L’ARCHITETTURA BRUTALISTA nella fotografia di STEFANO BARATTINI

Stefano Barattini torna sulla scena della fotografia d’architettura con grande rigore e concretezza: come naturale continuazione del suo lavoro di ricerca fotografica sull’architettura contemporanea, si passa dal Bauhaus al Brutalismo.

“Da vero appassionato di architettura soprattutto del periodo dall’inizio del 1900 a più o meno  il 1950/60, non potevo non considerare lo stile brutalista con il suo uso massiccio del cemento armato a vista.”

Così dichiara il nostro autore, accompagnandoci con le sue immagini in un viaggio fotografico alla scoperta di questo genere costruttivo che mi piace definire no frills.

Qualche nota sullo scabro linguaggio architettonico che fa seguito alla graduale involuzione del Movimento moderno.

I paradigmi del codice brutalista nascono verso la fine degli anni venti grazie a Charles Edouard Jeanneret, noto come Le Corbusier, il quale, sotto l’influenza del pittore francese Fernand Léger, darà corso a una graduale rottura nei confronti delle teorizzazioni correnti a favore di una continua sperimentazione rintracciabile già nei suoi progetti sia a livello architettonico, sia su scala urbana (vedi Padiglione Svizzero, Cité de Refuge a Parigi, Palazzo della Società delle Nazioni a Ginevra, Centrosojuz a Mosca).

Il termine brutalismo viene reso popolare grazie al teorico dell’architettura Reyner Banham solo nel dopoguerra e deriva dal francese béton brut di Le Corbusier, destinato a  caratterizzare alcuni suoi progetti, tra cui quello più noto è l’Unité d’Habitation di Marsiglia.

Per Brutalismo si intende quindi  una corrente architettonica attiva fino alla fine degli anni settanta, il cui principio fondante è l’utilizzo del cemento armato a vista, e l’impiego di tutti gli altri materiali grezzi che hanno una precisa funzione nell’edificio, come ad esempio acciaio e laterizi, atti a  costituire l’ossatura del progetto e a sottolineare l’essenzialità di strutture marcate e imponenti.

Tutto in vista nelle costruzioni brutaliste: un’esaltazione delle forme e dei dettagli che le compongono, nell’intento di sfidare il formalismo dell’epoca a scapito dell’estetica dei materiali.

La presenza di materiali grezzi consente al progetto di nascere dall’interno e mostrare il suo sviluppo attraverso la nudità materica delle volumetrie esterne. Quindi, minore importanza del  bello architettonico e maggiore evidenza di forme e volumi.

Solo un breve cenno sul pensiero di Bruno Zevi al riguardo:

“un edificio senza diaframmi formali, anzi con sanguigna rudezza e polemica astinenza da ogni finitura gradevole.”

Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, ed. Einaudi

 

Sono rintracciabili nell’Europa dell’Est, in particolare, ma anche in Italia, negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e Giappone, solo per fare qualche nome,  i luoghi d’elezione che recano testimonianze di edifici di marca brutalista.

Uno schematismo ripetitivo emerge dall’osservazione di questi manufatti: la negazione del bello per così dire “inutile”, specchio di una società incardinata nei meccanismi rigidi di un’ideologia, e con questo faccio esplicito riferimento ai paesi del socialismo reale dove questo stile fece presa in modo particolare.

Ex Unione Sovietica e Berlino Est, presentano numerosi esempi di questi edifici consacrati all’uniformità come concezione di vita.

In sintesi, ciò che conta in questo tipo di progettazione è il rapporto tra il volume dell’edificio e il contesto in cui si inserisce, dove è chiara la volontà, quasi drammatica, di introdurre un macrosegno urbano che si impone; non ultima, la poetica del “non finito” dove la materia non subisce alterazioni per mezzo delle finiture, in una semantica compositiva che tende ad avvicinare la sostanza e la forma.

Dopo la metà degli anni settanta calerà l’interesse verso questo tipo di progettazione, soppiantata dal Post-modernismo.

Stefano Barattini, a seguito di una precisa identificazione dei complessi architettonici in Italia e nell’Est europeo ci offre, con le sue fotografie, un’interessante rassegna di edifici che meglio rappresentano lo spirito brutalista.  L’autore ha eseguito scatti in bianco e nero che sottolineano la grezza nudità dei manufatti.

Conversando con l’autore:

“Posso solo dire che a differenza, per esempio, dell’architettura del Movimento moderno e del Razionalismo, la loro “bruttezza” emana comunque un grande fascino di fronte al quale non potevo rimanere indifferente.” 

Tskalthubo Piscina, complesso sportivo, Georgia © Stefano Barattini
Istituto ISIS, Castellanza, Varese © Stefano Barattini
Istituto Marchiondi, Baggio, Milano © Stefano Barattini
Torre Velasca, Milano © Stefano Barattini
Stadio di calcio, Monza © Stefano Barattini
 Spomenik, Stone Flower, Jasenovac, Croatia © Stefano Barattini
Spomenik, Monument to the Uprising of the People of Kordun and Banija
Petrova Gora National Park, Vojnic, Croatia © Stefano Barattini
Spomenik, Monumento alla rivoluzione del popolo di Moslavina, Podgaric , Croazia © Stefano Barattini
Complesso residenziale, Varese © Stefano Barattini
Complesso residenziale, Varese © Stefano Barattini
Complesso residenziale, particolare, Varese © Stefano Barattini
Complesso residenziale, particolare, Varese © Stefano Barattini

Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright © Stefano Barattini




Greta Thunberg e il destino del mondo.

Su Greta Thunberg è stato detto di tutto, dalla critica all’ingenuo pensiero di ambientalista acerba e ignara della complessità del problema, agli attacchi aggressivi circa il suo aspetto fisico, il cosiddetto body shaming che va bene per tutti i casi, senza contare il consueto complottismo che la vuole manipolata da lobby finanziarie aventi loschi scopi.

Mi pare che il fenomeno mediatico di cui molti si riempiono la bocca, l’abbiano creato proprio gli opinionisti saccenti e titolati e coloro che sfogano le proprie frustrazioni conducendo l’unica operazione ecologica di cui sono capaci, ossia scaccolarsi il naso.

Credo che quello che sfugge nel contesto caotico del parlarsi addosso sia il punto della questione, a mio modesto parere, cioè il vigore della protesta con la quale Greta ha contagiato i coetanei e non solo; quanti adulti sensibili alla questione ambientale erano presenti nei cortei transitati per molte strade e non solo le nostre ?

Tanti, ve lo assicuro. La protesta è il fermento del cuore giovane e ancora puro, laddove il sentimento – e qui mi duole contrariare un illustre intellettuale e filosofo – è trigger motivazionale, spinta propulsiva verso il cambiamento.

