mesi: potrebbe
capitare di reincontrarci nella nostra città, al Sud: penso che lo eviterò, non
voglio più sciupare affetto.
Forse è già finita, Non serve che io faccia nulla, è già finita,
smetteremo di vederci e amen.
Oggi ho preso un libro dallo scaffale in basso. È stato un incidente, frutto di una distrazione.
Cioè non è che lo avessi preso per leggerlo, mi era scivolato un
orecchino a terra, mentre tentavo di infilarlo camminando verso l’uscio.
Così mi sono inginocchiata e ho guardato lo scaffale.
La luce che entrava nel corridoio creava una barriera tra me e
l’orecchino, una barriera di fotoni e pulviscolo atmosferico, così ho dovuto
abbassarmi ancora un po’ per guardare meglio.
Le orecchie mi ronzavano per il silenzio assurdo che c’era in
casa, ho visto l’orecchino e anche il libro accanto al quale era caduto. Ho
esitato un attimo, il ronzio si è stabilizzato e ho potuto decidere di
allungare la mano e prendere quel libro.
Perché. Perché si vedeva una busta spuntare dal centro del
libro, una busta bianca da lettera.
Poi, senza motivo ho allungato la mano causando agitazione nel pulviscolo
luminoso, e ho tolto il volume dalla sua sepoltura, l’ho aperto e ho sfilato la
busta. La busta aveva un francobollo nuovo, era chiusa e senza indirizzo.
Sono rimasta senza fiato: sulla busta c’era il mio nome.
Alberta.
Qualcuno che aveva vissuto in quella casa aveva pensato di
scrivermi una lettera senza poi spedirmela.
Ho guardato meglio il francobollo, esponendo la busta alla lama
di luce, e causando un vorticoso movimento del pulviscolo illuminato, era una
edizione commemorativa dei campionati mondiali di calcio, Spagna 1982.
L’anno della mia nascita.
L’anno in cui moriva mio padre.
Ho aperto la busta, mi tremavano le mani e le gambe, mi sono
lasciata scivolare e ho appoggiato le spalle alla libreria.
Ho iniziato a leggere.
Bolzano, 25 settembre 1982
Ad Alberta
Ti piacciono i Genesis?
Perché c’è una premessa, una prefazione a quello che ti dirò
dopo.
Dopo aver pranzato in facoltà ho un po’ di tempo libero prima
della prossima lezione, ho preso il walkman e ho riascoltato Selling England by
the pound, meravigliandomi del miracolo compositivo che ha caratterizzato la
musica dei Genesis, che non è rock ma barock, nel senso di rock barocco.
Ma in senso positivo, perché anche tu lo sai (forse non lo sai
ancora, ma lo scoprirai, voglio insegnartelo) che quella forma d’arte
denominata barocca può avere delle punte di bellezza assoluta.
Cosa scrivere ad una figlia che ancora non parla, e non sa leggere?
Posso raccontarti qualcuno dei miei punti di vista sulla vita.
Cambio argomento (ma i Genesis torneranno), e ti spiego quella
che è a mio parere la stechiometria del rapporto di coppia: una reazione
complessa, in diverse fasi, che prevede metamorfosi e trasformazioni,
sedimentazioni e reazioni.
Prendere due corpi umani, possibilmente dotati di cervello, io
preferisco che siano un maschio e una femmina ma “de gustibus non disputandum est”, metterli in condizione di potersi
osservare, ascoltare, annusare. Se esiste affinità molecolare e sensoriale avviene
la prima reazione: l’attrazione fisica.
Se uno dei due elementi non si sente attratto dall’altro si avrà
un no contest, nessuna reazione e quindi nessun salto al livello superiore.
Immaginiamo invece che la reazione sia possibile: a questo punto
due individui normali -riscaldati ed eccitati dalla attrazione di cui sopra – saltano
al livello superiore, l’innamoramento.
Questa è una fase ad altissimo dispendio energetico, transitoria
e di breve durata: non si resta innamorati a vita, la molecola che si forma
dopo che l’amore ha dissipato la sua forza esplosiva non ha un nome preciso, ma
possiamo chiamarla affezione.
Quindi appare evidente che chiedere di continuo al partner “mi ami, mi ami ancora?” è fuorviante e
anche provocatorio. Voglio vivere per sempre (si spera) con te, ma non
chiedermelo ancora se ti amo: potrei deluderti dicendoti che ti ho amato per il
tempo che ci vuole a due atomi di idrogeno a scegliersene uno di ossigeno e
formare una molecola di acqua. Si spera che il partner o la partner non prenda
l’affermazione alla lettera!
Parlo alla collega farmacista, lo so che tu diventerai
farmacista (come tuo padre): l’amore ha dose e forma, durata di effetto,
efficacia, tollerabilità e effetti collaterali diversi a seconda della cavia,
in qualche caso è letale o inefficace.
Ma. Ma ci vogliono i catalizzatori, e questi sono gli interessi
comuni, a te piacciono i Genesis (hai visto che sono tornati?) e piacciono pure
a me, a te piace lo Chardonnay e a me pure, a te piace andare in moto come
piace a me: più catalizzatori aggiungiamo migliore e più duratura sarà la
stabilità del sistema coppia. Te e me sono i due atomi che formano la
molecola coppia, non mi riferisco a te, Alberta.
Ma i catalizzatori non bastano, ci vogliono i conservanti. E non
sto parlando di benzoato di sodio o di metabisolfito, sto parlando di quello
che farà durare più a lungo la coppia.
Mettere al mondo dei figli. Sbagliato. O meglio incompleto. Il
conservante principale della coppia è la progettualità: avere uno o più
progetti farà sì che – questi progetti ovviamente devono essere ragionevolmente
ambiziosi e raggiungibili – la relazione tra quel maschio e quella femmina
coinvolti durerà a lungo, “finché morte non ci separi”.
Cosa intendo per progetto? Fare un paio di marmocchi può essere
una base di progetto, ma il costrutto completo è “avere dei figli, educarli nel
modo più creativo e libero possibile, far sì che con l’impegno delle energie
della coppia possano essere lanciati verso una professione realizzante, imitino
i loro genitori, facciano coppie anche loro e producano un certo numero di
nipotini, lanciando così il DNA degli avi nel futuro”.
Ma anche “quando smetteremo di lavorare, compriamo una barca a
vela e un cane Labrador e facciamo il giro del mondo” oppure “leggiamo insieme
tutti gli autori giapponesi” o fare un viaggio in Transiberiana con la propria
figlia. Quando compirai diciott’anni voglio regalarti questo viaggio. Mi piacerebbe
avere tutto quel tempo a disposizione per raccontarsi, o nutrirsi di panorama e
del rumoroso ritmico silenzio del treno che va, che aiuta a scavare dentro se
stessi, con una consapevolezza che il viaggio può dare. Mi piacerebbe, mi piace
pensarlo.
Bisognerebbe essere consapevoli di queste cose, invece la
maggior parte delle persone non ha cognizione e conoscenza necessaria, e poi si
lasciano, si odiano, si schifano, si ignorano, si ammazzano anche.
Forse ho divagato, e non sono arrivato al punto.
Prometto che ci sarà un seguito.
Per il momento, buona notte e lasciaci dormire, figlia mia.
Papà.
Tengo il foglio di carta da lettera tra le mani, una bella
scrittura, con la penna blu.
