Lo sento, lo sento benissimo. Non si può ignorarne la deflagrazione che apre le vescicole sinaptiche, mette in moto la chimica neuronale, aziona la maniglia della cassaforte dei ricordi, quelli più antichi, inviolabili, che resistono anche all’Alzheimer.
Pare che succeda perchè questi ricordi vecchi sono incisi sulle partizioni più inviolabili dell’hard-disk cerebrale, e si conservano nel tempo. Magari si perde qualche dettaglio, ma resistono.
Te lo ricordi il Cinemascope? Se come me sei nato tra il cinquanta e il sessanta dello scorso millennio (sì, siamo nati sul lato giovane dell’antropocene), il Cinemascope te lo ricordi, era caratteristica di quei cinematografi che avevano uno schermo bello grande, dove il 35mm poteva scatenare la sua potenza immaginifica.
Qui c’era un’arena, un cinema all’aperto, di terza visione, mi pare si chiamasse Arena Tukory, dove – ne sono certo – oltre cinquant’anni fa – lo zio giovane, quello che aveva sempre le macchine sportive in voga, mi portò a vedere un film di 007.
Doveva essere Thunderball, nel quale c’era una scena subacquea (veniva rubato un ordigno atomico ad un jet precipitato in acque cristalline) che a rivederla ora fa sorridere, quanto è banale, ma nel 1966 mi fece un effetto tale che ancora oggi ci penso.
L’arena non c’è più, lo zio giovane se ne è andato troppo presto: qualcuno ha pensato di riportare colori e volti (si riconoscono alcuni attori) sullo schermo dell’arena che non c’è più.
La Cornovaglia, già dal nome questa penisola ha qualcosa di intrigante: probabilmente sarà l’ultima volta che abbiamo calpestato il suolo di Sua Maestà, molto probabilmente il prossimo viaggio sarà agli antipodi.
Il motivo è presto detto: il primogenito si è trasferito per lavoro prima in UK e ora si sposterà in Australia con compagna e cane. Da qualche anno abbiamo la consuetudine di riunire la famiglia nell’occasione di un compleanno, e così è stato anche in questo 2019.
La Cornovaglia: sembra facile, è lì a sud della Gran Bretagna…in realtà per raggiungerla è necessario – per me che parto da Palermo – un cambio di aereo a Londra.
The Headland Hotel
Praticamente due giorni di viaggio, uno all’andata ed uno al ritorno.
E da Londra bisogna fruire dei costosi servigi di una compagnia locale, che utilizza aerei ad elica di piccole dimensioni, e che consente il trasporto a bordo di un trolley di dimensioni lillipuziane, di modelli in commercio forse solo nelle città dove vivono i Puffi.
Cominciamo con Newquay, abbiamo stabilito la nostra base qui anche per via del fatto che la spiaggia di Fistral – a Newquay – è conosciuta come il paradiso dei surfisti: intendiamoci, dei surfisti nordici che affrontano le onde con la muta felpata anche in estate, e che possono vedere spuntare tra i frangenti la testolina di una foca. Parlavo dei surfisti, siccome il primogenito ha una seconda vita da Mercoledì da Leoni, ecco chiarita la scelta.
L’albergo – in stile vittoriano ma funzionale – si erge su uno sperone di roccia sopra la spiaggia, che cambia larghezza (anche di centinaia di metri) al variare delle maree: una location molto cinematografica, ed anche confortevole, dalla quale si raggiunge in pochi minuti a piedi il centro di Newquay.
Fistral Beach alla mattina presto, con la bassa marea.
Per noi, non abituati al fluire delle maree, lo spettacolo era veramente interessante, così come è stato interessante scoprire che il deflusso delle acque non lasciava sulla battigia residui di plastica: in quella zona non si vendono bottiglie o bicchieri usa e getta.
Ciò che al mattino si trova sulla spiaggia sono poche alghe, qualche piuma e qualche impronta di uccello marino, o orme di cani: sappiamo che il miglior amico degli inglesi è il cane, e in effetti praticamente tutte le famiglie ne possiedono almeno uno, che portano ovunque.
Nell’Hotel di Newquay, ad esempio, il breakfast del mattino ci veniva preparato spostando il tavolo in una sala attigua alla sala colazione, con i medesimi comfort, in modo che Otto – il cane di famiglia – e gli altri cani non venissero disturbati dai bambini o dal passeggiare nervoso degli ospiti ai buffet.
Tracce sulla battigia
È stato interessante scoprire come, dopo la marea, sulla battigia non si ritrovassero rifiuti ma solo alghe, piume, sassi, qualche medusa spiaggiata, orme di uccelli e di altri animali.
Probabilmente la forte propensione degli esercizi commerciali di questa zona ad essere plastic free contribuisce a far sì che la plastica non finisca in mare, a frantumarsi e a inquinare.
A Godrevy Towans abbiamo visto le foche, che nuotavano liberamente nelle gelide acque sotto la scoscesa scogliera. Anche qui, un comodo parcheggio, dei sentieri segnati e una ragionevole passeggiata per raggiungere luoghi di sicuro interesse fotografico.
Truro è una cittadina, praticamente la capitale della Cornovaglia, con belle strade larghe e un buon numero di fricchettoni. C’è una gran cattedrale e come sempre tanti parcheggi che non ti obbligano a camminare per chilometri per raggiungere il centro storico.
Truro
Ci sono, come in molte altre città, negozi che fanno vendite attraverso le quali vengono sovvenzionate attività che il rigido welfare inglese ha eliminato, come le eliambulanze: praticamente quelle che soccorrono le vittime di incidenti stradali o in montagna sono gestite da una sorta di onlus.
St ives è un altro di quei porti di pescatori che partivano a sfidare l’Atlantico a caccia di sardine e merluzzi: oggi è un luogo dove le piccole case sono diventate esclusive residenze per ricchi, e tutto sommato la zona ha un nonsoche di mediterraneo. Abbiamo provato anche “il miglior fish&chips” della Cornovaglia, non so formulare un giudizio perché non sono esperto di fish&chips. Anche qui, un tot di freaks e un putiferio di gabbiani affamati davano colore al borgo.
A Tintagel il mito locale colloca la sede del castello di Re Artù: si fa una bella scarpinata (il servizio a pagamento di Land Rover era sospeso) e si arriva a godere del panorama di un bel promontorio, che però quando siamo andati noi era inaccessibile a causa del crollo del ponte che lo congiunge alla terraferma: i lavori erano in corso e so che ad agosto sono stati completati. Sicuramente una visita guidata avrebbe saputo ricreare l’atmosfera magica di Ginevra e Lancillotto.
A Padstow abbiamo festeggiato una occasione importante in un ristorantino stellato collocato dentro una tipica abitazione locale, arredata con opere d’arte moderna e dal servizio affettuoso e familiare, ci hanno fatto sentire a casa e poi anche qui abbiamo scoperto che una delle ragazze che ci lavora è italiana (una costante).
Osservate l’altezza delle mura e dei moli, per avere un’idea del movimento delle maree, veramente impressionante!
No, non ho sbagliato le foto del viaggio: esiste un Mount St. Michel pure qui, e si assomiglia anche all’altro collocato sulla costa opposta del continente europeo. Quando garba alla marea, la stradina lastricata si scopre, e si può raggiungere a piedi l’isolotto dove risiedono alcuni fortunati benestanti. Non so come ci si viva in inverno, dato che a fine luglio non era esattamente caldo.
Portreath è una piccolissima baia, situata allo sbocco di un fiume, dove come ovunque qui in Cornovaglia hai un parcheggio, la consueta tabella con le indicazioni meteorologiche ad uso di bagnanti e surfisti e diversi localini dove aspettare chi decide di fare una sosta e surfare per un po’. E così abbiamo fatto pure noi, dato che il figlio con tavola al seguito voleva provarle proprio tutte.
