S1:E6 “Il Bicighellone nel laboratorio dei veleni”

Pedalando lungo le sponde del Naviglio Grande, intersecando le vie traverse che lo costeggiano, il Bicighellone percorre il filo dei ricordi che forma una consistente matassa. Una matassa che si dipana nella mente trasformandosi in una traccia indelebile. Un altro racconto ellittico di Lorenzo De Francesco, alias il Bicighellone.

La tappa della memoria che costituisce il nucleo di questo racconto è il luogo di lavoro dei genitori di Lorenzo, l’officina di cui era titolare il padre, teatro di un’attività artigiana di indubbio fascino per un bambino che vi trascorreva i pomeriggi dopo la scuola.

Un racconto che richiama la temperie del boom economico italiano, sostenuto dalla miriade di piccole imprese che sono state l’ossatura industriale del nostro Paese, non meno importanti delle grandi industrie del Nord. Una piccola storia nella grande storia, l’icona di una morale del lavoro e della produttività, dell’importanza che ha avuto l’economia reale, l’unica considerata possibile, nelle convinzioni di chi ci ha preceduto.

Lorenzo De Francesco ci restituisce la sua testimonianza, con l’affetto di chi è cresciuto e si è formato in quel tempo fatto di semplici e solide certezze.

Rita Manganello


Tra gli  album illustrati che coloravo da bambino, ce n’era  uno raffigurante i mesi dell’anno, con le classiche   illustrazioni dedicate a ogni stagione.

Ricordo marzo: completavo il disegno con il cielo blu intenso, grasse nuvole bianche, lenzuola stese al vento, rondini  nel cielo, la chiesetta gialla e rossa con campanile d’ordinanza, prato verdissimo con margherite sproporzionate.

È rimasta un’icona che  ritrovo oggi, inforcata la bici per un tuffo nel sole e nell’aria ancora fredda ma che vuole essere attraversata, sulla solita strada su per il Naviglio Grande, il campanile di San Cristoforo stagliato nel blu con i suoi mattoni scuri.

Passando per via Pestalozzi, compare sempre un gancio del tempo che, come l’iceberg del Titanic, si introduce nella mia testa di striscio ed ecco fiotti di ricordi che entrano tumultuosi e inarrestabili tra le paratie della mente. Era una strada di piccoli negozi e officine e così la ricordo, anche se oggi completamente cambiata. All’inizio della via “El Balzarot”, un omone sempre in tuta bisunta che riparava biciclette nel suo antro buio, burbero e scontroso, ove entravo titubante per far riparare le mie gomme bucate. O “i tri baséi”[1], l’osteria-caffè il cui odore di vinaccio sottovento anticipava l’alito e le urla degli ubriachi stanziali, propagandosi fino alla bottega dell’idraulico Brambilla, sempre grasso e sudato nella sua tutona blu con le bretelle. Poi quel che resta della vetrina del laboratorio-officina di  mio padre, che fu il luogo per anni deputato a ospitare i miei pomeriggi, nelle calure estive e nelle gelide nebbie invernali. Non i giochi con i coetanei, quelli erano concessi un’ora prima di cena, quando tornavo con mia madre a casa in via Biella.

Il pomeriggio, dalle 14 alle 18 lo passavo lì, dagli anni delle elementari fino alle medie, e ci lavoravo quasi a tempo pieno nei mesi estivi, fino alla maturità. Oggi a distanza di anni realizzo quale luogo di pericolo e tecnologia frequentavo allora senza le norme sulla sicurezza che sarebbero intervenute in seguito. L’importanza del contesto per giudicare i fatti.

Il laboratorio

Il laboratorio era stato avviato dal nonno paterno prima della guerra e sviluppato a fatica da mia nonna e mio padre dopo la morte precoce del nonno stroncato da un infarto a cinquant’anni, a seguito di una disavventura economica e poi dall’alcool. Come conseguenza mio padre dovette abbandonare gli studi in fretta trovarsi un lavoro di giorno e di sera per aiutare la famiglia.

Ripensando oggi a quel luogo, che riempiva monotono i miei giorni, comprendo quale tesoro di conoscenze e stimoli conteneva, che senza dubbio hanno in parte colmato la mancanza di giochi con i coetanei.

Lì si producevano, artigianalmente, apparecchi scientifici in vetro soffiato e insegne luminose al neon. Gli apparecchi scientifici tutti [2], e in particolare i sofisticati giunti a tenuta e  i rubinetti in vetro smerigliato, erano  la specialità della nonna, donna minuta ma dotata di piglio, energia e forza di volontà impressionanti. Una maestra instancabile nell’arte del vetro soffiato.