Non ho fatto in tempo a sentire la tua voce tanto da poterla
riconoscere, a parte qualche indizio in questa casa di te non so altro.
Però hai indovinato, sono diventata una farmacista, non sono
rimasta all’università come te.
Ma in questa lettera non la trovo la formula per risolvere il
mistero e la domanda che mi aveva perseguitato per anni, ritorna; perché?
E il seguito? Non ho tempo adesso di mettermi a cercarlo: se
un’altra lettera è tumulata in questa casa, in questa libreria, la cercherò
quando smonterò tutto. Forse.
“Guarda, i signori e i prìncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5, 8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare“. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea, 3, 2–4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca.”
Sono tornato per
dirvi come me ne sono andato…
La “Rivolta dei Contadini” è finita nel solo modo che poteva finire: abbiamo perso. Golia batte Davide, senza possibilità di replica, senza speranza per i sopravvissuti, senza pietà.
Abbiamo perso perché Martin Lutero si è schierato con i potenti e con l’ordine costituito che diceva di combattere, abbiamo perso perché le città della Germania si sono schierate con i prìncipi, abbiamo perso perché, alla fine, sulla collina di Frankenhausen mi sono ritrovato con 300 contadini, fronteggiando 2.000 cavalieri e 5.000 lanzichenecchi e tanti cannoni, come mai visti prima. I prìncipi volevano la mia consegna in cambio del perdono, i contadini sono rimasti con me fino alla fine, non cedendo all’atroce baratto. Le nostre difese sono cadute, più di 5000 contadini sono stati trucidati, le loro case saccheggiate, io sono stato catturato ferito.
Mi hanno torturato, processato, infangato e poi il 27 maggio 1525 decapitato, ma non ho mai rinnegato le mie idee, non ho mai abiurato…
Ho gettato un seme che ancora oggi germoglia, quello della ricerca della Verità, l’unica Verità per la quale vale la pena sacrificare tutto: gli uomini sono tutti uguali.
Tanti, nei secoli successivi, hanno cercato di rendere realtà queste parole, alcuni mi hanno preso a modello, ma anch’io, sapete, ho avuto bisogno di modelli, il mio era Jan Hus.
“Jan Hus di nuovo sul rogo
bruciava all’orizzonte del cielo di Praga”
Così, nel XX secolo, un cantautore emiliano, che mi dicono chiamarsi Francesco Guccini, rievoca questo nome, paragonando il teologo boemo ad uno studente praghese che decise di protestare contro l’invasione della sua Nazione. Oggi vi racconto chi è stato Jan Hus.
Un altro eretico, non è stato il primo e non sarà
l’ultimo, ma vi posso assicurare che è stato sicuramente un “pioniere”, colui
che ha gettato le basi per lo scisma tra Cattolici e Protestanti, un secolo
prima della predicazione di Martin Lutero.
La sua condanna a morte, grazie all’esempio della sua vita, ha gettato frutti anche nei secoli successivi. I suoi seguaci hanno respinto cinque crociate mosse contro di loro; un secolo dopo il rogo che illuminò il cielo di Praga, il 90% degli abitanti delle terre ceche è rimasto anticattolico e quelle terre hanno aderito tutte alla Riforma Protestante.
Jan Hus è stato un martire della “Gerarchia”, ha lottato contro questa idea, l’ha contestata, confutata; ha mostrato ai fedeli come questo concetto venisse usato dalle classi dominanti al fine di poter continuare ad esercitare il loro potere. Una lotta così fervida da portarlo a contestare l’incontestabile: il Papa non è il padrone della Chiesa Universale, perché il padrone è solo Cristo. Un’affermazione dirompente. Voleva dire contestare dalle fondamenta il potere temporale e spirituale di colui che si sedeva sul Trono di Pietro. E la “Gerarchia” ha controbattuto con l’unica arma di cui disponeva: il fuoco. Con il fuoco hanno bruciato i suoi libri, con il fuoco hanno bruciato il suo corpo, ma come è successo con me, la sua idea e i suoi scritti sono stati più forti, hanno attraversato, cambiandole, Istituzioni millenarie, ha acceso i cuori di coloro che si trovavano negli ultimi gradini della scala gerarchica, ha portato Verità e dignità nel rapporto tra l’uomo e Dio.
Perché il fuoco può distruggere libri e corpi, ma un’idea, se riconosciuta giusta, del fuoco, se ne frega…
«Perciò, fedele cristiano, cerca la verità, ascolta la
verità, apprendi la verità, ama la verità, di’ la verità, attieniti alla verità, difendi la
verità fino alla morte: perché la verità ti farà libero dal peccato, dal demonio, dalla morte dell’anima e in ultimo dalla morte eterna.»
(Jan Hus, Spiegazione della Confessione di fede, ) 1412
Al mio “fratello” è stato dedicato uno dei monumenti più
importanti di
Praga, una scultura in bronzo e pietra divisa in due gruppi distinti, da
una parte gli Hussiti vittoriosi, dall’altra coloro che 200 anni dopo
sono stati costretti all’esilio: i Protestanti. C’è poi una madre a
personificare la rinascita nazionale e su tutti Jan Hus, semplicemente
il rigore morale.
I prossimi eretici di cui vi racconterò, avrebbero meritato molti più monumenti di quelli che nei secoli sono stati loro riconosciuti; a detta di molti sono stati i più puri, i più ostinati, sicuramente i più poetici.
Presto vi racconterò l’incredibile storia dei Catari…
A presto, miei pazienti e fedeli lettori.
T.M.
NON VOGLIO SCENDERE! Femminismi a zonzo
Domenica 10/03/2019, presso la Casa Internazionale delle donne, a Roma, nel corso della Seconda Edizione di Feminism 2 (Fiera dell’Editoria delle Donne) si è tenuta la presentazione di Non voglio scendere!Femminismi a zonzo, scritto a quattro mani da Barbara Bonomi Romagnoli, apicoltrice, e Marina Turi, informatica. Entrambe giornaliste freelance e dopo quasi 18 anni di amicizia, condiviso il progetto A/matrix, decidono di scrivere quello che definiscono un pamphlet , dopo aver ironizzato che l’uomo bianco non definisce libro uno scritto inferiore a 100 pagine; il libro ha anche il pregio di essere “targato” da Golena Edizioni/Malatempora (www.golenaedizioni.com), casa editrice indipendente che fa della controcultura e della controinformazione il suo fiore all’occhiello.
Sono presenti, in questa giornata, anche Elvira Seminara, giornalista e scrittrice, che dialoga e apre un dibattito con le autrici e l’editrice Maya Cecchi.
Ci dicono che la prefazione è stata affidata al Collettivo femminista di sex workers e alleat* Ombre Rosse. Un riconoscimento umano ma soprattutto politico importantissimo, in un momento in cui alcuni femminismi hanno alzato dei muri, chiudendosi, forse, in modelli di autoreferenzialità o zone di comfort.
In tempi come questi che stiamo vivendo leggere Non voglio Scendere! Femminismi a zonzo è importante perché delle conquiste che
ritenevamo consolidate sono state seriamente messe in discussione.
Così, con gioia, saliamo a bordo di questa metropolitana femminista, intuita grazie all’iconica copertina a cura di Gaia Guarino, che dispiega “sei tragitti per l’autodeterminazione e la ribellione”, per poter andare e spaziare dove vogliamo, libere anche di fermarci per raccogliere i pensieri per poi ripartire con curiosità. Questa apparente frammentarietà diviene metafora di mutazione, di movimento, di transizione e di provvisorietà.
