Il cane scappato

A un certo punto, mancavano pochi chilometri al raccordo anulare, mentre la radio suonava i Creedence Clearwater Revival, ho visto che il traffico sull’autostrada era fermo.

Le automobili che prima mi avevano sorpassato ora erano con i lampeggianti di emergenza accesi, e qualcuno era pure sceso dall’auto.

Ho rallentato fino a fermarmi a un paio di metri dalle ultime auto, ho acceso anch’io le quattro frecce, e siccome nello specchietto non vedevo altre macchine sopravvenire, ho aperto lo sportello e sono sceso, andandomi ad appoggiare sul guard-rail della piazzola per la sosta di emergenza.

Che se arrivava il solito Nicky Lauda e mi tamponava, almeno ero in luogo sicuro, forse: certo che se invece ci piombava addosso una autocisterna carica di gas, ma ho scacciato il pensiero fastidioso, uno con la cravatta e la camicia macchiate di sugo si era avvicinato e mi aveva domandato cosa fosse successo, perché eravamo fermi.

“non lo so, ora ci informiamo”, gli ho risposto.

“andiamo” ha ribadito quello macchiato di sugo, curioso di scoprire la causa del campeggio di lamiera improvvisato sulla A1.

Ho fatto scattare la chiusura centralizzata della utilitaria, il cicalino ha fatto bip, e abbiamo risalito la corrente congelata di carrozzerie, qualcuno era rimasto in auto a sbraitare nel vivavoce, che i cazzi suoi si sentivano a chilometri di distanza, qualcun’altro leggeva il giornale, altri scorrevano le notifiche dei social network.

Più o meno una sessantina di esseri umani assortiti intrappolati in duecento metri di autostrada, poco prima dello svincolo per un autogrill.

“potevano entrare e parcare lì dentro” disse il mio accompagnatore occasionale, con un accento inequivocabilmente romagnolo “evidentemente non ci hanno pensato” ho ribadito senza troppa convinzione.

Poi abbiamo sentito bambini che piangevano, un uomo che chiamava “Birillo, Birillo” e quindi abbiamo notato una truccatissima che fumava seduta sul cofano del suv con la stella, e che imprecava “col cazzo che Birillo torna”.

Siccome lavoro nella comunicazione scientifica mi sono sentito in diritto di chiedere alla truccatissima cosa fosse successo “è scappato Birillo” ha sibilato quella, buttando il fumo di lato.

“Un bambino che scappa in autostrada?” ha allora ribadito il mio accompagnatore occasionale.

“ma no, si figuri” ha esalato quella che non si era mossa dal cofano, con la mano destra a reggere la sigaretta in posa plastica, polso piegato a novanta gradi “Birillo è il cane”.

Praticamente si erano fermati per fare pisciare il cane, una specie di meticcio multicolor che stava abbaiando nella scarpata, e quello si era fiondato fuori dall’auto lanciandosi verso l’autostrada, poi era stato scansato da un furgone e si era più prudentemente spostato verso la cunetta, dove il compagno di quella che fumava era sceso per cercare di riprendere Birillo e riportarlo ai bambini che piangevano.

Ma per fare questo aveva convinto un paio di camionisti a fermare il traffico, per evitare che gli ammazzassero il cane.

Nel frattempo uno con la faccia da politico aveva preso lo smartphone e aveva detto “ora chiamo la stradale e mettiamo fine a questo scandalo, qui c’è gente che deve andare a lavorare” anche se non era per niente credibile.

Il tizio con la cravatta sporca aveva attaccato bottone con la truccatissima chiedendole una sigaretta, e siccome io non fumo mi sono spostato di qualche metro, indeciso se tifare per Birillo, che fiutava tutti i cespugli e schizzava piscio random, o per il marito di quella seduta sul cofano del suv, che si era anche inzaccherato le stringate di fango, e un po’ chiamava il cane, un po’ bestemmiava in aramaico antico.

Ho cominciato a guardare anch’io le notifiche sui social, i miei amici elettronici sfigati mandavano messaggi prenatalizi, con immagini di santi, alberi di natale, pacchi dono e altra paccottiglia del genere. Nel frattempo pensavo a Sante, un amico virtuale, lontano cugino nella realtà, che passava almeno venticinque ore al giorno seduto davanti al PC, certificando la propria esistenza in vita a se stesso e ai suoi contatti con qualche selfie  qualche idiozia linkata in giro.

Che glielo volevo dire a Sante: “Sante,  poi ti accorgi che la tua vita sta andando a fondo, stringendo in un balletto mortale anche quella delle persone che ti stanno accanto. Ma non anneghi, no: è come se avessi le branchie oppure una dose inesauribile di ossigeno nei polmoni, e continui ad affondare, con l’acqua che diventa più scura ma a poco a poco, lentamente. E le bollicine intorno. E tu invece stai davanti al computer a fare cosa”

Ho smesso di pensare perché il cane era uscito dal fosso e si era avvicinato a me, forse ha capito che non odio i cani. L’ho arpionato dal collare e siccome era anche arrivato il suo autista, con le scarpe sporche e la camicia sudata, gliel’ho riconsegnato.

Quello aveva iniziato a spiegare il perché e il percome ma io avevo fretta e me ne sono andato.

Le persone che erano scese dalle auto si sono affrettate a risalire, in pochissimo tempo avevamo il motore acceso, io ho guardato sul sedile posteriore il regalo incartato, ho ingranato la prima e sono ripartito “stasera è Natale, questo regalo deve essere consegnato”

 


Foto copertina: © Antonio Musotto.




La domenica spara pensieri.

La domenica è la giornata in cui mi metto il cappotto sopra la camicia da notte e prendo il caffè nel terrazzino della cucina, sì anche se piove, a meno che non diluvi.
Il terrazzino della cucina è interno, ma sugli altri terrazzini non c’è mai nessuno; sì certo ci mettono le piante, stendono i panni, ci tengono la frutta, le patate; ma mai nessuno che ci passi del tempo inutile.
I cortili interni di Roma sono diventati silenziosi, da piccola erano sempre pieni di bambini vocianti, della signora che ti sgridava per qualsiasi gioco tu facessi, del nonno che era rimasto in casa con la figlia, dei panni stesi e anche di qualche roba vecchia “che ora la sto per buttare…”
Avete fatto finire i bambini.
Si sono trasformati e non assomigliano affatto a bambini, saccenti oltre modo, è diventato difficile giocarci; ci vuole di più a ricordargli come si fa.
Mi affaccio, anche gatto Otello si affaccia con me, ci guardiamo e poi – come vecchi sulla panchina – riprendiamo a osservare nella stessa direzione; in attesa ogni domenica mattina di un cambiamento in questa chiostrina dove si sente il fischio del treno che parte o che arriva, dove planano gabbiani giganti che attaccano tutto quello che possono attaccare; belli, eleganti, grande apertura alare, minacciosi pure.
Il famoso Jonathan Livingston, di professione gabbiano letterario, cosa penserebbe di questa specie predatrice, non erano loro quelli che volavano ovunque simbolo di libertà?
Anche il gabbiano è rimasto vittima del liberismo del cazzo, scusate, ma è proprio una pratica del cazzo il liberismo.
E mentre quintali di persone si riversano in questa città a cinque minuti da me, e mentre quintali di persone partono da questa città a cinque minuti da me; noi, che viviamo alla stazione, stazioniamo, sapendo che basterebbero cinque minuti cinque per fare un biglietto e andarsene.
Ecco, per questo mi piace stare qua, perché stazionando la precarietà è comunque evidente e quel biglietto prima o poi si farà.
A cinque minuti da me.

