“Violenza e utopie”

 In collaborazione con la Società italiana delle letterate e con il sostegno di ARCI Firenze
Un Convegno al Giardino dei Ciliegi

“Violenza e utopie”
sabato 30 novembre – domenica 1° dicembre 2024

Assistiamo da mesi ad una serie di orrorismi (Adriana Cavarero) a Gaza, dove le donne sono costrette in una condizione disumana da un punto di vista igienico e sanitario e dove si muore di bombe, di sete, di fame, di malattie, di abbandono, di attesa di soccorsi bloccati dal Governo di Israele al valico di Rafah.

L’UNRWA ha dichiarato che «Il numero di bambin* uccisi in poco più di 4 mesi a Gaza è superiore al numero di bambin* uccisi in 4 anni di guerre in tutto il mondo. Questa guerra è una guerra contro le bambine e i bambini. È una guerra contro la loro infanzia e il loro futuro».

Sabato 9, 30-13
Violenze
Coordina Giada Bonu Rosenkranz
Introduzione di Clotilde Barbarulli
1° panel – conflitti: Gaza- Federica Stagni e Sara Visentin
2° panel – migrazioni
Minori migranti Angela Gennaro e Cecilia Ferrara; Violenza nei/dei CPR Luca Rondi; Sfruttamento braccianti migranti Stefania Prandi, in dialogo con Amanda Rosso

Sabato 15,30-19,30
Coordina Barbara Bonomi Romagnoli
3° panel – violenze sessuali 
Tratta Francesca De Masi e Cristina Baldi; Matrimoni forzati Tiziana Dal Pra; Cultura dello stupro Graziella Priulla
Performance di Saba Anglana: Saba e le sue meraviglie

Domenica 9,30-13,30
Utopie
Coordina Antonella Petricone
Elisa Coco/Comunicattive – L’utopia di trasformare le rappresentazioni: la banca immagini femminista
Nicoletta Vallorani – Le utopie della fantascienza 
Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi (Linea d’ombra) – Le utopie di chi abita le frontiere; Alessandro Radicchi (Europe Consulting) – Le utopie di chi intercetta i marciapiedi, in dialogo con Laura Marzi

media partner

Per il disegno grazie a Dubosc!

Per informazioni: barbarullim@gmail.com, www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it


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La violenza al tempo del virus

Lei esce sul balcone e si mette a suonare il flauto, quello che si usa alle scuole medie per iniziare ad avvicinarsi alla musica, lui inizia a urlarle contro da dentro casa, poi le si avvicina violento e inizia a strattonarla. Non sappiamo se lui sia il marito, il compagno, un anziano di casa. La sostanza non cambia.

Il video ha girato per giorni – con un titolo che pressappoco recitava “lei suona e lui la corca” – ed è rimbalzato ovunque, in questo impeto social che tutti ci ha travolti con il Covid-19. Arrivano di continuo: foto, remake di canzoni famose, cartoline, video satirici ma anche di pessimo gusto, spie di qualcosa d’altro che non c’entra nulla con l’epidemia in corso. Quel video, ad esempio, ci dice molto sulla continua e reiterata violenza maschile sulle donne, ma anche dell’irrilevanza che il fenomeno ha su gran parte della società perché nei commenti a quel video si ride, così come si ride degli striscioni messi sui balconi da mariti che dicono che prima o poi faranno qualcosa alle mogli che devono ‘sopportare’ nella quarantena. Battute che sono prese ancora troppo alla leggera, solleticano i peggiori umori, quelli che una cultura maschilista persistente ancora alimenta ed educa. La stessa cultura che, detto per inciso, non ha molta cura della salute pubblica, che per anni ha privatizzato i servizi e che non prende in seria considerazione i nessi fra salute ambientale e umana.

A peggiorare la situazione è comparso il Covid-19, perché per molte, troppe donne restare a casa è più pericoloso del possibile contagio.