Ci si sofferma sul tema del linguaggio, sull’urgenza che sia sessuato e non sessista. Di come sia un elemento centrale nella costruzione dell’identità. Ad ogni fermata troviamo un piccolo glossario con vocaboli che invitano alla riflessione. Si viaggia anche attraverso un po’ di storia del femminismo fino ai nostri giorni, attraversando i movimenti che oggi troviamo nelle strade del mondo, il tutto per mezzo di una comunicazione scrupolosa ma attenta ad essere compresa anche da quelle persone che non sono strutturate sui concetti del femminismo.
Si parla del femminismo pop, che circola nei social network
o nelle serie televisive, si dice che i femminismi non dovrebbero parlare a
nome di altre donne e si smentiscono tanti luoghi comuni, tanti pregiudizi nei
confronti del femminismo stesso.
Si arriva al concetto di femminismo intersezionale delle differenti identità sociali (sesso, etnia, classe, religione, età), ma soprattutto presa d’atto dell’esistenza altrui. Un femminismo che diventa paradigma per combattere ogni aspetto della discriminazione e dello stigma. Si parla del diritto ad esistere anche come trans. Tante voci, tante interviste, tante storie ognuna a suo modo unica ed illuminante.
Si parla di sesso, andando oltre “la mistica della
sessualità” . Forse uscirete da alcuni luoghi comuni e ridisegnerete l’idea che
avete dell’immaginario maschile sui corpi delle donne.
Insomma quello che Barbara e Marina ci stanno dicendo è che anche se il sessismo impera, la rivoluzione è a portata di mano. Sta a noi viverla.
Il caffè di Mimma
Questo racconto è stato pubblicato nel volume con altri 10 finalisti del concorso Moak XVI edizione del 2017, inedito su volumi di Antonio Musotto.
Mimma era una bella figliola. Alta, sciacquata, Rossa di capelli, due occhi da furetto che scavavano dentro quando ti taliavano.
Eppoi aveva il bar. Di fronte al Municipio, allato alla caserma dei Carabinieri. Cafe! Un cafè, due cafè!Mimma! Tre cafè!.
Queste erano le voci che si sentivano la mattina, quando la porta del bar era aperta, e Pino aveva uscito i tavolini di metallo sul marciapiedi.
Poi, Pino pigliava la catasta di sedie e la metteva fuori. Chi si voleva assittare acchiappava una seggia e la metteva a terra, vicino al tavolo.
Magari arrivava un altro e ci diceva a quello che era seduto “Nnà facemu una partita a scopa?”
“Chi perde paga i cafè”.
I cafè potevano diventare quattro, o cinque, o chiàssai, se altri si andavano ad assittare per taliare i giocatori.
E Mimma rideva, e faceva cafè. Pino metteva le tazze calde nel tabarè rotondo, quello con la stella della marca della birra, e li portava fuori.
La tenda faceva scruscio, le mosche volavano via, il cane acciambellato all’angolo della piazza alzava un orecchio e apriva l’unico occhio buono, poi ripigliava a dormire. Vita di canivecchiu, dormire e mangiare quello che gli altri ci portavano. Le monete erano sempre pronte, Pino se le metteva nella tasca del grembiule, poi rientrando, le lasciava a Mimma.
Mimma rideva, e le faceva suonare quando cadevano nel
cassetto sotto al bancone.
La mattinata andava avanti così, magari passava il sindaco, oppure una coppia di carabinieri veniva a prendere le tazze calde per il Maresciallo.
All’una, Mimma e Pino chiudevano la porta, e se ne andavano a casa a mangiare. Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.
Era sciancata da quando era nùtrica.
Quando la picciridda era nata si era capito subito che qualcosa, nelle gambette, era sbagliato; la madre l’aveva portata dallo specialista, a Palermo.
Il Professore allora taliò Mimma per dieci minuti, la girò, la piegò, ci torciu le ginocchia e le coscette, Mimma prima rideva poi si misi a chianciri,
angustiata, col risucchio.
Mentre sua madre la annacava per farla quietare, e il singulto scuoteva la picciridda, il professore si levò l’occhiali e parlò.
Se ne tornarono al paese con la corriera, Mimma e sò matri.
“La carusa ti vinni sciancata perché l’hai fatta fuori dal matrimonio, fuori dalla grazia di Dio…”. Non lo fece finire di parlare, al parrino che sibilava dietro la grata del confessionale, se ne uscì dalla chiesa, e non ci sarebbe più rientrata.
La picciridda sucava latte attaccata alla minna, cullata dallo scuotimento del vecchio autobus. La madre si teneva abbracciata la busta gialla con i raggi X, lussazione congenita dell’anca, aveva scritto il Professore che poi si era messo in sacchetta le cinquemila lire che la madre di Mimma aveva messo sul piano di cristallo della
scrivania.
Quando Mimma aveva ventuno anni, la madre morì. La trovò la mattina nel letto, con il rosario sul petto, e un foglio di carta nel cassetto del comodino diceva che restava tutto a sua figlia Mimma. Al funerale si presentarono i parenti venuti da Lascari, lo zio Franco, la cani rognosa di sua zia Michelina, i cugini, figli di cane.
Ci restarono male quando scoprirono che la casa e la vigna, che erano stati della loro famiglia, se li pigliava Mimma. Erede universale, aveva detto il farmacista, il dottore Antonio Quattrocchi, fratello del Notaio Augusto Quattrocchi che aveva il brutto vizio di sentenziare in latino mentre masticava tabacco, mettendosi sul naso i
pince-nez dorati.
Quando tutti se ne furono andati, il farmacista ci disse che da tempo avrebbe voluto chiedere a sua madre se la mandava ad aiutarlo in farmacia, però ora che era rimasta sola, si sarebbe dovuta occupare del bar. Non si poteva lasciare il bar al garzone, “Lo capisci, Mimma? E’ l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo”. Mimma abbassò gli occhi, e fece sì con la testa. “Mimma, se qualcuno ti viene a dire sposiamoci, dicci di sì, lo sai che hai bisogno d’aiuto”.
La ragazza si mise a piangere, “Dutturi, lo sapete che nessuno mi piglierà, sono sciancata, chi la vuole una moglie sciancata? La domenica, al belvedere, le altre ragazze camminano diritte attaccate al braccio dei loro mariti, e io sempre sola.”
Il farmacista prese dalla tasca della giacca un fazzoletto bianco di lino, e lo diede a Mimma, “Amunì, asciugati le lacrime, vedrai che anche tu avrai un marito, sei bella, e forte, e quando ridi…”.
Si morse la lingua, il farmacista; ormai era anziano, altrimenti se la sarebbe sposata lui, a Mimma dai capelli rossi, a Mimma che rideva sempre.
Strinse il fazzoletto umido e se lo rimise nel taschino,
reprimendo a malapena un sospiro.
Il massaro del farmacista aveva tre figli, due erano forti come cavalli da tiro, il terzo, il più piccolo, gli era venuto così così, né forte né debole, né cretino né intelligente. Negato per il lavoro della campagna, si era ostinato ad andare a scuola ma lo avevano bocciato alla licenza media. Questo ragazzo, Pino si chiamava, aiutava il farmacista, senza fare troppi danni. Posso anche rinunciare ad un impiegato, si disse il dottore Antonio, e un giorno portò Pino al bar, e lo presentò a Mimma.