Alcune persone della mia generazione lo sanno benissimo e, nonostante le contraddizioni, continuano a conservare lucida e sentita memoria di quando si scendeva in piazza a frotte per difendere i diritti.

Certamente il sentimento non basta a risolvere le cose e la scienza, va da sé, deve proporre soluzioni che la politica è tenuta ad attuare, nel mondo.

Cari intellettuali, commentatori, detrattori, sappiate che preferisco una Greta che alza la voce spiazzando i benpensanti, a un Bolsonaro che considera l’Amazzonia una sua proprietà.

Le coscienze critiche si formano lentamente, faticosamente, con la formazione, andando a scuola,  sostiene l’illustre professore. E chi lo nega? Che io sappia i cortei erano formati in gran parte da studenti, coloro che studiano; diamo loro il tempo di crescere e formarsi o maturare una coscienza critica senza biasimarli per la voglia di essere non solo testimoni del cambiamento ma anche parte attiva.

Un’ultima chiosa, se posso. Lo sviluppo cognitivo dei ragazzi di oggi, se ben impostato, viaggia a una velocità superiore di quello dei ragazzi di ieri…

 


Immagine copertina tratta da: https://www.independent.co.uk




Appunti di fotografia.

La recente scomparsa di Robert Frank, grande autore della fotografia mondiale e retorica equivalente, riporta a galla uno dei temi non sempre sufficientemente compreso da chi fa fotografia per diletto proprio.

Leggo un ingenuo commento che definisce Robert Frank un grande della street photography; in un altro tempo, luogo e cultura avrei fatto seppuku, addossandomi il fallimento educativo associabile  a tale definizione.

L’equivoco più resistente che mai è proprio questo: quella denominazione alquanto generica che indica scatti eseguiti per strada, facendone un genere. Fotografare chi, cosa, perché? Ritrarre persone che camminano, edifici e arredo urbano, cogliere situazioni divertenti o interessanti, fare reportage di avvenimenti? Proviamo a fare chiarezza: la street photography, di fatto, non esiste.

È molto semplice: o siamo attratti dalle caratteristiche di un luogo, per l’architettura che lo definisce, l’armonia o disarmonia degli spazi, il pregio o sfregio urbanistico concertato da chi l’ha realizzato, insomma quell’insieme di elementi che cogliamo con lo sguardo e ci suggeriscono di portarne memoria per semplice gradimento, come creare una raccolta di immagini da conservare e riguardare a piacere. Perché ci ricordano momenti di vita, persone, relazioni umane, quello che contribuisce a creare una storia; la nostra storia personale o la storia della nostra città. Oppure siamo interessati a realizzare un portfolio, per dimostrare una tesi che può essere la valorizzazione di quel luogo oppure denunciarne l’abbandono.

Altro ancora è registrare visivamente testimonianze di fatti e accadimenti, o cogliere semplici godibili momenti di vita cittadina, tali da connotare un’epoca, un fare storia per immagini da regalare al mondo di oggi e quello di domani. Ho solo proposto qualche esempio.

Robert Frank, invece, ha sgomberato il campo dai paradigmi del momento decisivo e del punctum barthesiano; lo dico per compiacere il linguaggio comune. È preferibile entrare nel profondo di una fotografia dalla sintassi irrituale atta a rappresentare le contraddizioni della società americana, nel passaggio dall’icona della società del benessere al banale quotidiano ripreso nella sua disarmante prosaicità. Vedo insita nella sua opera la volontà di decostruire, demitizzare le scene riprese: non si distrugge un’icona per crearne un’altra. In “Les Americains” mi sembra evidente.

A titolo di suggerimento credo sia salutare mettere in discussione le nostre convinzioni radicate, in buona fede, nell’entusiasmo creativo che ci accompagna quando eseguiamo uno scatto: non basta un orizzonte inclinato per sentirci emuli di Robert Frank; occorre prima interrogarsi a fondo su ciò che si vuole comunicare; avere un’idea dei fondamenti del linguaggio fotografico e applicarli senza adeguata competenza non aiuterà.

Come esiste una pragmatica del linguaggio, materia multidisciplinare che studia congegni e ingranaggi della comunicazione, fra cui l’interazione tra parole e parlanti, allo stesso modo c’è una pragmatica della fotografia, che ricalca il medesimo sistema di relazioni, interazioni, cortocircuiti, bizzarrie e anomalie che se ben padroneggiato può dar luogo a risultati degni di nota.


Le immagini di questa galleria sono tratte da The Americans, © Robert Frank.

Foto copertina © Lee Friedlander




OLTRE IL CIELO. Racconti straordinari con esploratori della Luna e dello Spazio.

L’esplorazione è nel DNA degli esseri umani

Giovanni Caprara


Viaggio nella Luna (Le Voyage dans la lune), Georges Méliès, 1902

 

Sua eccellenza il Politecnico di Milano ospita, di tanto in tanto, eventi culturali aperti al pubblico e precisamente interviste a personaggi della cultura, condotte con affabile disponibilità dal Magnifico Rettore o docenti dei vari dipartimenti.

Ebbene, ho già visto in azione un paio di questi personaggi: Beppe Severgnini, giornalista sempre sorridente nonostante le avversità della politica, e Marco Malvaldi, arguto scrittore di romanzi gialli.

L’incontro con l’autore di cui vi riferisco, è con Giovanni Caprara, editorialista scientifico del Corriere della Sera a colloquio con  Giuseppe Sala docente del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali.

Caprara ha recentemente pubblicato un libro dal titolo Oltre il cielo. Racconti straordinari con esploratori della luna e dello spazio, edito da Hoepli. Nove capitoli fra i quali “Grandi padri”, “Guerrieri dell’orbita”, “Uomini e donne del cosmo russo”, “Dall’Italia alle stelle”  (ci siamo anche noi, che credevate ?), “Il nostro futuro”. Niente di meglio per  ripercorrere le vicende dei viaggi nello spazio, culminati nell’ambiziosa missione luna.

Un semplice quiz per i lettori di Diatomea:

Come si chiama l’area prescelta dalla NASA per l’allunaggio?
A) La prateria del silenzio
B) Il mare della tranquillità
C) L’oasi della pace.

Avete risposto correttamente ? Non ricordate? Bene, un buon motivo per leggere il libro.

20 luglio 1969, 20:17:40 UTC.  Vi dice qualcosa questa data ?  Gli italiani muniti di televisore in bianco e nero, in tutto due soli canali da farsi bastare, rimasero incollati allo schermo per vivere, comodamente da casa, un momento straordinario della storia dell’umanità: la missione Apollo 11, lo sbarco dell’uomo sulla luna, con il quale gli Stati Uniti vincono la competizione tecnologica e scientifica con l’Unione sovietica. Motivo del sorpasso: superiorità finanziaria e gestionale degli Stati Uniti.