Babbo al vuoto insegne

Restavo incantato a vederla, più precisa di un tornio, ritmare regolarmente la rotazione della canna di vetro o pyrex[3] che veniva riscaldato al calor rosso sulla fiamma di gas/aria/ossigeno  e  allo stesso tempo soffiare dentro il tubo per evitare che si afflosciasse in modo irreparabile: operazione difficilissima a farsi senza una particolare manualità e sensibilità. Successivamente il vetro  incandescente veniva plasmato nella forma desiderata insufflandolo e modellandolo con pinze e spatole di ferro, ricoperte di amianto. Ancora oggi ho la sensazione del calore che irradiava il vetro e del dolore quando inavvertitamente si toccava una parte ancora rovente: subito si  bagnava con l’acqua fredda  la pelle  scottata.

Il vetro  veniva lasciato raffreddare naturalmente sui supporti  di amianto che ricoprivano  i banconi, perché altrimenti avrebbe incendiato qualsiasi altro supporto su cui lo appoggiavi. Quindi vivevamo a contatto tutti i giorni con l’amianto, che ricopriva i banchi di lavoro.

La parte tecnologicamente più affascinante, ripensandoci, era la costruzione delle insegne luminose al neon: all’inizio  non c’erano ancora le lampade fluorescenti industriali  impropriamente chiamate “neon”. In realtà il gas neon veniva usato solo per le insegne rosse, in tubo di vetro trasparente; gli altri colori erano realizzati introducendo il gas argon in canne di vetro apparentemente bianche, ma che una volta accese assumevano il colore della polvere interna, naturalmente tossica.

Ero incredulo nel notare che il tubo bianco, una volta percorso dalla corrente, assumeva colori diversi; lo stupore era veder comparire il rosso neon nel tubo trasparente.

Il processo di realizzazione delle insegne era complesso e affascinante: come per gli apparecchi scientifici, il vetro in canna veniva riscaldato e sagomato sul disegno da realizzare: alle estremità venivano saldati gli elettrodi, cilindri di vetro con all’interno un cilindro di metallo e connessione elettrica che serviva per trasmettere l’alta tensione al gas che, così ionizzato, si illuminava. Si predisponeva un beccuccio con ampolla, sempre in vetro, dove si depositava una goccia di mercurio prima di procedere con il vuoto pneumatico. Eh sì: affinché il gas si accenda, ionizzandosi con l’alta tensione, occorre che nel tubo non sia presente la benché minima particella d’aria  e si usa  il  mercurio come catalizzatore; quindi l’insegna viene fisicamente saldata alla pompa: si crea dapprima un vuoto iniziale con una pompa meccanica a pistone, indi il vuoto viene “spinto” con una pompa di Sprengel[4].. Durante il processo, l’insegna viene riscaldata applicando una tensione di parecchie migliaia di Volt agli elettrodi  facendoli diventare incandescenti; alla fine alla stessa viene immessa una quantità precisa di gas (argon o neon) e quindi staccata dalla pompa.

Ezio sagoma il vetro delle insegne

Al termine del procedimento descritto, si lavava il tubo di vetro con una soluzione estremamente tossica di acido fluoridrico, per rimuovere gli annerimenti dovuti al piombo. Ne ricordo ancora l’odore acre e fortissimo e le mille raccomandazioni dei genitori perché  mi tenessi alla larga.

Poteva accadere che il vetro si rompesse durante il lavaggio, allora i canti si trasformavano brutalmente in bestemmie; provavo inquietudine nel vedere gli operai così alterati, ma si riprendeva presto la routine lavorativa.

L’ambiente era di una rumorosità pazzesca, diverse fiamme accese sibilanti con gas e ossigeno, il compressore per l’aria, la taglierina del vetro, la pompa meccanica e noi che cantavamo e fischiavamo.

Tale era il rumore che Il telefono dell’officina non si sentiva, occorreva un lampeggiante ausiliario.

Ripenso oggi alla percentuale di componenti inquinanti  presenti nell’aria, specialmente  in inverno quando il freddo ci costringeva a rimanere rigorosamente sigillati: polvere di vetro, amianto, polveri dei tubi, gas, piombo, mercurio, ozono e diverse bombole di ossigeno alte un paio di metri, come bombe minacciose pronte a esplodere.

Oggi, ad ogni passaggio davanti al laboratorio, ora banale atelier di tatuaggi, ripenso a quell’universo straordinario che rivivrei volentieri e che allora era faticosa normalità per i miei genitori che lì hanno consumato tutta la loro vita.

Passo oltre, corro lungo l’alzaia. I ricordi fuoriescono come scia dalla mente con l’odore della süccia[5] nel naso, misto di muschio, acqua stagnante e alghe in putrefazione. Con l’occhio sbircio il cumulo  di rifiuti e rottami abbandonati che emergono surreali dal fondale;  qualche pesce isolato si dibatte senza speranza.