“Chiudi la porta, che vi devo parlare”.
Dopo tre mesi, Mimma e Pino si sposarono, al Municipio, che di entrare in chiesa Mimma non ne voleva sapere.
Il paese mormorò, poi tutti tornarono a farsi i fatti loro.
Tutti i giorni all’una, Mimma e Pino chiudevano la porta del bar, e se ne andavano a casa a mangiare.
Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.
Passando davanti alla farmacia, Mimma salutava il dottore Antonio che stava chiudendo la porta pure lui, e rideva.
Il farmacista stava diventando vecchio, e fare le cose gli veniva difficile. Su consiglio del fratello notaio, si fece venire a casa una fimmina, una
donna che veniva dall’Est.
“Vedrai, ti terrà tutto a posto, e poi sanno lavorare duro, senza protestare, e soprattutto, non scassano la minchia, perché al loro paese hanno fame, quindi…” aveva detto sogghignando il Notaio Quattrocchi, mentre bevendo un caffè organizzava telefonicamente l’arrivo di una badante ucraina a casa del farmacista.
La badante si appresentò con una figlia giovane, una ragazza secca e alta, bionda lavatizza, che non parlava, non rideva, stava sempre allato alla madre. Il farmacista decise che questa ragazza, Svetlana si chiamava, avrebbe fatto comodo al bar, avrebbe aiutato Mimma, magari solo a lavare le tazze, a passare la scopa e lo straccio, a fare quelle cose pesanti che Mimma faceva con amore ma con sofferta fatica.
I paesani ridevano quando ci dicevano cose a Svetlana. Prima ci cambiarono il nome. “Stella, viene più facile”, disse il maresciallo dei Carabinieri. Quella pareva che faceva finta di non capire, e rideva pure lei.
Alla stagione calda, Stella si cambiò i pantaloni neri che aveva indossato per tutto l’inverno, e si mise una minigonna a pieghe color melanzana. Con la camicetta bianca e il grembiule, faceva la sua figura, non pareva più tanto pallida e moscia.
Ora i paesani ci ridevano più forte, e mentre faceva avanti e indietro per portare i cafè al tavolino, da qualche parte si sentiva “minchia che cosce!”.
Mimma non si preoccupava, in fondo lei era la padrona, aveva un marito, e anche se bambini non ne arrivavano, era felice lo stesso.
Non si preoccupava Mimma, però quella era sempre con le cosce in bella vista, e rideva, e si guardava in giro, e i giocatori di tressette la chiamavano di continuo “Stella due birre, Stella, duci, porta tre cafè” e subito dopo dicevano guardandola in faccia che tanto erano sicuri che lei non capisse niente “Stella, bedda, ah chi ti facissi”.
Pure Pino, pareva che quella c’avesse il miele sul culo, era sempre girato a taliarisilla. E guardava, eccome se guardava.
A metà di luglio finalmente Mimma capì che si doveva
preoccupare.
Stella era scesa nel seminterrato a pigliare un cartone di bottigliette di gazzosa, e Pino c’aveva detto “aspetta ca t’aiuto”.
Era sceso pure lui. Mimma cominciò a contare mentalmente i secondi che passavano, e sentiva la pressione che le saliva, e la fronte e la pettorina diventare rosse, non solo per la caloria di luglio, ma pure perché nella testa ci giravano
idee che facevano sudare.
Dopo che ebbe contato fino a trecento, Mimma mollò l’ormeggio del bancone del bar, zuppichiò fino alla scala del seminterrato, cominciò a scendere i gradini ad uno ad uno, stando attenta a non fare scruscio con i sandali e
soprattutto a non arruzzolarsi per le scale.
Arrivò al ballatoio, si appoggiò alla graticella impolverata da cui entrava la poca luce che illuminava il seminterrato e vide quello che non voleva vedere. Quasi ci pigliò una sincope quando vide quella finta gatta morta di Stella che, appoggiata al tavolinetto a gambe larghe si pigliava tutto il bendiddio di suo marito che aveva i pantaloni calati a metà, e rantolava sotto i colpi di quel porco.
Risalì di nuovo gli scalini ad uno ad uno, piano, che oltretutto ci girava la testa, avendo negli occhi il movimento di biscie in calore di quei due lassotto.
Si appoggiò al bancone, il piano di metallo freddo l’aiutò a fare sbollire il sangue, aprì il rubinetto e si lavò la faccia.
“Questa me la pagate, tutti e due” si disse a bassa voce mentre si asciugava il viso nello strofinaccio pulito.
Nei giorni seguenti Mimma ci fece caso, che quando Stella scendeva nel seminterrato aveva gli occhi spiritati e il respiro pesante, subito dopo suo marito scendeva pure lui “l’aiuto, le cassette di birra pesanti sono” e poi risalivano rossi, accaldati, e quella la taliava con uno sguardo di sfida.
Mimma si battè la mano sulla gamba offesa “sciancata sì,
minchiona no”.
Si era portata da casa un panierino, ad un certo punto ci disse al marito di andare in campagna a raccogliere i gelsi neri vicino al pozzo, che voleva fare la granita. Come lui si fu allontanato, chiamò la ragazza.
Quella entrò dentro al bar, e la tenda di catenelle tintinnò fresca, mescolandosi alla risata di Stella.
“Stella, fammi un favore” disse Mimma “ scendi giù, il posto lo sai, e mi pigli quel pacco grande di caffè che c’è sul tavolo”.
La ragazza si guardò in giro, come a cercare Pino, poi si affacciò alla scala, e fece per scendere il primo gradino.
I venti scalini se li fece a ruzzolare, sbattendo come un sacco vecchio, finché non si fermò, faccia a terra, nel ballatoio.
Sentì il passo zoppo di Mimma scendere per le scale,
“cadisti, ti facisti male? Chi ti facisti?”
La picciotta piangeva piano, e si toccava la gamba. Tentò di rimettersi in piedi ma ricadde come una bambola di pezza, gridando dal dolore.
Mimma si accorse che quella aveva una gamba rotta, si avvicinò all’orecchio di Stella, che gridava e imprecava nella sua lingua “ora t’aiuto, ora t’aiuto io” le disse, si abbassò e le torse l’arto fratturato, Stella buttò un grido più forte, poi
svenne.
“Ora a finisti di fare la buttana con mio marito” disse Mimma “ e se ti vuole ancora ti troverà sciancata, comammìa”.
Dopo alcuni mesi di cure, Stella riprese a lavorare al bar. A scendere nel seminterrato non ce la faceva più. Ricominciò ad usare i pantaloni neri di panno sotto al grembiule. Portava i vassoi con i caffè ai tavolini nella piazza, ma i paesani non la taliavano più con lo sguardo rapace.
Ancora oggi, Mimma e Pino all’una chiudono la porta del bar, e se ne vanno a casa a mangiare, con i vestiti impregnati dal profumo dei mille caffè fatti nella mattinata. Mimma si attacca al braccio di Pino, e traversano la piazza in
diagonale, con un’andatura sbilenca.
Sembrano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso. A due passi li segue Stella vestita di nero, che zuppichia ancora come un albatro
tisico.
Passando davanti alla farmacia, Mimma si volta verso la saracinesca, chiusa da anni, abbassa gli occhi e non ha più voglia di ridere.