Island’s end: il punto più a ovest dell’isola britannica. Naufragi rovinosi e passaggi di cetacei, e un gran panorama, condito da tanto vento. Peccato che abbiano ricreato una specie di orrendo luna park che toglie tanto alla “wilderness” dei luoghi e prova a spillare sterline tramite l’acquisto di paccottiglia e l’accesso a sale dove vengono proiettati cartoni animati e improbabili documentari. Però se ci si accontenta di fare un giro per scattare qualche foto, l’unica spesa sarà quella del parcheggio.
Uccelli ne abbiamo visti tanti: i gabbiani non sono particolarmente ben visti, e viene suggerito da numerosi cartelli di non dar loro da mangiare, di non abbandonare cibo in strada e comunque di non consentire loro di avvicinarsi: al di là della maestosa bellezza possono diventare aggressivi e procurare ferite agli imprudenti. Sotto, una inquietante taccola dagli occhi azzurri.
Una Taccola dagli occhi azzurri, fissa il fotografo riportandogli alla mente Hitchcock.
Titoli di coda…
Gita effettuata l’ultima settimana di luglio: abbiamo volato fino a Londra e poi da Londra a Newquay con una compagnia locale low-cost. Abbiamo girato con la macchina del figlio inglese, che aveva sempre la tavola da surf cinghiata sul tetto, tre uomini, due donne e Otto, il cane.
In Cornovaglia non si spende molto per mangiare e si mangia a qualsiasi ora, durante il giorno: di sera se entrate in un ristorante dopo le 21 vi potrebbero dire che la cucina è chiusa, d’altro canto loro cominciano a mangiare e bere poco dopo le 17.
(dopo la gita il figlio inglese ci ha annunciato che lui, la compagna e il cane si trasferiscono in Australia, dove una università più importante e più ricca ha bisogno di lui. Quindi aspettatevi a breve un altro reportage dal titolo “gita in Australia”).
Era successo tutto un anno prima: l’ultima sorella di mamma che era ancora convenientemente signorina era stata sedotta da un signore più grande di lei e avevano deciso rapidamente di sposarsi. Lo zio lavorava nell’ambito editoriale, e dovettero andare a vivere a Genova.
Nel 1969 era nato un cuginetto, e la famiglia M. si organizzò per andare a conoscerlo, imbarcammo la Fiat 1100 stracarica di bagagli sul traghetto -Canguro Rosso si chiamava se non ricordo male – e andammo a Genova.
Il cuginetto tuttavia era poco più di un neonato, e a noi parve semplicemente inutile; in più Genova è una città con le strade in salita, e il pallone Super Tele numero 5 che gli zii ci avevano fatto trovare scomparve velocemente a velocità supersonica non appena provammo a fare due tiri sul marciapiede.
Papà si adattò rapidamente alla piccola casa della zia, scoprì che la poltrona in cucina, accostata alla lavastoviglie, gli consentiva la solita e irrinunciabile pennica postprandiale, e restò entusiasta del pulsare ritmico e ipnotico che l’elettrodomestico produceva – concilia il sonno – asseriva convintamente.
La zia allattava, la mamma la aiutava, lo zio lavorava, papà andava in giro e noi ci rompevamo terribilmente le scatole, il quartiere non offriva nessuna attrattiva.
Un giorno papà – stremato dalle nostre richieste – ci portò a fare un giro nei quartieri dell’angiporto, ricchi di mercanzie di ogni genere, comprese sigarette di contrabbando e musicassette duplicate illegalmente: io volevo una cassetta di Lucio Battisti, e papà ne contrattò l’acquisto con un falsario napoletano, per la mirabolante cifra di mille lire.
Tornammo a casa ma restai deluso: la musica che si sprigionava dal radioregistratore Philips dello zio non era quella di Battisti, ma di un cantantucolo che bramiva melodie amorose insopportabili: mio padre ridacchiando mi propose di tenerla -tanto l’abbiamo pagata – ma io misi su un muso grigio che lo costrinse a tornare nei carruggi, trovare lo spacciatore di cassette false, costringerlo a provare la nuova cassetta e finalmente tornarcene con quella giusta (acqua azzurra acqua chiara e balla Linda divennero dei tormentoni in quella casa di via Annibale Passaggi).
Assistevamo tutti insieme ai telegiornali – allora sovieticamente a canale unico e in un sobrio bianco e nero – e scoprii che dopo qualche sera la Rai avrebbe trasmesso da Cape Canaveral (o era Cape Kennedy?) la diretta dell’allunaggio degli astronauti della missione Apollo 11. Ero già esperto -tramite la lettura di Topolino – sulle precedenti missioni che avevano portato astronauti in orbita, e non volevo perdermela per niente al mondo. Mi feci promettere da papà – l’allunaggio sarebbe avvenuto di notte per noi italiani – che mi avrebbe svegliato per farmi assistere all’evento davanti al tubo catodico.
Andai a dormire presto, ma mio padre non venne a svegliarmi: invece il baluginino delle immagini sullo schermo e la voce concitata di Tito Stagno e di Ruggero Orlando mi trascinarono magneticamente nell’altra stanza.
Papà e lo zio non dissero una parola, e neanche io, tornai a letto dopo poco con negli occhi quella figurina ballonzolante che muoveva piccoli passi incerti sul satellite: ero sicuro che dopo pochi mesi la Luna sarebbe stata colonizzata, avremmo incontrato lunatici e marziani, e invece no: peggio per loro, non sanno quello che si sono persi qui in Italia.
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati e/o dal web per puro scopo divulgativo, tutte le altre sono soggette a copyright.
Una vecchia Fiat Tipo si ferma davanti all’Ospedale, lo sportello lato passeggero si apre e Andrea guarda dentro: “chi sei?” dice con voce stanca, “Montalbano sono, acchiana”.
Camilleri allora si assetta nel sedile sformato della Tipo “fino a ora qui si sono seduti solo culi stanchi di poliziotti…”
Si allaccia la cintura di sicurezza e voltandosi verso Salvo Montalbano gli dice “dovresti allacciartela pure tu, la cintura, che non può mai sapere”.
“Non mi rompere i cabbasisi, Maestro” lo rimbrotta il Commissario, ma non riesce a imprimere il giusto tono alla risposta, si capisce che è di malumore.
“Ma ce l’hai con me? Eppure ti ho fatto vivere numerosissime avventure, hai conosciuto cristiani strani e un repertorio di pazzi da fare invidia a Lombroso…ti conoscono in tutto il mondo… pure i giapponesi!”
“Non mi hai fatto sposare con Lidia…anzi mi hai messo spesso in imbrogli con fimmine maligne che hanno messo in crisi la mia relazione” lo rimbrotta Montalbano “e in tutte le storie mi hai sempre fatto condurre indagini complicatissime e infarcite di cadaveri facendomi affiancare da poliziotti surreali, folcloristici, inverosimili”.
“La finzione letteraria me lo ha imposto, Salvo: ma ti ho voluto sempre bene. Nonostante i Signori Critici Letterari mi abbiano spesso accusato di disperdere inutilmente il mio talento inventando sempre nuove storie per te”.
La vecchia Tipo scivola nella notte, la carrozzeria cigola e il motore borbotta, Andrea Camilleri scruta dal finestrino, cerca un riferimento visivo, un indizio, un segnale stradale che gli faccia riconoscere la strada che stanno percorrendo, ma oltre al cono dei fari sulla serpentina di asfalto non si vede altro: sembra che la notte abbia inghiottito Montelusa, Vigata, Fela e la Sicilia tutta.
“Salvo, dove mi stai portando?” dice ad un certo punto il vecchio scrittore.
“Dove ti porto? Dove andiamo insieme!”
Camilleri rimane in silenzio, ha capito dove vuole andare a parare il Commissario Montalbano, lo ha creato lui – sbirro ma intelligente.
“Andrea, i personaggi di uno scrittore famoso vivono e compiono gesta mirabolanti o azioni malsane finché l’autore che li ha immaginati ha abbastanza neuroni funzionanti per scrivere altre storie, perciò io muoio insieme a te”.