(a volte il dubbio se vada una virgola o un punto e virgola o un punto mi blocca, la punteggiatura non me l’hanno insegnata e allora la metto in base al mio respiro, si respira sempre diversamente)

 

 





La panchina.

 

Si iniziò a preoccupare moltissimo, quando vide che mi portai la panchina in camera.
Ma fuori, all’aperto, non potevo proprio stare e avevo comunque bisogno di una normalità.
Piazzai la panchina davanti alla finestra.
Sì, è vero le panchine stanno fuori in genere, ma fuori, ormai, combinavo dei gran casini.
Come quel giorno in cui sulla mia panchina si sedette – proprio attaccata a me – una donna.
Sai quanto è lunga una panchina, donna?
Ricordava davvero mia madre, quella donna.
Te lo dico io, quanto è lunga una panchina.
Esattamente 192 centimetri, dovresti avere un sedere di 95 cm per sederti così attaccata me.
Non lo hai così grosso, potremmo semplicemente sedere; con la distanza concessa.
Perché questo bisogno umano di toglierti l’aria?
Perché al mare su 30 mt di spiaggia libera il tuo ombrellone appiccicato al mio?
Vorrei leggere.
Tu telefoni.
Cosa leggo?
Non lo so bene, non riesco a concentrarmi.
Va bene, giorno dopo giorno divento sempre più forastica, è vero.
Ma da quando ho portato la panchina in camera è tutta un’altra cosa, sono amabile e poi osservare quello spazio vuoto lasciato dalla panchina mi placa.
Smettila di preoccuparti, dài non fare quella faccia strana; in fondo ho scelto che il mio fuori sia qua: tra queste mura; poi guardo la gente passare e vivere e ridere e comprare, visti da qua non fanno tanta paura.
Ecco, prova, siediti; guarda io mi metto dietro a te e osservo il tuo punto di vista; ma vedi che non ti do fastidio?
Ti sono accanto, ma non mi accosto, pur guardando nella stessa direzione.
Ho bisogno di vuoto e in questo vuoto ti ritrovo, facilmente.
Sono dietro di te.

 


Foto copertina © Silvia Cazzandra Fiorini.




La lavastoviglie, le musicassette e la Luna.

Era successo tutto un anno prima: l’ultima sorella di mamma che era ancora convenientemente signorina era stata sedotta da un signore più grande di lei e avevano deciso rapidamente di sposarsi. Lo zio lavorava nell’ambito editoriale, e dovettero andare a vivere a Genova.

Nel 1969 era nato un cuginetto, e la famiglia M. si organizzò per andare a conoscerlo, imbarcammo la Fiat 1100 stracarica di bagagli sul traghetto -Canguro Rosso si chiamava se non ricordo male – e andammo a Genova.

Il  cuginetto tuttavia era poco più di un neonato, e a noi parve semplicemente inutile; in più Genova è una città con le strade in salita, e il pallone Super Tele numero 5 che gli zii ci avevano fatto trovare scomparve velocemente a velocità supersonica non appena provammo a fare due tiri sul marciapiede.

Papà si adattò rapidamente alla piccola casa della zia, scoprì che la poltrona in cucina, accostata alla lavastoviglie, gli consentiva la solita e irrinunciabile pennica postprandiale, e restò entusiasta del pulsare ritmico e ipnotico che l’elettrodomestico produceva – concilia il sonno – asseriva convintamente.

La zia allattava, la mamma la aiutava, lo zio lavorava, papà andava in giro e noi ci rompevamo terribilmente le scatole, il quartiere non offriva nessuna attrattiva.

Un giorno papà – stremato dalle nostre richieste – ci portò a fare un giro nei quartieri dell’angiporto, ricchi di mercanzie di ogni genere, comprese sigarette di contrabbando e musicassette duplicate illegalmente: io volevo una cassetta di Lucio Battisti, e papà ne contrattò l’acquisto con un falsario napoletano, per la mirabolante cifra di mille lire.

Tornammo a casa ma restai deluso: la musica che si sprigionava dal radioregistratore Philips dello zio non era quella di Battisti, ma di un cantantucolo che bramiva melodie amorose insopportabili: mio padre ridacchiando mi propose di tenerla -tanto l’abbiamo pagata – ma io misi su un muso grigio che lo costrinse a tornare nei carruggi, trovare lo spacciatore di cassette false, costringerlo a provare la nuova cassetta e finalmente tornarcene con quella giusta (acqua azzurra acqua chiara e balla Linda divennero dei tormentoni in quella casa di via Annibale Passaggi).

Assistevamo tutti insieme ai telegiornali – allora sovieticamente a canale unico e in un sobrio bianco e nero – e scoprii che dopo qualche sera la Rai avrebbe trasmesso da Cape Canaveral (o era Cape Kennedy?) la diretta dell’allunaggio degli astronauti della missione Apollo 11. Ero già esperto -tramite la lettura di Topolino – sulle precedenti missioni che avevano portato astronauti in orbita, e non volevo perdermela per niente al mondo. Mi feci promettere da papà – l’allunaggio sarebbe avvenuto di notte per noi italiani – che mi avrebbe svegliato per farmi assistere all’evento davanti al tubo catodico.

Andai a dormire presto, ma mio padre non venne a svegliarmi: invece il baluginino delle immagini sullo schermo e la voce concitata di Tito Stagno e di Ruggero Orlando mi trascinarono magneticamente nell’altra stanza.

Papà e lo zio non dissero una parola, e neanche io, tornai a letto dopo poco con negli occhi quella figurina ballonzolante che muoveva piccoli passi incerti sul satellite: ero sicuro che dopo pochi mesi la Luna sarebbe stata colonizzata, avremmo incontrato lunatici e marziani, e invece no: peggio per loro, non sanno quello che si sono persi qui in Italia.

 


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Foto copertina: © Antonio Musotto.




NON DIRMI CHE HAI PAURA.

Cari amici e lettori di Diatomea, questa non è una recensione, anche se  vi parlerò di un libro.
Un libro necessario per capire il nostro tempo e ritornare ad essere umani, un libro che vi aiuterà a comprendere quanta sofferenza si nasconde in quelle persone di colore che sempre più numerose attraversano le nostre strade, e ci intimoriscono, ci imbarazzano … io stessa abbasso lo sguardo, come se non volessi vedere, eppure, credetemi, io vorrei che ci fosse una soluzione a questo problema, perché questi uomini queste donne questi bambini, contro la loro volontà, sono diventati un problema da risolvere.
Giuseppe Catozzella, Goodwill ambassador per l’ONU, ha scritto “NON DIRMI CHE HAI PAURA” finalista del premio Strega 2014, ed è inutile sottolineare che il libro è scritto bene, che è appassionante e drammatico come le storie che più mi affascinano e rubano il tempo alla vita vera.
Questo libro è stato scritto per “il dovere di raccontare”come l’autore stesso afferma, ed io sono qui adesso nel mio vortice di emozioni con lo stesso intento: raccontarvi la storia di Samia.
Samia Yusuf Omar è morta nel mar Mediterraneo il 2 aprile 2012, mentre tentava di raggiungere le funi lanciate da una imbarcazione italiana.