(Antonio Musotto ci tiene a dire che tradurrà le parole ignote su richiesta dei lettori nei commenti).
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina di Antonio Musotto.
Piladina
Quando mia madre si accorse di essere incinta le venne un gran mal di pancia e nacqui improvvisa e inattesa, nel 1951, con le macerie della guerra ancora accantonate agli angoli delle strade. Mio padre Pilade stava giocando al pallone e fece gol. Per premio mi chiamarono come lui, Piladina. E da lì cominciò il mio calvario.
Nessuno
voleva chiamarmi per nome per paura di dire una parolaccia. Mi chiamavano con
un fischio o con battito di mani, innescando in me una totale disorganizzazione
mentale. NON SAPEVO CHI ERO.
Passai
i primi 6 anni della mia tenera esistenza a domandarmi e a domandare “CHI
SONO, CHI SONO”? Ma nessuno sapeva dirmi altro che Piladina, ma non mi bastava.
A sei
anni andai a scuola. La maestra si chiamava Maestra Zeri ed era molto esigente.
Io ero sorda a causa delle adenoidi che si erano infiltrate nelle tube
d’Eustachio e non capivo cosa mi diceva la Maestra Zeri, che mi cacciò
all’ultimo banco fino alla fine delle scuole.
Alle
medie mi fecero operare e così cominciai a capire quello che mi dicevano, ma
era meglio se restavo sorda. A sedici
anni e 3 mesi mi fidanzai con Egisto e ricevetti il mio primo bacio sensuale.
Il secondo non arrivò mai. Fu così che al raggiungimento della maggiore età,
che all’epoca si verificava a ventuno anni, decisi di lasciarlo per Agamennone
che aveva trentasette anni e un’insaziabile voglia di sesso.
Decisi
di essere sua, ma lui non seppe che farsene di me e mi vendette a suo cugino
Achille per 30 dollari. Achille era un
buon uomo, mi trattava bene, mi dava da mangiare: pranzo e cena, qualche volta
anche colazione; merenda mai. Arrivai ai
ventitre anni senza sapere cosa volesse dire “merenda”. Ne sentivo parlare alla
radio e mi venne un desiderio incontrollabile di avere questa esperienza. Era
divenuta un’ossessione e la mia disorganizzazione mentale lievitava come un panettone.
Un mattino piovoso Achille si recò a pescare anguille e io, presa da un raptus
feroce, fuggii nascondendomi nel portabagagli di un furgone DHL.
Fu allora che iniziai a vedere il mondo. Arrivai in un paese mentre stava calando la notte. Sembrava deserto, non un’anima viva per strada, non un rumore, un suono, un miagolìo. Niente. Le case erano però tutte molto illuminate, con le finestre spalancate e un’infinità di persone che davano l’impressione di divertirsi molto. Dai movimenti delle loro labbra pareva che parlassero, ridessero, forse qualcuno cantava. All’angolo di una villa un uomo stava addirittura strangolando una donna e questa sembrava proprio che stesse gridando. Ma tutto si svolgeva come in un film muto, con l’unica differenza che nei film muti c’era un sottofondo musicale.
Scesi
dal furgone DHL incuriosita e timorosa, ma d’altra parte non avevo mai visto
niente del mondo e ragionai che forse era un paese dalla sonorità sommersa.
Iniziai ad avventurarmi per le stradine di quella che doveva essere una zona
residenziale, senza mai perdere di vista il furgone che ormai era il mio unico
rifugio. Avevo fame, in un bidone trovai una cotoletta quasi nuova e la
mangiai, ben consapevole che non era una merenda: era gustosa. Con la coda
dell’occhio vidi l’autista DHL che si stava dirigendo verso il mezzo. Di corsa,
col boccone ancora in bocca, mi tuffai letteralmente nel furgone che partì
dolcemente. Adesso il finestrino era libero dai pacchi, per cui riuscivo a
vedere l’esterno e a leggere le scritte sulle insegne. Erano belle, colorate,
allegre, una diceva Bar, un’altra gialla e grandissima Mc Donald’s.
L’ultima,quella prima di infilarsi in autostrada, era verde con una scritta
bianca fosforescente: Arrivederci! Tornate presto a New York. Mi addormentai
felice. Il mio primo viaggio lo avevo fatto in America, come avevo sempre
sognato. Ma nel cuore della notte mi svegliai di soprassalto. Un dubbio feroce
si era insinuato nella mia mente durante la fase REM. Come era possibile che
New York fosse immersa NEL SILENZIO? Le risposte erano solo due. O avevo
sognato tutto, o ero tornata sorda.
Ero troppo stanca ed emozionata per svegliarmi del tutto e ragionare, quindi tornai nel magico mondo dei sogni. Non ricordo quanto tempo passò prima che una voce dolce, quella dell’autista del furgone, mi riportasse nel mondo reale. “ Piladina, svegliati. È l’ora della terapia. Svegliati da brava”. Non capivo a cosa si riferisse. Aprii gli occhi e lo vidi davanti a me, al capezzale di un letto. Un letto? Mi ero addormentata nel portabagagli di un furgone. Cosa ci facevo in un letto? La disorganizzazione mentale che ben conoscevo si impadronì nuovamente di me. “ Perché sei vestito così? Sembri un dottore”, farfugliai confusa. “Piladina, io sono un dottore, il tuo dottore. Il tuo psichiatra che ti conosce da tanto tempo. Ricordi?” Sicuramente mi stava imbrogliando. Lui era l’uomo DHL. Però era gentile, sorridente, quasi rassicurante mentre la signorina che gli stava accanto mi porgeva una manciata di pillole. Anche lei mi sorrideva e mi guardava come se mi volesse bene. “ Dov’è il furgone?” domandai.” “ Al suo posto, stai tranquilla. Ora prendi la terapia, vedrai che poi starai meglio”.
Lui continuava a sorridere e a un certo punto mi fece una carezza; capii allora che potevo fidarmi di lui anche se si era mascherato da dottore e presi d’un fiato tutte quelle pastiglie, poi gli sorrisi e richiusi gli occhi. Dopo qualche tempo mi risvegliai nel furgone. Mi guardai intorno rassicurata e felice: stavamo entrando a Tokyo.
Murakami. Il Mestiere dello scrittore.
Rovistando fra rete e social network, osservo il fiorire di scuole e laboratori di scrittura creativa, da almeno un paio d’anni. Quasi si sentisse l’urgenza di dare alle stampe i propri pensieri ricavandone imperdibili romanzi e racconti.
Un’amica
psicoanalista sostiene che per farsi notare occorre scrivere almeno un libro,
pena l’oblio al quale ci costringe la nostra finitudine, e ciò probabilmente
riferendosi a individui che palesano incertezze sul proprio valore.
Vorrei
dire quello che penso senza peccare di supponenza o eccessiva severità: quando
scriviamo per dare al mondo un segno significativo e memorabile del nostro
passaggio, occorre dimostrare talento e vocazione come requisiti minimi.
Esclusi
i meritatamente grandi autori della narrativa mondiale, oggi assistiamo alla
consacrazione rituale di alcuni autori minori per qualità delle loro opere,
osannati dal grande pubblico e dai mass media; preferisco sorvolare sul
velleitarismo di talune soluzioni.
La vocazione da sola non basta e il talento è una dote naturale o è rinforzato da una buona pratica sull’uso dei ferri del mestiere?