“Permettimi di dissentire” dice allora Camilleri “tu, ingrato di uno sbirro di provincia, resterai in eterno nei libri che ho scritto, e la gente continuerà a leggere le tue storie e a rovellarsi pagina dopo pagina sul come quel grande poliziotto – curtu e malu cavatu – risolverà il delitto sul quale sta indagando”.
La macchina si ferma, dai finestrini aperti arriva lo scruscio del mare e un ciavuru irresistibile di spaghetti al nivuru di siccia che arricciano lo stomaco, le luci della trattoria sul lungomare sembrano più basse del solito.
“Ma che succede? Si misero a lutto? Andiamoci a dire a Calogero che ci deve fare mangiare a solito suo, la sua cucina risveglia i morti”.
“Ecco appunto” dice Montalbano scendendo dalla Tipo che sfrigola e fete di freni abbruciati, poi apre lo sportello del passeggero e prende sottobraccio Andrea Camilleri.
Si avvicina Calogero, rivolge uno sguardo rispettoso al vecchio Scrittore, poi dice a Montalbano “oggi abbiamo spigole di mare, le pigliò mio cognato stanotte a Capo Passero, ancora abballanu nel panaro in cucina…ve ne addobbo qualcuna all’acqua pazza”
Montalbano annuisce e accompagna Andrea Camilleri all’unico tavolo della trattoria.
Si assettano e dalla penombra esce un cristiano, Montalbano fa per prendere la pistola ma quello si presenta “vi devo accompagnare da una parte, starete bene e in compagnia, ve l’assicuro”.
Andrea Camilleri riconosce la voce “Publio Virgilio Marone! E’ quindi arrivata la mia ora? All’inferno ci porti?”
E l’uomo vestito con una tunica ribatte “non ci rompete i cabbasisi tutti e due, che vi porto a fare in paradiso, vi annoiereste, da morire veramente”.
Si abbassano le luci, arriva Calogero “prima si mangia”, dice con un tono che non ammette repliche e serve antipasto di rizzi di mare e purpiteddi murati, caponata e insalata vastasa .
La macchina da presa va a ritroso verso il mare, il primo piano diventa un campo lungo, poi sprofonda nel mare di Punta Secca.
Palermo 17/07/2019
“Africa Speaks” Santana
Qualche giorno fa ho rivisto in tv Carlos Santana mentre si esibiva a Woodstock. Una chitarra ispirata, funambolica, lisergica.
Poi ho notato che sul sito dove abitualmente rifornisco di musica la mia pendrive era appena stato pubblicato Africa Speaks, nuovo lavoro di Santana: mi son detto – memore delle ultime prove tristemente pop di Carlos Santana – lasciamo perdere.
Però la copertina tribal di colore giallo acido mi ha convinto, e ho effettuato il download.
Ieri ho intrapreso un viaggio, e nel momento in cui dalle casse dello stereo in auto sono uscite le prime note di Africa Speaks ho avuto un flash.
Un travolgimento di ricordi, che mi hanno catapultato indietro di almeno quattro decenni, quando restai folgorato dal sound esotico di Abraxas.
Dunque: a mio parere il disco è straordinariamente riuscito. Il nostro caro Carlos ha nuovamente riunito la band degli anni scorsi, quindi qui abbiamo I Santana.
Poi ha assunto una cantante di nome Buika, dalla voce ruvida, piena di mistero, androgina nei toni, una via di mezzo tra un cantante mariachi e Janis Joplin: la voce di Buika spacca, e rende interessanti tutti i brani-11-del cd.
Poi c’è la chitarra elettrica di Carlos Santana, riposseduto da quello spirito afrocubano che lo aveva animato prima della svolta pop, intriso di voodoo elettrico, uno sballo.
Poi ci sono i riff alle tastiere Hammond, una sezione di percussioni tribale e su di tono, basso a punto e batteria tonante: non manca nulla per tenere il disco a suonare di continuo.
Il potere evocativo della chitarra di Santana è magico, i brani passano dal funk al rock al tribal rock al grunge, citando anche sound tipici di band come i Red Hot Chili Peppers e anche i Pearl Jam.
Ascoltatelo. I miei brani preferiti sono ovviamente Africa Speaks, dove i primi tre minuti sono dedicati al riordino della libreria dei ricordi, e si cita l’Africa come la culla della civilizzazione, e del ritmo aggiungo io.
Poi Batonga, la seconda traccia – ve lo ricordate Oye Como Va? E anche Yo me lo Merezco, forse il brano più Pop, e poi Los Invisibles e Candombe Cumbele.
Se vi ritroverete a rimpiangere il periodo delle psichedelie, sarà anche merito dei Santana e di Africa Speaks.
Ultima raccomandazione, alzate il volume dello stereo, oltre il livello terremoto, non ve ne pentirete.
Bruce Springsteen.
Il 14 giugno è stato il mio compleanno: un fatto di importanza relativa, ma che è stato impreziosito dal fatto che io abbia potuto ascoltare (e ce l’ho ancora in heavy rotation nella pendrive con la musica che ascolto in macchina) Western Stars, l’ultimo disco di Bruce Springsteen. Come ho già avuto modo di dire a qualcuno, The Boss non si discute sulla base del brano mandato in avanscoperta per le radio, ma si ascolta e si analizza nella complessa architettura di un album. In questo caso, l’ottimismo trasformato in riff e tuoni di batteria di dischi come Born to run è lasciato ai posteri come un manifesto sbiadito.
Ho letto di altri paragoni, ma se dovessi raggrupparlo in maniera analitica con altri dischi di Bruce lo accosterei a Nebraska e ancora di più a The River. In Western Stars vengono raccontate storie, storie contemporanee, di americani che noi possiamo solo immaginare attraverso le letture di quegli scrittori che hanno saputo frugare tra le pulci e i lustrini ammaccati di certo sogno americano: il tutto accompagnato da arrangiamenti che in certi momenti hanno un qualcosa di sinfonico, con archi e fiati, e poco spreco di batterie, qualche risonanza country ma senza diventare folk. Certo, si sente che Bruce ha quasi settant’anni, ma si sente anche che è un uomo adulto e maturo, che non ha bisogno di fare la scimmia imbellettata nei video da propalare ai fan adoranti, che gli argomenti trattati provengono da riflessioni e osservazioni profonde. E si sente la lezione indimenticabile di Burt Bacharach, del pop californiano, di chi sulla west coast non pensava solo a surfare e abbronzarsi. A me, è piaciuto: chi si aspettava scintille e sciabolate di chitarra elettrica potrebbe anche rimanere deluso, ma si vada a leggere i testi, sono gli stessi personaggi che – investiti dal tir della vita lanciato a pazza velocità – riescono a rimanere in piedi e a guardare ancora verso il futuro, quegli stessi personaggi che abitano nelle mie storie. E questo, ovviamente, me lo fa sentire ancora più “mio”.
Dovessi scegliere dei brani da estrapolare, citerei The Wayfarer: “I’m a wayfarer, baby I roam from town to town When everyone’s asleep and the midnight bells sound My wheels are hissin’ up the highway Spinning ‘round and ‘round” e poi Sundown e Stones”.
Ma fate come me, è un disco on the road e va ascoltato viaggiando, caricatelo nell’ipod, nel lettore cd dell’auto, nel walkman ma non restate seduti e fermi ad ascoltare.
Suggerisco anche a chi si volesse approcciare ad una analisi più approfondita del fenomeno Springsteen, di leggere Born to Run, una delle biografie più interessanti che io abbia mai letto: ne emerge un uomo che come tutti ha dubbi e incertezze, problemi economici e gestione degli affetti complicati.
Arrivò presto il giorno nel quale Annie e i gemelli vennero dimessi dall’ospedale. Rocco venne con la macchina e caricò a bordo la famigliola, improvvisamente amplificata, i kit di prodotti per la cura dei neonati offerti dalle aziende che sponsorizzavano il reparto di Ostetricia, il borsone con i cambi di Annie e i regali che alcuni amici avevano frettolosamente portato in Ospedale.