Siamo a Mogadiscio, in Somalia, dove una sanguinosa guerra etnica imperversa da tanti anni.
Sotto l’integralismo islamico di Al-Shabaab, in questo cielo  di polvere da sparo e sopra questa terra di attentati con spargimenti di sangue, vive Samia con la sua famiglia in una baracca di fango.
È una bambina Samia, che passa le sue giornate con Alì,  il suo vicino di casa e unico compagno di giochi.
Questa amicizia che li lega è commovente, la guerra a loro sembra non sfiorarli, crescono insieme condividendo la passione per la corsa, immaginateli che corrono in mezzo alle bombe, lei con il Burqua che la fa sudare e che le sbatte sulle gambe da gazzella esili e scattanti, lui con lo sguardo ancora di un bambino che non ha paura, che la incita e le fa credere che i sogni possono avverarsi.

“Della guerra a me e Alì non è mai importato niente. Si sparassero pure per strada, non ci riguardava. Perché la gente non poteva toglierci l’unica cosa importante: quello che lui era per me e io per lui“.

Ma la vita per questi 2 bambini si fa sempre più difficile.
Samia e Alì potevano guardare il mare solo da lontano perché la spiaggia è il luogo dove più facilmente si diventa bersaglio dei cecchini, ecco perché Samia non ha mai imparato a nuotare.
Alì causa la guerra e un senso di inadeguatezza abbandona il sogno di correre ma rimane vicino alla sua amica autoproclamandosi suo allenatore, perché lei corre veloce in tutta la sua magrezza, e capisce che proprio il suo corpo esile è il suo punto di forza.
E allora, ignorando il coprifuoco, vola di notte libera dal Burqa in pantaloncini e maglietta e corre sempre più veloce per le strade di Mogadiscio, a soli 10 anni vince la sua prima  gara in città diventando la ragazza più veloce della Somalia e a 17 si qualifica per le olimpiadi di Pechino del 2008.

“Ero la più bassa, la più magra, la più piccola…indossavo la maglietta bianca che profumava di sapone alla cenere… Ero arrivata ultima…e sono stata sommersa dai giornalisti di tutto il mondo. La ragazzina di diciassette anni, magra come un chiodo, che viene da un paese in guerra, senza un campo e senza un allenatore, che si batte con tutte le sue forze“.

Samia arriva ultima, ci sono documenti video che la ritraggono alla partenza, con la sua maglietta bianca troppo grande, le gambe lunghe ed esili e la sua fascia di spugna regalatale dall’amatissimo padre; vicino a lei donne con muscoli pulsanti e una preparazione alimentare e atletica che Samia non ha avuto la possibilità di avere. Al suo arrivo al traguardo però succede che le persone la applaudono e si alzano in piedi e l’applauso sembra non finire mai … i giornalisti corrono tutti da lei e lei promette di vincere le prossime Olimpiadi.
Torna a Mogadiscio, riprende a correre impegnandosi con più determinazione  ma comprende che da sola, senza un allenatore, non può vincere le Olimpiadi di Londra del 2012.
Samia Yusuf Omar diventa il simbolo di tutte le donne musulmane.
Con l’aiuto di una giornalista parte per Addis Abeba dove la attende un grande allenatore. Ma dal suo paese ancora devastato dalla guerra i documenti non arrivano e lei, ancora una volta, può correre solo di notte perché è una clandestina.
E allora decide di partire verso l’Italia. Sola, intraprende un viaggio di ottomila chilometri, l’odissea dei migranti dall’Etiopia al Sudan e, attraverso il Sahara, alla Libia, per arrivare via mare in Italia.

“Il viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati. Ognuno ha parenti o amici che l’hanno fatto… È come una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità“.

Le ultime ottanta pagine del romanzo raccontano l’odissea del viaggio di Samia, senza risparmiarci nulla.
Il viaggio è fame, sete, caldo, sudore, vomito, diarrea, di corpi che vogliono solo sopravvivere sempre e comunque. E leggendo ci si chiede come tutto questo sia possibile, come facciano milioni di uomini a resistere per dare un volto alla speranza.
I trafficanti di uomini sono senza scrupoli, Samia viaggia su jeep colme all’inverosimile di persone attraversando il deserto, capita di cadere durante la traversata e la jeep non si ferma perché poi non sarebbe più stata in grado di ripartire per via della sabbia, lei resiste.
Viaggia in container roventi su camion, e ad ogni fermata paga per la prossima tappa.
Chi non ha più soldi viene lasciato al suo destino, e le donne diventano schiave sessuali.
Samia paga.

“Loro lo sapevano, hanno imparato a capire quando un uomo si trasforma in un bisognoso di rifugio. Lo leggono negli occhi. È una cosa che si vede… È l’odore dell’animale sottomesso. Lì per la prima volta siamo stati chiamati animali“.

Il deserto, la strada, anche la prigione… Samia supera tutto questo e resiste, sono le parole della nipotina a farle coraggio “arriva presto zia, non far venire i mostri, non dirmi che hai paura”.
Con la sua fascia di spugna e una busta di plastica con dentro la foto del suo mito, l’atleta somalo MooFarah , Samia si prepara ad affrontare l’insidia più grande : il mare Mediterraneo.
In mare si infrange il sogno di questa ragazza somala a soli 20 anni, proprio quel mare che lei ha sempre temuto fin da bambina .
Samia non sa nuotare e non riesce ad aggrapparsi alla fune di salvataggio dell’imbarcazione italiana a poche miglia dal porto di Lampedusa.
Muoiono 7 persone, e lei è una di queste.

Ho letto questo romanzo anni fa, e da allora non ho fatto altro che pensare a quanto la vita a volte sia ingiusta. Non credo al detto “siamo tutti sotto lo stesso cielo”, c’è chi è più fortunato, è la selezione che ancora mi sfugge.





Andrea e la notte.

Una vecchia Fiat Tipo si ferma davanti all’Ospedale, lo sportello lato passeggero si apre e Andrea guarda dentro: “chi sei?” dice con voce stanca, “Montalbano sono, acchiana”.

Camilleri allora si assetta nel sedile sformato della Tipo “fino a ora qui si sono seduti solo culi stanchi di poliziotti…”

Si allaccia la cintura di sicurezza e voltandosi verso Salvo Montalbano gli dice “dovresti allacciartela pure tu, la cintura, che non può mai sapere”.

“Non mi rompere i cabbasisi, Maestro” lo rimbrotta il Commissario, ma non riesce a imprimere il giusto tono alla risposta, si capisce che è di malumore.