La süccia

L’acqua come la vita, quando sparisce lascia sul fondo relitti un po’ romantici e un po’ squallidi, comunque tutti vissuti. Schegge di luce saltellano tra le pozze; corro verso un sole che scappa.


[1] Tre gradini

[2] Pipette, distillatori, serpentine, palloni di Kjeldahl, matracci, burette,provette

[3] Pyrex© (marchio registrato PYREX) è un marchio introdotto dalla Corning Incorporated nel 1915 per una linea di vetro borosilicato usato per vetreria da laboratorio e oggetti per cucina” rispetto al vetro normale ha caratteristiche di maggior resistenza, minore fragilità e dilatazione termica, resistenza alla fiamma. La sua lavorazione richiede più alte temperature, raggiunte iniettando ossigeno insieme al gas.

[4] Pompa a vapori di mercurio, cioè  un distillatore ove il mercurio che precipitando estrae anche la più piccola particella d’aria dal tubo.

[5] “Asciutta” Il periodo in cui i Navigli restano asciutti per circa un mese, a marzo e a settembre.




LA MIA BARONA. RICORDI DI UN QUARTIERE

La mia Barona, di Lorenzo De Francesco, si radica nella temperie culturale degli anni del boom economico, quando il Paese si avviava alla trasformazione dettata dallo sviluppo industriale e la speculazione edilizia.
Lo scenario è il quartiere Barona, nella periferia sud-ovest di Milano, descritto con vivace affettività dal nostro autore, protagonista e osservatore del suo particolare microcosmo.
Lorenzo, bambino negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, annotava puntualmente i contorni della sua vicenda personale e familiare, nell’epicentro della  transizione urbanisticamente e socialmente significativa dal borgo rurale  alla  metropoli.
Coloriti i riferimenti ai personaggi che ravvivano il racconto, ancorati alla cultura popolare milanese di quegli anni.
Una testimonianza gradevole di sapore memorialista.

Rita Manganello


Preferisco prendere il tram, mi dà sempre una sensazione di libertà protetta, posso guardare a 360 gradi la città che scorre fino al tratto che attraversa il ponte di via Valenza,  infilando poi  Ripa di Porta Ticinese a ridosso del Naviglio Grande. Qui il tranviere si rasserena, è uscito dal traffico asfissiante da via Torino a Porta Genova e si lancia sul rettilineo in un’accelerazione liberatoria.

Amo sentire lo sferragliare e  il dondolio provocato dalla velocità. Attraverso i vetri, i luoghi ancora familiari, le mura dello scalo di porta Genova, il ponte di ferro delle Milizie, nome inquietante come la sua sagoma dura, lascito di una costruzione dell’era fascista. Man mano vedo avvicinarsi il profilo familiare e inconfondibile della chiesetta di S.Cristoforo, ora non più inghiottita dalle nebbie che la soffocavano quasi sempre d’inverno, quando ero piccolo.

Ci passavo molto tempo, nei pressi di S.Cristoforo: i miei avevano un’ officina in via Pestalozzi, una via stretta dove transitava il tram 12. 

Questa linea tranviaria terminava la corsa al capolinea di piazza Miani passando per via Biella; al 20 c’era la mia casa natale al quarto piano senza ascensore.

Una memoria del cuore il  tram 12: mi portava da casa a scuola, all’officina e poi in un quarto d’ora in piazza del Duomo, senza dover cambiare.

È su questo asse che si svolge la  memoria dei miei primi anni. Ogni tanto ripercorro i luoghi e trovo che qualche elemento della storia cittadina è scomparso: prima è sparito il 12, sostituito da autobus rumorosi, fumosi e poco spaziosi; sono rimaste mute per anni la linea aerea e le rotaie, giusto per aumentare il rimpianto. Poi hanno coperto anche quelle, togliendo le lastre di pietra e porfido, che erano l’alveo rassicurante delle rotaie, indistruttibile e distruttivo per le ruote e le sospensioni delle auto.

Sin dalle elementari, nella piccola officina di mio padre, è stato per me un crescendo di lavoretti fino a uscire in missione, da grande, insieme agli operai.

Il marciapiede di via Pestalozzi potevo percorrerlo con la mia piccola bici anche senza sorveglianza, da un passo carraio all’altro. Ci sono ancora gli stessi tombini, impressi come ricordo nella mia mente come nell’asfalto.

Dal piccolo mondo di S.Cristoforo, che esploravo quando ero in officina al piccolo mondo della Barona, quando ero a casa;  la prima esplorazione fu visiva dal grande terrazzo dal quale si dominava mezza città e mezzo cielo, visuale libera da case più alte, un grande prato davanti caratterizzato dal coro di rane e zanzare. Più tardi emerse il mondo nuovo dell’adiacente quartiere di S. Rita.