A tal proposito faccio ricorso alla testimonianza di Murakami Haruki, riconosciuto romanziere di successo, il quale ci spiega come fare, nel suo libro intitolato Il Mestiere dello scrittore, in modo confidenziale, coinvolgente e impeccabile nello stile.
Un
saggio alla Murakami, perfettamente identificativo del suo essere uno scrittore
non convenzionale: leggerlo è come entrare a casa sua, sedersi sul divano e
ascoltarlo raccontare.
Murakami, lungi dal presentare tesi accademiche sulla scrittura, divulga il suo metodo nel quale spiccano espedienti, alcuni apparentemente stravaganti: dal semplice invito alla lettura come abitudine connaturata – è indispensabile leggere per comprendere gli altrui costrutti, confrontandoli con i propri -, alla non futile flânerie di chi si perde nel girovagare. Infatti, compito del flâneur è perdersi nell’osservazione attenta di cose, persone, fenomeni, senza dare giudizi di valore; trasformare poi il tutto in materiale utile alla costruzione del romanzo.
“Autori
eccelsi, autori così così, autori insignificanti…non ha (alcuna) importanza,
l’essenziale è leggere in continuazione. Far passare dentro di sé il maggior
numero possibile di storie. Frasi scritte in modo meraviglioso, ma a volte
anche mediocre.”
Sottolineo “far passare dentro di sé” (mi fido della traduttrice).
Un cenno al capitolo quinto dedicato al cosa scrivere; Murakami ci soccorre spiegando quanto sia importante non tanto esprimere giudizi, quanto immagazzinare informazioni attivando un “processo minimo” di organizzazione delle medesime: accumulare materiale con la pertinacia del collezionista e trattenere dettagli peculiari; infine riporre il tutto in una Wunderkammer del pensiero. Curioso il procedimento di estrazione e utilizzo di questo materiale apparentemente inerte, che diventerà “vivo” e “altro” entrando nel contesto narrativo. Come? Leggete il libro e lo scoprirete.
“Inutile
dire che per me, che sono uno scrittore, le informazioni stipate in quella
cassettiera sono un bene insostituibile, di grande valore.”
Ora, cari lettori di Diatomea passo a sottoporvi una recensione del libro, ad opera di LorenzoLeone, nel suo blog Cabaret Bisanzio. Recensione accurata, tale da rendere inutile che io faccia altrettanto.
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Le donne hanno un posto per tutto
Mi sono avvicinata alla lettura di questo volume con prudenza e un po’ di sospetto, lo ammetto. Il tema della maternità è scivoloso e anche un po’ di moda, in un paese in cui si chiede alla maggioranza delle donne di essere buone madri e buone mogli e dove le aspettative sociali rispondono a modelli precostituiti che riducono la scelta [o l’impossibilità] di non riprodurre la specie a velleitari egoismi o commiserevoli imperfezioni. Con in sottofondo il solito paradossale leitmotiv: da una parte la santa mamma italiana che tutto vede e provvede, dall’altro politiche che negano diritti e possibilità alle eventuali future madri.
Da questa premessa e per di più essendo una ‘senza figli’, la lettura di Madri comunque di Serena Marchi si è rivelata invece una piacevolissima sorpresa, per lo stile asciutto mai enfatico, perché la carrellata di ritratti è davvero rappresentativa delle differenze e perché, come afferma Pedro Almódovar in epigrafe: “le donne sanno nascondere un cadavere e affettare i peperoni: hanno un posto per tutto”.
Hai scritto un libro senza filtro, parlano le protagoniste, almeno così sembra a chi legge. Mi racconti meglio come hai raccolto queste storie?
«Le storie le ho raccolte in 4 anni, partendo prima da quelle più “facili” da trovare come la mamma adottiva e la mamma di figli in affido per poi andare, via via, a cercare le maternità meno comuni, quelle più in ombra, quelle che la società lascia in disparte perché sono scomode. Vedi la mamma lesbica, la figlicida (sono entrata nel carcere giudiziario di Castiglione delle Stiviere, dopo un anno di attesa del permesso) ma ancora di più la donna che affitta l’utero e la coppia che ricorre alla surrogazione. Per questo, ho preso il volo e sono andata a Kiev, lo scorso ottobre, dove son rimasta tre giorni e ho parlato sia con la portatrice sia con la coppia. La scelta della prima persona è per dare voce al massimo solo alla protagonista. E questo crea più intimità tra chi racconta e chi legge».
In che modo hai condotto le interviste? Hai mai pensato ad aggiungere un commento, a entrare nelle altre storie e dire la tua?
«Il novanta per cento delle mie interviste è stata fatta di persona. Ho incontrato di persona tutte le protagoniste e ho iniziato con il farmi raccontare chi sono, la loro vita, le loro storie e poi la loro maternità. Sempre una lunga chiacchierata dove le domande mi venivano via via che si parlava. No, non mi è mai venuto in mente di entrare nelle storie e di dire la mia. Ho scritto questo libro per cercare il più possibile di far capire al lettore che le scelte non vanno giudicate, sia di maternità sia di non maternità. Entrare e commentare sarebbe stato tradire l’intento del mio libro. Credo che nessuno possa mai giudicare le scelte di una persona, figuriamoci se io mi sarei permessa. Non condivido e non sono d’accordo con tutte le mie protagoniste, ma credo sia giusto che abbiano voce. Mia è solo l’introduzione. Poi presto la mia penna e lascio la parole alle trenta storie».
“Madri comunque”, anche chi per chi non è madre: non pensi che questo non faccia che rinforzare stereotipi e modelli che vogliono le donne sempre e solo come madri? Non si può essere donne e basta?
«No, al contrario, credo che serva per far capire ai benpensanti, a chi ragiona per stereotipi, a chi sa sempre ciò che è giusto e ciò che non lo è, che una donna non deve essere per forza madre. La negazione della maternità non deve essere tabù. Prima che madri, siamo donne, persone, tanto quanto gli uomini. Purtroppo la società questo non lo valuta. Credo che si possa essere donne e basta e non credo che la maternità ti faccia più donna, più completa. Ci sono donne complete anche senza essere madri. Ma questa è solo la mia opinione…»
Sei stata coraggiosa, hai affrontato un tema scomodo da qualunque punto di vista lo si prenda. Quali le critiche maggiori che hai ricevuto?
«Le critiche maggiori mi sono arrivate per la scelta di parlare solo delle madri, solo delle protagoniste, senza aver mai preso in considerazione i figli e le ricadute delle scelte di queste madri sui figli. Ho fatto una scelta ben precisa: dedicarmi solo ed esclusivamente alle donne. Dei figli, in questo libro, non mi importa. Viviamo in una società ‘figliocentrica’, in cui tutto ruota principalmente attorno ai figli. Sui figli ci sono milioni di libri, sulle madri pochissimi. Per una volta, volevo che il focus, la luce, l’attenzione fosse solo loro».
già pubblicato su LM – Letterate Magazine
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Giocondo e la palestra
Quando nacquero, i gemelli del geometra Lanza, lasciarono tutti senza parole.
Uno era magro come la speranza, l’altro invece era rubicondo, con un sorriso serafico: il primo fu chiamato Ugo e il secondo Giocondo, il nome era stato ispirato dall’ostetrica che facendolo venire al mondo per secondo, gli lesse in viso quel ghigno che sembrava prendere tutti per il culo.