“Ma ce l’hai con me? Eppure ti ho fatto vivere numerosissime avventure, hai conosciuto cristiani strani e un repertorio di pazzi da fare invidia a Lombroso…ti conoscono in tutto il mondo… pure i giapponesi!”

 “Non mi hai fatto sposare con Lidia…anzi mi hai messo spesso in imbrogli con fimmine maligne che hanno messo in crisi la mia relazione” lo rimbrotta Montalbano “e in tutte le storie mi hai sempre fatto condurre indagini complicatissime e infarcite di cadaveri facendomi affiancare da poliziotti surreali, folcloristici, inverosimili”.

“La finzione letteraria me lo ha imposto, Salvo: ma ti ho voluto sempre bene. Nonostante i Signori Critici Letterari mi abbiano spesso accusato di disperdere inutilmente il mio talento inventando sempre nuove storie per te”.

La vecchia Tipo scivola nella notte, la carrozzeria cigola e il motore borbotta, Andrea Camilleri scruta dal finestrino, cerca un riferimento visivo, un indizio, un segnale stradale che gli faccia riconoscere la strada che stanno percorrendo, ma oltre al cono dei fari sulla serpentina di asfalto non si vede altro: sembra che la notte abbia inghiottito Montelusa, Vigata, Fela e la Sicilia tutta.

“Salvo, dove mi stai portando?” dice ad un certo punto il vecchio scrittore.

“Dove ti porto? Dove andiamo insieme!”

Camilleri rimane in silenzio, ha capito dove vuole andare a parare il Commissario Montalbano, lo ha creato lui – sbirro ma intelligente.

“Andrea, i personaggi di uno scrittore famoso vivono e compiono gesta mirabolanti o azioni malsane finché l’autore che li ha immaginati ha abbastanza neuroni funzionanti per scrivere altre storie, perciò io muoio insieme a te”.

“Permettimi di dissentire” dice allora Camilleri “tu, ingrato di uno sbirro di provincia, resterai in eterno nei libri che ho scritto, e la gente continuerà a leggere le tue storie e a rovellarsi pagina dopo pagina sul come quel grande poliziotto – curtu e malu cavatu – risolverà il delitto sul quale sta indagando”.

La macchina si ferma, dai finestrini aperti arriva lo scruscio del mare e un ciavuru irresistibile di spaghetti al nivuru di siccia che arricciano lo stomaco, le luci della trattoria sul lungomare sembrano più basse del solito.

“Ma che succede? Si misero a lutto? Andiamoci a dire a Calogero che ci deve fare mangiare a solito suo, la sua cucina risveglia i morti”.

“Ecco appunto” dice Montalbano scendendo dalla Tipo che sfrigola e fete di freni abbruciati, poi apre lo sportello del passeggero e prende sottobraccio Andrea Camilleri.

Si avvicina Calogero, rivolge uno sguardo rispettoso al vecchio Scrittore, poi dice a Montalbano “oggi abbiamo spigole di mare, le pigliò mio cognato stanotte a Capo Passero, ancora abballanu nel panaro in cucina…ve ne addobbo qualcuna all’acqua pazza”

Montalbano annuisce e accompagna Andrea Camilleri all’unico tavolo della trattoria.

Si assettano e dalla penombra esce un cristiano, Montalbano fa per prendere la pistola ma quello si presenta “vi devo accompagnare da una parte, starete bene e in compagnia, ve l’assicuro”.

Andrea Camilleri riconosce la voce “Publio Virgilio Marone! E’ quindi arrivata la mia ora? All’inferno ci porti?”

E l’uomo vestito con una tunica ribatte “non ci rompete i cabbasisi tutti e due, che vi porto a fare in paradiso, vi annoiereste, da morire veramente”.

Si abbassano le luci, arriva Calogero “prima si mangia”, dice con un tono che non ammette repliche e serve antipasto di rizzi di mare e purpiteddi murati, caponata e insalata vastasa .

La macchina da presa va a ritroso verso il mare, il primo piano diventa un campo lungo, poi sprofonda nel mare di Punta Secca.

Palermo 17/07/2019

 





IL MAGICO WEEK END DELLE PAROLE SCRITTE

Sono circondato da parole, parole e parole, proprio come se fossi io l’Alberto che duetta con la grande Mina. Ma le parole che io sento non sono cantate, ma piuttosto pronunciate, recitate, amplificate e distorte dai microfoni e, soprattutto, lette dalle pagine di un libro. Si, qui a Torino, al Salone del Libro, la protagonista assoluta è la parola scritta.

È un festival di idee ed emozioni messe su carta, affidate allo strumento di cultura per antonomasia: il libro. Sono molti anni che frequento il Salone e chiedendomi la ragione di questo annuale peregrinare in terra sabauda nel mese delle rose, non so trovare altra risposta se non che “mi fa bene”. La sensazione di benessere a cui faccio riferimento non nasce solo dalla certezza dell’arricchimento culturale che me ne verrà, dalla possibilità di approfondire i grandi temi della nostra vita quotidiana a tu per tu con grandi esponenti dell’intellighenzia culturale italiana e mondiale o dal parlare e sentir parlare dei grandi capolavori della letteratura come dei nuovi libri, direttamente da chi quei libri li ha scritti o che allo studio di quei capolavori ha dedicato una vita intera. No, già questo basterebbe, ma non è solo questo. La piacevole sensazione che mi invade ogni anno quando varco la soglia del Lingotto, nasce dall’atto stesso, cioè dal semplice partecipare, dal sentirmi parte di un meccanismo virtuoso, una piccolissima ma indispensabile rotella che contribuisce a far muovere l’ingranaggio del progresso della nostra società. Il progresso vero intendo, la reale crescita di un popolo, che nasce dalla diffusione della scolarizzazione, dell’istruzione e della cultura nel senso più ampio del termine ed è premessa indispensabile per il progresso economico e materiale.

È una sensazione rigenerante e bellissima aggirarsi tra gli stand degli editori o nelle sale convegno a pieno titolo, perché consci di essere la ruota intorno a cui tutto gira. Io sono “il lettore”, mi dico, quello che i libri li compra e poi li legge e li giudica, colui che giustifica l’esistenza e la sussistenza dell’evento stesso, ed ho quindi una grande responsabilità. Certo, sono qui per divertirmi, ma non per perdere tempo. E come me molti, tantissimi altri. Centoquarantottomilatrentaquattro quest’anno, per essere precisi. E moltissimi sono stati i ragazzi ed i bambini. Si, questo evento è concepito per i giovani, dedicato ai giovani e sostenuto in larga parte dal loro impegno. Questo, io credo, è il punto di forza dell’iniziativa: mantenere vivo il contatto tra il libro e le giovani generazioni, ribadirne il ruolo primario ed insostituibile come strumento di comunicazione del sapere, anche e soprattutto tra chi, come i ragazzi, è quotidianamente tentato di utilizzare altri strumenti di informazione e conoscenza più immediati ed accattivanti. Non c’è guerra però. Non c’è astio, né demonizzazione o rifiuto del progresso. Quello del Salone di Torino è solo un potente richiamo al potere ed al fascino della lettura. Un invito ad un approccio alla conoscenza più lento, approfondito e meditato. Ed a giudicare dai volti dei giovani che ho visto impegnati nelle varie attività, dal volontariato all’organizzazione dei gruppi di lavoro, come pure degli insegnanti alla guida delle molte scolaresche che si incontravano nei corridoi dei padiglioni, è stato un invito accolto di buon grado.