Lancio Apollo 11

Nel pieno fulgore di una guerra fredda alla ricerca di opportunità anche in campo aerospaziale, la cosiddetta “conquista dello spazio” era considerata  un’arma strategica di primaria importanza per entrambi i blocchi.

Chi di noi al tempo era già grandicello ricorderà la telecronaca in diretta condotta da Tito Stagno, con il commento di Andrea Barbato, e il famoso battibecco con Ruggero Orlando in collegamento da Houston, riguardo al tempo esatto dell’allunaggio.

Sala di controllo missione Apollo 11

Un momento di orgoglio nazionale: Rocco Petrone, figlio di immigrati italiani, direttore dei lanci del programma Apollo, premette il pulsante proiettando l’umanità nella storia delle missioni lunari.

Dal curriculum dell’autore che ho riportato integralmente, ci rendiamo conto di avere di fronte  un esperto del settore spaziale e testimone autorevole di imprese che hanno fatto sognare una generazione di donne e uomini, giovani e meno giovani, che vedevano nell’esplorazione spaziale   un incentivo per  un’evoluzione in positivo dell’umanità, un superamento del limite, l’emblema dell’irraggiungibile, un’avventura  portatrice di scoperte benefiche in vari campi. Come conseguenza la crescita delle nostre aspettative di benessere diffuso nella società: malattie, guerre, povertà, avrebbero ceduto il posto alla prosperità e alla pace sociale. Una spinta universalista che alimentò l’immaginario popolare, dalla fantascienza alla realtà.

Giovanni Caprara

 5 luglio 1989. Caprara incontra gli astronauti   della missione Apollo 11: Neil Armstrong, Edwin   Aldrin e Mike Collins. Una corposa intervista che   si svolge nel Salone dell’aeronautica e dello   spazio di Parigi-Le Bourget, per celebrare i     vent’anni della “notte della luna”. L’autore   soddisfa alcune nostre curiosità ponendo molte   domande ai leggendari astronauti, fra cui quella   vagamente insidiosa, rivolta a Neil Armstrong sul ruolo colonizzatore delle missioni lunari:

È giusto che gli Stati Uniti colonizzino la luna?

 È un tipo di domanda molto ipotetica. Io sono sicuro che se avessimo continuato il programma di esplorazione che avevamo avviato, oggi disporremmo già di una base abitata e potremmo sfruttare le risorse naturali del nostro satellite estraendo per esempio ossigeno dalle rocce. Non ho dubbi comunque. Queste cose si faranno nel prossimo futuro.

 Il nostro satellite sarà  una pietraia del tutto inospitale, ma dai sassi qualcosa si può spremere per il bene dell’umanità.

Dalla prefazione dell’autore al suo libro Oltre il cielo:

“Ogni esplorazione, in particolare quella dello spazio è frutto di temerarietà, determinazione ma e soprattutto un’avventura dell’intelletto, della cultura proiettata verso nuovi confini.”

[…]Il libro è una storia dello spazio raccontata dalla voce dei personaggi che l’hanno realizzata. Ed è stato meraviglioso ascoltare la passione, l’entusiasmo, la visione che animava le loro parole, spesso intrise da una sorprendente umiltà. Testimonianze preziose, che ci portano nel futuro volando dalla fantascienza alla realta.”

 Questo il sogno planetario di un Occidente che si era lasciato alle spalle, ormai da un ventennio, una guerra mondiale da dimenticare, senza contare un conflitto rovinoso in corso nel Sud-est asiatico; la voglia di un futuro salvifico fatto di vicende straordinarie è umanamente comprensibile. Ricordiamo che in Italia l’Autunno caldo delle mobilitazioni operaie era alle porte.

Un sogno di breve durata nel nostro Paese: il 12 dicembre 1969  la strage di Piazza Fontana darà l’avvio alla strategia della tensione.


Giovanni Caprara è editorialista scientifico del Corriere della Sera e ha seguito le imprese spaziali nei centri delle varie nazioni. È autore di numerose pubblicazioni sulla storia della scienza e dell’esplorazione spaziale tradotte in Europa e negli Stati Uniti, tra cui: Il libro dei voli spaziali (Vallardi); Era spaziale (Mondadori); Alla scoperta del sistema solare (con Margherita Hack, Mondadori); Abitare lo spazio (Mondadori); L’avventura della scienza (Rizzoli); L’Italia sullo Shuttle (Mondadori); Breve storia delle grandi scoperte scientifiche (Bompiani); Storia italiana dello spazio (Bompiani); The Complete Encyclopedia of Space Satellites (FireFly); Rosso Marte (Utet). Co-autore di Space Exploration and Humanity – A historical encyclopedia (ABC-CLIO). È curatore della sezione Spazio del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano e tiene lezioni sulla storia dell’esplorazione spaziale al Politecnico di Milano. Nel 2000 ha ricevuto il premio ConScientia come giornalista scientifico dell’anno, premio assegnato congiuntamente dalle università milanesi; nel 2010 l’European Science Writers Award della Euroscience Foundation; nel 2016 il Premio per la comunicazione scientifica della Società Italiana di Fisica (SIF). Dal 2011 è presidente dell’UGIS, Unione Giornalisti Italiani Scientifici. In riconoscimento della sua attività di divulgatore, l’International Astronomical Union ha battezzato in suo onore un asteroide in orbita tra Marte e Giove.





IL CALCIO FEMMINILE

Finalmente. Finalmente il calcio femminile assurge agli onori della cronaca con un’emozionante partita d’esordio Australia – Italia, ai mondiali di calcio femminile, vinta dalle nostre Azzurre 2-1, vinta da noi donne. La cronaca della partita trasmessa in diretta da RAI 2 è presente su tutti i media, io mi limito a commentare il sentimento.

Abituati al divismo machista del calcio tradizionalmente appannaggio degli uomini, la partecipazione delle giocatrici italiane ai mondiali è una vera promozione del femminile in un ambito che ci ha sempre visto relegate a ruoli subalterni, anche in questo sport.

Le eterne seconde, se non ultime, oggi abbiamo dimostrato le nostre capacità e il nostro valore perforando gli stereotipi del dominio maschile, che ho visto sgretolarsi, durante lo svolgimento della partita, uno ad uno.

Serie e concentrate le giocatrici italiane capaci di strategia, nessuna virago in campo, ma giovani donne preparate e combattive, pronte al temuto confronto con le bionde e vigorose australiane, avversarie agguerrite grazie alla loro grintosa fisicità molto decantata dai commentatori. Solide colonne bene impostate e sostenute da una buona tradizione calcistica femminile.