A dirlo subito, appena scattate le restrizioni, sono state le femministe della rete Non Una Di Meno che hanno rilanciato sui social un messaggio chiaro: “Per molte persone, soprattutto molte donne #stareacasa non è un invito rassicurante. Il numero nazionale dei centri antiviolenza 1522 è attivo”.

E suona bizzarro, e ipocrita, che a rilanciare la campagna sia stata la stessa sindaca Raggi, il cui governo non fa nulla per proteggere luoghi importanti per le donne a Roma, da Lucha Y Siesta alla Casa internazionale delle donne.

Le operatrici di Trama di Terre ad Imola scrivono “La nostra piccola campagna territoriale #icentriantiviolenzasonoaperti nasce perché sappiamo come agisce la violenza familiare maschile all’interno delle mura domestiche. Le donne, in emergenza Covid-19, vivono segregate con uomini maltrattanti che hanno in questa situazione il pieno controllo sui movimenti e sulle azioni delle donne e dei figli/e. Diventa dunque difficile per una donna cercare aiuto e sostegno in questa situazione. Non solo, in un regime di isolamento dettato dall’emergenza sanitaria, le madri faticano doppiamente a chieder aiuto. Infatti, è probabile che ritengano giustamente pericoloso esporrei/le figli/e se stesse al rischio di contagio scappando dalla propria abitazione, non avendo la certezza di sapere con chi andranno a vivere e dove”.

Non solo, “per ridurre al minimo l’esposizione al pericolo delle donne vittime di violenza che trovano il coraggio di denunciare il maltrattante – aggiungono da Trama – sollecitiamo un accordo tra le varie istituzioni e le forze dell’ordine affinché siano gli uomini ad essere allontanati (come l’applicazione della legge sul femminicidio consente nella parte in cui attribuisce alle forze dell’ordine il potere di procedere con il fermo, l’arresto o l’allontanamento urgente dall’abitazione familiare tutte le volte che si renda necessario). In questo modo sono le donne e i/le loro figli/e a rimanere nelle loro abitazioni al sicuro. Dopo questa emergenza, ci auguriamo che le istituzioni si rendano finalmente conto che in questo sistema di protezione sono le donne a pagare il prezzo maggiore della violenza, prima e dopo una denuncia per violenze. Di fatto allontanare una donna, unitamente ai suoi figli, dalla propria casa vuole dire punirla per aver chiesto aiuto”.

Il 7 marzo scorso, il giorno prima della giornata internazionale delle donne, alla vigilia del decreto che ha iniziato a fermare tutto il paese, proprio a Imola una donna è morta in circostanze ancora poco chiare. Se, come dicono molti esperti quella con il Covid-19 è “una guerra con nemico invisibile”, in questo caso conosciamo perfettamente il nostro nemico e come ripetono da tempo le femministe, l’assassino ha le chiavi di casa e in questa emergenza Covid-19 potrebbe chiudere ben stretta la serratura.





Desidero esistere

Carla viveva a Roma ormai da più di 25 anni, era partita dal suo paese per frequentare l’università, Roma rappresentava la libertà attesa dalle scuole medie, il mettersi alla prova, le piazze grandi e tanti cinema.
Carla non si era mai pentita di questa scelta, anzi le piaceva vivere nella Capitale.

Lo vede subito. Immobile con le mani in tasca, sembra anche spaventato, le 4 del mattino; si sta pentendo di essere andata via tanto tardi e pure da sola, ma una serata così piacevole, in terrazza a fine maggio, ballare e chiacchierare, era rimasta fino all’ultimo.

La vede anche lui. Qualche rapido passo e svanisce dietro l’angolo, a metà del sottopassaggio, ‘forse dovrei girare i tacchi e andarmene”, ma no Carla non ci riesce, sa che se lascia vincere la paura potrebbe anche smettere di uscire, dopo tanti anni di libertà non se la sente di rinunciare, poi dovrebbe rinunciare al cinema da sola, al ristorante, alla visita culturale, al chiaro di luna, a tutto quello che ha sempre fatto.