Per godere al massimo di questa meravigliosa esperienza, bisogna però avere doti di grande pazienza e resistenza fisica (lunghe file per assistere agli eventi, le voci di relatori che si sovrappongono le une alle altre e si mischiano a quelle del pubblico generando un intollerabile frastuono di fondo, difficoltà a procurarsi un misero panino nei punti ristoro presi d’assalto dalla folla all’ora dei pasti, file interminabili ai bagni etc…etc…). Personalmente, anche quest’anno, ho resistito solo per tre giorni e sono andato via desiderando ardentemente il ritiro in un eremo francescano dove regnasse il silenzio.

Tuttavia, pur in un lasso di tempo così breve ed in un’atmosfera così caotica, ci sono stati molti momenti indimenticabili. Come l’incontro con il figlio di Jerome Salinger, uno dei più grandi e misteriosi maestri della letteratura americana che con il suo capolavoro ha contribuito a formare le coscienze di più di una generazione di giovani di tutto il mondo. È stato bellissimo introdursi nella dimensione privata di questo artista, senza pruderie o desiderio di scoprire chissà quale segreto, così come farebbe, appunto, un figlio che vuole solo rendere omaggio ad un padre che ha molto amato. La presunta misantropia, le accuse di essersi colpevolmente isolato dal mondo, di aver interrotto la pubblicazione dei suoi capolavori per un presunto atteggiamento di superiorità nei confronti del pubblico che lo aveva osannato, si sono sciolte al calore del racconto di questo padre famoso a cui bastava guardare il figlio negli occhi per un attimo, per leggergli dentro e capire tutto di lui; di quest’uomo che anche al culmine del successo e della notorietà rimaneva autentico e buono, dedito ad aiutare tutti quelli che glielo chiedevano; di questo autore che non ha mai smesso di scrivere ma solo di pubblicare e, comunque, non ha mai espresso l’intenzione di tenere per sé i suoi scritti. Quindi, il messaggio confortante per tutti noi che abbiamo amato le sue opere è stato che tra qualche anno saranno pubblicati degli inediti. E noi non vediamo l’ora.

Momenti indimenticabili per me sono stati anche quelli in cui ho ascoltato chi i libri li ama, li studia e dedica la vita a farci conoscere la magia che si racchiude in essi. Ho compiuto così meravigliosi viaggi, per esempio nel mondo di Hermann Melville, di cui ho capito molto di più in quell’ora dedicata alla presentazione del volume che raccoglie molte delle sue poesie che non dopo due mesi di faticosa lettura di Moby Dick, o in quello dei libri animati, che ho appreso con gioia e stupore non essere solo strumenti di svago ormai desueti per bambini riflessivi, giudiziosi ma che non amano giocare a pallone o non hanno a disposizione una play station ma, piuttosto, vere e proprie opere d’arte grafica e portentosi strumenti di conoscenza e divulgazione scientifica fin dai primi secoli del secondo millennio, come peraltro ampiamente illustrato nelle due mostre contemporanee, a Roma e Torino, di cui l’incontro al salone ha fatto da presentazione. E che il curatore del progetto sia stato un professore universitario di Lettere mio grande amico, è stato ulteriore motivo di immenso piacere e legittimo orgoglio: complimenti Gianfranco, sei stato bravissimo. Eh già, la mia passione per i libri è sicuramente alimentata dal mio rapporto di amicizia fraterna con persone che i libri, non solo li studiano, come Gianfranco, ma che li scrivono proprio, e con grande successo, come Mauro. Quest’anno mi sono incontrato fugacemente con lui più volte nel corso dei miei tre giorni al Salone, in occasione della presentazione del suo libro o della sua partecipazione alle molte iniziative in cui è stato coinvolto, alle quali ho puntualmente assistito. Ma i momenti più belli sono stati quelli in cui ci siamo ritrovati tra gli stand, andando a zonzo senza una motivazione particolare e chiacchierando delle grandi come delle piccole cose, come fanno gli amici. Nel suo ultimo romanzo, Mauro ha parlato di sé anche attraverso la celebrazione dell’amicizia, ed ho così provato sulla mia pelle l’inebriante e sconcertante sensazione del passaggio dalla vita vera a quella descritta nelle pagine di un romanzo. Sono diventato improvvisamente, bontà sua, persona/personaggio, e questo duplice ruolo mi ha sconcertato e ancora mi sconcerta, come lui sa bene. Tuttavia, ho potuto constatare direttamente come la scrittura si nutra dell’esperienza dell’io, come lui mi ha detto più volte, ed io aggiungo che la lettura è un impegno che trova motivazione nel tentativo di far propria quell’esperienza, perché possa in qualche modo arricchirci. È proprio questo il motivo per cui abbiamo sempre più bisogno di scrittori onesti, capaci ed ispirati, libri illuminanti, avvincenti e provocatori e festival, come quello di Torino, che li celebrano: perché la scrittura si nutre dell’esperienza di chi scrive e nutre quella di chi legge: un circolo virtuoso che ci può molto aiutare a comprendere sempre meglio noi stessi e la vita che viviamo. E niente paura se, chiudendo il libro, avremo deciso di iniziarne una nuova.





Linda corri. Seconda parte

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Quattro.

 

Arrivò presto il giorno nel quale Annie e i gemelli vennero dimessi dall’ospedale. Rocco venne con la macchina e caricò a bordo la famigliola, improvvisamente amplificata, i kit di prodotti per la cura dei neonati offerti dalle aziende che sponsorizzavano il reparto di Ostetricia, il borsone con i cambi di Annie e i regali che alcuni amici avevano frettolosamente portato in Ospedale.

Alcuni altri tra gli amici della coppia si erano spinti poco oltre la tradizionale riservatezza anglosassone e avevano promesso visite a casa, Linda aveva tenuto una piccola agenda rossa a portata di mano, nella quale aveva appuntato le date delle visite, qualche numero di telefono, e altre cose che sarebbe stato importante ricordare come le date dei controlli ai neonati, gli orari delle poppate, la dose del latte artificiale nel caso in cui quello materno non fosse stato sufficiente per due bambini.

Ci vuole metodo, si era detta Linda subito dopo il parto di Annie, e aveva cominciato a segnare numeri e nomi sull’agenda rossa con una matitina tascabile.

Rocco finì di caricare la macchina, mise in moto e si avviò in direzione di casa, Linda salutò una infermiera che li aveva aiutati nel trasbordo, si inginocchiò per stringere bene le stringhe delle scarpe da corsa giallo fluorescente, indossò gli auricolari e fece partire la compilation che aveva preparato per quel giorno.