La dominanza del maschile sicuro di sé e padrone del campo di calcio, è sostituita da un femminile pieno di intelligenza e dosata bellezza nell’aggiustarsi i capelli non per vanità, ma per consentire maggiore efficienza a corpi protesi a difendere e attaccare con determinazione e grande presa di coscienza del proprio ruolo.

Le maglie azzurre del calcio, per una volta, non hanno sottolineato sgarbate fisionomie maschili, ma  evidenziato giovani seni in guardia che assecondavano ogni movimento di corpi ben allenati a sostenere lo sforzo di una partita impegnativa.

Un emozionante debutto al quale spero facciano seguito altri meritati successi. Da donna e femminista lo auguro vivamente a tutte noi.





IL RESTAURATORE DI BENI CULTURALI. Parte Seconda

In questa seconda parte dell’articolo “Il restauratore di beni culturali” vedremo più da vicino gli aspetti operativi del restauro di un bene: diagnosi, metodi di lavoro e il risultato finale.

Link alla prima parte dell’articolo.

 

Parliamo ora di un case study, cioè il recupero di un mosaico: l’emblema raffigurante Ercole che uccide il leone di Nemea, conservato – o meglio accantonato – nei locali di servizio del Museo Poldi Pezzoli di Milano, e collocato sulla parete del ripostiglio antistante la scala, probabilmente negli anni trenta del Novecento, in quanto ritenuto un falso.

Foto del mosaico prima del restauro.

RM Cosa puoi raccontarci, Chiara, in merito alla parte preliminare del lavoro di recupero vero e proprio, per meglio inquadrare l’attività che hai svolto ?

CB  Il mosaico, realizzato con pietre calcaree colorate, molto diffuse in tutta Italia, misura 72cm x 51cm x 4cm di spessore. La tecnica utilizzata è l’opus vermiculatum [1]: le tessere sono di dimensioni molto piccole (3-4 mm circa) e posizionate fittamente in modo da seguire, con la loro inclinazione, le esigenze della rappresentazione figurativa. Questa consiste nell’episodio mitologico di Ercole che strozza il Leone di Nemea. Dalla documentazione esistente, si presume che in origine il mosaico fosse incassato nel pavimento dell’ atrio a piano terra.

 Come dicevo in precedenza, l’importante  fase di ricerca filologica preliminare al restauro è stata lunga e approfondita; la consultazione di tutti i documenti relativi all’amministrazione e alle finanze del museo, scritti dai membri della commissione che si è occupata della gestione del medesimo dal 1881 al 1932, ha fornito alcune informazioni utili a ricostruire la storia conservativa del mosaico. Questo è rimasto incassato nel pavimento davanti allo scalone che porta al primo piano della casa museo, rimanendo soggetto a calpestio per circa vent’anni, per poi essere esposto come un quadro nella prima sala corrispondente all’attuale ingresso.

 

RM In quali condizioni si presentava il manufatto sul quale hai lavorato ?

CB Senza entrare nel dettaglio sullo stato di conservazione dell’opera, si è trattato per lo più di stuccature cementizie che deturpavano il manufatto, una delle quali attraversava il mosaico verticalmente da parte a parte, creando una frattura che lo divideva in due metà.  Questo intervento è da collegare con tutta probabilità alla rimozione del mosaico dal pavimento, operazione alla quale ha fatto verosimilmente seguito un restauro di natura molto invasiva, come si usava nell’Ottocento, e che ha comportato l’inserimento di materiali cementizi nelle stuccature di “consolidamento”.

Inoltre il mosaico mostrava le probabili tracce di un altro intervento di restauro con tutta probabilità ancora precedente, durante il quale alcune porzioni del manufatto erano state reintegrate con tessere vitree. Ovviamente sono state fatte varie ipotesi sulle cause di questi riattamenti: assestamenti del terreno, caduta di oggetti pesanti, caduta dello stesso mosaico. Tuttavia, non essendoci documentazione a riguardo, non possiamo certificare nulla, limitandoci a esprimere delle congetture.

 

RM Immagino la parte diagnostica preliminare sia indispensabile per stabilire quali azioni intraprendere per il risanamento dell’opera.

CB Esattamente, senza un’opportuna indagine sullo stato di conservazione dell’opera e sulla natura dei materiali costitutivi del manufatto, non ha senso iniziare un intervento di restauro. Inoltre l’identificazione dei materiali è importante per capire, in aggiunta alle cause del degrado, anche il tipo di analisi puntuali da eseguire, in quanto non tutti i materiali possono essere sottoposti a tutte le possibili indagini diagnostiche. Nella fattispecie, sul mosaico sono state impiegate tecniche di imaging, si è svolta un’approfondita indagine fotografica, nonché mirati esami microscopici fondamentali per una più precisa caratterizzazione del bene.

 

RM Chiara, entriamo ora nel cuore dell’operazione di riattamento del mosaico: puoi raccontarci, in breve, le varie fasi del  lavoro ?

CB La prima fase di restauro è consistita nella rimozione superficiale del deposito incoerente di polvere e detriti di varia natura, tra cui un’esigua percentuale di sali solubili. Successivamente ho effettuato test di pulitura, ossia le prove atte a determinare la più idonea metodologia di  rimozione della malta cementizia presente sotto forma di vistose stuccature, tali da occludere gli spazi interstiziali, impedendo la corretta lettura dell’immagine rappresentata. 

 Infine, sempre a seguito dei risultati dei suddetti test, ho fatto in parte uso di un apparecchio micromotore munito di punta in acciaio inox per le zone più ardue, e ho applicato un impacco imbevuto di acqua e tensioattivo in tutto il resto del mosaico: le fughe tra le tesserine sono state liberate dal cemento ammorbidito dall’impacco, agendo in maniera manuale (la famosa iconica spatolina del restauratore N.d.R.). Dove vi era la stuccatura si è creato dello spazio vacante (noi le chiamiamo lacune), integrato con delle tesserine di calce idraulica naturale, appositamente posizionate per ricollegare il tessuto musivo, e ritoccate. Una volta terminata anche questa fase d’integrazione, ho steso una cera protettiva su tutto il mosaico.

Foto della restauratrice intenta nel suo lavoro.

RM “Chiara, un’operazione a dir poco minuziosa e delicata: sembra di essere immersi in un micromondo di tessere microscopiche e minuscoli pennelli! Il risultato è decisamente mimetizzante, oserei dire quasi impossibile da notare se non a una distanza ravvicinata. Il confronto prima e dopo è davvero sbalorditivo.“

Foto del mosaico dopo l’intervento di restauro.

RM Un’ultima, triplice domanda, Chiara, ringraziandoti dell’attenzione che hai dedicato ai lettori di Diatomea: quanto tempo ha richiesto tutto il lavoro di restauro nel suo complesso, quanta soddisfazione ti ha dato e quanto ha facilitato, o meno, la datazione del reperto in funzione della sua originalità /falsità ?