Alcuni altri tra gli amici della coppia si erano spinti poco oltre la tradizionale riservatezza anglosassone e avevano promesso visite a casa, Linda aveva tenuto una piccola agenda rossa a portata di mano, nella quale aveva appuntato le date delle visite, qualche numero di telefono, e altre cose che sarebbe stato importante ricordare come le date dei controlli ai neonati, gli orari delle poppate, la dose del latte artificiale nel caso in cui quello materno non fosse stato sufficiente per due bambini.
Ci vuole metodo, si era detta Linda subito dopo il parto di Annie, e aveva cominciato a segnare numeri e nomi sull’agenda rossa con una matitina tascabile.
Rocco finì di caricare la macchina, mise in moto e si avviò in direzione di casa, Linda salutò una infermiera che li aveva aiutati nel trasbordo, si inginocchiò per stringere bene le stringhe delle scarpe da corsa giallo fluorescente, indossò gli auricolari e fece partire la compilation che aveva preparato per quel giorno.
L’ospedale ti ruba una vita ma te ne consegna due, pensò Linda non appena la berlina coreana di Rocco ebbe svoltato l’angolo.
La voce ipnotica di Lana del Rey le diede la spinta e Linda cominciò a correre verso casa.
Cinque.
Il secondo giorno dopo il ritorno a casa, Annie chiamò Linda “da domani vieni ad aiutarmi, per piacere. Mia madre fa solo confusione”.
Lo dicevo che ci vuole metodo, sussurrò Linda sorridendo mentre chiudeva la chiamata; scelse una insalata dal frigo, la condì con l’olio e l’aceto balsamico italiani che le aveva regalato la madre di Rocco, provò ad immaginare cosa sarebbe avvenuto l’indomani.
Provò ad immaginare anche quali nomi sarebbero stati imposti ai gemelli, dato che nei giorni in Ospedale Annie e Rocco avevano avuto un acceso braistorming sull’argomento che si era concluso con un nulla di fatto: in effetti un primo accordo era stato stipulato, uno dei bambini avrebbe avuto nome italiano, l’altro inglese.
Era stato un accordo molto faticoso, che aveva lasciato qualche strascico, si percepivano offese ad antenati non pronunciate ma immaginate.
Linda capiva che quello poteva essere un serio banco di prova per la tenuta del matrimonio: mettere d’accordo e sincronizzare culture differenti poteva risultare complesso, si disse uscendo da casa la mattina dopo, prima di cominciare la corsa e prima di andare a casa di Annie e Rocco.
Durante i chilometri che percorse nel parco pensò prima di tutto al ritmo giusto da tenere, poi al regalo che avrebbe voluto comprare ai gemelli.
Uscì dal parco e iniziò a correre lungo la strada che lo costeggiava, fermandosi davanti alla vetrina del negozio di articoli per bambini e mamme in attesa.
La sua attenzione era stata attratta da una carrozzina gemellare che luccicava in vetrina, si trattava di un modello particolare: aveva ruote alte e sottili, un aspetto aerodinamico che la faceva somigliare ad una capsula spaziale, e per i bambini era previsto che i rispettivi gusci sarebbero stati posti uno di fronte all’altro, cosicché durante le passeggiate si potevano guardare.
Linda entrò nel negozio, scusandosi con le commesse per l’abbigliamento poco consono alla situazione, e chiese informazioni su quella carrozzella vista poco prima in vetrina.
“E’ un modello nuovo, studiato appositamente per le mamme che non vogliono smettere di correre…costruito in leghe leggere e plastiche aeronautiche, e con queste ruote molto scorrevoli e ad alta stabilità si può stare certi che-spingendo la carrozzina di corsa-non ci saranno problemi”.
Linda ascoltò attentamente tutte le altre descrizioni che la commessa del negozio sciorinava con competenza – è appena tornata dal corso di formazione – si disse – ma pensò anche al costo, sicuramente spropositato, di questa carrozzella così speciale.
“E’ magnifica, assolutamente adatta ai miei scopi, ma quanto costa?” chiese timidamente Linda.
“Beh, Signora, abbiamo ritirato questo modello particolare per una coppia che aveva progettato di avere due gemelli tramite inseminazione artificiale, ne hanno anche pagato l’acconto, ma poi la coppia si è divisa e nessuno è venuto a reclamare la carrozzella. Con il permesso della direttrice del negozio sono autorizzata a vendergliela con uno sconto dell’ottanta per cento”.
Linda si era un po’ irritata per la poca delicatezza della commessa che le aveva raccontato i fatti privati di una coppia sfortunata, ma poi si era sentita quasi baciata da una inattesa fortuna quando aveva scoperto che con meno di cento sterline avrebbe avuto la possibilità di fare un regalo ai gemellini e a se stessa.
Sei.
Ogni mattina Linda si recava correndo a casa di Annie e Rocco, superava la barriera pneumatica della madre di Annie – che si era installata nella casa della coppia e non dava segno di volersene andare, arrogandosi il diritto di dare la prima poppata della mattina ai gemelli, che erano stati salomonicamente chiamati Andrea e Francesco, aiutava la nonna a vestire i bambini, li sistemava nella carrozzella da corsa – così era stata chiamata – e usciva con loro per un giro nel parco di circa sei chilometri.
Quando ritornava a casa con i gemelli, questi erano coloriti e con un robusto appetito, e si lasciavano imboccare senza fare troppe storie.
Il rito del pasto avveniva sotto la stretta sorveglianza della madre di Annie, sempre pronta a criticare la velocità o l’angolazione del cucchiaio con il quale Linda nutriva ora l’uno e ora l’altro, alla fine del pasto i bambini erano serenamente sazi, e si predisponevano al canonico ruttino sulla spalla di Linda, mentre la madre di Annie – che nel frattempo si era bevuta almeno un bicchiere di vino, si adagiava sul divano e iniziava a russare.
Quello era il momento nel quale Linda metteva a turno i gemellini sul fasciatoio, li osservava da vicino, li manipolava con tenerezza, si inebriava ascoltandone i versi gutturali e le risatine di soddisfazione.
“Non ho potuto avere un figlio mio, ma ne ho trovati due senza neanche la fatica della gravidanza” si diceva Linda quando metteva i bambini nelle cullette e aspettava che tornasse Annie a casa, che aveva ancora orario ridotto per via del recente parto.
Poi Annie apriva la porta di casa, e Linda sospendeva quel momento di intima familiarità con i gemelli, tornando ad essere quella baby-sitter semivolontaria che aveva ottenuto la fiducia di quella famiglia.
Sette.
Quella mattina presto, Rocco era partito in auto per un seminario in una università nel nord del paese, non era abbastanza distante da poter coprire la tratta con un volo aereo, e gli orari di treni e bus risultavano decisamente scomodi, soprattutto quelli di rientro: a Rocco piaceva dormire a casa “come a tutti gli italiani” diceva ridendo quando Annie lo invitava a restare a pernottare in un albergo, laddove i lavori del seminario si fossero protratti fino a tardi.
Linda arrivò come sempre alle otto in punto, trafelata dalla corsa attraverso il parco per raggiungere la casa con i gemelli, non vide la station wagon di Rocco in giardino, e si ricordò della partenza per il seminario.
Aprì la porta, dentro casa una calma surreale: i bambini erano sicuramente ancora a letto, forse che Linda avesse deciso di prendere un giorno di ferie, per compensare l’assenza di Rocco?
Neanche la suocera era in giro, probabilmente avrà dimenticato di puntare la sveglia, argomentò Linda, ma le sue ipotesi vennero interrotte dalla vista di Annie stesa a terra, vicino al divano, ancora con la camicia da notte.
Passarono alcuni secondi, durante i quali, nella testa di Linda prese forma un puzzle di ipotesi che si ricomponeva lentamente, fluttuando come alghe in un mare buio.
Si avvicinò a Annie, le prese il polso, era debole ma almeno segnalava la sua presenza nel mondo dei vivi, si alzò di scatto, aprì la porta della camera di Rosa, la suocera di Annie: era seduta sul bordo del letto, ancora incredula per la mancata sveglia.
“Aiutami, presto!” le urlò Linda “ vieni di corsa in soggiorno e aiutami”.