L’ospedale ti ruba una vita ma te ne consegna due, pensò Linda non appena la berlina coreana di Rocco ebbe svoltato l’angolo.

La voce ipnotica di Lana del Rey le diede la spinta e Linda cominciò a correre verso casa.

 

Cinque.

 

Il secondo giorno dopo il ritorno a casa, Annie chiamò Linda “da domani vieni ad aiutarmi, per piacere. Mia madre fa solo confusione”.

Lo dicevo che ci vuole metodo, sussurrò Linda sorridendo mentre chiudeva la chiamata; scelse una insalata dal frigo, la condì con l’olio e  l’aceto balsamico italiani che le aveva regalato la madre di Rocco, provò ad immaginare cosa sarebbe avvenuto l’indomani.

Provò ad immaginare anche quali nomi sarebbero stati imposti ai gemelli, dato che nei giorni in Ospedale Annie e Rocco avevano avuto un acceso braistorming sull’argomento che si era concluso con un nulla di fatto: in effetti un primo accordo era stato stipulato, uno dei bambini avrebbe avuto nome italiano, l’altro inglese.

Era stato un accordo molto faticoso, che aveva lasciato qualche strascico, si percepivano offese ad antenati non pronunciate ma immaginate.

Linda capiva che quello poteva essere un serio banco di prova per la tenuta del matrimonio: mettere d’accordo e sincronizzare culture differenti poteva risultare complesso, si disse uscendo da casa la mattina dopo, prima di cominciare la corsa e prima di andare a casa di Annie e Rocco.

Durante i chilometri che percorse nel parco pensò prima di tutto al ritmo giusto da tenere, poi al regalo che avrebbe voluto comprare ai gemelli.

Uscì dal parco e iniziò a correre lungo la strada che lo costeggiava, fermandosi davanti alla vetrina del negozio di articoli per bambini e mamme in attesa.

La sua attenzione era stata attratta da una carrozzina gemellare che luccicava in vetrina, si trattava di un modello particolare: aveva ruote alte e sottili, un aspetto aerodinamico che la faceva somigliare ad una capsula spaziale, e per i bambini era previsto che i rispettivi gusci sarebbero stati posti uno di fronte all’altro, cosicché durante le passeggiate si potevano guardare.

Linda entrò nel negozio, scusandosi con le commesse per l’abbigliamento poco consono alla situazione, e chiese informazioni su quella carrozzella vista poco prima in vetrina.

“E’ un modello nuovo, studiato appositamente per le mamme che non vogliono smettere di correre…costruito in leghe leggere e plastiche aeronautiche, e con queste ruote molto scorrevoli e ad alta stabilità si può stare certi che-spingendo la carrozzina di corsa-non ci saranno problemi”.

Linda ascoltò attentamente tutte le altre descrizioni che la commessa del negozio sciorinava con competenza – è appena tornata dal corso di formazione – si disse – ma pensò anche al costo, sicuramente spropositato, di questa carrozzella così speciale.

“E’ magnifica, assolutamente adatta ai miei scopi, ma quanto costa?” chiese timidamente Linda.

“Beh, Signora, abbiamo ritirato questo modello particolare per una coppia che aveva progettato di avere due gemelli tramite inseminazione artificiale, ne hanno anche pagato l’acconto, ma poi la coppia si è divisa e nessuno è venuto a reclamare la carrozzella. Con il permesso della direttrice del negozio sono autorizzata a vendergliela con uno sconto dell’ottanta per cento”.

Linda si era un po’ irritata per la poca delicatezza della commessa che le aveva raccontato i fatti privati di una coppia sfortunata, ma poi si era sentita quasi baciata da una inattesa fortuna quando aveva scoperto che con meno di cento sterline avrebbe avuto la possibilità di fare un regalo ai gemellini e a se stessa.

 

Sei.

 

Ogni mattina Linda si recava correndo a casa di Annie e Rocco, superava la barriera pneumatica della madre di Annie – che si era installata nella casa della coppia e non dava segno di volersene andare, arrogandosi il diritto di dare la prima poppata della mattina ai gemelli, che erano stati salomonicamente chiamati Andrea e Francesco, aiutava la nonna a vestire i bambini, li sistemava nella carrozzella da corsa – così era stata chiamata – e usciva con loro per un giro nel parco di circa sei chilometri.

Quando ritornava a casa con i gemelli, questi erano coloriti e con un robusto appetito, e si lasciavano imboccare senza fare troppe storie.

Il rito del pasto avveniva sotto la stretta sorveglianza della madre di Annie, sempre pronta a criticare la velocità o l’angolazione del cucchiaio con il quale Linda nutriva ora l’uno e ora l’altro, alla fine del pasto i bambini erano serenamente sazi, e si predisponevano al canonico ruttino sulla spalla di Linda, mentre la madre di Annie – che nel frattempo si era bevuta almeno un bicchiere di vino, si adagiava sul divano e iniziava a russare.

Quello era il momento nel quale Linda metteva a turno i gemellini sul fasciatoio, li osservava da vicino, li manipolava con tenerezza, si inebriava ascoltandone i versi gutturali e le risatine di soddisfazione.

“Non ho potuto avere un figlio mio, ma ne ho trovati due senza neanche la fatica della gravidanza” si diceva Linda quando metteva i bambini nelle cullette e aspettava che tornasse Annie a casa, che aveva ancora orario ridotto per via del recente parto.

Poi Annie apriva la porta di casa, e Linda sospendeva quel momento di intima familiarità con i gemelli, tornando ad essere quella baby-sitter semivolontaria che aveva ottenuto la fiducia di quella famiglia.

 

 

Sette.

 

Quella mattina presto, Rocco era partito in auto per un seminario in una università nel nord del paese, non era abbastanza distante da poter coprire la tratta con un volo aereo, e gli orari di treni e bus risultavano decisamente scomodi, soprattutto quelli di rientro: a Rocco piaceva dormire a casa “come a tutti gli italiani” diceva ridendo quando Annie lo invitava a restare a pernottare in un albergo,  laddove i lavori del seminario si fossero protratti fino a tardi.

Linda arrivò come sempre alle otto in punto, trafelata dalla corsa attraverso il parco per raggiungere la casa con i gemelli, non vide la station wagon di Rocco in giardino, e si ricordò della partenza per il seminario.

Aprì la porta, dentro casa una calma surreale: i bambini erano sicuramente ancora a letto, forse che Linda avesse deciso di prendere un giorno di ferie, per compensare l’assenza di Rocco?

Neanche la suocera era in giro, probabilmente avrà dimenticato di puntare la sveglia, argomentò Linda, ma le sue ipotesi vennero interrotte dalla vista di Annie stesa a terra, vicino al divano, ancora con la camicia da notte.

Passarono alcuni secondi, durante i quali, nella testa di Linda prese forma un puzzle di ipotesi che si ricomponeva lentamente, fluttuando come alghe in un mare buio.

Si avvicinò a Annie, le prese il polso, era debole ma almeno segnalava la sua presenza nel mondo dei vivi, si alzò di scatto, aprì la porta della camera di Rosa, la suocera di Annie: era seduta sul bordo del letto, ancora incredula per la mancata sveglia.