CB Un tempo abbastanza lungo considerando i test, le sperimentazioni, la ricerca della documentazione, la richiesta di consultazioni da parte di esperti e l’esecuzione vera e propria del restauro. La soddisfazione non è mancata nel rendermi conto di avere per le mani un reperto di epoca antica; confrontandomi con il Dott. Andrea Di Lorenzo, conservatore del museo, che si è occupato ampiamente dei falsi del Poldi Pezzoli, è sorto subito il dubbio che si trattasse di un originale e non di un falso. Recentemente abbiamo ricevuto in visita la Dottoressa Cristina Boschetti, del Centro Nazionale di Ricerca Scientifica di Parigi, che ha dato il suo parere positivo sul mosaico, ritenendolo quasi con certezza un originale di epoca romana, ascrivibile molto probabilmente alla seconda metà del I sec. a.C.

A livello materico la prova più sicura è data dai risultati ottenuti dall’impiego di una tecnica diagnostica XRF, fluorescenza a raggi X; nel caso di indagine su materia organica è il carbonio 14 a consentire maggior precisione nel datare un reperto, ma con i materiali inorganici è molto più difficile stabilire una corretta datazione.

Nel caso in questione è stato determinante il rinvenimento di faïence, un materiale simile al vetro, riscontrabile solo in epoca antica e quindi un indizio che depone a favore dell’antichità del manufatto. Nel rispetto dell’indispensabile cautela richiesta anche dal prestigio del museo ospitante, non ufficializziamo ancora la sua autenticità, ma la riteniamo altamente probabile. Potrebbero far seguito ulteriori e costosi test per emettere il verdetto definitivo.

Che ne è stato dell’oscuro artigiano che ho menzionato all’inizio dell’intervista?

 

[1] L’espressione deriva probabilmente dal latino vermiculus (verme) con cui si intendeva sottolineare l’andamento curvilineo e serpeggiante delle piccolissime tessere musive.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati, tutte le altre sono soggette a copyright ©Rita Manganello




IL RESTAURATORE DI BENI CULTURALI. Parte Prima

Link alla seconda parte dell’articolo

 

Sulle note dell’Aria sulla quarta corda di Bach, presa a prestito da un programma della mass culture televisiva, mi accingo ad accompagnarvi nel mondo del restauro dei beni culturali. Rimarrete sorpresi.

Tornando seria, penso sia opportuno oltrepassare l’immaginario comune sviluppatosi sulla figura dell’oscuro artigiano intravisto aggirarsi tra reperti polverosi, spesso accantonati in qualche sgabuzzino di prestigiosi musei, con il compito di restituire a manufatti di interesse storico ed artistico la perduta dignità.

Fra poco entrerà in scena Chiara Beretta, giovane restauratrice, titolata autrice del recupero di un’opera musiva conservata nel museo Poldi Pezzoli di Milano: Ercole che uccide il leone di Nemea.

Lo scenario entro il quale ci muoveremo è una  stupenda dimora situata nel centro città, di proprietà di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, facoltoso signore appartenente all’alta borghesia milanese del XVIII secolo.

Gian Giacomo espresse nel 1871 la volontà di trasformare la sfarzosa casa di famiglia in un museo, conservando per sé una porzione di spazio ad uso abitativo. Sfortunatamente Gian Giacomo non poté assistere al termine dei lavori di allestimento del museo, poiché morì nel 1879, lasciando in eredità a Giuseppe Bertini,  primo direttore del museo, il compito di portare a termine l’adattamento dei locali. Più tardi, alla morte del Bertini, Camillo Boito, già direttore dell’Accademia di Brera,  assunse la direzione del museo. (1898-1914).

Nell’ambiente traboccante di collezioni di manufatti d’arte (per le famiglie importanti della società dell’epoca, il collezionismo di oggetti d’arte era un obbligo di lignaggio), Chiara inizia il suo racconto:

 

RM Chiara, qualche parola di introduzione sul tuo lavoro di restauratrice, generalmente poco chiaro  a chi non ha abitualmente a che fare con la conservazione dei beni culturali.

CB La disciplina del restauro si suddivide in diverse categorie: esiste il restauro delle tele e delle tavole antiche, il restauro dei mobili, il restauro dei vetri e dei metalli, dei monumenti e delle statue, dei tessuti, delle pellicole, dell’arte contemporanea.

Vien facile immaginare il restauratore, nel suo laboratorio, col pennello in mano, un antico dipinto davanti e l’estro creativo a guidarlo. In realtà, al di là di quello che l’immaginario collettivo suggerisce, il restauro di un’opera d’arte ha ben poco di creativo. Il restauro ha come fine ultimo il risanamento dei materiali, il risarcimento di qualcosa che manca, il ristabilimento di un’unità potenziale, effettivamente venuta meno negli anni. La scuola di restauro assomiglia all’Accademia di Belle Arti ma è molto, molto più complessa. Partiamo dal presupposto che l’opera d’arte è composta da semplice materia assemblata e modificata a piacimento dall’artista; questa materia è veicolo di emozioni e significati, portatrice di una serie di valori estetici che ne definiscono il valore, ma è sempre e comunque materia.  È facile quindi comprendere come la chimica, ossia la scienza che studia la materia ed il suo comportamento, sia una delle discipline gemelle del restauro, così come la fisica e la biologia. 

 

RM Quindi ci addentriamo in un ambito che confina con le scienze dure, altro che oscuro artigiano munito di spazzolino e pennello.

Chiara prosegue, sorridendo con bonaria malizia:

CB Beh certo, devi sapere che la maggior parte delle operazioni di restauro comporta l’applicazione di prodotti chimici che determinano una reazione con il supporto opera d’arte: consolidamento, pulitura, corrosione, protezione; è quindi imprescindibile saper prevedere tali reazioni soprattutto a livello chimico, per scegliere il giusto prodotto da utilizzare ai fini di una corretta conservazione di tutte le componenti dell’opera.

Si potrebbe forse definire il restauro come “la medicina delle opere d’arte”, ma tale definizione sminuirebbe alcuni aspetti molto importanti di questo lavoro: la conoscenza, la sensibilità e l’intuito. Il primissimo approccio di un restauratore consiste infatti nel profondo studio dell’opera, della sua storia, delle sue caratteristiche materiche ed estetiche, in poche parole, della sua essenza.

 

RM Cosa si intende, precisamente, per conservazione di un’opera d’arte ?