Le due donne arrivarono al divano, ai piedi del quale Annie giaceva ancora esanime, Linda prese la carrozzella dei gemelli, abbassò gli schienali fino a formare un piano unico, con l’aiuto di Rose adagiò Annie su quella barella improvvisata.
“Tu pensa ai gemelli, falli mangiare” disse Linda a Rose che ora era completamente sveglia e paonazza per lo sforzo e lo stress mentale sostenuto.
Linda uscì sul cortile, spingendo la carrozzella “Linda ora corri, corri davvero” si disse ad alta voce imboccando la strada in direzione dell’ospedale.
Una mattina ricevette una chiamata dall’Ospedale. La aspettava da qualche giorno, lo aveva capito dalla faccia del dottore che tentava di rassicurarla “l’intervento è tecnicamente riuscito, Signora, la massa è stata asportata, aspettiamo solo il risveglio e la riabilitazione”.
Ma lo sguardo del Primario non era sincero, lei l’aveva capito subito, anche dalle affettate strette di mano degli altri medici del reparto di Oncologia, e se ne era tornata a casa con l’immagine di quel corpo – suo marito – trafitto da sonde e cateteri, adagiato sul letto della Rianimazione.
Sul bus che la riportava a casa pensò che la propria vita avrebbe avuto importanti cambiamenti, che il figlio che stavano progettando non sarebbe mai arrivato, che i sette chilometri di corsa quotidiana con lui sarebbero rimasti un ricordo del passato.
C’era da vendere la macchina, lei non aveva la patente e in più la prospettiva di una riabilitazione lunga e costosa le aveva messo addosso una importante urgenza di disfarsi di tutto il superfluo, come appunto la station wagon, coperta di foglie secche, che era ancora parcheggiata davanti casa.
Sarebbe diventato necessario trovare anche un lavoro, dato che si era dovuta licenziare per seguire il ricovero di lui, anche in prospettiva della riabilitazione, che era stata organizzata in maniera confortevole, a casa.
Ma ora. Ma ora cambiava tutto.
Al telefono, la caposala del reparto di Rianimazione le aveva detto che nelle successive ventiquattrore lo avrebbero gradualmente staccato dai macchinari che lo facevano respirare, che monitorizzavano il suo battito cardiaco, che alimentavano il suo corpo immobile nel letto.
Rispettiamo le volontà del paziente, aveva aggiunto, e poi aveva concluso rapidamente la chiamata invitandola a passare in Ospedale per firmare le carte necessarie.
Lui aveva insistito per firmare quel testamento biologico, nel quale chiedeva che non ci fosse alcun accanimento terapeutico nel caso che qualcosa fosse andato storto durante l’intervento, e poi sorridendo le aveva detto “è un fatto scaramantico”.
Il viaggio di andata era stato come surfare sui ricordi di una vita, che le cadevano davanti agli occhi come i tasselli di un domino instabile, arrivata davanti al grande edificio bianco dell’Ospedale aveva dovuto contrastare la paura del dopo e salire le scale fino al reparto di Rianimazione.
Le avevano riconsegnato gli occhiali di lui, che erano rimasti nel cassetto del comodino, e poi tutti quei moduli da firmare: non riusciva neanche a piangere, per lo stress e i modi secchi e sbrigativi della segretaria del reparto.
Si sentì stupidamente sollevata quando capì che una associazione di congiunti di malati terminali alla quale era iscritta dal momento del ricovero di Mark, avrebbe pensato alla cremazione e a tutto quello che serviva per il funerale.
Per Linda, il corpo era uno strumento perfetto, per affrontare la vita, correre sette chilometri al giorno con lui, nuotare e fare l’amore in attesa di rimanere incinta, cosa che non era successa.
Avrebbe portato l’urna di acciaio satinato a casa, con la placca con il nome avvitata sopra, e tutto sarebbe finito.
Cioè tutto avrebbe dovuto ricominciare dal quel momento.
Due.
Linda si accorse che una vicina di casa, due villette più in là, era manifestamente incinta, e faticava ad uscire di casa, così decise di andare a trovarla “le proporrò di aiutarla col bambino dopo il parto”.
Qualche giorno dopo prese il coraggio per il bavero e si presentò alla porta dei vicini, suonò il campanello ed attese che quella donna venisse ad aprirle: si conoscevano di vista e avevano anche qualche volta sostato insieme sulle panchine dei giardinetti, parlando sempre di argomenti abbastanza vaghi.
La vicina, Annie si chiamava, la invitò ad entrare, e fu molto cordiale. Le disse che era americana ma da anni viveva in quella città britannica per via del fatto che sia lei che il compagno, un italiano di nome Rocco, avevano incarichi accademici all’Università “in facoltà diverse” specificò ridendo Annie.
Poi parlarono della gravidanza, e Linda scoprì che Annie era incita di due gemelli “sembrerebbe trattarsi di due maschi, l’ecografista non ha potuto essere più preciso”.
Poco prima di congedarsi con una scusa Linda disse ad Annie che se voleva, e non la riteneva una inutile invasione nella sua vita privata, avrebbe potuto aiutarla con i neonati dopo il parto.
Le disse francamente che era rimasta vedova da poco, e che il sogno di allevare un bambino si era infranto contro la vetrata di quel reparto di ospedale.
Annie non si dimostrò sorpresa dalla proposta di Linda, anzi le disse con entusiasmo che non avendo alcuna esperienza di bambini avrebbe volentieri accettato il suo aiuto “i nostri genitori sono in Italia, sono anche abbastanza anziani e non potranno restare qui a lungo”. Poi propose a Linda di trasformare questa affettuosa intenzione in un impegno più duraturo “facciamo che tu diventerai la nostra baby-sitter, sei d’accordo su questo?”.
Linda fu entusiasta, avrebbe potuto curare dei bambini – anche se non erano figli suoi – e anche avere un piccolo stipendio.
Tre.
Linda accompagnò Annie in ospedale, assistette al parto, restò piacevolmente inorridita dal parto cesareo, senza le grida e la sofferenza che si era immaginata, aiutò le infermiere del reparto di ostetricia a sistemare i due neonati – come sono piccoli, pensò – nelle cullette termiche, ebbe un vago desiderio di montata lattea e provò ad ascoltare la sensazione che saliva dal suo piccolo seno, seguì la barella sulla quale era stata sistemata Annie fino alla sua camera in ospedale.
Rocco, il marito di Annie, non aveva voluto assistere al parto “sono sicuro che potrei svenire, non amo la vista del sangue” e aveva atteso che gli riportassero la moglie nella stanzetta nella quale erano stati aggiunti due letti, uno per la mamma di Annie, una donna imponente con il tipico colorito di chi soffre di ipertensione, e l’altro per Linda, che si sentiva ormai a pieno titolo di far parte di quella famiglia.
Durante la prima notte, Linda non riuscì a dormire e passò la nottata a passeggiare nel corridoio, passando ogni trentacinque passi davanti alla vetrata della nursery, dove i gemelli erano stati collocati vicini, e dormivano sotto le lampade per la fototerapia.
Ogni tanto qualche neonato piagnucolava, altri muovevano i piccoli arti in maniera impercettibile, nessuno aveva gli occhi aperti e Linda si ritrovò a fantasticare sul colore degli occhi di tutti quei bambini nelle cullette.
Osservò le decalcomanie con i personaggi dei cartoni animati incollate alle pareti della nursery, alcune riproducevano cartoon che non aveva mai visto, altre invece le erano familiari, e si domandò se tutto quel colore e quelle forme così vistose non avrebbero potuto disturbare i bambini: poi si disse che avevano gli occhi chiusi e in ogni caso la luce nell’ambiente era soffusa, non avrebbero subìto nessun fastidio.
… vai alla seconda parte
Le lettere.
Questa casa. Questa casa ha un unico pregio, quello di essere
veramente vicina all’Ospedale dove lavoro: sono una Farmacista Ospedaliera, mi
toccano le reperibilità e anche i turni festivi, meglio abitare vicino
all’Ospedale.