“Stai calma stai calma stai calma. Non è niente non è niente.” quasi a ritmare il passo e il battito del cuore.

Si gira, nessuno. Nessuno dietro, nessuno davanti, eppure accelera il passo, arriva all’angolo, pochi passi e sarà a casa al sicuro.

Un movimento rapido, rosa tra abiti scuri, tra le pareti dello stomaco. Un baluginare di carne che si agita nella mano: è come se stringesse il suo cuore e lo facesse sobbalzare su e giù. Continua a pensare ho 45 anni ed è come se ne avessi 5, non posso fare nulla.

Giovane, giovanissimo, diafano con la pelle butterata, continua a masturbarsi; Carla si vede dall’esterno ormai, quasi fosse la scena di un duello; è costretta, ma spera sia solo un esibizionista di quelli che lo fanno tanto per, certo è orribile, ricorda i discorsi di casa in cui si diceva che un esibizionista violenta la tua anima, ma non il tuo corpo, in certi momenti ci si accontenta davvero di niente.

Noi donne lo sappiamo benissimo cosa non dovremmo mai fare, ma prevale la voglia di esistere, certo che Carla lo sapeva che mai i sottopassaggi, mai da sola tanto tardi, eppure lo faceva uguale; avete mai provato la sensazione di dover limitare la vostra libertà solo perché potrebbe essere troppo pericolosa?

È inaccettabile, considerare “saggio” condizionare le proprie scelte non è possibile, però sin da bambina te lo chiedono, sempre preceduto da un “ma” avversativo, un “avresti anche ragione, ma”. Ma cosa?

Ma sei nata donna.

Il biondo slavato adesso si muove rapidamente, mi butta in ginocchio, sento qualcosa puntato alla tempia, non posso guardare, preme, fa male, mi abbassa la testa e me lo mette in bocca, ho paura vorrei vomitare, non riesco, non posso, se lo faccio magari mi ammazza.

Finisce, si rimette dentro il pezzo di carne, si calca il cappellino in testa e se ne va; Carla rimane stordita e nauseata, pensa “poteva andarmi peggio” e mentre lo pensa lo sa che è un pensiero sbagliato, ma anche inevitabile, lo stupro è una minaccia alla vita; l’ultima cosa che difendiamo.

Sale a casa, chiama un’amica, di corsa si recano in Questura; Carla racconta l’accaduto, continuando a sfregarsi la bocca con la manica, l’agente di turno la squadra, osserva la gonna, poi la guarda negli occhi e le dice: “In questo quartiere contiamo circa una ventina di aggressori sessuali, può sporgere denuncia contro ignoti, faremo del nostro meglio, ma sa come sono questi maniaci, difficile identificarli con sicurezza quando è notte, si ha paura… alla fine possiamo fare poco.”

Carla non sa più che fare, è arrivata già la paura successiva, quella di una malattia; certo non le va di andare a casa, la sua amica la prende sottobraccio e se la porta via, il giorno dopo andranno in ospedale per le analisi, nessuna delle due riesce a parlare, ma si intuisce un pensiero arcaico di vendetta, un qualcosa che ti fa venir voglia di segnarli tutti con una lettera scarlatta, di esibirli, di mostrarli, nelle piazze, che se essere donna è uno stigma allora provalo anche tu cosa significa, che ogni sottopassaggio, androne, vicolo venga illuminato, vorresti infliggergli il supplizio del sole, come a un vampiro, per strapparlo dalle pieghe della vergogna che provi, per far sì che il sole illumini la verità, io mi vergogno del silenzio che ogni giorno mette a tacere tutto questo, mi vergogno per me, mi vergogno di ritirare le analisi, mi vergogno e non posso smettere di vergognarmi anche se vorrei.