CB Prima di tutto dobbiamo chiarire cosa rende tale un’opera d’arte, a cosa devo porre particolare attenzione nel maneggiarla. Un manufatto molto antico, per quanto possa non essere di particolare pregio, è impreziosito da una “patina” che testimonia il suo passaggio attraverso il tempo e la storia e che sarà opportuno conservare durante il restauro; un’opera che invece deve la sua rilevanza al nome dell’artista che l’ha ideata comporta la totale comprensione del messaggio che  l’artista voleva trasmettere attraverso di essa: in tal senso il restauro deve essere finalizzato alla conservazione dell’opera congiuntamente alla trasmissione invariata del messaggio artistico che essa veicola. Il ruolo del restauratore è anche, e soprattutto, comprendere fino a che punto un’opera può essere alterata in funzione della sua salvaguardia, cioè individuare la sottile linea di confine che stabilisce la legittimità nel rimuovere un intervento passato e non idoneo, la sensibilità necessaria nel cambiare l’aspetto di un’opera universalmente riconosciuta per quanto degradata.

 

RM  Chiara, in quale modo il progresso tecnologico può contribuire allo svolgimento del tuo lavoro ?

CB A seguito del progresso della tecnologia sono stati introdotti sul mercato prodotti e sistemi sempre più evoluti, al servizio delle discipline scientifiche ma anche museologiche e conservative, e ciò consente al restauratore di attingere a innumerevoli prodotti sempre più innovativi, e nuovi sistemi atti a rendere comprensibile la storia conservativa di un’opera – magari largamente cambiata nell’aspetto durante le operazioni di restauro – anche ai profani.

 

RM Domanda da profana: basta una buona conoscenza dei supporti sui quali operare, per scegliere il prodotto giusto destinato al recupero di un’opera deteriorata?

Chiara sorride con spontanea vitalità: 

CB  In effetti la tecnica non basta; è l’intuito di immaginare non solo una corretta metodologia di restauro, ma anche una corretta presentazione in vista della fruizione pubblica del bene, a guidare il restauratore nel suo lavoro. Filologia, museologia e restauro sono infatti discipline fortemente legate tra loro, che trovano una speciale simbiosi nel restauro dell’arte contemporanea, disciplina delicatissima e in continua evoluzione. L’arte contemporanea abbraccia una sconfinata tipologia di materiali che, essendo così diversificati, impedisce una specializzazione a livello settoriale. Basta pensare a Damien Hirst, alle sue opere fatte di animali imbalsamati e immersi nella formaldeide, alle bucce di frutta cucite di Zoe Leonard, alle sculture al neon di Fontana. Il restauro di queste tipologie di opere è molto complesso, e comprende alcune prassi metodologiche estranee al restauro di opere antiche, come ad esempio la completa sostituzione di parti danneggiate dell’opera (molto spesso inevitabile, pena la perdita totale del manufatto!) ma applicata alle opere antiche, è una  pratica scorretta poiché comporta la compromissione dell’originalità storica ed estetica dell’opera stessa, filologicamente esecrabile e definibile come creazione di un falso storico. Vi sono quindi tantissimi aspetti da prendere in considerazione per un restauratore, il quale si trova spesso a fare i conti con grandi criticità, ma soprattutto con enormi responsabilità! Questo fa del restauro una disciplina fortemente poliedrica e ricca di fascino.

 

…Continua





Davide Sapienza geopoeta.

Eppure il paesaggio non
è una colpa

Davide Sapienza

Geopoetica, un’esperienza da amanti della natura, ambientalisti di lungo corso, seguaci della tradizione spirituale andina che venera la Pachamama, e chi più ne ha più ne metta;  il tutto affiora nel mio immaginario rovistando nel settore razionale della mente, un razionale incombente nel  suo essere dominatore a scapito di percezioni espanse, considerate antitesi di uno stile cognitivo che ci orienta nel mondo per mezzo del pervasivo metodo cartesiano. Insomma l’armamentario mentale al quale so di non sfuggire, ma dal quale posso anche difendermi all’occorrenza.

Quindi imbattermi in Davide Sapienza in persona e nel suo libro Il Geopoeta, è stata una vera sorpresa.

Chi è un geopoeta, cosa ci si aspetta dalla geopoetica? Lo scopro conversando con l’autore e leggendo il suo libro di “Avventure nelle terre della percezione”, così recita il sottotitolo.

La geografia imparata a scuola,  ancella delle materie, ci distacca da un più consapevole vissuto emozionale che mette al centro la nostra naturale ma dimenticata connessione con l’ambiente nel quale siamo immessi. Già, il grembo della generosa Madre Terra che ci ha partoriti e dalla quale la menzogna della civilizzazione tende in ogni modo a separarci.

E qui
parte l’obiezione:  nostra madre umana ci
ha messi al mondo per renderci liberi affinché, con il passare del tempo,
ognuno prenda la propria strada; non emerge, quindi, una contraddizione?

Nessuna
contraddizione, la geografia, cioè la scrittura della terra, si configura come
un sano rapporto con la Terra Madre,  la
vera sostanza del nostro cammino nel mondo.

“La
geografia è prima di tutto una poetica, un atto generativo in continuo fluire,
divenire, evolversi. Nel momento in cui venisse riconosciuta la sua importanza,
nel momento in cui il paesaggio dell’urbe – grande o piccola – dovesse imporsi
definitivamente al centro del discorso pubblico, ne scaturirebbe l’esigenza di
una reale ricerca di metodi che diano vita a comunità costituite da
interconnessioni sociali, politiche, culturali, ricreative.”

Davide
Sapienza, Il Geopoeta, Bolis edizioni, pag.12

Prosegue
l’autore: “la geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla
scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta
intorno a noi.”

Quindi l’uomo moderno, tecnologico, dovrebbe ora reimparare a coltivare una relazione più radicale con la geografia (dal greco “descrizione e rappresentazione della terra”); la più antica scrittura e lingua del pianeta che alimenta il nostro bagaglio sensoriale ed emozionale; evitiamone lo scadimento. Un invito a superare il balbettio generato dall’analfabetismo emozionale; allora  impariamo questa bella lingua che ci accompagna di continuo nella porzione di universo che occupiamo.

Non si diventa geopoeti in poche, semplici mosse, bensì
ponendosi a contatto con gli strati più profondi dell’essere, per facilitare la
relazione d’ascolto con l’ambiente circostante. La risonanza che ne deriva sarà
il nostro viatico.

Il Geopoeta si articola in nove capitoli ognuno di essi
legati a un luogo vissuto, o a un moto dell’interiorità, ed è frutto di  un reale che scaturisce direttamente
dall’inconscio, inducendo il lettore a penetrare l’Ultratempo, elemento
unificante che oltrepassa la scansione del tempo in frequenze disarmoniche,
atte a spezzare la nostra vita in ritmi artificiosi, ritmi incoraggiati
dall’incedere dell’inevitabile crescendo tecnologico.

Dalla Valle dell’Occhio al Nordland, dove regna la sottile
luce artica, senza dimenticare i Cairn, piccole figure in pietra, segnavia del
cammino dell’uomo, e non meno importante la pittura di Giovanni Segantini. Leggete
e capirete, non voglio anticiparvi tutto.