Questa casa. Questa casa era di mia madre, ci venne a vivere
dopo essere rimasta vedova: è ancora piena di cose sue.
Di suo marito, cioè di mio padre, solo poche tracce.
Una fotografia in camera da letto, il giorno delle nozze:
sorridono, chissà se erano veramente felici.
I libri, quelli ce ne sono tanti, gli scaffali del corridoio, questo
corridoio così lungo che potrebbe ospitare una stazione ferroviaria, ne sono
invasi.
Non ci sono spazi liberi.
I libri. Sono libri che non ho acquistato io, sui quali non ho
studiato, mi sono estranei.
In forma neutrale. Non li sento nemici ma nemmeno provo per loro
qualche forma di affetto, che potrebbe farmi dire che questi libri sono
importanti per me.
Forse lo erano per mia madre, forse lo furono per mio padre, ma ormai
non ho più la possibilità di chiederglielo.
Ma. Ma tra qualche giorno dovrò prendere una decisione, decidere
cosa tenere per me e cosa invece buttare, del contenuto stratificato nel tempo
di questa casa.
La venderò, ne ho già vista un’altra che mi piace, e che è più
adatta al desiderio di spazio confortevole, ridotto, sufficiente per le
esigenze di una ragazza che vive da sola.
E che probabilmente continuerà a vivere da sola: questa città mi
accoglie con diffidenza, dopo gli anni trascorsi in una metropoli a studiare, e
poi a lavorare in un altro Ospedale.
Mi sono definita ragazza. Mi sento una ragazza. Con tanto tempo
per pensare e sognare e fantasticare, non d’amore o altre frivolezze del
genere: sono una farmacista, sono abituata alle dosi, alle reazioni e a capire
se qualcosa non funziona più, ha perso d’efficacia.
Lui. Lui vive lontano da me, dice che in fondo non è una cattiva
cosa. Così assorbito dal lavoro, e dai pensieri e dalle responsabilità.
Ci vediamo. Ci vediamo ogni due o tre settimane. Lui viene qui,
ha un piccolo trolley blu, semivuoto quando arriva e semivuoto quando parte.
Non riesce a portare via con sé niente di me, non riesce, forse non vuole. O
forse non fa parte del suo modo di vivere, lui è un ingegnere, vive per
algoritmi, lui funziona, con i sentimenti in background.
Sembra una di quelle storie che devono finire ma non trovano neanche la forza di finire: sarà una
questione di energia cinetica residua, prima o poi salterà un viaggio, poi
l’altro e quindi non ci telefoneremo neanche più, solo qualche messaggio
cordiale e poi basta.
Dissipati; una storia finita in frammenti atomici a basso
livello di reattività, per i quali non esiste colla adatta a ricomporre il
tutto.
Forse passerà qualche settimana, forse alcuni mesi: potrebbe
capitare di reincontrarci nella nostra città, al Sud: penso che lo eviterò, non
voglio più sciupare affetto.
Forse è già finita, Non serve che io faccia nulla, è già finita,
smetteremo di vederci e amen.
Oggi ho preso un libro dallo scaffale in basso. È stato un incidente, frutto di una distrazione.
Cioè non è che lo avessi preso per leggerlo, mi era scivolato un
orecchino a terra, mentre tentavo di infilarlo camminando verso l’uscio.
Così mi sono inginocchiata e ho guardato lo scaffale.
La luce che entrava nel corridoio creava una barriera tra me e
l’orecchino, una barriera di fotoni e pulviscolo atmosferico, così ho dovuto
abbassarmi ancora un po’ per guardare meglio.
Le orecchie mi ronzavano per il silenzio assurdo che c’era in
casa, ho visto l’orecchino e anche il libro accanto al quale era caduto. Ho
esitato un attimo, il ronzio si è stabilizzato e ho potuto decidere di
allungare la mano e prendere quel libro.
Perché. Perché si vedeva una busta spuntare dal centro del
libro, una busta bianca da lettera.
Poi, senza motivo ho allungato la mano causando agitazione nel pulviscolo
luminoso, e ho tolto il volume dalla sua sepoltura, l’ho aperto e ho sfilato la
busta. La busta aveva un francobollo nuovo, era chiusa e senza indirizzo.
Sono rimasta senza fiato: sulla busta c’era il mio nome.
Alberta.
Qualcuno che aveva vissuto in quella casa aveva pensato di
scrivermi una lettera senza poi spedirmela.
Ho guardato meglio il francobollo, esponendo la busta alla lama
di luce, e causando un vorticoso movimento del pulviscolo illuminato, era una
edizione commemorativa dei campionati mondiali di calcio, Spagna 1982.
L’anno della mia nascita.
L’anno in cui moriva mio padre.
Ho aperto la busta, mi tremavano le mani e le gambe, mi sono
lasciata scivolare e ho appoggiato le spalle alla libreria.
Ho iniziato a leggere.
Bolzano, 25 settembre 1982
Ad Alberta
Ti piacciono i Genesis?
Perché c’è una premessa, una prefazione a quello che ti dirò
dopo.
Dopo aver pranzato in facoltà ho un po’ di tempo libero prima
della prossima lezione, ho preso il walkman e ho riascoltato Selling England by
the pound, meravigliandomi del miracolo compositivo che ha caratterizzato la
musica dei Genesis, che non è rock ma barock, nel senso di rock barocco.
Ma in senso positivo, perché anche tu lo sai (forse non lo sai
ancora, ma lo scoprirai, voglio insegnartelo) che quella forma d’arte
denominata barocca può avere delle punte di bellezza assoluta.
Cosa scrivere ad una figlia che ancora non parla, e non sa leggere?
Posso raccontarti qualcuno dei miei punti di vista sulla vita.
Cambio argomento (ma i Genesis torneranno), e ti spiego quella
che è a mio parere la stechiometria del rapporto di coppia: una reazione
complessa, in diverse fasi, che prevede metamorfosi e trasformazioni,
sedimentazioni e reazioni.
Prendere due corpi umani, possibilmente dotati di cervello, io
preferisco che siano un maschio e una femmina ma “de gustibus non disputandum est”, metterli in condizione di potersi
osservare, ascoltare, annusare. Se esiste affinità molecolare e sensoriale avviene
la prima reazione: l’attrazione fisica.
Se uno dei due elementi non si sente attratto dall’altro si avrà
un no contest, nessuna reazione e quindi nessun salto al livello superiore.
Immaginiamo invece che la reazione sia possibile: a questo punto
due individui normali -riscaldati ed eccitati dalla attrazione di cui sopra – saltano
al livello superiore, l’innamoramento.
Questa è una fase ad altissimo dispendio energetico, transitoria
e di breve durata: non si resta innamorati a vita, la molecola che si forma
dopo che l’amore ha dissipato la sua forza esplosiva non ha un nome preciso, ma
possiamo chiamarla affezione.
Quindi appare evidente che chiedere di continuo al partner “mi ami, mi ami ancora?” è fuorviante e
anche provocatorio. Voglio vivere per sempre (si spera) con te, ma non
chiedermelo ancora se ti amo: potrei deluderti dicendoti che ti ho amato per il
tempo che ci vuole a due atomi di idrogeno a scegliersene uno di ossigeno e
formare una molecola di acqua. Si spera che il partner o la partner non prenda
l’affermazione alla lettera!
Parlo alla collega farmacista, lo so che tu diventerai
farmacista (come tuo padre): l’amore ha dose e forma, durata di effetto,
efficacia, tollerabilità e effetti collaterali diversi a seconda della cavia,
in qualche caso è letale o inefficace.
Ma. Ma ci vogliono i catalizzatori, e questi sono gli interessi
comuni, a te piacciono i Genesis (hai visto che sono tornati?) e piacciono pure
a me, a te piace lo Chardonnay e a me pure, a te piace andare in moto come
piace a me: più catalizzatori aggiungiamo migliore e più duratura sarà la
stabilità del sistema coppia. Te e me sono i due atomi che formano la
molecola coppia, non mi riferisco a te, Alberta.