“Aiutami, presto!” le urlò Linda “ vieni di corsa in soggiorno e aiutami”.

Le due donne arrivarono al divano, ai piedi del quale Annie giaceva ancora esanime, Linda prese la carrozzella dei gemelli, abbassò gli schienali fino a formare un piano unico, con l’aiuto di Rose adagiò Annie su quella barella improvvisata.

“Tu pensa ai gemelli, falli mangiare” disse Linda a Rose che ora era completamente sveglia e paonazza per lo sforzo e lo stress mentale sostenuto.

Linda uscì sul cortile, spingendo la carrozzella “Linda ora corri, corri davvero” si disse ad alta voce imboccando la strada in direzione dell’ospedale.

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Linda corri. Prima Parte

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Uno.

Una mattina ricevette una chiamata dall’Ospedale. La aspettava da qualche giorno, lo aveva capito dalla faccia del dottore che tentava di rassicurarla “l’intervento è tecnicamente riuscito, Signora, la massa è stata asportata, aspettiamo solo il risveglio e la riabilitazione”.

Ma lo sguardo del Primario non era sincero, lei l’aveva capito subito, anche dalle affettate strette di mano degli altri medici del reparto di Oncologia, e se ne era tornata a casa con l’immagine di quel corpo – suo marito – trafitto da sonde e cateteri, adagiato sul letto della Rianimazione.

Sul bus che la riportava a casa pensò che la propria vita avrebbe avuto importanti cambiamenti, che il figlio che stavano progettando non sarebbe mai arrivato, che i sette chilometri di corsa quotidiana con lui sarebbero rimasti un ricordo del passato.

C’era da vendere la macchina, lei non aveva la patente e in più la prospettiva di una riabilitazione lunga e costosa le aveva messo addosso una importante urgenza di disfarsi di tutto il superfluo, come appunto la station wagon, coperta di foglie secche, che era ancora parcheggiata davanti casa.

Sarebbe diventato necessario trovare anche un lavoro, dato che si era dovuta licenziare per seguire il ricovero di lui, anche in prospettiva della riabilitazione, che era stata organizzata in maniera confortevole, a casa.

Ma ora. Ma ora cambiava tutto.

Al telefono, la caposala del reparto di Rianimazione le aveva detto che nelle successive ventiquattrore lo avrebbero gradualmente staccato dai macchinari che lo facevano respirare, che monitorizzavano il suo battito cardiaco, che alimentavano il suo corpo immobile nel letto.

Rispettiamo le volontà del paziente, aveva aggiunto, e poi aveva concluso rapidamente la chiamata invitandola a passare in Ospedale per firmare le carte necessarie.

Lui aveva insistito per firmare quel testamento biologico, nel quale chiedeva che non ci fosse alcun accanimento terapeutico nel caso che qualcosa fosse andato storto durante l’intervento, e poi sorridendo le aveva detto “è un fatto scaramantico”.

Il viaggio di andata era stato come surfare sui ricordi di una vita, che le cadevano davanti agli occhi come i tasselli di un domino instabile, arrivata davanti al grande edificio bianco dell’Ospedale aveva dovuto contrastare la paura del dopo e salire le scale fino al reparto di Rianimazione.

Le avevano riconsegnato gli occhiali di lui, che erano rimasti nel cassetto del comodino, e poi tutti quei moduli da firmare: non riusciva neanche a piangere, per lo stress e i modi secchi e sbrigativi della segretaria del reparto.

Si sentì stupidamente sollevata quando capì che una associazione di congiunti di malati terminali alla quale era iscritta dal momento del ricovero di Mark, avrebbe pensato alla cremazione e a tutto quello che serviva per il funerale.

Per Linda, il corpo era uno strumento perfetto, per affrontare la vita, correre sette chilometri al giorno con lui, nuotare e fare l’amore in attesa di rimanere incinta, cosa che non era successa.

Avrebbe portato l’urna di acciaio satinato a casa, con la placca con il nome avvitata sopra, e tutto sarebbe finito.

Cioè tutto avrebbe dovuto ricominciare dal quel momento.

 

Due.

Linda si accorse che una vicina di casa, due villette più in là, era manifestamente incinta, e faticava ad uscire di casa, così decise di andare a trovarla “le proporrò di aiutarla col bambino dopo il parto”.

Qualche giorno dopo prese il coraggio per il bavero e si presentò alla porta dei vicini,  suonò il campanello ed attese che quella donna venisse ad aprirle: si conoscevano di vista e avevano anche qualche volta sostato insieme sulle panchine dei giardinetti, parlando sempre di argomenti abbastanza vaghi.

La vicina, Annie si chiamava, la invitò ad entrare, e fu molto cordiale. Le disse che era americana ma da anni viveva in quella città britannica per via del fatto che sia lei che il compagno, un italiano di nome Rocco, avevano incarichi accademici all’Università “in facoltà diverse” specificò ridendo Annie.

Poi parlarono della gravidanza, e Linda scoprì che Annie era incita di due gemelli “sembrerebbe trattarsi di due maschi, l’ecografista non ha potuto essere più preciso”.

Poco prima di congedarsi con una scusa Linda disse ad Annie che se voleva, e non la riteneva una inutile invasione nella sua vita privata, avrebbe potuto aiutarla con i neonati dopo il parto.

Le disse francamente che era rimasta vedova da poco, e che il sogno di allevare un bambino si era infranto contro la vetrata di quel reparto di ospedale.

Annie non si dimostrò sorpresa dalla proposta di Linda, anzi le disse con entusiasmo che non avendo alcuna esperienza di bambini avrebbe volentieri accettato il suo aiuto “i nostri genitori sono in Italia, sono anche abbastanza anziani e non potranno restare qui a lungo”. Poi propose a Linda di trasformare questa affettuosa intenzione in un impegno  più duraturo “facciamo che tu diventerai la nostra baby-sitter, sei d’accordo su questo?”.

Linda fu entusiasta, avrebbe potuto curare dei bambini – anche se non erano figli suoi – e anche avere un piccolo stipendio.

 

Tre.

Linda accompagnò Annie in ospedale, assistette al parto, restò piacevolmente inorridita dal parto cesareo, senza le grida e la sofferenza che si era immaginata, aiutò le infermiere del reparto di ostetricia a sistemare i due neonati – come sono piccoli, pensò – nelle cullette termiche, ebbe un vago desiderio di montata lattea e provò ad ascoltare la sensazione che saliva dal suo piccolo seno, seguì la barella sulla quale era stata sistemata Annie fino alla sua camera in ospedale.

Rocco, il marito di Annie, non aveva voluto assistere al parto “sono sicuro che potrei svenire, non amo la vista del sangue” e aveva atteso che gli riportassero la moglie nella stanzetta nella quale erano stati aggiunti due letti, uno per la mamma di Annie, una donna imponente con il tipico colorito di chi soffre di ipertensione, e l’altro per Linda, che si sentiva ormai a pieno titolo di far parte di quella famiglia.