La parola d’ordine della geopoetica è poiesis, il fare dal nulla:

“Geopoeta o non geopoeta, chi scrive dovrebbe avere sempre
consapevolezza di un ruolo: essere espressione e nel contempo creatore di nuovi
paradigmi in grado di legittimare la nostra appartenenza alla Comunità della
Terra. Cartesio non basta più: non la mente da sola, non le dita  sui dispositivi digitali, non il pensiero
riflesso. Il territorio deve emergere nella sua pienezza come valore assoluto
composto da una infinita rete di valori connessi tra loro, con il fine di far
progredire l’intera greater community: di scrittori, di costruttori di stufe,
di donne che corrono sul sentiero. Perché ciò avvenga occorre recuperare l’antico
fare dal nulla – la poesia come veicolo impalpabile ma tremendamente efficace
per immaginare, esplorare, percorrere, osservare, captare, percepire,
trasformare ogni tipo di territorio – fisico, artistico, umano – in una
narrazione genitrice di terminazioni nervose sociali non tossiche.”

Davide Sapienza, Il Geopoeta, Bolis edizioni, pag. 27.

L’eros geopoetico dell’autore si manifesta in una scrittura
magnetica che cattura il lettore; del resto per lui la scrittura è nutrice
e  nutrimento, un’esperienza autentica
priva di vanità.

E se vi dicessi che Davide Sapienza è anche il traduttore
di Jack London, sarà un caso ? Senza contare Edgar Allan Poe e Barry Lopez.

L’universo della geopoetica di Sapienza spazia da Alexander Von Humboldt suo grande ispiratore,  colui che elaborò l’idea di Naturgemälde, la visione totalizzante della natura quale forza globale interconnessa,  a François Truffaut, Akira Kurosawa, Neil Young e i Pink Floyd, solo per fare qualche esempio; nel 2004 pubblica i Diari di Rubha Hunish, testo precursore della narrativa geopoetica, seguito da una nutrita serie di pubblicazioni sul tema. L’esordio nell’editoria musicale negli anni giovanili.

Davide Sapienza è nato a Monza nel 1963.

“Ogni pensiero sorge nella mente, nel suo sorgere mira a passar fuori della mente, nell’atto; proprio come ogni pianta, germinando, cerca di salire alla luce.”
Ralph Waldo Emerson



Migrazioni e intolleranza.

Eliminare il razzismo non vuol dire mostrare e
convincersi che gli Altri non sono diversi da noi,
ma comprendere e accettare la loro diversità.
Umberto Eco

Un argomento attualissimo là dove la politica che promuove un’antropologia negativa, crea Allarme e Pregiudizio e agevola la divisione della società in buonisti inclini all’accoglienza e all’integrazione dei popoli, e  suprematisti che rimestano nella  paura di una “invasione”, vocabolo ricorrente, usato verso chi è culturalmente “diverso” per religione, lingua, comportamenti, colore della pelle e altri attributi atti a definire la diversità.

Insomma,
un clima esasperato che appesantisce l’animo di chi preferirebbe una politica
civile e rispettosa dei diritti umani; ma le cose, sappiamo, non vanno
esattamente in questa direzione: il Decreto sicurezza varato dal governo
depotenzia gli Sprar, se non addirittura cancella realtà già consolidate:
famoso è il caso del modello Riace, conclusosi nello smantellamento di una
comunità ri-sorta grazie al sistema di accoglienza voluto dal sindaco Mimmo
Lucano. Tutti i particolari in cronaca, non è necessario che riassuma qui i
fatti.

Esce
postuma, per la penna di Umberto Eco, una breve raccolta di quattro saggi dal
titolo “Migrazioni e intolleranza”: i primi tre frutto di interventi
dell’autore in convegni internazionali tenutisi alcuni anni fa, il quarto è
l’introduzione a un’antologia di testi sull’antropologia reciproca
dell’associazione Transcultura, pubblicata in Francia nel 2011.

Entriamo
dunque nel vivo di un tema dibattutissimo sui media e i social network,
che  surriscalda la platea di individui
pesantemente condizionati dal ritornello “prima gli italiani”. Un
condizionamento che favorisce il sospetto e la paura dell’Altro generando, fra
l’altro, un vero e proprio cortocircuito categoriale, tale per cui se uno
straniero delinque, allora tutti gli stranieri saranno probabili delinquenti.

E ciò
accade in un millennio nel quale si assisterà a un “grande meticciato di
culture”, una convivenza, che vorremmo sperare fatta di apertura nei confronti
dei popoli poiché, asserisce l’autore, nessun razzista, nessun nostalgico
reazionario potrà impedirlo,
il meticciato, per l’appunto.

A
questo punto, per meglio chiarirci le idee, 
è necessario distinguere tra immigrazioni e migrazioni:

Si
ha “immigrazione” quando alcuni individui (anche molti, ma in misura statisticamente
irrilevante
rispetto al ceppo di origine) si trasferiscono da un paese
all’altro (come gli italiani o gli irlandesi in America, o i turchi in
Germania). I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente,
limitati, incoraggiati, programmati o accettati.

Non
così accade con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, sono come i
fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Si ha “migrazione”
quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e
non è rilevante quanti rimangano nel territorio originale, ma in che misura
i migranti cambino radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrat
o).

Umberto
Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag. 22

L’ultima
riga della citazione richiama alla mente la preoccupazione di connazionali che
temono l‘invasione dei popoli di fede islamica, volta a
trasformare radicalmente la nostra cultura…

In
realtà l’autore ci ricorda migrazioni storiche, quelle barbariche verso
l’impero romano, che hanno generato nuovi regni e nuove culture dette “romano
barbariche”, o la migrazione europea verso le Americhe.

Nonostante
la mancanza di confini netti nell’immaginario popolare, tra immigrazioni e
migrazioni, di fatto è molto probabile propendere per quest’ultimo caso. Il
terzo mondo bussa alle porte dell’Europa e sarà difficile non prendere atto di
una verosimile trasformazione del continente europeo in senso multietnico.

La
storia vuole che migrazioni e immigrazioni diano luogo a fenomeni di
intolleranza e qui Umberto Eco ci rammenta il significato di fondamentalismo,
da intendersi come principio ermeneutico, o integrismo che dir si voglia.

Fondamentalismo,
integrismo, razzismo pseudoscientifico (quello dei nazisti, per intenderci
N.d.R.) sono posizioni teoriche che presuppongono una dottrina.
L’intolleranza si pone prima di ogni dottrina. In tal senso l’intolleranza ha
radici biologiche, si manifesta tra gli animali come territorilità, si fonda su
reazioni emotive spesso superficiali  –
non sopportiamo coloro che sono diversi da noi, perché hanno la pelle di un
colore differente, perché parlano una lingua che non comprendiamo. […] 

Umberto
Eco, Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo, pag.  36-37

L’intolleranza, prosegue il nostro, più pericolosa, è proprio quella che sorge in assenza di qualsiasi dottrina, a opera di pulsioni elementari.