Ma i catalizzatori non bastano, ci vogliono i conservanti. E non
sto parlando di benzoato di sodio o di metabisolfito, sto parlando di quello
che farà durare più a lungo la coppia.
Mettere al mondo dei figli. Sbagliato. O meglio incompleto. Il
conservante principale della coppia è la progettualità: avere uno o più
progetti farà sì che – questi progetti ovviamente devono essere ragionevolmente
ambiziosi e raggiungibili – la relazione tra quel maschio e quella femmina
coinvolti durerà a lungo, “finché morte non ci separi”.
Cosa intendo per progetto? Fare un paio di marmocchi può essere
una base di progetto, ma il costrutto completo è “avere dei figli, educarli nel
modo più creativo e libero possibile, far sì che con l’impegno delle energie
della coppia possano essere lanciati verso una professione realizzante, imitino
i loro genitori, facciano coppie anche loro e producano un certo numero di
nipotini, lanciando così il DNA degli avi nel futuro”.
Ma anche “quando smetteremo di lavorare, compriamo una barca a
vela e un cane Labrador e facciamo il giro del mondo” oppure “leggiamo insieme
tutti gli autori giapponesi” o fare un viaggio in Transiberiana con la propria
figlia. Quando compirai diciott’anni voglio regalarti questo viaggio. Mi piacerebbe
avere tutto quel tempo a disposizione per raccontarsi, o nutrirsi di panorama e
del rumoroso ritmico silenzio del treno che va, che aiuta a scavare dentro se
stessi, con una consapevolezza che il viaggio può dare. Mi piacerebbe, mi piace
pensarlo.
Bisognerebbe essere consapevoli di queste cose, invece la
maggior parte delle persone non ha cognizione e conoscenza necessaria, e poi si
lasciano, si odiano, si schifano, si ignorano, si ammazzano anche.
Forse ho divagato, e non sono arrivato al punto.
Prometto che ci sarà un seguito.
Per il momento, buona notte e lasciaci dormire, figlia mia.
Papà.
Tengo il foglio di carta da lettera tra le mani, una bella
scrittura, con la penna blu.
Non ho fatto in tempo a sentire la tua voce tanto da poterla
riconoscere, a parte qualche indizio in questa casa di te non so altro.
Però hai indovinato, sono diventata una farmacista, non sono
rimasta all’università come te.
Ma in questa lettera non la trovo la formula per risolvere il
mistero e la domanda che mi aveva perseguitato per anni, ritorna; perché?
E il seguito? Non ho tempo adesso di mettermi a cercarlo: se
un’altra lettera è tumulata in questa casa, in questa libreria, la cercherò
quando smonterò tutto. Forse.
Questo racconto è stato pubblicato nel volume con altri 10 finalisti del concorso Moak XVI edizione del 2017, inedito su volumi di Antonio Musotto.
Mimma era una bella figliola. Alta, sciacquata, Rossa di capelli, due occhi da furetto che scavavano dentro quando ti taliavano.
Eppoi aveva il bar. Di fronte al Municipio, allato alla caserma dei Carabinieri. Cafe! Un cafè, due cafè!Mimma! Tre cafè!.
Queste erano le voci che si sentivano la mattina, quando la porta del bar era aperta, e Pino aveva uscito i tavolini di metallo sul marciapiedi.
Poi, Pino pigliava la catasta di sedie e la metteva fuori. Chi si voleva assittare acchiappava una seggia e la metteva a terra, vicino al tavolo.
Magari arrivava un altro e ci diceva a quello che era seduto “Nnà facemu una partita a scopa?”
“Chi perde paga i cafè”.
I cafè potevano diventare quattro, o cinque, o chiàssai, se altri si andavano ad assittare per taliare i giocatori.
E Mimma rideva, e faceva cafè. Pino metteva le tazze calde nel tabarè rotondo, quello con la stella della marca della birra, e li portava fuori.
La tenda faceva scruscio, le mosche volavano via, il cane acciambellato all’angolo della piazza alzava un orecchio e apriva l’unico occhio buono, poi ripigliava a dormire. Vita di canivecchiu, dormire e mangiare quello che gli altri ci portavano. Le monete erano sempre pronte, Pino se le metteva nella tasca del grembiule, poi rientrando, le lasciava a Mimma.
Mimma rideva, e le faceva suonare quando cadevano nel
cassetto sotto al bancone.
La mattinata andava avanti così, magari passava il sindaco, oppure una coppia di carabinieri veniva a prendere le tazze calde per il Maresciallo.
All’una, Mimma e Pino chiudevano la porta, e se ne andavano a casa a mangiare. Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.
Era sciancata da quando era nùtrica.
Quando la picciridda era nata si era capito subito che qualcosa, nelle gambette, era sbagliato; la madre l’aveva portata dallo specialista, a Palermo.
Il Professore allora taliò Mimma per dieci minuti, la girò, la piegò, ci torciu le ginocchia e le coscette, Mimma prima rideva poi si misi a chianciri,
angustiata, col risucchio.
Mentre sua madre la annacava per farla quietare, e il singulto scuoteva la picciridda, il professore si levò l’occhiali e parlò.
Se ne tornarono al paese con la corriera, Mimma e sò matri.
“La carusa ti vinni sciancata perché l’hai fatta fuori dal matrimonio, fuori dalla grazia di Dio…”. Non lo fece finire di parlare, al parrino che sibilava dietro la grata del confessionale, se ne uscì dalla chiesa, e non ci sarebbe più rientrata.
La picciridda sucava latte attaccata alla minna, cullata dallo scuotimento del vecchio autobus. La madre si teneva abbracciata la busta gialla con i raggi X, lussazione congenita dell’anca, aveva scritto il Professore che poi si era messo in sacchetta le cinquemila lire che la madre di Mimma aveva messo sul piano di cristallo della
scrivania.
Quando Mimma aveva ventuno anni, la madre morì. La trovò la mattina nel letto, con il rosario sul petto, e un foglio di carta nel cassetto del comodino diceva che restava tutto a sua figlia Mimma. Al funerale si presentarono i parenti venuti da Lascari, lo zio Franco, la cani rognosa di sua zia Michelina, i cugini, figli di cane.
Ci restarono male quando scoprirono che la casa e la vigna, che erano stati della loro famiglia, se li pigliava Mimma. Erede universale, aveva detto il farmacista, il dottore Antonio Quattrocchi, fratello del Notaio Augusto Quattrocchi che aveva il brutto vizio di sentenziare in latino mentre masticava tabacco, mettendosi sul naso i
pince-nez dorati.
Quando tutti se ne furono andati, il farmacista ci disse che da tempo avrebbe voluto chiedere a sua madre se la mandava ad aiutarlo in farmacia, però ora che era rimasta sola, si sarebbe dovuta occupare del bar. Non si poteva lasciare il bar al garzone, “Lo capisci, Mimma? E’ l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo”. Mimma abbassò gli occhi, e fece sì con la testa. “Mimma, se qualcuno ti viene a dire sposiamoci, dicci di sì, lo sai che hai bisogno d’aiuto”.
La ragazza si mise a piangere, “Dutturi, lo sapete che nessuno mi piglierà, sono sciancata, chi la vuole una moglie sciancata? La domenica, al belvedere, le altre ragazze camminano diritte attaccate al braccio dei loro mariti, e io sempre sola.”
Il farmacista prese dalla tasca della giacca un fazzoletto bianco di lino, e lo diede a Mimma, “Amunì, asciugati le lacrime, vedrai che anche tu avrai un marito, sei bella, e forte, e quando ridi…”.
Si morse la lingua, il farmacista; ormai era anziano, altrimenti se la sarebbe sposata lui, a Mimma dai capelli rossi, a Mimma che rideva sempre.
Strinse il fazzoletto umido e se lo rimise nel taschino,
reprimendo a malapena un sospiro.