Durante la prima notte, Linda non riuscì a dormire e passò la nottata a passeggiare nel corridoio, passando ogni trentacinque passi davanti alla vetrata della nursery, dove i gemelli erano stati collocati vicini, e dormivano sotto le lampade per la fototerapia.

Ogni tanto qualche neonato piagnucolava, altri muovevano i piccoli arti in maniera impercettibile, nessuno aveva gli occhi aperti e Linda si ritrovò a fantasticare sul colore degli occhi di tutti quei bambini nelle cullette.

Osservò le decalcomanie con i personaggi dei cartoni animati incollate alle pareti della nursery,  alcune riproducevano cartoon che non aveva mai visto, altre invece le erano familiari, e si domandò se tutto quel colore e quelle forme così vistose non avrebbero potuto disturbare i bambini: poi si disse che avevano gli occhi chiusi e in ogni caso la luce nell’ambiente era soffusa, non avrebbero subìto nessun fastidio.

 

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Davide Sapienza geopoeta.

Eppure il paesaggio non
è una colpa

Davide Sapienza

Geopoetica, un’esperienza da amanti della natura, ambientalisti di lungo corso, seguaci della tradizione spirituale andina che venera la Pachamama, e chi più ne ha più ne metta;  il tutto affiora nel mio immaginario rovistando nel settore razionale della mente, un razionale incombente nel  suo essere dominatore a scapito di percezioni espanse, considerate antitesi di uno stile cognitivo che ci orienta nel mondo per mezzo del pervasivo metodo cartesiano. Insomma l’armamentario mentale al quale so di non sfuggire, ma dal quale posso anche difendermi all’occorrenza.

Quindi imbattermi in Davide Sapienza in persona e nel suo libro Il Geopoeta, è stata una vera sorpresa.

Chi è un geopoeta, cosa ci si aspetta dalla geopoetica? Lo scopro conversando con l’autore e leggendo il suo libro di “Avventure nelle terre della percezione”, così recita il sottotitolo.

La geografia imparata a scuola,  ancella delle materie, ci distacca da un più consapevole vissuto emozionale che mette al centro la nostra naturale ma dimenticata connessione con l’ambiente nel quale siamo immessi. Già, il grembo della generosa Madre Terra che ci ha partoriti e dalla quale la menzogna della civilizzazione tende in ogni modo a separarci.

E qui
parte l’obiezione:  nostra madre umana ci
ha messi al mondo per renderci liberi affinché, con il passare del tempo,
ognuno prenda la propria strada; non emerge, quindi, una contraddizione?

Nessuna
contraddizione, la geografia, cioè la scrittura della terra, si configura come
un sano rapporto con la Terra Madre,  la
vera sostanza del nostro cammino nel mondo.

“La
geografia è prima di tutto una poetica, un atto generativo in continuo fluire,
divenire, evolversi. Nel momento in cui venisse riconosciuta la sua importanza,
nel momento in cui il paesaggio dell’urbe – grande o piccola – dovesse imporsi
definitivamente al centro del discorso pubblico, ne scaturirebbe l’esigenza di
una reale ricerca di metodi che diano vita a comunità costituite da
interconnessioni sociali, politiche, culturali, ricreative.”

Davide
Sapienza, Il Geopoeta, Bolis edizioni, pag.12

Prosegue
l’autore: “la geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla
scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta
intorno a noi.”

Quindi l’uomo moderno, tecnologico, dovrebbe ora reimparare a coltivare una relazione più radicale con la geografia (dal greco “descrizione e rappresentazione della terra”); la più antica scrittura e lingua del pianeta che alimenta il nostro bagaglio sensoriale ed emozionale; evitiamone lo scadimento. Un invito a superare il balbettio generato dall’analfabetismo emozionale; allora  impariamo questa bella lingua che ci accompagna di continuo nella porzione di universo che occupiamo.

Non si diventa geopoeti in poche, semplici mosse, bensì
ponendosi a contatto con gli strati più profondi dell’essere, per facilitare la
relazione d’ascolto con l’ambiente circostante. La risonanza che ne deriva sarà
il nostro viatico.

Il Geopoeta si articola in nove capitoli ognuno di essi
legati a un luogo vissuto, o a un moto dell’interiorità, ed è frutto di  un reale che scaturisce direttamente
dall’inconscio, inducendo il lettore a penetrare l’Ultratempo, elemento
unificante che oltrepassa la scansione del tempo in frequenze disarmoniche,
atte a spezzare la nostra vita in ritmi artificiosi, ritmi incoraggiati
dall’incedere dell’inevitabile crescendo tecnologico.

Dalla Valle dell’Occhio al Nordland, dove regna la sottile
luce artica, senza dimenticare i Cairn, piccole figure in pietra, segnavia del
cammino dell’uomo, e non meno importante la pittura di Giovanni Segantini. Leggete
e capirete, non voglio anticiparvi tutto.

La parola d’ordine della geopoetica è poiesis, il fare dal nulla:

“Geopoeta o non geopoeta, chi scrive dovrebbe avere sempre
consapevolezza di un ruolo: essere espressione e nel contempo creatore di nuovi
paradigmi in grado di legittimare la nostra appartenenza alla Comunità della
Terra. Cartesio non basta più: non la mente da sola, non le dita  sui dispositivi digitali, non il pensiero
riflesso. Il territorio deve emergere nella sua pienezza come valore assoluto
composto da una infinita rete di valori connessi tra loro, con il fine di far
progredire l’intera greater community: di scrittori, di costruttori di stufe,
di donne che corrono sul sentiero. Perché ciò avvenga occorre recuperare l’antico
fare dal nulla – la poesia come veicolo impalpabile ma tremendamente efficace
per immaginare, esplorare, percorrere, osservare, captare, percepire,
trasformare ogni tipo di territorio – fisico, artistico, umano – in una
narrazione genitrice di terminazioni nervose sociali non tossiche.”

Davide Sapienza, Il Geopoeta, Bolis edizioni, pag. 27.

L’eros geopoetico dell’autore si manifesta in una scrittura
magnetica che cattura il lettore; del resto per lui la scrittura è nutrice
e  nutrimento, un’esperienza autentica
priva di vanità.

E se vi dicessi che Davide Sapienza è anche il traduttore
di Jack London, sarà un caso ? Senza contare Edgar Allan Poe e Barry Lopez.

L’universo della geopoetica di Sapienza spazia da Alexander Von Humboldt suo grande ispiratore,  colui che elaborò l’idea di Naturgemälde, la visione totalizzante della natura quale forza globale interconnessa,  a François Truffaut, Akira Kurosawa, Neil Young e i Pink Floyd, solo per fare qualche esempio; nel 2004 pubblica i Diari di Rubha Hunish, testo precursore della narrativa geopoetica, seguito da una nutrita serie di pubblicazioni sul tema. L’esordio nell’editoria musicale negli anni giovanili.

Davide Sapienza è nato a Monza nel 1963.

“Ogni pensiero sorge nella mente, nel suo sorgere mira a passar fuori della mente, nell’atto; proprio come ogni pianta, germinando, cerca di salire alla luce.”
Ralph Waldo Emerson