Quasi
ogni giorno assistiamo a occasionali episodi di intolleranza verso stranieri
richiedenti asilo nel nostro Paese e in Europa, confidando di trovare un posto
migliore per vivere e lasciarsi alle spalle le atrocità che hanno dovuto subire
a casa propria.

Purtroppo
non è l’occasionalità a rendere meno preoccupante l’intolleranza verso i neri,
i disabili, gli omosessuali, le donne.

Già,
la pulsione selvaggia, l’emotività incontrollata, cavalcata dalla propaganda
politica, è piuttosto distante da un ragionamento più maturo circa auspicabili
iniziative di transcultura, cioè un’antropologia reciproca consapevole che la
presunta dominanza occidentale è un pretesto: come noi guardiamo loro, loro
guardano noi: rappresentanti di diverse culture che si analizzano
reciprocamente.

Una
consapevolezza allargata che sappia considerare tutti gli aspetti del problema,
fra cui il limite stesso della lotta contro l’intolleraranza: contrastare la
nostra intolleranza non significa dover accettare ogni visione del mondo e fare
del relativismo etico la nuova religione europea.

Il che non vuol dire rinunciare a sperare in una pacifica convivenza tra individui di differenti culture ma, come suggerisce l’autore, disciplinarsi mediante l’uso della ragione. Facile vero ?





La scuola del Bauhaus nelle fotografie di Stefano Barattini.

Lo stile fotografico impeccabile di Stefano Barattini è riproposto in questo portfolio dedicato al Bauhaus. La mostra si terrà dal 12 aprile al 2 maggio 2019 presso la libreria universitaria Franco Angeli, nel quartiere Bicocca, Milano.

La fotografia di architettura risponde, generalmente e basilarmente, al criterio dell’illustrazione della natura di un manufatto, quale che sia lo stile rappresentato.

Nel caso degli edifici della Staatliches Bauhaus, attualmente residente a Dessau, Germania, Stefano Barattini esprime nel suo lavoro una buona identificazione con il rigore razionalista dell’opera, realizzando fotografie pienamente rispondenti allo spirito del tempo.

Immagini che parlano di essenzialità delle linee e funzionalità degli spazi in nome di un’estetica contraria al decoro ridondante dello stile ornamentale floreale, tipico dell’Art Nouveau, dalla quale si distacca completamente.

Scarno ed essenziale nella forma, il manufatto razionalista, che sia una casa o degli oggetti d’uso comune, manifesta una sua rassicurante bellezza dovuta alla praticità e schematicità degli ambienti e degli oggetti fatti per l’uso quotidiano, utilmente funzionali, senza penalizzare la cura progettuale da cui originano.

Ma
ora lascerei parlare l’autore:

“Va da sé che il periodo storico che più mi affascina è quello dall’inizio del 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, per tutti i mutamenti, anche drammatici, che hanno coinvolto l’Europa e il mondo intero.

In questo periodo, soprattutto agli inizi del 1920, fino alla fine della seconda guerra mondiale, con strascichi che arrivano fino agli anni ’60 e che si manifestano anche più tardi, nascono in Europa movimenti caratterizzati da un denominatore comune.

Si
cerca cioè di dare delle linee guida univoche all’architettura (spesso di
regime).

Di
questa nuova corrente apprezzo l’essenzialità, la pulizia delle linee, la
ricerca di nuovi materiali, la razionalità degli edifici che uniscono estetica
e funzionalità.

La
capacità soprattutto di “giocare” coi volumi e riuscire nel difficile intento
di rendere armoniose strutture solo in apparenza goffe e pesanti.”

Immagini
nitide che esaltano le geometrie coinvolte nel “gioco di volumi”, alleggerendo
l’apparente pesantezza delle forme rappresentate.

Il percorso fotografico guida l’osservatore dall’esterno all’interno dell’edificio, nel rispetto dell’esistente, così come appare ai nostri occhi. Una buona fusione tra osservatore e cosa osservata, nella quale si escludono gli artifici della fotografia che definirei neobarocca, volta ad alterare il proprio oggetto per compiacere le pretese artistiche del fotografo.

Quindi fotografia di documento, essenziale come i soggetti raffigurati. Scatti eseguiti nelle diverse ore del giorno, in modo da consentirci di apprezzare la buona dotazione di vetrate che migliorano la luminosità degli interni anche quando la luce scarseggia.

L’impiego dei colori primari, tipico di questo movimento artistico, risalta in modo particolare nell’opera del fotografo.

Stefano Barattini ha voluto regalare a se stesso e ai suoi estimatori un viaggio a ritroso nel tempo,  testimoniando l’innovazione nell’arte e nell’architettura che, dall’inizio del Novecento, ha percorso  l’intero secolo per giungere a noi inalterata nella concezione e culturalmente influente.


Stefano Barattini, classe 1958, ha iniziato a fotografare nel 1979 unendo dall’inizio la passione per la fotografia a quella per i viaggi. Ha collaborato per quattro anni con la rivista Mototurismo  raccontando con testi e foto i suoi viaggi in moto. Dopo una pausa di riflessione ha ripreso l’attività fotografica nel 2006, periodo in cui il digitale cominciava ad apparire sulle scene, accogliendo il cambiamento con l’adozione di reflex digitali. I viaggi sono sempre stati al centro del suo interesse, analizzando luoghi e popoli, cogliendone l’essenza attraverso la fotografia. A partire dal 2013 ha scoperto e approfondito il mondo dei luoghi abbandonati, con particolare interesse per gli insediamenti industriali, in Italia e all’estero. Questi luoghi rappresentano un mondo scomparso che fu, un tempo, portatore  di progresso economico, benessere e valore per l’essere umano. Insediamenti che oggi sono, purtroppo, soggetti a degrado, valori perduti a seguito di una mancata riqualificazione. Gli studi di Architettura lo hanno da sempre portato a rappresentare i contesti urbani e il loro rapporto con l’essere umano. A questo riguardo è d’obbligo soffermarsi su un tema importante, quello delle periferie che, più di altre realtà, inducono gli abitanti ad accettare, se non addirittura subire,  una sorta di convivenza con spazi non sempre a misura d’uomo. Grande appassionato del periodo modernista e razionalista, va alla ricerca degli elementi architettonici che rappresentano forse l’ultima vera corrente stilistica di quel contesto.


Tutte le immagini contenute in questo articolo sono soggette a copyright
© Stefano Barattini.