Il massaro del farmacista aveva tre figli, due erano forti come cavalli da tiro, il terzo, il più piccolo, gli era venuto così così, né forte né debole, né cretino né intelligente. Negato per il lavoro della campagna, si era ostinato ad andare a scuola ma lo avevano bocciato alla licenza media. Questo ragazzo, Pino si chiamava, aiutava il farmacista, senza fare troppi danni. Posso anche rinunciare ad un impiegato, si disse il dottore Antonio, e un giorno portò Pino al bar, e lo presentò a Mimma.
“Chiudi la porta, che vi devo parlare”.
Dopo tre mesi, Mimma e Pino si sposarono, al Municipio, che di entrare in chiesa Mimma non ne voleva sapere.
Il paese mormorò, poi tutti tornarono a farsi i fatti loro.
Tutti i giorni all’una, Mimma e Pino chiudevano la porta del bar, e se ne andavano a casa a mangiare.
Mimma si attaccava al braccio di Pino, e traversavano la piazza in diagonale, con un’andatura sbilenca. Sembravano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso.
Passando davanti alla farmacia, Mimma salutava il dottore Antonio che stava chiudendo la porta pure lui, e rideva.
Il farmacista stava diventando vecchio, e fare le cose gli veniva difficile. Su consiglio del fratello notaio, si fece venire a casa una fimmina, una
donna che veniva dall’Est.
“Vedrai, ti terrà tutto a posto, e poi sanno lavorare duro, senza protestare, e soprattutto, non scassano la minchia, perché al loro paese hanno fame, quindi…” aveva detto sogghignando il Notaio Quattrocchi, mentre bevendo un caffè organizzava telefonicamente l’arrivo di una badante ucraina a casa del farmacista.
La badante si appresentò con una figlia giovane, una ragazza secca e alta, bionda lavatizza, che non parlava, non rideva, stava sempre allato alla madre. Il farmacista decise che questa ragazza, Svetlana si chiamava, avrebbe fatto comodo al bar, avrebbe aiutato Mimma, magari solo a lavare le tazze, a passare la scopa e lo straccio, a fare quelle cose pesanti che Mimma faceva con amore ma con sofferta fatica.
I paesani ridevano quando ci dicevano cose a Svetlana. Prima ci cambiarono il nome. “Stella, viene più facile”, disse il maresciallo dei Carabinieri. Quella pareva che faceva finta di non capire, e rideva pure lei.
Alla stagione calda, Stella si cambiò i pantaloni neri che aveva indossato per tutto l’inverno, e si mise una minigonna a pieghe color melanzana. Con la camicetta bianca e il grembiule, faceva la sua figura, non pareva più tanto pallida e moscia.
Ora i paesani ci ridevano più forte, e mentre faceva avanti e indietro per portare i cafè al tavolino, da qualche parte si sentiva “minchia che cosce!”.
Mimma non si preoccupava, in fondo lei era la padrona, aveva un marito, e anche se bambini non ne arrivavano, era felice lo stesso.
Non si preoccupava Mimma, però quella era sempre con le cosce in bella vista, e rideva, e si guardava in giro, e i giocatori di tressette la chiamavano di continuo “Stella due birre, Stella, duci, porta tre cafè” e subito dopo dicevano guardandola in faccia che tanto erano sicuri che lei non capisse niente “Stella, bedda, ah chi ti facissi”.
Pure Pino, pareva che quella c’avesse il miele sul culo, era sempre girato a taliarisilla. E guardava, eccome se guardava.
A metà di luglio finalmente Mimma capì che si doveva
preoccupare.
Stella era scesa nel seminterrato a pigliare un cartone di bottigliette di gazzosa, e Pino c’aveva detto “aspetta ca t’aiuto”.
Era sceso pure lui. Mimma cominciò a contare mentalmente i secondi che passavano, e sentiva la pressione che le saliva, e la fronte e la pettorina diventare rosse, non solo per la caloria di luglio, ma pure perché nella testa ci giravano
idee che facevano sudare.
Dopo che ebbe contato fino a trecento, Mimma mollò l’ormeggio del bancone del bar, zuppichiò fino alla scala del seminterrato, cominciò a scendere i gradini ad uno ad uno, stando attenta a non fare scruscio con i sandali e
soprattutto a non arruzzolarsi per le scale.
Arrivò al ballatoio, si appoggiò alla graticella impolverata da cui entrava la poca luce che illuminava il seminterrato e vide quello che non voleva vedere. Quasi ci pigliò una sincope quando vide quella finta gatta morta di Stella che, appoggiata al tavolinetto a gambe larghe si pigliava tutto il bendiddio di suo marito che aveva i pantaloni calati a metà, e rantolava sotto i colpi di quel porco.
Risalì di nuovo gli scalini ad uno ad uno, piano, che oltretutto ci girava la testa, avendo negli occhi il movimento di biscie in calore di quei due lassotto.
Si appoggiò al bancone, il piano di metallo freddo l’aiutò a fare sbollire il sangue, aprì il rubinetto e si lavò la faccia.
“Questa me la pagate, tutti e due” si disse a bassa voce mentre si asciugava il viso nello strofinaccio pulito.
Nei giorni seguenti Mimma ci fece caso, che quando Stella scendeva nel seminterrato aveva gli occhi spiritati e il respiro pesante, subito dopo suo marito scendeva pure lui “l’aiuto, le cassette di birra pesanti sono” e poi risalivano rossi, accaldati, e quella la taliava con uno sguardo di sfida.
Mimma si battè la mano sulla gamba offesa “sciancata sì,
minchiona no”.
Si era portata da casa un panierino, ad un certo punto ci disse al marito di andare in campagna a raccogliere i gelsi neri vicino al pozzo, che voleva fare la granita. Come lui si fu allontanato, chiamò la ragazza.
Quella entrò dentro al bar, e la tenda di catenelle tintinnò fresca, mescolandosi alla risata di Stella.
“Stella, fammi un favore” disse Mimma “ scendi giù, il posto lo sai, e mi pigli quel pacco grande di caffè che c’è sul tavolo”.
La ragazza si guardò in giro, come a cercare Pino, poi si affacciò alla scala, e fece per scendere il primo gradino.
I venti scalini se li fece a ruzzolare, sbattendo come un sacco vecchio, finché non si fermò, faccia a terra, nel ballatoio.
Sentì il passo zoppo di Mimma scendere per le scale,
“cadisti, ti facisti male? Chi ti facisti?”
La picciotta piangeva piano, e si toccava la gamba. Tentò di rimettersi in piedi ma ricadde come una bambola di pezza, gridando dal dolore.
Mimma si accorse che quella aveva una gamba rotta, si avvicinò all’orecchio di Stella, che gridava e imprecava nella sua lingua “ora t’aiuto, ora t’aiuto io” le disse, si abbassò e le torse l’arto fratturato, Stella buttò un grido più forte, poi
svenne.
“Ora a finisti di fare la buttana con mio marito” disse Mimma “ e se ti vuole ancora ti troverà sciancata, comammìa”.
Dopo alcuni mesi di cure, Stella riprese a lavorare al bar. A scendere nel seminterrato non ce la faceva più. Ricominciò ad usare i pantaloni neri di panno sotto al grembiule. Portava i vassoi con i caffè ai tavolini nella piazza, ma i paesani non la taliavano più con lo sguardo rapace.
Ancora oggi, Mimma e Pino all’una chiudono la porta del bar, e se ne vanno a casa a mangiare, con i vestiti impregnati dal profumo dei mille caffè fatti nella mattinata. Mimma si attacca al braccio di Pino, e traversano la piazza in
diagonale, con un’andatura sbilenca.
Sembrano un peschereccio con la lancia a rimorchio, col mare grosso. A due passi li segue Stella vestita di nero, che zuppichia ancora come un albatro
tisico.
Passando davanti alla farmacia, Mimma si volta verso la saracinesca, chiusa da anni, abbassa gli occhi e non ha più voglia di ridere.
(Antonio Musotto ci tiene a dire che tradurrà le parole ignote su richiesta dei lettori nei commenti).
Tutte le immagini contenute in questo articolo sono state prese dai link segnalati, tutte le altre sono soggette a copyright. Foto copertina di Antonio Musotto.