La Barona era ancora periferia ai margini della città, costellata da una corona di case popolari anteguerra. Tristi e serie. Subito dietro campi e cascine; la città finiva bruscamente liberando la campagna dall’intrusione del cemento. Alle case anteguerra si aggiunsero subito costruzioni più moderne, ancora più brutte e spartane, per accogliere gli immigrati del boom economico.

Salivo sul tram davanti a casa, tre fermate ed ero a scuola o in officina. Non ho mai capito perché non si potesse andare a piedi, scelta incomprensibile dei miei genitori.

Il 12 aveva una particolarità dovuta alla curva a gomito nella stretta via Pestalozzi: lì il binario diventava unico e c’era un semaforo per i tram d’ambo i lati. Era divertente vedere l’alternarsi delle vetture e cercare di capire come si azionava lo scambio che talvolta si inceppava, costringendo il tranviere a  scendere con la gügia [1], arnese che serviva anche da minacciosa arma impropria in caso di discussione con gli automobilisti spazientiti dall’intralcio.

Oppure quando la pertegheta scarrucolava e il bigliettaio (era compito suo non del conducente) doveva scendere dal tram e bestemmiando riposizionarla sulla linea elettrica con vari tentativi; risalire poi di corsa perché il conducente aveva fretta di ripartire per rispettare la tabella di marcia.

In un quartiere cittadino fortemente tipizzato, come era la Barona all’epoca, non potevano mancare i personaggi di culto che caratterizzano la comunità di abitanti della zona.

Sul Naviglio, il cartolaio che fumava sigarette al mentolo rilasciando quel delizioso profumo che impregnava tutto, il fotografo con le sue apparecchiature misteriose e sempre molto indaffarato, l’idraulico grasso e sudato con manone enormi e tuta con bretelle: un retrobottega che era una miniera di metalli vari e odori strani e che si apriva su di un cortile sconosciuto; il ferramenta gay che mi guardava con interesse, il verniciatore stravagante che posata la pistola a spruzzo, la sera impugnava tavolozza e pennelli e continuava a dipingere, l’elettricista enorme, zoppo, sinistro, dalla voce tonante che talvolta virava in un falsetto inatteso,  l’ex pugile sempre ubriaco, il lattoniere milanesissimo – una sputacchiera ambulante e  donnaiolo incallito – gli occhi sempre infiammati.

Nella lista dei personaggi tipo si distingueva l’ingegnere della fabbrica dei trasformatori industriali con un innato senso di superiorità verso i piccoli artigiani.

L’officina aveva come sede un’ex macelleria di ridotte dimensioni: c’erano ancora le piastrelle bianche e rosse e i ganci per appendere al muro i quarti di bue.

Era quanto rimasto della florida azienda metalmeccanica del nonno, che subì un rovescio di fortuna, il che costrinse mio padre a lasciare gli studi professionali e a trovarsi subito un lavoro, come soffiatore di vetro alla Pastelor, dove conobbe mia madre.

Grazie al boom,  l’officina è andata sempre ampliandosi, dalla superficie dei locali al volume d’affari, fino a quando mio padre lasciò l’attività a 70 anni nel 1994, cedendola al più intraprendente dei suoi operai.

La signora Ester era il nostro legame con S. Cristoforo; lei era una di quelle che al mattino lavavano i panni nel naviglio per sbarcare il lunario e nel pomeriggio tirava le punte [2] da noi. Con il marito gravemente malato, doveva tirare la carretta lei. Lavorava il vetro accompagnando il movimento delle mani con un dondolio incessante del corpo e della testa, una cosa ipnotizzante, i capelli bisunti fissati da un vecchio fermaglio.

A 15 anni il trasloco nella nuova casa:  la conclusione,  la fine del sogno. Quando trasportavo le vecchie cose nella nuova abitazione, sapevo di lasciare qualcosa, per sempre. Ritornavo ogni tanto in via Biella e vedevo frammenti del  passato densi di memoria scomparire inghiottiti o sostituiti da manufatti anonimi senza storia per me.

Nella nuova casa, con ascensore, doppi servizi, box, cortile,  mancava però quel mio grande polmone: il terrazzo sul cielo e sul verde.


[1]  Asta metallica che consente l’azionamento manuale di un deviatoio da parte del tranviere.

[2]  Prima fase della lavorazione del vetro in canne per la creazione di ulteriori manufatti: il tubo viene scaldato mentre è fatto continuamente ruotare con le dita e leggermente insufflato per evitare che si afflosci, tirandolo progressivamente fino a separarlo in due parti, ognuna delle    quali a “punta” perfettamente simmetrica una volta raffreddata.