Crebbero insieme, i gemelli Lanza, frequentarono le stesse scuole e i loro insegnanti stentavano a credere che fossero gemelli, magro e scuro con i capelli neri di ferro filato Ugo, biondo e rubicondo, con un importante giro vita invece Giocondo.
I loro destini si separarono bruscamente alla fine delle scuole medie: Ugo non ne volle sapere di continuare e aprì una rivendita di stoffe e tele, mentre Giocondo si diplomò geometra, come il padre, e come il padre fu assunto al Comune: fu una specie di scambio di ostaggi, perché il padre andò in pensione e al suo posto subentrò Giocondo, cosicché venne conservata anche la targhetta sulla porta del minuscolo Ufficio Tecnico Comunale, un geometra Lanza se ne andava, un geometra Lanza subentrava.
Il soprannome che Giocondo si era conquistato all’istituto tecnico per geometri “Lanza tutta panza” lo seguì inevitabilmente anche in ufficio, ma lui non se ne dava pena; mangiare, gli piaceva, e bere anche.
Quando Giocondo usciva dall’ufficio, alle tredici e cinquanta, se ne potevano sentire i borborigmi a distanza, faceva sempre lo stesso percorso: salutava – ricambiato – sempre gli stessi negozianti e si fermava per espletare il suo unico dovere: comprare il pane, caldo e fragrante nella forneria sotto casa.
“Quattro mafalde e un bocconcino?” diceva ridendo Nino il panettiere, ben sapendo che le quattro mafalde le avrebbe divorate Giocondo tra pranzo e cena, e che Adele – la moglie di Giocondo – si sarebbe accontentata del bocconcino perché lei, a differenza del marito, alla linea ci teneva, eccome.
Un brutto giorno, mentre discuteva accalorandosi in maniera non usuale del nuovo piano regolatore edilizio del comune – l’assessore Bisconti esigeva che certi pantani da lui ereditati dalla zia Rachele venissero trasformati in zona industriale – Giocondo ebbe un mancamento, gli occhi fecero pupi-pupi e poi si girarono verso l’alto, sembrava che nelle orbite avesse due uova sode, e si accasciò mollemente sulla poltrona.
“Ti devi mettere a dieta, fare movimento…anzi sai che ti dico? Iscriviti in palestra. Sì, la stessa dove va tua moglie, così non ti sentirai a disagio” gli disse il cardiologo, cugino di lei, consultato con urgenza dopo il fattaccio.
Gli esami di sangue avevano rivelato che aveva livelli
di colesterolo e trigliceridi incompatibili con la vita, l’analista aveva
rifatto le procedure tre volte, prima pensando che la macchina delle analisi si
fosse rotta, poi temendo che i reagenti fossero scaduti.
E quel mancamento, quel sentire la testa volare come
un palloncino e le gambe farsi molli molli, come di panna, erano dovuti, a
detta del cardiologo, ad un attacco ischemico transitorio.
“Un avviso, il tuo corpo ti ha mandato un avviso, Giocondo. Potrebbe non essercene un secondo, stai attento a te”.
Giocondo era un fifone, ma per l’attività fisica aveva la stessa simpatia che i gatti hanno per l’acqua, e in più già immaginava i terribilissimi languori che lo avrebbero assalito riducendo la dose di pasta da duecentocinquanta a settanta grammi “al massimo, Giocondo, meno sì, di più no” e abolendo le adorate quattro mafalde “pane integrale, grammi cinquanta a pranzo e cinquanta a cena”.
Una condanna: leggendo i fogli della dieta, le quantità erano falcidiate: “ma come campa un uomo mangiando cento grammi di lattuga e cento di mozzarella? C’è pericolo di morire di anemia, di inedia, di debolezza” aveva belato Giocondo al cugino cardiologo, ma quello aveva tagliato corto “se vuoi che mia cugina resti vedova, continua a fare come ti pare, e non dirmi che non ti avevo avvisato”.
Adele accompagnò Giocondo prima al negozio di articoli sportivi “la tuta, deve essere blu, o nera, che sfila, e niente righe o strisce” aveva sentenziato la commessa, una bionda tornita e tanto abbronzata che pareva finta. Ebbero qualche difficoltà con le misure, e si dovettero accorciare – e di molto – i pantaloni, e adattare una maglietta di un’altra marca, che almeno riusciva a indossare conservando una certa capacità di muovere le braccia e respirare.
Due giorni di dieta e già Giocondo delirava, aveva visioni gastronomiche, in ufficio non voleva andare, il sindaco fu costretto a mandare l’auto di servizio a prenderlo a casa “sono debole, non ce la posso fare”, belava lui al centralino.
Il terzo giorno era previsto l’inizio della ginnastica “fitness si chiama” diceva ridendo Adele, preoccupata dalla predisposizione negativa di Giocondo.
E Giocondo ci andò, in palestra: venne affidato ad un personal trainer che pareva un parente di Big Jim, il quale tentò invano per alcuni giorni di spiegare a Giocondo come manovrare le complicatissime macchine della sala attrezzi.
Finì che cedette l’allievo “è un cadavere, non mi ascolta e neanche mi capisce” all’istruttore di yoga e judo, che si era detto disposto a prendersi cura di quell’allievo tanto riottoso.
Giocondo bighellonava nella sala pesi tra ragazzine tatuate,
con glutei modello Barbie, e giovani muscolati come tori dell’Andalusia, che lo
ignoravano, neanche fosse un fantasma.
C’erano altri uomini maturi in palestra, ma erano
impegnati a inseguire con lo sguardo (e non solo) i glutei delle mini-Barbie o
a confabulare, attendendo il turno alla leg-machine, con le signore e altri
ragazzi: parlavano di proteine, di massa muscolare, di centimetri di bicipiti,
di tonicità del quadricipite femorale e di altri argomenti di anatomia umana.
Quei discorsi gli mettevano appetito, e inoltre non
riusciva mai a inserirsi nella discussione, sia perché gli altri lo ignoravano,
sia perché materialmente non aveva proprio argomenti.
Passarono alcune settimane, Giocondo aveva un umore devastato, ringhiava a chiunque gli facesse una domanda, Adele lo trascinava in palestra ma ogni giorno temeva che sarebbe stato l’ultimo: e poi, nonostante le sedute di fitness e la dieta, era dimagrito pochissimo, appena otto etti.
Invece, l’uso delle macchine per i muscoli delle gambe
aveva risvegliato in lui una leggera zoppia, più un’asincronia del movimento,
per cui, quando si spostava da un punto all’altro, la gamba destra di Giocondo
sembrava compiere uno strascicato passo di tango, le signore lo guardavano e
ridacchiavano, ma lui non se ne avvedeva.
Un pomeriggio, faceva un caldo secco insopportabile giù in palestra, Giocondo sfuggì alla sorveglianza discreta della moglie e andò negli spogliatoi per bere un po’ d’acqua fresca.
Tornò in sala con una vigoria inattesa, si guardò allo specchio e sentì un’energia sconosciuta prorompergli dal petto, doveva assolutamente andare a prendere un manubrio e fare tanti di quegli esercizi da ritrovarsi i bicipiti di Popeye!
E poi passò a lavorare con l’attrezzo per le spalle,
voleva che i suoi deltoidi guizzassero come delfini sotto la maglietta sudata, i
pesi salivano e scendevano, le signore cotonate lo guardavano ammirate, le
ragazze dai glutei d’acciaio si fermavano a osservare la sua vigoria.
Continuò a girare per tutti gli attrezzi della sala
fitness-anzi “sala fitnebook” come la
chiamava lui sprezzante per via del fatto che la maggior parte degli utenti
passava il tempo a chattare su facebook o
a farsi selfie davanti agli specchi
gonfiando il torace o spingendo in alto i seni siliconati.
E ogni volta che si allontanava da una delle macchine, si guardava allo specchio, la pancia stava scomparendo! I pettorali sembravano crescere a vista d’occhio! Gli erano persino venuti due polpacci da bisonte!
Un local hero, ammirato da tutte le ganze e i ragazzotti della palestra, pieno di energia, pieno di ormoni, pieno di…sentì improvvisamente un getto d’acqua sul viso “geometra che succede! Che ha combinato…si riprenda per favore!…chiamate subito il Dottore!”.
Giocondo fu adagiato, con non poche difficoltà, su una barella e poi portato all’ambulanza che lo trasportò al pronto soccorso.
Adele scoprì che negli spogliatoi alcuni ragazzini
avevano offerto a Giocondo delle caramelle-caramelle all’anfetamina-che lo
avevano fatto sballare completamente.
Il medico del pronto soccorso lesse la pressione sullo sfigmomanometro, controllò la frequenza, guardò sotto le palpebre e dentro la bocca di Giocondo, quindi sussurrò la frase più dolce che lui potesse sentire: “geometra, mi raccomando, riposo per almeno un paio di settimane, e poi si faccia rivedere da noi”.
Palermo 4 dicembre ’18
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«Non esiste un piano che possa prevedere tutto. Altri solleveranno il capo, altri diserteranno. Il tempo non cesserà di elargire sconfitte e vittorie a chi proseguirà la lotta»
Thomas Müntzer
Ben ritrovati miei pazienti auditori !!
Spero che il mio racconto precedente vi abbia incuriositi e con questa speranza mi accingo, oggi, a raccontarVi la mia storia, perché senza di essa, sarebbe complicato, per me e per voi, capire il filo rosso che ha attraversato gran parte della Storia politico-religiosa europea e non.
Sono un protestante atipico, ufficialmente non ho mai abbracciato questa dottrina, ma la mia conoscenza di Martin Lutero, l’ammirazione per Jan Hus, e, soprattutto, il mio fervore contro lo scandalo del mercato delle indulgenze, hanno fatto sì che la mia predicazione e le mie azioni mi abbiano fatto passare alla Storia come tale; alla Storia tuttavia ci sono passato più che altro per essere stato l’ideatore e il condottiero della “Guerra dei contadini”.
Questa guerra è stata diversa da tutte le altre insurrezioni medioevali, è stata, infatti, la prima guerra tra “classi” della Storia: l’alba dell’industrializzazione, la nascita di quello che oggi voi chiamate “ceto medio”, le spinte autonomiste dei prìncipi, desiderosi di avere un campo di azione più ampio rispetto a Istituzioni in crisi (Chiesa Cattolica in primis), gettarono il seme del primo scontro tra proletari e capitalisti, nell’accezione che voi, umani del XXI secolo, date.
Per quanto possa sembrarvi assurdo, la Guerra dei Contadini è cominciata a causa di un dibattito accademico in cui io, studente alle prime armi all’Università di Wittenberg, sono riuscito a confutare la tesi di Filippo Melatone secondo la quale la divisione in classi era voluta da Dio. È evidente che una tale affermazione giocasse a favore di chi aveva interesse a mantenere lo status quo, è evidente che confutarla avrebbe fatto di me il punto di riferimento di chi voleva rovesciare il dominio di una classe su un’altra. In “Q”, il libro che mi ha fatto ritornare tra voi, quello che poteva sembrare solo un vivace scontro fra accademici, devo dire, viene raccontato in maniera magistrale, e, di questo non posso che ringraziare Wu Ming.
Ma chi sono stati i miei nemici? Può sembrare strano, ma i primi sono stati gli stessi luterani; anche loro, infatti, si autoproclamano mediatori tra Dio e il popolo e sostengono che solo grazie alle lettura delle Scritture si possa aver fede; invece, per me, la fede risiede in un rapporto diretto tra il Trascendente e il fedele. Quella che può sembrare una noiosa diatriba teologica ha avuto, invece, un impatto rivoluzionario nella mente di molti uomini: non c’è più bisogno di un’Istituzione ad hoc tra Dio e l’umanità, le fondamenta del potere spirituale e temporale delle Chiese hanno cominciato a scricchiolare. Ovviamente sono diventato il nemico numero uno di quello che pensavo fosse un amico, Martin Lutero, colui che mi ha definito il «Satana di Allstedt», un pericoloso ribelle da neutralizzare a tutti i costi. Non ho potuto non rispondere a tale accusa e non sono mai stato uno che si morde la lingua per convenzione o quieto vivere. Nella mia opera “L’Esplicita messa a nudo della falsa fede”, titolo, ne converrete con me, molto esplicito, accuso il fondatore del Protestantesimo di appartenere all’«empia razza di corruttori» che «si orna ampollosamente della sua fede letterale, negando la benigna potenza di Dio e così vuol rendere Dio muto, folle e fantastico con la sua trovata: parola e fede».
In un certo qual modo, quel libro ha segnato la mia triste fine. Nella mia breve vita, mi sono fatto giudicare sempre dal popolo, mai dai “dottori”, ho lottato per il popolo, sono morto per esso.
Così, invece, ho definito la Chiesa Cattolica Romana: «… impotente nello Spirito, un miserabile sacco di letame, ha voluto possedere il mondo intero […] Hanno privato il gregge di Cristo della giusta voce e hanno fatto del vero Cristo crocefisso un idolo del tutto fantastico. Com’è accaduto ciò? Risposta: hanno rifiutato la pura scienza di Dio e hanno stabilito al suo posto un grazioso, fine, aureo Domeniddio che i poveri contadini sbaciucchiano»; Cristo è stato schernito «con la diabolica celebrazione di messe, prediche, cerimonie e modi di vita idolatrici; dopo tutto questo, non resta che un ligneo Domeniddio, preti idolatri e lignei, un popolo rozzamente goffo e grossolano, incapace di comprendere la minima dichiarazione di Dio]».
(Tratta da il Sermone sul “Secondo capitolo del profeta Daniele” meglio conosciuto come “Predica ai prìncipi”)
Ho combattuto questa Istituzione per tutta la mia esistenza, non mi ha interessato il potere, la ricchezza, la tracotanza del potere temporale, mi hanno interessato solo i poveri, gli ultimi, i perdenti, quelli che non hanno nulla. “Tutte le cose sono di tutti” è stato il mio motto; lo penso ancora, molti di voi lo pensano oggi.
Sono rimasto contento e commosso quando, anche qui, è arrivata la notizia che “Omnia sunt communia” è stato uno degli striscioni che hanno aperto i cortei del G8 di Genova, un’altra guerra degli ultimi persa. Passano i secoli, ma alla fine a vincere…sono sempre gli stessi.
Immagine tratta da https://libcom.org
Sono stato un eretico per questo, non tanto per non aver accettato la teologia ufficiale, ma per aver “scelto” di stare dalla parte sbagliata dell’Umanità, quella invisibile. Questa scelta mi ha portato fama ma anche una morte dolorosa.
Della mia sconfitta e degli ultimi miei giorni vi parlerò però la prossima volta, ora sono stanco.